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2024-11-10
Denatalità. Emergenza globale
Il 50% del Pil mondiale è grosso modo prodotto in tre aree del pianeta: gli Stati Uniti, l’Europa e tre Paesi asiatici (Cina, Giappone e Corea del Sud). Ebbene, il tasso di natalità di ciascuna di queste tre aree è rispettivamente di circa 1,62, 1,45 e 1 figlio per donna. La parte più dinamica e prospera del globo, insomma, neppure sfiora quei 2,1 figli per donna, noto come tasso di sostituzione, cruciali per garantire non già la crescita, bensì semplicemente il futuro di una comunità.
Se a tutto ciò si aggiunge il calo globale della natalità - il 97% dei Paesi nel 2100 non avrà tassi di fertilità sufficienti per evitare il declino demografico, ha stabilito una ricerca uscita a marzo su The Lancet - si comprende come la denatalità sia un’emergenza globale. Anche perché mai nella storia un simile declino demografico si è verificato in questi termini. Non a caso lo scorso 10 ottobre su Foreign Affairs l’economista Nicholas Eberstadt ha scritto che «per la prima volta dalla peste nera del 1300, la popolazione umana diminuirà. Ma mentre l’ultima implosione era causata da una malattia mortale, quella imminente sarà dovuta alle scelte delle persone». Che fare, dunque, per fronteggiare questo fenomeno epocale quanto drammatico?
Le risposte che l’agenda progressista - non di rado trovando sponde conservatrici - propone in modo martellante sono essenzialmente tre e sono tutte e tre limitate, se non fallimentari. La prima, ça va sans dire, è l’immigrazione: apriamo le frontiere, è il noto mantra, è i migranti faranno provvidenzialmente non solo i lavori ma perfino i figli che noi non vogliamo più fare. Ricetta interessante, se non fosse stata già smentita da due anni dallo stesso Istat che, in una nota del 19 dicembre 2022, segnalava che «a partire dagli anni Duemila l’apporto dell’immigrazione, con l’ingresso di popolazione giovane - spesso derivante dei ricongiungimenti familiari favoriti dalle massicce regolarizzazioni - ha parzialmente contenuto gli effetti del baby-bust». Ma l’apporto dell’immigrazione, aveva altresì notato Istat, «sta lentamente perdendo efficacia man mano che invecchia anche il profilo per età della popolazione straniera residente».
Analogamente, in America il Center for immigration studies segnala che «la presenza di immigrati nel Paese ha solo un impatto modesto sulla fecondità complessiva». Ma in realtà già nel 1992 l’economista Carl Schmertmann su Demography sottolineava che gli «afflussi costanti di immigrati, anche a età relativamente giovani, non ringiovaniscono necessariamente le popolazioni a bassa fertilità». Se a ciò si aggiungono le evidenze di The Lancet sul prossimo crollo globale della fertilità, si comprende l’assurdo di addossare agli immigrati l’uscita da un problema, l’inverno demografico, che prima o poi avranno pure a casa loro.
Dunque l’immigrazione è al massimo un pannicello caldo, rispetto all’emergenza denatalità; e lo è pure il secondo mantra progressista: l’occupazione femminile vista come da promuovere affinché nascano più bambini. La convinzione è nata perché, nei primi anni 2000, i sociologi avevano notato che - se storicamente c’era una correlazione negativa tra tasso di partecipazione femminile e fertilità - alla fine degli anni Novanta quel legame pareva essersi capovolto; un cambiamento c’è stato, ma debole. In effetti, l’Occidente in cui ora l’inverno demografico risulta più micidiale è lo stesso in cui il ruolo delle donne nel mercato del lavoro e nelle istituzioni tocca i suoi apici.
Due esempi per capire meglio: il primo è europeo. Considerando il gender gap - l’indice di parità basato su opportunità economiche, istruzione, salute ed emancipazione politica - i Paesi che meglio lo hanno colmato nel 2023 sono stati Islanda, Norvegia, Finlandia. Eppure dal 2010 al 2020 tutti hanno visto un calo della fertilità: in Islanda da 2,2 figli a 1,72, in Norvegia da 1,95 a 1,48, in Finlandia da 1,87 a 1,37. Altro Continente, altro esempio: l’efficientissimo Giappone che, con la cosiddetta Abenomics, sperava di aumentare i tassi di fertilità facilitando l’equilibrio tra lavoro e vita privata delle donne e spingendo le aziende assumere lavoratrici. La quota di giapponesi nel mondo del lavoro è cresciuta veramente. Non così, però, il tasso di fertilità, che tra il 2013 e il 2019, in piena Abenomics, è sceso ancora da 1,42 a 1,36.
Perfino, terzo punto, i bonus alle famiglie - che pure, intendiamoci, sono provvedimenti da salutare sempre positivamente - funzionano poco, purtroppo. Eloquente la copertina di maggio dell’Economist, intitolata «Cash for kids: Why policies to boost birth rates don’t work», cioè «Soldi per i figli: perché le politiche per aumentare i tassi di natalità non funzionano». Ma già nel 2022 Bernice Kuang, demografa dall’Università di Southampton, dichiarava al Financial Times: «Non risulta dimostrato che le politiche pro natalità modifichino i livelli di fertilità». Nel 2020 era invece l’Australian financial review a titolare: «Perché le politiche per la fertilità non funzionano».
La scarsa efficacia dei bonus per i figli conduce al cuore del problema della denatalità, che non è economico ma valoriale. Certo, il precariato lavorativo e l’incertezza finanziaria non aiutano, ma non è su questo che si basano le famiglie che i figli li fanno ancora. Lo conferma Catherine Pakaluk, economista della Catholic University of America, moglie, madre di otto figli ed autrice di Hannah’s Children: The Women Quietly Defying the Birth Dearth (Regnery, 2024), un testo con testimonianze di prima mano di 55 donne che stanno «sfidando l’inverno demografico».
Intervistando queste madri, Pakaluk si è anzitutto accorta che la scelta di avere più figli è ancora possibile, ma dipende non da fattori materiali - se così fosse, del resto, non sarebbero le aree più prospere del mondo quelle demograficamente più in crisi - bensì il valore che si dà ai bambini. Inoltre, ha notato che il valore attribuito ai bambini e che conta è quello che li inquadra come benedizioni di Dio: in una parola, conta la religione. Non è un caso che già nel 2011 il sociologo Erik Kaufmann avesse dato alle stampe un libro intitolato: Shall the Religious Inherit the Earth?: Demography and Politics in the Twenty-First, ossia «I religiosi erediteranno la Terra?: Demografia e politiche nel ventunesimo secolo».
Per fronteggiare davvero l’inverno demografico dovremmo dunque riconsiderare l’importanza sociale della fede - da anni, in nome della laicità, relegata a ininfluente dato privato - e pure del matrimonio. Se ne sono accorti nel 2021 Mengni Chen e Paul Yip dell’Università di Hong Kong che, esaminando cinque distinti contesti - Hong Kong, Taiwan, Giappone, Corea del Sud e Singapore -, hanno visto come il gruppo femminile che più incide nella natalità siano le donne tra i 25 e i 29 anni che convolano a nozze: per ogni crescita dell’1% del tasso di matrimonio tra costoro, sale di circa lo 0,3% pure il tasso di fertilità.
Su questo fa testo l’Ungheria di Viktor Orbán, che nel 2010 era il ventottesimo Paese in Europa per tasso di matrimoni mentre oggi - dopo aver fatto segnare un balzo di crescita superiore al 90% - è il primo; parallelamente, pur non essendo comunque uscita dall’inverno demografico, e senza spalancare le porte ai migranti, l’Ungheria è salita dagli 1,23 figli per donna del 2011 ai quasi 1,6 attuali. Neppure Orbán, va detto, sta per ora sconfiggendo l’inverno demografico. Ma lo combatte bene. Quanto meno, lo sfida senza affidarsi ai vaccini dell’agenda progressista, che tutto fanno fuorché riempire le culle.
«Troppi governi negano perfino che sia un problema»
Paul Morland è un’autorità in campo demografico. Ricercatore presso il Birkbeck College, Università di Londra, e membro del St Antony’s College, Oxford, ai temi della natalità ha infatti già dedicato diversi volumi - l’ultimo, No One Left (Forum, 2024), è stato promosso «come molto leggibile» nonché un testo il cui autore «ha sicuramente ragione» (Financial Times) - e c’è chi lo ha incoronato come «principale demografo del Regno Unito» (Scottish Herald). Per questo, viene consultato da testate di mezzo mondo, dal Telegraph a Toronto Globe, da Der Spiegel al Jerusalem Post.
Morland, l’Occidente finalmente ha notato il problema del calo delle nascite, ma praticamente nessuno lo sta superando. Che cosa non abbiamo capito?
«Innanzitutto, molti governi si rifiutano di riconoscere o comprendere il problema. Il governo del Regno Unito, ad esempio, per decenni di fecondità al di sotto della soglia di sostituzione (che è di 2,1 figli per donna, ndr) è stato silenzioso sull’argomento. Ora siamo tornati indietro, col primo ministro che ha dichiarato esplicitamente di non avere un’opinione sui tassi di fecondità. In secondo luogo, c’è da dire che, compreso il problema, le persone a volte pensano che ci siano soluzioni rapide e facili. Ma è necessario ben altro: un totale ripensamento dello Stato e della cultura nazionale».
La Francia fino a qualche anno fa era indicata come caso positivo. Eppure oggi, nonostante il buon welfare, anche là è scesa sotto il valore decisivo di 2,1 figli per donna. Perché?
«La Francia è come ogni altro Paese sviluppato e molti meno sviluppati. Le ragioni per cui il suo tasso di fertilità è al di sotto della sostituzione e in calo sono le stesse degli altri - formazione della famiglia e procreazione troppo bassi, tra le priorità dell’attuale coorte di persone in età fertile -, con alcuni fattori locali specifici. In Francia i fattori locali, come l’impegno del governo per tassi di fertilità più elevati e accordi fiscali e previdenziali concomitanti, tendono a rendere la Francia uno dei Paesi con le prestazioni migliori, ma ancora troppo basse. Dopodiché le donne francesi non hanno abbastanza figli, vero, ma hanno mezzo figlio o giù di lì in più rispetto alle spagnole, tedesche e italiane. Ciò è significativo».
Come vede l’Italia?
«Il tasso di fertilità italiano è disperatamente basso e lo è da molto tempo. Le prospettive per l’Italia sono disastrose. Ma almeno il primo ministro italiano ha riconosciuto la questione e ha detto che è una priorità risolverla. Il governo ha iniziato a mettere in atto politiche per affrontare la questione. Ora deve lavorare per cambiare la cultura in modo che ancora una volta la famiglia sia al centro della vita italiana».
Come rimedio alla bassa natalità, i politici progressisti indicano l’immigrazione. È così?
«L’immigrazione è una soluzione a breve termine. Gli immigrati tendono ad avere tassi di natalità in calo e invecchiano. È una soluzione per i Paesi che possono attrarre immigrati; la Cina, ad esempio, è troppo grande e relativamente troppo povera per attrarre abbastanza immigrati da fare la differenza. E sempre meno Paesi hanno alti tassi di fertilità, e la maggior parte di quelli che li hanno ha una bassa produttività, quindi non si importa una popolazione che si sta sviluppando economicamente».
Cosa risponde agli ambientalisti secondo cui la bassa natalità sia un bene, perché l’umanità causa inquinamento?
«Se consumi il lavoro degli altri ma non lo produci - se vuoi un autista di autobus o un’infermiera o qualcuno al supermercato -, allora attiri semplicemente persone dai Paesi a basse emissioni inquinanti verso i Paesi ad alte emissioni. La soluzione ai nostri problemi ambientali è più innovazione e questo richiede persone giovani e creative».
Lei sostiene che, per avere più figli, i valori contano più degli aiuti economici. Perché?
«Perché i Paesi ricchi e poveri hanno tutti bassi tassi di fertilità. Giamaica e Thailandia, per esempio; e dove gli alloggi sono economici e l’assistenza all’infanzia sovvenzionata, i tassi di fertilità sono ancora bassi. Ciò che fa la differenza è ciò a cui le persone danno la priorità, e questo è guidato dalla cultura e dai valori».
Perché i politici - e anche molti intellettuali - fanno fatica a capire che il basso tasso di natalità non è solo un problema economico? Ragionano forse troppo in termini materialistici?
«I politici tendono a pensare in termini di cose che possono facilmente risolvere attraverso il sistema fiscale e previdenziale e cercano soluzioni che possono mostrare risultati entro un ciclo elettorale. Ci vorranno anni per invertire i bassi tassi di fertilità e ci vorranno decenni per vedere i benefici di un’inversione di tendenza nella forza lavoro e nell’economia. Questo è il lavoro di generazioni. Come ha detto il mio amico economista Philip Pilkington, i politici tendono a pensare che la demografia possa essere influenzata dai cambiamenti in questa o quella politica nello stesso modo in cui l’inflazione può essere influenzata dai cambiamenti nei tassi di interesse. In realtà, la scala temporale è piuttosto diversa perché gli atteggiamenti e le priorità che devono cambiare sono molto più profondi».
Quali consigli darebbe ai politici per un cambiamento demografico?
«Bisogna riconoscere e parlare del problema, ed esprimere l’intenzione di fare qualcosa al riguardo. Sperimentare politiche economiche, fiscali e di benefit per incoraggiare la fertilità. Per incoraggiare la fertilità, serve insomma pensare fuori dagli schemi e a modi per cambiare la cultura».
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Il mondo non ha tassi di fertilità sufficienti a evitare il declino demografico. La soluzione, dicono i dati, non è l’immigrazione ma la riscoperta del valore religioso di una nuova vita.L’esperto Paul Morland: «Meno nati sia nei Paesi ricchi sia in quelli poveri, per invertire il trend servono anni. In Italia qualche buon segnale».Lo speciale contiene due articoliIl 50% del Pil mondiale è grosso modo prodotto in tre aree del pianeta: gli Stati Uniti, l’Europa e tre Paesi asiatici (Cina, Giappone e Corea del Sud). Ebbene, il tasso di natalità di ciascuna di queste tre aree è rispettivamente di circa 1,62, 1,45 e 1 figlio per donna. La parte più dinamica e prospera del globo, insomma, neppure sfiora quei 2,1 figli per donna, noto come tasso di sostituzione, cruciali per garantire non già la crescita, bensì semplicemente il futuro di una comunità. Se a tutto ciò si aggiunge il calo globale della natalità - il 97% dei Paesi nel 2100 non avrà tassi di fertilità sufficienti per evitare il declino demografico, ha stabilito una ricerca uscita a marzo su The Lancet - si comprende come la denatalità sia un’emergenza globale. Anche perché mai nella storia un simile declino demografico si è verificato in questi termini. Non a caso lo scorso 10 ottobre su Foreign Affairs l’economista Nicholas Eberstadt ha scritto che «per la prima volta dalla peste nera del 1300, la popolazione umana diminuirà. Ma mentre l’ultima implosione era causata da una malattia mortale, quella imminente sarà dovuta alle scelte delle persone». Che fare, dunque, per fronteggiare questo fenomeno epocale quanto drammatico? Le risposte che l’agenda progressista - non di rado trovando sponde conservatrici - propone in modo martellante sono essenzialmente tre e sono tutte e tre limitate, se non fallimentari. La prima, ça va sans dire, è l’immigrazione: apriamo le frontiere, è il noto mantra, è i migranti faranno provvidenzialmente non solo i lavori ma perfino i figli che noi non vogliamo più fare. Ricetta interessante, se non fosse stata già smentita da due anni dallo stesso Istat che, in una nota del 19 dicembre 2022, segnalava che «a partire dagli anni Duemila l’apporto dell’immigrazione, con l’ingresso di popolazione giovane - spesso derivante dei ricongiungimenti familiari favoriti dalle massicce regolarizzazioni - ha parzialmente contenuto gli effetti del baby-bust». Ma l’apporto dell’immigrazione, aveva altresì notato Istat, «sta lentamente perdendo efficacia man mano che invecchia anche il profilo per età della popolazione straniera residente». Analogamente, in America il Center for immigration studies segnala che «la presenza di immigrati nel Paese ha solo un impatto modesto sulla fecondità complessiva». Ma in realtà già nel 1992 l’economista Carl Schmertmann su Demography sottolineava che gli «afflussi costanti di immigrati, anche a età relativamente giovani, non ringiovaniscono necessariamente le popolazioni a bassa fertilità». Se a ciò si aggiungono le evidenze di The Lancet sul prossimo crollo globale della fertilità, si comprende l’assurdo di addossare agli immigrati l’uscita da un problema, l’inverno demografico, che prima o poi avranno pure a casa loro.Dunque l’immigrazione è al massimo un pannicello caldo, rispetto all’emergenza denatalità; e lo è pure il secondo mantra progressista: l’occupazione femminile vista come da promuovere affinché nascano più bambini. La convinzione è nata perché, nei primi anni 2000, i sociologi avevano notato che - se storicamente c’era una correlazione negativa tra tasso di partecipazione femminile e fertilità - alla fine degli anni Novanta quel legame pareva essersi capovolto; un cambiamento c’è stato, ma debole. In effetti, l’Occidente in cui ora l’inverno demografico risulta più micidiale è lo stesso in cui il ruolo delle donne nel mercato del lavoro e nelle istituzioni tocca i suoi apici. Due esempi per capire meglio: il primo è europeo. Considerando il gender gap - l’indice di parità basato su opportunità economiche, istruzione, salute ed emancipazione politica - i Paesi che meglio lo hanno colmato nel 2023 sono stati Islanda, Norvegia, Finlandia. Eppure dal 2010 al 2020 tutti hanno visto un calo della fertilità: in Islanda da 2,2 figli a 1,72, in Norvegia da 1,95 a 1,48, in Finlandia da 1,87 a 1,37. Altro Continente, altro esempio: l’efficientissimo Giappone che, con la cosiddetta Abenomics, sperava di aumentare i tassi di fertilità facilitando l’equilibrio tra lavoro e vita privata delle donne e spingendo le aziende assumere lavoratrici. La quota di giapponesi nel mondo del lavoro è cresciuta veramente. Non così, però, il tasso di fertilità, che tra il 2013 e il 2019, in piena Abenomics, è sceso ancora da 1,42 a 1,36. Perfino, terzo punto, i bonus alle famiglie - che pure, intendiamoci, sono provvedimenti da salutare sempre positivamente - funzionano poco, purtroppo. Eloquente la copertina di maggio dell’Economist, intitolata «Cash for kids: Why policies to boost birth rates don’t work», cioè «Soldi per i figli: perché le politiche per aumentare i tassi di natalità non funzionano». Ma già nel 2022 Bernice Kuang, demografa dall’Università di Southampton, dichiarava al Financial Times: «Non risulta dimostrato che le politiche pro natalità modifichino i livelli di fertilità». Nel 2020 era invece l’Australian financial review a titolare: «Perché le politiche per la fertilità non funzionano».La scarsa efficacia dei bonus per i figli conduce al cuore del problema della denatalità, che non è economico ma valoriale. Certo, il precariato lavorativo e l’incertezza finanziaria non aiutano, ma non è su questo che si basano le famiglie che i figli li fanno ancora. Lo conferma Catherine Pakaluk, economista della Catholic University of America, moglie, madre di otto figli ed autrice di Hannah’s Children: The Women Quietly Defying the Birth Dearth (Regnery, 2024), un testo con testimonianze di prima mano di 55 donne che stanno «sfidando l’inverno demografico». Intervistando queste madri, Pakaluk si è anzitutto accorta che la scelta di avere più figli è ancora possibile, ma dipende non da fattori materiali - se così fosse, del resto, non sarebbero le aree più prospere del mondo quelle demograficamente più in crisi - bensì il valore che si dà ai bambini. Inoltre, ha notato che il valore attribuito ai bambini e che conta è quello che li inquadra come benedizioni di Dio: in una parola, conta la religione. Non è un caso che già nel 2011 il sociologo Erik Kaufmann avesse dato alle stampe un libro intitolato: Shall the Religious Inherit the Earth?: Demography and Politics in the Twenty-First, ossia «I religiosi erediteranno la Terra?: Demografia e politiche nel ventunesimo secolo».Per fronteggiare davvero l’inverno demografico dovremmo dunque riconsiderare l’importanza sociale della fede - da anni, in nome della laicità, relegata a ininfluente dato privato - e pure del matrimonio. Se ne sono accorti nel 2021 Mengni Chen e Paul Yip dell’Università di Hong Kong che, esaminando cinque distinti contesti - Hong Kong, Taiwan, Giappone, Corea del Sud e Singapore -, hanno visto come il gruppo femminile che più incide nella natalità siano le donne tra i 25 e i 29 anni che convolano a nozze: per ogni crescita dell’1% del tasso di matrimonio tra costoro, sale di circa lo 0,3% pure il tasso di fertilità.Su questo fa testo l’Ungheria di Viktor Orbán, che nel 2010 era il ventottesimo Paese in Europa per tasso di matrimoni mentre oggi - dopo aver fatto segnare un balzo di crescita superiore al 90% - è il primo; parallelamente, pur non essendo comunque uscita dall’inverno demografico, e senza spalancare le porte ai migranti, l’Ungheria è salita dagli 1,23 figli per donna del 2011 ai quasi 1,6 attuali. Neppure Orbán, va detto, sta per ora sconfiggendo l’inverno demografico. Ma lo combatte bene. Quanto meno, lo sfida senza affidarsi ai vaccini dell’agenda progressista, che tutto fanno fuorché riempire le culle. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/denatalita-emergenza-globale-2669741756.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="troppi-governi-negano-perfino-che-sia-un-problema" data-post-id="2669741756" data-published-at="1731223039" data-use-pagination="False"> «Troppi governi negano perfino che sia un problema» Paul Morland è un’autorità in campo demografico. Ricercatore presso il Birkbeck College, Università di Londra, e membro del St Antony’s College, Oxford, ai temi della natalità ha infatti già dedicato diversi volumi - l’ultimo, No One Left (Forum, 2024), è stato promosso «come molto leggibile» nonché un testo il cui autore «ha sicuramente ragione» (Financial Times) - e c’è chi lo ha incoronato come «principale demografo del Regno Unito» (Scottish Herald). Per questo, viene consultato da testate di mezzo mondo, dal Telegraph a Toronto Globe, da Der Spiegel al Jerusalem Post. Morland, l’Occidente finalmente ha notato il problema del calo delle nascite, ma praticamente nessuno lo sta superando. Che cosa non abbiamo capito? «Innanzitutto, molti governi si rifiutano di riconoscere o comprendere il problema. Il governo del Regno Unito, ad esempio, per decenni di fecondità al di sotto della soglia di sostituzione (che è di 2,1 figli per donna, ndr) è stato silenzioso sull’argomento. Ora siamo tornati indietro, col primo ministro che ha dichiarato esplicitamente di non avere un’opinione sui tassi di fecondità. In secondo luogo, c’è da dire che, compreso il problema, le persone a volte pensano che ci siano soluzioni rapide e facili. Ma è necessario ben altro: un totale ripensamento dello Stato e della cultura nazionale». La Francia fino a qualche anno fa era indicata come caso positivo. Eppure oggi, nonostante il buon welfare, anche là è scesa sotto il valore decisivo di 2,1 figli per donna. Perché? «La Francia è come ogni altro Paese sviluppato e molti meno sviluppati. Le ragioni per cui il suo tasso di fertilità è al di sotto della sostituzione e in calo sono le stesse degli altri - formazione della famiglia e procreazione troppo bassi, tra le priorità dell’attuale coorte di persone in età fertile -, con alcuni fattori locali specifici. In Francia i fattori locali, come l’impegno del governo per tassi di fertilità più elevati e accordi fiscali e previdenziali concomitanti, tendono a rendere la Francia uno dei Paesi con le prestazioni migliori, ma ancora troppo basse. Dopodiché le donne francesi non hanno abbastanza figli, vero, ma hanno mezzo figlio o giù di lì in più rispetto alle spagnole, tedesche e italiane. Ciò è significativo». Come vede l’Italia? «Il tasso di fertilità italiano è disperatamente basso e lo è da molto tempo. Le prospettive per l’Italia sono disastrose. Ma almeno il primo ministro italiano ha riconosciuto la questione e ha detto che è una priorità risolverla. Il governo ha iniziato a mettere in atto politiche per affrontare la questione. Ora deve lavorare per cambiare la cultura in modo che ancora una volta la famiglia sia al centro della vita italiana». Come rimedio alla bassa natalità, i politici progressisti indicano l’immigrazione. È così? «L’immigrazione è una soluzione a breve termine. Gli immigrati tendono ad avere tassi di natalità in calo e invecchiano. È una soluzione per i Paesi che possono attrarre immigrati; la Cina, ad esempio, è troppo grande e relativamente troppo povera per attrarre abbastanza immigrati da fare la differenza. E sempre meno Paesi hanno alti tassi di fertilità, e la maggior parte di quelli che li hanno ha una bassa produttività, quindi non si importa una popolazione che si sta sviluppando economicamente». Cosa risponde agli ambientalisti secondo cui la bassa natalità sia un bene, perché l’umanità causa inquinamento? «Se consumi il lavoro degli altri ma non lo produci - se vuoi un autista di autobus o un’infermiera o qualcuno al supermercato -, allora attiri semplicemente persone dai Paesi a basse emissioni inquinanti verso i Paesi ad alte emissioni. La soluzione ai nostri problemi ambientali è più innovazione e questo richiede persone giovani e creative». Lei sostiene che, per avere più figli, i valori contano più degli aiuti economici. Perché? «Perché i Paesi ricchi e poveri hanno tutti bassi tassi di fertilità. Giamaica e Thailandia, per esempio; e dove gli alloggi sono economici e l’assistenza all’infanzia sovvenzionata, i tassi di fertilità sono ancora bassi. Ciò che fa la differenza è ciò a cui le persone danno la priorità, e questo è guidato dalla cultura e dai valori». Perché i politici - e anche molti intellettuali - fanno fatica a capire che il basso tasso di natalità non è solo un problema economico? Ragionano forse troppo in termini materialistici? «I politici tendono a pensare in termini di cose che possono facilmente risolvere attraverso il sistema fiscale e previdenziale e cercano soluzioni che possono mostrare risultati entro un ciclo elettorale. Ci vorranno anni per invertire i bassi tassi di fertilità e ci vorranno decenni per vedere i benefici di un’inversione di tendenza nella forza lavoro e nell’economia. Questo è il lavoro di generazioni. Come ha detto il mio amico economista Philip Pilkington, i politici tendono a pensare che la demografia possa essere influenzata dai cambiamenti in questa o quella politica nello stesso modo in cui l’inflazione può essere influenzata dai cambiamenti nei tassi di interesse. In realtà, la scala temporale è piuttosto diversa perché gli atteggiamenti e le priorità che devono cambiare sono molto più profondi». Quali consigli darebbe ai politici per un cambiamento demografico? «Bisogna riconoscere e parlare del problema, ed esprimere l’intenzione di fare qualcosa al riguardo. Sperimentare politiche economiche, fiscali e di benefit per incoraggiare la fertilità. Per incoraggiare la fertilità, serve insomma pensare fuori dagli schemi e a modi per cambiare la cultura».
Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni (Ansa)
Paletti che possono essere riassunti così: questi soldi (comunque debito, ricordiamolo) potranno essere spesi per investimenti in energie rinnovabili, ma non per interventi di «pronto soccorso», come ad esempio il taglio delle accise, che scade dopodomani, 6 giugno. Non è escluso tuttavia che il governo possa dare vita a qualche operazione di «maquillage» contabile, in modo da impegnare i fondi ricavati da questa nuova flessibilità in progetti già finanziati, e liberare così risorse per le esigenze immediate degli italiani.
È questa la strada che probabilmente verrà percorsa, come del resto si può intuire dalle parole di Giorgia Meloni: «La Commissione europea», commenta il presidente del Consiglio in un video diffuso ieri sera, «ha accolto la richiesta italiana di avere maggiore flessibilità di bilancio per affrontare la crisi energetica. Questo ci consentirà di spendere 14 miliardi di euro nei prossimi tre anni per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia che colpisce chiaramente le famiglie vulnerabili, le imprese energivore, che colpisce gli italiani. Nei giorni scorsi avevo scritto alla presidente Von der Leyen per affrontare la questione», aggiunge la Meloni, «e ribadire come in questa fase fosse prioritario consentire maggiore deficit non solo per le spese in sicurezza e difesa ma anche per gli interventi sul caro energia. È quindi un risultato estremamente importante, che in molti consideravano impossibile ma che abbiamo costruito con determinazione e pazienza che conferma la capacità dell’Italia di far valere i propri interessi e di proporre soluzioni efficaci e di buon senso all’intera Europa».
La novità è compresa nel pacchetto-primavera del Semestre europeo, presentato ieri. «Proponiamo una flessibilità fiscale limitata per affrontare le sfide della crisi energetica», spiega il commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, «che consiste nell’estendere l’ambito di applicazione della Clausola nazionale di salvaguardia per la difesa, includendo anche misure che accelerino la transizione e l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili. Nello specifico, proponiamo la possibilità di usare fino allo 0,3% del Pil all’anno nel 2026, 2027 e 2028 per misure che rafforzino la resilienza strutturale del sistema energetico con un limite cumulato pari allo 0,6% del Pil nell'arco dei 3 anni». Questi soldi potranno essere utilizzati per «misure volte a ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili, come per esempio grandi progetti di investimento nelle reti elettriche, nel migliorare l’utilizzo delle rinnovabili, ma anche per sussidi per le famiglie e per le imprese, come ad esempio l’acquisto di veicoli elettrici o di sistemi di riscaldamento a migliore efficienza energetica, impianti solari, batterie per conservare l’energia elettrica». Quindi, niente taglio delle accise? «No. Questa flessibilità fiscale aggiuntiva», sottolinea ancora Dombrovskis, «che uno Stato può decidere se usare o meno, non copre le misure di sostegno che sovvenzionano l’uso di combustibili fossili, come ad esempio le riduzioni mirate delle accise. Stiamo affrontando uno shock dell’offerta, e non si può affrontare uno choc dell’offerta stimolando la domanda, perché se molti paesi lo facessero, ciò non farebbe altro che sostenere prezzi dell’energia più elevati per petrolio e gas, e di conseguenza, gli Stati membri spenderebbero molti soldi per un vantaggio limitato. La flessibilità sarà disponibile per le misure intraprese a partire da febbraio 2026».
«Sono soddisfatto», commenta il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato. Nel momento in cui verranno precisati i limiti di utilizzo il Mef si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie. Naturalmente la valutazione deve essere fatta complessivamente e dovrà tener conto anche delle ultime stime fornite dalla Commissione e degli elementi contenuti nelle raccomandazioni della Commissione che testimoniano lo sforzo e la serietà della finanza pubblica italiana».
Ma c’è un altro capitolo: la stangata sugli immobili. «I valori catastali in Italia», sottolinea la Commissione europea nelle raccomandazioni per il nostro Paese, «non sono ancora stati sistematicamente avvicinati ai valori di mercato». Bruxelles evidenzia che le abitazioni principali sono esentate dalla tassazione «per quasi tutte le classi di proprietà», il che porta a «basse entrate derivanti dagli immobili a livello locale anche nelle città che affrontano problemi di accessibilità abitativa». Non solo: la Commissione evidenzia pure che «in circa un decimo delle province italiane i costi degli affitti rappresentano più di un terzo dei salari medi e la quota di edilizia sociale è bassa con un patrimonio abitativo pubblico limitato e liste d'attesa molto lunghe». Riflettori accesi anche «sull’elevata quota di abitazioni non occupate e la forte presenza di affitti a breve termine». Caustico il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa: «Sempre peggio. Le raccomandazioni all’Italia diffuse oggi dalla Commissione europea», scrive Spaziani Testa su X, «sembrano scritte da Ilaria Salis. Stavolta, nelle sue raccomandazioni all’Italia, non si è limitata a suggerire al nostro governo, a due settimane dal termine per il pagamento della patrimoniale sugli immobili da 22-23 miliardi di euro l’anno, di aumentare ulteriormente le tasse sulla casa. Ha fatto di più: ha messo esplicitamente in relazione l’esenzione dall’Imu della gran parte delle abitazioni principali con i problemi di accesso all’alloggio. Inoltre, ha collegato le difficoltà abitative al fatto che l’Italia sarebbe caratterizzata da un’elevata quota di abitazioni non occupate e da una “forte presenza” di affitti brevi. Si tratta di una lettura ideologica e che ignora la realtà italiana. Ancora una volta, si preferisce individuare nella proprietà privata il problema anziché riconoscerla come parte della soluzione».
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Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
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La colonna di fumo causata dall'attacco ucraino a San Pietroburgo (Getty Images)
Sono stati colpiti un terminal petrolifero nella zona del porto e l’area della vicina isola di Kronstadt, sede di una base navale e di una fabbrica di droni. Alte colonne di fumo nero hanno sovrastato la città e le fonti russe hanno parlato di «diversi feriti».
Robert Brovdi, comandante della forza droni ucraina, ha dichiarato che l’attacco ha «incendiato la nave militare lanciamissili Boikiy», in manutenzione nel bacino di carenaggio di Kronstadt. Si tratta una corvetta da 2.100 tonnellate, di classe Stereguschy, in servizio dal 2013, non direttamente implicata nei combattimenti contro l’Ucraina, ma comunque bersaglio simbolico. Il raid di velivoli senza pilota ha gettato così un’ombra sul Forum a cui il presidente russo Vladimir Putin ha invitato delegazioni di 130 Paesi, fra cui l’Arabia Saudita come nazione ospite e gli Stati Uniti di Donald Trump, che per la prima volta dopo anni ha voluto mandare un funzionario americano, il capo della commissione Belle arti Rodney Mims Cook Jr, per proseguire il disgelo Washington-Mosca passando per la cultura. L’arrivo di Putin a San Pietroburgo per il vertice è stato accompagnato da un blocco di internet e della telefonia mobile in città per «assicurare la sicurezza del presidente». È noto che i droni ucraini, con a bordo carte Sim, sfruttano la rete mobile russa come sistema di guida durante i voli in territorio nemico. L’incursione sull’ex-capitale zarista è stata presentata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky come «una risposta giusta e legittima agli attacchi russi». Parlando mentre ospitava a Kiev il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, e il presidente del comitato militare dell’alleanza, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, giunti in treno nella capitale ucraina per una visita a sorpresa, Zelensky ha affermato che «noi colpiamo solo raffinerie o obiettivi militari». Ma poche ore prima un drone ucraino aveva centrato un autobus di civili russi che transitava dalla regione del Donetsk, annessa alla Russia, causando otto morti e 11 feriti. Come confermato dal governatore locale Denis Pushilin, l’autobus è stato colpito a Jenakijeve, lungo il tragitto con partenza da Mosca e arrivo previsto a Simferopoli, in Crimea. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «imperdonabile» il raid sul veicolo civile, promettendo che «verrà punito» e ricordando che «l’operazione militare speciale continua per prevenire tali attacchi». Gli ucraini hanno annunciato d’aver colpito con un missile Neptun, di fabbricazione nazionale, la raffineria di petrolio russa di Novoshakhtinsky, nella regione di Rostov, mettendo fuori uso «due impianti di raffinazione del petrolio, ciascuno con capacità fino a 2,5 milioni di tonnellate all’anno, e gli impianti di stoccaggio».
Zelensky ha detto a Rutte che spera di «raggiungere una pace onesta e dignitosa durante l’estate» e s’è detto «pronto a parlare con Putin», rilevando che «spendiamo 50 miliardi di dollari l’anno in armi». Rutte s’è rivolto idealmente ai giovani russi: «Vi stanno rifilando una fregatura. Non sarete addestrati. Avrete equipaggiamento scadente. Se feriti, sarete lasciati a soffrire nel fango e a morire». In parte è propaganda, poiché se i russi continuano a lottare dopo quattro anni è anche perché sono riusciti a migliorare l’efficienza dei loro reparti cercando di limitare le perdite. L’Ucraina ha accumulato enorme esperienza nei droni, i propri e quelli nemici, tanto che Zelensky ha annunciato l’invio di esperti ucraini nella difesa anti-droni in Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ma spesso gli ordigni vanno fuori rotta.
Ieri il ministero degli Esteri di Atene ha inviato una protesta ufficiale a Kiev dopo aver accertato che era ucraino un drone marittimo Magura V5, sorta di motoscafo telecomandato, rinvenuto da pescatori greci fin dal 7 maggio sulla costa dell’isola di Lefkada, nel Mar Ionio. Il drone marino era implicato in azioni sotto copertura nel Mediterraneo per insidiare le navi cargo della «flotta ombra» russa. Sebbene gli ucraini sostengano di aver abbattuto la scorsa notte 189 su 198 droni russi, utilizzando caccia dell’aviazione, contraerea e disturbi elettronici, la difesa dei cieli resta critica perché non sono mai abbastanza i missili Patriot in grado di intercettare missili balistici e da crociera. Zelensky ha chiesto che l’accordo per l’acquisto di nuovi Patriot dagli Usa, utilizzando parte dei 90 miliardi di euro dei fondi europei, venga attivato «entro venerdì». Riconosce però che l’arrivo di questi missili americani, pur a rilento, non s’è azzerato. Sulla partecipazione statunitense ai negoziati di pace che il tandem Ucraina-Unione Europea auspica con la Russia, ammette: «Ci vorrà tempo poiché per gli Usa la priorità è l’Iran e noi veniamo al secondo posto».
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