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2019-11-13
Di Maio ora strepita: «Se fai disastri, paghi»
L'interruzione degli impianti di Cracovia scatterà il 23 novembre prossimo. Gli altiforni saranno riaccesi, sostengono, «quando il mercato migliorerà» Ma è una spiegazione che sa di fregatura.Il ministro degli Esteri chiude allo scudo penale, proprio mentre il premier Giuseppe Conte incontra i grillini per convincerli a ripensare all'immunità per i francoindiani. Che, tuttavia, hanno già scaricato Taranto. Palazzo Chigi vende fuffa: «Serve cabina di regia».Lo speciale contiene due articoliUna nota secca, di poche righe, pubblicata sul sito Internet della filiale polacca. Arcelor Mittal sospende la produzione a Cracovia a tempo indeterminato. L'interruzione scatterà il 23 novembre prossimo, con un preavviso davvero minimo. È una sospensione temporanea, si dice, ma i tempi al momento sono imprevedibili.Non si sa in quale momento gli altiforni saranno riaccesi: dipenderà da «quando le condizioni del mercato miglioreranno». Per tutti i dipendenti coinvolti nella decisione la multinazionale siderurgica assicura di avere «individuato soluzioni» occupazionali.È un taglio secco di 3 milioni di tonnellate all'anno che riflette la difficilissima situazione del mercato dell'acciaio in Europa. Ma che rafforza il sospetto che il contenzioso aperto a Taranto in realtà nasconda una precisa scelta industriale, quella di svincolarsi da un sito produttivo che per Arcelor Mittal si sta rivelando una gigantesca palla al piede. La protezione legale tolta dal governo italiano si confermerebbe così il pretesto perfetto per sfilarsi.La decisione di ridurre l'attività in Polonia, Paese di minatori e ferriere, era stata presa a maggio e sarebbe dovuta scattare a settembre. La chiusura era però stata rinviata. La produzione negli impianti della Slesia, uno a Cracovia e due nella località non lontana di Dabrowa Gornicza, erano stati ridotti al minimo tecnico «in adeguamento al livello più basso della domanda». Gli impianti di Cracovia hanno un valore storico e simbolico: le prime acciaierie furono costruite da Stalin e intitolate a Lenin; attorno a esse negli anni Cinquanta fu costruito il quartiere operaio di Nowa Huta. I suoi abitanti e le tute blu furono tra i primi a ribellarsi al governo comunista e a chiedere rispetto per i diritti umani e dei lavoratori. I siti siderurgici furono una roccaforte del sindacato Solidarnosc fondato da Lech Walesa. Arcelor Mittal è arrivata a Nowa Huta nel 2003 comprando l'acciaieria all'epoca in mano allo Stato.Ma per una scelta dei tempi che non sembra affatto casuale, la chiusura in Polonia è stata comunicata ufficialmente nel giorno in cui l'azienda ha depositato l'atto di citazione per il recesso del contratto di affitto dell'ex Ilva. Nello stesso giorno, il gigante siderurgico ha compiuto due passi indietro in Europa, a Cracovia e a Taranto. È una coincidenza che la dice lunga sia sulla congiuntura del mercato dell'acciaio sia sulle intenzioni dei franco indiani, che evidentemente si sono convinti di essersi infilati in un vicolo cieco quando hanno strappato il contratto di affitto dell'ex Ilva preliminare alla cessione.Geert Verbeeck, amministratore delegato di Arcelor Mittal in Polonia, ricorda che all'Est gli altiforni furono già chiusi per 7 mesi tra l'agosto 2010 e il marzo 2011 e successivamente vennero riaccesi una volta che il mercato migliorò. Oggi la situazione si ripete: «Gli impianti stanno al momento lavorando al loro minimo tecnico», dice il manager, «quindi non possiamo ridurre ulteriormente i volumi di produzione. Dal momento che la situazione del mercato dell'acciaio continua a deteriorarsi e le previsioni restano cupe, purtroppo non abbiamo altra scelta che spegnerli». La colpa sarebbe in gran parte legata alla stasi che colpisce il settore dell'auto. Nei primi 9 mesi di quest'anno la produzione siderurgica in Europa è scesa del 2,8% rispetto allo stesso periodo del 2018 mentre quella mondiale è cresciuta del 3,9%. Secondo Eurofer, l'associazione europea dell'acciaio, il 2019 rischia di essere l'anno peggiore di tutto il decennio.Lo scorso maggio la multinazionale aveva annunciato anche lo spegnimento degli impianti nelle Asturie spagnole e il ridimensionamento degli impegni sottoscritti a Taranto. L'indebolimento della domanda, spiegava l'azienda, andava di pari passo con l'aumento delle importazioni, in particolare di acciaio russo e cinese, nonostante le misure di salvaguardia adottate dalla Commissione europea. Ma i signori dell'acciaio chiedevano all'Ue una maggiore protezione commerciale, mentre Bruxelles si mostrava sempre più severa con i limiti ambientali e sempre meno generosa con gli aiuti per sostenere i costi energetici.In quell'occasione, ArcelorMittal aveva garantito che in Italia la strategia a lungo termine non cambiava e che il rallentamento produttivo sarebbe stato di breve durata. Non si prevedeva nessun impatto sugli investimenti inseriti nel piano industriale e ambientale per Taranto. Ma già allora i sindacati contestarono la scelta aziendale di comunicare il ridimensionamento della produzione senza informarli preventivamente.La scure dei franco indiani si è abbattuta sulla Polonia probabilmente perché gli operai di Cracovia non hanno mai alzato le barricate contro la fabbrica. Le proteste per le polveri e l'inquinamento non sono venute da verdi o ecologisti, ma da piccoli gruppi locali. «Ma di fatto gli oppositori non hanno seguito», ha spiegato Krzysztof Wòjcik, leader del sindacato autonomo degli operai, «anche perché l'acciaieria è la più grande fabbrica della zona, crea lavoro e versa la maggior parte delle imposte che paga all'amministrazione della città». I dipendenti diretti sono circa 1.200 e l'unico altoforno ancora attivo, a carbone, alimenta anche un indotto stimato in 8.000 posti di lavoro. E sono proprio i lavoratori dell'indotto a rischiare di più nel momento in cui Arcelor Mittal spegne gli impianti e assegna nuove mansioni ai dipendenti diretti.Stefano Filippi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-ora-strepita-se-fai-disastri-paghi-2641325179.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="di-maio-ora-strepita-se-fai-disastri-paghi" data-post-id="2641325179" data-published-at="1779441331" data-use-pagination="False"> Di Maio ora strepita: «Se fai disastri, paghi» Luigi Di Maio alza la voce su Ilva: a Fuori dal coro, il leader politico del M5s ha alzato un muro sullo scudo penale per Arcelor Mittal: «Piacerebbe a tanti imprenditori avere una norma come questa, ma se provochi un disastro ambientale devi pagare. Sarebbe un problema enorme per la maggioranza», ha aggiunto, se Pd o Iv presentassero emendamenti a favore dello scudo. «Se cominciamo con gli sgambetti, Italia viva è quella che ha più da perdere». Di Maio ha chiuso anche alla nazionalizzazione: «Sarebbe dare un alibi agli indiani, sarebbe dire che possono andarsene. Invece devono restare qui. Andremo contro di loro in giudizio». Ma la partita è anche tutta politica. Per il capo politico grillino si tratta infatti di un modo per ritrovare centralità, dopo che è stata Barbara Lezzi, nelle scorse ore, a dettare l'aut aut grillino. Ieri Giuseppe Conte si è fatto politicamente umiliare dalla stessa Lezzi e da altri parlamentari del M5s pugliesi, convocati a palazzo Chigi insieme a Di Maio, Stefano Patuanelli e Federico D'Incà. Conte ha cercato di convincere i parlamentari a dare il via libera all'emendamento presentato da Italia viva che reintroduce lo scudo penale «per togliere ogni alibi ad Arcelor Mittal, anche in vista della battaglia penale». «Scordatelo, non lo voterò mai», ha risposto a muso duro la Lezzi, che ha confermato quanto detto ieri alla Verità in una intervista che ha scosso l'intero governo. Uno smacco anche per Giggino che ormai ha completamente perso il controllo del partito. Conte, secondo alcune indiscrezioni, avrebbe fatto sapere ad Arcelor Mittal che il governo sarebbe disponibile a ridiscutere alcuni punti dell'accordo: oltre alla reintroduzione dello scudo (che, come abbiamo visto, sembra una strada politicamente impraticabile, anche se c'è chi ipotizza di mettere addirittura la fiducia), il premier col ciuffo avrebbe lanciato segnali di apertura anche su altri versanti. La multinazionale, però, sta procedendo sulla strada legale dell'addio all'ex Ilva. Ieri i legali di Arcelor Mittal hanno depositato all'iscrizione a ruolo in Tribunale a Milano l'atto di citazione per il recesso del contratto di affitto, preliminare all'acquisto, dell'ex Ilva. Il documento è già sul tavolo del presidente del Tribunale di Milano, Roberto Bichi. Con il deposito dell'atto di citazione, la causa è stata iscritta a ruolo e ora il presidente Bichi dovrà assegnare il procedimento, in base a rigidi criteri tabellari, a una delle due sezioni specializzate in materia di imprese. L'atto è il documento con cui l'azienda formalizza la volontà di recedere dal contratto di affitto che, secondo gli accordi, avrebbe portato all'acquisto dell'ex Ilva il primo maggio 2021. Come se non bastassero i guai, i sindacati dei metalmeccanici, Fiom, Fim e Uilm, hanno rivelato che ieri, nello stabilimento siderurgico di Taranto, si è verificato un gravissimo incidente: «Una siviera appena uscita dal convertitore 1», hanno raccontato i sindacati, «si è bucata svestendo acciaio in fossa, procurando fiamme altissime che raggiungevano le tubazioni gas». Per poi aggiungere: «Riteniamo intollerabile l'intero accaduto a dimostrazione che l'acciaieria e tutti gli altri impianti necessitano di interventi immediati per la salute la sicurezza dei lavoratori». Se la vicenda non fosse drammatica, con quasi 15.000 lavoratori che rischiano di finire in mezzo a una strada, ci sarebbe da ridere per la curiosa e tutta mediatica iniziativa di Conte, che ha scritto una letterina di Natale ai suoi ministri, attraverso la quale chiede che ciascuno porti proposte per salvare la fabbrica. «In vista del prossimo Consiglio dei ministri di giovedì 14 novembre», ha scritto Giuseppi, come rivelato da Repubblica, «ti invito, nell'ambito delle competenze del tuo dicastero, ad elaborare e, ove fossi nella condizione, a presentare proposte, progetti, soluzioni normative o misure specifiche, sui quali avviare, in quella sede, un primo scambio di idee. La discussione proseguirà poi all'interno della cabina di regia che ho intenzione di istituire con l'obiettivo di pervenire, con urgenza, a soluzioni eque e sostenibili». Gli italiani sanno bene che quando si istituisce una «cabina di regia» significa che non si sa assolutamente che pesci pigliare. Lo scenario a questo punto più verosimile è quello dell'ingresso dello Stato. Una nazionalizzazione, con Cassa depositi e prestiti che dovrebbe dissanguarsi per tenere aperta l'azienda, ripianando le perdite. «Attenzione», ha detto ieri il capogruppo del Pd alla Camera, Graziano Delrio, a Sky Tg24, «ci vogliono nervi saldi, in ballo c'è il destino del nostro paese. Se il presidente del Consiglio vuole dare una garanzia di un potenziale ingresso di Cdp è una buona idea, ma l'importante è non creare confusione, stare tutti uniti e compatti, e riportare al tavolo l'azienda». Poche idee e assai confuse, nel Pd, considerato che il ministro dem dell'Economia, Roberto Gualtieri, in commissione Bilancio ha spiegato che il tema all'ordine del giorno non è la nazionalizzazione, ma «il rispetto degli accordi e l'individuazione di una soluzione sostenibile di mercato e di rilancio, anche per il conseguimento degli obiettivi di bonifica. Piano industriale e ambientale sono strettamente collegati», ha aggiunto Gualtieri, «si deve puntare al ripristino degli approvvigionamenti e che l'Ilva continui a produrre».Chi non darebbe il suo ok alla nazionalizzazione è Silvio Berlusconi, che ha commentato: «Come se ne esce su Ilva? Ci si entra con i soldi di tutti noi, non credo ci sia un'altra soluzione. Noi siamo contrari». Carlo Tarallo
Paolo Berizzi (Ansa)
A Eric Gobetti si possono muovere (e le muoveremo) parecchie critiche, ma non si può non riconoscergli il pregio della trasparenza. A differenza di tanti altri a sinistra, parla chiaro, non si nasconde dietro eufemismi, il che rende le sue tesi molto facili da inquadrare. Egli esplicita con chiarezza e in modo sicuro ciò che tanti altri magari pensano ma non dicono, o dicono con mezze parole. Ecco perché la lettura del suo libro Il nostro terrorismo (Utet) è utilissima ai fini di comprendere quale sia una impostazione molto diffusa - se non la più diffusa - fra i progressisti. Non solo riguardo all’oggetto del saggio, cioè appunto il terrorismo, ma più in generale verso la politica e le idee altrui.
Questo suo saggio, per farla breve, permette di comprendere per quale motivo sia così difficile per una larga fetta di commentatori, politici e analisti anche solo considerare la possibilità che Salim El Koudri sia un terrorista o comunque abbia compiuto un atto terroristico. Gobetti tenta una definizione di terrorismo che risulta a nostro avviso molto discutibile, cioè spiega giustamente che il terrorismo non è una sorta di connotato morale bensì un metodo di lotta (e fin qui ci siamo). Aggiunge che spesso il terrorismo è agito dagli Stati, e ha molta ragione. Poi aggiunge che il fine del terrorismo è sempre politico, e su questo si potrebbe discutere. Forse sarebbe più giusto dire che l’approdo dell’azione terroristica è comunque politico a prescindere dalla volontà e dalla consapevolezza dell’autore. Più difficile è affermare che vi sia sempre un disegno preciso ad animare certe manifestazioni di violenza illegittima. Qui però non ci interessa discutere di definizioni ma esaminare l’approccio. E a tale proposito l’affermazione più potente di Gobetti è senz’altro la seguente: «Il terrorismo è dunque un metodo di lotta non solo criminale, ma anche strutturalmente fascista, secondo l’accezione proposta da Umberto Eco di Ur-fascismo o “fascismo eterno”. Nasce da una logica razzista, bellicista, suprematista, che attribuisce valore assoluto alla violenza, riconosce la supremazia della forza sul dialogo, della guerra sulla pace. Inoltre viene concretamente operato da un piccolo gruppo di “forti”, di superuomini, contro masse di “deboli”, che appartengano alla propria comunità o a quella da colpire. Che essi periscano o vengano travolti da un’ondata di violenza è messo in conto, se non auspicato, da chi sceglie di combattere mediante lo strumento del terrorismo».
Sostenere che il terrorismo sia intrinsecamente fascista equivale a dire che «la violenza è soltanto nera», che è poi ciò che si diceva negli anni di piombo quando si metteva in dubbio l’identità rossa delle Brigate rosse. Tale convinzione porta Gobetti a compiere singolari distinzioni. Egli ammette che i partigiani rossi italiani (come tutti i partigiani del globo) possono fare ricorso al terrore come metodo. Ma parlando nello specifico degli attentati dei Gap, afferma: «Si tratta di singoli episodi, che vanno considerati come tali: il frutto di scelte estreme, connesse alle dinamiche locali, presto proibiti dai comandi superiori. Per i fascisti e i nazisti al contrario la violenza brutale e indiscriminata è sempre stata lo strumento privilegiato per esercitare il potere». Singoli episodi, magari errori. Se la violenza è solo fascista, quando la commettono i rossi deve per forza trattarsi di uno sbaglio, un fraintendimento o di una risposta alla provocazione.
Non è un caso che Gobetti sia anche uno dei più ostinati negazionisti delle foibe: colpa dei fascisti se i titini uccidevano gli italiani. Tale discorso ovviamente si può estendere all’infinito. E infatti Gobetti lo estende, arrivando persino a smussare la geometrica ferocia del terrorismo comunista degli anni di piombo. Per lui dominano le «stragi fasciste», i complotti neri e la strategia della tensione. Dall’altra parte ci sono soltanto «omicidi politici di stampo comunista» di cui alla fine dei conti ha fatto le spese «soprattutto il Pci di Berlinguer». Alla faccia degli opposti estremismi.
Intendiamoci. È vero che si sta parlando di concetti ambigui, scivolosi. È ovvio che talvolta si debba lottare armi in pugno per la libertà, o per quella che si pensa sia libertà: partigiani e terroristi talvolta sono difficilmente distinguibili, non siamo ipocriti. Ed è esattamente al netto dell’ipocrisia che Gobetti riesce ad affermare una grande verità: si tende a definire terrorista ciò che ci fa comodo definire tale. Lo fanno gli Stati, lo fanno i politici. E ovviamente lo fa lo stesso Gobetti con le sue capziose distinzioni tra rossi e neri. A questa tendenza di cui abbiamo avuto fin troppe prove nel corso della storia dobbiamo però aggiungere l’altro dato che emerge con prepotenza dal libro gobettiano (malgrado le intenzioni dell’autore). E cioè che il fronte progressista si considera sempre e comunque dalla parte del giusto. A questo punto basta unire le due evidenze: se terrorismo è la violenza che non fa comodo alla causa, e se la sola causa giusta è quella progressista, si spiega perché, anche di fronte a una strage, ci siano reticenze e negazioni. Ad esempio quelle fatte esplodere da Repubblica tramite un allarmato articolo di Paolo Berizzi, gran cacciatore di fascisti. Nel pezzo, il nostro spiega che «cresce il nichilismo estremista online» e racconta che una «ricerca della Fondazione Icsa approfondisce le tematiche del terrorismo e dell’eversione: “Sono quasi sempre minori, nativi digitali, con difficoltà relazionali, vulnerabilità psicologica e vita sociale marginalizzata”. Marginalizzazione, disagio psichico, vulnerabilità... Sembra il profilo di Salim El Koudry, che è solo un po’ più vecchio. Peccato che l’articolo non sia su di lui ma sui «giovani suprematisti», cioè la «nuova versione di destra» che si configura come «nazirazzista». Tutto chiaro: se un giovane mentalmente fragile si abbevera a qualche forum nazista allora diventa un terrorista. Se un altro giovane parla di bastardi cristiani e compie una strage in stile Isis è solo un pazzo. La violenza è sempre fascista, giusto così.
C’è una sola conclusione possibile: il terrorismo non è questione di dinamica, di terminologia o modalità di azione. È solo un problema di cattiva coscienza.
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Ansa
Non dimentichiamo che, l’altro ieri, era stato il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, a visitare la capitale iraniana, per incontrare il comandante dei pasdaran, Ahmad Vahidi. Non solo. Domani, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si recherà in Cina dove vedrà Xi Jinping.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha reso noto che Teheran starebbe esaminando i «punti di vista» degli americani. Al contempo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha cautamente parlato di «segnali positivi» nel processo diplomatico, confermando il viaggio della delegazione pakistana verso la Repubblica islamica ed esprimendo delusione per il comportamento degli alleati della Nato. Tuttavia, segretario di Stato americano, probabilmente per mettere sotto pressione gli ayatollah, non ha escluso il ricorso all’opzione militare. «La preferenza del presidente è quella di concludere un buon accordo, questa è la sua preferenza», ha detto, per poi aggiungere: «Ma se non riusciamo a raggiungere un buon accordo, il presidente è stato chiaro: ha altre opzioni. Non entrerò nei dettagli, ma tutti le conoscono».
Non mancano ciononostante delle difficoltà. Fonti della Repubblica islamica hanno riferito che la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avrebbe vietato il trasferimento all’estero dell’uranio in procinto di essere utilizzabile per la realizzazione di armamenti. Un’indiscrezione, quest’ultima, che è stata smentita sia dalla Casa Bianca sia da un alto funzionario di Teheran. Del resto, se fosse confermata, la notizia rischierebbe di mettere seriamente in difficoltà il processo diplomatico: Donald Trump notoriamente auspica che il regime khomeinista ceda le proprie scorte di uranio altamente arricchito. Scorte che, durante il suo recente incontro con Xi a Pechino, Vladimir Putin, secondo Interfax, si sarebbe offerto di ospitare in territorio russo. Si tratta di una proposta, quella dello zar, rispetto a cui la Casa Bianca nutre tuttavia freddezza. Ieri, il presidente americano è infatti tornato a ribadire che l’Iran non può conservare il suo uranio altamente arricchito e che saranno gli Stati Uniti a prenderne possesso. «Una volta che lo avremo, lo distruggeremo. Non lo vogliamo», ha affermato Trump, che ha anche detto che il conflitto finirà «molto presto».
Tutto questo, senza dimenticare il nodo di Hormuz. Ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che Teheran sta discutendo con l’Oman l’introduzione di un pedaggio permanente per chi voglia usufruire dello Stretto: un’idea che è stata duramente bocciata dal presidente americano e dallo stesso Rubio, secondo cui l’introduzione di gabelle renderebbe impossibile ogni accordo tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, Centcom ha reso noto di aver «reindirizzato» 94 navi da quando Washington ha imposto il blocco ai porti della Repubblica islamica. Inoltre, secondo la Cnn, l’intelligence statunitense riterrebbe che Teheran starebbe ricostituendo più rapidamente del previsto le proprie capacità militari e che, a seguito del cessate il fuoco con Washington, avrebbe riavviato la produzione di droni. Insomma, la diplomazia è ripartita. Ma la strada non è ancora in discesa.
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Il bombardamento ucraino al quartier generale dell’Fsb russo, nell’oblast di Kherson, ha provocato un centinaio fra vittime e feriti (Ansa)
La base dell’Fsb si trova a Genicheska Hirka, nell’oblast di Kherson. Allegando il video del raid, ha aggiunto che «le perdite russe sono circa un centinaio tra morti e feriti». Anche in questo caso si tratta di un messaggio per «i russi» visto che «devono capire che devono porre fine a questa loro guerra».
Ma non è stato l’unico attacco: il presidente ucraino ha infatti rivendicato un raid contro «la raffineria russa di Sizran, a oltre 800 chilometri dal confine». Inoltre, nella regione russa di Bryansk, un drone ucraino ha colpito una locomotiva, uccidendo tre persone. E anche nella parte della regione di Zaporizhzhia controllata dai russi si contano due vittime dopo che un velivolo senza pilota gialloblù ha attaccato un veicolo.
Che sia poi aumentata la capacità di difesa di Kiev ne è convinto il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov: ha dichiarato che «la percentuale di abbattimenti dei droni Shahed è raddoppiata negli ultimi quattro mesi, nonostante il numero di Shahed lanciati mensilmente dalla Russia sia in aumento del 35%». Gli attacchi di Mosca sull’Ucraina continuano però a mietere vittime: si contano almeno sette morti a seguito dei raid nel Donetsk, a Kharkiv e nella regione di Cherniv.
Zelensky ha intanto incassato ulteriore sostegno da parte degli alleati. Dopo lo spauracchio suscitato da una licenza commerciale britannica che avrebbe permesso l’importazione del petrolio russo da Paesi terzi, il premier laburista Keir Starmer ha fatto rientrare l’allarme. Stando a una nota diffusa da Downing street, i due leader hanno avuto una conversazione telefonica in cui Starmer «ha ribadito il costante sostegno del Regno Unito all’Ucraina e l’impegno per smantellare la macchina da guerra di Putin».
Un ulteriore appoggio a Kiev è arrivato dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz, in tema di integrazione europea. Ha infatti proposto a Bruxelles che l’Ucraina diventi «membro associato» prima della sua completa adesione. Questo tipo di membership includerebbe già la clausola di mutua difesa con l’estensione all’Ucraina dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Ue. A commentare l’iniziativa è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Pur riconoscendo che «l’Ucraina è un Paese candidato a far parte dell’Ue», ha precisato: «Però non dobbiamo dimenticare i Balcani che sono candidati da prima». Intanto pare che la presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue abbia fissato entro giugno l’avvio del primo pacchetto di negoziati per l’adesione. E non è escluso che sul tavolo ci sia anche la proposta di Merz. Un aiuto indirizzato al settore energetico ucraino arriva invece dall’Italia: il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha reso noto che il nostro Paese «fornirà ulteriori 10 milioni di euro per sostenere i lavori di ripristino e riparazione nel settore energetico».
E mentre il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha rimproverato «molti» alleati di «non spendere abbastanza per il sostegno all’Ucraina», c’è invece chi ha redarguito Kiev. La Lituania ha confermato che il drone precipitato sul suo territorio lo scorso 17 maggio è ucraino. Tra l’altro sia mercoledì sia ieri sono stati individuati velivoli senza pilota nei cieli lituani, ma non è stato comunicato l’autore. È in questo contesto che la Polonia ha chiesto a Kiev di usare i droni «con più precisione». La più critica è stata la Grecia: dopo il ritrovamento nelle acque greche di un drone marino ucraino, il ministro ellenico della Difesa, Nikos Dendias, ha affermato: «Ci devono delle scuse e la garanzia assoluta che una cosa del genere non si ripeterà più». Dall’altra parte, la Svezia ha preso le difese di Kiev.
A Mosca, intanto, si traccia l’identikit dei negoziatori europei. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha affermato che «dovrebbero essere persone che godono della fiducia dei loro cittadini, che non abbiano optato per un nazionalismo esplicito, in particolare per la russofobia». Ma Zakharova si è anche esposta sui cittadini della Transnistria, dopo che Mosca ha assicurato agli abitanti una procedura semplificata per ottenere la cittadinanza russa: «La Russia è pronta a ricorrere a tutti i mezzi necessari per garantire la loro sicurezza».
Per Zelensky è senz’altro un grattacapo che si aggiunge alla questione della Bielorussia. Mentre il presidente russo Vladimir Putin, insieme all’omologo bielorusso Aleksandr Lukashenko, ha assistito ieri in videoconferenza alle esercitazioni nucleari congiunte dei due Paesi, Kiev teme un attacco da Minsk. Così il Servizio di sicurezza ucraino ha annunciato di stare «attuando una serie di misure di sicurezza rafforzate nelle regioni settentrionali» dell’Ucraina. Lukashenko ha cercato di allentare le tensioni con Kiev, sostenendo che Minsk non si farà «trascinare» nella guerra. E si è detto «pronto a incontrare» Zelensky. Ma il presidente ucraino ha già lanciato il suo avvertimento: Lukashenko «deve capire che ci saranno conseguenze se ci sarà l’aggressione contro l’Ucraina».
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