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2025-04-22
La Cina minaccia ritorsioni sui partner Usa
Xi Jinping (Ansa)
La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina è una corsa al rialzo. Dopo la decisione di Washington di nuove tasse (50 dollari per tonnellata netta, con un aumento di 30 dollari all’anno per i prossimi tre anni) a partire dal 14 ottobre, sulle navi costruite e possedute dal Dragone che attraccano nei porti statunitensi, seguita all’aumento dei dazi al 145%, a stretto giro è arrivata la ritorsione di Pechino. Il Dragone ha ordinato alle sue compagnie aeree di rispedire gli aerei Boeing negli Usa e di non accettare altre consegne. Secondo quanto riportato dai media, sabato un 737 max è atterrato a Seattle presso l’hub del gruppo. E ieri mattina è stato rimandato indietro negli Usa un altro jet dello stesso gruppo che era in attesa al centro di Zhoushan per i lavori finali di assemblaggio e la consegna. L’aereo è arrivato al centro di produzione di Seattle ancora con la livrea della compagnia aerea cinese Xiamen airlines a cui era destinato. Secondo Iba, società di consulenza nel settore dell’aviazione, un 737 max, il modello più venduto della Boeing, costa intorno ai 55 milioni di dollari ma ora a causa dei dazi del 125% imposti dalla Cina sulle merci statunitensi il suo costo salirebbe a oltre 100 milioni.
I principali player del settore considerano la Cina sempre più come il maggior mercato per l’aviazione commerciale nel futuro. Boeing vende circa l’80% dei suoi aerei all’estero, di cui una buona parte alla Cina. Storicamente quasi un quarto delle sue consegne sono state destinate al mercato statunitense, anche se negli ultimi anni (tra la pandemia, altre tensioni commerciali e problemi di sicurezza per il modello 737 max) questa percentuale si è ridotta.
Nel 2024, gli Stati Uniti hanno inviato al Dragone quasi 12 miliardi di dollari in aerei, veicoli spaziali e componenti, senza importare praticamente nulla nel comparto.
La rivista statunitense specializzata in aviazione Airways Mag aveva scritto che Boeing avrebbe consegnato alla Cina 130 aerei alla fine di marzo. Per offrire alle sue compagnie aeree un fornitore alternativo e produrre gli equivalenti nazionali degli aerei commerciali di Boeing e dell’europea Airbus, il governo cinese ha investito decine di miliardi di dollari nel gruppo Comac, che ha sede a Shanghai ma al momento il gruppo non sarebbe in grado di sostituire in pieno le forniture provenienti dagli Stati Uniti. I suoi aerei, inoltre, utilizzano tecnologia comprata da imprese statunitensi del settore.
Inserire gli aerei nella guerra commerciale con gli Stati Uniti non fa altro che far emergere la dipendenza cinese dagli Usa nell’aeronautica e mettere il comprato sotto stress con rischi anche per la sicurezza dei veicoli.
Lo stesso presidente Xi Jinping, nel suo tour nel Sud Est asiatico presso Vietnam, Malesia e Cambogia concluso la scorsa settimana, ha utilizzato negli spostamenti un Boeing 747-8, parte della flotta ristretta di Air China al servizio dei voli di Stato.
Ma se il blocco dei jet americani mette in crisi l’industria cinese, non da meno è un brutto colpo per Boeing, considerando il peso che la Cina ha nel commercio internazionale dell’aviazione. Secondo le stime, nei prossimi 20 anni, il Dragone rappresenterà il 20% della domanda globale di aeromobili. A fronte della rapida espansione di Airbus e della comparsa sui collegamenti nazionali e intra asiatici del Comac C919 (il velivolo di fabbricazione cinese che sfida l’A320 e il B737), il colosso statunitense rischia di perdere definitivamente una fascia importante di clienti.
Nel mirino di Pechino non c’è solo Washington. Il ministero del Commercio cinese ha minacciato di ritorsioni anche i Paesi che si accorderanno con gli Stati Uniti sui dazi. In una nota ha detto con chiarezza che «chi fa accordi con gli Usa con l’obiettivo di evitare o alleggerire i dazi che ci danneggiano avrà contromisure». Poi un avvertimento: «L’appeasement non porterà la pace e gli accordi non saranno rispettati».
I dazi colpiscono anche le spedizioni. Dhl express ha annunciato la sospensione temporanea delle consegne da tutti i Paesi verso gli Stati Uniti dei pacchi per i privati dal valore superiore agli 800 dollari. Per quelli inferiori a tale soglia non ci saranno cambiamenti. Continueranno invece le spedizioni business-to-business, anche se potrebbero subire dei ritardi. Il gruppo ha spiegato che il nodo regime tariffario introdotto da Trump ha moltiplicato la burocrazia doganale. In precedenza, i pacchi del valore fino a 2.500 dollari potevano entrare negli Stati Uniti con poche incombenze, ma l’introduzione di controlli doganali più severi ha aumentato le formalità. Dhl ha precisato che, nonostante gli sforzi per gestire l’aumento dei controlli, le spedizioni superiori agli 800 dollari potrebbero subire ritardi di diversi giorni.
Intanto il presidente Trump torna ad attaccare chi critica la sua strategia. In un post su Truth, se l’è presa con le imprese: «Gli imprenditori che criticano i dazi sono pessimi a fare affari, ma davvero pessimi in politica. Non capiscono e non si rendono conto che io sono il più grande amico che il capitalismo americano abbia mai avuto».
Nuova cannonata di Trump alla Fed: «Powell è un grande perdente»
I dazi continuano a impensierire i mercati. Ieri, Wall Street ha aperto in deciso ribasso, con il sentiment dei mercati offuscato dalle preoccupazioni per i dazi voluti dall’amministrazione Usa di Donald Trump e per le sue critiche al presidente della Fed, Jerome Powell, ritenuto «colpevole» di muoversi troppo lentamente per abbassare i tassi di interesse.
Secondo il New York Times, il presidente Trump sarebbe ben consapevole che un tentativo di rimuovere la guida della Fed potrebbe scuotere i già tesi mercati finanziari globali. All’apertura delle contrattazioni, il Dow Jones ha iniziato il suo percorso in calo dell’1,14% a 38.696,79 punti, lo S&P ha ceduto l’1,35% a 38.696,79 punti e il Nasdaq ha mostrato un calo dell’1,76% a 15.998,27 punti. Dal canto loro, gli investitori sono in attesa dei conti del primo trimestre di Tesla, Alphabet e Boeing, che potranno fornire indicazioni sull’impatto dei dazi sulle principali società: Tesla pubblicherà i risultati oggi, Boeing domani e Alphabet - la holding di Google - giovedì.
Ancora una volta, Trump è stato molto critico verso Jerome Powell, ieri definito «il Signor troppo tardi». «Molti invocano “tagli preventivi” ai tassi. Con i costi energetici in forte calo, i prezzi dei generi alimentari (incluso il disastro delle uova di Biden!) sostanzialmente più bassi e la maggior parte delle altre “cose” in calo, l’inflazione è praticamente nulla!», ha scritto ieri Trump su Truth, «con questi costi in così netto calo, proprio come avevo previsto, non può esserci quasi inflazione, ma può esserci un rallentamento dell’economia a meno che “il Signor troppo tardi”, un grande perdente, non abbassi i tassi di interesse, ora. L’Europa ha già “tagliato” i tassi sette volte. Powell è sempre stato “Troppo Tardi”, tranne nel periodo elettorale quando abbassò i tassi per aiutare il sonnolento Joe Biden, poi Kamala, a essere eletto. Come ha funzionato?».
Nel complesso, la combinazione tra rischi legati alle politiche commerciali e instabilità sul fronte della politica monetaria americana mantiene altissima la volatilità dei mercati, mentre gli investitori cercano spunti concreti nelle trimestrali per capire se l’economia statunitense stia davvero rallentando o sia semplicemente in attesa di un’iniezione di fiducia.
Quello che è certo è che una combinazione di fattori pesa sui mercati: l’incertezza generata dalla guerra commerciale avviata dall’amministrazione statunitense nei confronti della Cina, il recente attacco verbale di Donald Trump contro Powell e, sullo sfondo, la ripresa delle ostilità in Ucraina dopo la breve tregua pasquale annunciata da Vladimir Putin. Sul fronte dei singoli titoli presenti alla borsa di New York, Boeing ha aperto ieri in netto calo (-2,4%), sulla scia dell’ordine di Pechino alle compagnie aeree cinesi di rispedire negli Stati Uniti gli aeromobili in flotta e di rifiutare nuove consegne, parte delle misure di ritorsione per l’aumento dei dazi Usa fino al 145%. Intanto, il costruttore comunicherà i risultati trimestrali mercoledì prossimo.
L’ondata di sfiducia si riflette anche sui mercati energetici: il Wti ieri è sceso del 2,52% a 62,44 dollari al barile, mentre il Brent ha ceduto il 2,34% a 66,38. Dopo un breve rimbalzo la scorsa settimana, gli operatori si sono fatti cauti, preoccupati che l’escalation nelle tensioni commerciali - in particolare quelle con la Cina - possa frenare la crescita economica globale e ridurre la domanda di petrolio.
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Annunciate «contromisure» verso chi accetterà accordi sfavorevoli al Dragone per alleggerire i dazi americani. Rimandati indietro due Boeing destinati a compagnie aeree di Pechino. Il tycoon: «Imprenditori anti tariffe pessimi in affari e politica».Il governatore della Fed, Jerome Powell, ribattezzato «il Signor troppo tardi». Wall Street ancora in rosso.Lo speciale contiene due articoliLa guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina è una corsa al rialzo. Dopo la decisione di Washington di nuove tasse (50 dollari per tonnellata netta, con un aumento di 30 dollari all’anno per i prossimi tre anni) a partire dal 14 ottobre, sulle navi costruite e possedute dal Dragone che attraccano nei porti statunitensi, seguita all’aumento dei dazi al 145%, a stretto giro è arrivata la ritorsione di Pechino. Il Dragone ha ordinato alle sue compagnie aeree di rispedire gli aerei Boeing negli Usa e di non accettare altre consegne. Secondo quanto riportato dai media, sabato un 737 max è atterrato a Seattle presso l’hub del gruppo. E ieri mattina è stato rimandato indietro negli Usa un altro jet dello stesso gruppo che era in attesa al centro di Zhoushan per i lavori finali di assemblaggio e la consegna. L’aereo è arrivato al centro di produzione di Seattle ancora con la livrea della compagnia aerea cinese Xiamen airlines a cui era destinato. Secondo Iba, società di consulenza nel settore dell’aviazione, un 737 max, il modello più venduto della Boeing, costa intorno ai 55 milioni di dollari ma ora a causa dei dazi del 125% imposti dalla Cina sulle merci statunitensi il suo costo salirebbe a oltre 100 milioni.I principali player del settore considerano la Cina sempre più come il maggior mercato per l’aviazione commerciale nel futuro. Boeing vende circa l’80% dei suoi aerei all’estero, di cui una buona parte alla Cina. Storicamente quasi un quarto delle sue consegne sono state destinate al mercato statunitense, anche se negli ultimi anni (tra la pandemia, altre tensioni commerciali e problemi di sicurezza per il modello 737 max) questa percentuale si è ridotta.Nel 2024, gli Stati Uniti hanno inviato al Dragone quasi 12 miliardi di dollari in aerei, veicoli spaziali e componenti, senza importare praticamente nulla nel comparto. La rivista statunitense specializzata in aviazione Airways Mag aveva scritto che Boeing avrebbe consegnato alla Cina 130 aerei alla fine di marzo. Per offrire alle sue compagnie aeree un fornitore alternativo e produrre gli equivalenti nazionali degli aerei commerciali di Boeing e dell’europea Airbus, il governo cinese ha investito decine di miliardi di dollari nel gruppo Comac, che ha sede a Shanghai ma al momento il gruppo non sarebbe in grado di sostituire in pieno le forniture provenienti dagli Stati Uniti. I suoi aerei, inoltre, utilizzano tecnologia comprata da imprese statunitensi del settore.Inserire gli aerei nella guerra commerciale con gli Stati Uniti non fa altro che far emergere la dipendenza cinese dagli Usa nell’aeronautica e mettere il comprato sotto stress con rischi anche per la sicurezza dei veicoli. Lo stesso presidente Xi Jinping, nel suo tour nel Sud Est asiatico presso Vietnam, Malesia e Cambogia concluso la scorsa settimana, ha utilizzato negli spostamenti un Boeing 747-8, parte della flotta ristretta di Air China al servizio dei voli di Stato.Ma se il blocco dei jet americani mette in crisi l’industria cinese, non da meno è un brutto colpo per Boeing, considerando il peso che la Cina ha nel commercio internazionale dell’aviazione. Secondo le stime, nei prossimi 20 anni, il Dragone rappresenterà il 20% della domanda globale di aeromobili. A fronte della rapida espansione di Airbus e della comparsa sui collegamenti nazionali e intra asiatici del Comac C919 (il velivolo di fabbricazione cinese che sfida l’A320 e il B737), il colosso statunitense rischia di perdere definitivamente una fascia importante di clienti.Nel mirino di Pechino non c’è solo Washington. Il ministero del Commercio cinese ha minacciato di ritorsioni anche i Paesi che si accorderanno con gli Stati Uniti sui dazi. In una nota ha detto con chiarezza che «chi fa accordi con gli Usa con l’obiettivo di evitare o alleggerire i dazi che ci danneggiano avrà contromisure». Poi un avvertimento: «L’appeasement non porterà la pace e gli accordi non saranno rispettati».I dazi colpiscono anche le spedizioni. Dhl express ha annunciato la sospensione temporanea delle consegne da tutti i Paesi verso gli Stati Uniti dei pacchi per i privati dal valore superiore agli 800 dollari. Per quelli inferiori a tale soglia non ci saranno cambiamenti. Continueranno invece le spedizioni business-to-business, anche se potrebbero subire dei ritardi. Il gruppo ha spiegato che il nodo regime tariffario introdotto da Trump ha moltiplicato la burocrazia doganale. In precedenza, i pacchi del valore fino a 2.500 dollari potevano entrare negli Stati Uniti con poche incombenze, ma l’introduzione di controlli doganali più severi ha aumentato le formalità. Dhl ha precisato che, nonostante gli sforzi per gestire l’aumento dei controlli, le spedizioni superiori agli 800 dollari potrebbero subire ritardi di diversi giorni.Intanto il presidente Trump torna ad attaccare chi critica la sua strategia. In un post su Truth, se l’è presa con le imprese: «Gli imprenditori che criticano i dazi sono pessimi a fare affari, ma davvero pessimi in politica. 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Secondo il New York Times, il presidente Trump sarebbe ben consapevole che un tentativo di rimuovere la guida della Fed potrebbe scuotere i già tesi mercati finanziari globali. All’apertura delle contrattazioni, il Dow Jones ha iniziato il suo percorso in calo dell’1,14% a 38.696,79 punti, lo S&P ha ceduto l’1,35% a 38.696,79 punti e il Nasdaq ha mostrato un calo dell’1,76% a 15.998,27 punti. Dal canto loro, gli investitori sono in attesa dei conti del primo trimestre di Tesla, Alphabet e Boeing, che potranno fornire indicazioni sull’impatto dei dazi sulle principali società: Tesla pubblicherà i risultati oggi, Boeing domani e Alphabet - la holding di Google - giovedì. Ancora una volta, Trump è stato molto critico verso Jerome Powell, ieri definito «il Signor troppo tardi». «Molti invocano “tagli preventivi” ai tassi. Con i costi energetici in forte calo, i prezzi dei generi alimentari (incluso il disastro delle uova di Biden!) sostanzialmente più bassi e la maggior parte delle altre “cose” in calo, l’inflazione è praticamente nulla!», ha scritto ieri Trump su Truth, «con questi costi in così netto calo, proprio come avevo previsto, non può esserci quasi inflazione, ma può esserci un rallentamento dell’economia a meno che “il Signor troppo tardi”, un grande perdente, non abbassi i tassi di interesse, ora. L’Europa ha già “tagliato” i tassi sette volte. Powell è sempre stato “Troppo Tardi”, tranne nel periodo elettorale quando abbassò i tassi per aiutare il sonnolento Joe Biden, poi Kamala, a essere eletto. Come ha funzionato?». Nel complesso, la combinazione tra rischi legati alle politiche commerciali e instabilità sul fronte della politica monetaria americana mantiene altissima la volatilità dei mercati, mentre gli investitori cercano spunti concreti nelle trimestrali per capire se l’economia statunitense stia davvero rallentando o sia semplicemente in attesa di un’iniezione di fiducia. Quello che è certo è che una combinazione di fattori pesa sui mercati: l’incertezza generata dalla guerra commerciale avviata dall’amministrazione statunitense nei confronti della Cina, il recente attacco verbale di Donald Trump contro Powell e, sullo sfondo, la ripresa delle ostilità in Ucraina dopo la breve tregua pasquale annunciata da Vladimir Putin. Sul fronte dei singoli titoli presenti alla borsa di New York, Boeing ha aperto ieri in netto calo (-2,4%), sulla scia dell’ordine di Pechino alle compagnie aeree cinesi di rispedire negli Stati Uniti gli aeromobili in flotta e di rifiutare nuove consegne, parte delle misure di ritorsione per l’aumento dei dazi Usa fino al 145%. Intanto, il costruttore comunicherà i risultati trimestrali mercoledì prossimo. L’ondata di sfiducia si riflette anche sui mercati energetici: il Wti ieri è sceso del 2,52% a 62,44 dollari al barile, mentre il Brent ha ceduto il 2,34% a 66,38. Dopo un breve rimbalzo la scorsa settimana, gli operatori si sono fatti cauti, preoccupati che l’escalation nelle tensioni commerciali - in particolare quelle con la Cina - possa frenare la crescita economica globale e ridurre la domanda di petrolio.
Marina Calderone (Ansa)
Pochi problemi per le misure a costo zero. Per esempio quella sui rider: nell’ultima bozza è previsto che l’accesso alla piattaforma digitale può avvenire con Spid, Carta di identità elettronica (Cie) e Carta nazionale dei servizi (Cns). «La piattaforma», si legge, «non può rilasciare più di un account per ogni singolo codice fiscale, né commissionare prestazioni temporalmente inconciliabili allo stesso lavoratore. La violazione comporta una sanzione che nella bozza resta da quantificare».
Difficile invece il lavoro di mediazione per trovare la quadra sulle misure «onerose», anche perché ci sono delle agevolazioni in scadenza a fine aprile. Innanzitutto la premessa che dovrebbe accontentare i sindacati più rappresentativi, quindi Cgil, Cisl e Uil e le maggiori associazioni datoriali: «Gli incentivi all’occupazione», si legge nella bozza, «andranno solo alle aziende che applicano il salario giusto, ovvero il trattamento economico complessivo definito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale». «Per i settori non coperti da contrattazione collettiva», inoltre, «il trattamento economico complessivo non può essere inferiore a quello previsto dal contratto collettivo nazionale, stipulato dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale». Una definizione che dovrebbe arginare il pericolo della proliferazione di contratti pirata.
Ma veniamo al punto. Di quali incentivi parliamo? C’è per esempio il bonus per le assunzioni dei giovani under 35: il taglio dei contributi che le aziende devono versare ai neoassunti per i contratti a tempo indeterminato. È previsto un tetto per la decontribuzione che è di 500 euro mensili per le assunzioni in tutto il territorio nazionale e di 650 euro nelle regioni della Zes (Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Calabria, Sardegna, Marche e Umbria). Sarà estesa anche l’agevolazione per le donne che però già scade a fine anno e prevede un esonero totale dei contributi previdenziali, con un massimo di 650 euro al mese. L’altra leva è quella che porta alla necessità di ampliare o prorogare gli strumenti individuati per far crescere la retribuzione complessiva.
Da questo punto di vista la vera novità riguarda la previsione che gli incrementi retributivi stabiliti in sede di rinnovo dei contratti collettivi di lavoro scaduti decorreranno dalla data di scadenza naturale del precedente contratto.
Non solo. Perché nella bozza è anche previsto che in caso di mancato rinnovo dei contratti collettivi entro i primi dodici mesi successivi alla naturale scadenza, le retribuzioni siano adeguate, «a titolo di anticipazione forfettaria dell’incremento retributivo previsto dal comma 1, alla variazione dell’Ipca, entro il tetto massimo del 50% annuo della stessa, fatte salve eventuali diverse pattuizioni contrattuali in uso». E ancora: «Nei settori caratterizzati da elevata stagionalità e variabilità dei ricavi», si legge nella bozza, «l’adeguamento di cui al comma 2 non trova applicazione ed è legato a indicatori economici settoriali individuati dalla contrattazione collettiva».
Nel testo poi sono previsti anche incentivi al 31 dicembre per i disoccupati di lungo periodo e per la trasformazione dei contratti a tempo indeterminato.
Mentre in via sperimentale, è stata inserita la copertura assicurativa obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro per le persone che svolgono l’attività di caregiver familiare. Copertura che viene viene finanziata con poco meno di 13 milioni l’anno.
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Emmanuel Macron (Ansa)
La prima è contenuto nell’articolo 25 del regolamento del 2024, sostanzialmente invariata rispetto al passato, la seconda è prevista dall’articolo 26, che è stata frutto di un lungo compromesso sull’asse franco-tedesco ed è stata presentata a lungo come il simbolo della tanta invocata «flessibilità» di cui era priva la precedente versione del Psc. Ma è stato un compromesso che ha «avvelenato i pozzi», come spiegheremo di seguito.
L’effetto finale di entrambe le clausole è quello di consentire una deviazione temporanea dal percorso di spesa netta concordata e quindi fare più spesa e più deficit. Ma le modalità di attivazione ed esercizio delle due clausole sono diverse. La clausola nazionale (Nec, National escape clause) di distingue proprio per il suo approccio specifico e mirato alle esigenze del singolo Stato membro, mentre quella generale (Gec, general escape clause) riguarda la Ue nella sua interezza. Di conseguenza, sono ben diverse le condizioni attivazione della sospensione del Psc. Mentre la Gec richiede una «grave recessione» che deve riguardare la Ue nel suo complesso e quindi necessita un ampio coordinamento tra gli Stati, la Nec richiede il verificarsi di «circostanze eccezionali al di fuori del controllo dello Stato membro» che abbiano un «impatto rilevante sulle finanze pubbliche», stimato intorno al 1-1,5% del Pil. Intorno ai 30 miliardi per l’Italia. E cosa c’è di più «eccezionale» e «al di fuori del controllo» di uno shock dei prezzi energetici, che peraltro impatta in modo asimmetrico e disomogeneo sui singoli Stati membri, in dipendenza del loro specifico mix di approvvigionamento energetico? E qui sorgono i problemi.
La Commissione è convinta che la spese per la difesa rientrino nella definizione, al contrario delle spese per la crisi energetica e, nel fare questa valutazione, ha di fatto un potere insindacabile, scalfibile soltanto con una certosina opera di convincimento. Nulla di più. A meno di non voler far esplodere un conflitto istituzionale, che è quello che abbiamo potuto leggere in filigrana nelle ultime dichiarazioni a tale proposito di Giorgia Meloni e del ministro Giorgetti.
Un rischio reale perché chi decide sulla concessione della Nec è il Consiglio Ecofin con la particolare formula della maggioranza qualificata rafforzata (almeno 20 Paesi che rappresentino almeno il 65% della popolazione). Ma lo fa esprimendosi su una raccomandazione della Commissione la quale deve essere preceduta da un’esplicita richiesta dello Stato membro, che viene attentamente vagliata dalla Commissione. A quel punto il Consiglio stabilisce la durata della deviazione e può anche concedere più proroghe. Ovviamente tali fasi sono precedute e accompagnate da interlocuzioni informali, per far sì che la richiesta dello Stato membro diventi una raccomandazione della Commissione in senso favorevole ed entri in Consiglio con ragionevoli probabilità di successo. È questo probabilmente il motivo dell’attivismo verbale di Meloni e Giorgetti in questi giorni perché, non essendoci le condizioni per la clausola generale, bisogna convincere Commissione e Consiglio per ottenere quella nazionale. Possibilmente evitando di sfidarli presentando la richiesta e ricevendo un secco “no” in favore di telecamere e mercati.
E qui veniamo al grimaldello più pesante nelle mani della Commissione. Perché la «deviazione» non deve «mettere a rischio la sostenibilità fiscale nel medio termine». Una valutazione contraddistinta da una infinita discrezionalità, perché entrano in gioco diverse variabili come la traiettoria del debito, i costi di finanziamento, le proiezioni di crescita. Fattori su cui l’Italia è un osservato speciale a Bruxelles. Su tutto questo, come se non bastasse, si innesta la procedura per deficit eccessivo (Edp), dalla quale l’Italia non è riuscita ad uscire a causa del deficit/PIL al 3,1% nel 2025. Infatti la Nec è attivabile anche dal Paese che è già in Edp come l’Italia, ma subendo la conseguenza distorsiva e illogica di prolungare la procedura. Ecco così spiegata la recente pressione sul filo dei decimali per scendere sotto il 3%, perché se fosse avvenuto avremmo avuto potuto deviare dal Patto senza rientrare in procedura. In altre parole, per chi non è in Edp, come la Germania, attivare la clausola nazionale consente di spendere senza finire in Edp, invece per chi è in Edp spendere significa restare in Edp più a lungo. Fine pena mai. Soprattutto confrontandosi con la Francia che negli ultimi 17 anni è stata in Edp per 11 anni ed ha pure ottenuto tempo fino al 2029 per rientrare sotto il 3%, mentre noi abbiamo avuto tempo fino al 2026.
E proprio dalla sponda francese ieri sono arrivate le ambigue parole del Presidente Emmanuel Macron che ha proposto il rinvio del rimborso dei debiti del NextGenerationUE da parte degli Stati membri, previsto dal 2028 al 2058. Anziché consentire agli Stati lo sfruttamento della flessibilità nazionale, ricompare la «sirena» del debito comune, peraltro nemmeno nuove risorse, che serve solo a condizionarci.
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