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2020-05-06
La Germania dà i 3 mesi all’Ue
Angela Merkel (Ansa)
A scuola insegnano che l'Unione europea si basa su tre pilastri. La cooperazione in materia penale, la condivisione della politica estera e della sicurezza comune e, il più importante dei tre pilastri, la coesione economica e monetaria. Sul primo, forse quello accessorio, nulla da dire, il secondo è sempre stato traballante (basti pensare alle faide sulla Libia) e ora con il coronavirus ha subito la spallata definitiva. Il terzo è stato accoltellato ieri dalla corte di Karlsruhe. I giudici tedeschi hanno deciso che il Quantitative easing della Banca centrale europea leda, almeno in parte, i principi fondamentali della Bundesbank, del Parlamento e quindi della Costituzione tedesca stessa. La corte ha intimato alla Bce di prendersi tre mesi di tempo per giustificare gli acquisti di titoli pubblici dell'eurozona, sia quelli già effettuati si quelli in canna per le prossime settimane.
Al termine dell'ultimatum, se la Bce non avrà convinto i tedeschi, la Bundesbank sarà di fatto autorizzata a sganciarsi dal programma. Una scelta devastante, non tanto per il Quantitative easing stesso che è in via di esaurimento, ma per le tutte le future strategie di vendita dei titoli in pancia al bilancio della Bce. Ma soprattutto è una scelta che decreterebbe la fine dell'autonomia e del ruolo super partes della Bce.
Se viene meno l'unità e l'autonomia riconosciuta alla Banca centrale, come potrà l'eurozona prendere decisioni in materia valutaria e di debito in grado di garantire tutti i Paesi membri? A quel punto - e qui sta la bomba atomica - la moneta potrà ancora chiamarsi unica? La risposta non dipende da noi ma dai tedeschi. Se decideranno di rompere l'euro sarà una scelta avallata da Angela Merkel. La sentenza di ieri si basa infatti sul principio del Deutschland über alles. La corte dice espressamente di non riconoscere tout court decisioni della corte Ue. Nella loro trasparenza i tedeschi spiegano che riconosceranno le decisioni Ue solo se affini agli interessi tedeschi. Altrimenti le strade dell'Unione si possono separare. Perché non esiste Ue senza euro. E non esiste euro senza una condivisione del debito. La Verità lo spiega da sempre: una moneta si basa sul fisco e sul debito. Se il Paese che traina l'Ue non vuole più accollarsi alcun rischio al di fuori del proprio confine territoriale, come potrà stare in piedi la baracca? Tradotto, alla fine dell'ultimatum si aprono due scenari. Bruxelles e Francoforte potranno accettare anche formalmente la subalternità a Berlino e quindi decideranno di annientare il ruolo della Bce (che dovrà smettere di fare da salvagente ai Paesi più indebitati) per cedere il passo alle leve fiscali. Esattamente come predica la Merkel, a sostenere i debiti pubblici non sarà più l'acquisto di titoli, ma la pressione fiscale e l'uso delle ricchezze private. Basta aste garantite, sì alle super patrimoniali e ai tagli lineari. L'altro scenario è evidentemente la rottura dell'euro.
«In teoria solo la Bundesbank è vincolata da questi requisiti, non la Bce. In pratica, tuttavia, è difficile credere che gli acquisti di obbligazioni continueranno in futuro senza la partecipazione della Banca centrale tedesca», ha commentato a caldo il presidente dell'Istituto per la ricerca economica Ifo, Clemens Faust. «La Corte tedesca ha chiesto a Francoforte di dimostrare che gli acquisti di obbligazioni sono conformi al principio di proporzionalità e che tali acquisti sono giustificati se confrontati con alcuni effetti collaterali come gli oneri per i risparmiatori o l'impatto sui prezzi degli immobili», ha spiegato ancora, concludendo che sarà la Bundesbank a decidere i sommersi e i degni di andare sul mercato dei titoli pubblici. E «ciò limita in particolare la possibilità di acquistare titoli di stato italiani». Per Faust la corte di Karlsruhe condanna l'Italia e lo dice senza giri di parole. Solo i nostri politici e la maggior parte dei media italiani stentano a voler ammettere la portata dell'esplosione. Ieri il sito del Corriere della Sera ha accolto la sentenza con un titolo ottimista: «Si al Qe dalla Germania». Poi è diventato, «Sì ma con riserva» e poi «Con grande riserva». D'altronde ieri Roberto Gualtieri ha detto «Sentenza senza conseguenze» e ci ha ricordato il portavoce di Saddam Hussein che compariva in televisione sostenendo l'imminente sconfitta degli Usa e lo diceva agli abitanti di Baghdad che dalle rispettive finestre vedevano i carri Abrams schiantare la Guardia repubblicana.
Per anni il Pd ha sostenuto che l'adesione all'Europa fosse un atto di fede, un dogma da accettare senza alcuna riserva. Ha sostenuto che l'Ue fosse il migliore dei mondi possibili e che il sovranismo fosse una becera malattia. Adesso che a smontare da dentro l'impalcatura è la Germania e non un Orbán qualsiasi, la prima reazione è rimuovere la realtà. Come faceva in tv il rappresentante del partito di Saddam. Gualtieri ha trascorso tutta la sua vita a credere nel fiscal compat e nella cieca adesione a Bruxelles. Accettare che 20 anni di credo siano stati spazzati via da un minuscolo virus è francamente difficile. Lo capiamo. Ma questo non giustifica il silenzio né l'annichilimento da parte dell'Italia. Trascorsi i tre mesi di ultimatum o accetteremo di far parte dell'Unione tedesca con le conseguenze che comporta (castrazione della Bce e maxi patrimoniale sui conti correnti e sugli immobili) oppure dovremo costruire un fronte comune del Sud o un ponte aereo con gli Stati Uniti. Qualcosa però dovremo fare. Se il governo e il Parlamento sprecano questi tre mesi non avremo alcuna sovranità da invocare.
Spallata tedesca all’Unione Ora Bruxelles ha 3 mesi per adeguarsi all’ultimatum
Talvolta accade di far venire a casa un muratore per riparare una piccola crepa sull'intonaco e questi, consapevolmente, dapprima abbatte la parete e poi fa crollare la casa.
Appare questa la similitudine più appropriata per descrivere l'effetto della sentenza pubblicata ieri dalla Corte costituzionale tedesca, chiamata a giudicare sul programma di acquisto di titoli pubblici (Pspp) varato da Mario Draghi nel marzo 2015. Nel commento di ieri dicevamo che il sentiero stretto su cui si era mosso Draghi rischiava di essere sbarrato. Ci sbagliavamo per difetto: il sentiero esiste e continuerà ad esistere perché lo ha già stabilito la sentenza della Corte di giustizia europea (Ecj) a dicembre 2018. Ma, per decidere se la Bundesbank lo percorrerà in compagnia delle altre 18 banche centrali, la Bce dovrà spiegare «in modo motivato e comprensibile» che non esiste sproporzione tra gli effetti economici di bilancio generati dal programma e gli obiettivi di politica monetaria perseguiti. In altre parole, le toghe rosse di Karlsruhe temono che la Bce sia un cacciatore che, pur di catturare la preda, stia distruggendo la vegetazione circostanze e stia sprecando proiettili, purtroppo forniti anche dalla Germania. Allora vuole vederci chiaro e dà 3 mesi alla Bce per organizzarsi e dimostrare che la mira è buona e i danni collaterali sono modesti, in proporzione ai risultati ottenuti. In assenza di spiegazioni soddisfacenti, alla Bundesbank sarà vietato partecipare a questi programmi e dovrà pure vendere i titoli già in portafoglio.
Ma il modo usato dai giudici tedeschi per arrivare a questa conclusione, sconquassa dalle fondamenta la costruzione europea. Entrando in conflitto con la Ecj e minando l'indipendenza della Bce che si vede recapitare ordini brutali. Infatti, la Ecj afferma che il Pspp è un atto emanato dalla Bce esorbitando dai propri poteri, non perché costituisce finanziamento monetario del deficit, cosa su cui c'è identità di vedute con la Corte europea. Ma perché i giudici di Lussemburgo hanno completamente ignorato, nella loro sentenza del 2018, il principio della proporzionalità e quindi c'è stato proprio un «insostenibile» errore di metodo che porta i giudici tedeschi a disconoscere tale sentenza e formulare una propria autonoma negativa valutazione dell'operato della Bce. Appena i giudici tedeschi entrano nel merito sono, se possibile, ancora più dirompenti. Secondo loro, il corretto bilanciamento tra gli obiettivi di politica monetaria e gli effetti economici e sulla politica di bilancio degli Stati non esiste affatto.
Per conseguire, e non raggiungere, l'obiettivo di inflazione «inferiore ma vicina al 2%», la Bce ha messo a disposizione degli Stati condizioni di finanziamento più favorevoli rispetto a quelle offerte dal mercato, ha in sostanza offerto assistenza finanziaria simile a quella offerta del Mes. E questa è la conferma di quanto scriviamo da tempo: il Pspp è una surrettizia mutualizzazione del debito senza condizioni. Chi vuole assistenza, vada dal Mes e si metta sotto programma. Il Pspp ha a consentito alle banche di migliorare la loro situazione e ad imprese non redditizie di restare sul mercato. Inoltre, i risparmiatori privati hanno subito perdite e, da ultimo, più il Pspp prosegue ed aumenta di volume e più difficile sarà terminarlo senza minare la stabilità finanziaria dell'eurozona.
La Bce ha soppesato tutti questi aspetti, si chiedono i giudici tedeschi? Non è dato saperlo, è la loro risposta. E fino a quando la Bce non produrrà documentazione a sostegno, non sarà possibile affermare se essa ha oltrepassato i limiti del suo mandato. Qualora la risposta della Bce non dovesse convincerli, la strada è segnata: la Bundesbank non potranno partecipare a decisioni della Bce che sono viziate da eccesso di potere.La Corte tedesca picchia duro anche sul divieto di finanziamento monetario e solleva dei dubbi sul rispetto dei famosi limiti (33%, capital key, ecc…) che furono alla base del via libera della Ecj al Pspp. Ma, ritenendoli soddisfatti, come ha sottolineato anche Jens Weidmann, si adegua al giudicato della Ecj. Alla luce di questa affermazione, siamo proprio curiosi di capire come la Bce riuscirà a giustificare il rispetto dei limiti con riferimento agli acquisti di aprile: con il Pspp sono stati acquistati 11 miliardi di titoli italiani, su 30 complessivi, e con il Pepp ben 119 miliardi, di cui non si conosce ancora la quota italiana, ma il totale potrebbe aver sfiorato i 50 miliardi.
L'acuto finale è stato degno del crescendo di tutta la sentenza: da un lato, governo federale e Bundestag devono adoperarsi affinché la Bce produca questa valutazione di proporzionalità del proprio operato e, dall'altro devono controllare l'operato della Bce. Infine, a meno che Bce non dimostri di aver soddisfatto il criterio della proporzionalità, tra 3 mesi la Bundesbank non potrà partecipare al Pspp.
Fuori luogo e segnaletico del panico che li ha colti, risulta il commento del portavoce della Commissione Ue: «Riaffermiamo il primato della legge europea, e il fatto che le decisioni della Corte europea sono vincolanti su tutte le corti nazionali». Ma non coglie nel segno, in quanto ieri è stato affermato il legittimo diritto della Corte tedesca di chiedere a propri organi istituzionali di seguire la Costituzione del proprio Paese. Una lezione per tutti, soprattutto per l'Italia.
Ieri è stato l'ultimo giorno di lavoro per il presidente della Corte tedesca, professor Andreas Vosskuhle. Ha voluto porre la parola fine sull'Unione Europea e potrebbe esserci riuscito. Ora sta a Parigi decidere cosa fare della dichiarazione di guerra giunta da Karlsruhe.
Gualtieri fa finta che sia tutto ok. Ma persino Letta fiuta i futuri guai
La sintesi più efficace, e insieme più minacciosa, l'aveva scolpita un paio di giorni fa su Twitter @Musso: si passerà dal «whatever it takes» al «whatever the Bundestag agrees». E infatti la Corte costituzionale tedesca ha posto una raffica di condizioni stringenti, e ha innescato un timer limitatissimo (tre mesi): dopo di che, la Bundesbank potrebbe fare un passo indietro.
Un'autentica bomba. Eppure il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri ha tentato di negare l'evidenza: «Primo: la sentenza non riguarda le misure di politica monetaria della Bce per far fronte all'emergenza, compreso il programma Pepp di acquisto titoli per 750 miliardi. Secondo: la Corte non ha avvalorato l'accusa che invece il Pspp, cioè il precedente Qe, violerebbe l'articolo 123 del trattato sul funzionamento dell'Unione e ha ribadito la piena legittimità di questo strumento. Terzo: i rilievi rivolti al Qe riguardano aspetti procedurali, cioè le informazioni circa le ragioni per cui il Pspp è stato necessario a perseguire gli obiettivi di politica monetaria della Bce. Quarto: la sentenza chiede al governo tedesco di adoperarsi per ricevere adeguate informazioni dalla Bce. Quinto: il governo tedesco ha già dichiarato che si muoverà a questo scopo e che crede che la Bce le fornirà».
E l'incredibile crescendo autoconsolatorio di Gualtieri si è concluso così: «Questo chiarimento avverrà in tempi rapidi, e quindi la sentenza non avrà alcuna conseguenza pratica». E ancora: «La sentenza in alcun modo intacca o influenza l'attuale Pepp che la Bce sta con grande efficacia svolgendo e conducendo».
Ma la denial strategy di Gualtieri resta drammaticamente isolata. È l'ex vicepresidente della Bce Vitor Constancio a spiegare cosa può accadere: «Questo è il grande rischio: arriveranno nuovi ricorsi in Germania contro il Pepp». E perfino Enrico Letta, sempre su Twitter, dopo un incipit surreale («Danni limitati da Corte costituzionale tedesca»), ammette: «Loro (i tedeschi) decidono per loro stessi, ma siccome come finanze pubbliche son più credibili di noi, se si ritirano da azioni Bce che aiutano soprattutto noi, son guai per noi». Ma guarda.
Sul versante dell'opposizione, non è certamente sorpreso chi aveva da tempo acceso i riflettori su Karlsruhe. Per Claudio Borghi (Lega) «la Germania dà alla Bce un ultimatum di tre mesi perché faccia come piace a loro». E ancora, l'esponente leghista coglie un'altra evidenza, il passaggio in cui la Corte tedesca travolge una pronuncia della Corte di Giustizia Europea. Annota Borghi: «Fine dei sogni di schiere di inginocchiati che vi hanno venduto la storia del diritto Ue che prevale sul diritto nazionale». Concetto ribadito da Alberto Bagnai, coordinatore del gruppo economico della Lega: «La sentenza conferma la risolutezza della Germania nel difendere i suoi interessi nazionali, prescindendo dal contesto europeo. Emerge nitida la differenza con l'Italia, il cui presidente del Consiglio si è presentato ai tavoli europei mendicando solidarietà».
Resta un altro punto di fondo, evidenziato nei giorni scorsi proprio in un colloquio con La Verità dall'editorialista del Ft Wolfgang Munchau: l'esigenza di modificare i trattati. Punto colto da Stefania Craxi: «La Corte tedesca fa il suo mestiere e, semmai, dovremmo essere noi a riflettere sulla leggerezza con cui abbiamo schiuso le porte dei nostri ordinamenti senza riserve e senza tutelare lo spazio dei nostri interessi. È questa una decisione che giunge alla vigilia di importanti appuntamenti europei e proprio il giorno dopo che l'Olanda ha richiesto l'introduzione di clausole sull'uso del Mes a conferma che i campioni dell'europeismo, in fondo, guardano innanzitutto ai loro destini. E noi?».
Rotto l’asse Francoforte-Berlino. Ma la Bce per ora spara a salve
«La Corte tedesca ha messo una bomba sotto l'ordinamento giuridico dell'Ue», titolava ieri il sito del Financial Times. Di certo, la Bce non intende essere messa al guinzaglio dalla Corte costituzionale di Karlsruhe. Tanto che dopo la sentenza dei giudici tedeschi è stata subito convocata per le 18 una riunione d'urgenza del consiglio direttivo terminata attorno alle 20. In una nota diffusa in serata si legge che «la Bce prende nota del giudizio» della Corte costituzionale federale tedesca sul Pspp e «rimane pienamente impegnata a fare tutto il necessario entro il proprio mandato per assicurare che l'inflazione salga verso livelli coerenti con il suo obiettivo di medio termine e che le azioni di politica monetaria intraprese nel perseguimento dell'obiettivo di mantenere la stabilità dei prezzi vengano trasmesse a tutti i settori dell'economia e a tutte le giurisdizioni dell'eurozona». Nel comunicato viene poi ricordato che la Corte di giustizia dell'Unione europea ha stabilito, nel dicembre 2018, che la Bce sta agendo nel suo mandato per la stabilità dei prezzi.
La banca centrale guidata da Christine Lagarde ha tre mesi per presentare le sue deliberazioni sulla proporzionalità del programma di acquisto. Ma tre mesi sono pochi. E i falchi sono già in aria: «Sosterrò l'adempimento di questo compito, nel rispetto dell'indipendenza del consiglio direttivo della Bce», ha scritto in una nota il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann.
Il siluro di ieri è partito sia in direzione di Francoforte sia verso Bruxelles che ieri non ha caso ha dovuto ribadire la preminenza delle leggi Ue e il fatto che le decisioni della Corte di giustizia Ue «sono vincolanti per tutte le corti nazionali». Sul programma di acquisti di bond sovrani (Pspp) avviato dalla banca centrale europea nel 2015 la corte europea si era già espressa a dicembre 2018, stabilendo che l'acquisto di titoli del debito pubblico sui mercati secondari non viola il diritto dell'Unione. I giudici di Karlsruhe per la prima volta hanno messo in discussione la giurisprudenza europea creando un precedente pericoloso. Se i tedeschi si oppongono ai giudici in Lussemburgo, possiamo farlo anche noi, potrebbero ad esempio pensare altri Paesi come l'Ungheria o la Polonia.
In attesa di conoscere le reazioni ufficiali del consiglio direttivo di Francoforte conclusosi a mercati chiusi, la sentenza della Corte tedesca ha avuto un primo impatto sullo spread. Il differenziale di rendimento tra il Btp decennale benchmark scadenza agosto 2030 e il pari durata tedesco, che aveva aperto a 233 punti base, è progressivamente salito fino a sfiorare i 250 punti base per poi ripiegare a 248. Quanto alle Borse, la sbandata è stata contenuta: dopo il verdetto i principali listini del Vecchio Continente hanno rallentato per poi riprendere vigore nel resto della seduta anche sulla scia dell'avvio positivo di Wall Street. Il grande ritorno del Brent sopra i 30 dollari, grazie all'imminente alleggerimento del lockdown in molti Paesi, ha fatto da contraltare ai giudici di Karlsruhe. Piazza Affari ha così chiuso con un +2,07%, Francoforte con un rialzo del 2,51%e Parigi del 2,40%, mentre Londra solo un po' più cauta, è salita dell'1,7 per cento. Le Borse stanno quindi digerendo le cattive notizie, ma anche considerando quelle buone ovvero che nulla per il momento è davvero cambiato. La sentenza di ieri non si applica ai programmi adottati dalla Bce in risposta alla crisi del coronavirus. In particolare al Pepp, il programma pandemico di acquisto da 750 miliardi che l'Eurotower ha lanciato il 18 di marzo per fornire un sostegno all'economia e attenuare le tensioni sui mercati. Bisognerà comunque capire se anche il previsto ampliamento con la massima flessibilità e «senza limiti» di questo piano finirà davanti ai giudici tedeschi in un prossimo ricorso. Insomma, la portata politica della decisione di ieri rischia di smorzare la spinta a tutti gli ambiti della politica monetaria non convenzionale.
Quanto al programma Pspp, per il momento può continuare ma la Bce dovrà comunque dimostrarne l'aderenza ai limiti che la stessa Corte Europea aveva fissato nel dicembre 2018 come il tetto del 33% dei titoli di uno Stato e la rigida base di ripartizione degli acquisti. i Fabrizio Pagani, ex consigliere economico dei governi.
Ora madame Lagarde dovrà sminare la sentenza dei giudici di Karlsruhe nei suoi aspetti più insidiosi evitando che il Qe vada avanti senza il sostegno dell'azionista di riferimento. Se la Bundesbank dovesse togliere il consenso alle misure non convenzionali o persino vendere i titoli di Stato in portafoglio, il bazooka diventerebbe politicamente una pistola ad acqua.
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Ammettendo di riconoscere l'Ue solo quando fa i loro interessi, i tedeschi mettono la Bce di fronte a un bivio: o si mette nero su bianco che le istituzioni comunitarie sono al servizio di Berlino, o va rivisto il meccanismo.La Corte di Karlsruhe boccia l'acquisto di titoli di Stato della Banca centrale europea e chiede chiarimenti a breve. Se le spiegazioni non saranno convincenti, salta tutto.Il ministro nega l'evidenza, l'ex premier fa invece notare i pericoli per l'Italia.L'Eurotower annuncia la controffensiva. E ribadisce: le leggi europee sono vincolantiLo speciale contiene quattro articoli A scuola insegnano che l'Unione europea si basa su tre pilastri. La cooperazione in materia penale, la condivisione della politica estera e della sicurezza comune e, il più importante dei tre pilastri, la coesione economica e monetaria. Sul primo, forse quello accessorio, nulla da dire, il secondo è sempre stato traballante (basti pensare alle faide sulla Libia) e ora con il coronavirus ha subito la spallata definitiva. Il terzo è stato accoltellato ieri dalla corte di Karlsruhe. I giudici tedeschi hanno deciso che il Quantitative easing della Banca centrale europea leda, almeno in parte, i principi fondamentali della Bundesbank, del Parlamento e quindi della Costituzione tedesca stessa. La corte ha intimato alla Bce di prendersi tre mesi di tempo per giustificare gli acquisti di titoli pubblici dell'eurozona, sia quelli già effettuati si quelli in canna per le prossime settimane. Al termine dell'ultimatum, se la Bce non avrà convinto i tedeschi, la Bundesbank sarà di fatto autorizzata a sganciarsi dal programma. Una scelta devastante, non tanto per il Quantitative easing stesso che è in via di esaurimento, ma per le tutte le future strategie di vendita dei titoli in pancia al bilancio della Bce. Ma soprattutto è una scelta che decreterebbe la fine dell'autonomia e del ruolo super partes della Bce.Se viene meno l'unità e l'autonomia riconosciuta alla Banca centrale, come potrà l'eurozona prendere decisioni in materia valutaria e di debito in grado di garantire tutti i Paesi membri? A quel punto - e qui sta la bomba atomica - la moneta potrà ancora chiamarsi unica? La risposta non dipende da noi ma dai tedeschi. Se decideranno di rompere l'euro sarà una scelta avallata da Angela Merkel. La sentenza di ieri si basa infatti sul principio del Deutschland über alles. La corte dice espressamente di non riconoscere tout court decisioni della corte Ue. Nella loro trasparenza i tedeschi spiegano che riconosceranno le decisioni Ue solo se affini agli interessi tedeschi. Altrimenti le strade dell'Unione si possono separare. Perché non esiste Ue senza euro. E non esiste euro senza una condivisione del debito. La Verità lo spiega da sempre: una moneta si basa sul fisco e sul debito. Se il Paese che traina l'Ue non vuole più accollarsi alcun rischio al di fuori del proprio confine territoriale, come potrà stare in piedi la baracca? Tradotto, alla fine dell'ultimatum si aprono due scenari. Bruxelles e Francoforte potranno accettare anche formalmente la subalternità a Berlino e quindi decideranno di annientare il ruolo della Bce (che dovrà smettere di fare da salvagente ai Paesi più indebitati) per cedere il passo alle leve fiscali. Esattamente come predica la Merkel, a sostenere i debiti pubblici non sarà più l'acquisto di titoli, ma la pressione fiscale e l'uso delle ricchezze private. Basta aste garantite, sì alle super patrimoniali e ai tagli lineari. L'altro scenario è evidentemente la rottura dell'euro.«In teoria solo la Bundesbank è vincolata da questi requisiti, non la Bce. In pratica, tuttavia, è difficile credere che gli acquisti di obbligazioni continueranno in futuro senza la partecipazione della Banca centrale tedesca», ha commentato a caldo il presidente dell'Istituto per la ricerca economica Ifo, Clemens Faust. «La Corte tedesca ha chiesto a Francoforte di dimostrare che gli acquisti di obbligazioni sono conformi al principio di proporzionalità e che tali acquisti sono giustificati se confrontati con alcuni effetti collaterali come gli oneri per i risparmiatori o l'impatto sui prezzi degli immobili», ha spiegato ancora, concludendo che sarà la Bundesbank a decidere i sommersi e i degni di andare sul mercato dei titoli pubblici. E «ciò limita in particolare la possibilità di acquistare titoli di stato italiani». Per Faust la corte di Karlsruhe condanna l'Italia e lo dice senza giri di parole. Solo i nostri politici e la maggior parte dei media italiani stentano a voler ammettere la portata dell'esplosione. Ieri il sito del Corriere della Sera ha accolto la sentenza con un titolo ottimista: «Si al Qe dalla Germania». Poi è diventato, «Sì ma con riserva» e poi «Con grande riserva». D'altronde ieri Roberto Gualtieri ha detto «Sentenza senza conseguenze» e ci ha ricordato il portavoce di Saddam Hussein che compariva in televisione sostenendo l'imminente sconfitta degli Usa e lo diceva agli abitanti di Baghdad che dalle rispettive finestre vedevano i carri Abrams schiantare la Guardia repubblicana. Per anni il Pd ha sostenuto che l'adesione all'Europa fosse un atto di fede, un dogma da accettare senza alcuna riserva. Ha sostenuto che l'Ue fosse il migliore dei mondi possibili e che il sovranismo fosse una becera malattia. Adesso che a smontare da dentro l'impalcatura è la Germania e non un Orbán qualsiasi, la prima reazione è rimuovere la realtà. Come faceva in tv il rappresentante del partito di Saddam. Gualtieri ha trascorso tutta la sua vita a credere nel fiscal compat e nella cieca adesione a Bruxelles. Accettare che 20 anni di credo siano stati spazzati via da un minuscolo virus è francamente difficile. Lo capiamo. Ma questo non giustifica il silenzio né l'annichilimento da parte dell'Italia. Trascorsi i tre mesi di ultimatum o accetteremo di far parte dell'Unione tedesca con le conseguenze che comporta (castrazione della Bce e maxi patrimoniale sui conti correnti e sugli immobili) oppure dovremo costruire un fronte comune del Sud o un ponte aereo con gli Stati Uniti. Qualcosa però dovremo fare. 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Appare questa la similitudine più appropriata per descrivere l'effetto della sentenza pubblicata ieri dalla Corte costituzionale tedesca, chiamata a giudicare sul programma di acquisto di titoli pubblici (Pspp) varato da Mario Draghi nel marzo 2015. Nel commento di ieri dicevamo che il sentiero stretto su cui si era mosso Draghi rischiava di essere sbarrato. Ci sbagliavamo per difetto: il sentiero esiste e continuerà ad esistere perché lo ha già stabilito la sentenza della Corte di giustizia europea (Ecj) a dicembre 2018. Ma, per decidere se la Bundesbank lo percorrerà in compagnia delle altre 18 banche centrali, la Bce dovrà spiegare «in modo motivato e comprensibile» che non esiste sproporzione tra gli effetti economici di bilancio generati dal programma e gli obiettivi di politica monetaria perseguiti. In altre parole, le toghe rosse di Karlsruhe temono che la Bce sia un cacciatore che, pur di catturare la preda, stia distruggendo la vegetazione circostanze e stia sprecando proiettili, purtroppo forniti anche dalla Germania. Allora vuole vederci chiaro e dà 3 mesi alla Bce per organizzarsi e dimostrare che la mira è buona e i danni collaterali sono modesti, in proporzione ai risultati ottenuti. In assenza di spiegazioni soddisfacenti, alla Bundesbank sarà vietato partecipare a questi programmi e dovrà pure vendere i titoli già in portafoglio. Ma il modo usato dai giudici tedeschi per arrivare a questa conclusione, sconquassa dalle fondamenta la costruzione europea. Entrando in conflitto con la Ecj e minando l'indipendenza della Bce che si vede recapitare ordini brutali. Infatti, la Ecj afferma che il Pspp è un atto emanato dalla Bce esorbitando dai propri poteri, non perché costituisce finanziamento monetario del deficit, cosa su cui c'è identità di vedute con la Corte europea. Ma perché i giudici di Lussemburgo hanno completamente ignorato, nella loro sentenza del 2018, il principio della proporzionalità e quindi c'è stato proprio un «insostenibile» errore di metodo che porta i giudici tedeschi a disconoscere tale sentenza e formulare una propria autonoma negativa valutazione dell'operato della Bce. Appena i giudici tedeschi entrano nel merito sono, se possibile, ancora più dirompenti. Secondo loro, il corretto bilanciamento tra gli obiettivi di politica monetaria e gli effetti economici e sulla politica di bilancio degli Stati non esiste affatto. Per conseguire, e non raggiungere, l'obiettivo di inflazione «inferiore ma vicina al 2%», la Bce ha messo a disposizione degli Stati condizioni di finanziamento più favorevoli rispetto a quelle offerte dal mercato, ha in sostanza offerto assistenza finanziaria simile a quella offerta del Mes. E questa è la conferma di quanto scriviamo da tempo: il Pspp è una surrettizia mutualizzazione del debito senza condizioni. Chi vuole assistenza, vada dal Mes e si metta sotto programma. Il Pspp ha a consentito alle banche di migliorare la loro situazione e ad imprese non redditizie di restare sul mercato. Inoltre, i risparmiatori privati hanno subito perdite e, da ultimo, più il Pspp prosegue ed aumenta di volume e più difficile sarà terminarlo senza minare la stabilità finanziaria dell'eurozona. La Bce ha soppesato tutti questi aspetti, si chiedono i giudici tedeschi? Non è dato saperlo, è la loro risposta. E fino a quando la Bce non produrrà documentazione a sostegno, non sarà possibile affermare se essa ha oltrepassato i limiti del suo mandato. Qualora la risposta della Bce non dovesse convincerli, la strada è segnata: la Bundesbank non potranno partecipare a decisioni della Bce che sono viziate da eccesso di potere.La Corte tedesca picchia duro anche sul divieto di finanziamento monetario e solleva dei dubbi sul rispetto dei famosi limiti (33%, capital key, ecc…) che furono alla base del via libera della Ecj al Pspp. Ma, ritenendoli soddisfatti, come ha sottolineato anche Jens Weidmann, si adegua al giudicato della Ecj. Alla luce di questa affermazione, siamo proprio curiosi di capire come la Bce riuscirà a giustificare il rispetto dei limiti con riferimento agli acquisti di aprile: con il Pspp sono stati acquistati 11 miliardi di titoli italiani, su 30 complessivi, e con il Pepp ben 119 miliardi, di cui non si conosce ancora la quota italiana, ma il totale potrebbe aver sfiorato i 50 miliardi. L'acuto finale è stato degno del crescendo di tutta la sentenza: da un lato, governo federale e Bundestag devono adoperarsi affinché la Bce produca questa valutazione di proporzionalità del proprio operato e, dall'altro devono controllare l'operato della Bce. Infine, a meno che Bce non dimostri di aver soddisfatto il criterio della proporzionalità, tra 3 mesi la Bundesbank non potrà partecipare al Pspp. Fuori luogo e segnaletico del panico che li ha colti, risulta il commento del portavoce della Commissione Ue: «Riaffermiamo il primato della legge europea, e il fatto che le decisioni della Corte europea sono vincolanti su tutte le corti nazionali». Ma non coglie nel segno, in quanto ieri è stato affermato il legittimo diritto della Corte tedesca di chiedere a propri organi istituzionali di seguire la Costituzione del proprio Paese. Una lezione per tutti, soprattutto per l'Italia. Ieri è stato l'ultimo giorno di lavoro per il presidente della Corte tedesca, professor Andreas Vosskuhle. Ha voluto porre la parola fine sull'Unione Europea e potrebbe esserci riuscito. Ora sta a Parigi decidere cosa fare della dichiarazione di guerra giunta da Karlsruhe. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalla-bundesbank-un-colpo-terribile-alle-fondamenta-del-sistema-euro-2645926361.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="gualtieri-fa-finta-che-sia-tutto-ok-ma-persino-letta-fiuta-i-futuri-guai" data-post-id="2645926361" data-published-at="1588704647" data-use-pagination="False"> Gualtieri fa finta che sia tutto ok. Ma persino Letta fiuta i futuri guai La sintesi più efficace, e insieme più minacciosa, l'aveva scolpita un paio di giorni fa su Twitter @Musso: si passerà dal «whatever it takes» al «whatever the Bundestag agrees». E infatti la Corte costituzionale tedesca ha posto una raffica di condizioni stringenti, e ha innescato un timer limitatissimo (tre mesi): dopo di che, la Bundesbank potrebbe fare un passo indietro. Un'autentica bomba. Eppure il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri ha tentato di negare l'evidenza: «Primo: la sentenza non riguarda le misure di politica monetaria della Bce per far fronte all'emergenza, compreso il programma Pepp di acquisto titoli per 750 miliardi. Secondo: la Corte non ha avvalorato l'accusa che invece il Pspp, cioè il precedente Qe, violerebbe l'articolo 123 del trattato sul funzionamento dell'Unione e ha ribadito la piena legittimità di questo strumento. Terzo: i rilievi rivolti al Qe riguardano aspetti procedurali, cioè le informazioni circa le ragioni per cui il Pspp è stato necessario a perseguire gli obiettivi di politica monetaria della Bce. Quarto: la sentenza chiede al governo tedesco di adoperarsi per ricevere adeguate informazioni dalla Bce. Quinto: il governo tedesco ha già dichiarato che si muoverà a questo scopo e che crede che la Bce le fornirà». E l'incredibile crescendo autoconsolatorio di Gualtieri si è concluso così: «Questo chiarimento avverrà in tempi rapidi, e quindi la sentenza non avrà alcuna conseguenza pratica». E ancora: «La sentenza in alcun modo intacca o influenza l'attuale Pepp che la Bce sta con grande efficacia svolgendo e conducendo». Ma la denial strategy di Gualtieri resta drammaticamente isolata. È l'ex vicepresidente della Bce Vitor Constancio a spiegare cosa può accadere: «Questo è il grande rischio: arriveranno nuovi ricorsi in Germania contro il Pepp». E perfino Enrico Letta, sempre su Twitter, dopo un incipit surreale («Danni limitati da Corte costituzionale tedesca»), ammette: «Loro (i tedeschi) decidono per loro stessi, ma siccome come finanze pubbliche son più credibili di noi, se si ritirano da azioni Bce che aiutano soprattutto noi, son guai per noi». Ma guarda. Sul versante dell'opposizione, non è certamente sorpreso chi aveva da tempo acceso i riflettori su Karlsruhe. Per Claudio Borghi (Lega) «la Germania dà alla Bce un ultimatum di tre mesi perché faccia come piace a loro». E ancora, l'esponente leghista coglie un'altra evidenza, il passaggio in cui la Corte tedesca travolge una pronuncia della Corte di Giustizia Europea. Annota Borghi: «Fine dei sogni di schiere di inginocchiati che vi hanno venduto la storia del diritto Ue che prevale sul diritto nazionale». Concetto ribadito da Alberto Bagnai, coordinatore del gruppo economico della Lega: «La sentenza conferma la risolutezza della Germania nel difendere i suoi interessi nazionali, prescindendo dal contesto europeo. Emerge nitida la differenza con l'Italia, il cui presidente del Consiglio si è presentato ai tavoli europei mendicando solidarietà». Resta un altro punto di fondo, evidenziato nei giorni scorsi proprio in un colloquio con La Verità dall'editorialista del Ft Wolfgang Munchau: l'esigenza di modificare i trattati. Punto colto da Stefania Craxi: «La Corte tedesca fa il suo mestiere e, semmai, dovremmo essere noi a riflettere sulla leggerezza con cui abbiamo schiuso le porte dei nostri ordinamenti senza riserve e senza tutelare lo spazio dei nostri interessi. È questa una decisione che giunge alla vigilia di importanti appuntamenti europei e proprio il giorno dopo che l'Olanda ha richiesto l'introduzione di clausole sull'uso del Mes a conferma che i campioni dell'europeismo, in fondo, guardano innanzitutto ai loro destini. E noi?». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalla-bundesbank-un-colpo-terribile-alle-fondamenta-del-sistema-euro-2645926361.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="rotto-lasse-francoforte-berlino-ma-la-bce-per-ora-spara-a-salve" data-post-id="2645926361" data-published-at="1588704647" data-use-pagination="False"> Rotto l’asse Francoforte-Berlino. Ma la Bce per ora spara a salve «La Corte tedesca ha messo una bomba sotto l'ordinamento giuridico dell'Ue», titolava ieri il sito del Financial Times. Di certo, la Bce non intende essere messa al guinzaglio dalla Corte costituzionale di Karlsruhe. Tanto che dopo la sentenza dei giudici tedeschi è stata subito convocata per le 18 una riunione d'urgenza del consiglio direttivo terminata attorno alle 20. In una nota diffusa in serata si legge che «la Bce prende nota del giudizio» della Corte costituzionale federale tedesca sul Pspp e «rimane pienamente impegnata a fare tutto il necessario entro il proprio mandato per assicurare che l'inflazione salga verso livelli coerenti con il suo obiettivo di medio termine e che le azioni di politica monetaria intraprese nel perseguimento dell'obiettivo di mantenere la stabilità dei prezzi vengano trasmesse a tutti i settori dell'economia e a tutte le giurisdizioni dell'eurozona». Nel comunicato viene poi ricordato che la Corte di giustizia dell'Unione europea ha stabilito, nel dicembre 2018, che la Bce sta agendo nel suo mandato per la stabilità dei prezzi. La banca centrale guidata da Christine Lagarde ha tre mesi per presentare le sue deliberazioni sulla proporzionalità del programma di acquisto. Ma tre mesi sono pochi. E i falchi sono già in aria: «Sosterrò l'adempimento di questo compito, nel rispetto dell'indipendenza del consiglio direttivo della Bce», ha scritto in una nota il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann. Il siluro di ieri è partito sia in direzione di Francoforte sia verso Bruxelles che ieri non ha caso ha dovuto ribadire la preminenza delle leggi Ue e il fatto che le decisioni della Corte di giustizia Ue «sono vincolanti per tutte le corti nazionali». Sul programma di acquisti di bond sovrani (Pspp) avviato dalla banca centrale europea nel 2015 la corte europea si era già espressa a dicembre 2018, stabilendo che l'acquisto di titoli del debito pubblico sui mercati secondari non viola il diritto dell'Unione. I giudici di Karlsruhe per la prima volta hanno messo in discussione la giurisprudenza europea creando un precedente pericoloso. Se i tedeschi si oppongono ai giudici in Lussemburgo, possiamo farlo anche noi, potrebbero ad esempio pensare altri Paesi come l'Ungheria o la Polonia. In attesa di conoscere le reazioni ufficiali del consiglio direttivo di Francoforte conclusosi a mercati chiusi, la sentenza della Corte tedesca ha avuto un primo impatto sullo spread. Il differenziale di rendimento tra il Btp decennale benchmark scadenza agosto 2030 e il pari durata tedesco, che aveva aperto a 233 punti base, è progressivamente salito fino a sfiorare i 250 punti base per poi ripiegare a 248. Quanto alle Borse, la sbandata è stata contenuta: dopo il verdetto i principali listini del Vecchio Continente hanno rallentato per poi riprendere vigore nel resto della seduta anche sulla scia dell'avvio positivo di Wall Street. Il grande ritorno del Brent sopra i 30 dollari, grazie all'imminente alleggerimento del lockdown in molti Paesi, ha fatto da contraltare ai giudici di Karlsruhe. Piazza Affari ha così chiuso con un +2,07%, Francoforte con un rialzo del 2,51%e Parigi del 2,40%, mentre Londra solo un po' più cauta, è salita dell'1,7 per cento. Le Borse stanno quindi digerendo le cattive notizie, ma anche considerando quelle buone ovvero che nulla per il momento è davvero cambiato. La sentenza di ieri non si applica ai programmi adottati dalla Bce in risposta alla crisi del coronavirus. In particolare al Pepp, il programma pandemico di acquisto da 750 miliardi che l'Eurotower ha lanciato il 18 di marzo per fornire un sostegno all'economia e attenuare le tensioni sui mercati. Bisognerà comunque capire se anche il previsto ampliamento con la massima flessibilità e «senza limiti» di questo piano finirà davanti ai giudici tedeschi in un prossimo ricorso. Insomma, la portata politica della decisione di ieri rischia di smorzare la spinta a tutti gli ambiti della politica monetaria non convenzionale. Quanto al programma Pspp, per il momento può continuare ma la Bce dovrà comunque dimostrarne l'aderenza ai limiti che la stessa Corte Europea aveva fissato nel dicembre 2018 come il tetto del 33% dei titoli di uno Stato e la rigida base di ripartizione degli acquisti. i Fabrizio Pagani, ex consigliere economico dei governi. Ora madame Lagarde dovrà sminare la sentenza dei giudici di Karlsruhe nei suoi aspetti più insidiosi evitando che il Qe vada avanti senza il sostegno dell'azionista di riferimento. Se la Bundesbank dovesse togliere il consenso alle misure non convenzionali o persino vendere i titoli di Stato in portafoglio, il bazooka diventerebbe politicamente una pistola ad acqua.
(IStock)
La signora Liliana vive a Reggio Calabria, è cardiopatica e invalida. Ha bisogno di una visita pneumologica. Si rivolge all’Asl il 7 settembre 2025, la visita viene fissata il 24 marzo 2026. Fuori tempo massimo. Fuori da ogni logica. E pure fuori legge. Ma non è tutto: sul suo foglio di prenotazione compare una scritta: «L’assistito rinuncia alla prima disponibilità per martedì 7 ottobre 2025». Con un piccolo particolare: Liliana non ha mai rinunciato a quella prima visita per il semplice fatto che nessuno gliel’ha mai proposta. L’hanno presa in giro.
Il signor Giovanni vive ad Avellino e soffre di una grave malattia al cuore. Ha bisogno di una visita: si rivolge all’Asl l’8 ottobre 2025, la visita viene fissata il 20 maggio 2026. Ancora una volta: fuori tempo massimo. Fuori da ogni logica. E pure fuori legge. Ma non è tutto: sul suo foglio di prenotazione compare una scritta: «L’assistito rinuncia alla prima disponibilità per il 6 novembre 2025». Con un piccolo particolare: Giovanni non ha mai rinunciato a quella prima visita per il semplice fatto che nessuno gliel’ha mai stata proposta. Hanno preso in giro anche lui.
Potremmo continuare: le testimonianze di questo tipo sono a decine. Quello che abbiamo scoperto a Fuori dal Coro è uno scandalo nello scandalo: non bastano le liste d’attesa lunghissime e le visite fissate il giorno di san mai più, hanno deciso di prendere i pazienti per i fondelli indicando sui loro fogli di prenotazioni l’esistenza di prime visite che in realtà non esistono. Sono finte. Inventate. Completamente farlocche. Sui documenti ufficiali dell’Asl c’è scritto che quelle visite (mai esistite) sono state rifiutate dal paziente. Ma le Asl lo sanno benissimo che non è vero. In pratica dichiarano il falso. E lo fanno deliberatamente, per aggirare la legge e taroccare le statistiche. Una delle Regioni dove sono state segnalate più visite farlocche, per esempio, è la Campania, che si autoproclama «eccellenza nella gestione delle liste d’attesa» presentando report con risultati strepitosi. Che sono fasulli, però.
Prendiamo il caso della signora Marisa: la visita per suo figlio è stata fissata nel gennaio 2027, cosa già di per sé completamente illegale. Ma nei report ufficiali della Regione Campania risulterà fissata il 26 marzo 2026, perché, se è stato il paziente a rifiutare, il ritardo non può essere attribuito all’Asl. Peccato che il paziente non abbia rifiutato un bel niente: quella visita rifiutata non è stata proposta. Quella visita (fintamente) rifiutata compare automaticamente sul foglio di prenotazione e molti pazienti, magari, neppure se ne accorgono. Si tratta di un trucco. Un trucco indecente. Anzi di più: si tratta di una vera e propria truffa ai danni di chi sta male. E non capisco come si possa tollerare: se io dichiarassi il falso verrei (giustamente) condannato. Perché se lo fa l’Asl nessuno dice nulla?
Per altro c’è anche un tema economico: sulla base di quelle statistiche (evidentemente taroccate) e di quei report (evidentemente fasulli), infatti, vengono distribuiti premi ai dirigenti che possono dimostrare di aver raggiunto gli obiettivi, quando invece gli obiettivi non sono stati raggiunti per una beata mazza di niente. Vengono così premiati dirigenti che ogni giorno mettono a repentaglio la vita di chi sta male e non può permettersi visite a pagamento. È chiaro infatti che se a un malato di cuore, a rischio infarto e con insufficienza respiratoria, viene fissata una visita il 22 settembre 2027 (è successo a Mario, ad Avellino), probabilmente lo si condanna a morte. E leggere sul foglio prenotazione la palese falsità che Mario avrebbe rinunciato a una visita il 2 dicembre 2025, è una crudeltà, oltre che una truffa.
«Perché mai avrei dovuto rinunciare a una visita il 2 dicembre scorso se ho ogni notte paura di morire?», ci ha detto Mario. In effetti. Ma sono settimane che raccogliamo testimonianze come la sua. E raccogliamo pure documenti. Ed è incredibile che nessuno si sia ancora mosso per porre fine a questo scandalo. Un ministro della salute ce l’abbiamo ancora? Orazio Schillaci che fa? Dorme?
Faccio notare a buonanotte fiorellino Schillaci, ex collaboratore di Speranza, che lui aveva fatto approvare una legge, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 31 luglio 2024, sulle liste d’attesa: in base a quelle norme le Asl, quando non riescono a rispettare i tempi previsti delle prenotazioni, dovrebbero consentire ai pazienti di fare la visita privatamente senza pagare. Invece non succede. E questo trucchetto delle prime visite rifiutate viene utilizzato anche e proprio per aggirare quella legge, per fare in modo che le visite siano tranquillamente fissate nel maggio 2027 o addirittura nel settembre 2027, senza che nessun direttore Asl si senta obbligato a intervenire. Ovvio, no? «Il ritardo è colpa del paziente». Ma non è vero. È un inganno. Una truffa. Possibile che il ministro non abbia nulla da dire? Possibile che non senta il dovere di almeno muovere gli ispettori? O di far sentire la sua voce? Che cosa aspetta?
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(Imagoeconomica)
Tutto ha origine da una manifestazione tenuta a Massa-Carrara lo scorso 3 ottobre. Quel giorno, per protestare contro Israele ma, soprattutto, contro il governo e in favore della Palestina, un gruppo di dirigenti della Cgil ha pensato bene di occupare i binari, interrompendo la circolazione dei treni sulla linea Pisa-La Spezia. Che cosa c’entrassero con Gaza i convogli in viaggio tra la stazione della torre pendente e quella della cittadina ligure, non è dato sapere.
Ma i sindacalisti, oltre a causare diversi problemi di viabilità, in occasione dello sciopero generale decisero che si dovesse anche fermare il traffico ferroviario. Non risulta che, dopo lo stop a locomotiva e vagoni, la situazione dei palestinesi sia migliorata. In compenso, però, la Polfer ha fatto le sue indagini e, dopo aver visionato le telecamere e identificato alcuni dei partecipanti al corteo, ha segnalato tutto alla Procura, perché perseguisse il reato di «interruzione di pubblico servizio ferroviario». Risultato, i pm hanno fatto i loro accertamenti e, qualche giorno fa, hanno notificato l’avviso di conclusione indagini a 37 persone. La comunicazione dei pubblici ministeri di solito prelude alla richiesta di rinvio a giudizio e per questo si informano le persone coinvolte. Ma la notifica dell’atto, che consente agli indagati di prendere visione del procedimento in vista di una decisione del gip, ha suscitato le reazioni furibonde della Cgil.
La succursale toscana dell’organizzazione guidata da Landini non ci è andata piano. «È inaccettabile che il dissenso sociale e politico venga trattato come un problema di ordine pubblico e la protesta venga trasformata in reato», hanno strillato i vertici della confederazione. Ma, oltre a lamentare una presunta repressione delle opinioni politiche, la Cgil è andata oltre, annunciando «valutazioni e iniziative sia politiche che nelle sedi opportune, anche a tutela dei diritti delle persone coinvolte e della libertà di manifestazione». Ovviamente nessuno minaccia il diritto a dissentire e tantomeno quello di sfilare in corteo, ma va da sé che, se la libertà di chi protesta limita quella di chi vuole viaggiare, costringendo quest’ultimo a rimanere ore a bordo di un vagone, qualche cosa non va. Il ragionamento di buon senso, però, non pare attecchire tra i vertici toscani del sindacato, i quali hanno attaccato «l’operazione messa in campo dalla Procura di Massa-Carrara, perché utilizza a piene mani il cosiddetto diritto penale del dissenso, ossia quel microsistema di norme che incriminano, limitando l’esercizio delle libertà costituzionali, tutte le forme di dissenso».
Così, dopo aver accusato i pm di agire fuori dalla Costituzione, la Cgil ha indetto uno sciopero generale in tutta la Toscana. «Faremo una grande manifestazione la mattina di sabato 24 gennaio», ha annunciato l’esecutivo regionale. Ma solo se «si passasse dagli atti di indagine al rinvio a giudizio delle 37 persone raggiunte da un avviso di garanzia». In altre parole, siamo allo sciopero preventivo o, per essere più chiari, allo sciopero interdittivo, per impedire il processo nei confronti delle persone accusate.
Minacciare uno sciopero se i pm chiederanno il processo per i sindacalisti è un curioso modo di sostenere l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. È anche una maniera un po’ originale di interpretare l’obbligatorietà dell’azione penale, oltre che, come detto, la libertà di manifestare. Ma qui non si parla di separazione delle carriere, ma solo di separazione dei cervelli di certi funzionari confederali.
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Luca Palamara. Nel Riquadro, Eugenio Maria Turco (Ansa)
A proposito di quest’ultima, fortunata lista, nei mesi scorsi, avevamo citato il caso del nuovo procuratore generale della Cassazione, Pietro Gaeta, ma ci sono molte altre toghe che non hanno subito i contraccolpi delle sponsorizzazioni emerse dal telefono dell’ex ras delle nomine. Un tema già sollevato dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, quando ha dichiarato che il Csm, nel caso Palamara, «ha messo la polvere sotto il tappeto». L’ennesima conferma a queste parole la rinveniamo nella nomina, deliberata mercoledì dal plenum di Palazzo Bachelet, di Eugenio Turco quale presidente del Tribunale di Grosseto. Infatti, sette anni fa, Donatella Ferranti, allora deputata del Partito democratico e presidente della commissione Giustizia, oggi giudice in Cassazione, aveva inviato a Palamara numerosi messaggi per sollecitare la nomina di Turco a presidente di sezione del Tribunale di Viterbo e di Francesco Salzano quale avvocato generale alla Procura generale della Cassazione. Ma, nonostante la denuncia di interferenze dem da parte dell’ex consigliere del Csm Nino Di Matteo e la richiesta di iniziative disciplinari, nulla è stato fatto né nei confronti della Ferranti, la cui pratica in prima commissione è stata chiusa senza strascichi, né nei confronti dei magistrati da lei segnalati.
Il nuovo presidente del Tribunale di Grosseto, nato a Castrovillari nel 1960, nominato magistrato nel 1987, ha iniziato la carriera presso la Procura di Lucera, poi è stato pretore e giudice a Viterbo. Dal 2015 si è trasferito in Serbia come «esperto residente» nell’ambito di un progetto europeo in tema di anticorruzione. Ma nel 2018 decide di tornare nel Belpaese con il sostegno della Ferranti. Ottenendo, il 21 settembre di quell’anno, la poltrona di presidente di sezione in una delle ultimissime votazioni utili della consiliatura del Csm di Palamara. Ma torniamo indietro di sei mesi, alle elezioni politiche del 4 marzo 2018. Quel giorno, sul cellulare dell’ex leader di Unicost, giunge un messaggio proprio della Ferranti, la quale, nelle ore conclusive della sua carriera da parlamentare, anziché per il partito, sta cercando voti per gli amici al Csm: «Luca volevo segnalarti che Eugenio Turco ha uno specifico interesse per presidente sezione Viterbo. Tra l’altro è interesse avere un magistrato residente che conosce problematiche reali Tribunale... stimato da tutto il foro. Grazie», scrive la politica dem. Dopo circa cinque ore torna alla carica: «Ti manderà sms direttamente perché ha sciolto sue perplessità… preferiva Roma, ma se a Roma non c’è possibilità meglio puntare su Viterbo... sua mancanza si sente, sono tutti giovanissimi… può essere aiuto per Covelli e punto di riferimento in tutti i sensi».
A questo punto Palamara batte un colpo: «Carissima Donatella, ho visto Eugenio l’altro giorno e considerami al suo fianco». Ferranti è informata: «Sì, lo so, me lo ha detto lui stamani... meglio non perderlo per Viterbo, poi si vedrà... gli altri tutta gente che fa i pendolari, non ce lo possiamo permettere». A luglio, dopo l’insediamento del governo giallo-verde e le elezioni del nuovo Csm, Palamara chiede all’ex parlamentare dem un contatto del deputato renziano David Ermini, futuro vicepresidente del Csm («Mi mandi numero?»). La Ferranti si raccomanda («Luca cerca di chiudere tu le cose prima di andartene») e suggerisce quella che potrebbe essere la strada giusta per piazzare Ermini al vertice del parlamentino dei giudici, ovvero un abboccamento con il futuro portabandiera della sinistra giudiziaria dentro al Csm, Giuseppe Cascini. Quindi aggiunge una raccomandazione: «Non facciamo i soliti». Palamara annuncia rivelazioni: «Poi ti spiego bene situazione». L’ex politica insiste: «Mi raccomando per tutto, anche Viterbo, oltre Francesco (Salzano, ndr)». Palamara si mostra disponibile: «Ok ci vediamo e parliamo». La Ferranti si trasforma in suffragetta di Ermini: «David è persona perbene conoscitore problemi giustizia buon carattere... insomma, dico, che ha meno di Vietti (Michele, ex vicepresidente del Csm, ndr)?!!». Palamara concorda: «Lo so bene». Il 13 settembre l’ex deputata dem, di rientro dalle vacanze, è sul pezzo: «Luca non fare scherzi oggi per avvocato generale... avevi tu parlato con Francesco, non puoi abbandonarlo». Palamara annuncia di voler mantenere la parola: «Infatti io non lo abbandono… perché se si vota io voto lui». La Ferranti è al suo fianco: «Mi sto battendo per nostro amico con molta esposizione... manteniamo le parole per favore, ingiustizie non tollerabili... porta a casa anche Eugenio». Palamara la rassicura su Turco: «Eugenio già fatto: 5 a 1». Due giorni fa il nuovo scatto di carriera.
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Sergio Spadaro, Fabio De Pasquale e Piercamillo Davigo (Ansa)
I due magistrati sono stati riconosciuti colpevoli per non aver messo a disposizione, tra febbraio e marzo 2021, atti ritenuti rilevanti sulla credibilità del principale accusatore, Vincenzo Armanna, nel processo Eni-Nigeria. La pena, otto mesi di reclusione, sospesa, resta sullo sfondo. In primo piano, ora, c’è il capitolo civile.
La difesa di Gianfranco Falcioni (avvocati Gian Filippo Schiaffino e Alberto Annichiarico), imprenditore assolto nel processo principale milanese Eni-Nigeria come tutti gli altri imputati perché il fatto non sussiste, è pronto a rivolgersi al giudice civile per ottenere un indennizzo che oggi punta a oltre 50.000 euro, dopo che la Corte d’appello ha circoscritto il danno risarcibile a quello morale, legato alla perdita di possibilità difensive.
Il tribunale di Brescia, in primo grado, aveva riconosciuto il diritto della parte civile al risarcimento, rinviando la quantificazione al giudice. Le motivazioni della sentenza d’Appello hanno confermato l’impianto della condanna e ristretto il perimetro del danno, ma non hanno chiuso la partita: l’hanno solo spostata su un altro tavolo. È su quel tavolo che Falcioni torna oggi, forte di una condanna confermata a carico di De Pasquale e Spadaro e di un’impostazione già tracciata fin dall’inizio del processo.
Quando Falcioni si costituisce parte civile, nel settembre 2022, la linea è più ampia. Nell’atto depositato a Brescia chiede il risarcimento dei danni e prospetta anche una somma subito esecutiva, che in udienza verrà indicata in 100.000 euro, come anticipo sul risarcimento complessivo. Con il passaggio in Appello, la strategia si affina: niente più maxi-anticipi, ma una richiesta più mirata, oggi concentrata su una cifra più contenuta, ritenuta coerente con il solo danno morale riconosciuto dalla Corte.
Il punto più delicato resta, però, un altro: la posizione dello Stato. Nel processo di Brescia, il ministero della Giustizia non si è costituito parte civile contro De Pasquale e Spadaro. Non ha chiesto danni per la lesione dell’interesse pubblico. Tuttavia, lo Stato è dentro il processo: la presidenza del Consiglio dei ministri è indicata come responsabile civile e, dunque, può essere chiamata a pagare in solido se il giudice civile riconoscerà il danno.
È una scelta che non nasce con l’attuale esecutivo. Quando Falcioni deposita la sua costituzione di parte civile (21 settembre 2022), il governo è ancora quello guidato da Mario Draghi, con Marta Cartabia ministro della Giustizia. Ed è qui che emerge una linea politica e istituzionale precisa. Sotto il governo Draghi, infatti, lo Stato sceglie di costituirsi parte civile nel processo contro Luca Palamara, rivendicando apertamente un danno all’immagine e al funzionamento della giustizia. Nel procedimento contro l’ex numero uno dell’Anm, la reazione dello Stato è stata di segno opposto. In quel processo si sono costituiti parte civile il ministero della Giustizia, l’Associazione nazionale magistrati e il Consiglio superiore della magistratura, rivendicando un danno diretto all’immagine e al corretto funzionamento dell’ordine giudiziario. In parallelo, la Corte dei Conti ha promosso l’azione contabile, chiedendo a Palamara oltre 120.000 euro per danno erariale.
La stessa scelta non viene fatta nei procedimenti che riguardano De Pasquale e Spadaro, né in quello che ha coinvolto Davigo, condannato a Brescia per rivelazione di segreto d’ufficio nella vicenda dei verbali Amara. Su Palamara lo Stato colpisce, sugli altri magistrati si ferma, accettando di rispondere economicamente come datore pubblico. Ora lo scenario potrebbe cambiare con il governo Meloni. Anche il presidente dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri, ha definito «sconcertante» quanto emerso, anche alla luce dell’articolo pubblicato ieri dalla Verità, sulla condotta dei pm nel processo Eni-Nigeria. Gasparri ha annunciato un’interrogazione al ministro Carlo Nordio, per sapere se De Pasquale e Spadaro siano ancora in servizio e ritenuti idonei a svolgere le loro funzioni in modo imparziale. «E come mai il ministro della Giustizia, non si sia costituito parte civile ai tempi del governo Draghi?», chiede Gasparri. «È anche per questo che la riforma della giustizia rappresenta un passaggio necessario per dire basta a derive che minano la credibilità del sistema giudiziario e la fiducia dei cittadini nello Stato di diritto».
Va, infine, ricordato che Eni e gli altri imputati assolti nel processo milanese non hanno avviato azioni risarcitorie contro i magistrati. La linea del gigante petrolifero è sempre stata quella di ottenere una pronuncia di merito, non una rivalsa economica. Luigi Bisignani, invece, ha spesso ribadito che, come gli aveva insegnato lo storico leader Dc, Giulio Andreotti, «con i giudici quelle poche volte che si vince non si deve mai stravincere…».
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