True
2020-05-06
La Germania dà i 3 mesi all’Ue
Angela Merkel (Ansa)
A scuola insegnano che l'Unione europea si basa su tre pilastri. La cooperazione in materia penale, la condivisione della politica estera e della sicurezza comune e, il più importante dei tre pilastri, la coesione economica e monetaria. Sul primo, forse quello accessorio, nulla da dire, il secondo è sempre stato traballante (basti pensare alle faide sulla Libia) e ora con il coronavirus ha subito la spallata definitiva. Il terzo è stato accoltellato ieri dalla corte di Karlsruhe. I giudici tedeschi hanno deciso che il Quantitative easing della Banca centrale europea leda, almeno in parte, i principi fondamentali della Bundesbank, del Parlamento e quindi della Costituzione tedesca stessa. La corte ha intimato alla Bce di prendersi tre mesi di tempo per giustificare gli acquisti di titoli pubblici dell'eurozona, sia quelli già effettuati si quelli in canna per le prossime settimane.
Al termine dell'ultimatum, se la Bce non avrà convinto i tedeschi, la Bundesbank sarà di fatto autorizzata a sganciarsi dal programma. Una scelta devastante, non tanto per il Quantitative easing stesso che è in via di esaurimento, ma per le tutte le future strategie di vendita dei titoli in pancia al bilancio della Bce. Ma soprattutto è una scelta che decreterebbe la fine dell'autonomia e del ruolo super partes della Bce.
Se viene meno l'unità e l'autonomia riconosciuta alla Banca centrale, come potrà l'eurozona prendere decisioni in materia valutaria e di debito in grado di garantire tutti i Paesi membri? A quel punto - e qui sta la bomba atomica - la moneta potrà ancora chiamarsi unica? La risposta non dipende da noi ma dai tedeschi. Se decideranno di rompere l'euro sarà una scelta avallata da Angela Merkel. La sentenza di ieri si basa infatti sul principio del Deutschland über alles. La corte dice espressamente di non riconoscere tout court decisioni della corte Ue. Nella loro trasparenza i tedeschi spiegano che riconosceranno le decisioni Ue solo se affini agli interessi tedeschi. Altrimenti le strade dell'Unione si possono separare. Perché non esiste Ue senza euro. E non esiste euro senza una condivisione del debito. La Verità lo spiega da sempre: una moneta si basa sul fisco e sul debito. Se il Paese che traina l'Ue non vuole più accollarsi alcun rischio al di fuori del proprio confine territoriale, come potrà stare in piedi la baracca? Tradotto, alla fine dell'ultimatum si aprono due scenari. Bruxelles e Francoforte potranno accettare anche formalmente la subalternità a Berlino e quindi decideranno di annientare il ruolo della Bce (che dovrà smettere di fare da salvagente ai Paesi più indebitati) per cedere il passo alle leve fiscali. Esattamente come predica la Merkel, a sostenere i debiti pubblici non sarà più l'acquisto di titoli, ma la pressione fiscale e l'uso delle ricchezze private. Basta aste garantite, sì alle super patrimoniali e ai tagli lineari. L'altro scenario è evidentemente la rottura dell'euro.
«In teoria solo la Bundesbank è vincolata da questi requisiti, non la Bce. In pratica, tuttavia, è difficile credere che gli acquisti di obbligazioni continueranno in futuro senza la partecipazione della Banca centrale tedesca», ha commentato a caldo il presidente dell'Istituto per la ricerca economica Ifo, Clemens Faust. «La Corte tedesca ha chiesto a Francoforte di dimostrare che gli acquisti di obbligazioni sono conformi al principio di proporzionalità e che tali acquisti sono giustificati se confrontati con alcuni effetti collaterali come gli oneri per i risparmiatori o l'impatto sui prezzi degli immobili», ha spiegato ancora, concludendo che sarà la Bundesbank a decidere i sommersi e i degni di andare sul mercato dei titoli pubblici. E «ciò limita in particolare la possibilità di acquistare titoli di stato italiani». Per Faust la corte di Karlsruhe condanna l'Italia e lo dice senza giri di parole. Solo i nostri politici e la maggior parte dei media italiani stentano a voler ammettere la portata dell'esplosione. Ieri il sito del Corriere della Sera ha accolto la sentenza con un titolo ottimista: «Si al Qe dalla Germania». Poi è diventato, «Sì ma con riserva» e poi «Con grande riserva». D'altronde ieri Roberto Gualtieri ha detto «Sentenza senza conseguenze» e ci ha ricordato il portavoce di Saddam Hussein che compariva in televisione sostenendo l'imminente sconfitta degli Usa e lo diceva agli abitanti di Baghdad che dalle rispettive finestre vedevano i carri Abrams schiantare la Guardia repubblicana.
Per anni il Pd ha sostenuto che l'adesione all'Europa fosse un atto di fede, un dogma da accettare senza alcuna riserva. Ha sostenuto che l'Ue fosse il migliore dei mondi possibili e che il sovranismo fosse una becera malattia. Adesso che a smontare da dentro l'impalcatura è la Germania e non un Orbán qualsiasi, la prima reazione è rimuovere la realtà. Come faceva in tv il rappresentante del partito di Saddam. Gualtieri ha trascorso tutta la sua vita a credere nel fiscal compat e nella cieca adesione a Bruxelles. Accettare che 20 anni di credo siano stati spazzati via da un minuscolo virus è francamente difficile. Lo capiamo. Ma questo non giustifica il silenzio né l'annichilimento da parte dell'Italia. Trascorsi i tre mesi di ultimatum o accetteremo di far parte dell'Unione tedesca con le conseguenze che comporta (castrazione della Bce e maxi patrimoniale sui conti correnti e sugli immobili) oppure dovremo costruire un fronte comune del Sud o un ponte aereo con gli Stati Uniti. Qualcosa però dovremo fare. Se il governo e il Parlamento sprecano questi tre mesi non avremo alcuna sovranità da invocare.
Spallata tedesca all’Unione Ora Bruxelles ha 3 mesi per adeguarsi all’ultimatum
Talvolta accade di far venire a casa un muratore per riparare una piccola crepa sull'intonaco e questi, consapevolmente, dapprima abbatte la parete e poi fa crollare la casa.
Appare questa la similitudine più appropriata per descrivere l'effetto della sentenza pubblicata ieri dalla Corte costituzionale tedesca, chiamata a giudicare sul programma di acquisto di titoli pubblici (Pspp) varato da Mario Draghi nel marzo 2015. Nel commento di ieri dicevamo che il sentiero stretto su cui si era mosso Draghi rischiava di essere sbarrato. Ci sbagliavamo per difetto: il sentiero esiste e continuerà ad esistere perché lo ha già stabilito la sentenza della Corte di giustizia europea (Ecj) a dicembre 2018. Ma, per decidere se la Bundesbank lo percorrerà in compagnia delle altre 18 banche centrali, la Bce dovrà spiegare «in modo motivato e comprensibile» che non esiste sproporzione tra gli effetti economici di bilancio generati dal programma e gli obiettivi di politica monetaria perseguiti. In altre parole, le toghe rosse di Karlsruhe temono che la Bce sia un cacciatore che, pur di catturare la preda, stia distruggendo la vegetazione circostanze e stia sprecando proiettili, purtroppo forniti anche dalla Germania. Allora vuole vederci chiaro e dà 3 mesi alla Bce per organizzarsi e dimostrare che la mira è buona e i danni collaterali sono modesti, in proporzione ai risultati ottenuti. In assenza di spiegazioni soddisfacenti, alla Bundesbank sarà vietato partecipare a questi programmi e dovrà pure vendere i titoli già in portafoglio.
Ma il modo usato dai giudici tedeschi per arrivare a questa conclusione, sconquassa dalle fondamenta la costruzione europea. Entrando in conflitto con la Ecj e minando l'indipendenza della Bce che si vede recapitare ordini brutali. Infatti, la Ecj afferma che il Pspp è un atto emanato dalla Bce esorbitando dai propri poteri, non perché costituisce finanziamento monetario del deficit, cosa su cui c'è identità di vedute con la Corte europea. Ma perché i giudici di Lussemburgo hanno completamente ignorato, nella loro sentenza del 2018, il principio della proporzionalità e quindi c'è stato proprio un «insostenibile» errore di metodo che porta i giudici tedeschi a disconoscere tale sentenza e formulare una propria autonoma negativa valutazione dell'operato della Bce. Appena i giudici tedeschi entrano nel merito sono, se possibile, ancora più dirompenti. Secondo loro, il corretto bilanciamento tra gli obiettivi di politica monetaria e gli effetti economici e sulla politica di bilancio degli Stati non esiste affatto.
Per conseguire, e non raggiungere, l'obiettivo di inflazione «inferiore ma vicina al 2%», la Bce ha messo a disposizione degli Stati condizioni di finanziamento più favorevoli rispetto a quelle offerte dal mercato, ha in sostanza offerto assistenza finanziaria simile a quella offerta del Mes. E questa è la conferma di quanto scriviamo da tempo: il Pspp è una surrettizia mutualizzazione del debito senza condizioni. Chi vuole assistenza, vada dal Mes e si metta sotto programma. Il Pspp ha a consentito alle banche di migliorare la loro situazione e ad imprese non redditizie di restare sul mercato. Inoltre, i risparmiatori privati hanno subito perdite e, da ultimo, più il Pspp prosegue ed aumenta di volume e più difficile sarà terminarlo senza minare la stabilità finanziaria dell'eurozona.
La Bce ha soppesato tutti questi aspetti, si chiedono i giudici tedeschi? Non è dato saperlo, è la loro risposta. E fino a quando la Bce non produrrà documentazione a sostegno, non sarà possibile affermare se essa ha oltrepassato i limiti del suo mandato. Qualora la risposta della Bce non dovesse convincerli, la strada è segnata: la Bundesbank non potranno partecipare a decisioni della Bce che sono viziate da eccesso di potere.La Corte tedesca picchia duro anche sul divieto di finanziamento monetario e solleva dei dubbi sul rispetto dei famosi limiti (33%, capital key, ecc…) che furono alla base del via libera della Ecj al Pspp. Ma, ritenendoli soddisfatti, come ha sottolineato anche Jens Weidmann, si adegua al giudicato della Ecj. Alla luce di questa affermazione, siamo proprio curiosi di capire come la Bce riuscirà a giustificare il rispetto dei limiti con riferimento agli acquisti di aprile: con il Pspp sono stati acquistati 11 miliardi di titoli italiani, su 30 complessivi, e con il Pepp ben 119 miliardi, di cui non si conosce ancora la quota italiana, ma il totale potrebbe aver sfiorato i 50 miliardi.
L'acuto finale è stato degno del crescendo di tutta la sentenza: da un lato, governo federale e Bundestag devono adoperarsi affinché la Bce produca questa valutazione di proporzionalità del proprio operato e, dall'altro devono controllare l'operato della Bce. Infine, a meno che Bce non dimostri di aver soddisfatto il criterio della proporzionalità, tra 3 mesi la Bundesbank non potrà partecipare al Pspp.
Fuori luogo e segnaletico del panico che li ha colti, risulta il commento del portavoce della Commissione Ue: «Riaffermiamo il primato della legge europea, e il fatto che le decisioni della Corte europea sono vincolanti su tutte le corti nazionali». Ma non coglie nel segno, in quanto ieri è stato affermato il legittimo diritto della Corte tedesca di chiedere a propri organi istituzionali di seguire la Costituzione del proprio Paese. Una lezione per tutti, soprattutto per l'Italia.
Ieri è stato l'ultimo giorno di lavoro per il presidente della Corte tedesca, professor Andreas Vosskuhle. Ha voluto porre la parola fine sull'Unione Europea e potrebbe esserci riuscito. Ora sta a Parigi decidere cosa fare della dichiarazione di guerra giunta da Karlsruhe.
Gualtieri fa finta che sia tutto ok. Ma persino Letta fiuta i futuri guai
La sintesi più efficace, e insieme più minacciosa, l'aveva scolpita un paio di giorni fa su Twitter @Musso: si passerà dal «whatever it takes» al «whatever the Bundestag agrees». E infatti la Corte costituzionale tedesca ha posto una raffica di condizioni stringenti, e ha innescato un timer limitatissimo (tre mesi): dopo di che, la Bundesbank potrebbe fare un passo indietro.
Un'autentica bomba. Eppure il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri ha tentato di negare l'evidenza: «Primo: la sentenza non riguarda le misure di politica monetaria della Bce per far fronte all'emergenza, compreso il programma Pepp di acquisto titoli per 750 miliardi. Secondo: la Corte non ha avvalorato l'accusa che invece il Pspp, cioè il precedente Qe, violerebbe l'articolo 123 del trattato sul funzionamento dell'Unione e ha ribadito la piena legittimità di questo strumento. Terzo: i rilievi rivolti al Qe riguardano aspetti procedurali, cioè le informazioni circa le ragioni per cui il Pspp è stato necessario a perseguire gli obiettivi di politica monetaria della Bce. Quarto: la sentenza chiede al governo tedesco di adoperarsi per ricevere adeguate informazioni dalla Bce. Quinto: il governo tedesco ha già dichiarato che si muoverà a questo scopo e che crede che la Bce le fornirà».
E l'incredibile crescendo autoconsolatorio di Gualtieri si è concluso così: «Questo chiarimento avverrà in tempi rapidi, e quindi la sentenza non avrà alcuna conseguenza pratica». E ancora: «La sentenza in alcun modo intacca o influenza l'attuale Pepp che la Bce sta con grande efficacia svolgendo e conducendo».
Ma la denial strategy di Gualtieri resta drammaticamente isolata. È l'ex vicepresidente della Bce Vitor Constancio a spiegare cosa può accadere: «Questo è il grande rischio: arriveranno nuovi ricorsi in Germania contro il Pepp». E perfino Enrico Letta, sempre su Twitter, dopo un incipit surreale («Danni limitati da Corte costituzionale tedesca»), ammette: «Loro (i tedeschi) decidono per loro stessi, ma siccome come finanze pubbliche son più credibili di noi, se si ritirano da azioni Bce che aiutano soprattutto noi, son guai per noi». Ma guarda.
Sul versante dell'opposizione, non è certamente sorpreso chi aveva da tempo acceso i riflettori su Karlsruhe. Per Claudio Borghi (Lega) «la Germania dà alla Bce un ultimatum di tre mesi perché faccia come piace a loro». E ancora, l'esponente leghista coglie un'altra evidenza, il passaggio in cui la Corte tedesca travolge una pronuncia della Corte di Giustizia Europea. Annota Borghi: «Fine dei sogni di schiere di inginocchiati che vi hanno venduto la storia del diritto Ue che prevale sul diritto nazionale». Concetto ribadito da Alberto Bagnai, coordinatore del gruppo economico della Lega: «La sentenza conferma la risolutezza della Germania nel difendere i suoi interessi nazionali, prescindendo dal contesto europeo. Emerge nitida la differenza con l'Italia, il cui presidente del Consiglio si è presentato ai tavoli europei mendicando solidarietà».
Resta un altro punto di fondo, evidenziato nei giorni scorsi proprio in un colloquio con La Verità dall'editorialista del Ft Wolfgang Munchau: l'esigenza di modificare i trattati. Punto colto da Stefania Craxi: «La Corte tedesca fa il suo mestiere e, semmai, dovremmo essere noi a riflettere sulla leggerezza con cui abbiamo schiuso le porte dei nostri ordinamenti senza riserve e senza tutelare lo spazio dei nostri interessi. È questa una decisione che giunge alla vigilia di importanti appuntamenti europei e proprio il giorno dopo che l'Olanda ha richiesto l'introduzione di clausole sull'uso del Mes a conferma che i campioni dell'europeismo, in fondo, guardano innanzitutto ai loro destini. E noi?».
Rotto l’asse Francoforte-Berlino. Ma la Bce per ora spara a salve
«La Corte tedesca ha messo una bomba sotto l'ordinamento giuridico dell'Ue», titolava ieri il sito del Financial Times. Di certo, la Bce non intende essere messa al guinzaglio dalla Corte costituzionale di Karlsruhe. Tanto che dopo la sentenza dei giudici tedeschi è stata subito convocata per le 18 una riunione d'urgenza del consiglio direttivo terminata attorno alle 20. In una nota diffusa in serata si legge che «la Bce prende nota del giudizio» della Corte costituzionale federale tedesca sul Pspp e «rimane pienamente impegnata a fare tutto il necessario entro il proprio mandato per assicurare che l'inflazione salga verso livelli coerenti con il suo obiettivo di medio termine e che le azioni di politica monetaria intraprese nel perseguimento dell'obiettivo di mantenere la stabilità dei prezzi vengano trasmesse a tutti i settori dell'economia e a tutte le giurisdizioni dell'eurozona». Nel comunicato viene poi ricordato che la Corte di giustizia dell'Unione europea ha stabilito, nel dicembre 2018, che la Bce sta agendo nel suo mandato per la stabilità dei prezzi.
La banca centrale guidata da Christine Lagarde ha tre mesi per presentare le sue deliberazioni sulla proporzionalità del programma di acquisto. Ma tre mesi sono pochi. E i falchi sono già in aria: «Sosterrò l'adempimento di questo compito, nel rispetto dell'indipendenza del consiglio direttivo della Bce», ha scritto in una nota il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann.
Il siluro di ieri è partito sia in direzione di Francoforte sia verso Bruxelles che ieri non ha caso ha dovuto ribadire la preminenza delle leggi Ue e il fatto che le decisioni della Corte di giustizia Ue «sono vincolanti per tutte le corti nazionali». Sul programma di acquisti di bond sovrani (Pspp) avviato dalla banca centrale europea nel 2015 la corte europea si era già espressa a dicembre 2018, stabilendo che l'acquisto di titoli del debito pubblico sui mercati secondari non viola il diritto dell'Unione. I giudici di Karlsruhe per la prima volta hanno messo in discussione la giurisprudenza europea creando un precedente pericoloso. Se i tedeschi si oppongono ai giudici in Lussemburgo, possiamo farlo anche noi, potrebbero ad esempio pensare altri Paesi come l'Ungheria o la Polonia.
In attesa di conoscere le reazioni ufficiali del consiglio direttivo di Francoforte conclusosi a mercati chiusi, la sentenza della Corte tedesca ha avuto un primo impatto sullo spread. Il differenziale di rendimento tra il Btp decennale benchmark scadenza agosto 2030 e il pari durata tedesco, che aveva aperto a 233 punti base, è progressivamente salito fino a sfiorare i 250 punti base per poi ripiegare a 248. Quanto alle Borse, la sbandata è stata contenuta: dopo il verdetto i principali listini del Vecchio Continente hanno rallentato per poi riprendere vigore nel resto della seduta anche sulla scia dell'avvio positivo di Wall Street. Il grande ritorno del Brent sopra i 30 dollari, grazie all'imminente alleggerimento del lockdown in molti Paesi, ha fatto da contraltare ai giudici di Karlsruhe. Piazza Affari ha così chiuso con un +2,07%, Francoforte con un rialzo del 2,51%e Parigi del 2,40%, mentre Londra solo un po' più cauta, è salita dell'1,7 per cento. Le Borse stanno quindi digerendo le cattive notizie, ma anche considerando quelle buone ovvero che nulla per il momento è davvero cambiato. La sentenza di ieri non si applica ai programmi adottati dalla Bce in risposta alla crisi del coronavirus. In particolare al Pepp, il programma pandemico di acquisto da 750 miliardi che l'Eurotower ha lanciato il 18 di marzo per fornire un sostegno all'economia e attenuare le tensioni sui mercati. Bisognerà comunque capire se anche il previsto ampliamento con la massima flessibilità e «senza limiti» di questo piano finirà davanti ai giudici tedeschi in un prossimo ricorso. Insomma, la portata politica della decisione di ieri rischia di smorzare la spinta a tutti gli ambiti della politica monetaria non convenzionale.
Quanto al programma Pspp, per il momento può continuare ma la Bce dovrà comunque dimostrarne l'aderenza ai limiti che la stessa Corte Europea aveva fissato nel dicembre 2018 come il tetto del 33% dei titoli di uno Stato e la rigida base di ripartizione degli acquisti. i Fabrizio Pagani, ex consigliere economico dei governi.
Ora madame Lagarde dovrà sminare la sentenza dei giudici di Karlsruhe nei suoi aspetti più insidiosi evitando che il Qe vada avanti senza il sostegno dell'azionista di riferimento. Se la Bundesbank dovesse togliere il consenso alle misure non convenzionali o persino vendere i titoli di Stato in portafoglio, il bazooka diventerebbe politicamente una pistola ad acqua.
Continua a leggereRiduci
Ammettendo di riconoscere l'Ue solo quando fa i loro interessi, i tedeschi mettono la Bce di fronte a un bivio: o si mette nero su bianco che le istituzioni comunitarie sono al servizio di Berlino, o va rivisto il meccanismo.La Corte di Karlsruhe boccia l'acquisto di titoli di Stato della Banca centrale europea e chiede chiarimenti a breve. Se le spiegazioni non saranno convincenti, salta tutto.Il ministro nega l'evidenza, l'ex premier fa invece notare i pericoli per l'Italia.L'Eurotower annuncia la controffensiva. E ribadisce: le leggi europee sono vincolantiLo speciale contiene quattro articoli A scuola insegnano che l'Unione europea si basa su tre pilastri. La cooperazione in materia penale, la condivisione della politica estera e della sicurezza comune e, il più importante dei tre pilastri, la coesione economica e monetaria. Sul primo, forse quello accessorio, nulla da dire, il secondo è sempre stato traballante (basti pensare alle faide sulla Libia) e ora con il coronavirus ha subito la spallata definitiva. Il terzo è stato accoltellato ieri dalla corte di Karlsruhe. I giudici tedeschi hanno deciso che il Quantitative easing della Banca centrale europea leda, almeno in parte, i principi fondamentali della Bundesbank, del Parlamento e quindi della Costituzione tedesca stessa. La corte ha intimato alla Bce di prendersi tre mesi di tempo per giustificare gli acquisti di titoli pubblici dell'eurozona, sia quelli già effettuati si quelli in canna per le prossime settimane. Al termine dell'ultimatum, se la Bce non avrà convinto i tedeschi, la Bundesbank sarà di fatto autorizzata a sganciarsi dal programma. Una scelta devastante, non tanto per il Quantitative easing stesso che è in via di esaurimento, ma per le tutte le future strategie di vendita dei titoli in pancia al bilancio della Bce. Ma soprattutto è una scelta che decreterebbe la fine dell'autonomia e del ruolo super partes della Bce.Se viene meno l'unità e l'autonomia riconosciuta alla Banca centrale, come potrà l'eurozona prendere decisioni in materia valutaria e di debito in grado di garantire tutti i Paesi membri? A quel punto - e qui sta la bomba atomica - la moneta potrà ancora chiamarsi unica? La risposta non dipende da noi ma dai tedeschi. Se decideranno di rompere l'euro sarà una scelta avallata da Angela Merkel. La sentenza di ieri si basa infatti sul principio del Deutschland über alles. La corte dice espressamente di non riconoscere tout court decisioni della corte Ue. Nella loro trasparenza i tedeschi spiegano che riconosceranno le decisioni Ue solo se affini agli interessi tedeschi. Altrimenti le strade dell'Unione si possono separare. Perché non esiste Ue senza euro. E non esiste euro senza una condivisione del debito. La Verità lo spiega da sempre: una moneta si basa sul fisco e sul debito. Se il Paese che traina l'Ue non vuole più accollarsi alcun rischio al di fuori del proprio confine territoriale, come potrà stare in piedi la baracca? Tradotto, alla fine dell'ultimatum si aprono due scenari. Bruxelles e Francoforte potranno accettare anche formalmente la subalternità a Berlino e quindi decideranno di annientare il ruolo della Bce (che dovrà smettere di fare da salvagente ai Paesi più indebitati) per cedere il passo alle leve fiscali. Esattamente come predica la Merkel, a sostenere i debiti pubblici non sarà più l'acquisto di titoli, ma la pressione fiscale e l'uso delle ricchezze private. Basta aste garantite, sì alle super patrimoniali e ai tagli lineari. L'altro scenario è evidentemente la rottura dell'euro.«In teoria solo la Bundesbank è vincolata da questi requisiti, non la Bce. In pratica, tuttavia, è difficile credere che gli acquisti di obbligazioni continueranno in futuro senza la partecipazione della Banca centrale tedesca», ha commentato a caldo il presidente dell'Istituto per la ricerca economica Ifo, Clemens Faust. «La Corte tedesca ha chiesto a Francoforte di dimostrare che gli acquisti di obbligazioni sono conformi al principio di proporzionalità e che tali acquisti sono giustificati se confrontati con alcuni effetti collaterali come gli oneri per i risparmiatori o l'impatto sui prezzi degli immobili», ha spiegato ancora, concludendo che sarà la Bundesbank a decidere i sommersi e i degni di andare sul mercato dei titoli pubblici. E «ciò limita in particolare la possibilità di acquistare titoli di stato italiani». Per Faust la corte di Karlsruhe condanna l'Italia e lo dice senza giri di parole. Solo i nostri politici e la maggior parte dei media italiani stentano a voler ammettere la portata dell'esplosione. Ieri il sito del Corriere della Sera ha accolto la sentenza con un titolo ottimista: «Si al Qe dalla Germania». Poi è diventato, «Sì ma con riserva» e poi «Con grande riserva». D'altronde ieri Roberto Gualtieri ha detto «Sentenza senza conseguenze» e ci ha ricordato il portavoce di Saddam Hussein che compariva in televisione sostenendo l'imminente sconfitta degli Usa e lo diceva agli abitanti di Baghdad che dalle rispettive finestre vedevano i carri Abrams schiantare la Guardia repubblicana. Per anni il Pd ha sostenuto che l'adesione all'Europa fosse un atto di fede, un dogma da accettare senza alcuna riserva. Ha sostenuto che l'Ue fosse il migliore dei mondi possibili e che il sovranismo fosse una becera malattia. Adesso che a smontare da dentro l'impalcatura è la Germania e non un Orbán qualsiasi, la prima reazione è rimuovere la realtà. Come faceva in tv il rappresentante del partito di Saddam. Gualtieri ha trascorso tutta la sua vita a credere nel fiscal compat e nella cieca adesione a Bruxelles. Accettare che 20 anni di credo siano stati spazzati via da un minuscolo virus è francamente difficile. Lo capiamo. Ma questo non giustifica il silenzio né l'annichilimento da parte dell'Italia. Trascorsi i tre mesi di ultimatum o accetteremo di far parte dell'Unione tedesca con le conseguenze che comporta (castrazione della Bce e maxi patrimoniale sui conti correnti e sugli immobili) oppure dovremo costruire un fronte comune del Sud o un ponte aereo con gli Stati Uniti. Qualcosa però dovremo fare. Se il governo e il Parlamento sprecano questi tre mesi non avremo alcuna sovranità da invocare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalla-bundesbank-un-colpo-terribile-alle-fondamenta-del-sistema-euro-2645926361.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spallata-tedesca-allunione-ora-bruxelles-ha-3-mesi-per-adeguarsi-allultimatum" data-post-id="2645926361" data-published-at="1588704647" data-use-pagination="False"> Spallata tedesca all’Unione Ora Bruxelles ha 3 mesi per adeguarsi all’ultimatum Talvolta accade di far venire a casa un muratore per riparare una piccola crepa sull'intonaco e questi, consapevolmente, dapprima abbatte la parete e poi fa crollare la casa. Appare questa la similitudine più appropriata per descrivere l'effetto della sentenza pubblicata ieri dalla Corte costituzionale tedesca, chiamata a giudicare sul programma di acquisto di titoli pubblici (Pspp) varato da Mario Draghi nel marzo 2015. Nel commento di ieri dicevamo che il sentiero stretto su cui si era mosso Draghi rischiava di essere sbarrato. Ci sbagliavamo per difetto: il sentiero esiste e continuerà ad esistere perché lo ha già stabilito la sentenza della Corte di giustizia europea (Ecj) a dicembre 2018. Ma, per decidere se la Bundesbank lo percorrerà in compagnia delle altre 18 banche centrali, la Bce dovrà spiegare «in modo motivato e comprensibile» che non esiste sproporzione tra gli effetti economici di bilancio generati dal programma e gli obiettivi di politica monetaria perseguiti. In altre parole, le toghe rosse di Karlsruhe temono che la Bce sia un cacciatore che, pur di catturare la preda, stia distruggendo la vegetazione circostanze e stia sprecando proiettili, purtroppo forniti anche dalla Germania. Allora vuole vederci chiaro e dà 3 mesi alla Bce per organizzarsi e dimostrare che la mira è buona e i danni collaterali sono modesti, in proporzione ai risultati ottenuti. In assenza di spiegazioni soddisfacenti, alla Bundesbank sarà vietato partecipare a questi programmi e dovrà pure vendere i titoli già in portafoglio. Ma il modo usato dai giudici tedeschi per arrivare a questa conclusione, sconquassa dalle fondamenta la costruzione europea. Entrando in conflitto con la Ecj e minando l'indipendenza della Bce che si vede recapitare ordini brutali. Infatti, la Ecj afferma che il Pspp è un atto emanato dalla Bce esorbitando dai propri poteri, non perché costituisce finanziamento monetario del deficit, cosa su cui c'è identità di vedute con la Corte europea. Ma perché i giudici di Lussemburgo hanno completamente ignorato, nella loro sentenza del 2018, il principio della proporzionalità e quindi c'è stato proprio un «insostenibile» errore di metodo che porta i giudici tedeschi a disconoscere tale sentenza e formulare una propria autonoma negativa valutazione dell'operato della Bce. Appena i giudici tedeschi entrano nel merito sono, se possibile, ancora più dirompenti. Secondo loro, il corretto bilanciamento tra gli obiettivi di politica monetaria e gli effetti economici e sulla politica di bilancio degli Stati non esiste affatto. Per conseguire, e non raggiungere, l'obiettivo di inflazione «inferiore ma vicina al 2%», la Bce ha messo a disposizione degli Stati condizioni di finanziamento più favorevoli rispetto a quelle offerte dal mercato, ha in sostanza offerto assistenza finanziaria simile a quella offerta del Mes. E questa è la conferma di quanto scriviamo da tempo: il Pspp è una surrettizia mutualizzazione del debito senza condizioni. Chi vuole assistenza, vada dal Mes e si metta sotto programma. Il Pspp ha a consentito alle banche di migliorare la loro situazione e ad imprese non redditizie di restare sul mercato. Inoltre, i risparmiatori privati hanno subito perdite e, da ultimo, più il Pspp prosegue ed aumenta di volume e più difficile sarà terminarlo senza minare la stabilità finanziaria dell'eurozona. La Bce ha soppesato tutti questi aspetti, si chiedono i giudici tedeschi? Non è dato saperlo, è la loro risposta. E fino a quando la Bce non produrrà documentazione a sostegno, non sarà possibile affermare se essa ha oltrepassato i limiti del suo mandato. Qualora la risposta della Bce non dovesse convincerli, la strada è segnata: la Bundesbank non potranno partecipare a decisioni della Bce che sono viziate da eccesso di potere.La Corte tedesca picchia duro anche sul divieto di finanziamento monetario e solleva dei dubbi sul rispetto dei famosi limiti (33%, capital key, ecc…) che furono alla base del via libera della Ecj al Pspp. Ma, ritenendoli soddisfatti, come ha sottolineato anche Jens Weidmann, si adegua al giudicato della Ecj. Alla luce di questa affermazione, siamo proprio curiosi di capire come la Bce riuscirà a giustificare il rispetto dei limiti con riferimento agli acquisti di aprile: con il Pspp sono stati acquistati 11 miliardi di titoli italiani, su 30 complessivi, e con il Pepp ben 119 miliardi, di cui non si conosce ancora la quota italiana, ma il totale potrebbe aver sfiorato i 50 miliardi. L'acuto finale è stato degno del crescendo di tutta la sentenza: da un lato, governo federale e Bundestag devono adoperarsi affinché la Bce produca questa valutazione di proporzionalità del proprio operato e, dall'altro devono controllare l'operato della Bce. Infine, a meno che Bce non dimostri di aver soddisfatto il criterio della proporzionalità, tra 3 mesi la Bundesbank non potrà partecipare al Pspp. Fuori luogo e segnaletico del panico che li ha colti, risulta il commento del portavoce della Commissione Ue: «Riaffermiamo il primato della legge europea, e il fatto che le decisioni della Corte europea sono vincolanti su tutte le corti nazionali». Ma non coglie nel segno, in quanto ieri è stato affermato il legittimo diritto della Corte tedesca di chiedere a propri organi istituzionali di seguire la Costituzione del proprio Paese. Una lezione per tutti, soprattutto per l'Italia. Ieri è stato l'ultimo giorno di lavoro per il presidente della Corte tedesca, professor Andreas Vosskuhle. Ha voluto porre la parola fine sull'Unione Europea e potrebbe esserci riuscito. Ora sta a Parigi decidere cosa fare della dichiarazione di guerra giunta da Karlsruhe. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalla-bundesbank-un-colpo-terribile-alle-fondamenta-del-sistema-euro-2645926361.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="gualtieri-fa-finta-che-sia-tutto-ok-ma-persino-letta-fiuta-i-futuri-guai" data-post-id="2645926361" data-published-at="1588704647" data-use-pagination="False"> Gualtieri fa finta che sia tutto ok. Ma persino Letta fiuta i futuri guai La sintesi più efficace, e insieme più minacciosa, l'aveva scolpita un paio di giorni fa su Twitter @Musso: si passerà dal «whatever it takes» al «whatever the Bundestag agrees». E infatti la Corte costituzionale tedesca ha posto una raffica di condizioni stringenti, e ha innescato un timer limitatissimo (tre mesi): dopo di che, la Bundesbank potrebbe fare un passo indietro. Un'autentica bomba. Eppure il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri ha tentato di negare l'evidenza: «Primo: la sentenza non riguarda le misure di politica monetaria della Bce per far fronte all'emergenza, compreso il programma Pepp di acquisto titoli per 750 miliardi. Secondo: la Corte non ha avvalorato l'accusa che invece il Pspp, cioè il precedente Qe, violerebbe l'articolo 123 del trattato sul funzionamento dell'Unione e ha ribadito la piena legittimità di questo strumento. Terzo: i rilievi rivolti al Qe riguardano aspetti procedurali, cioè le informazioni circa le ragioni per cui il Pspp è stato necessario a perseguire gli obiettivi di politica monetaria della Bce. Quarto: la sentenza chiede al governo tedesco di adoperarsi per ricevere adeguate informazioni dalla Bce. Quinto: il governo tedesco ha già dichiarato che si muoverà a questo scopo e che crede che la Bce le fornirà». E l'incredibile crescendo autoconsolatorio di Gualtieri si è concluso così: «Questo chiarimento avverrà in tempi rapidi, e quindi la sentenza non avrà alcuna conseguenza pratica». E ancora: «La sentenza in alcun modo intacca o influenza l'attuale Pepp che la Bce sta con grande efficacia svolgendo e conducendo». Ma la denial strategy di Gualtieri resta drammaticamente isolata. È l'ex vicepresidente della Bce Vitor Constancio a spiegare cosa può accadere: «Questo è il grande rischio: arriveranno nuovi ricorsi in Germania contro il Pepp». E perfino Enrico Letta, sempre su Twitter, dopo un incipit surreale («Danni limitati da Corte costituzionale tedesca»), ammette: «Loro (i tedeschi) decidono per loro stessi, ma siccome come finanze pubbliche son più credibili di noi, se si ritirano da azioni Bce che aiutano soprattutto noi, son guai per noi». Ma guarda. Sul versante dell'opposizione, non è certamente sorpreso chi aveva da tempo acceso i riflettori su Karlsruhe. Per Claudio Borghi (Lega) «la Germania dà alla Bce un ultimatum di tre mesi perché faccia come piace a loro». E ancora, l'esponente leghista coglie un'altra evidenza, il passaggio in cui la Corte tedesca travolge una pronuncia della Corte di Giustizia Europea. Annota Borghi: «Fine dei sogni di schiere di inginocchiati che vi hanno venduto la storia del diritto Ue che prevale sul diritto nazionale». Concetto ribadito da Alberto Bagnai, coordinatore del gruppo economico della Lega: «La sentenza conferma la risolutezza della Germania nel difendere i suoi interessi nazionali, prescindendo dal contesto europeo. Emerge nitida la differenza con l'Italia, il cui presidente del Consiglio si è presentato ai tavoli europei mendicando solidarietà». Resta un altro punto di fondo, evidenziato nei giorni scorsi proprio in un colloquio con La Verità dall'editorialista del Ft Wolfgang Munchau: l'esigenza di modificare i trattati. Punto colto da Stefania Craxi: «La Corte tedesca fa il suo mestiere e, semmai, dovremmo essere noi a riflettere sulla leggerezza con cui abbiamo schiuso le porte dei nostri ordinamenti senza riserve e senza tutelare lo spazio dei nostri interessi. È questa una decisione che giunge alla vigilia di importanti appuntamenti europei e proprio il giorno dopo che l'Olanda ha richiesto l'introduzione di clausole sull'uso del Mes a conferma che i campioni dell'europeismo, in fondo, guardano innanzitutto ai loro destini. E noi?». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalla-bundesbank-un-colpo-terribile-alle-fondamenta-del-sistema-euro-2645926361.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="rotto-lasse-francoforte-berlino-ma-la-bce-per-ora-spara-a-salve" data-post-id="2645926361" data-published-at="1588704647" data-use-pagination="False"> Rotto l’asse Francoforte-Berlino. Ma la Bce per ora spara a salve «La Corte tedesca ha messo una bomba sotto l'ordinamento giuridico dell'Ue», titolava ieri il sito del Financial Times. Di certo, la Bce non intende essere messa al guinzaglio dalla Corte costituzionale di Karlsruhe. Tanto che dopo la sentenza dei giudici tedeschi è stata subito convocata per le 18 una riunione d'urgenza del consiglio direttivo terminata attorno alle 20. In una nota diffusa in serata si legge che «la Bce prende nota del giudizio» della Corte costituzionale federale tedesca sul Pspp e «rimane pienamente impegnata a fare tutto il necessario entro il proprio mandato per assicurare che l'inflazione salga verso livelli coerenti con il suo obiettivo di medio termine e che le azioni di politica monetaria intraprese nel perseguimento dell'obiettivo di mantenere la stabilità dei prezzi vengano trasmesse a tutti i settori dell'economia e a tutte le giurisdizioni dell'eurozona». Nel comunicato viene poi ricordato che la Corte di giustizia dell'Unione europea ha stabilito, nel dicembre 2018, che la Bce sta agendo nel suo mandato per la stabilità dei prezzi. La banca centrale guidata da Christine Lagarde ha tre mesi per presentare le sue deliberazioni sulla proporzionalità del programma di acquisto. Ma tre mesi sono pochi. E i falchi sono già in aria: «Sosterrò l'adempimento di questo compito, nel rispetto dell'indipendenza del consiglio direttivo della Bce», ha scritto in una nota il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann. Il siluro di ieri è partito sia in direzione di Francoforte sia verso Bruxelles che ieri non ha caso ha dovuto ribadire la preminenza delle leggi Ue e il fatto che le decisioni della Corte di giustizia Ue «sono vincolanti per tutte le corti nazionali». Sul programma di acquisti di bond sovrani (Pspp) avviato dalla banca centrale europea nel 2015 la corte europea si era già espressa a dicembre 2018, stabilendo che l'acquisto di titoli del debito pubblico sui mercati secondari non viola il diritto dell'Unione. I giudici di Karlsruhe per la prima volta hanno messo in discussione la giurisprudenza europea creando un precedente pericoloso. Se i tedeschi si oppongono ai giudici in Lussemburgo, possiamo farlo anche noi, potrebbero ad esempio pensare altri Paesi come l'Ungheria o la Polonia. In attesa di conoscere le reazioni ufficiali del consiglio direttivo di Francoforte conclusosi a mercati chiusi, la sentenza della Corte tedesca ha avuto un primo impatto sullo spread. Il differenziale di rendimento tra il Btp decennale benchmark scadenza agosto 2030 e il pari durata tedesco, che aveva aperto a 233 punti base, è progressivamente salito fino a sfiorare i 250 punti base per poi ripiegare a 248. Quanto alle Borse, la sbandata è stata contenuta: dopo il verdetto i principali listini del Vecchio Continente hanno rallentato per poi riprendere vigore nel resto della seduta anche sulla scia dell'avvio positivo di Wall Street. Il grande ritorno del Brent sopra i 30 dollari, grazie all'imminente alleggerimento del lockdown in molti Paesi, ha fatto da contraltare ai giudici di Karlsruhe. Piazza Affari ha così chiuso con un +2,07%, Francoforte con un rialzo del 2,51%e Parigi del 2,40%, mentre Londra solo un po' più cauta, è salita dell'1,7 per cento. Le Borse stanno quindi digerendo le cattive notizie, ma anche considerando quelle buone ovvero che nulla per il momento è davvero cambiato. La sentenza di ieri non si applica ai programmi adottati dalla Bce in risposta alla crisi del coronavirus. In particolare al Pepp, il programma pandemico di acquisto da 750 miliardi che l'Eurotower ha lanciato il 18 di marzo per fornire un sostegno all'economia e attenuare le tensioni sui mercati. Bisognerà comunque capire se anche il previsto ampliamento con la massima flessibilità e «senza limiti» di questo piano finirà davanti ai giudici tedeschi in un prossimo ricorso. Insomma, la portata politica della decisione di ieri rischia di smorzare la spinta a tutti gli ambiti della politica monetaria non convenzionale. Quanto al programma Pspp, per il momento può continuare ma la Bce dovrà comunque dimostrarne l'aderenza ai limiti che la stessa Corte Europea aveva fissato nel dicembre 2018 come il tetto del 33% dei titoli di uno Stato e la rigida base di ripartizione degli acquisti. i Fabrizio Pagani, ex consigliere economico dei governi. Ora madame Lagarde dovrà sminare la sentenza dei giudici di Karlsruhe nei suoi aspetti più insidiosi evitando che il Qe vada avanti senza il sostegno dell'azionista di riferimento. Se la Bundesbank dovesse togliere il consenso alle misure non convenzionali o persino vendere i titoli di Stato in portafoglio, il bazooka diventerebbe politicamente una pistola ad acqua.
Enzo Iacchetti e Mario Monti (Ansa)
Il senatore a vita, già noto per aver guidato il governo nella stagione compresa fra la fine del 2011 e l’inizio del 2013, dice che voterà No a tutela dello Stato di diritto. Accodandosi alla vulgata degli Enrico Grosso, secondo i quali se passasse la legge sarebbero addirittura in pericolo le vite degli italiani, l’ex presidente del Consiglio sostiene che con la riforma lo Stato di diritto ne risulterebbe indebolito. Perché? La risposta dell’ex rettore della Bocconi non è chiarissima. Il senatore a vita parla di smottamenti, di frane, di geologi e di protezione civile, per dire che separare le carriere minerebbe l’equilibrio fra i poteri dell’esecutivo e quelli dell’ordine giudiziario. Ovviamente Monti non cita alcunché di concreto, ma spiega che oltre al testo (dove ovviamente non c’è alcuna traccia di quanto temuto dall’ex premier) c’è il contesto, ovvero gli scontri che negli anni si sono susseguiti tra magistratura e governo. Dunque, ignorando il merito ha deciso di bocciare la legge. Non per punire il governo, ma perché più poteri all’esecutivo lo preoccupano. E dove sono questi poteri, visto che la magistratura continuerà ad essere autonoma e indipendente? Dove si trova traccia di uno smottamento che un domani potrebbe trasformarsi in una frana a favore del governo? Monti non lo dice. Certo, è abbastanza sorprendente che il richiamo agli equilibri fra poteri e la difesa dello Stato di diritto venga da un signore nominato commissario straordinario da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, con il supporto di Giorgio Napolitano. Quando come uno scolaretto si presentò al cospetto dei vertici di Bruxelles dicendo di aver fatto i compiti a casa, lo Stato di diritto non pareva la sua principale preoccupazione. Fattosi nominare senza un’elezione e scavalcando sostanzialmente il Parlamento, l’ex rettore diede una stangata agli italiani che ancora se la ricordano e non certo nel rispetto della Costituzione.
Ma a convincermi che sia giusto votare Sì, oltre ai due pezzi da novanta fra i politici più simpatici di cui l’Italia disponga, sono stati anche quelli che un tempo la stampa progressista avrebbe definito «nani e ballerine». Come ad ogni elezione, pur senza minacciare di lasciare l’Italia in caso di sconfitta (peccato), uno dopo l’altro l’esercito di comici e attori politicamente impegnati in quanto professionalmente disimpegnati sono scesi in campo. Alessandro Bergonzoni, uno che invece di far ridere fa piangere, ha spiegato che «il verso che hanno preso le cose non è né quello di un uccello, né tantomeno il verso di un poeta». Dunque? «No cera? No vara? No stradamus? No vella? No taio? No vanta? No strano? No biliare? No mignoli? No vizio? No tare? No minare?». No, semplicemente No comprendo.
Elio Germano, quello che si lagna se tagliano i contributi ai suoi film: «Ma… no. No. No, no. No, no, no, no, no, no. No, no, no. Nooo! None! N-O! N-E! No! No, no, no, no… Nooo! Nooo! No, no, no, no, no…Eh no! No! No. No. No, eh. No». Argomentazioni forti, insomma. Che ricordano quelle di un bambino di tre anni quando fa i capricci.
Enzo Iacchetti, il nuovo Che Guevara del piccolo schermo: «Sono nato nel dopoguerra. E sono figlio della Costituzione. La libertà del nostro popolo è garantita dai Padri costituenti che l’hanno approvata il 22 dicembre 1947. La nostra Carta è “la più bella del mondo”: non si tocca per far comodo solo agli uomini di potere» . Il fedayn di Mediaset ovviamente non sa che la Costituzione è già stata cambiata una ventina di volte.
Max Paiella: «No, signora No». Sì, hanno proprio toccato il fondo. Peggio di così non si può fare. Ma c’è una consolazione: ogni volta che attori, comici e intellettuali si schierano, gli elettori fanno il contrario. Dunque, sono di buon auspicio.
Continua a leggereRiduci
«La notizia la confermo ora: vedrò i genitori degli sfortunati bambini della vicenda del bosco mercoledì prossimo, con buona pace delle polemiche inutili». Lo ha detto Ignazio La Russa, presidente del Senato, in un video diffuso dopo le polemiche sull’incontro con la famiglia.
Ha poi aggiunto: «Mi sono divertito molto a leggere una polemica su una non notizia. Diversi esponenti della sinistra hanno ritenuto di polemizzare sulla base di una notizia del quotidiano Il Centro che dava con una certa rilevanza l’informazione che avrei incontrato un mercoledì, senza precisare la data».
La Russa ha quindi chiarito: «È esattamente vero che ho espresso alla famiglia la mia solidarietà ed è vero che su questo tema sono stato sempre molto moderato. È esattamente vero che li vedrò, ma non questo mercoledì, perché non c’è aula e non sarò a Roma. L’incontro è previsto per il 25 marzo, cioè dopo il referendum».
Il ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara interviene sul referendum sulla giustizia, denunciando un clima di totalitarismo strisciante e attacchi personali rivolti a chi sostiene le ragioni del Sì.
Nel riquadro, Mirco Simionato e Michela Maschietto (IStock)
Nemmeno una multa, come prevede il Codice penale, è stata inflitta all’ex presidente del Tribunale dei minori di Venezia per aver offeso «l’altrui reputazione» dichiarando il falso. La denuncia nei confronti del giudice Maria Teresa Rossi è stata archiviata dalla Procura di Roma e ritenuta non oggetto di provvedimenti dal Csm, il Consiglio superiore della magistratura.
Eppure la dottoressa Rossi aveva diffamato pubblicamente una coppia di Mogliano Veneto (Treviso), Mirco Simionato e Michela Maschietto, dichiarando che nei loro confronti era stato aperto un procedimento penale per maltrattamenti, poi archiviato. Non era vero. Dei Simionato e del piccolo Paolo, nome di fantasia, che fu loro tolto nel giugno del 2021, La Verità aveva raccontato l’assurda vicenda giudiziaria.
La Corte d’Appello di Venezia finalmente ha riconosciuto nel 2025 che erano «bravi genitori», ma dopo quattro anni era troppo tardi per restituire loro il bimbo, affidato ad altri. Un’ingiustizia enorme, che ha calpestato prima di tutto i diritti di una creatura fragile, affetta da un lieve ritardo intellettivo e da un disordine dello sviluppo neuro psichico caratterizzato da iperattività. Un bimbo rimasto quattro anni con la sua mamma, quattro anni con la coppia di Mogliano Veneto, due in comunità e quasi due con la nuova famiglia, tanto per dimostrare come ci si muove nel «migliore interesse del minore».
Sulla vicenda, il 18 gennaio 2022 gli allora senatori della Lega, Sonia Fregolent e Simone Pillon, presentavano un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia, che era Marta Cartabia, ottenendo come risposta che, in base alla relazione ricevuta dal Tribunale di Venezia, il giudice minorile aveva ben operato nel primario interesse del bambino e non vi erano pertanto i presupposti per l’invio di ispettori. Ciononostante, l’avvocato della coppia di Mogliano Veneto, Giovanni Bonotto, venne sentito a giugno di quell’anno dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività connesse alle comunità di tipo familiare che accolgono minori. L'audizione riguardava la vicenda Simionato come esempio di criticità nel sistema degli affidi. Due settimane dopo, il 12 luglio 2022 Maria Teresa Rossi venne invitata a parlare della situazione del Tribunale da lei diretto e del Veneto, quale ambito territoriale in cui operava.
Le fu chiesto di dare delle spiegazioni circa quel caso. «Visto che mi è stata fatta presente un’interrogazione parlamentare - sia in Senato sia alla Camera - a proposito di un minore, posso agganciarmi parlando anche di queste scelte tra famiglie e comunità […] Il tribunale ha ritenuto di allontanare il bambino da questa coppia, la quale mi pare che circa un anno prima era stata oggetto di un procedimento penale per maltrattamenti nei confronti dello stesso bambino, concluso con una archiviazione. Il tribunale ha allontanato il bambino da questa coppia, perché la coppia nel tempo si è rivelata non più adeguata, anzi con un sospetto di maltrattamenti nei confronti di questo bambino, che ha delle difficoltà nei suoi ritardi».
Insiste la presidente Rossi, parla del «neo di una denuncia penale per maltrattamenti chiusa con l’archiviazione», come si ascolta nell’audio della seduta e si legge nel resoconto stenografico del suo intervento. Dopo simili affermazioni rilasciate in Commissione parlamentare, i coniugi stralunati verificano presso la Procura di Treviso e dal certificato ex art. 335 cpp ottengono conferma: in nessun momento era stato aperto un procedimento penale nei loro confronti. Sia Mirco, sia Michela risultano assolutamente sconosciuti come indagati.
Il 29 agosto 2022 decidono allora di presentare denuncia contro il giudice, alla Procura di Roma e al Csm. «Il presidente di un tribunale non può confondere ed equivocare con i termini legati alle fasi di un processo. Non c’è spazio per l’errore o la buona fede», era stata la loro conclusione, già provatissimi dalle accuse dei servizi sociali e dall’atteggiamento del Tribunale di minori di Venezia. Tribunale che, un mese prima dell’audizione del presidente Rossi, aveva chiesto alla coppia di sottoporsi a indagini e valutazione dei Servizi sociali dell’Ulss 6 Euganea. Accettava l’iter per la richiesta di adozione dopo aver rifiutato quella per l’affido e malgrado i supposti maltrattamenti? La coppia viene giudicata idonea, ma la valutazione rimane ferma a Venezia fino a fine 2023 quando verrà emesso un decreto di inidoneità all’adozione. Un accanimento.
Il 3 marzo 2023, il pm di Roma Eleonora Fini chiede l’archiviazione del procedimento penale contro la Rossi «perché il fatto non sussiste […] si tratterebbe di censurare il merito di decisioni assunte dal Collegio nell’ambito dell’attività giurisdizionale cui è istituzionalmente preposto». Ma la presidente aveva fatto le gravi dichiarazioni in sede di audizione, non in attività giurisdizionale.
Il 13 luglio, il Csm risponde sulla falsariga: «Non ci sono provvedimenti di competenza del Consiglio da adottare poiché si tratta di censure ad attività giurisdizionale».
Ci auguriamo che dopo il referendum anche i giudici debbano rendere conto del loro comportamento e paghino per gli errori, al pari di tutti gli altri cittadini.
Continua a leggereRiduci