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2020-05-06
La Germania dà i 3 mesi all’Ue
Angela Merkel (Ansa)
A scuola insegnano che l'Unione europea si basa su tre pilastri. La cooperazione in materia penale, la condivisione della politica estera e della sicurezza comune e, il più importante dei tre pilastri, la coesione economica e monetaria. Sul primo, forse quello accessorio, nulla da dire, il secondo è sempre stato traballante (basti pensare alle faide sulla Libia) e ora con il coronavirus ha subito la spallata definitiva. Il terzo è stato accoltellato ieri dalla corte di Karlsruhe. I giudici tedeschi hanno deciso che il Quantitative easing della Banca centrale europea leda, almeno in parte, i principi fondamentali della Bundesbank, del Parlamento e quindi della Costituzione tedesca stessa. La corte ha intimato alla Bce di prendersi tre mesi di tempo per giustificare gli acquisti di titoli pubblici dell'eurozona, sia quelli già effettuati si quelli in canna per le prossime settimane.
Al termine dell'ultimatum, se la Bce non avrà convinto i tedeschi, la Bundesbank sarà di fatto autorizzata a sganciarsi dal programma. Una scelta devastante, non tanto per il Quantitative easing stesso che è in via di esaurimento, ma per le tutte le future strategie di vendita dei titoli in pancia al bilancio della Bce. Ma soprattutto è una scelta che decreterebbe la fine dell'autonomia e del ruolo super partes della Bce.
Se viene meno l'unità e l'autonomia riconosciuta alla Banca centrale, come potrà l'eurozona prendere decisioni in materia valutaria e di debito in grado di garantire tutti i Paesi membri? A quel punto - e qui sta la bomba atomica - la moneta potrà ancora chiamarsi unica? La risposta non dipende da noi ma dai tedeschi. Se decideranno di rompere l'euro sarà una scelta avallata da Angela Merkel. La sentenza di ieri si basa infatti sul principio del Deutschland über alles. La corte dice espressamente di non riconoscere tout court decisioni della corte Ue. Nella loro trasparenza i tedeschi spiegano che riconosceranno le decisioni Ue solo se affini agli interessi tedeschi. Altrimenti le strade dell'Unione si possono separare. Perché non esiste Ue senza euro. E non esiste euro senza una condivisione del debito. La Verità lo spiega da sempre: una moneta si basa sul fisco e sul debito. Se il Paese che traina l'Ue non vuole più accollarsi alcun rischio al di fuori del proprio confine territoriale, come potrà stare in piedi la baracca? Tradotto, alla fine dell'ultimatum si aprono due scenari. Bruxelles e Francoforte potranno accettare anche formalmente la subalternità a Berlino e quindi decideranno di annientare il ruolo della Bce (che dovrà smettere di fare da salvagente ai Paesi più indebitati) per cedere il passo alle leve fiscali. Esattamente come predica la Merkel, a sostenere i debiti pubblici non sarà più l'acquisto di titoli, ma la pressione fiscale e l'uso delle ricchezze private. Basta aste garantite, sì alle super patrimoniali e ai tagli lineari. L'altro scenario è evidentemente la rottura dell'euro.
«In teoria solo la Bundesbank è vincolata da questi requisiti, non la Bce. In pratica, tuttavia, è difficile credere che gli acquisti di obbligazioni continueranno in futuro senza la partecipazione della Banca centrale tedesca», ha commentato a caldo il presidente dell'Istituto per la ricerca economica Ifo, Clemens Faust. «La Corte tedesca ha chiesto a Francoforte di dimostrare che gli acquisti di obbligazioni sono conformi al principio di proporzionalità e che tali acquisti sono giustificati se confrontati con alcuni effetti collaterali come gli oneri per i risparmiatori o l'impatto sui prezzi degli immobili», ha spiegato ancora, concludendo che sarà la Bundesbank a decidere i sommersi e i degni di andare sul mercato dei titoli pubblici. E «ciò limita in particolare la possibilità di acquistare titoli di stato italiani». Per Faust la corte di Karlsruhe condanna l'Italia e lo dice senza giri di parole. Solo i nostri politici e la maggior parte dei media italiani stentano a voler ammettere la portata dell'esplosione. Ieri il sito del Corriere della Sera ha accolto la sentenza con un titolo ottimista: «Si al Qe dalla Germania». Poi è diventato, «Sì ma con riserva» e poi «Con grande riserva». D'altronde ieri Roberto Gualtieri ha detto «Sentenza senza conseguenze» e ci ha ricordato il portavoce di Saddam Hussein che compariva in televisione sostenendo l'imminente sconfitta degli Usa e lo diceva agli abitanti di Baghdad che dalle rispettive finestre vedevano i carri Abrams schiantare la Guardia repubblicana.
Per anni il Pd ha sostenuto che l'adesione all'Europa fosse un atto di fede, un dogma da accettare senza alcuna riserva. Ha sostenuto che l'Ue fosse il migliore dei mondi possibili e che il sovranismo fosse una becera malattia. Adesso che a smontare da dentro l'impalcatura è la Germania e non un Orbán qualsiasi, la prima reazione è rimuovere la realtà. Come faceva in tv il rappresentante del partito di Saddam. Gualtieri ha trascorso tutta la sua vita a credere nel fiscal compat e nella cieca adesione a Bruxelles. Accettare che 20 anni di credo siano stati spazzati via da un minuscolo virus è francamente difficile. Lo capiamo. Ma questo non giustifica il silenzio né l'annichilimento da parte dell'Italia. Trascorsi i tre mesi di ultimatum o accetteremo di far parte dell'Unione tedesca con le conseguenze che comporta (castrazione della Bce e maxi patrimoniale sui conti correnti e sugli immobili) oppure dovremo costruire un fronte comune del Sud o un ponte aereo con gli Stati Uniti. Qualcosa però dovremo fare. Se il governo e il Parlamento sprecano questi tre mesi non avremo alcuna sovranità da invocare.
Spallata tedesca all’Unione Ora Bruxelles ha 3 mesi per adeguarsi all’ultimatum
Talvolta accade di far venire a casa un muratore per riparare una piccola crepa sull'intonaco e questi, consapevolmente, dapprima abbatte la parete e poi fa crollare la casa.
Appare questa la similitudine più appropriata per descrivere l'effetto della sentenza pubblicata ieri dalla Corte costituzionale tedesca, chiamata a giudicare sul programma di acquisto di titoli pubblici (Pspp) varato da Mario Draghi nel marzo 2015. Nel commento di ieri dicevamo che il sentiero stretto su cui si era mosso Draghi rischiava di essere sbarrato. Ci sbagliavamo per difetto: il sentiero esiste e continuerà ad esistere perché lo ha già stabilito la sentenza della Corte di giustizia europea (Ecj) a dicembre 2018. Ma, per decidere se la Bundesbank lo percorrerà in compagnia delle altre 18 banche centrali, la Bce dovrà spiegare «in modo motivato e comprensibile» che non esiste sproporzione tra gli effetti economici di bilancio generati dal programma e gli obiettivi di politica monetaria perseguiti. In altre parole, le toghe rosse di Karlsruhe temono che la Bce sia un cacciatore che, pur di catturare la preda, stia distruggendo la vegetazione circostanze e stia sprecando proiettili, purtroppo forniti anche dalla Germania. Allora vuole vederci chiaro e dà 3 mesi alla Bce per organizzarsi e dimostrare che la mira è buona e i danni collaterali sono modesti, in proporzione ai risultati ottenuti. In assenza di spiegazioni soddisfacenti, alla Bundesbank sarà vietato partecipare a questi programmi e dovrà pure vendere i titoli già in portafoglio.
Ma il modo usato dai giudici tedeschi per arrivare a questa conclusione, sconquassa dalle fondamenta la costruzione europea. Entrando in conflitto con la Ecj e minando l'indipendenza della Bce che si vede recapitare ordini brutali. Infatti, la Ecj afferma che il Pspp è un atto emanato dalla Bce esorbitando dai propri poteri, non perché costituisce finanziamento monetario del deficit, cosa su cui c'è identità di vedute con la Corte europea. Ma perché i giudici di Lussemburgo hanno completamente ignorato, nella loro sentenza del 2018, il principio della proporzionalità e quindi c'è stato proprio un «insostenibile» errore di metodo che porta i giudici tedeschi a disconoscere tale sentenza e formulare una propria autonoma negativa valutazione dell'operato della Bce. Appena i giudici tedeschi entrano nel merito sono, se possibile, ancora più dirompenti. Secondo loro, il corretto bilanciamento tra gli obiettivi di politica monetaria e gli effetti economici e sulla politica di bilancio degli Stati non esiste affatto.
Per conseguire, e non raggiungere, l'obiettivo di inflazione «inferiore ma vicina al 2%», la Bce ha messo a disposizione degli Stati condizioni di finanziamento più favorevoli rispetto a quelle offerte dal mercato, ha in sostanza offerto assistenza finanziaria simile a quella offerta del Mes. E questa è la conferma di quanto scriviamo da tempo: il Pspp è una surrettizia mutualizzazione del debito senza condizioni. Chi vuole assistenza, vada dal Mes e si metta sotto programma. Il Pspp ha a consentito alle banche di migliorare la loro situazione e ad imprese non redditizie di restare sul mercato. Inoltre, i risparmiatori privati hanno subito perdite e, da ultimo, più il Pspp prosegue ed aumenta di volume e più difficile sarà terminarlo senza minare la stabilità finanziaria dell'eurozona.
La Bce ha soppesato tutti questi aspetti, si chiedono i giudici tedeschi? Non è dato saperlo, è la loro risposta. E fino a quando la Bce non produrrà documentazione a sostegno, non sarà possibile affermare se essa ha oltrepassato i limiti del suo mandato. Qualora la risposta della Bce non dovesse convincerli, la strada è segnata: la Bundesbank non potranno partecipare a decisioni della Bce che sono viziate da eccesso di potere.La Corte tedesca picchia duro anche sul divieto di finanziamento monetario e solleva dei dubbi sul rispetto dei famosi limiti (33%, capital key, ecc…) che furono alla base del via libera della Ecj al Pspp. Ma, ritenendoli soddisfatti, come ha sottolineato anche Jens Weidmann, si adegua al giudicato della Ecj. Alla luce di questa affermazione, siamo proprio curiosi di capire come la Bce riuscirà a giustificare il rispetto dei limiti con riferimento agli acquisti di aprile: con il Pspp sono stati acquistati 11 miliardi di titoli italiani, su 30 complessivi, e con il Pepp ben 119 miliardi, di cui non si conosce ancora la quota italiana, ma il totale potrebbe aver sfiorato i 50 miliardi.
L'acuto finale è stato degno del crescendo di tutta la sentenza: da un lato, governo federale e Bundestag devono adoperarsi affinché la Bce produca questa valutazione di proporzionalità del proprio operato e, dall'altro devono controllare l'operato della Bce. Infine, a meno che Bce non dimostri di aver soddisfatto il criterio della proporzionalità, tra 3 mesi la Bundesbank non potrà partecipare al Pspp.
Fuori luogo e segnaletico del panico che li ha colti, risulta il commento del portavoce della Commissione Ue: «Riaffermiamo il primato della legge europea, e il fatto che le decisioni della Corte europea sono vincolanti su tutte le corti nazionali». Ma non coglie nel segno, in quanto ieri è stato affermato il legittimo diritto della Corte tedesca di chiedere a propri organi istituzionali di seguire la Costituzione del proprio Paese. Una lezione per tutti, soprattutto per l'Italia.
Ieri è stato l'ultimo giorno di lavoro per il presidente della Corte tedesca, professor Andreas Vosskuhle. Ha voluto porre la parola fine sull'Unione Europea e potrebbe esserci riuscito. Ora sta a Parigi decidere cosa fare della dichiarazione di guerra giunta da Karlsruhe.
Gualtieri fa finta che sia tutto ok. Ma persino Letta fiuta i futuri guai
La sintesi più efficace, e insieme più minacciosa, l'aveva scolpita un paio di giorni fa su Twitter @Musso: si passerà dal «whatever it takes» al «whatever the Bundestag agrees». E infatti la Corte costituzionale tedesca ha posto una raffica di condizioni stringenti, e ha innescato un timer limitatissimo (tre mesi): dopo di che, la Bundesbank potrebbe fare un passo indietro.
Un'autentica bomba. Eppure il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri ha tentato di negare l'evidenza: «Primo: la sentenza non riguarda le misure di politica monetaria della Bce per far fronte all'emergenza, compreso il programma Pepp di acquisto titoli per 750 miliardi. Secondo: la Corte non ha avvalorato l'accusa che invece il Pspp, cioè il precedente Qe, violerebbe l'articolo 123 del trattato sul funzionamento dell'Unione e ha ribadito la piena legittimità di questo strumento. Terzo: i rilievi rivolti al Qe riguardano aspetti procedurali, cioè le informazioni circa le ragioni per cui il Pspp è stato necessario a perseguire gli obiettivi di politica monetaria della Bce. Quarto: la sentenza chiede al governo tedesco di adoperarsi per ricevere adeguate informazioni dalla Bce. Quinto: il governo tedesco ha già dichiarato che si muoverà a questo scopo e che crede che la Bce le fornirà».
E l'incredibile crescendo autoconsolatorio di Gualtieri si è concluso così: «Questo chiarimento avverrà in tempi rapidi, e quindi la sentenza non avrà alcuna conseguenza pratica». E ancora: «La sentenza in alcun modo intacca o influenza l'attuale Pepp che la Bce sta con grande efficacia svolgendo e conducendo».
Ma la denial strategy di Gualtieri resta drammaticamente isolata. È l'ex vicepresidente della Bce Vitor Constancio a spiegare cosa può accadere: «Questo è il grande rischio: arriveranno nuovi ricorsi in Germania contro il Pepp». E perfino Enrico Letta, sempre su Twitter, dopo un incipit surreale («Danni limitati da Corte costituzionale tedesca»), ammette: «Loro (i tedeschi) decidono per loro stessi, ma siccome come finanze pubbliche son più credibili di noi, se si ritirano da azioni Bce che aiutano soprattutto noi, son guai per noi». Ma guarda.
Sul versante dell'opposizione, non è certamente sorpreso chi aveva da tempo acceso i riflettori su Karlsruhe. Per Claudio Borghi (Lega) «la Germania dà alla Bce un ultimatum di tre mesi perché faccia come piace a loro». E ancora, l'esponente leghista coglie un'altra evidenza, il passaggio in cui la Corte tedesca travolge una pronuncia della Corte di Giustizia Europea. Annota Borghi: «Fine dei sogni di schiere di inginocchiati che vi hanno venduto la storia del diritto Ue che prevale sul diritto nazionale». Concetto ribadito da Alberto Bagnai, coordinatore del gruppo economico della Lega: «La sentenza conferma la risolutezza della Germania nel difendere i suoi interessi nazionali, prescindendo dal contesto europeo. Emerge nitida la differenza con l'Italia, il cui presidente del Consiglio si è presentato ai tavoli europei mendicando solidarietà».
Resta un altro punto di fondo, evidenziato nei giorni scorsi proprio in un colloquio con La Verità dall'editorialista del Ft Wolfgang Munchau: l'esigenza di modificare i trattati. Punto colto da Stefania Craxi: «La Corte tedesca fa il suo mestiere e, semmai, dovremmo essere noi a riflettere sulla leggerezza con cui abbiamo schiuso le porte dei nostri ordinamenti senza riserve e senza tutelare lo spazio dei nostri interessi. È questa una decisione che giunge alla vigilia di importanti appuntamenti europei e proprio il giorno dopo che l'Olanda ha richiesto l'introduzione di clausole sull'uso del Mes a conferma che i campioni dell'europeismo, in fondo, guardano innanzitutto ai loro destini. E noi?».
Rotto l’asse Francoforte-Berlino. Ma la Bce per ora spara a salve
«La Corte tedesca ha messo una bomba sotto l'ordinamento giuridico dell'Ue», titolava ieri il sito del Financial Times. Di certo, la Bce non intende essere messa al guinzaglio dalla Corte costituzionale di Karlsruhe. Tanto che dopo la sentenza dei giudici tedeschi è stata subito convocata per le 18 una riunione d'urgenza del consiglio direttivo terminata attorno alle 20. In una nota diffusa in serata si legge che «la Bce prende nota del giudizio» della Corte costituzionale federale tedesca sul Pspp e «rimane pienamente impegnata a fare tutto il necessario entro il proprio mandato per assicurare che l'inflazione salga verso livelli coerenti con il suo obiettivo di medio termine e che le azioni di politica monetaria intraprese nel perseguimento dell'obiettivo di mantenere la stabilità dei prezzi vengano trasmesse a tutti i settori dell'economia e a tutte le giurisdizioni dell'eurozona». Nel comunicato viene poi ricordato che la Corte di giustizia dell'Unione europea ha stabilito, nel dicembre 2018, che la Bce sta agendo nel suo mandato per la stabilità dei prezzi.
La banca centrale guidata da Christine Lagarde ha tre mesi per presentare le sue deliberazioni sulla proporzionalità del programma di acquisto. Ma tre mesi sono pochi. E i falchi sono già in aria: «Sosterrò l'adempimento di questo compito, nel rispetto dell'indipendenza del consiglio direttivo della Bce», ha scritto in una nota il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann.
Il siluro di ieri è partito sia in direzione di Francoforte sia verso Bruxelles che ieri non ha caso ha dovuto ribadire la preminenza delle leggi Ue e il fatto che le decisioni della Corte di giustizia Ue «sono vincolanti per tutte le corti nazionali». Sul programma di acquisti di bond sovrani (Pspp) avviato dalla banca centrale europea nel 2015 la corte europea si era già espressa a dicembre 2018, stabilendo che l'acquisto di titoli del debito pubblico sui mercati secondari non viola il diritto dell'Unione. I giudici di Karlsruhe per la prima volta hanno messo in discussione la giurisprudenza europea creando un precedente pericoloso. Se i tedeschi si oppongono ai giudici in Lussemburgo, possiamo farlo anche noi, potrebbero ad esempio pensare altri Paesi come l'Ungheria o la Polonia.
In attesa di conoscere le reazioni ufficiali del consiglio direttivo di Francoforte conclusosi a mercati chiusi, la sentenza della Corte tedesca ha avuto un primo impatto sullo spread. Il differenziale di rendimento tra il Btp decennale benchmark scadenza agosto 2030 e il pari durata tedesco, che aveva aperto a 233 punti base, è progressivamente salito fino a sfiorare i 250 punti base per poi ripiegare a 248. Quanto alle Borse, la sbandata è stata contenuta: dopo il verdetto i principali listini del Vecchio Continente hanno rallentato per poi riprendere vigore nel resto della seduta anche sulla scia dell'avvio positivo di Wall Street. Il grande ritorno del Brent sopra i 30 dollari, grazie all'imminente alleggerimento del lockdown in molti Paesi, ha fatto da contraltare ai giudici di Karlsruhe. Piazza Affari ha così chiuso con un +2,07%, Francoforte con un rialzo del 2,51%e Parigi del 2,40%, mentre Londra solo un po' più cauta, è salita dell'1,7 per cento. Le Borse stanno quindi digerendo le cattive notizie, ma anche considerando quelle buone ovvero che nulla per il momento è davvero cambiato. La sentenza di ieri non si applica ai programmi adottati dalla Bce in risposta alla crisi del coronavirus. In particolare al Pepp, il programma pandemico di acquisto da 750 miliardi che l'Eurotower ha lanciato il 18 di marzo per fornire un sostegno all'economia e attenuare le tensioni sui mercati. Bisognerà comunque capire se anche il previsto ampliamento con la massima flessibilità e «senza limiti» di questo piano finirà davanti ai giudici tedeschi in un prossimo ricorso. Insomma, la portata politica della decisione di ieri rischia di smorzare la spinta a tutti gli ambiti della politica monetaria non convenzionale.
Quanto al programma Pspp, per il momento può continuare ma la Bce dovrà comunque dimostrarne l'aderenza ai limiti che la stessa Corte Europea aveva fissato nel dicembre 2018 come il tetto del 33% dei titoli di uno Stato e la rigida base di ripartizione degli acquisti. i Fabrizio Pagani, ex consigliere economico dei governi.
Ora madame Lagarde dovrà sminare la sentenza dei giudici di Karlsruhe nei suoi aspetti più insidiosi evitando che il Qe vada avanti senza il sostegno dell'azionista di riferimento. Se la Bundesbank dovesse togliere il consenso alle misure non convenzionali o persino vendere i titoli di Stato in portafoglio, il bazooka diventerebbe politicamente una pistola ad acqua.
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Ammettendo di riconoscere l'Ue solo quando fa i loro interessi, i tedeschi mettono la Bce di fronte a un bivio: o si mette nero su bianco che le istituzioni comunitarie sono al servizio di Berlino, o va rivisto il meccanismo.La Corte di Karlsruhe boccia l'acquisto di titoli di Stato della Banca centrale europea e chiede chiarimenti a breve. Se le spiegazioni non saranno convincenti, salta tutto.Il ministro nega l'evidenza, l'ex premier fa invece notare i pericoli per l'Italia.L'Eurotower annuncia la controffensiva. E ribadisce: le leggi europee sono vincolantiLo speciale contiene quattro articoli A scuola insegnano che l'Unione europea si basa su tre pilastri. La cooperazione in materia penale, la condivisione della politica estera e della sicurezza comune e, il più importante dei tre pilastri, la coesione economica e monetaria. Sul primo, forse quello accessorio, nulla da dire, il secondo è sempre stato traballante (basti pensare alle faide sulla Libia) e ora con il coronavirus ha subito la spallata definitiva. Il terzo è stato accoltellato ieri dalla corte di Karlsruhe. I giudici tedeschi hanno deciso che il Quantitative easing della Banca centrale europea leda, almeno in parte, i principi fondamentali della Bundesbank, del Parlamento e quindi della Costituzione tedesca stessa. La corte ha intimato alla Bce di prendersi tre mesi di tempo per giustificare gli acquisti di titoli pubblici dell'eurozona, sia quelli già effettuati si quelli in canna per le prossime settimane. Al termine dell'ultimatum, se la Bce non avrà convinto i tedeschi, la Bundesbank sarà di fatto autorizzata a sganciarsi dal programma. Una scelta devastante, non tanto per il Quantitative easing stesso che è in via di esaurimento, ma per le tutte le future strategie di vendita dei titoli in pancia al bilancio della Bce. Ma soprattutto è una scelta che decreterebbe la fine dell'autonomia e del ruolo super partes della Bce.Se viene meno l'unità e l'autonomia riconosciuta alla Banca centrale, come potrà l'eurozona prendere decisioni in materia valutaria e di debito in grado di garantire tutti i Paesi membri? A quel punto - e qui sta la bomba atomica - la moneta potrà ancora chiamarsi unica? La risposta non dipende da noi ma dai tedeschi. Se decideranno di rompere l'euro sarà una scelta avallata da Angela Merkel. La sentenza di ieri si basa infatti sul principio del Deutschland über alles. La corte dice espressamente di non riconoscere tout court decisioni della corte Ue. Nella loro trasparenza i tedeschi spiegano che riconosceranno le decisioni Ue solo se affini agli interessi tedeschi. Altrimenti le strade dell'Unione si possono separare. Perché non esiste Ue senza euro. E non esiste euro senza una condivisione del debito. La Verità lo spiega da sempre: una moneta si basa sul fisco e sul debito. Se il Paese che traina l'Ue non vuole più accollarsi alcun rischio al di fuori del proprio confine territoriale, come potrà stare in piedi la baracca? Tradotto, alla fine dell'ultimatum si aprono due scenari. Bruxelles e Francoforte potranno accettare anche formalmente la subalternità a Berlino e quindi decideranno di annientare il ruolo della Bce (che dovrà smettere di fare da salvagente ai Paesi più indebitati) per cedere il passo alle leve fiscali. Esattamente come predica la Merkel, a sostenere i debiti pubblici non sarà più l'acquisto di titoli, ma la pressione fiscale e l'uso delle ricchezze private. Basta aste garantite, sì alle super patrimoniali e ai tagli lineari. L'altro scenario è evidentemente la rottura dell'euro.«In teoria solo la Bundesbank è vincolata da questi requisiti, non la Bce. In pratica, tuttavia, è difficile credere che gli acquisti di obbligazioni continueranno in futuro senza la partecipazione della Banca centrale tedesca», ha commentato a caldo il presidente dell'Istituto per la ricerca economica Ifo, Clemens Faust. «La Corte tedesca ha chiesto a Francoforte di dimostrare che gli acquisti di obbligazioni sono conformi al principio di proporzionalità e che tali acquisti sono giustificati se confrontati con alcuni effetti collaterali come gli oneri per i risparmiatori o l'impatto sui prezzi degli immobili», ha spiegato ancora, concludendo che sarà la Bundesbank a decidere i sommersi e i degni di andare sul mercato dei titoli pubblici. E «ciò limita in particolare la possibilità di acquistare titoli di stato italiani». Per Faust la corte di Karlsruhe condanna l'Italia e lo dice senza giri di parole. Solo i nostri politici e la maggior parte dei media italiani stentano a voler ammettere la portata dell'esplosione. Ieri il sito del Corriere della Sera ha accolto la sentenza con un titolo ottimista: «Si al Qe dalla Germania». Poi è diventato, «Sì ma con riserva» e poi «Con grande riserva». D'altronde ieri Roberto Gualtieri ha detto «Sentenza senza conseguenze» e ci ha ricordato il portavoce di Saddam Hussein che compariva in televisione sostenendo l'imminente sconfitta degli Usa e lo diceva agli abitanti di Baghdad che dalle rispettive finestre vedevano i carri Abrams schiantare la Guardia repubblicana. Per anni il Pd ha sostenuto che l'adesione all'Europa fosse un atto di fede, un dogma da accettare senza alcuna riserva. Ha sostenuto che l'Ue fosse il migliore dei mondi possibili e che il sovranismo fosse una becera malattia. Adesso che a smontare da dentro l'impalcatura è la Germania e non un Orbán qualsiasi, la prima reazione è rimuovere la realtà. Come faceva in tv il rappresentante del partito di Saddam. Gualtieri ha trascorso tutta la sua vita a credere nel fiscal compat e nella cieca adesione a Bruxelles. Accettare che 20 anni di credo siano stati spazzati via da un minuscolo virus è francamente difficile. Lo capiamo. Ma questo non giustifica il silenzio né l'annichilimento da parte dell'Italia. Trascorsi i tre mesi di ultimatum o accetteremo di far parte dell'Unione tedesca con le conseguenze che comporta (castrazione della Bce e maxi patrimoniale sui conti correnti e sugli immobili) oppure dovremo costruire un fronte comune del Sud o un ponte aereo con gli Stati Uniti. Qualcosa però dovremo fare. 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Appare questa la similitudine più appropriata per descrivere l'effetto della sentenza pubblicata ieri dalla Corte costituzionale tedesca, chiamata a giudicare sul programma di acquisto di titoli pubblici (Pspp) varato da Mario Draghi nel marzo 2015. Nel commento di ieri dicevamo che il sentiero stretto su cui si era mosso Draghi rischiava di essere sbarrato. Ci sbagliavamo per difetto: il sentiero esiste e continuerà ad esistere perché lo ha già stabilito la sentenza della Corte di giustizia europea (Ecj) a dicembre 2018. Ma, per decidere se la Bundesbank lo percorrerà in compagnia delle altre 18 banche centrali, la Bce dovrà spiegare «in modo motivato e comprensibile» che non esiste sproporzione tra gli effetti economici di bilancio generati dal programma e gli obiettivi di politica monetaria perseguiti. In altre parole, le toghe rosse di Karlsruhe temono che la Bce sia un cacciatore che, pur di catturare la preda, stia distruggendo la vegetazione circostanze e stia sprecando proiettili, purtroppo forniti anche dalla Germania. Allora vuole vederci chiaro e dà 3 mesi alla Bce per organizzarsi e dimostrare che la mira è buona e i danni collaterali sono modesti, in proporzione ai risultati ottenuti. In assenza di spiegazioni soddisfacenti, alla Bundesbank sarà vietato partecipare a questi programmi e dovrà pure vendere i titoli già in portafoglio. Ma il modo usato dai giudici tedeschi per arrivare a questa conclusione, sconquassa dalle fondamenta la costruzione europea. Entrando in conflitto con la Ecj e minando l'indipendenza della Bce che si vede recapitare ordini brutali. Infatti, la Ecj afferma che il Pspp è un atto emanato dalla Bce esorbitando dai propri poteri, non perché costituisce finanziamento monetario del deficit, cosa su cui c'è identità di vedute con la Corte europea. Ma perché i giudici di Lussemburgo hanno completamente ignorato, nella loro sentenza del 2018, il principio della proporzionalità e quindi c'è stato proprio un «insostenibile» errore di metodo che porta i giudici tedeschi a disconoscere tale sentenza e formulare una propria autonoma negativa valutazione dell'operato della Bce. Appena i giudici tedeschi entrano nel merito sono, se possibile, ancora più dirompenti. Secondo loro, il corretto bilanciamento tra gli obiettivi di politica monetaria e gli effetti economici e sulla politica di bilancio degli Stati non esiste affatto. Per conseguire, e non raggiungere, l'obiettivo di inflazione «inferiore ma vicina al 2%», la Bce ha messo a disposizione degli Stati condizioni di finanziamento più favorevoli rispetto a quelle offerte dal mercato, ha in sostanza offerto assistenza finanziaria simile a quella offerta del Mes. E questa è la conferma di quanto scriviamo da tempo: il Pspp è una surrettizia mutualizzazione del debito senza condizioni. Chi vuole assistenza, vada dal Mes e si metta sotto programma. Il Pspp ha a consentito alle banche di migliorare la loro situazione e ad imprese non redditizie di restare sul mercato. Inoltre, i risparmiatori privati hanno subito perdite e, da ultimo, più il Pspp prosegue ed aumenta di volume e più difficile sarà terminarlo senza minare la stabilità finanziaria dell'eurozona. La Bce ha soppesato tutti questi aspetti, si chiedono i giudici tedeschi? Non è dato saperlo, è la loro risposta. E fino a quando la Bce non produrrà documentazione a sostegno, non sarà possibile affermare se essa ha oltrepassato i limiti del suo mandato. Qualora la risposta della Bce non dovesse convincerli, la strada è segnata: la Bundesbank non potranno partecipare a decisioni della Bce che sono viziate da eccesso di potere.La Corte tedesca picchia duro anche sul divieto di finanziamento monetario e solleva dei dubbi sul rispetto dei famosi limiti (33%, capital key, ecc…) che furono alla base del via libera della Ecj al Pspp. Ma, ritenendoli soddisfatti, come ha sottolineato anche Jens Weidmann, si adegua al giudicato della Ecj. Alla luce di questa affermazione, siamo proprio curiosi di capire come la Bce riuscirà a giustificare il rispetto dei limiti con riferimento agli acquisti di aprile: con il Pspp sono stati acquistati 11 miliardi di titoli italiani, su 30 complessivi, e con il Pepp ben 119 miliardi, di cui non si conosce ancora la quota italiana, ma il totale potrebbe aver sfiorato i 50 miliardi. L'acuto finale è stato degno del crescendo di tutta la sentenza: da un lato, governo federale e Bundestag devono adoperarsi affinché la Bce produca questa valutazione di proporzionalità del proprio operato e, dall'altro devono controllare l'operato della Bce. Infine, a meno che Bce non dimostri di aver soddisfatto il criterio della proporzionalità, tra 3 mesi la Bundesbank non potrà partecipare al Pspp. Fuori luogo e segnaletico del panico che li ha colti, risulta il commento del portavoce della Commissione Ue: «Riaffermiamo il primato della legge europea, e il fatto che le decisioni della Corte europea sono vincolanti su tutte le corti nazionali». Ma non coglie nel segno, in quanto ieri è stato affermato il legittimo diritto della Corte tedesca di chiedere a propri organi istituzionali di seguire la Costituzione del proprio Paese. Una lezione per tutti, soprattutto per l'Italia. Ieri è stato l'ultimo giorno di lavoro per il presidente della Corte tedesca, professor Andreas Vosskuhle. Ha voluto porre la parola fine sull'Unione Europea e potrebbe esserci riuscito. Ora sta a Parigi decidere cosa fare della dichiarazione di guerra giunta da Karlsruhe. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalla-bundesbank-un-colpo-terribile-alle-fondamenta-del-sistema-euro-2645926361.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="gualtieri-fa-finta-che-sia-tutto-ok-ma-persino-letta-fiuta-i-futuri-guai" data-post-id="2645926361" data-published-at="1588704647" data-use-pagination="False"> Gualtieri fa finta che sia tutto ok. Ma persino Letta fiuta i futuri guai La sintesi più efficace, e insieme più minacciosa, l'aveva scolpita un paio di giorni fa su Twitter @Musso: si passerà dal «whatever it takes» al «whatever the Bundestag agrees». E infatti la Corte costituzionale tedesca ha posto una raffica di condizioni stringenti, e ha innescato un timer limitatissimo (tre mesi): dopo di che, la Bundesbank potrebbe fare un passo indietro. Un'autentica bomba. Eppure il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri ha tentato di negare l'evidenza: «Primo: la sentenza non riguarda le misure di politica monetaria della Bce per far fronte all'emergenza, compreso il programma Pepp di acquisto titoli per 750 miliardi. Secondo: la Corte non ha avvalorato l'accusa che invece il Pspp, cioè il precedente Qe, violerebbe l'articolo 123 del trattato sul funzionamento dell'Unione e ha ribadito la piena legittimità di questo strumento. Terzo: i rilievi rivolti al Qe riguardano aspetti procedurali, cioè le informazioni circa le ragioni per cui il Pspp è stato necessario a perseguire gli obiettivi di politica monetaria della Bce. Quarto: la sentenza chiede al governo tedesco di adoperarsi per ricevere adeguate informazioni dalla Bce. Quinto: il governo tedesco ha già dichiarato che si muoverà a questo scopo e che crede che la Bce le fornirà». E l'incredibile crescendo autoconsolatorio di Gualtieri si è concluso così: «Questo chiarimento avverrà in tempi rapidi, e quindi la sentenza non avrà alcuna conseguenza pratica». E ancora: «La sentenza in alcun modo intacca o influenza l'attuale Pepp che la Bce sta con grande efficacia svolgendo e conducendo». Ma la denial strategy di Gualtieri resta drammaticamente isolata. È l'ex vicepresidente della Bce Vitor Constancio a spiegare cosa può accadere: «Questo è il grande rischio: arriveranno nuovi ricorsi in Germania contro il Pepp». E perfino Enrico Letta, sempre su Twitter, dopo un incipit surreale («Danni limitati da Corte costituzionale tedesca»), ammette: «Loro (i tedeschi) decidono per loro stessi, ma siccome come finanze pubbliche son più credibili di noi, se si ritirano da azioni Bce che aiutano soprattutto noi, son guai per noi». Ma guarda. Sul versante dell'opposizione, non è certamente sorpreso chi aveva da tempo acceso i riflettori su Karlsruhe. Per Claudio Borghi (Lega) «la Germania dà alla Bce un ultimatum di tre mesi perché faccia come piace a loro». E ancora, l'esponente leghista coglie un'altra evidenza, il passaggio in cui la Corte tedesca travolge una pronuncia della Corte di Giustizia Europea. Annota Borghi: «Fine dei sogni di schiere di inginocchiati che vi hanno venduto la storia del diritto Ue che prevale sul diritto nazionale». Concetto ribadito da Alberto Bagnai, coordinatore del gruppo economico della Lega: «La sentenza conferma la risolutezza della Germania nel difendere i suoi interessi nazionali, prescindendo dal contesto europeo. Emerge nitida la differenza con l'Italia, il cui presidente del Consiglio si è presentato ai tavoli europei mendicando solidarietà». Resta un altro punto di fondo, evidenziato nei giorni scorsi proprio in un colloquio con La Verità dall'editorialista del Ft Wolfgang Munchau: l'esigenza di modificare i trattati. Punto colto da Stefania Craxi: «La Corte tedesca fa il suo mestiere e, semmai, dovremmo essere noi a riflettere sulla leggerezza con cui abbiamo schiuso le porte dei nostri ordinamenti senza riserve e senza tutelare lo spazio dei nostri interessi. È questa una decisione che giunge alla vigilia di importanti appuntamenti europei e proprio il giorno dopo che l'Olanda ha richiesto l'introduzione di clausole sull'uso del Mes a conferma che i campioni dell'europeismo, in fondo, guardano innanzitutto ai loro destini. E noi?». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalla-bundesbank-un-colpo-terribile-alle-fondamenta-del-sistema-euro-2645926361.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="rotto-lasse-francoforte-berlino-ma-la-bce-per-ora-spara-a-salve" data-post-id="2645926361" data-published-at="1588704647" data-use-pagination="False"> Rotto l’asse Francoforte-Berlino. Ma la Bce per ora spara a salve «La Corte tedesca ha messo una bomba sotto l'ordinamento giuridico dell'Ue», titolava ieri il sito del Financial Times. Di certo, la Bce non intende essere messa al guinzaglio dalla Corte costituzionale di Karlsruhe. Tanto che dopo la sentenza dei giudici tedeschi è stata subito convocata per le 18 una riunione d'urgenza del consiglio direttivo terminata attorno alle 20. In una nota diffusa in serata si legge che «la Bce prende nota del giudizio» della Corte costituzionale federale tedesca sul Pspp e «rimane pienamente impegnata a fare tutto il necessario entro il proprio mandato per assicurare che l'inflazione salga verso livelli coerenti con il suo obiettivo di medio termine e che le azioni di politica monetaria intraprese nel perseguimento dell'obiettivo di mantenere la stabilità dei prezzi vengano trasmesse a tutti i settori dell'economia e a tutte le giurisdizioni dell'eurozona». Nel comunicato viene poi ricordato che la Corte di giustizia dell'Unione europea ha stabilito, nel dicembre 2018, che la Bce sta agendo nel suo mandato per la stabilità dei prezzi. La banca centrale guidata da Christine Lagarde ha tre mesi per presentare le sue deliberazioni sulla proporzionalità del programma di acquisto. Ma tre mesi sono pochi. E i falchi sono già in aria: «Sosterrò l'adempimento di questo compito, nel rispetto dell'indipendenza del consiglio direttivo della Bce», ha scritto in una nota il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann. Il siluro di ieri è partito sia in direzione di Francoforte sia verso Bruxelles che ieri non ha caso ha dovuto ribadire la preminenza delle leggi Ue e il fatto che le decisioni della Corte di giustizia Ue «sono vincolanti per tutte le corti nazionali». Sul programma di acquisti di bond sovrani (Pspp) avviato dalla banca centrale europea nel 2015 la corte europea si era già espressa a dicembre 2018, stabilendo che l'acquisto di titoli del debito pubblico sui mercati secondari non viola il diritto dell'Unione. I giudici di Karlsruhe per la prima volta hanno messo in discussione la giurisprudenza europea creando un precedente pericoloso. Se i tedeschi si oppongono ai giudici in Lussemburgo, possiamo farlo anche noi, potrebbero ad esempio pensare altri Paesi come l'Ungheria o la Polonia. In attesa di conoscere le reazioni ufficiali del consiglio direttivo di Francoforte conclusosi a mercati chiusi, la sentenza della Corte tedesca ha avuto un primo impatto sullo spread. Il differenziale di rendimento tra il Btp decennale benchmark scadenza agosto 2030 e il pari durata tedesco, che aveva aperto a 233 punti base, è progressivamente salito fino a sfiorare i 250 punti base per poi ripiegare a 248. Quanto alle Borse, la sbandata è stata contenuta: dopo il verdetto i principali listini del Vecchio Continente hanno rallentato per poi riprendere vigore nel resto della seduta anche sulla scia dell'avvio positivo di Wall Street. Il grande ritorno del Brent sopra i 30 dollari, grazie all'imminente alleggerimento del lockdown in molti Paesi, ha fatto da contraltare ai giudici di Karlsruhe. Piazza Affari ha così chiuso con un +2,07%, Francoforte con un rialzo del 2,51%e Parigi del 2,40%, mentre Londra solo un po' più cauta, è salita dell'1,7 per cento. Le Borse stanno quindi digerendo le cattive notizie, ma anche considerando quelle buone ovvero che nulla per il momento è davvero cambiato. La sentenza di ieri non si applica ai programmi adottati dalla Bce in risposta alla crisi del coronavirus. In particolare al Pepp, il programma pandemico di acquisto da 750 miliardi che l'Eurotower ha lanciato il 18 di marzo per fornire un sostegno all'economia e attenuare le tensioni sui mercati. Bisognerà comunque capire se anche il previsto ampliamento con la massima flessibilità e «senza limiti» di questo piano finirà davanti ai giudici tedeschi in un prossimo ricorso. Insomma, la portata politica della decisione di ieri rischia di smorzare la spinta a tutti gli ambiti della politica monetaria non convenzionale. Quanto al programma Pspp, per il momento può continuare ma la Bce dovrà comunque dimostrarne l'aderenza ai limiti che la stessa Corte Europea aveva fissato nel dicembre 2018 come il tetto del 33% dei titoli di uno Stato e la rigida base di ripartizione degli acquisti. i Fabrizio Pagani, ex consigliere economico dei governi. Ora madame Lagarde dovrà sminare la sentenza dei giudici di Karlsruhe nei suoi aspetti più insidiosi evitando che il Qe vada avanti senza il sostegno dell'azionista di riferimento. Se la Bundesbank dovesse togliere il consenso alle misure non convenzionali o persino vendere i titoli di Stato in portafoglio, il bazooka diventerebbe politicamente una pistola ad acqua.
«Non mi hanno nemmeno concesso le attenuanti generiche», ha sussurrato ai suoi legali il vicebrigadiere Emanuele Marroccella, dopo aver appreso dalla lettura del dispositivo che il giudice Claudio Politi della sezione decima del tribunale di Roma l’ha condannato in primo grado a tre anni di reclusione, inasprendo la pena a due anni e sei mesi chiesta dalla Procura. Imponendo inoltre il pagamento immediato di una provvisionale di 125.000 euro a un carabiniere che dovrebbe lavorare sei anni solo per liquidare le parti civili, parenti del pregiudicato morto.
Gli avvocati Paolo Gallinelli e Lorenzo Rutolo riferiscono anche le parole, piene di amarezza, pronunciate dal carabiniere del radiomobile di Roma, ritenuto colpevole di «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi» per aver difeso il suo collega, Lorenzo Grasso (vivo per miracolo), sparando e uccidendo il delinquente siriano Jamal Badawi. «Non è stato preso nella giusta considerazione che l’altro carabiniere era stato ferito al torace e che nella sua fuga Badawi avrebbe aggredito pure i colleghi della pattuglia», ha commentato scosso il vicebrigadiere.
Una sentenza durissima, quella nei confronti di Marroccella, 44 anni, sposato con figli, originario di Napoli e residente ad Ardea, provincia di Roma. Intervenuto nella notte del 20 settembre 2020 con tre pattuglie, dietro segnalazione di un furto in un condominio dell’Eur, dopo aver intimato due volte «Fermo, carabinieri», aveva visto il siriano aggredire il collega con un’arma contundente che poi si era rivelata un grosso cacciavite. Per bloccare il malvivente aveva sparato due colpi di pistola, uno dei quali aveva ucciso Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti.
A nulla è servita la memoria difensiva, che puntualmente ha documentato le brevissime e concitate fasi dell’attività dell’equipaggio del radiomobile alle prese con il ladro e la sua aggressività. Eppure la consulenza tecnica di parte fornita dal professor Giulio Di Mizio aveva dimostrato che Marroccella impugnava l’arma con inclinazione verso il basso.
Dietro «percezione di un pericolo imminente, concreto e perdurante», aveva «sparato dall’alto verso il basso» puntando alle gambe per bloccare il malvivente, non al busto. Per la difesa del vicebrigadiere, l’uso dell’arma «costituì l’unica opzione concretamente praticabile data la concitazione dell’azione, la natura dell’aggressione e l’impossibilità di predisporre rimedi alternativi che non esponessero anche ulteriori soggetti al pericolo per la loro incolumità».
Il giudice invece non ha avuto dubbi, ha applicato l’articolo 532 del codice di procedura penale: Marroccella, secondo il magistrato, risulta colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio. Quel dubbio che trattiene tanti giudici dal mandare alla sbarra i delinquenti. Ci hanno insegnato che le guardie cacciano i ladri, ma sono i ladri a dettare legge ormai.
Il tribunale ha disposto anche l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni del vicebrigadiere, che deve pagare le spese processuali e una provvisionale immediatamente esecutiva di 125.000 ai parenti del siriano che si sono costituiti parte civile. Precisamente, 15.000 euro a ciascuno dei cinque figli e alla moglie di Badawi che si erano trasferiti in Svizzera; 5.000 a ciascuno dei sette fratelli. È solo l’anticipo sull’importo integrale che il carabiniere dovrà versare in via definitiva, qualora la sua condanna venga confermata in appello e in terzo grado di giudizio.
L’avvocato Claudia Serafini, legale rappresentante dei familiari della vittima e che si aspettava una sentenza addirittura per «omicidio volontario», aveva chiesto una provvisionale di 200.000 euro per ciascuno dei familiari. Senza contare la richiesta di 800.000 euro di risarcimento danni che intende avanzare in sede civile. Il povero militare, oltre a subire una condanna eccessiva e a non essersi vista riconosciuta alcuna attenuante, dovrà indebitarsi all’inverosimile per pagare una cifra così alta.
Per fortuna può continuare a lavorare nell’Arma, «che gli ha sempre dimostrato stima e sostegno», spiegano i suoi legali, ma con uno stipendio di 1.500 euro al mese come potrà vivere il vicebrigadiere che ha moglie e figli da mantenere e un debito così pesante?
Jamal Badawi era giunto in Italia alla fine degli anni Novanta. Più volte incarcerato, doveva essere espulso già dal 2020. Con decreto del prefetto di Catanzaro il 22 gennaio 2020; il 21 febbraio 2020 un’ordinanza del magistrato di Sorveglianza di Catanzaro ne disponeva l’espulsione immediata in quanto soggetto socialmente pericoloso per aver commesso reati quali rapina, estorsione, lesioni, evasione, violazione leggi armi, danneggiamento. Nuovo foglio firmato dal prefetto di Roma il 6 luglio 2011 e altra espulsione, ordinata ma pure non eseguita, l’8 giugno 2024.
Pochi giorni prima del 20 settembre 2020, in agosto Badawi era stato fermato e trasferito a un commissariato romano, per essere identificato dopo una lite con la sua affittacamere. Ancora una volta, verificata la non disponibilità di posti presso un Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr), «gli agenti di polizia di Stato lo rimettevano in libertà», precisano gli avvocati della difesa.
Al siriano era stata tolta la potestà genitoriale, quindi doveva averne combinate parecchie e la famiglia viveva distante, eppure si è ricompattata per costituirsi parte civile. I soldi che riceveranno, se in appello la sentenza risultasse a favore del carabiniere, state certi che nessuno li restituirà.
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Matteo Renzi (Imagoeconomica)
Tutto ha origine dagli ultimi episodi di cronaca nera di fine anno. Prima l’accoltellamento di un ragazzo a Milano, poi l’incursione dei pro Pal nella redazione della Stampa di Torino, quindi un minorenne minacciato e derubato nel capoluogo lombardo, l’aggressione di Napoli a opera di un quindicenne e di un diciassettenne, l’omicidio di Aurora Livoli di nuovo a Milano, la rissa della Spezia, l’assassinio del capotreno di Bologna e l’assalto a un furgone portavalori vicino a Ortona. Ce n’è abbastanza, deve aver detto Renzi ai suoi compagni, per attaccare Giorgia Meloni sul tema della sicurezza e definire fallimentare l’azione del governo. Detto, fatto: l’interrogazione con tanto di percentuali sugli incrementi dei reati negli ultimi tre anni è stata presentata in Senato il giorno della Befana. Un regalo nella calza della premier a scopo propagandistico.
Ma Piantedosi si è presentato a Palazzo Madama armato di percentuali diverse, mettendo a confronto i dati del periodo in cui a Palazzo Chigi c’era Renzi. Con il centrosinistra al governo, ha snocciolato il ministro, i reati erano superiori del 18%, gli omicidi del 33%, i migranti sbarcati il triplo di quelli di oggi e i morti in mare anche. Per di più i rimpatri erano appena il 2,5% degli sbarcati, mentre oggi sono al 10%. Certo, i problemi non sono risolti, ha commentato Piantedosi, ma per lo meno un miglioramento c’è, con una riduzione delle violenze sessuali (meno 7,5%), dei furti (meno 6%) e delle rapine (meno 4,5%). La sottile perfidia di citare i dati del passato, ovviamente, rispondeva al tono dell’interrogazione, in cui si parlava di «crescente peggioramento dei livelli di sicurezza e incolumità pubblica nel Paese», quasi fossimo a Caracas.
Il divertente siparietto fra il pifferaio toscano e il ministro della Repubblica, tuttavia, non tiene conto di un fatto e cioè di ciò che quotidianamente avviene nelle questure, nelle caserme dei carabinieri e nei tribunali. Un fenomeno che il padre del capotreno assassinato a Bologna da un balordo che avrebbe dovuto essere espulso ha sintetizzato con amarezza in un’intervista: «Ti mettono dentro, ti rilasciano subito e continui a fare quello che facevi prima. È il sistema che non funziona». Gli agenti possono arrestare il ladro, ma se il pm non convalida il fermo e rimette in libertà il delinquente, questi torna a rubare, a molestare, ad aggredire. Possono portare il clandestino in un Cpr ma, se il giudice non convalida il trattenimento, lo straniero torna in strada a fare quello che faceva prima. E si può anche condannare uno stupratore, ma se poi c’è un magistrato che lo libera o lo giudica incompatibile con la custodia in un centro, finisce che il violentatore torna ad aggredire le donne e, come nel caso di Aurora Livoli, magari le uccide.
È il sistema che dovrebbe garantire il rispetto della legge, applicandola senza sconti, a non funzionare. È la giustizia a dover essere riformata, per evitare che qualche toga la interpreti a seconda delle proprie inclinazioni politiche.
Puoi assumere tutti i poliziotti e i carabinieri che vuoi, ma quando un agente, costretto a sparare per fermare un ladro che lo minaccia e aggredisce, è indagato o, peggio, condannato, come accaduto al carabiniere che dovrà scontare tre anni di carcere e pagare 125.000 euro ai famigliari del pluridenunciato, si capisce che a dover cambiare è il sistema, come dice il padre del capotreno. Balordi, stupratori e rapinatori devono stare dietro le sbarre e le forze dell’ordine devono essere tutelate. Per questo abbiamo deciso di lanciare una sottoscrizione fra i nostri lettori, allo scopo di aiutare il carabiniere condannato a pagare per aver fatto il proprio dovere e difeso un collega.
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L'ingresso del Cpr di via Corelli a Milano, dove il senegalese Assane Thiaw ha soggiornato da marzo ad ottobre 2025 (Ansa)
Il caso più recente è quello di Marin Jelenic, che per motivi abietti, ha ucciso alla stazione di Bologna il capotreno Alessandro Ambrosio. Poi il clandestino stupratore, Emilio Gabriel Valdez Velazco, accusato di aver ucciso la giovane Aurora Livoli a Milano lo scorso 29 dicembre. Oppure il nordafricano Fady Helmy Abdelmalak Hanna, regolare in Italia ma senza fissa dimora e con una lunga lista di reati alle spalle, che prima ha seminato il panico in corso Buenos Aires a Milano e poi ha ferito un poliziotto.
L’ultima storia che desta preoccupazione è quella del senegalese Assane Thiaw, 27 anni, trattenuto per mesi al Cpr di Milano e poi trasferito nell’analoga struttura di Gjader in Albania, inaugurata nel 2024 dal governo italiano. Il suo caso è esemplificativo e ne ha parlato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ieri pomeriggio al question time in Senato, rispondendo a una domanda di Ilaria Cucchi (Avs). Ebbene, Assane, che parrebbe avere anche problemi psichiatrici, adesso è irreperibile. Perché? Dopo la sua permanenza per nove mesi al Cpr di via Corelli a Milano, dal 26 marzo al 30 ottobre 2025, è stato trasferito in Albania dove, però, è stato dichiarato «non idoneo alla permanenza in comunità ristretta» per ragioni di salute mentale. A quel punto, il 10 novembre, è stato riportato in Italia e gli è stato intimato a lasciare il Paese entro i successivi sette giorni. Tuttavia, di lui, da quel momento, non si hanno più tracce. «Come è possibile che una persona sotto la tutela dello Stato sparisca da un momento all’altro?», si chiede Cucchi, «L’ipotesi è che sia stato abbandonato senza alcuna presa in carico da parte delle istituzioni». «Faremo di tutto perché non si tratti dell’ennesimo caso di persona liberata dal trattenimento grazie a cavilli giudiziari e che poi ritroviamo in occasione della commissione di reati», risponde Piantedosi. Soprattutto se si considera che dal 2022 al 2025, il senegalese ha accumulato numerosi precedenti per violenza, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e danneggiamento.
Il ministro ha, però, sottolineato che, durante la sua permanenza al Cpr di Milano, Assane Thiaw «non presentava alcuna criticità di natura sanitaria o psichiatrica» e il medico del servizio sanitario aveva «attestato la compatibilità delle sue condizioni di salute con la convivenza in una comunità ristretta». Un’idoneità confermata dal medico del Cpr prima del trasferimento in Albania. Diversa però la valutazione una volta arrivato a Gjader. Il fatto che un altro clandestino insano di mente, con una valanga di precedenti per violenza, vada a spasso libero sui nostri marciapiedi, non ci rassicura per niente. Ma di chi è la colpa di tutto questo? «L’opposizione», osserva Piantedosi, «scopre solo ora il tema della sicurezza e il suo legame con l’immigrazione irregolare: gli stranieri sono responsabili del 35% dei reati, con picchi ancora più alti in alcune città. Quando la sinistra vinse le elezioni e governò per cinque anni, furono organizzate varie operazioni, Mare nostrum, Triton, Sofia che favorirono l’arrivo in Italia di oltre 650.000 clandestini».
Il governo Meloni, invece, ha ridotto gli sbarchi e aumentato i rimpatri del 12% ogni anno, che oggi sfiorano i 7.000 complessivi. Malgrado le espulsioni, però, ci ritroviamo lo stesso tanti soggetti pericolosi girare indisturbati nelle nostre comunità, liberi di colpire ancora. Questo grazie alla sinistra e a una parte della magistratura. Poliziotti e carabinieri fermano, identificano, segnalano. Poi, però, non accade nulla. Ricorsi, sospensive e mancate esecuzioni riportano tutto come era prima e i fermati vengono rilasciati. Chi dovrebbe essere allontanato resta lì, spesso nelle solite città. Il problema non è l’azione di prevenzione sul territorio delle forze di polizia, ma ciò che accade o, meglio, non accade dopo, con giudici che rimettono questi soggetti in libertà.
Ma per la sinistra, dopo anni di politiche migratorie compiacenti che hanno aperto le porte del Paese a una invasione incontrollata di extracomunitari, adesso la colpa è del governo Meloni che non è capace di fermare le violenze di quegli stessi immigrati che loro hanno fatto accomodare in Italia. Gli stessi che poi certa magistratura lascia liberi di agire bloccando le espulsioni, dando sempre più ragione agli stranieri violenti che alle forze dell’ordine che fanno il loro lavoro. Perché per la sinistra anche i clandestini vanno aiutati, compresi, integrati. Poi, però, non ci lamentiamo se ogni giorno leggiamo sui giornali di stupri, aggressioni, danneggiamenti e omicidi.
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Tim Walz, governatore democratico del Minnesota (Ansa)
La donna ha perso la vita durante un raid dell’Ice a Minneapolis. Secondo i federali, la Good - compagna di un noto attivista pro immigrazione - avrebbe ostacolato l’operazione. Intimata di scendere dalla sua auto, la donna avrebbe disobbedito all’ordine, ingranando la retromarcia e dirigendo il suo Suv contro gli agenti dell’Ice. Uno di questi ha quindi ucciso la donna esplodendo tre colpi di pistola contro la vettura.
Benché in Rete abbiano iniziato rapidamente a circolare alcuni video dell’accaduto, le immagini non chiariscono in maniera univoca il reale svolgimento dei fatti. Il governo federale sostiene con forza la tesi della legittima difesa dell’agente dell’Ice, mentre i dem - incluso il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey - hanno parlato di un abuso di autorità e di un vero e proprio «assassinio» (murder). In attesa che vengano svolte indagini più approfondite, rimane comunque evidente che la Good, disobbedendo platealmente ai federali, ha tenuto un comportamento rischioso che ha messo in pericolo sé stessa e gli agenti.
Ma chi era la donna rimasta uccisa? Secondo le informazioni raccolte dai media statunitensi, Renee Nicole Good (coniugata Macklin) aveva 37 anni ed era madre di tre figli, mentre il suo attuale compagno è un noto attivista di sinistra. Poetessa, ha vinto nel 2020 un premio letterario grazie al suo componimento intitolato Imparando a dissezionare feti di maiale (una metafora che fa riferimento a un comune esercizio di dissezione anatomica praticato in licei e college americani).
Al di là dell’identità della vittima, però, la sua morte rischia di diventare un simbolo simile a quello di George Floyd, strumentalizzato da Black lives matter per mettere a ferro e fuoco il Paese. Non a caso Donald Trump e l’amministrazione federale hanno difeso senza esitazioni l’operato dell’agente dell’Ice, parlando di legittima difesa e di una reazione inevitabile di fronte a una condotta illegale. Trump, che ha definito la Good «un’agitatrice di professione», ha diffuso sui social alcuni spezzoni video dell’accaduto, sostenendo che le immagini dimostrerebbero come la donna abbia cercato «in maniera violenta, deliberata e brutale» di travolgere gli agenti con la propria auto. «Questo è ciò che succede quando le forze dell’ordine sono costrette ad affrontare individui violenti e fuori controllo», ha scritto, accusando i democratici di voler «demonizzare chi mette a rischio la propria vita per far rispettare la legge».
Sull’altro fronte, le dichiarazioni del governatore del Minnesota, Tim Walz, hanno contribuito ad alzare ulteriormente il livello dello scontro. Walz non si è limitato a chiedere chiarezza, ma ha attaccato frontalmente la versione federale, parlando addirittura di «propaganda» costruita per legittimare un’azione che «presenta tutti i tratti di un abuso di potere». I toni si sono fatti ancora più accesi quando Walz - peraltro già mediaticamente screditato per lo scandalo delle frodi degli immigrati somali nel Minnesota - ha accusato l’amministrazione Trump di voler esasperare il clima sociale, parlando di una «gestione della sicurezza pubblica da reality show». «Capisco la rabbia dei cittadini, la sento anch’io», ha detto, aggiungendo però che il governo di Washington «sembra voler provocare una reazione» e che il Minnesota «non ha bisogno di truppe federali per mantenere l’ordine». A tal proposito, per prevenire eventuali violenze, Walz ha annunciato di aver già allertato la Guardia nazionale.
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