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2025-04-22
La Cina minaccia ritorsioni sui partner Usa
Xi Jinping (Ansa)
La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina è una corsa al rialzo. Dopo la decisione di Washington di nuove tasse (50 dollari per tonnellata netta, con un aumento di 30 dollari all’anno per i prossimi tre anni) a partire dal 14 ottobre, sulle navi costruite e possedute dal Dragone che attraccano nei porti statunitensi, seguita all’aumento dei dazi al 145%, a stretto giro è arrivata la ritorsione di Pechino. Il Dragone ha ordinato alle sue compagnie aeree di rispedire gli aerei Boeing negli Usa e di non accettare altre consegne. Secondo quanto riportato dai media, sabato un 737 max è atterrato a Seattle presso l’hub del gruppo. E ieri mattina è stato rimandato indietro negli Usa un altro jet dello stesso gruppo che era in attesa al centro di Zhoushan per i lavori finali di assemblaggio e la consegna. L’aereo è arrivato al centro di produzione di Seattle ancora con la livrea della compagnia aerea cinese Xiamen airlines a cui era destinato. Secondo Iba, società di consulenza nel settore dell’aviazione, un 737 max, il modello più venduto della Boeing, costa intorno ai 55 milioni di dollari ma ora a causa dei dazi del 125% imposti dalla Cina sulle merci statunitensi il suo costo salirebbe a oltre 100 milioni.
I principali player del settore considerano la Cina sempre più come il maggior mercato per l’aviazione commerciale nel futuro. Boeing vende circa l’80% dei suoi aerei all’estero, di cui una buona parte alla Cina. Storicamente quasi un quarto delle sue consegne sono state destinate al mercato statunitense, anche se negli ultimi anni (tra la pandemia, altre tensioni commerciali e problemi di sicurezza per il modello 737 max) questa percentuale si è ridotta.
Nel 2024, gli Stati Uniti hanno inviato al Dragone quasi 12 miliardi di dollari in aerei, veicoli spaziali e componenti, senza importare praticamente nulla nel comparto.
La rivista statunitense specializzata in aviazione Airways Mag aveva scritto che Boeing avrebbe consegnato alla Cina 130 aerei alla fine di marzo. Per offrire alle sue compagnie aeree un fornitore alternativo e produrre gli equivalenti nazionali degli aerei commerciali di Boeing e dell’europea Airbus, il governo cinese ha investito decine di miliardi di dollari nel gruppo Comac, che ha sede a Shanghai ma al momento il gruppo non sarebbe in grado di sostituire in pieno le forniture provenienti dagli Stati Uniti. I suoi aerei, inoltre, utilizzano tecnologia comprata da imprese statunitensi del settore.
Inserire gli aerei nella guerra commerciale con gli Stati Uniti non fa altro che far emergere la dipendenza cinese dagli Usa nell’aeronautica e mettere il comprato sotto stress con rischi anche per la sicurezza dei veicoli.
Lo stesso presidente Xi Jinping, nel suo tour nel Sud Est asiatico presso Vietnam, Malesia e Cambogia concluso la scorsa settimana, ha utilizzato negli spostamenti un Boeing 747-8, parte della flotta ristretta di Air China al servizio dei voli di Stato.
Ma se il blocco dei jet americani mette in crisi l’industria cinese, non da meno è un brutto colpo per Boeing, considerando il peso che la Cina ha nel commercio internazionale dell’aviazione. Secondo le stime, nei prossimi 20 anni, il Dragone rappresenterà il 20% della domanda globale di aeromobili. A fronte della rapida espansione di Airbus e della comparsa sui collegamenti nazionali e intra asiatici del Comac C919 (il velivolo di fabbricazione cinese che sfida l’A320 e il B737), il colosso statunitense rischia di perdere definitivamente una fascia importante di clienti.
Nel mirino di Pechino non c’è solo Washington. Il ministero del Commercio cinese ha minacciato di ritorsioni anche i Paesi che si accorderanno con gli Stati Uniti sui dazi. In una nota ha detto con chiarezza che «chi fa accordi con gli Usa con l’obiettivo di evitare o alleggerire i dazi che ci danneggiano avrà contromisure». Poi un avvertimento: «L’appeasement non porterà la pace e gli accordi non saranno rispettati».
I dazi colpiscono anche le spedizioni. Dhl express ha annunciato la sospensione temporanea delle consegne da tutti i Paesi verso gli Stati Uniti dei pacchi per i privati dal valore superiore agli 800 dollari. Per quelli inferiori a tale soglia non ci saranno cambiamenti. Continueranno invece le spedizioni business-to-business, anche se potrebbero subire dei ritardi. Il gruppo ha spiegato che il nodo regime tariffario introdotto da Trump ha moltiplicato la burocrazia doganale. In precedenza, i pacchi del valore fino a 2.500 dollari potevano entrare negli Stati Uniti con poche incombenze, ma l’introduzione di controlli doganali più severi ha aumentato le formalità. Dhl ha precisato che, nonostante gli sforzi per gestire l’aumento dei controlli, le spedizioni superiori agli 800 dollari potrebbero subire ritardi di diversi giorni.
Intanto il presidente Trump torna ad attaccare chi critica la sua strategia. In un post su Truth, se l’è presa con le imprese: «Gli imprenditori che criticano i dazi sono pessimi a fare affari, ma davvero pessimi in politica. Non capiscono e non si rendono conto che io sono il più grande amico che il capitalismo americano abbia mai avuto».
Nuova cannonata di Trump alla Fed: «Powell è un grande perdente»
I dazi continuano a impensierire i mercati. Ieri, Wall Street ha aperto in deciso ribasso, con il sentiment dei mercati offuscato dalle preoccupazioni per i dazi voluti dall’amministrazione Usa di Donald Trump e per le sue critiche al presidente della Fed, Jerome Powell, ritenuto «colpevole» di muoversi troppo lentamente per abbassare i tassi di interesse.
Secondo il New York Times, il presidente Trump sarebbe ben consapevole che un tentativo di rimuovere la guida della Fed potrebbe scuotere i già tesi mercati finanziari globali. All’apertura delle contrattazioni, il Dow Jones ha iniziato il suo percorso in calo dell’1,14% a 38.696,79 punti, lo S&P ha ceduto l’1,35% a 38.696,79 punti e il Nasdaq ha mostrato un calo dell’1,76% a 15.998,27 punti. Dal canto loro, gli investitori sono in attesa dei conti del primo trimestre di Tesla, Alphabet e Boeing, che potranno fornire indicazioni sull’impatto dei dazi sulle principali società: Tesla pubblicherà i risultati oggi, Boeing domani e Alphabet - la holding di Google - giovedì.
Ancora una volta, Trump è stato molto critico verso Jerome Powell, ieri definito «il Signor troppo tardi». «Molti invocano “tagli preventivi” ai tassi. Con i costi energetici in forte calo, i prezzi dei generi alimentari (incluso il disastro delle uova di Biden!) sostanzialmente più bassi e la maggior parte delle altre “cose” in calo, l’inflazione è praticamente nulla!», ha scritto ieri Trump su Truth, «con questi costi in così netto calo, proprio come avevo previsto, non può esserci quasi inflazione, ma può esserci un rallentamento dell’economia a meno che “il Signor troppo tardi”, un grande perdente, non abbassi i tassi di interesse, ora. L’Europa ha già “tagliato” i tassi sette volte. Powell è sempre stato “Troppo Tardi”, tranne nel periodo elettorale quando abbassò i tassi per aiutare il sonnolento Joe Biden, poi Kamala, a essere eletto. Come ha funzionato?».
Nel complesso, la combinazione tra rischi legati alle politiche commerciali e instabilità sul fronte della politica monetaria americana mantiene altissima la volatilità dei mercati, mentre gli investitori cercano spunti concreti nelle trimestrali per capire se l’economia statunitense stia davvero rallentando o sia semplicemente in attesa di un’iniezione di fiducia.
Quello che è certo è che una combinazione di fattori pesa sui mercati: l’incertezza generata dalla guerra commerciale avviata dall’amministrazione statunitense nei confronti della Cina, il recente attacco verbale di Donald Trump contro Powell e, sullo sfondo, la ripresa delle ostilità in Ucraina dopo la breve tregua pasquale annunciata da Vladimir Putin. Sul fronte dei singoli titoli presenti alla borsa di New York, Boeing ha aperto ieri in netto calo (-2,4%), sulla scia dell’ordine di Pechino alle compagnie aeree cinesi di rispedire negli Stati Uniti gli aeromobili in flotta e di rifiutare nuove consegne, parte delle misure di ritorsione per l’aumento dei dazi Usa fino al 145%. Intanto, il costruttore comunicherà i risultati trimestrali mercoledì prossimo.
L’ondata di sfiducia si riflette anche sui mercati energetici: il Wti ieri è sceso del 2,52% a 62,44 dollari al barile, mentre il Brent ha ceduto il 2,34% a 66,38. Dopo un breve rimbalzo la scorsa settimana, gli operatori si sono fatti cauti, preoccupati che l’escalation nelle tensioni commerciali - in particolare quelle con la Cina - possa frenare la crescita economica globale e ridurre la domanda di petrolio.
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Annunciate «contromisure» verso chi accetterà accordi sfavorevoli al Dragone per alleggerire i dazi americani. Rimandati indietro due Boeing destinati a compagnie aeree di Pechino. Il tycoon: «Imprenditori anti tariffe pessimi in affari e politica».Il governatore della Fed, Jerome Powell, ribattezzato «il Signor troppo tardi». Wall Street ancora in rosso.Lo speciale contiene due articoliLa guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina è una corsa al rialzo. Dopo la decisione di Washington di nuove tasse (50 dollari per tonnellata netta, con un aumento di 30 dollari all’anno per i prossimi tre anni) a partire dal 14 ottobre, sulle navi costruite e possedute dal Dragone che attraccano nei porti statunitensi, seguita all’aumento dei dazi al 145%, a stretto giro è arrivata la ritorsione di Pechino. Il Dragone ha ordinato alle sue compagnie aeree di rispedire gli aerei Boeing negli Usa e di non accettare altre consegne. Secondo quanto riportato dai media, sabato un 737 max è atterrato a Seattle presso l’hub del gruppo. E ieri mattina è stato rimandato indietro negli Usa un altro jet dello stesso gruppo che era in attesa al centro di Zhoushan per i lavori finali di assemblaggio e la consegna. L’aereo è arrivato al centro di produzione di Seattle ancora con la livrea della compagnia aerea cinese Xiamen airlines a cui era destinato. Secondo Iba, società di consulenza nel settore dell’aviazione, un 737 max, il modello più venduto della Boeing, costa intorno ai 55 milioni di dollari ma ora a causa dei dazi del 125% imposti dalla Cina sulle merci statunitensi il suo costo salirebbe a oltre 100 milioni.I principali player del settore considerano la Cina sempre più come il maggior mercato per l’aviazione commerciale nel futuro. Boeing vende circa l’80% dei suoi aerei all’estero, di cui una buona parte alla Cina. Storicamente quasi un quarto delle sue consegne sono state destinate al mercato statunitense, anche se negli ultimi anni (tra la pandemia, altre tensioni commerciali e problemi di sicurezza per il modello 737 max) questa percentuale si è ridotta.Nel 2024, gli Stati Uniti hanno inviato al Dragone quasi 12 miliardi di dollari in aerei, veicoli spaziali e componenti, senza importare praticamente nulla nel comparto. La rivista statunitense specializzata in aviazione Airways Mag aveva scritto che Boeing avrebbe consegnato alla Cina 130 aerei alla fine di marzo. Per offrire alle sue compagnie aeree un fornitore alternativo e produrre gli equivalenti nazionali degli aerei commerciali di Boeing e dell’europea Airbus, il governo cinese ha investito decine di miliardi di dollari nel gruppo Comac, che ha sede a Shanghai ma al momento il gruppo non sarebbe in grado di sostituire in pieno le forniture provenienti dagli Stati Uniti. I suoi aerei, inoltre, utilizzano tecnologia comprata da imprese statunitensi del settore.Inserire gli aerei nella guerra commerciale con gli Stati Uniti non fa altro che far emergere la dipendenza cinese dagli Usa nell’aeronautica e mettere il comprato sotto stress con rischi anche per la sicurezza dei veicoli. Lo stesso presidente Xi Jinping, nel suo tour nel Sud Est asiatico presso Vietnam, Malesia e Cambogia concluso la scorsa settimana, ha utilizzato negli spostamenti un Boeing 747-8, parte della flotta ristretta di Air China al servizio dei voli di Stato.Ma se il blocco dei jet americani mette in crisi l’industria cinese, non da meno è un brutto colpo per Boeing, considerando il peso che la Cina ha nel commercio internazionale dell’aviazione. Secondo le stime, nei prossimi 20 anni, il Dragone rappresenterà il 20% della domanda globale di aeromobili. A fronte della rapida espansione di Airbus e della comparsa sui collegamenti nazionali e intra asiatici del Comac C919 (il velivolo di fabbricazione cinese che sfida l’A320 e il B737), il colosso statunitense rischia di perdere definitivamente una fascia importante di clienti.Nel mirino di Pechino non c’è solo Washington. Il ministero del Commercio cinese ha minacciato di ritorsioni anche i Paesi che si accorderanno con gli Stati Uniti sui dazi. In una nota ha detto con chiarezza che «chi fa accordi con gli Usa con l’obiettivo di evitare o alleggerire i dazi che ci danneggiano avrà contromisure». Poi un avvertimento: «L’appeasement non porterà la pace e gli accordi non saranno rispettati».I dazi colpiscono anche le spedizioni. Dhl express ha annunciato la sospensione temporanea delle consegne da tutti i Paesi verso gli Stati Uniti dei pacchi per i privati dal valore superiore agli 800 dollari. Per quelli inferiori a tale soglia non ci saranno cambiamenti. Continueranno invece le spedizioni business-to-business, anche se potrebbero subire dei ritardi. Il gruppo ha spiegato che il nodo regime tariffario introdotto da Trump ha moltiplicato la burocrazia doganale. In precedenza, i pacchi del valore fino a 2.500 dollari potevano entrare negli Stati Uniti con poche incombenze, ma l’introduzione di controlli doganali più severi ha aumentato le formalità. Dhl ha precisato che, nonostante gli sforzi per gestire l’aumento dei controlli, le spedizioni superiori agli 800 dollari potrebbero subire ritardi di diversi giorni.Intanto il presidente Trump torna ad attaccare chi critica la sua strategia. In un post su Truth, se l’è presa con le imprese: «Gli imprenditori che criticano i dazi sono pessimi a fare affari, ma davvero pessimi in politica. 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Secondo il New York Times, il presidente Trump sarebbe ben consapevole che un tentativo di rimuovere la guida della Fed potrebbe scuotere i già tesi mercati finanziari globali. All’apertura delle contrattazioni, il Dow Jones ha iniziato il suo percorso in calo dell’1,14% a 38.696,79 punti, lo S&P ha ceduto l’1,35% a 38.696,79 punti e il Nasdaq ha mostrato un calo dell’1,76% a 15.998,27 punti. Dal canto loro, gli investitori sono in attesa dei conti del primo trimestre di Tesla, Alphabet e Boeing, che potranno fornire indicazioni sull’impatto dei dazi sulle principali società: Tesla pubblicherà i risultati oggi, Boeing domani e Alphabet - la holding di Google - giovedì. Ancora una volta, Trump è stato molto critico verso Jerome Powell, ieri definito «il Signor troppo tardi». «Molti invocano “tagli preventivi” ai tassi. Con i costi energetici in forte calo, i prezzi dei generi alimentari (incluso il disastro delle uova di Biden!) sostanzialmente più bassi e la maggior parte delle altre “cose” in calo, l’inflazione è praticamente nulla!», ha scritto ieri Trump su Truth, «con questi costi in così netto calo, proprio come avevo previsto, non può esserci quasi inflazione, ma può esserci un rallentamento dell’economia a meno che “il Signor troppo tardi”, un grande perdente, non abbassi i tassi di interesse, ora. L’Europa ha già “tagliato” i tassi sette volte. Powell è sempre stato “Troppo Tardi”, tranne nel periodo elettorale quando abbassò i tassi per aiutare il sonnolento Joe Biden, poi Kamala, a essere eletto. Come ha funzionato?». Nel complesso, la combinazione tra rischi legati alle politiche commerciali e instabilità sul fronte della politica monetaria americana mantiene altissima la volatilità dei mercati, mentre gli investitori cercano spunti concreti nelle trimestrali per capire se l’economia statunitense stia davvero rallentando o sia semplicemente in attesa di un’iniezione di fiducia. Quello che è certo è che una combinazione di fattori pesa sui mercati: l’incertezza generata dalla guerra commerciale avviata dall’amministrazione statunitense nei confronti della Cina, il recente attacco verbale di Donald Trump contro Powell e, sullo sfondo, la ripresa delle ostilità in Ucraina dopo la breve tregua pasquale annunciata da Vladimir Putin. Sul fronte dei singoli titoli presenti alla borsa di New York, Boeing ha aperto ieri in netto calo (-2,4%), sulla scia dell’ordine di Pechino alle compagnie aeree cinesi di rispedire negli Stati Uniti gli aeromobili in flotta e di rifiutare nuove consegne, parte delle misure di ritorsione per l’aumento dei dazi Usa fino al 145%. Intanto, il costruttore comunicherà i risultati trimestrali mercoledì prossimo. L’ondata di sfiducia si riflette anche sui mercati energetici: il Wti ieri è sceso del 2,52% a 62,44 dollari al barile, mentre il Brent ha ceduto il 2,34% a 66,38. Dopo un breve rimbalzo la scorsa settimana, gli operatori si sono fatti cauti, preoccupati che l’escalation nelle tensioni commerciali - in particolare quelle con la Cina - possa frenare la crescita economica globale e ridurre la domanda di petrolio.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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