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2020-05-06
La Germania dà i 3 mesi all’Ue
Angela Merkel (Ansa)
A scuola insegnano che l'Unione europea si basa su tre pilastri. La cooperazione in materia penale, la condivisione della politica estera e della sicurezza comune e, il più importante dei tre pilastri, la coesione economica e monetaria. Sul primo, forse quello accessorio, nulla da dire, il secondo è sempre stato traballante (basti pensare alle faide sulla Libia) e ora con il coronavirus ha subito la spallata definitiva. Il terzo è stato accoltellato ieri dalla corte di Karlsruhe. I giudici tedeschi hanno deciso che il Quantitative easing della Banca centrale europea leda, almeno in parte, i principi fondamentali della Bundesbank, del Parlamento e quindi della Costituzione tedesca stessa. La corte ha intimato alla Bce di prendersi tre mesi di tempo per giustificare gli acquisti di titoli pubblici dell'eurozona, sia quelli già effettuati si quelli in canna per le prossime settimane.
Al termine dell'ultimatum, se la Bce non avrà convinto i tedeschi, la Bundesbank sarà di fatto autorizzata a sganciarsi dal programma. Una scelta devastante, non tanto per il Quantitative easing stesso che è in via di esaurimento, ma per le tutte le future strategie di vendita dei titoli in pancia al bilancio della Bce. Ma soprattutto è una scelta che decreterebbe la fine dell'autonomia e del ruolo super partes della Bce.
Se viene meno l'unità e l'autonomia riconosciuta alla Banca centrale, come potrà l'eurozona prendere decisioni in materia valutaria e di debito in grado di garantire tutti i Paesi membri? A quel punto - e qui sta la bomba atomica - la moneta potrà ancora chiamarsi unica? La risposta non dipende da noi ma dai tedeschi. Se decideranno di rompere l'euro sarà una scelta avallata da Angela Merkel. La sentenza di ieri si basa infatti sul principio del Deutschland über alles. La corte dice espressamente di non riconoscere tout court decisioni della corte Ue. Nella loro trasparenza i tedeschi spiegano che riconosceranno le decisioni Ue solo se affini agli interessi tedeschi. Altrimenti le strade dell'Unione si possono separare. Perché non esiste Ue senza euro. E non esiste euro senza una condivisione del debito. La Verità lo spiega da sempre: una moneta si basa sul fisco e sul debito. Se il Paese che traina l'Ue non vuole più accollarsi alcun rischio al di fuori del proprio confine territoriale, come potrà stare in piedi la baracca? Tradotto, alla fine dell'ultimatum si aprono due scenari. Bruxelles e Francoforte potranno accettare anche formalmente la subalternità a Berlino e quindi decideranno di annientare il ruolo della Bce (che dovrà smettere di fare da salvagente ai Paesi più indebitati) per cedere il passo alle leve fiscali. Esattamente come predica la Merkel, a sostenere i debiti pubblici non sarà più l'acquisto di titoli, ma la pressione fiscale e l'uso delle ricchezze private. Basta aste garantite, sì alle super patrimoniali e ai tagli lineari. L'altro scenario è evidentemente la rottura dell'euro.
«In teoria solo la Bundesbank è vincolata da questi requisiti, non la Bce. In pratica, tuttavia, è difficile credere che gli acquisti di obbligazioni continueranno in futuro senza la partecipazione della Banca centrale tedesca», ha commentato a caldo il presidente dell'Istituto per la ricerca economica Ifo, Clemens Faust. «La Corte tedesca ha chiesto a Francoforte di dimostrare che gli acquisti di obbligazioni sono conformi al principio di proporzionalità e che tali acquisti sono giustificati se confrontati con alcuni effetti collaterali come gli oneri per i risparmiatori o l'impatto sui prezzi degli immobili», ha spiegato ancora, concludendo che sarà la Bundesbank a decidere i sommersi e i degni di andare sul mercato dei titoli pubblici. E «ciò limita in particolare la possibilità di acquistare titoli di stato italiani». Per Faust la corte di Karlsruhe condanna l'Italia e lo dice senza giri di parole. Solo i nostri politici e la maggior parte dei media italiani stentano a voler ammettere la portata dell'esplosione. Ieri il sito del Corriere della Sera ha accolto la sentenza con un titolo ottimista: «Si al Qe dalla Germania». Poi è diventato, «Sì ma con riserva» e poi «Con grande riserva». D'altronde ieri Roberto Gualtieri ha detto «Sentenza senza conseguenze» e ci ha ricordato il portavoce di Saddam Hussein che compariva in televisione sostenendo l'imminente sconfitta degli Usa e lo diceva agli abitanti di Baghdad che dalle rispettive finestre vedevano i carri Abrams schiantare la Guardia repubblicana.
Per anni il Pd ha sostenuto che l'adesione all'Europa fosse un atto di fede, un dogma da accettare senza alcuna riserva. Ha sostenuto che l'Ue fosse il migliore dei mondi possibili e che il sovranismo fosse una becera malattia. Adesso che a smontare da dentro l'impalcatura è la Germania e non un Orbán qualsiasi, la prima reazione è rimuovere la realtà. Come faceva in tv il rappresentante del partito di Saddam. Gualtieri ha trascorso tutta la sua vita a credere nel fiscal compat e nella cieca adesione a Bruxelles. Accettare che 20 anni di credo siano stati spazzati via da un minuscolo virus è francamente difficile. Lo capiamo. Ma questo non giustifica il silenzio né l'annichilimento da parte dell'Italia. Trascorsi i tre mesi di ultimatum o accetteremo di far parte dell'Unione tedesca con le conseguenze che comporta (castrazione della Bce e maxi patrimoniale sui conti correnti e sugli immobili) oppure dovremo costruire un fronte comune del Sud o un ponte aereo con gli Stati Uniti. Qualcosa però dovremo fare. Se il governo e il Parlamento sprecano questi tre mesi non avremo alcuna sovranità da invocare.
Spallata tedesca all’Unione Ora Bruxelles ha 3 mesi per adeguarsi all’ultimatum
Talvolta accade di far venire a casa un muratore per riparare una piccola crepa sull'intonaco e questi, consapevolmente, dapprima abbatte la parete e poi fa crollare la casa.
Appare questa la similitudine più appropriata per descrivere l'effetto della sentenza pubblicata ieri dalla Corte costituzionale tedesca, chiamata a giudicare sul programma di acquisto di titoli pubblici (Pspp) varato da Mario Draghi nel marzo 2015. Nel commento di ieri dicevamo che il sentiero stretto su cui si era mosso Draghi rischiava di essere sbarrato. Ci sbagliavamo per difetto: il sentiero esiste e continuerà ad esistere perché lo ha già stabilito la sentenza della Corte di giustizia europea (Ecj) a dicembre 2018. Ma, per decidere se la Bundesbank lo percorrerà in compagnia delle altre 18 banche centrali, la Bce dovrà spiegare «in modo motivato e comprensibile» che non esiste sproporzione tra gli effetti economici di bilancio generati dal programma e gli obiettivi di politica monetaria perseguiti. In altre parole, le toghe rosse di Karlsruhe temono che la Bce sia un cacciatore che, pur di catturare la preda, stia distruggendo la vegetazione circostanze e stia sprecando proiettili, purtroppo forniti anche dalla Germania. Allora vuole vederci chiaro e dà 3 mesi alla Bce per organizzarsi e dimostrare che la mira è buona e i danni collaterali sono modesti, in proporzione ai risultati ottenuti. In assenza di spiegazioni soddisfacenti, alla Bundesbank sarà vietato partecipare a questi programmi e dovrà pure vendere i titoli già in portafoglio.
Ma il modo usato dai giudici tedeschi per arrivare a questa conclusione, sconquassa dalle fondamenta la costruzione europea. Entrando in conflitto con la Ecj e minando l'indipendenza della Bce che si vede recapitare ordini brutali. Infatti, la Ecj afferma che il Pspp è un atto emanato dalla Bce esorbitando dai propri poteri, non perché costituisce finanziamento monetario del deficit, cosa su cui c'è identità di vedute con la Corte europea. Ma perché i giudici di Lussemburgo hanno completamente ignorato, nella loro sentenza del 2018, il principio della proporzionalità e quindi c'è stato proprio un «insostenibile» errore di metodo che porta i giudici tedeschi a disconoscere tale sentenza e formulare una propria autonoma negativa valutazione dell'operato della Bce. Appena i giudici tedeschi entrano nel merito sono, se possibile, ancora più dirompenti. Secondo loro, il corretto bilanciamento tra gli obiettivi di politica monetaria e gli effetti economici e sulla politica di bilancio degli Stati non esiste affatto.
Per conseguire, e non raggiungere, l'obiettivo di inflazione «inferiore ma vicina al 2%», la Bce ha messo a disposizione degli Stati condizioni di finanziamento più favorevoli rispetto a quelle offerte dal mercato, ha in sostanza offerto assistenza finanziaria simile a quella offerta del Mes. E questa è la conferma di quanto scriviamo da tempo: il Pspp è una surrettizia mutualizzazione del debito senza condizioni. Chi vuole assistenza, vada dal Mes e si metta sotto programma. Il Pspp ha a consentito alle banche di migliorare la loro situazione e ad imprese non redditizie di restare sul mercato. Inoltre, i risparmiatori privati hanno subito perdite e, da ultimo, più il Pspp prosegue ed aumenta di volume e più difficile sarà terminarlo senza minare la stabilità finanziaria dell'eurozona.
La Bce ha soppesato tutti questi aspetti, si chiedono i giudici tedeschi? Non è dato saperlo, è la loro risposta. E fino a quando la Bce non produrrà documentazione a sostegno, non sarà possibile affermare se essa ha oltrepassato i limiti del suo mandato. Qualora la risposta della Bce non dovesse convincerli, la strada è segnata: la Bundesbank non potranno partecipare a decisioni della Bce che sono viziate da eccesso di potere.La Corte tedesca picchia duro anche sul divieto di finanziamento monetario e solleva dei dubbi sul rispetto dei famosi limiti (33%, capital key, ecc…) che furono alla base del via libera della Ecj al Pspp. Ma, ritenendoli soddisfatti, come ha sottolineato anche Jens Weidmann, si adegua al giudicato della Ecj. Alla luce di questa affermazione, siamo proprio curiosi di capire come la Bce riuscirà a giustificare il rispetto dei limiti con riferimento agli acquisti di aprile: con il Pspp sono stati acquistati 11 miliardi di titoli italiani, su 30 complessivi, e con il Pepp ben 119 miliardi, di cui non si conosce ancora la quota italiana, ma il totale potrebbe aver sfiorato i 50 miliardi.
L'acuto finale è stato degno del crescendo di tutta la sentenza: da un lato, governo federale e Bundestag devono adoperarsi affinché la Bce produca questa valutazione di proporzionalità del proprio operato e, dall'altro devono controllare l'operato della Bce. Infine, a meno che Bce non dimostri di aver soddisfatto il criterio della proporzionalità, tra 3 mesi la Bundesbank non potrà partecipare al Pspp.
Fuori luogo e segnaletico del panico che li ha colti, risulta il commento del portavoce della Commissione Ue: «Riaffermiamo il primato della legge europea, e il fatto che le decisioni della Corte europea sono vincolanti su tutte le corti nazionali». Ma non coglie nel segno, in quanto ieri è stato affermato il legittimo diritto della Corte tedesca di chiedere a propri organi istituzionali di seguire la Costituzione del proprio Paese. Una lezione per tutti, soprattutto per l'Italia.
Ieri è stato l'ultimo giorno di lavoro per il presidente della Corte tedesca, professor Andreas Vosskuhle. Ha voluto porre la parola fine sull'Unione Europea e potrebbe esserci riuscito. Ora sta a Parigi decidere cosa fare della dichiarazione di guerra giunta da Karlsruhe.
Gualtieri fa finta che sia tutto ok. Ma persino Letta fiuta i futuri guai
La sintesi più efficace, e insieme più minacciosa, l'aveva scolpita un paio di giorni fa su Twitter @Musso: si passerà dal «whatever it takes» al «whatever the Bundestag agrees». E infatti la Corte costituzionale tedesca ha posto una raffica di condizioni stringenti, e ha innescato un timer limitatissimo (tre mesi): dopo di che, la Bundesbank potrebbe fare un passo indietro.
Un'autentica bomba. Eppure il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri ha tentato di negare l'evidenza: «Primo: la sentenza non riguarda le misure di politica monetaria della Bce per far fronte all'emergenza, compreso il programma Pepp di acquisto titoli per 750 miliardi. Secondo: la Corte non ha avvalorato l'accusa che invece il Pspp, cioè il precedente Qe, violerebbe l'articolo 123 del trattato sul funzionamento dell'Unione e ha ribadito la piena legittimità di questo strumento. Terzo: i rilievi rivolti al Qe riguardano aspetti procedurali, cioè le informazioni circa le ragioni per cui il Pspp è stato necessario a perseguire gli obiettivi di politica monetaria della Bce. Quarto: la sentenza chiede al governo tedesco di adoperarsi per ricevere adeguate informazioni dalla Bce. Quinto: il governo tedesco ha già dichiarato che si muoverà a questo scopo e che crede che la Bce le fornirà».
E l'incredibile crescendo autoconsolatorio di Gualtieri si è concluso così: «Questo chiarimento avverrà in tempi rapidi, e quindi la sentenza non avrà alcuna conseguenza pratica». E ancora: «La sentenza in alcun modo intacca o influenza l'attuale Pepp che la Bce sta con grande efficacia svolgendo e conducendo».
Ma la denial strategy di Gualtieri resta drammaticamente isolata. È l'ex vicepresidente della Bce Vitor Constancio a spiegare cosa può accadere: «Questo è il grande rischio: arriveranno nuovi ricorsi in Germania contro il Pepp». E perfino Enrico Letta, sempre su Twitter, dopo un incipit surreale («Danni limitati da Corte costituzionale tedesca»), ammette: «Loro (i tedeschi) decidono per loro stessi, ma siccome come finanze pubbliche son più credibili di noi, se si ritirano da azioni Bce che aiutano soprattutto noi, son guai per noi». Ma guarda.
Sul versante dell'opposizione, non è certamente sorpreso chi aveva da tempo acceso i riflettori su Karlsruhe. Per Claudio Borghi (Lega) «la Germania dà alla Bce un ultimatum di tre mesi perché faccia come piace a loro». E ancora, l'esponente leghista coglie un'altra evidenza, il passaggio in cui la Corte tedesca travolge una pronuncia della Corte di Giustizia Europea. Annota Borghi: «Fine dei sogni di schiere di inginocchiati che vi hanno venduto la storia del diritto Ue che prevale sul diritto nazionale». Concetto ribadito da Alberto Bagnai, coordinatore del gruppo economico della Lega: «La sentenza conferma la risolutezza della Germania nel difendere i suoi interessi nazionali, prescindendo dal contesto europeo. Emerge nitida la differenza con l'Italia, il cui presidente del Consiglio si è presentato ai tavoli europei mendicando solidarietà».
Resta un altro punto di fondo, evidenziato nei giorni scorsi proprio in un colloquio con La Verità dall'editorialista del Ft Wolfgang Munchau: l'esigenza di modificare i trattati. Punto colto da Stefania Craxi: «La Corte tedesca fa il suo mestiere e, semmai, dovremmo essere noi a riflettere sulla leggerezza con cui abbiamo schiuso le porte dei nostri ordinamenti senza riserve e senza tutelare lo spazio dei nostri interessi. È questa una decisione che giunge alla vigilia di importanti appuntamenti europei e proprio il giorno dopo che l'Olanda ha richiesto l'introduzione di clausole sull'uso del Mes a conferma che i campioni dell'europeismo, in fondo, guardano innanzitutto ai loro destini. E noi?».
Rotto l’asse Francoforte-Berlino. Ma la Bce per ora spara a salve
«La Corte tedesca ha messo una bomba sotto l'ordinamento giuridico dell'Ue», titolava ieri il sito del Financial Times. Di certo, la Bce non intende essere messa al guinzaglio dalla Corte costituzionale di Karlsruhe. Tanto che dopo la sentenza dei giudici tedeschi è stata subito convocata per le 18 una riunione d'urgenza del consiglio direttivo terminata attorno alle 20. In una nota diffusa in serata si legge che «la Bce prende nota del giudizio» della Corte costituzionale federale tedesca sul Pspp e «rimane pienamente impegnata a fare tutto il necessario entro il proprio mandato per assicurare che l'inflazione salga verso livelli coerenti con il suo obiettivo di medio termine e che le azioni di politica monetaria intraprese nel perseguimento dell'obiettivo di mantenere la stabilità dei prezzi vengano trasmesse a tutti i settori dell'economia e a tutte le giurisdizioni dell'eurozona». Nel comunicato viene poi ricordato che la Corte di giustizia dell'Unione europea ha stabilito, nel dicembre 2018, che la Bce sta agendo nel suo mandato per la stabilità dei prezzi.
La banca centrale guidata da Christine Lagarde ha tre mesi per presentare le sue deliberazioni sulla proporzionalità del programma di acquisto. Ma tre mesi sono pochi. E i falchi sono già in aria: «Sosterrò l'adempimento di questo compito, nel rispetto dell'indipendenza del consiglio direttivo della Bce», ha scritto in una nota il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann.
Il siluro di ieri è partito sia in direzione di Francoforte sia verso Bruxelles che ieri non ha caso ha dovuto ribadire la preminenza delle leggi Ue e il fatto che le decisioni della Corte di giustizia Ue «sono vincolanti per tutte le corti nazionali». Sul programma di acquisti di bond sovrani (Pspp) avviato dalla banca centrale europea nel 2015 la corte europea si era già espressa a dicembre 2018, stabilendo che l'acquisto di titoli del debito pubblico sui mercati secondari non viola il diritto dell'Unione. I giudici di Karlsruhe per la prima volta hanno messo in discussione la giurisprudenza europea creando un precedente pericoloso. Se i tedeschi si oppongono ai giudici in Lussemburgo, possiamo farlo anche noi, potrebbero ad esempio pensare altri Paesi come l'Ungheria o la Polonia.
In attesa di conoscere le reazioni ufficiali del consiglio direttivo di Francoforte conclusosi a mercati chiusi, la sentenza della Corte tedesca ha avuto un primo impatto sullo spread. Il differenziale di rendimento tra il Btp decennale benchmark scadenza agosto 2030 e il pari durata tedesco, che aveva aperto a 233 punti base, è progressivamente salito fino a sfiorare i 250 punti base per poi ripiegare a 248. Quanto alle Borse, la sbandata è stata contenuta: dopo il verdetto i principali listini del Vecchio Continente hanno rallentato per poi riprendere vigore nel resto della seduta anche sulla scia dell'avvio positivo di Wall Street. Il grande ritorno del Brent sopra i 30 dollari, grazie all'imminente alleggerimento del lockdown in molti Paesi, ha fatto da contraltare ai giudici di Karlsruhe. Piazza Affari ha così chiuso con un +2,07%, Francoforte con un rialzo del 2,51%e Parigi del 2,40%, mentre Londra solo un po' più cauta, è salita dell'1,7 per cento. Le Borse stanno quindi digerendo le cattive notizie, ma anche considerando quelle buone ovvero che nulla per il momento è davvero cambiato. La sentenza di ieri non si applica ai programmi adottati dalla Bce in risposta alla crisi del coronavirus. In particolare al Pepp, il programma pandemico di acquisto da 750 miliardi che l'Eurotower ha lanciato il 18 di marzo per fornire un sostegno all'economia e attenuare le tensioni sui mercati. Bisognerà comunque capire se anche il previsto ampliamento con la massima flessibilità e «senza limiti» di questo piano finirà davanti ai giudici tedeschi in un prossimo ricorso. Insomma, la portata politica della decisione di ieri rischia di smorzare la spinta a tutti gli ambiti della politica monetaria non convenzionale.
Quanto al programma Pspp, per il momento può continuare ma la Bce dovrà comunque dimostrarne l'aderenza ai limiti che la stessa Corte Europea aveva fissato nel dicembre 2018 come il tetto del 33% dei titoli di uno Stato e la rigida base di ripartizione degli acquisti. i Fabrizio Pagani, ex consigliere economico dei governi.
Ora madame Lagarde dovrà sminare la sentenza dei giudici di Karlsruhe nei suoi aspetti più insidiosi evitando che il Qe vada avanti senza il sostegno dell'azionista di riferimento. Se la Bundesbank dovesse togliere il consenso alle misure non convenzionali o persino vendere i titoli di Stato in portafoglio, il bazooka diventerebbe politicamente una pistola ad acqua.
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Ammettendo di riconoscere l'Ue solo quando fa i loro interessi, i tedeschi mettono la Bce di fronte a un bivio: o si mette nero su bianco che le istituzioni comunitarie sono al servizio di Berlino, o va rivisto il meccanismo.La Corte di Karlsruhe boccia l'acquisto di titoli di Stato della Banca centrale europea e chiede chiarimenti a breve. Se le spiegazioni non saranno convincenti, salta tutto.Il ministro nega l'evidenza, l'ex premier fa invece notare i pericoli per l'Italia.L'Eurotower annuncia la controffensiva. E ribadisce: le leggi europee sono vincolantiLo speciale contiene quattro articoli A scuola insegnano che l'Unione europea si basa su tre pilastri. La cooperazione in materia penale, la condivisione della politica estera e della sicurezza comune e, il più importante dei tre pilastri, la coesione economica e monetaria. Sul primo, forse quello accessorio, nulla da dire, il secondo è sempre stato traballante (basti pensare alle faide sulla Libia) e ora con il coronavirus ha subito la spallata definitiva. Il terzo è stato accoltellato ieri dalla corte di Karlsruhe. I giudici tedeschi hanno deciso che il Quantitative easing della Banca centrale europea leda, almeno in parte, i principi fondamentali della Bundesbank, del Parlamento e quindi della Costituzione tedesca stessa. La corte ha intimato alla Bce di prendersi tre mesi di tempo per giustificare gli acquisti di titoli pubblici dell'eurozona, sia quelli già effettuati si quelli in canna per le prossime settimane. Al termine dell'ultimatum, se la Bce non avrà convinto i tedeschi, la Bundesbank sarà di fatto autorizzata a sganciarsi dal programma. Una scelta devastante, non tanto per il Quantitative easing stesso che è in via di esaurimento, ma per le tutte le future strategie di vendita dei titoli in pancia al bilancio della Bce. Ma soprattutto è una scelta che decreterebbe la fine dell'autonomia e del ruolo super partes della Bce.Se viene meno l'unità e l'autonomia riconosciuta alla Banca centrale, come potrà l'eurozona prendere decisioni in materia valutaria e di debito in grado di garantire tutti i Paesi membri? A quel punto - e qui sta la bomba atomica - la moneta potrà ancora chiamarsi unica? La risposta non dipende da noi ma dai tedeschi. Se decideranno di rompere l'euro sarà una scelta avallata da Angela Merkel. La sentenza di ieri si basa infatti sul principio del Deutschland über alles. La corte dice espressamente di non riconoscere tout court decisioni della corte Ue. Nella loro trasparenza i tedeschi spiegano che riconosceranno le decisioni Ue solo se affini agli interessi tedeschi. Altrimenti le strade dell'Unione si possono separare. Perché non esiste Ue senza euro. E non esiste euro senza una condivisione del debito. La Verità lo spiega da sempre: una moneta si basa sul fisco e sul debito. Se il Paese che traina l'Ue non vuole più accollarsi alcun rischio al di fuori del proprio confine territoriale, come potrà stare in piedi la baracca? Tradotto, alla fine dell'ultimatum si aprono due scenari. Bruxelles e Francoforte potranno accettare anche formalmente la subalternità a Berlino e quindi decideranno di annientare il ruolo della Bce (che dovrà smettere di fare da salvagente ai Paesi più indebitati) per cedere il passo alle leve fiscali. Esattamente come predica la Merkel, a sostenere i debiti pubblici non sarà più l'acquisto di titoli, ma la pressione fiscale e l'uso delle ricchezze private. Basta aste garantite, sì alle super patrimoniali e ai tagli lineari. L'altro scenario è evidentemente la rottura dell'euro.«In teoria solo la Bundesbank è vincolata da questi requisiti, non la Bce. In pratica, tuttavia, è difficile credere che gli acquisti di obbligazioni continueranno in futuro senza la partecipazione della Banca centrale tedesca», ha commentato a caldo il presidente dell'Istituto per la ricerca economica Ifo, Clemens Faust. «La Corte tedesca ha chiesto a Francoforte di dimostrare che gli acquisti di obbligazioni sono conformi al principio di proporzionalità e che tali acquisti sono giustificati se confrontati con alcuni effetti collaterali come gli oneri per i risparmiatori o l'impatto sui prezzi degli immobili», ha spiegato ancora, concludendo che sarà la Bundesbank a decidere i sommersi e i degni di andare sul mercato dei titoli pubblici. E «ciò limita in particolare la possibilità di acquistare titoli di stato italiani». Per Faust la corte di Karlsruhe condanna l'Italia e lo dice senza giri di parole. Solo i nostri politici e la maggior parte dei media italiani stentano a voler ammettere la portata dell'esplosione. Ieri il sito del Corriere della Sera ha accolto la sentenza con un titolo ottimista: «Si al Qe dalla Germania». Poi è diventato, «Sì ma con riserva» e poi «Con grande riserva». D'altronde ieri Roberto Gualtieri ha detto «Sentenza senza conseguenze» e ci ha ricordato il portavoce di Saddam Hussein che compariva in televisione sostenendo l'imminente sconfitta degli Usa e lo diceva agli abitanti di Baghdad che dalle rispettive finestre vedevano i carri Abrams schiantare la Guardia repubblicana. Per anni il Pd ha sostenuto che l'adesione all'Europa fosse un atto di fede, un dogma da accettare senza alcuna riserva. Ha sostenuto che l'Ue fosse il migliore dei mondi possibili e che il sovranismo fosse una becera malattia. Adesso che a smontare da dentro l'impalcatura è la Germania e non un Orbán qualsiasi, la prima reazione è rimuovere la realtà. Come faceva in tv il rappresentante del partito di Saddam. Gualtieri ha trascorso tutta la sua vita a credere nel fiscal compat e nella cieca adesione a Bruxelles. Accettare che 20 anni di credo siano stati spazzati via da un minuscolo virus è francamente difficile. Lo capiamo. Ma questo non giustifica il silenzio né l'annichilimento da parte dell'Italia. Trascorsi i tre mesi di ultimatum o accetteremo di far parte dell'Unione tedesca con le conseguenze che comporta (castrazione della Bce e maxi patrimoniale sui conti correnti e sugli immobili) oppure dovremo costruire un fronte comune del Sud o un ponte aereo con gli Stati Uniti. Qualcosa però dovremo fare. 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Appare questa la similitudine più appropriata per descrivere l'effetto della sentenza pubblicata ieri dalla Corte costituzionale tedesca, chiamata a giudicare sul programma di acquisto di titoli pubblici (Pspp) varato da Mario Draghi nel marzo 2015. Nel commento di ieri dicevamo che il sentiero stretto su cui si era mosso Draghi rischiava di essere sbarrato. Ci sbagliavamo per difetto: il sentiero esiste e continuerà ad esistere perché lo ha già stabilito la sentenza della Corte di giustizia europea (Ecj) a dicembre 2018. Ma, per decidere se la Bundesbank lo percorrerà in compagnia delle altre 18 banche centrali, la Bce dovrà spiegare «in modo motivato e comprensibile» che non esiste sproporzione tra gli effetti economici di bilancio generati dal programma e gli obiettivi di politica monetaria perseguiti. In altre parole, le toghe rosse di Karlsruhe temono che la Bce sia un cacciatore che, pur di catturare la preda, stia distruggendo la vegetazione circostanze e stia sprecando proiettili, purtroppo forniti anche dalla Germania. Allora vuole vederci chiaro e dà 3 mesi alla Bce per organizzarsi e dimostrare che la mira è buona e i danni collaterali sono modesti, in proporzione ai risultati ottenuti. In assenza di spiegazioni soddisfacenti, alla Bundesbank sarà vietato partecipare a questi programmi e dovrà pure vendere i titoli già in portafoglio. Ma il modo usato dai giudici tedeschi per arrivare a questa conclusione, sconquassa dalle fondamenta la costruzione europea. Entrando in conflitto con la Ecj e minando l'indipendenza della Bce che si vede recapitare ordini brutali. Infatti, la Ecj afferma che il Pspp è un atto emanato dalla Bce esorbitando dai propri poteri, non perché costituisce finanziamento monetario del deficit, cosa su cui c'è identità di vedute con la Corte europea. Ma perché i giudici di Lussemburgo hanno completamente ignorato, nella loro sentenza del 2018, il principio della proporzionalità e quindi c'è stato proprio un «insostenibile» errore di metodo che porta i giudici tedeschi a disconoscere tale sentenza e formulare una propria autonoma negativa valutazione dell'operato della Bce. Appena i giudici tedeschi entrano nel merito sono, se possibile, ancora più dirompenti. Secondo loro, il corretto bilanciamento tra gli obiettivi di politica monetaria e gli effetti economici e sulla politica di bilancio degli Stati non esiste affatto. Per conseguire, e non raggiungere, l'obiettivo di inflazione «inferiore ma vicina al 2%», la Bce ha messo a disposizione degli Stati condizioni di finanziamento più favorevoli rispetto a quelle offerte dal mercato, ha in sostanza offerto assistenza finanziaria simile a quella offerta del Mes. E questa è la conferma di quanto scriviamo da tempo: il Pspp è una surrettizia mutualizzazione del debito senza condizioni. Chi vuole assistenza, vada dal Mes e si metta sotto programma. Il Pspp ha a consentito alle banche di migliorare la loro situazione e ad imprese non redditizie di restare sul mercato. Inoltre, i risparmiatori privati hanno subito perdite e, da ultimo, più il Pspp prosegue ed aumenta di volume e più difficile sarà terminarlo senza minare la stabilità finanziaria dell'eurozona. La Bce ha soppesato tutti questi aspetti, si chiedono i giudici tedeschi? Non è dato saperlo, è la loro risposta. E fino a quando la Bce non produrrà documentazione a sostegno, non sarà possibile affermare se essa ha oltrepassato i limiti del suo mandato. Qualora la risposta della Bce non dovesse convincerli, la strada è segnata: la Bundesbank non potranno partecipare a decisioni della Bce che sono viziate da eccesso di potere.La Corte tedesca picchia duro anche sul divieto di finanziamento monetario e solleva dei dubbi sul rispetto dei famosi limiti (33%, capital key, ecc…) che furono alla base del via libera della Ecj al Pspp. Ma, ritenendoli soddisfatti, come ha sottolineato anche Jens Weidmann, si adegua al giudicato della Ecj. Alla luce di questa affermazione, siamo proprio curiosi di capire come la Bce riuscirà a giustificare il rispetto dei limiti con riferimento agli acquisti di aprile: con il Pspp sono stati acquistati 11 miliardi di titoli italiani, su 30 complessivi, e con il Pepp ben 119 miliardi, di cui non si conosce ancora la quota italiana, ma il totale potrebbe aver sfiorato i 50 miliardi. L'acuto finale è stato degno del crescendo di tutta la sentenza: da un lato, governo federale e Bundestag devono adoperarsi affinché la Bce produca questa valutazione di proporzionalità del proprio operato e, dall'altro devono controllare l'operato della Bce. Infine, a meno che Bce non dimostri di aver soddisfatto il criterio della proporzionalità, tra 3 mesi la Bundesbank non potrà partecipare al Pspp. Fuori luogo e segnaletico del panico che li ha colti, risulta il commento del portavoce della Commissione Ue: «Riaffermiamo il primato della legge europea, e il fatto che le decisioni della Corte europea sono vincolanti su tutte le corti nazionali». Ma non coglie nel segno, in quanto ieri è stato affermato il legittimo diritto della Corte tedesca di chiedere a propri organi istituzionali di seguire la Costituzione del proprio Paese. Una lezione per tutti, soprattutto per l'Italia. Ieri è stato l'ultimo giorno di lavoro per il presidente della Corte tedesca, professor Andreas Vosskuhle. Ha voluto porre la parola fine sull'Unione Europea e potrebbe esserci riuscito. Ora sta a Parigi decidere cosa fare della dichiarazione di guerra giunta da Karlsruhe. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalla-bundesbank-un-colpo-terribile-alle-fondamenta-del-sistema-euro-2645926361.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="gualtieri-fa-finta-che-sia-tutto-ok-ma-persino-letta-fiuta-i-futuri-guai" data-post-id="2645926361" data-published-at="1588704647" data-use-pagination="False"> Gualtieri fa finta che sia tutto ok. Ma persino Letta fiuta i futuri guai La sintesi più efficace, e insieme più minacciosa, l'aveva scolpita un paio di giorni fa su Twitter @Musso: si passerà dal «whatever it takes» al «whatever the Bundestag agrees». E infatti la Corte costituzionale tedesca ha posto una raffica di condizioni stringenti, e ha innescato un timer limitatissimo (tre mesi): dopo di che, la Bundesbank potrebbe fare un passo indietro. Un'autentica bomba. Eppure il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri ha tentato di negare l'evidenza: «Primo: la sentenza non riguarda le misure di politica monetaria della Bce per far fronte all'emergenza, compreso il programma Pepp di acquisto titoli per 750 miliardi. Secondo: la Corte non ha avvalorato l'accusa che invece il Pspp, cioè il precedente Qe, violerebbe l'articolo 123 del trattato sul funzionamento dell'Unione e ha ribadito la piena legittimità di questo strumento. Terzo: i rilievi rivolti al Qe riguardano aspetti procedurali, cioè le informazioni circa le ragioni per cui il Pspp è stato necessario a perseguire gli obiettivi di politica monetaria della Bce. Quarto: la sentenza chiede al governo tedesco di adoperarsi per ricevere adeguate informazioni dalla Bce. Quinto: il governo tedesco ha già dichiarato che si muoverà a questo scopo e che crede che la Bce le fornirà». E l'incredibile crescendo autoconsolatorio di Gualtieri si è concluso così: «Questo chiarimento avverrà in tempi rapidi, e quindi la sentenza non avrà alcuna conseguenza pratica». E ancora: «La sentenza in alcun modo intacca o influenza l'attuale Pepp che la Bce sta con grande efficacia svolgendo e conducendo». Ma la denial strategy di Gualtieri resta drammaticamente isolata. È l'ex vicepresidente della Bce Vitor Constancio a spiegare cosa può accadere: «Questo è il grande rischio: arriveranno nuovi ricorsi in Germania contro il Pepp». E perfino Enrico Letta, sempre su Twitter, dopo un incipit surreale («Danni limitati da Corte costituzionale tedesca»), ammette: «Loro (i tedeschi) decidono per loro stessi, ma siccome come finanze pubbliche son più credibili di noi, se si ritirano da azioni Bce che aiutano soprattutto noi, son guai per noi». Ma guarda. Sul versante dell'opposizione, non è certamente sorpreso chi aveva da tempo acceso i riflettori su Karlsruhe. Per Claudio Borghi (Lega) «la Germania dà alla Bce un ultimatum di tre mesi perché faccia come piace a loro». E ancora, l'esponente leghista coglie un'altra evidenza, il passaggio in cui la Corte tedesca travolge una pronuncia della Corte di Giustizia Europea. Annota Borghi: «Fine dei sogni di schiere di inginocchiati che vi hanno venduto la storia del diritto Ue che prevale sul diritto nazionale». Concetto ribadito da Alberto Bagnai, coordinatore del gruppo economico della Lega: «La sentenza conferma la risolutezza della Germania nel difendere i suoi interessi nazionali, prescindendo dal contesto europeo. Emerge nitida la differenza con l'Italia, il cui presidente del Consiglio si è presentato ai tavoli europei mendicando solidarietà». Resta un altro punto di fondo, evidenziato nei giorni scorsi proprio in un colloquio con La Verità dall'editorialista del Ft Wolfgang Munchau: l'esigenza di modificare i trattati. Punto colto da Stefania Craxi: «La Corte tedesca fa il suo mestiere e, semmai, dovremmo essere noi a riflettere sulla leggerezza con cui abbiamo schiuso le porte dei nostri ordinamenti senza riserve e senza tutelare lo spazio dei nostri interessi. È questa una decisione che giunge alla vigilia di importanti appuntamenti europei e proprio il giorno dopo che l'Olanda ha richiesto l'introduzione di clausole sull'uso del Mes a conferma che i campioni dell'europeismo, in fondo, guardano innanzitutto ai loro destini. E noi?». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalla-bundesbank-un-colpo-terribile-alle-fondamenta-del-sistema-euro-2645926361.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="rotto-lasse-francoforte-berlino-ma-la-bce-per-ora-spara-a-salve" data-post-id="2645926361" data-published-at="1588704647" data-use-pagination="False"> Rotto l’asse Francoforte-Berlino. Ma la Bce per ora spara a salve «La Corte tedesca ha messo una bomba sotto l'ordinamento giuridico dell'Ue», titolava ieri il sito del Financial Times. Di certo, la Bce non intende essere messa al guinzaglio dalla Corte costituzionale di Karlsruhe. Tanto che dopo la sentenza dei giudici tedeschi è stata subito convocata per le 18 una riunione d'urgenza del consiglio direttivo terminata attorno alle 20. In una nota diffusa in serata si legge che «la Bce prende nota del giudizio» della Corte costituzionale federale tedesca sul Pspp e «rimane pienamente impegnata a fare tutto il necessario entro il proprio mandato per assicurare che l'inflazione salga verso livelli coerenti con il suo obiettivo di medio termine e che le azioni di politica monetaria intraprese nel perseguimento dell'obiettivo di mantenere la stabilità dei prezzi vengano trasmesse a tutti i settori dell'economia e a tutte le giurisdizioni dell'eurozona». Nel comunicato viene poi ricordato che la Corte di giustizia dell'Unione europea ha stabilito, nel dicembre 2018, che la Bce sta agendo nel suo mandato per la stabilità dei prezzi. La banca centrale guidata da Christine Lagarde ha tre mesi per presentare le sue deliberazioni sulla proporzionalità del programma di acquisto. Ma tre mesi sono pochi. E i falchi sono già in aria: «Sosterrò l'adempimento di questo compito, nel rispetto dell'indipendenza del consiglio direttivo della Bce», ha scritto in una nota il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann. Il siluro di ieri è partito sia in direzione di Francoforte sia verso Bruxelles che ieri non ha caso ha dovuto ribadire la preminenza delle leggi Ue e il fatto che le decisioni della Corte di giustizia Ue «sono vincolanti per tutte le corti nazionali». Sul programma di acquisti di bond sovrani (Pspp) avviato dalla banca centrale europea nel 2015 la corte europea si era già espressa a dicembre 2018, stabilendo che l'acquisto di titoli del debito pubblico sui mercati secondari non viola il diritto dell'Unione. I giudici di Karlsruhe per la prima volta hanno messo in discussione la giurisprudenza europea creando un precedente pericoloso. Se i tedeschi si oppongono ai giudici in Lussemburgo, possiamo farlo anche noi, potrebbero ad esempio pensare altri Paesi come l'Ungheria o la Polonia. In attesa di conoscere le reazioni ufficiali del consiglio direttivo di Francoforte conclusosi a mercati chiusi, la sentenza della Corte tedesca ha avuto un primo impatto sullo spread. Il differenziale di rendimento tra il Btp decennale benchmark scadenza agosto 2030 e il pari durata tedesco, che aveva aperto a 233 punti base, è progressivamente salito fino a sfiorare i 250 punti base per poi ripiegare a 248. Quanto alle Borse, la sbandata è stata contenuta: dopo il verdetto i principali listini del Vecchio Continente hanno rallentato per poi riprendere vigore nel resto della seduta anche sulla scia dell'avvio positivo di Wall Street. Il grande ritorno del Brent sopra i 30 dollari, grazie all'imminente alleggerimento del lockdown in molti Paesi, ha fatto da contraltare ai giudici di Karlsruhe. Piazza Affari ha così chiuso con un +2,07%, Francoforte con un rialzo del 2,51%e Parigi del 2,40%, mentre Londra solo un po' più cauta, è salita dell'1,7 per cento. Le Borse stanno quindi digerendo le cattive notizie, ma anche considerando quelle buone ovvero che nulla per il momento è davvero cambiato. La sentenza di ieri non si applica ai programmi adottati dalla Bce in risposta alla crisi del coronavirus. In particolare al Pepp, il programma pandemico di acquisto da 750 miliardi che l'Eurotower ha lanciato il 18 di marzo per fornire un sostegno all'economia e attenuare le tensioni sui mercati. Bisognerà comunque capire se anche il previsto ampliamento con la massima flessibilità e «senza limiti» di questo piano finirà davanti ai giudici tedeschi in un prossimo ricorso. Insomma, la portata politica della decisione di ieri rischia di smorzare la spinta a tutti gli ambiti della politica monetaria non convenzionale. Quanto al programma Pspp, per il momento può continuare ma la Bce dovrà comunque dimostrarne l'aderenza ai limiti che la stessa Corte Europea aveva fissato nel dicembre 2018 come il tetto del 33% dei titoli di uno Stato e la rigida base di ripartizione degli acquisti. i Fabrizio Pagani, ex consigliere economico dei governi. Ora madame Lagarde dovrà sminare la sentenza dei giudici di Karlsruhe nei suoi aspetti più insidiosi evitando che il Qe vada avanti senza il sostegno dell'azionista di riferimento. Se la Bundesbank dovesse togliere il consenso alle misure non convenzionali o persino vendere i titoli di Stato in portafoglio, il bazooka diventerebbe politicamente una pistola ad acqua.
I protagonisti di quello che sta per accadere prendono posto sugli spalti, che nel frattempo si sono trasformati in un golfo mistico. In pochi minuti, 459 cori provenienti da tutta Italia si sciolgono e ne formano uno enorme. Per essere precisi, bisogna contare anche 696 cantori «freelance» e 116 bambini. Il totale fa 3.546 voci e 7.092 occhi puntati verso il palcoscenico, nell’attesa che compaia Riccardo Muti. Tutti - dai 6 anni di Carlotta (da Cagliari) ai 93 di Benito (da Budrio, nel Bolognese) - sono qui per il Maestro, che ha concesso il bis dopo il successo della prima edizione di Cantare amantis est dell’anno scorso (uno degli eventi più visionari del Ravenna Festival, nato dall’intuizione di Cristina Mazzavillani e oggi sotto la guida di Anna Leonardi). Dal coro del Conservatorio di Trieste a quello degli Stonati di Bologna qualche professionista si è imbucato, ma nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di amatori in purezza, alla maniera di Agostino (il motto «Cantare è proprio di chi ama» porta la firma del santo d’Ippona).
Pronti, via, si inizia a lavorare (altro che ponte del 2 giugno!) su un gioiello di apparente semplicità: l’Ave Verum Corpus di Wolfgang Amadeus Mozart (dedicato a un martire della libertà come don Giovanni Minzoni). I coristi hanno in mano uno spartito di due paginette. Sono 46 battute per quattro minuti scarsi di musica. Eppure, quel breve mottetto, spiega Muti, «è una delle pagine piovute su Mozart dal cielo (era il 18 giugno del 1791, ndr), qualche mese prima di morire». Un regalo del compositore alla minuscola parrocchia di Baden per la festa del Corpus Domini, mentre la moglie Constanze, incinta, veniva assistita. «Bravissimi», sottolinea il direttore d’orchestra, «senza che vi dicessi nulla, l’avete cantato con amore. Adesso però cerchiamo l’infinito tra le note». Il Maestro si siede al pianoforte e in un istante quei suoni appena accennati acquistano un significato nuovo che, col senno di poi, era lampante fin dall’inizio.
La breve introduzione orchestrale? «Non è un caso che punti verso l’alto. È un’ascensione: dalla Terra al cospetto di Cristo». Ave verum Corpus. Vi siete accorti che Mozart decide di ripetere due volte “Ave”? La seconda dev’essere più piano. Bisogna ritirarsi, come se avessimo osato troppo». Natum de Maria Virgine. «Qui la tonalità è stabile, ferma, la musica afferma una sicurezza». Vere passum, immolatum in cruce pro homine. «Ascoltate questo intervallo: esprime il dolore di chi patì per gli uomini. Le avvertite queste dissonanze? Sono i chiodi della croce». Cujus latus perforatum. «A livello tonale, dovreste percepire una virata, come se osservassimo una parte del corpo di Cristo». Dal costato sgorgarono sangue e acqua. «Dopo aver sottolineato la sofferenza di Gesù, da questo punto - Esto nobis praegustatum in mortis examine - il genio di Mozart abbandona le quattro parti che cantano insieme, verticalmente. Il coro si sdoppia, si allarga all’umanità perché “tutti noi” possiamo “gustare il Paradiso nell’ora della morte”. Certo, sarebbe bello se fosse così semplice. Quando il compositore affronta per la prima volta questa verità spunta una cadenza evitata. È il dubbio che si insinua ancora, ma poi lascia spazio alla certezza». Parole che acquisiscono un altro peso quando il Maestro chiede che l’ultima esecuzione diventi un omaggio a Riccardo Minghetti, morto a 16 anni nel tragico rogo di Crans-Montana. Il padre Massimo - rivela Muti - è parte di questo popolo che canta e, «davanti a una tragedia immane, ha trovato conforto nella musica».
Gli stessi enigmi insondabili emergeranno poco dopo nel Requiem di Giuseppe Verdi. Nella mattinata della Festa della Repubblica, però, un ripasso dell’Inno di Mameli era d’obbligo. E quindi: «Alzino le mani quelli che son davvero “pronti alla morte”?». Gelo. «Lo sapevo: bisogna cambiare il testo!». Risate liberatorie. Se l’anno scorso le fatiche della leggendaria bacchetta si erano concentrate nella lotta per espungere il «Sì!» dal finale, oggi la raccomandazione del direttore è una lezione di vita: «Non frantumate mai la frase, non sillabate! Va sempre condotta nella sua arcata. Serve nobiltà. Non siamo il Paese delle marcette!». Ma Muti ne ha anche per il Palazzo: «Cari politici, l’inno dev’essere cantato da una moltitudine, non da una persona sola. Cos’è questa moda, copiata dagli americani?». Ovazione. Poteva finire lì, ma dopo qualche ora su 3.546 smartphone iniziano a rimbalzare le immagini di Andrea Bocelli che intona Fratelli d’Italia ai Fori imperiali, solissimo, davanti alle più alte cariche dello Stato. «Non voglio prendermela con il cantante, ma le autorità restituiscano l’inno agli italiani!».
Dai melismi di Casta Diva di Bellini - «un altro tipo di preghiera, alla Luna» - al timore delle schiere dei cherubini che leva il fiato nel Mefistofele di Boito, Muti non si stanca di sporcarsi le mani con i suoi amati «dilettanti» ed è un vulcano di insegnamenti e di domande esistenziali. «Il Requiem di Brahms è una consolazione. In Verdi prevale il punto interrogativo: “Mi salverai, Signore?”». Nell’ora dell’arrivederci, l’ultimo (infinito) rito è l’autografo per tutti i partecipanti. «Iniziando con l’Ave Verum mozartiano e finendo con Verdi il nostro messaggio di cultura, spiritualità e pace l’abbiamo inviato. Ci rivedremo l’anno prossimo? Porta patet sed cor magis. La porta è aperta, ma il cuore ancora di più».
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Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci, Papa Leone XIII dal 1878 al 1903 (Getty Images)
Com’era prevedibile, non è passata inosservata, negli organi di stampa, la parte dell’enciclica Magnifica humanitas nella quale papa Leone XIV, a nome della Chiesa, chiede perdono per l’asserito «ritardo con cui la Chiesa e la società hanno condannato il flagello della schiavitù», essendosi dovuto attendere - egli afferma - «il XIX secolo per trovare una condanna formale, assoluta e universale della schiavitù, in particolare con Leone XIII». Il Messaggero di Roma e Famiglia cristiana, in particolare, hanno messo in luce come il Papa abbia soprattutto inteso porre in guardia contro il pericolo di una nuova forma di schiavitù derivante da un uso improprio e non controllato dell’intelligenza artificiale. Sul che, in effetti, non si può che concordare. Lascia però perplessi la ritenuta opportunità di rivangare, nell’enciclica, per sottoporlo a condanna, l’atteggiamento avuto dalla Chiesa, nei secoli passati, nei confronti della schiavitù, quasi che, altrimenti, la segnalazione del pericolo attuale di una nuova schiavitù - ben diversa, comunque, dall’antica - fosse destinata a perdere efficacia. E ancor più perplessi lascia l’assolutezza di detta condanna, basata soltanto sul richiamo, nella nota n. 174, alle due bolle pontificie del papa Eugenio IV Sicut dudum del 13 gennaio 1435 ed Etsi suscepti del 9 gennaio 1442, e alle altre due del papa Niccolò V Dum diversas del 18 giugno 1452 e Romanus Pontifex dell’8 gennaio 1455.
Richiamo, quello ora detto, da riguardarsi, peraltro, come non del tutto felice, per cui sarebbe forse bene che il papa ne individuasse il responsabile e gli tirasse un po’ le orecchie. La prima, infatti, delle suddette bolle, riguardante le isole Canarie, allora venute da poco in possesso della Spagna, lungi dal minimamente giustificare la schiavitù alla quale gli originari abitanti erano stati sottoposti, imponeva, invece, sotto pena di scomunica, di farla immediatamente cessare, vietandola anche per il futuro. Il che, peraltro, era già stato stabilito - senza gran successo - dallo stesso papa Eugenio IV con la precedente bolla Regimini gregis del 29 settembre 1434 e fu poi ribadito, sempre con riguardo alle popolazioni delle isole Canarie, dal papa Pio II con la bolla Pastor bonus del 7 ottobre 1462. Quanto, poi, alle altre bolle citate nella nota summenzionata, soltanto le due del papa Niccolò V presentano specifica attinenza alla questione della schiavitù, in quanto effettivamente conferivano al re di Portogallo Alfonso V il diritto esclusivo non solo di acquisire il controllo dei territori dell’Africa sub sahariana che si affacciano sull’Atlantico, ma anche di ridurre in «perpetua servitù» saraceni, pagani e altri «infedeli» che li abitavano.
Risulta, però, incredibilmente e inspiegabilmente passato sotto silenzio il fatto che la schiavitù, con particolare riferimento alle popolazioni delle Americhe, fu poi ripetutamente condannata, in modo assoluto e sempre sotto pena di scomunica, dai pontefici Paolo III, Urbano VIII e Benedetto XIV rispettivamente con la bolla Sublimis Deus (o Veritas ipsa) del 2 giugno 1537 e con i brevi Commissum nobis del 22 aprile 1639 e Immensa pastorum del 20 dicembre 1741. Di particolare interesse appare la motivazione della Sublimis Deus, essenzialmente basata sul rilievo che Gesù Cristo aveva dato mandato agli apostoli di predicare il vangelo a tutti i popoli della terra, senza eccezione, ritenendoli quindi tutti capaci di ricevere il dono della fede, e che veniva dal Demonio, nemico del genere umano, l’idea che di quella capacità fossero privi, per loro natura, gli abitanti delle Americhe, tanto da poter essere sottoposti a schiavitù. Da ricordare, inoltre, la bolla Cum sicuti di Gregorio XIV, del 18 aprile 1591, con la quale, in linea con la Sublimis Deus, si vietava la riduzione in schiavitù delle popolazioni delle isole Filippine, recentemente venute in possesso della corona spagnola.
Il fatto che, nei documenti anzidetti, non si parlasse della schiavitù con riguardo alle popolazioni africane facilmente si spiega con la considerazione che l’Africa era, all’epoca, in gran parte sottratta al dominio di nazioni europee, per cui del tutto inutile sarebbe stato che il Papa imponesse divieti che nessuno sarebbe stato poi tenuto ad osservare. È però significativo che il papa Gregorio XVI, con il breve In supremo del 3 dicembre 1839, si fosse preoccupato di vietare «l’indegno mercato dei Neri e di qualsiasi altro essere umano» del quale indicava come responsabili taluni cristiani che «accecati dalla bramosia di uno sporco guadagno, in lontane e inaccessibili regioni ridussero in schiavitù Indiani, Negri e altre miserabili creature, oppure, con un sempre maggiore e organizzato commercio, non esitarono ad alimentare l’indegna compravendita di coloro che erano stati catturati da altri». Non è certo per caso, quindi, che la condanna della schiavitù in assoluto (ma con esplicito riferimento, tuttavia, alle particolari condizioni dell’Africa) sia intervenuta, da parte del papa Leone XIII, solo in un periodo storico (fine del XIX secolo) in cui l’Africa era quasi totalmente sotto il dominio di nazioni europee. È ad esse, infatti, che veniva in tal modo fatto carico non certo di astenersi dal ridurre formalmente in schiavitù le popolazioni africane soggette alla loro sovranità (cosa che nessuna potenza coloniale si sognava neppure lontanamente di fare) ma piuttosto di adoperarsi con la massima energia perché la schiavitù, endemica da sempre nel continente africano, venisse totalmente estirpata. E infatti - come osserva Rossella Bottoni nel suo I popoli indigeni nel magistero della Chiesa cattolica, Ledizioni, 2024 - «I governi degli Stati cattolici apprezzarono molto tale sostegno alla causa contro la schiavitù, che essi vedevano come ragione legittimante della loro politica nel continente. Dunque, colonizzatori e missionari si “incontrarono” sul terreno dell’antischiavismo». Conclusione, questa, che potrebbe creare, nell’attuale contesto culturale di cui è partecipe anche il mondo cattolico, un qualche imbarazzo che però, in chi amasse veramente la Chiesa, dovrebbe trovare più che adeguato compenso nel constatare che si pone del tutto in contrasto con la verità storica Famiglia cristiana quando afferma, nel commentare l’enciclica di Leone XIV, che la condotta della Chiesa, «per diciotto secoli», sarebbe stata solo quella di avere «tollerato pratiche oggi considerate abominevoli».
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Papa Leone XIV (Ansa)
In filigrana, dietro alle parole di elogio rivolte ieri da papa Leone XIV per il metodo Fse, si è così intravista un’analisi antropologica profonda che sembra rispondere appunto alle recenti e discusse novità dell’Agesci.
Il pontefice ha esordito ricordando che il metodo scout non è un semplice passatempo, ma uno strumento che «mette al centro la persona, curandone tutti gli aspetti relazionali e la ricchezza umana». In questo contesto, Leone XIV ha lodato esplicitamente la scelta della Fse di educare i ragazzi in «distinte sezioni maschili e femminili», spiegando che questa non è una separazione anacronistica, ma una strategia mirata per «dedicare ai ragazzi e alle ragazze un’attenzione specifica».
Secondo il papa, questa distinzione è la chiave di volta per una crescita armonica: «Esplorare in questo modo le caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo è una dinamica propedeutica all’incontro autentico e consapevole con l’altro, che può favorire la reciproca maturazione». Per Leone XIV, dunque, l’identità biologica maschile e femminile non è un dato accessorio, ma un pilastro necessario per crescere e prepararsi all’incontro con il prossimo.
È impossibile non leggere in queste riflessioni perlomeno un richiamo alle cronache recenti che hanno visto protagonista l’Agesci. L’associazione, dopo tre anni di dibattiti interni, ha infatti approvato il documento «Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo», sancendo che tali aspetti «non sono e non possono essere criteri di esclusione nella selezione degli educatori». Una decisione definita come una «svolta storica» e una «rivoluzione» mossa dalla volontà di dare «ulteriore concretezza ai nostri valori di accoglienza».
Un cortocircuito spiegato con molte parole, ma che non cancella la preoccupazione principale che riguarda appunto la coerenza educativa: può un’associazione che si definisce cattolica prescindere dalla visione antropologica della Chiesa?
Il papa ieri ha ribadito che «la formazione di buoni cristiani e buoni cittadini rappresenta il fine del metodo scout», un obiettivo che in fondo si raggiunge solo attraverso l’«intesa pedagogica dei capi con ogni ragazza e ragazzo». Qui si inserisce il dubbio antropologico che emerge dalle parole di Leone XIV: può una donna che si considera uomo, o un uomo che vive pubblicamente una relazione con un altro uomo, farsi portatore di quella «dinamica propedeutica» basata sulle «caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo» citate dal papa?
Leone XIV è stato chiaro nel ricordare ai capi che di fronte ai ragazzi loro affidati emerge la testimonianza della «coerenza della vostra vita e la maturità delle vostre scelte» che «sono ai loro occhi un esempio molto importante che li aiuta a crescere». Se il riferimento dottrinale cattolico definisce le tendenze omosessuali profondamente radicate come «oggettivamente disordinate» (Catechismo n. 2.357) e gli atti tra persone dello stesso sesso come «intrinsecamente disordinate» (Catechismo n. 2.358), la domanda sulla garanzia di quell’intesa pedagogica diventa ineludibile. Come può un educatore che rivendica una visione dell’identità fluida o soggettiva guidare un ragazzo alla scoperta della propria identità maschile o femminile secondo i binari tracciati dalla tradizione cristiana?
Quindi, il discorso del papa di ieri ai capi scout potrebbe apparire, conoscendo peraltro il felpato linguaggio intraecclesiale, come l’applicazione pratica del proverbio italiano: ha parlato ai capi della Fse (la «nuora») perché i vertici dell’Agesci (la «suocera») intendessero il messaggio. Mentre l’Agesci sembra aver intrapreso una «marcia sostenuta dal basso», il papa ha scelto di rimettere al centro il «Vangelo - vera mappa della vita», che è la persona stessa di Cristo, «buona notizia per un’umanità confusa».
Forse in casa Agesci faranno orecchie da mercante. Magari diranno che il papa stava parlando ad altri, diversi da loro. E loro resteranno fieri delle loro differenze, delle loro piste, delle loro strade. Ognuno convinto di lasciare il mondo un po’ meglio di come lo ha trovato. Perché, in fondo, «todos, todos, todos», come diceva papa Francesco. Lo stesso papa però che, quando parlava di educazione che non tenesse in debito conto la «feconda tensione» tra uomo e donna, la considerava una «colonizzazione ideologica».
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Il monumento alle vittime della Kamloops Residential School in British Columbia, Canada (Getty Images)
Per comprendere la portata della vicenda, occorre fare un passo indietro. Per oltre un secolo il Canada gestì, insieme a Chiese cristiane di varie confessioni, un sistema di scuole residenziali destinate ai bambini amerindi. Lo scopo era quello di assimilarli alla cultura dominante, allontanandoli dalle famiglie e scoraggiando o vietando l’uso delle lingue e delle tradizioni native. Circa 150.000 minori passarono attraverso questi istituti. Molti subirono maltrattamenti, abusi fisici e sessuali, mentre migliaia morirono a causa di malattie, denutrizione e condizioni di vita spesso precarie. Nel 2015, la Commissione canadese per la verità e la riconciliazione definì questo sistema una forma di «genocidio culturale».
Su questi fatti storici esiste ormai un ampio consenso. La questione di Kamloops, però, è un’altra. Il 27 maggio 2021 una comunità indigena annunciò che un’indagine effettuata con il georadar aveva individuato nel sottosuolo 215 anomalie nei pressi dell’ex Kamloops indian residential school, attiva dal 1893 al 1969. Nel giro di poche ore, tuttavia, quelle anomalie furono trasformate dai media occidentali in qualcosa di molto diverso: i resti di 215 bambini indiani.
Anche in Italia la notizia fu presentata in termini categorici. Vatican News parlò delle «spoglie di 215 bambini» venute alla luce nei pressi dell’ex scuola, mentre il Corriere della Sera scrisse del «ritrovamento» di centinaia di tombe anonime e dei «resti» dei piccoli alunni. Lo stesso lessico venne adottato da televisioni, agenzie di stampa e quotidiani di mezzo mondo. In pochi giorni, insomma, quella che era nata come un’indagine geofisica diventò nell’immaginario collettivo la scoperta di una gigantesca fossa comune.
Le reazioni politiche furono altrettanto tempestive e perentorie. L’allora primo ministro, Justin Trudeau, ordinò che le bandiere sugli edifici federali venissero esposte a mezz’asta in onore dei «215 bambini» di Kamloops. Il premier della Columbia britannica, John Horgan, parlò di «una tragedia di proporzioni inimmaginabili». Anche papa Francesco, senz’alcuna prudenza gesuitica, intervenne rapidamente per esprimere il proprio «dolore». Nel frattempo, però, l’indignazione collettiva si era trasformata in rabbia: nei mesi successivi, decine di chiese cattoliche in Canada furono incendiate o vandalizzate.
Eppure, il georadar non aveva portato alla luce alcun corpo. Aveva semplicemente rilevato anomalie nel terreno che si potevano prestare a diverse interpretazioni. Con il passare del tempo, peraltro, gli stessi specialisti coinvolti nelle indagini chiarirono i limiti della tecnologia utilizzata. Il linguaggio cominciò così a cambiare. Dai «resti di 215 bambini» si passò alle «possibili tombe», poi alle «probabili sepolture», sino alle più recenti formulazioni che parlano soltanto di «potenziali sepolture».
A mettere in discussione quella narrazione è stata ora una fonte difficilmente sospettabile di simpatie revisioniste: il Globe and Mail, il più importante quotidiano canadese. In un duro editoriale, il giornale ha ammesso che nel 2021 i media, compreso lo stesso Globe, non sottoposero la notizia ad alcuna verifica: «I media, incluso il Globe and Mail, non esaminarono criticamente quell’affermazione e tantomeno la misero in discussione», scrive il quotidiano, riconoscendo che i primi articoli presentarono come un fatto accertato il ritrovamento dei resti dei bambini.
L’editoriale riserva critiche altrettanto severe alla classe politica. Secondo il giornale canadese, leader come Trudeau contribuirono ad alimentare nell’opinione pubblica la convinzione che fossero stati scoperti i corpi di centinaia di minori, quando una simile conclusione non era stata affatto dimostrata. Ancora oggi, osserva il Globe, la politica canadese non ha chiarito perché affermazioni così categoriche siano state formulate in assenza di prove reali: «A differenza dell’ex premier della Columbia Britannica, morto nel 2024, Trudeau ha ancora la possibilità di correggere il quadro dei fatti. Non l’ha fatto, e non l’ha fatto nemmeno l’attuale governo liberale», è la denuncia del Globe.
Cinque anni dopo Kamloops, insomma, la domanda non è se le scuole residenziali per amerindi abbiano rappresentato una pagina oscura della storia canadese. La domanda, semmai, è un’altra: come è stato possibile che una mera ipotesi venisse trasformata, nel giro di pochi giorni, in una certezza assoluta da media, governi e istituzioni religiose? Ma soprattutto: perché, ad oggi, ancora nessuno è riuscito a chiedere scusa?
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