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2019-03-16
Di Maio scappa: «Siete il Medioevo»
Luigi Di Maio non ci sarà. «Ci sono teorie sulla donna che non mi rappresentano per nulla. Per me la famiglia è sacra, ma io sono per la libertà della donna», ha commentato il vicepremier grillino. «Lì si parla della donna come quella che deve stare a casa a cucinare. Si prepara un festeggiamento di un nuovo Medioevo che io non vado a festeggiare».
A ben poco sembra essere servito l'incontro di ieri a Verona organizzato dai vertici del Congresso mondiale delle famiglie e da alcuni dei suoi sostenitori nella speranza di dissipare il malessere che si è concentrato sull'evento negli ultimi giorni. L'ondata di polemiche che sta travolgendo della kermesse che si terrà a Verona dal 29 al 31 marzo continua. E non sembra aver alcuna intenzione di placarsi.
Seduti intorno a un grande tavolo nella cornice della sede del Comune di Verona ieri c'erano Antonio Brandi e Jacopo Coghe rispettivamente presidente e vicepresidente del Congresso, Alberto Zelger, consigliere comunale veronese, il presidente del Family day, Massimo Gandolfini, Filippo Savarese, direttore delle campagne di Citizengo Italia, il sindaco di Verona, Federico Sboarina, e l'assessore all'Istruzione e al Lavoro della Regione Veneto, Elena Donazzan. Un parterre di rispetto che, tuttavia, di rispetto ne ha ottenuto davvero poco dai presenti in sala. Nell'ora di conferenza stampa organizzata all'unico scopo di fare chiarezza sulla manifestazione, i promotori dell'evento si sono visti costretti a difendersi dai ripetuti attacchi da parte dei presenti in sala. Tra questi, oltre ad alcuni giornalisti, anche attivisti Lgbt locali accreditati all'evento come «finti giornalisti».
«Il congresso», ha spiegato il sindaco Sboarina, «sarà uno straordinario laboratorio di idee e promuoverà azioni di sostegno concrete a favore della famiglia, che è e rimane il nucleo fondante della nostra società, anche secondo la Costituzione». Parole semplici, condivisibili, su cui è rimbalzata immediatamente l'accusa di «omofobia e integralismo».
Mentre il primo cittadino esponeva i temi che verranno trattati durante il Congresso, la sua voce è stata scavalcata da quella del presidente del circolo Lgbt Pink, Gianni Zardini, che, prima di essere allontanato di peso dalla polizia municipale e dalla Digos presenti in sala Arazzi, ha accusato i presenti di non dare gli stessi diritti e la stessa libertà di espressione alle famiglie arcobaleno. Poco dopo è stata la volta di un altro attivista, anche lui immediatamente allontanato dalla polizia, che ha interrotto i relatori che ricordavano che la famiglia naturale è sancita anche nella Costituzione, urlando che «la Carta fondamentale su cui si basa la Repubblica italiana è basata sull'antifascismo».
Un malessere diffuso, secondo il presidente dell'evento Toni Brandi, anche a causa di alcuni media, delle televisioni e di personaggi pubblici nel «tentativo di trasformare in un incontro “contro" quello che in realtà è un qualcosa organizzato “per" i genitori e i loro figli».
Massimo Gandolfini, neurochirurgo e presidente del Family day ha sottolineato come la volontà dell'evento sia quella di «mostrare la bellezza e la naturalità della famiglia. Io vengo minacciato di morte perché dico queste cose, ma apriamo gli occhi: questa è la dittatura che ha portato alla supremazia della razza», ha continuato ricordando lo striscione esposto a inizio marzo da alcuni centri sociali («Contro la violenza di genere e confini, abbattiamo il patriarcato, appendiamo Gandolfini»). «Provate a pensare se il Family day facesse un convegno esponendo un cartello con scritto “Appendiamo Scalfarotto" o “Appendiamo Luxuria". Perché non deve sollevarsi altrettanta indignazione per il fatto di tappare la bocca a chi democraticamente, e senza offendere nessuno, ha il coraggio di dire quello che il politicamente corretto non ha più il coraggio di affermare e cioè che la famiglia è un padre, una madre, dei bambini?».
Il Congresso sarà un «dibattito» e un «confronto di opinioni», creato per celebrare la famiglia per cui gli organizzatori, hanno ammesso, finiranno in perdita. «I costi sono altissimi e non vengono coperti dai biglietti venduti sul sito (800 e attualmente sold out, ndr)». Polemiche anche sui pacchetti da oltre 1.000 euro che, come spiegato dal vicepresidente Jacopo Coghe, «servono a facilitare le tre giornate alle famiglie, offrendo pranzi, cene e hotel a prezzi agevolati».
«Qualcuno ha donato circa 300.000 euro, frutto dei suoi risparmi per aiutare il Congresso», ha spiegato Brandi rispondendo ai cronisti presenti che chiedevano da dove provenissero i finanziamenti. Se infatti gli spazi della Gran Guardia saranno offerti gratuitamente dal Comune di Verona, co-organizzatore dell'evento, rimane sconosciuta la natura del benefattore che ha aiutato la realizzazione dell'evento. Questo qualcuno, che come ribadito più e più volte durante la conferenza preferisce rimanere anonimo, è stato identificato dai giornalisti presenti all'evento come lo stesso presidente del Congresso, Toni Brandi che, tuttavia, ha smentito pubblicamente il proprio coinvolgimento.
La veglia antiabortista fa miracoli. Salvati 31 bambini in una settimana
Ogni anno, negli Stati Uniti d'America, migliaia di cristiani di varie confessioni si impegnano a pregare e a testimoniare la bellezza della vita, dal concepimento alla morte naturale, cercando di scongiurare la pratica, sempre più banalizzata da parte di moltissimi giovani, dell'aborto volontario e diretto.
Da alcuni anni è sorta una nuova iniziativa che dura 40 giorni e perciò prende il nome di 40 Days for life. Si tiene, simbolicamente, dal mercoledì delle Ceneri, che quest'anno è caduto il 6 marzo, sino alla domenica che precede la Pasqua, detta comunemente la domenica delle Palme, che sarà il 14 aprile. Mentre Gesù digiunava nel deserto per 40 giorni i cristiani di oggi si sacrificano per i loro fratelli, benché sconosciuti e a volte ostili. Ebbene, come indica il sito, negli ultimi anni la manifestazione ha salvato oltre 15.000 bambini dall'aborto, e quest'anno, nella prima settimana, già 31 bambini sono stati risparmiati da una fine sicura.
La lotta per la vita e contro la cultura della morte si snoda ovunque più o meno così. Conoscendo preventivamente le cliniche dove si compiono gli aborti, i giovani pro life si dispongono a poca distanza dall'ingresso, senza disturbare i clienti e i pazienti in alcun modo, non potendo tra l'altro discernere la ragione per cui un uomo o una donna entra in ospedale.
Però, oltre a preghiere e canti, che si tengono giorno e notte, per 24 ore al giorno durante l'intera quaresima, i pro life espongono chiaramente dei cartelloni e dei manifesti in favore della vita umana sempre e comunque, distribuendo quando è possibile dei volantini che sinteticamente ricordano che - secondo la biologia - il feto di un uomo non può che essere un bambino della specie homo sapiens. Il quale silenziosamente domanda solo una cosa: il diritto di vivere.
Così, i 750.000 volontari che partecipano ai 40 Days for life vengono facilmente interpellati da donne e ragazzine minorenni che si recavano nel luogo di cura per progettare o almeno ipotizzare un aborto. Il sostegno umano e psicologico prestato, e a volte lo stesso aiuto economico nei casi più difficili per la mamma, salvano molte vite innocenti. E nessuna mamma rimpiange mai il proprio figlio dopo che esso ha visto la luce.
Questa volta, essendo cresciuto notevolmente il numero dei pubblici oratori, sempre più composto da giovani e giovanissimi difensori dell'umanità, non meno di 277 ospedali vedranno la presenza dei pacifici, ma tenaci militanti per la vita e per la miglior scelta (pro best choice).
Il fatto che sempre più medici non vogliano praticare nessuna interruzione di gravidanza (neppure ben remunerata) e che non raramente ragazze e donne si lascino persuadere a conservare il bambino che già vive dentro di loro, è il segno più flagrante che la questione dell'aborto non potrà mai esaurirsi a una questione di leggi, di parlamenti e di «diritti delle donne», come ipotizzava il femminismo vecchia maniera e in generale il mondo dei progressisti. Certe realtà di natura evidentemente etica e antropologica non sono storicizzabili, e il corpo sociale non le assorbe e accetta mai del tutto.
Come dimostra la stessa attualità. Di recente infatti si è registrato, nell'America latina, il caso della ex Femen Sara Winter che, dopo anni di battaglie femministe, anti omofobia e pro aborto, ora si è pentita e si è convertita al cattolicesimo. Da punto di riferimento del militantismo Lgbt in Brasile, fino all'incarico appena ricevuto di membro del ministero per le Donne e la Famiglia del governo di Jair Bolsonaro. E questa svolta è dovuta a un aborto che in seguito ha tormentato la pasionaria Winter fino al ripensamento e al cambio di rotta.
Auguriamoci che la battaglie per la vita, come quella del sostegno ai medici obiettori o per la salvaguardia del popolo dei bambini down (in via di estinzione per cause ben identificate) possano trovare sempre più spazio nella cultura spaventosamente e tristemente biofobica di oggi.
I manifestanti delle varie Marce per la vita nel mondo e in particolare questi coraggiosi militanti dei 40 Days for life, possono essere orgogliosi del lavoro svolto e giustamente parlare di inizio della fine dell'aborto.
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Il vicepremier pentastellato straccia l'invito alla kermesse veronese: «Quelli vogliono le femmine in cucina». E gli attivisti Lgbt bloccano la conferenza stampa. Toni Brandi: «Chi parla di mamme e papà rischia la vita».La veglia antiabortista fa miracoli. Salvati 31 bambini in una settimana. Negli Stati Uniti, per 40 giorni, i militanti pro life sono una presenza visibile e discreta vicino agli ospedali. Molte volte le donne chiedono un aiuto e lo ottengono, portando a termine la gravidanza.Lo speciale comprende due articoli.Luigi Di Maio non ci sarà. «Ci sono teorie sulla donna che non mi rappresentano per nulla. Per me la famiglia è sacra, ma io sono per la libertà della donna», ha commentato il vicepremier grillino. «Lì si parla della donna come quella che deve stare a casa a cucinare. Si prepara un festeggiamento di un nuovo Medioevo che io non vado a festeggiare». A ben poco sembra essere servito l'incontro di ieri a Verona organizzato dai vertici del Congresso mondiale delle famiglie e da alcuni dei suoi sostenitori nella speranza di dissipare il malessere che si è concentrato sull'evento negli ultimi giorni. L'ondata di polemiche che sta travolgendo della kermesse che si terrà a Verona dal 29 al 31 marzo continua. E non sembra aver alcuna intenzione di placarsi. Seduti intorno a un grande tavolo nella cornice della sede del Comune di Verona ieri c'erano Antonio Brandi e Jacopo Coghe rispettivamente presidente e vicepresidente del Congresso, Alberto Zelger, consigliere comunale veronese, il presidente del Family day, Massimo Gandolfini, Filippo Savarese, direttore delle campagne di Citizengo Italia, il sindaco di Verona, Federico Sboarina, e l'assessore all'Istruzione e al Lavoro della Regione Veneto, Elena Donazzan. Un parterre di rispetto che, tuttavia, di rispetto ne ha ottenuto davvero poco dai presenti in sala. Nell'ora di conferenza stampa organizzata all'unico scopo di fare chiarezza sulla manifestazione, i promotori dell'evento si sono visti costretti a difendersi dai ripetuti attacchi da parte dei presenti in sala. Tra questi, oltre ad alcuni giornalisti, anche attivisti Lgbt locali accreditati all'evento come «finti giornalisti». «Il congresso», ha spiegato il sindaco Sboarina, «sarà uno straordinario laboratorio di idee e promuoverà azioni di sostegno concrete a favore della famiglia, che è e rimane il nucleo fondante della nostra società, anche secondo la Costituzione». Parole semplici, condivisibili, su cui è rimbalzata immediatamente l'accusa di «omofobia e integralismo». Mentre il primo cittadino esponeva i temi che verranno trattati durante il Congresso, la sua voce è stata scavalcata da quella del presidente del circolo Lgbt Pink, Gianni Zardini, che, prima di essere allontanato di peso dalla polizia municipale e dalla Digos presenti in sala Arazzi, ha accusato i presenti di non dare gli stessi diritti e la stessa libertà di espressione alle famiglie arcobaleno. Poco dopo è stata la volta di un altro attivista, anche lui immediatamente allontanato dalla polizia, che ha interrotto i relatori che ricordavano che la famiglia naturale è sancita anche nella Costituzione, urlando che «la Carta fondamentale su cui si basa la Repubblica italiana è basata sull'antifascismo». Un malessere diffuso, secondo il presidente dell'evento Toni Brandi, anche a causa di alcuni media, delle televisioni e di personaggi pubblici nel «tentativo di trasformare in un incontro “contro" quello che in realtà è un qualcosa organizzato “per" i genitori e i loro figli».Massimo Gandolfini, neurochirurgo e presidente del Family day ha sottolineato come la volontà dell'evento sia quella di «mostrare la bellezza e la naturalità della famiglia. Io vengo minacciato di morte perché dico queste cose, ma apriamo gli occhi: questa è la dittatura che ha portato alla supremazia della razza», ha continuato ricordando lo striscione esposto a inizio marzo da alcuni centri sociali («Contro la violenza di genere e confini, abbattiamo il patriarcato, appendiamo Gandolfini»). «Provate a pensare se il Family day facesse un convegno esponendo un cartello con scritto “Appendiamo Scalfarotto" o “Appendiamo Luxuria". Perché non deve sollevarsi altrettanta indignazione per il fatto di tappare la bocca a chi democraticamente, e senza offendere nessuno, ha il coraggio di dire quello che il politicamente corretto non ha più il coraggio di affermare e cioè che la famiglia è un padre, una madre, dei bambini?».Il Congresso sarà un «dibattito» e un «confronto di opinioni», creato per celebrare la famiglia per cui gli organizzatori, hanno ammesso, finiranno in perdita. «I costi sono altissimi e non vengono coperti dai biglietti venduti sul sito (800 e attualmente sold out, ndr)». Polemiche anche sui pacchetti da oltre 1.000 euro che, come spiegato dal vicepresidente Jacopo Coghe, «servono a facilitare le tre giornate alle famiglie, offrendo pranzi, cene e hotel a prezzi agevolati». «Qualcuno ha donato circa 300.000 euro, frutto dei suoi risparmi per aiutare il Congresso», ha spiegato Brandi rispondendo ai cronisti presenti che chiedevano da dove provenissero i finanziamenti. Se infatti gli spazi della Gran Guardia saranno offerti gratuitamente dal Comune di Verona, co-organizzatore dell'evento, rimane sconosciuta la natura del benefattore che ha aiutato la realizzazione dell'evento. Questo qualcuno, che come ribadito più e più volte durante la conferenza preferisce rimanere anonimo, è stato identificato dai giornalisti presenti all'evento come lo stesso presidente del Congresso, Toni Brandi che, tuttavia, ha smentito pubblicamente il proprio coinvolgimento. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-scappa-siete-il-medioevo-2631759356.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-veglia-antiabortista-fa-miracoli-salvati-31-bambini-in-una-settimana" data-post-id="2631759356" data-published-at="1767950901" data-use-pagination="False"> La veglia antiabortista fa miracoli. Salvati 31 bambini in una settimana Ogni anno, negli Stati Uniti d'America, migliaia di cristiani di varie confessioni si impegnano a pregare e a testimoniare la bellezza della vita, dal concepimento alla morte naturale, cercando di scongiurare la pratica, sempre più banalizzata da parte di moltissimi giovani, dell'aborto volontario e diretto. Da alcuni anni è sorta una nuova iniziativa che dura 40 giorni e perciò prende il nome di 40 Days for life. Si tiene, simbolicamente, dal mercoledì delle Ceneri, che quest'anno è caduto il 6 marzo, sino alla domenica che precede la Pasqua, detta comunemente la domenica delle Palme, che sarà il 14 aprile. Mentre Gesù digiunava nel deserto per 40 giorni i cristiani di oggi si sacrificano per i loro fratelli, benché sconosciuti e a volte ostili. Ebbene, come indica il sito, negli ultimi anni la manifestazione ha salvato oltre 15.000 bambini dall'aborto, e quest'anno, nella prima settimana, già 31 bambini sono stati risparmiati da una fine sicura. La lotta per la vita e contro la cultura della morte si snoda ovunque più o meno così. Conoscendo preventivamente le cliniche dove si compiono gli aborti, i giovani pro life si dispongono a poca distanza dall'ingresso, senza disturbare i clienti e i pazienti in alcun modo, non potendo tra l'altro discernere la ragione per cui un uomo o una donna entra in ospedale. Però, oltre a preghiere e canti, che si tengono giorno e notte, per 24 ore al giorno durante l'intera quaresima, i pro life espongono chiaramente dei cartelloni e dei manifesti in favore della vita umana sempre e comunque, distribuendo quando è possibile dei volantini che sinteticamente ricordano che - secondo la biologia - il feto di un uomo non può che essere un bambino della specie homo sapiens. Il quale silenziosamente domanda solo una cosa: il diritto di vivere. Così, i 750.000 volontari che partecipano ai 40 Days for life vengono facilmente interpellati da donne e ragazzine minorenni che si recavano nel luogo di cura per progettare o almeno ipotizzare un aborto. Il sostegno umano e psicologico prestato, e a volte lo stesso aiuto economico nei casi più difficili per la mamma, salvano molte vite innocenti. E nessuna mamma rimpiange mai il proprio figlio dopo che esso ha visto la luce. Questa volta, essendo cresciuto notevolmente il numero dei pubblici oratori, sempre più composto da giovani e giovanissimi difensori dell'umanità, non meno di 277 ospedali vedranno la presenza dei pacifici, ma tenaci militanti per la vita e per la miglior scelta (pro best choice). Il fatto che sempre più medici non vogliano praticare nessuna interruzione di gravidanza (neppure ben remunerata) e che non raramente ragazze e donne si lascino persuadere a conservare il bambino che già vive dentro di loro, è il segno più flagrante che la questione dell'aborto non potrà mai esaurirsi a una questione di leggi, di parlamenti e di «diritti delle donne», come ipotizzava il femminismo vecchia maniera e in generale il mondo dei progressisti. Certe realtà di natura evidentemente etica e antropologica non sono storicizzabili, e il corpo sociale non le assorbe e accetta mai del tutto. Come dimostra la stessa attualità. Di recente infatti si è registrato, nell'America latina, il caso della ex Femen Sara Winter che, dopo anni di battaglie femministe, anti omofobia e pro aborto, ora si è pentita e si è convertita al cattolicesimo. Da punto di riferimento del militantismo Lgbt in Brasile, fino all'incarico appena ricevuto di membro del ministero per le Donne e la Famiglia del governo di Jair Bolsonaro. E questa svolta è dovuta a un aborto che in seguito ha tormentato la pasionaria Winter fino al ripensamento e al cambio di rotta. Auguriamoci che la battaglie per la vita, come quella del sostegno ai medici obiettori o per la salvaguardia del popolo dei bambini down (in via di estinzione per cause ben identificate) possano trovare sempre più spazio nella cultura spaventosamente e tristemente biofobica di oggi. I manifestanti delle varie Marce per la vita nel mondo e in particolare questi coraggiosi militanti dei 40 Days for life, possono essere orgogliosi del lavoro svolto e giustamente parlare di inizio della fine dell'aborto.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 9 gennaio con Carlo Cambi
Reza Pahlavi (Getty Images)
La crisi economica sta strangolando il Paese e, per evitare il crollo, il regime iraniano ha iniziato a versare l’equivalente di circa 6 euro al mese per sovvenzionare l’aumento dei costi dei prodotti alimentari essenziali, come riso, carne e legumi. Alcuni economisti hanno però previsto che molti beni di base triplicheranno il loro costo per il crollo della moneta iraniana e la fine del tasso di cambio agevolato tra dollaro e rial sostenuto dal governo per importatori e i produttori. Inoltre, ieri, come segnalato da Netblocks a Teheran e in gran parte del Paese non è possibile accedere a Internet. La crisi della Repubblica islamica è però molto più profonda e le proteste dimostrano come un cambio di regime possa essere vicino. Le due principali organizzazioni di opposizione all’estero sono il Consiglio nazionale della Resistenza iraniana, il braccio politico del gruppo dei Mojahiddin del Popolo, e i cosiddetti monarchici radunati intorno a Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran, Mohammad Reza Pahlavi. Shahin Gobadi è il portavoce del Consiglio Nazionale della Resistenza iraniana, guidato da Maryam Rajavi, cofondatrice del movimento. «Il regime sta crollando e dopo 47 anni di dittatura, corruzione e spargimenti di sangue, è giunto ad un punto morto», racconta a La Verità, «non è più in grado di soddisfare nemmeno i bisogni più elementari del popolo iraniano, come dimostrano le proteste scoppiate nei bazar di Teheran. Il nostro popolo è stremato dal costante crollo del potere d’acquisto degli stipendi, causato dal saccheggio delle ricchezze nazionali utilizzate per finanziare la Guardia rivoluzionaria. La crisi economica è profonda con l’inflazione annua al 43%, che sui beni essenziali supera addirittura il 100%. Il crollo della valuta nazionale, il rial, sembra inarrestabile, nell’ultimo anno ha perso circa il 70% del suo valore». Gobadi descrive una situazione economica allo stremo, ma quella politica sembra addirittura peggiore. «Nel 2025 ci sono state 2.200 esecuzioni e la risposta di Ali Khamenei alle proteste è stata l’uso di proiettili veri contro i manifestanti e la nomina del generale Ahmad Vahidi, come vicecomandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (Irgc). Sulla testa di Vahidi pende un mandato di arresto internazionale e sembra sia stato uno dei responsabili dell’attentato al centro comunitario ebraico di Buenos Aires nel 1994 che causò la morte di 85 persone. Il regime non ha più base sociale e le Unità di Resistenza, i rappresentanti interni del nostro movimento, si stanno espandendo in tutte le province e le giovani generazioni si stanno unendo al movimento». Ma sul futuro del Paese mediorientale il rappresentante dei Mojahiddin del Popolo ha le idee chiare. «Gli iraniani rifiutano sia le dittature monarchiche che quelle religiose e vogliono un futuro basato sulla volontà sovrana del popolo. Ma una guerra dall’esterno non è la risposta e coloro che hanno riposto le loro speranze in un intervento militare esterno sono stati screditati. La vera soluzione risiede nella resistenza organizzata e nella rivolta popolare, noi abbiamo la forza di abbattere Il regime da soli». Il principe Pahlavi è invece visto dalla diaspora come una grande risorsa e lui non si tira indietro. «Nonostante riconosca che durante il regno di mio padre siano stati commessi degli errori, in tanti in Iran rimpiangono il periodo dello Scià. Ci sono tutte le condizioni perché il regime crolli, continue defezioni, fame e mancanza di acqua. Vogliono addirittura spostare la capitale, perché manca l’acqua per gli abitanti, dopo aver distrutto ed inquinato tutte le falde sotterranee. Per le strade c’è la protesta più forte che abbiamo mai visto e questa volta alla Casa Bianca non ci sono Barack Obama o Joe Biden che non hanno appoggiato le proteste. Biden ha anche permesso al regime di avere accesso ad oltre 200 miliardi di entrate petrolifere ed il regime ha utilizzato quei fondi per finanziare i suoi alleati e questo ha portato all’attacco di Hamas del 7 ottobre. Il presidente Trump la pensa diversamente e lo stiamo vedendo anche perché Marco Rubio è il primo Segretario dai tempi della rivoluzione che capisce l’Iran». Ma su un intervento militare a Teheran anche Pahlavi frena. «Non credo sia necessario fare come in Venezuela, perché il cambiamento in Iran deve essere nelle mani del popolo iraniano. Il mondo deve sostenere la lotta contro questa dittatura religiosa che adesso può crollare. Io mi metto a disposizione per guidare questo cammino ed è già pronto il Progetto di Prosperità dell’Iran, un piano per i primi 100 giorni dopo il crollo. Garantiremo un passaggio di consegne tranquillo ed eviteremo il caos, visto in Iraq e Libia. Dobbiamo sostituire il regime con una formula secolare e democratica coinvolgendo sia monarchici che repubblicani».
Il principe Pahlavi guarda anche ad Israele. «Teheran dovrebbe creare un Accordo di Ciro, per entrare nel gruppo degli Accordi di Abramo. L’ho detto due anni fa a Gerusalemme incontrando Netanyahu: Iran ed Israele hanno una relazione biblica da 25 secoli».
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