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2024-06-28
Sindacato e Tronchetti scoprono che il green fa fallire le aziende
L’altra sera il vicepresidente esecutivo di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, era sul palco del teatro Parenti di Milano per presentare il volume L’officina dello sport, pubblicato da Marsilio arte e curato dalla Fondazione Pirelli. Si tratta di un progetto editoriale che documenta i cantieri, i laboratori, le fabbriche dei prodotti sportivi, il backstage delle competizioni; le voci, gli inni dello sport. A un certo punto gli è stata fatta una domanda sul tema della sostenibilità. Che per Pirelli «è una priorità assoluta, la priorità delle priorità è la nostra gente» ha spiegato Tronchetti riferendosi agli incidenti sul lavoro: «Quando si parla di sostenibilità le persone sono la primissima cosa». Perché «la sostenibilità non è un tema populistico, non deve esserci un percorso ideologico», ha sottolineato Tronchetti.
Che poi ha alzato il tiro, accalorandosi: «Questa è la follia che stiamo affrontando: degli ignoranti ideologizzati stanno creando un danno enorme, perché dobbiamo fare tutto elettrico quando sappiamo benissimo che le materie prime non le abbiamo, le batterie non le abbiamo, l’energia solare non la possiamo raccogliere, se non con i pannelli che vengono non certo dall’Europa, che le turbine delle pale eoliche in Europa non siamo in grado di farle? Di che cosa stiamo parlando? Di idiozie, fesserie». Una critica netta, dura. Che arriva da un imprenditore da oltre 30 anni sulla scena dell’industria italiana. E proprio mentre a Bruxelles si sta decidendo la nuova maggioranza europea che tra i principali nodi da sciogliere avrà sul tavolo l’approccio alla transizione verde dopo i risultati del voto nella Ue.
Non è la prima volta che Tronchetti va all’attacco su questo tema. Lo scorso 17 maggio, intervenendo al summit delle Confindustrie del B7, aveva già avvertito: «Sulla transizione green l’Europa ha obiettivi irrealistici, insostenibili, dobbiamo cambiare direzione, cambiare la nostra rotta. Non ci stiamo muovendo sempre nella direzione giusta. La neutralità tecnologica nell’energia dovrebbe essere il nostro faro», servono «risultati migliori rispetto a quello che è stato fatto fino ad ora». È «una situazione molto difficile: alcune iniziative a livello europeo stanno creando problemi all’Europa e favorendo la Cina» mentre «burocrati e politici non sempre ascoltano il parere dell’industria, e sarebbe importante farlo».
Non basta, infatti, preservare la sostenibilità ambientale, vanno preservate la sostenibilità economica e la sostenibilità sociale. Soprattutto in un settore come quello dell’automotive. Nel primo trimestre del 2024 le immatricolazioni di automobili nell’area dell’euro sono state inferiori di circa il 20% rispetto all’inizio del 2018. I target fissati al 2035 da Bruxelles in termini di utilizzo di auto elettriche non sono raggiungibili. Cosa farà l’Europa? Li aggiornerà allungando i tempi con concretezza? Vedremo, anche alla luce di come e se cambieranno le mosse dell’«azionariato» politico della Commissione quando si sarà conclusa la partita sulle nomine. Di certo, alle parole di Tronchetti fanno da sfondo i numeri. Come quelli contenuti nel report di Goldman Sachs pubblicato a fine maggio: mostrava che il consumo di petrolio raggiungerà il picco entro il 2034 a causa di un potenziale rallentamento nell’adozione di veicoli elettrici (Ev), mantenendo le raffinerie in funzione a tassi superiori alla media fino alla fine di questo decennio. Insomma, il futuro dei veicoli elettrici sta diventando un rompicapo per la Ue. Lo dimostra anche l’allarme lanciato lo scorso 22 aprile quando un audit della Corte dei conti Ue ha sottolineato che ridurre le emissioni delle auto è più facile a dirsi che a farsi perché l’industria europea delle batterie è in ritardo rispetto ai concorrenti mondiali, soprattutto cinesi, e questo rischia dunque di non far raggiungere i target. La raccomandazione dei giudici del Lussemburgo partiva dal fatto che per azzerare le emissioni nette entro il 2050 è necessario diminuire le emissioni di carbonio prodotte dalle auto a motore endotermico, esplorare le opzioni di combustibili alternativi e favorire la diffusione dei veicoli elettrici sul mercato di massa. Il Green deal va però conciliato con la sovranità industriale e con l’accessibilità economica per i consumatori. Ebbene, il primo punto non si è finora concretizzato, il secondo risulta non sostenibile su vasta scala e il terzo rischia di essere costoso sia per l’industria sia per i consumatori della Ue.
Il regolamento europeo prevede una scappatoia nel 2026 con le cosiddette clausole di revisione che, in base agli sviluppi tecnologici e alla necessità di garantire una transizione fattibile e socialmente equa verso le emissioni zero, potrebbero rimettere in discussione lo stop del 2035. Vedremo cosa accadrà nei prossimi mesi, intanto però c’è chi come Tronchetti ha il coraggio di definire «idiozie, fesserie» le politiche verdi avviate sin qui da degli «ignoranti ideologizzati».
Guerra, tassi e manie verdi mettono a rischio il lavoro di 103.000 metalmeccanici
All’interno del settore metalmeccanico aumentano i lavoratori coinvolti in crisi aziendali, che passano dagli 83.817 del 31 dicembre 2023 ai 103.541 di questa fine giugno. Il dato viene da un report della Fim Cisl sullo Stato delle crisi nel settore metalmeccanico relativo al primo semestre dell’anno in corso. Tra le cause individuate nel documento, spiccano la rapida salita dei tassi di interesse, la transizione ecologica (e digitale) e le guerre, tutti fattori su cui l’Unione europea gioca un ruolo determinante. Una dinamica da osservare con preoccupazione - visto il celere peggioramento nel giro di pochi mesi, che colpisce naturalmente anche l’indotto - e da tenere presente quando si discute di appoggiare una maggioranza europea che sarebbe la fotocopia di quella che ha prodotto questi disastri (o non ha saputo evitarli).
Il dato sui lavoratori coinvolti in crisi di aziende del settore metalmeccanico, si legge nel documento, «conferma in maniera preoccupante i segnali già emersi alla fine dello scorso anno, quando si è registrato un calo, seppur lieve, della produzione industriale. Oggi questo dato, confermato anche dall’Istat per il primo trimestre dell’anno in corso, ha assunto una maggiore importanza in termini quantitativi e qualitativi». Stiamo parlando, in effetti, di un incremento di circa il 23% in un lasso di tempo piuttosto ristretto.
Gli autori del rapporto hanno analizzato un campione che comprende 712 aziende metalmeccaniche, di cui 312 sopra i 50 dipendenti e 400 con meno di 50 dipendenti. Quanto emerge è un forte calo delle commesse e la conseguente apertura della cassa integrazione in molte delle aziende censite. «Molte di queste», viene specificato, «sono coinvolte a vario titolo nei processi di transizione green o digitale», cioè il cappio imposto al Vecchio continente dal Green deal europeo. Il documento registra segnali di rallentamento nei settori dell’automotive e del termomeccanico, ma anche in quelli dell’elettrodomestico, dei mezzi agricoli e nella siderurgia.
«Le difficoltà finanziarie innescate dalla rapida salita dei tassi d’interesse», continua il documento, «si sono acuite rispetto al semestre precedente, anche se l’inversione di rotta avviata dalla Bce con il primo taglio comunicato il 6 giugno dovrebbe preludere, qualora la tendenza all’allentamento della politica monetaria fosse confermato, a un miglioramento nella seconda parte dell’anno e ancor più nel 2025». «L’inasprimento delle condizioni di finanziamento continua tuttavia a pesare», aggiunge, «soprattutto per le aziende al di sotto dei 50 dipendenti». Qui, però, andrebbe sottolineato il problema di avere un’unica Banca centrale, la Bce, che fissa politiche monetarie per un insieme di Paesi con fondamentali macroeconomici assai diversi.
L’Italia, infatti, registra un tasso di inflazione inferiore all’obiettivo del 2% - al di là del dibattito sul senso di questo parametro - da ottobre 2023. Ciononostante, abbiamo continuato a subire una stretta monetaria per noi assolutamente inutile (anzi, dannosa), mentre il ritorno delle regole del Patto di stabilità impedisce alla politica fiscale di controbilanciare l’effetto depressivo dell’innalzamento dei tassi. A distanza di anni, dopo una pandemia che ha ribaltato il paradigma dell’austerità, l’Ue è ancora guidata da persone che predicano, nel 2024, un’ormai anacronistica disciplina dei conti pubblici (mentre, parallelamente, impongono una transizione energetica che richiede centinaia di miliardi di investimenti).
Lo stesso rapporto della Cisl, d’altra parte, invoca un «sostegno di carattere pubblico che superi la logica dei bonus e investa seriamente e con convinzione su una strategia che punti a finanziare investimenti in nuove tecnologie e rafforzi le competenze professionali dei lavoratori». Bisognerebbe allora indicare con forza che cosa impedisce gli investimenti pubblici: l’appartenenza dell’Italia all’euro e all’Ue, visto anche che la riforma del Patto di stabilità non pare aver determinato alcun cambio di paradigma.
«In alcune regioni», scrive ancora la Fim Cisl, «in particolare Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, su molte aziende continuano a pesare gli effetti derivanti dal conflitto tra Russia e Ucraina, concentrati in particolare nei settori legati ai serramenti, macchinari e impiantistica industriale». Poco sotto, viene evidenziato un aumento delle aziende in crisi rispetto al semestre precedente in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, cioè - rispettivamente - la prima, la terza e la quarta regione italiana per Pil.
«Transizioni, riposizionamento delle catene del valore a livello globale, guerre, tensioni e crisi geopolitiche e calo delle commesse», si legge alla fine del rapporto, «continuano a impattare notevolmente sull’intero settore metalmeccanico, che proprio in questa fase necessiterebbe di importanti investimenti economici e infrastrutturali oltre che di una riduzione dei costi energetici». Una sintesi perfetta del perché guardare con preoccupazione a un’eventuale Ursula bis, specialmente se con la stessa maggioranza del quinquennio appena passato.
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Tronchetti Provera demolisce la transizione verde a tappe forzate: «Degli ignoranti ideologizzati stanno creando un danno enorme. Non abbiamo né materie prime né batterie». Già in maggio aveva sottolineato: «L’Ue causa problemi all’Europa e aiuta la Cina».Uno studio Fim Cisl mostra il crollo delle commesse e l’esplosione dell’uso della Cig. Va peggio per Nord e piccole imprese. Colpa di tutte le scelte sbagliate di Bruxelles.Lo speciale contiene due articoli.L’altra sera il vicepresidente esecutivo di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, era sul palco del teatro Parenti di Milano per presentare il volume L’officina dello sport, pubblicato da Marsilio arte e curato dalla Fondazione Pirelli. Si tratta di un progetto editoriale che documenta i cantieri, i laboratori, le fabbriche dei prodotti sportivi, il backstage delle competizioni; le voci, gli inni dello sport. A un certo punto gli è stata fatta una domanda sul tema della sostenibilità. Che per Pirelli «è una priorità assoluta, la priorità delle priorità è la nostra gente» ha spiegato Tronchetti riferendosi agli incidenti sul lavoro: «Quando si parla di sostenibilità le persone sono la primissima cosa». Perché «la sostenibilità non è un tema populistico, non deve esserci un percorso ideologico», ha sottolineato Tronchetti. Che poi ha alzato il tiro, accalorandosi: «Questa è la follia che stiamo affrontando: degli ignoranti ideologizzati stanno creando un danno enorme, perché dobbiamo fare tutto elettrico quando sappiamo benissimo che le materie prime non le abbiamo, le batterie non le abbiamo, l’energia solare non la possiamo raccogliere, se non con i pannelli che vengono non certo dall’Europa, che le turbine delle pale eoliche in Europa non siamo in grado di farle? Di che cosa stiamo parlando? Di idiozie, fesserie». Una critica netta, dura. Che arriva da un imprenditore da oltre 30 anni sulla scena dell’industria italiana. E proprio mentre a Bruxelles si sta decidendo la nuova maggioranza europea che tra i principali nodi da sciogliere avrà sul tavolo l’approccio alla transizione verde dopo i risultati del voto nella Ue. Non è la prima volta che Tronchetti va all’attacco su questo tema. Lo scorso 17 maggio, intervenendo al summit delle Confindustrie del B7, aveva già avvertito: «Sulla transizione green l’Europa ha obiettivi irrealistici, insostenibili, dobbiamo cambiare direzione, cambiare la nostra rotta. Non ci stiamo muovendo sempre nella direzione giusta. La neutralità tecnologica nell’energia dovrebbe essere il nostro faro», servono «risultati migliori rispetto a quello che è stato fatto fino ad ora». È «una situazione molto difficile: alcune iniziative a livello europeo stanno creando problemi all’Europa e favorendo la Cina» mentre «burocrati e politici non sempre ascoltano il parere dell’industria, e sarebbe importante farlo». Non basta, infatti, preservare la sostenibilità ambientale, vanno preservate la sostenibilità economica e la sostenibilità sociale. Soprattutto in un settore come quello dell’automotive. Nel primo trimestre del 2024 le immatricolazioni di automobili nell’area dell’euro sono state inferiori di circa il 20% rispetto all’inizio del 2018. I target fissati al 2035 da Bruxelles in termini di utilizzo di auto elettriche non sono raggiungibili. Cosa farà l’Europa? Li aggiornerà allungando i tempi con concretezza? Vedremo, anche alla luce di come e se cambieranno le mosse dell’«azionariato» politico della Commissione quando si sarà conclusa la partita sulle nomine. Di certo, alle parole di Tronchetti fanno da sfondo i numeri. Come quelli contenuti nel report di Goldman Sachs pubblicato a fine maggio: mostrava che il consumo di petrolio raggiungerà il picco entro il 2034 a causa di un potenziale rallentamento nell’adozione di veicoli elettrici (Ev), mantenendo le raffinerie in funzione a tassi superiori alla media fino alla fine di questo decennio. Insomma, il futuro dei veicoli elettrici sta diventando un rompicapo per la Ue. Lo dimostra anche l’allarme lanciato lo scorso 22 aprile quando un audit della Corte dei conti Ue ha sottolineato che ridurre le emissioni delle auto è più facile a dirsi che a farsi perché l’industria europea delle batterie è in ritardo rispetto ai concorrenti mondiali, soprattutto cinesi, e questo rischia dunque di non far raggiungere i target. La raccomandazione dei giudici del Lussemburgo partiva dal fatto che per azzerare le emissioni nette entro il 2050 è necessario diminuire le emissioni di carbonio prodotte dalle auto a motore endotermico, esplorare le opzioni di combustibili alternativi e favorire la diffusione dei veicoli elettrici sul mercato di massa. Il Green deal va però conciliato con la sovranità industriale e con l’accessibilità economica per i consumatori. Ebbene, il primo punto non si è finora concretizzato, il secondo risulta non sostenibile su vasta scala e il terzo rischia di essere costoso sia per l’industria sia per i consumatori della Ue.Il regolamento europeo prevede una scappatoia nel 2026 con le cosiddette clausole di revisione che, in base agli sviluppi tecnologici e alla necessità di garantire una transizione fattibile e socialmente equa verso le emissioni zero, potrebbero rimettere in discussione lo stop del 2035. Vedremo cosa accadrà nei prossimi mesi, intanto però c’è chi come Tronchetti ha il coraggio di definire «idiozie, fesserie» le politiche verdi avviate sin qui da degli «ignoranti ideologizzati».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/danni-transizione-ecologica-2668626280.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="guerra-tassi-e-manie-verdi-mettono-a-rischio-il-lavoro-di-103-000-metalmeccanici" data-post-id="2668626280" data-published-at="1719517744" data-use-pagination="False"> Guerra, tassi e manie verdi mettono a rischio il lavoro di 103.000 metalmeccanici All’interno del settore metalmeccanico aumentano i lavoratori coinvolti in crisi aziendali, che passano dagli 83.817 del 31 dicembre 2023 ai 103.541 di questa fine giugno. Il dato viene da un report della Fim Cisl sullo Stato delle crisi nel settore metalmeccanico relativo al primo semestre dell’anno in corso. Tra le cause individuate nel documento, spiccano la rapida salita dei tassi di interesse, la transizione ecologica (e digitale) e le guerre, tutti fattori su cui l’Unione europea gioca un ruolo determinante. Una dinamica da osservare con preoccupazione - visto il celere peggioramento nel giro di pochi mesi, che colpisce naturalmente anche l’indotto - e da tenere presente quando si discute di appoggiare una maggioranza europea che sarebbe la fotocopia di quella che ha prodotto questi disastri (o non ha saputo evitarli). Il dato sui lavoratori coinvolti in crisi di aziende del settore metalmeccanico, si legge nel documento, «conferma in maniera preoccupante i segnali già emersi alla fine dello scorso anno, quando si è registrato un calo, seppur lieve, della produzione industriale. Oggi questo dato, confermato anche dall’Istat per il primo trimestre dell’anno in corso, ha assunto una maggiore importanza in termini quantitativi e qualitativi». Stiamo parlando, in effetti, di un incremento di circa il 23% in un lasso di tempo piuttosto ristretto. Gli autori del rapporto hanno analizzato un campione che comprende 712 aziende metalmeccaniche, di cui 312 sopra i 50 dipendenti e 400 con meno di 50 dipendenti. Quanto emerge è un forte calo delle commesse e la conseguente apertura della cassa integrazione in molte delle aziende censite. «Molte di queste», viene specificato, «sono coinvolte a vario titolo nei processi di transizione green o digitale», cioè il cappio imposto al Vecchio continente dal Green deal europeo. Il documento registra segnali di rallentamento nei settori dell’automotive e del termomeccanico, ma anche in quelli dell’elettrodomestico, dei mezzi agricoli e nella siderurgia. «Le difficoltà finanziarie innescate dalla rapida salita dei tassi d’interesse», continua il documento, «si sono acuite rispetto al semestre precedente, anche se l’inversione di rotta avviata dalla Bce con il primo taglio comunicato il 6 giugno dovrebbe preludere, qualora la tendenza all’allentamento della politica monetaria fosse confermato, a un miglioramento nella seconda parte dell’anno e ancor più nel 2025». «L’inasprimento delle condizioni di finanziamento continua tuttavia a pesare», aggiunge, «soprattutto per le aziende al di sotto dei 50 dipendenti». Qui, però, andrebbe sottolineato il problema di avere un’unica Banca centrale, la Bce, che fissa politiche monetarie per un insieme di Paesi con fondamentali macroeconomici assai diversi. L’Italia, infatti, registra un tasso di inflazione inferiore all’obiettivo del 2% - al di là del dibattito sul senso di questo parametro - da ottobre 2023. Ciononostante, abbiamo continuato a subire una stretta monetaria per noi assolutamente inutile (anzi, dannosa), mentre il ritorno delle regole del Patto di stabilità impedisce alla politica fiscale di controbilanciare l’effetto depressivo dell’innalzamento dei tassi. A distanza di anni, dopo una pandemia che ha ribaltato il paradigma dell’austerità, l’Ue è ancora guidata da persone che predicano, nel 2024, un’ormai anacronistica disciplina dei conti pubblici (mentre, parallelamente, impongono una transizione energetica che richiede centinaia di miliardi di investimenti). Lo stesso rapporto della Cisl, d’altra parte, invoca un «sostegno di carattere pubblico che superi la logica dei bonus e investa seriamente e con convinzione su una strategia che punti a finanziare investimenti in nuove tecnologie e rafforzi le competenze professionali dei lavoratori». Bisognerebbe allora indicare con forza che cosa impedisce gli investimenti pubblici: l’appartenenza dell’Italia all’euro e all’Ue, visto anche che la riforma del Patto di stabilità non pare aver determinato alcun cambio di paradigma. «In alcune regioni», scrive ancora la Fim Cisl, «in particolare Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, su molte aziende continuano a pesare gli effetti derivanti dal conflitto tra Russia e Ucraina, concentrati in particolare nei settori legati ai serramenti, macchinari e impiantistica industriale». Poco sotto, viene evidenziato un aumento delle aziende in crisi rispetto al semestre precedente in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, cioè - rispettivamente - la prima, la terza e la quarta regione italiana per Pil. «Transizioni, riposizionamento delle catene del valore a livello globale, guerre, tensioni e crisi geopolitiche e calo delle commesse», si legge alla fine del rapporto, «continuano a impattare notevolmente sull’intero settore metalmeccanico, che proprio in questa fase necessiterebbe di importanti investimenti economici e infrastrutturali oltre che di una riduzione dei costi energetici». Una sintesi perfetta del perché guardare con preoccupazione a un’eventuale Ursula bis, specialmente se con la stessa maggioranza del quinquennio appena passato.
Ansa
L’amministratore delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, ha spiegato al quotidiano Welt am Sonntag che la Francia sta valutando un taglio drastico ai finanziamenti per il carro, la cui entrata in servizio era prevista per il 2040 e che doveva sostituire il Leopard 2 e il Leclerc. «Se hai a disposizione meno soldi», ha sospirato il manager, «non andrai più veloce. E noi siamo già molto lenti». Il Mgcs, finora, ha ricevuto solo 25 milioni. L’interoperabilità dei sistemi d’arma tra Paesi alleati? Può attendere.
Secondo quanto ha riferito venerdì l’Handelsblatt, le banderuole scioviniste dei francesi stanno compromettendo pure un altro programma: l’Eurodrone. Dassault, infatti, avrebbe chiesto un risarcimento ad Airbus perché potrà lavorare solo a una quota minoritaria del progetto, che coinvolge anche Germania, Spagna e Italia.
Se la passava meglio il concorrente italo-nipponico-britannico del Fcas, il Global combat air programme (Gcap). Il jet multiruolo stealth verrebbe costruito da Leonardo, dall’inglese Bae systems e dalla giapponese Mitsubishi. Restano sbarrate le porte ai tedeschi, i quali avevano manifestato interesse per la joint venture dopo il divorzio dai transalpini. Ma adesso sono le turbolenze politiche londinesi a tarpare le ali all’aereo del futuro: Keir Starmer ha perso il ministro della Difesa, John Healey, irritato per gli stanziamenti insufficienti al settore militare. La svolta laburista, pensata per tamponare l’emorragia di voti dirottando risorse sul welfare, potrebbe ripercuotersi sul sodalizio con Roma e Tokyo: i tempi di realizzazione del velivolo (2035) potrebbero dilatarsi.
In un contesto frammentato come quello del Vecchio continente, le liti non devono stupire. Il disimpegno americano, con la prospettiva di un allontanamento dell’egemone, ha innescato la competizione tra Stati di peso comparabile per intestarsi il primato militare, in una fase storica in cui l’hard power sta ridiventando un fattore di potenza cruciale. È l’ennesima dimostrazione che quello dell’orso russo è più un pretesto che un’emergenza: se veramente temessimo l’imminente invasione da parte delle truppe di Vladimir Putin, avremmo un autentico incentivo ad accantonare gli egoismi nazionali. Invece, ognuno va per sé: la Polonia si sta armando fino ai denti e potrebbe ereditare i rimasugli di supporto statunitense che Donald Trump, in cattivi rapporti con Berlino, sta sottraendo alla Germania; il debole governo di Friedrich Merz è riuscito a mettere da parte una cifra monstre - quasi 1.000 miliardi di euro - per rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale più forte d’Europa; la Francia ha meno disponibilità di cassa, ma non può sopportare che il suo dominio bellico venga minacciato; e poi c’è il caso italiano.
Giorgia Meloni sa che il consenso dei cittadini per le politiche marziali caldeggiate da Bruxelles è scarso. I recenti attriti sulla negata sospensione del Patto di stabilità hanno spinto l’esecutivo a congelare l’adesione al fondo Safe, nonostante i malumori del ministro della Difesa, Guido Crosetto. Il quale, nel frattempo, studia un piano per reclutare 40.000 soldati entro il 2033.
Per accedere ai prestiti dell’Ue (denaro che andrà restituito), i progetti devono coinvolgere almeno due Stati membri, a meno che non si tratti di appalti a tempo limitato. Ma se le collaborazioni sono così fragili, per quale motivo dovremmo infilarci in un meccanismo che ci vincolerebbe a elargizioni poco liberali dall’Europa? Magari, a beneficio di Rheinmetall, o di altri concorrenti francesi? Ieri è toccato alla Grecia firmare l’accordo, per pagare un sistema antidroni. Noi non abbiamo difficoltà a raccogliere capitali sui mercati, a tassi favorevoli. Possiamo contare su colossi come Leonardo. Nulla ci impedisce di metterci in proprio e di sceglierci i partner che preferiamo, a prescindere dalla sorveglianza della Commissione. Se il mondo è diventato pericoloso e bisogna attrezzarsi per sopravvivere, non è a Ursula che ci conviene consegnare la nostra sicurezza. Voi comprereste un’auto usata da quella donna?
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L’indagine è nata dalle querele presentate dalle donne vittime di atti sessuali, subiti in occasione della consegna dei prodotti alimentari richiesti online tramite la piattaforma per cui l’uomo lavorava.
Dagli accertamenti è emerso che, l’8 febbraio scorso, il rider, utilizzando l’account di una terza persona, ha appoggiato la bicicletta e ha consegnato a una giovane donna due casse d’acqua all’ingresso dello stabile: a quel punto ha iniziato a palpeggiarle il seno e altre parti del corpo. In un primo momento la vittima è rimasta impietrita e incapace di reagire, poi è riuscita a divincolarsi, scappando nell’androne condominiale ed entrando in ascensore. Ma l’uomo non ha desistito e ha lasciato il condominio solo dopo qualche minuto in cui la ragazza è rimasta chiusa in ascensore.
Successivamente, il 13 febbraio, il rider ha effettuato una consegna all’interno di un palazzo e, con il pretesto di richiedere alla ragazza destinataria dell’ordine una recensione sul cellulare, si è avvicinato e le ha palpeggiato il seno con entrambe le mani. Anche il 16 marzo, sempre all’ingresso di un condominio, l’uomo, impugnando la busta contenente l’ordine, ha infilato la mano sinistra sotto al sacchetto e ha palpeggiato il seno della ragazza davanti a lui. Sono in corso accertamenti relativi ad almeno altri sette episodi, del tutto simili per modalità d’azione.
Le segnalazioni arrivate in merito al rider arrestato, oltre ad essere numerose, risalgono a episodi avvenuti almeno da maggio 2025, un periodo di tempo molto lungo. Per questo, le forze dell’ordine ritengono che i comportamenti penalmente rilevanti dell’uomo appaiano abituali e, pertanto, invitano eventuali altre vittime a farsi avanti e denuciare le molestie subite.
In Toscana, invece, sta per andare a processo un tentativo di stupro ai danni di una novantenne da parte di un tunisino di 59 anni, accoltellato da un familiare sessantaduenne della vittima.
L’incredibile episodio di violenza contro l’anziana è avvenuto a Montespertoli, tranquillo Comune di 13.000 abitanti immerso nelle campagne tra Firenze e Siena.
La vicenda risale alla prima metà dello scorso anno, quando, secondo quanto ricostruito dalle indagini, il tunisino, residente a Colle Val D’Elsa, in Provincia di Siena, aveva accesso all’abitazione della pensionata, dove lavorava come operaio, intento a effettuare alcuni lavori di ristrutturazione all’immobile nel quale viveva la donna. È in quel contesto che l’uomo, stando alla ricostruzione della Procura di Firenze, avrebbe abusato della novantenne. Secondo quanto riporta il quotidiano La Nazione, che cita alcuni virgolettati degli atti d’indagine, la violenza sarebbe consistita «nell’afferrarle la testa con entrambe le mani e nell’iniziare a baciarla sull’orecchio per poi spostarsi verso la bocca», nonché «nel palpeggiarle e stringerle al contempo il seno destro» e a costringerla a subire tali atti sessuali contro la propria volontà.
Venuto a conoscenza dello stupro, il nipote dell’anziana avrebbe affrontato l’operaio tunisino e, dopo aver gridato «cosa hai fatto alla nonna?», lo avrebbe colpito due volte al torace con un coltello lungo 18 centimetri, causandogli ferite guaribili in dieci giorni.
Naturalmente la rissa tra i due non è passata inosservata nella pacifica cittadina e ha portato all’intervento delle forze dell’ordine, dando il via a una doppia indagine da parte della Procura di Firenze, sia sull’accoltellamento che sullo stupro. Nei mesi scorsi il pubblico ministero titolare del fascicolo d’indagine ha chiesto il rinvio a giudizio per entrambi. Il nordafricano è accusato di violenza sessuale ai danni della novantenne, con l’aggravante di aver commesso il fatto approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la pubblica e la privata difesa, nonché con abuso di relazioni domestiche e di prestazioni d’opera.
Al nipote della donna, invece, dalla Procura viene contestata l’accusa di lesioni personali aggravate dall’utilizzo del coltello, considerato un’arma bianca. I due si incontreranno di nuovo durante l’udienza preliminare, fissata per il prossimo 7 ottobre presso il tribunale di Firenze. E quasi certamente dovranno affrontare un processo a tratti kafkiano, che potrebbe portare alla condanna di entrambi.
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