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2020-05-06
La Germania dà i 3 mesi all’Ue
Angela Merkel (Ansa)
A scuola insegnano che l'Unione europea si basa su tre pilastri. La cooperazione in materia penale, la condivisione della politica estera e della sicurezza comune e, il più importante dei tre pilastri, la coesione economica e monetaria. Sul primo, forse quello accessorio, nulla da dire, il secondo è sempre stato traballante (basti pensare alle faide sulla Libia) e ora con il coronavirus ha subito la spallata definitiva. Il terzo è stato accoltellato ieri dalla corte di Karlsruhe. I giudici tedeschi hanno deciso che il Quantitative easing della Banca centrale europea leda, almeno in parte, i principi fondamentali della Bundesbank, del Parlamento e quindi della Costituzione tedesca stessa. La corte ha intimato alla Bce di prendersi tre mesi di tempo per giustificare gli acquisti di titoli pubblici dell'eurozona, sia quelli già effettuati si quelli in canna per le prossime settimane.
Al termine dell'ultimatum, se la Bce non avrà convinto i tedeschi, la Bundesbank sarà di fatto autorizzata a sganciarsi dal programma. Una scelta devastante, non tanto per il Quantitative easing stesso che è in via di esaurimento, ma per le tutte le future strategie di vendita dei titoli in pancia al bilancio della Bce. Ma soprattutto è una scelta che decreterebbe la fine dell'autonomia e del ruolo super partes della Bce.
Se viene meno l'unità e l'autonomia riconosciuta alla Banca centrale, come potrà l'eurozona prendere decisioni in materia valutaria e di debito in grado di garantire tutti i Paesi membri? A quel punto - e qui sta la bomba atomica - la moneta potrà ancora chiamarsi unica? La risposta non dipende da noi ma dai tedeschi. Se decideranno di rompere l'euro sarà una scelta avallata da Angela Merkel. La sentenza di ieri si basa infatti sul principio del Deutschland über alles. La corte dice espressamente di non riconoscere tout court decisioni della corte Ue. Nella loro trasparenza i tedeschi spiegano che riconosceranno le decisioni Ue solo se affini agli interessi tedeschi. Altrimenti le strade dell'Unione si possono separare. Perché non esiste Ue senza euro. E non esiste euro senza una condivisione del debito. La Verità lo spiega da sempre: una moneta si basa sul fisco e sul debito. Se il Paese che traina l'Ue non vuole più accollarsi alcun rischio al di fuori del proprio confine territoriale, come potrà stare in piedi la baracca? Tradotto, alla fine dell'ultimatum si aprono due scenari. Bruxelles e Francoforte potranno accettare anche formalmente la subalternità a Berlino e quindi decideranno di annientare il ruolo della Bce (che dovrà smettere di fare da salvagente ai Paesi più indebitati) per cedere il passo alle leve fiscali. Esattamente come predica la Merkel, a sostenere i debiti pubblici non sarà più l'acquisto di titoli, ma la pressione fiscale e l'uso delle ricchezze private. Basta aste garantite, sì alle super patrimoniali e ai tagli lineari. L'altro scenario è evidentemente la rottura dell'euro.
«In teoria solo la Bundesbank è vincolata da questi requisiti, non la Bce. In pratica, tuttavia, è difficile credere che gli acquisti di obbligazioni continueranno in futuro senza la partecipazione della Banca centrale tedesca», ha commentato a caldo il presidente dell'Istituto per la ricerca economica Ifo, Clemens Faust. «La Corte tedesca ha chiesto a Francoforte di dimostrare che gli acquisti di obbligazioni sono conformi al principio di proporzionalità e che tali acquisti sono giustificati se confrontati con alcuni effetti collaterali come gli oneri per i risparmiatori o l'impatto sui prezzi degli immobili», ha spiegato ancora, concludendo che sarà la Bundesbank a decidere i sommersi e i degni di andare sul mercato dei titoli pubblici. E «ciò limita in particolare la possibilità di acquistare titoli di stato italiani». Per Faust la corte di Karlsruhe condanna l'Italia e lo dice senza giri di parole. Solo i nostri politici e la maggior parte dei media italiani stentano a voler ammettere la portata dell'esplosione. Ieri il sito del Corriere della Sera ha accolto la sentenza con un titolo ottimista: «Si al Qe dalla Germania». Poi è diventato, «Sì ma con riserva» e poi «Con grande riserva». D'altronde ieri Roberto Gualtieri ha detto «Sentenza senza conseguenze» e ci ha ricordato il portavoce di Saddam Hussein che compariva in televisione sostenendo l'imminente sconfitta degli Usa e lo diceva agli abitanti di Baghdad che dalle rispettive finestre vedevano i carri Abrams schiantare la Guardia repubblicana.
Per anni il Pd ha sostenuto che l'adesione all'Europa fosse un atto di fede, un dogma da accettare senza alcuna riserva. Ha sostenuto che l'Ue fosse il migliore dei mondi possibili e che il sovranismo fosse una becera malattia. Adesso che a smontare da dentro l'impalcatura è la Germania e non un Orbán qualsiasi, la prima reazione è rimuovere la realtà. Come faceva in tv il rappresentante del partito di Saddam. Gualtieri ha trascorso tutta la sua vita a credere nel fiscal compat e nella cieca adesione a Bruxelles. Accettare che 20 anni di credo siano stati spazzati via da un minuscolo virus è francamente difficile. Lo capiamo. Ma questo non giustifica il silenzio né l'annichilimento da parte dell'Italia. Trascorsi i tre mesi di ultimatum o accetteremo di far parte dell'Unione tedesca con le conseguenze che comporta (castrazione della Bce e maxi patrimoniale sui conti correnti e sugli immobili) oppure dovremo costruire un fronte comune del Sud o un ponte aereo con gli Stati Uniti. Qualcosa però dovremo fare. Se il governo e il Parlamento sprecano questi tre mesi non avremo alcuna sovranità da invocare.
Spallata tedesca all’Unione Ora Bruxelles ha 3 mesi per adeguarsi all’ultimatum
Talvolta accade di far venire a casa un muratore per riparare una piccola crepa sull'intonaco e questi, consapevolmente, dapprima abbatte la parete e poi fa crollare la casa.
Appare questa la similitudine più appropriata per descrivere l'effetto della sentenza pubblicata ieri dalla Corte costituzionale tedesca, chiamata a giudicare sul programma di acquisto di titoli pubblici (Pspp) varato da Mario Draghi nel marzo 2015. Nel commento di ieri dicevamo che il sentiero stretto su cui si era mosso Draghi rischiava di essere sbarrato. Ci sbagliavamo per difetto: il sentiero esiste e continuerà ad esistere perché lo ha già stabilito la sentenza della Corte di giustizia europea (Ecj) a dicembre 2018. Ma, per decidere se la Bundesbank lo percorrerà in compagnia delle altre 18 banche centrali, la Bce dovrà spiegare «in modo motivato e comprensibile» che non esiste sproporzione tra gli effetti economici di bilancio generati dal programma e gli obiettivi di politica monetaria perseguiti. In altre parole, le toghe rosse di Karlsruhe temono che la Bce sia un cacciatore che, pur di catturare la preda, stia distruggendo la vegetazione circostanze e stia sprecando proiettili, purtroppo forniti anche dalla Germania. Allora vuole vederci chiaro e dà 3 mesi alla Bce per organizzarsi e dimostrare che la mira è buona e i danni collaterali sono modesti, in proporzione ai risultati ottenuti. In assenza di spiegazioni soddisfacenti, alla Bundesbank sarà vietato partecipare a questi programmi e dovrà pure vendere i titoli già in portafoglio.
Ma il modo usato dai giudici tedeschi per arrivare a questa conclusione, sconquassa dalle fondamenta la costruzione europea. Entrando in conflitto con la Ecj e minando l'indipendenza della Bce che si vede recapitare ordini brutali. Infatti, la Ecj afferma che il Pspp è un atto emanato dalla Bce esorbitando dai propri poteri, non perché costituisce finanziamento monetario del deficit, cosa su cui c'è identità di vedute con la Corte europea. Ma perché i giudici di Lussemburgo hanno completamente ignorato, nella loro sentenza del 2018, il principio della proporzionalità e quindi c'è stato proprio un «insostenibile» errore di metodo che porta i giudici tedeschi a disconoscere tale sentenza e formulare una propria autonoma negativa valutazione dell'operato della Bce. Appena i giudici tedeschi entrano nel merito sono, se possibile, ancora più dirompenti. Secondo loro, il corretto bilanciamento tra gli obiettivi di politica monetaria e gli effetti economici e sulla politica di bilancio degli Stati non esiste affatto.
Per conseguire, e non raggiungere, l'obiettivo di inflazione «inferiore ma vicina al 2%», la Bce ha messo a disposizione degli Stati condizioni di finanziamento più favorevoli rispetto a quelle offerte dal mercato, ha in sostanza offerto assistenza finanziaria simile a quella offerta del Mes. E questa è la conferma di quanto scriviamo da tempo: il Pspp è una surrettizia mutualizzazione del debito senza condizioni. Chi vuole assistenza, vada dal Mes e si metta sotto programma. Il Pspp ha a consentito alle banche di migliorare la loro situazione e ad imprese non redditizie di restare sul mercato. Inoltre, i risparmiatori privati hanno subito perdite e, da ultimo, più il Pspp prosegue ed aumenta di volume e più difficile sarà terminarlo senza minare la stabilità finanziaria dell'eurozona.
La Bce ha soppesato tutti questi aspetti, si chiedono i giudici tedeschi? Non è dato saperlo, è la loro risposta. E fino a quando la Bce non produrrà documentazione a sostegno, non sarà possibile affermare se essa ha oltrepassato i limiti del suo mandato. Qualora la risposta della Bce non dovesse convincerli, la strada è segnata: la Bundesbank non potranno partecipare a decisioni della Bce che sono viziate da eccesso di potere.La Corte tedesca picchia duro anche sul divieto di finanziamento monetario e solleva dei dubbi sul rispetto dei famosi limiti (33%, capital key, ecc…) che furono alla base del via libera della Ecj al Pspp. Ma, ritenendoli soddisfatti, come ha sottolineato anche Jens Weidmann, si adegua al giudicato della Ecj. Alla luce di questa affermazione, siamo proprio curiosi di capire come la Bce riuscirà a giustificare il rispetto dei limiti con riferimento agli acquisti di aprile: con il Pspp sono stati acquistati 11 miliardi di titoli italiani, su 30 complessivi, e con il Pepp ben 119 miliardi, di cui non si conosce ancora la quota italiana, ma il totale potrebbe aver sfiorato i 50 miliardi.
L'acuto finale è stato degno del crescendo di tutta la sentenza: da un lato, governo federale e Bundestag devono adoperarsi affinché la Bce produca questa valutazione di proporzionalità del proprio operato e, dall'altro devono controllare l'operato della Bce. Infine, a meno che Bce non dimostri di aver soddisfatto il criterio della proporzionalità, tra 3 mesi la Bundesbank non potrà partecipare al Pspp.
Fuori luogo e segnaletico del panico che li ha colti, risulta il commento del portavoce della Commissione Ue: «Riaffermiamo il primato della legge europea, e il fatto che le decisioni della Corte europea sono vincolanti su tutte le corti nazionali». Ma non coglie nel segno, in quanto ieri è stato affermato il legittimo diritto della Corte tedesca di chiedere a propri organi istituzionali di seguire la Costituzione del proprio Paese. Una lezione per tutti, soprattutto per l'Italia.
Ieri è stato l'ultimo giorno di lavoro per il presidente della Corte tedesca, professor Andreas Vosskuhle. Ha voluto porre la parola fine sull'Unione Europea e potrebbe esserci riuscito. Ora sta a Parigi decidere cosa fare della dichiarazione di guerra giunta da Karlsruhe.
Gualtieri fa finta che sia tutto ok. Ma persino Letta fiuta i futuri guai
La sintesi più efficace, e insieme più minacciosa, l'aveva scolpita un paio di giorni fa su Twitter @Musso: si passerà dal «whatever it takes» al «whatever the Bundestag agrees». E infatti la Corte costituzionale tedesca ha posto una raffica di condizioni stringenti, e ha innescato un timer limitatissimo (tre mesi): dopo di che, la Bundesbank potrebbe fare un passo indietro.
Un'autentica bomba. Eppure il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri ha tentato di negare l'evidenza: «Primo: la sentenza non riguarda le misure di politica monetaria della Bce per far fronte all'emergenza, compreso il programma Pepp di acquisto titoli per 750 miliardi. Secondo: la Corte non ha avvalorato l'accusa che invece il Pspp, cioè il precedente Qe, violerebbe l'articolo 123 del trattato sul funzionamento dell'Unione e ha ribadito la piena legittimità di questo strumento. Terzo: i rilievi rivolti al Qe riguardano aspetti procedurali, cioè le informazioni circa le ragioni per cui il Pspp è stato necessario a perseguire gli obiettivi di politica monetaria della Bce. Quarto: la sentenza chiede al governo tedesco di adoperarsi per ricevere adeguate informazioni dalla Bce. Quinto: il governo tedesco ha già dichiarato che si muoverà a questo scopo e che crede che la Bce le fornirà».
E l'incredibile crescendo autoconsolatorio di Gualtieri si è concluso così: «Questo chiarimento avverrà in tempi rapidi, e quindi la sentenza non avrà alcuna conseguenza pratica». E ancora: «La sentenza in alcun modo intacca o influenza l'attuale Pepp che la Bce sta con grande efficacia svolgendo e conducendo».
Ma la denial strategy di Gualtieri resta drammaticamente isolata. È l'ex vicepresidente della Bce Vitor Constancio a spiegare cosa può accadere: «Questo è il grande rischio: arriveranno nuovi ricorsi in Germania contro il Pepp». E perfino Enrico Letta, sempre su Twitter, dopo un incipit surreale («Danni limitati da Corte costituzionale tedesca»), ammette: «Loro (i tedeschi) decidono per loro stessi, ma siccome come finanze pubbliche son più credibili di noi, se si ritirano da azioni Bce che aiutano soprattutto noi, son guai per noi». Ma guarda.
Sul versante dell'opposizione, non è certamente sorpreso chi aveva da tempo acceso i riflettori su Karlsruhe. Per Claudio Borghi (Lega) «la Germania dà alla Bce un ultimatum di tre mesi perché faccia come piace a loro». E ancora, l'esponente leghista coglie un'altra evidenza, il passaggio in cui la Corte tedesca travolge una pronuncia della Corte di Giustizia Europea. Annota Borghi: «Fine dei sogni di schiere di inginocchiati che vi hanno venduto la storia del diritto Ue che prevale sul diritto nazionale». Concetto ribadito da Alberto Bagnai, coordinatore del gruppo economico della Lega: «La sentenza conferma la risolutezza della Germania nel difendere i suoi interessi nazionali, prescindendo dal contesto europeo. Emerge nitida la differenza con l'Italia, il cui presidente del Consiglio si è presentato ai tavoli europei mendicando solidarietà».
Resta un altro punto di fondo, evidenziato nei giorni scorsi proprio in un colloquio con La Verità dall'editorialista del Ft Wolfgang Munchau: l'esigenza di modificare i trattati. Punto colto da Stefania Craxi: «La Corte tedesca fa il suo mestiere e, semmai, dovremmo essere noi a riflettere sulla leggerezza con cui abbiamo schiuso le porte dei nostri ordinamenti senza riserve e senza tutelare lo spazio dei nostri interessi. È questa una decisione che giunge alla vigilia di importanti appuntamenti europei e proprio il giorno dopo che l'Olanda ha richiesto l'introduzione di clausole sull'uso del Mes a conferma che i campioni dell'europeismo, in fondo, guardano innanzitutto ai loro destini. E noi?».
Rotto l’asse Francoforte-Berlino. Ma la Bce per ora spara a salve
«La Corte tedesca ha messo una bomba sotto l'ordinamento giuridico dell'Ue», titolava ieri il sito del Financial Times. Di certo, la Bce non intende essere messa al guinzaglio dalla Corte costituzionale di Karlsruhe. Tanto che dopo la sentenza dei giudici tedeschi è stata subito convocata per le 18 una riunione d'urgenza del consiglio direttivo terminata attorno alle 20. In una nota diffusa in serata si legge che «la Bce prende nota del giudizio» della Corte costituzionale federale tedesca sul Pspp e «rimane pienamente impegnata a fare tutto il necessario entro il proprio mandato per assicurare che l'inflazione salga verso livelli coerenti con il suo obiettivo di medio termine e che le azioni di politica monetaria intraprese nel perseguimento dell'obiettivo di mantenere la stabilità dei prezzi vengano trasmesse a tutti i settori dell'economia e a tutte le giurisdizioni dell'eurozona». Nel comunicato viene poi ricordato che la Corte di giustizia dell'Unione europea ha stabilito, nel dicembre 2018, che la Bce sta agendo nel suo mandato per la stabilità dei prezzi.
La banca centrale guidata da Christine Lagarde ha tre mesi per presentare le sue deliberazioni sulla proporzionalità del programma di acquisto. Ma tre mesi sono pochi. E i falchi sono già in aria: «Sosterrò l'adempimento di questo compito, nel rispetto dell'indipendenza del consiglio direttivo della Bce», ha scritto in una nota il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann.
Il siluro di ieri è partito sia in direzione di Francoforte sia verso Bruxelles che ieri non ha caso ha dovuto ribadire la preminenza delle leggi Ue e il fatto che le decisioni della Corte di giustizia Ue «sono vincolanti per tutte le corti nazionali». Sul programma di acquisti di bond sovrani (Pspp) avviato dalla banca centrale europea nel 2015 la corte europea si era già espressa a dicembre 2018, stabilendo che l'acquisto di titoli del debito pubblico sui mercati secondari non viola il diritto dell'Unione. I giudici di Karlsruhe per la prima volta hanno messo in discussione la giurisprudenza europea creando un precedente pericoloso. Se i tedeschi si oppongono ai giudici in Lussemburgo, possiamo farlo anche noi, potrebbero ad esempio pensare altri Paesi come l'Ungheria o la Polonia.
In attesa di conoscere le reazioni ufficiali del consiglio direttivo di Francoforte conclusosi a mercati chiusi, la sentenza della Corte tedesca ha avuto un primo impatto sullo spread. Il differenziale di rendimento tra il Btp decennale benchmark scadenza agosto 2030 e il pari durata tedesco, che aveva aperto a 233 punti base, è progressivamente salito fino a sfiorare i 250 punti base per poi ripiegare a 248. Quanto alle Borse, la sbandata è stata contenuta: dopo il verdetto i principali listini del Vecchio Continente hanno rallentato per poi riprendere vigore nel resto della seduta anche sulla scia dell'avvio positivo di Wall Street. Il grande ritorno del Brent sopra i 30 dollari, grazie all'imminente alleggerimento del lockdown in molti Paesi, ha fatto da contraltare ai giudici di Karlsruhe. Piazza Affari ha così chiuso con un +2,07%, Francoforte con un rialzo del 2,51%e Parigi del 2,40%, mentre Londra solo un po' più cauta, è salita dell'1,7 per cento. Le Borse stanno quindi digerendo le cattive notizie, ma anche considerando quelle buone ovvero che nulla per il momento è davvero cambiato. La sentenza di ieri non si applica ai programmi adottati dalla Bce in risposta alla crisi del coronavirus. In particolare al Pepp, il programma pandemico di acquisto da 750 miliardi che l'Eurotower ha lanciato il 18 di marzo per fornire un sostegno all'economia e attenuare le tensioni sui mercati. Bisognerà comunque capire se anche il previsto ampliamento con la massima flessibilità e «senza limiti» di questo piano finirà davanti ai giudici tedeschi in un prossimo ricorso. Insomma, la portata politica della decisione di ieri rischia di smorzare la spinta a tutti gli ambiti della politica monetaria non convenzionale.
Quanto al programma Pspp, per il momento può continuare ma la Bce dovrà comunque dimostrarne l'aderenza ai limiti che la stessa Corte Europea aveva fissato nel dicembre 2018 come il tetto del 33% dei titoli di uno Stato e la rigida base di ripartizione degli acquisti. i Fabrizio Pagani, ex consigliere economico dei governi.
Ora madame Lagarde dovrà sminare la sentenza dei giudici di Karlsruhe nei suoi aspetti più insidiosi evitando che il Qe vada avanti senza il sostegno dell'azionista di riferimento. Se la Bundesbank dovesse togliere il consenso alle misure non convenzionali o persino vendere i titoli di Stato in portafoglio, il bazooka diventerebbe politicamente una pistola ad acqua.
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Ammettendo di riconoscere l'Ue solo quando fa i loro interessi, i tedeschi mettono la Bce di fronte a un bivio: o si mette nero su bianco che le istituzioni comunitarie sono al servizio di Berlino, o va rivisto il meccanismo.La Corte di Karlsruhe boccia l'acquisto di titoli di Stato della Banca centrale europea e chiede chiarimenti a breve. Se le spiegazioni non saranno convincenti, salta tutto.Il ministro nega l'evidenza, l'ex premier fa invece notare i pericoli per l'Italia.L'Eurotower annuncia la controffensiva. E ribadisce: le leggi europee sono vincolantiLo speciale contiene quattro articoli A scuola insegnano che l'Unione europea si basa su tre pilastri. La cooperazione in materia penale, la condivisione della politica estera e della sicurezza comune e, il più importante dei tre pilastri, la coesione economica e monetaria. Sul primo, forse quello accessorio, nulla da dire, il secondo è sempre stato traballante (basti pensare alle faide sulla Libia) e ora con il coronavirus ha subito la spallata definitiva. Il terzo è stato accoltellato ieri dalla corte di Karlsruhe. I giudici tedeschi hanno deciso che il Quantitative easing della Banca centrale europea leda, almeno in parte, i principi fondamentali della Bundesbank, del Parlamento e quindi della Costituzione tedesca stessa. La corte ha intimato alla Bce di prendersi tre mesi di tempo per giustificare gli acquisti di titoli pubblici dell'eurozona, sia quelli già effettuati si quelli in canna per le prossime settimane. Al termine dell'ultimatum, se la Bce non avrà convinto i tedeschi, la Bundesbank sarà di fatto autorizzata a sganciarsi dal programma. Una scelta devastante, non tanto per il Quantitative easing stesso che è in via di esaurimento, ma per le tutte le future strategie di vendita dei titoli in pancia al bilancio della Bce. Ma soprattutto è una scelta che decreterebbe la fine dell'autonomia e del ruolo super partes della Bce.Se viene meno l'unità e l'autonomia riconosciuta alla Banca centrale, come potrà l'eurozona prendere decisioni in materia valutaria e di debito in grado di garantire tutti i Paesi membri? A quel punto - e qui sta la bomba atomica - la moneta potrà ancora chiamarsi unica? La risposta non dipende da noi ma dai tedeschi. Se decideranno di rompere l'euro sarà una scelta avallata da Angela Merkel. La sentenza di ieri si basa infatti sul principio del Deutschland über alles. La corte dice espressamente di non riconoscere tout court decisioni della corte Ue. Nella loro trasparenza i tedeschi spiegano che riconosceranno le decisioni Ue solo se affini agli interessi tedeschi. Altrimenti le strade dell'Unione si possono separare. Perché non esiste Ue senza euro. E non esiste euro senza una condivisione del debito. La Verità lo spiega da sempre: una moneta si basa sul fisco e sul debito. Se il Paese che traina l'Ue non vuole più accollarsi alcun rischio al di fuori del proprio confine territoriale, come potrà stare in piedi la baracca? Tradotto, alla fine dell'ultimatum si aprono due scenari. Bruxelles e Francoforte potranno accettare anche formalmente la subalternità a Berlino e quindi decideranno di annientare il ruolo della Bce (che dovrà smettere di fare da salvagente ai Paesi più indebitati) per cedere il passo alle leve fiscali. Esattamente come predica la Merkel, a sostenere i debiti pubblici non sarà più l'acquisto di titoli, ma la pressione fiscale e l'uso delle ricchezze private. Basta aste garantite, sì alle super patrimoniali e ai tagli lineari. L'altro scenario è evidentemente la rottura dell'euro.«In teoria solo la Bundesbank è vincolata da questi requisiti, non la Bce. In pratica, tuttavia, è difficile credere che gli acquisti di obbligazioni continueranno in futuro senza la partecipazione della Banca centrale tedesca», ha commentato a caldo il presidente dell'Istituto per la ricerca economica Ifo, Clemens Faust. «La Corte tedesca ha chiesto a Francoforte di dimostrare che gli acquisti di obbligazioni sono conformi al principio di proporzionalità e che tali acquisti sono giustificati se confrontati con alcuni effetti collaterali come gli oneri per i risparmiatori o l'impatto sui prezzi degli immobili», ha spiegato ancora, concludendo che sarà la Bundesbank a decidere i sommersi e i degni di andare sul mercato dei titoli pubblici. E «ciò limita in particolare la possibilità di acquistare titoli di stato italiani». Per Faust la corte di Karlsruhe condanna l'Italia e lo dice senza giri di parole. Solo i nostri politici e la maggior parte dei media italiani stentano a voler ammettere la portata dell'esplosione. Ieri il sito del Corriere della Sera ha accolto la sentenza con un titolo ottimista: «Si al Qe dalla Germania». Poi è diventato, «Sì ma con riserva» e poi «Con grande riserva». D'altronde ieri Roberto Gualtieri ha detto «Sentenza senza conseguenze» e ci ha ricordato il portavoce di Saddam Hussein che compariva in televisione sostenendo l'imminente sconfitta degli Usa e lo diceva agli abitanti di Baghdad che dalle rispettive finestre vedevano i carri Abrams schiantare la Guardia repubblicana. Per anni il Pd ha sostenuto che l'adesione all'Europa fosse un atto di fede, un dogma da accettare senza alcuna riserva. Ha sostenuto che l'Ue fosse il migliore dei mondi possibili e che il sovranismo fosse una becera malattia. Adesso che a smontare da dentro l'impalcatura è la Germania e non un Orbán qualsiasi, la prima reazione è rimuovere la realtà. Come faceva in tv il rappresentante del partito di Saddam. Gualtieri ha trascorso tutta la sua vita a credere nel fiscal compat e nella cieca adesione a Bruxelles. Accettare che 20 anni di credo siano stati spazzati via da un minuscolo virus è francamente difficile. Lo capiamo. Ma questo non giustifica il silenzio né l'annichilimento da parte dell'Italia. Trascorsi i tre mesi di ultimatum o accetteremo di far parte dell'Unione tedesca con le conseguenze che comporta (castrazione della Bce e maxi patrimoniale sui conti correnti e sugli immobili) oppure dovremo costruire un fronte comune del Sud o un ponte aereo con gli Stati Uniti. Qualcosa però dovremo fare. 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Appare questa la similitudine più appropriata per descrivere l'effetto della sentenza pubblicata ieri dalla Corte costituzionale tedesca, chiamata a giudicare sul programma di acquisto di titoli pubblici (Pspp) varato da Mario Draghi nel marzo 2015. Nel commento di ieri dicevamo che il sentiero stretto su cui si era mosso Draghi rischiava di essere sbarrato. Ci sbagliavamo per difetto: il sentiero esiste e continuerà ad esistere perché lo ha già stabilito la sentenza della Corte di giustizia europea (Ecj) a dicembre 2018. Ma, per decidere se la Bundesbank lo percorrerà in compagnia delle altre 18 banche centrali, la Bce dovrà spiegare «in modo motivato e comprensibile» che non esiste sproporzione tra gli effetti economici di bilancio generati dal programma e gli obiettivi di politica monetaria perseguiti. In altre parole, le toghe rosse di Karlsruhe temono che la Bce sia un cacciatore che, pur di catturare la preda, stia distruggendo la vegetazione circostanze e stia sprecando proiettili, purtroppo forniti anche dalla Germania. Allora vuole vederci chiaro e dà 3 mesi alla Bce per organizzarsi e dimostrare che la mira è buona e i danni collaterali sono modesti, in proporzione ai risultati ottenuti. In assenza di spiegazioni soddisfacenti, alla Bundesbank sarà vietato partecipare a questi programmi e dovrà pure vendere i titoli già in portafoglio. Ma il modo usato dai giudici tedeschi per arrivare a questa conclusione, sconquassa dalle fondamenta la costruzione europea. Entrando in conflitto con la Ecj e minando l'indipendenza della Bce che si vede recapitare ordini brutali. Infatti, la Ecj afferma che il Pspp è un atto emanato dalla Bce esorbitando dai propri poteri, non perché costituisce finanziamento monetario del deficit, cosa su cui c'è identità di vedute con la Corte europea. Ma perché i giudici di Lussemburgo hanno completamente ignorato, nella loro sentenza del 2018, il principio della proporzionalità e quindi c'è stato proprio un «insostenibile» errore di metodo che porta i giudici tedeschi a disconoscere tale sentenza e formulare una propria autonoma negativa valutazione dell'operato della Bce. Appena i giudici tedeschi entrano nel merito sono, se possibile, ancora più dirompenti. Secondo loro, il corretto bilanciamento tra gli obiettivi di politica monetaria e gli effetti economici e sulla politica di bilancio degli Stati non esiste affatto. Per conseguire, e non raggiungere, l'obiettivo di inflazione «inferiore ma vicina al 2%», la Bce ha messo a disposizione degli Stati condizioni di finanziamento più favorevoli rispetto a quelle offerte dal mercato, ha in sostanza offerto assistenza finanziaria simile a quella offerta del Mes. E questa è la conferma di quanto scriviamo da tempo: il Pspp è una surrettizia mutualizzazione del debito senza condizioni. Chi vuole assistenza, vada dal Mes e si metta sotto programma. Il Pspp ha a consentito alle banche di migliorare la loro situazione e ad imprese non redditizie di restare sul mercato. Inoltre, i risparmiatori privati hanno subito perdite e, da ultimo, più il Pspp prosegue ed aumenta di volume e più difficile sarà terminarlo senza minare la stabilità finanziaria dell'eurozona. La Bce ha soppesato tutti questi aspetti, si chiedono i giudici tedeschi? Non è dato saperlo, è la loro risposta. E fino a quando la Bce non produrrà documentazione a sostegno, non sarà possibile affermare se essa ha oltrepassato i limiti del suo mandato. Qualora la risposta della Bce non dovesse convincerli, la strada è segnata: la Bundesbank non potranno partecipare a decisioni della Bce che sono viziate da eccesso di potere.La Corte tedesca picchia duro anche sul divieto di finanziamento monetario e solleva dei dubbi sul rispetto dei famosi limiti (33%, capital key, ecc…) che furono alla base del via libera della Ecj al Pspp. Ma, ritenendoli soddisfatti, come ha sottolineato anche Jens Weidmann, si adegua al giudicato della Ecj. Alla luce di questa affermazione, siamo proprio curiosi di capire come la Bce riuscirà a giustificare il rispetto dei limiti con riferimento agli acquisti di aprile: con il Pspp sono stati acquistati 11 miliardi di titoli italiani, su 30 complessivi, e con il Pepp ben 119 miliardi, di cui non si conosce ancora la quota italiana, ma il totale potrebbe aver sfiorato i 50 miliardi. L'acuto finale è stato degno del crescendo di tutta la sentenza: da un lato, governo federale e Bundestag devono adoperarsi affinché la Bce produca questa valutazione di proporzionalità del proprio operato e, dall'altro devono controllare l'operato della Bce. Infine, a meno che Bce non dimostri di aver soddisfatto il criterio della proporzionalità, tra 3 mesi la Bundesbank non potrà partecipare al Pspp. Fuori luogo e segnaletico del panico che li ha colti, risulta il commento del portavoce della Commissione Ue: «Riaffermiamo il primato della legge europea, e il fatto che le decisioni della Corte europea sono vincolanti su tutte le corti nazionali». Ma non coglie nel segno, in quanto ieri è stato affermato il legittimo diritto della Corte tedesca di chiedere a propri organi istituzionali di seguire la Costituzione del proprio Paese. Una lezione per tutti, soprattutto per l'Italia. Ieri è stato l'ultimo giorno di lavoro per il presidente della Corte tedesca, professor Andreas Vosskuhle. Ha voluto porre la parola fine sull'Unione Europea e potrebbe esserci riuscito. Ora sta a Parigi decidere cosa fare della dichiarazione di guerra giunta da Karlsruhe. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalla-bundesbank-un-colpo-terribile-alle-fondamenta-del-sistema-euro-2645926361.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="gualtieri-fa-finta-che-sia-tutto-ok-ma-persino-letta-fiuta-i-futuri-guai" data-post-id="2645926361" data-published-at="1588704647" data-use-pagination="False"> Gualtieri fa finta che sia tutto ok. Ma persino Letta fiuta i futuri guai La sintesi più efficace, e insieme più minacciosa, l'aveva scolpita un paio di giorni fa su Twitter @Musso: si passerà dal «whatever it takes» al «whatever the Bundestag agrees». E infatti la Corte costituzionale tedesca ha posto una raffica di condizioni stringenti, e ha innescato un timer limitatissimo (tre mesi): dopo di che, la Bundesbank potrebbe fare un passo indietro. Un'autentica bomba. Eppure il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri ha tentato di negare l'evidenza: «Primo: la sentenza non riguarda le misure di politica monetaria della Bce per far fronte all'emergenza, compreso il programma Pepp di acquisto titoli per 750 miliardi. Secondo: la Corte non ha avvalorato l'accusa che invece il Pspp, cioè il precedente Qe, violerebbe l'articolo 123 del trattato sul funzionamento dell'Unione e ha ribadito la piena legittimità di questo strumento. Terzo: i rilievi rivolti al Qe riguardano aspetti procedurali, cioè le informazioni circa le ragioni per cui il Pspp è stato necessario a perseguire gli obiettivi di politica monetaria della Bce. Quarto: la sentenza chiede al governo tedesco di adoperarsi per ricevere adeguate informazioni dalla Bce. Quinto: il governo tedesco ha già dichiarato che si muoverà a questo scopo e che crede che la Bce le fornirà». E l'incredibile crescendo autoconsolatorio di Gualtieri si è concluso così: «Questo chiarimento avverrà in tempi rapidi, e quindi la sentenza non avrà alcuna conseguenza pratica». E ancora: «La sentenza in alcun modo intacca o influenza l'attuale Pepp che la Bce sta con grande efficacia svolgendo e conducendo». Ma la denial strategy di Gualtieri resta drammaticamente isolata. È l'ex vicepresidente della Bce Vitor Constancio a spiegare cosa può accadere: «Questo è il grande rischio: arriveranno nuovi ricorsi in Germania contro il Pepp». E perfino Enrico Letta, sempre su Twitter, dopo un incipit surreale («Danni limitati da Corte costituzionale tedesca»), ammette: «Loro (i tedeschi) decidono per loro stessi, ma siccome come finanze pubbliche son più credibili di noi, se si ritirano da azioni Bce che aiutano soprattutto noi, son guai per noi». Ma guarda. Sul versante dell'opposizione, non è certamente sorpreso chi aveva da tempo acceso i riflettori su Karlsruhe. Per Claudio Borghi (Lega) «la Germania dà alla Bce un ultimatum di tre mesi perché faccia come piace a loro». E ancora, l'esponente leghista coglie un'altra evidenza, il passaggio in cui la Corte tedesca travolge una pronuncia della Corte di Giustizia Europea. Annota Borghi: «Fine dei sogni di schiere di inginocchiati che vi hanno venduto la storia del diritto Ue che prevale sul diritto nazionale». Concetto ribadito da Alberto Bagnai, coordinatore del gruppo economico della Lega: «La sentenza conferma la risolutezza della Germania nel difendere i suoi interessi nazionali, prescindendo dal contesto europeo. Emerge nitida la differenza con l'Italia, il cui presidente del Consiglio si è presentato ai tavoli europei mendicando solidarietà». Resta un altro punto di fondo, evidenziato nei giorni scorsi proprio in un colloquio con La Verità dall'editorialista del Ft Wolfgang Munchau: l'esigenza di modificare i trattati. Punto colto da Stefania Craxi: «La Corte tedesca fa il suo mestiere e, semmai, dovremmo essere noi a riflettere sulla leggerezza con cui abbiamo schiuso le porte dei nostri ordinamenti senza riserve e senza tutelare lo spazio dei nostri interessi. È questa una decisione che giunge alla vigilia di importanti appuntamenti europei e proprio il giorno dopo che l'Olanda ha richiesto l'introduzione di clausole sull'uso del Mes a conferma che i campioni dell'europeismo, in fondo, guardano innanzitutto ai loro destini. E noi?». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalla-bundesbank-un-colpo-terribile-alle-fondamenta-del-sistema-euro-2645926361.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="rotto-lasse-francoforte-berlino-ma-la-bce-per-ora-spara-a-salve" data-post-id="2645926361" data-published-at="1588704647" data-use-pagination="False"> Rotto l’asse Francoforte-Berlino. Ma la Bce per ora spara a salve «La Corte tedesca ha messo una bomba sotto l'ordinamento giuridico dell'Ue», titolava ieri il sito del Financial Times. Di certo, la Bce non intende essere messa al guinzaglio dalla Corte costituzionale di Karlsruhe. Tanto che dopo la sentenza dei giudici tedeschi è stata subito convocata per le 18 una riunione d'urgenza del consiglio direttivo terminata attorno alle 20. In una nota diffusa in serata si legge che «la Bce prende nota del giudizio» della Corte costituzionale federale tedesca sul Pspp e «rimane pienamente impegnata a fare tutto il necessario entro il proprio mandato per assicurare che l'inflazione salga verso livelli coerenti con il suo obiettivo di medio termine e che le azioni di politica monetaria intraprese nel perseguimento dell'obiettivo di mantenere la stabilità dei prezzi vengano trasmesse a tutti i settori dell'economia e a tutte le giurisdizioni dell'eurozona». Nel comunicato viene poi ricordato che la Corte di giustizia dell'Unione europea ha stabilito, nel dicembre 2018, che la Bce sta agendo nel suo mandato per la stabilità dei prezzi. La banca centrale guidata da Christine Lagarde ha tre mesi per presentare le sue deliberazioni sulla proporzionalità del programma di acquisto. Ma tre mesi sono pochi. E i falchi sono già in aria: «Sosterrò l'adempimento di questo compito, nel rispetto dell'indipendenza del consiglio direttivo della Bce», ha scritto in una nota il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann. Il siluro di ieri è partito sia in direzione di Francoforte sia verso Bruxelles che ieri non ha caso ha dovuto ribadire la preminenza delle leggi Ue e il fatto che le decisioni della Corte di giustizia Ue «sono vincolanti per tutte le corti nazionali». Sul programma di acquisti di bond sovrani (Pspp) avviato dalla banca centrale europea nel 2015 la corte europea si era già espressa a dicembre 2018, stabilendo che l'acquisto di titoli del debito pubblico sui mercati secondari non viola il diritto dell'Unione. I giudici di Karlsruhe per la prima volta hanno messo in discussione la giurisprudenza europea creando un precedente pericoloso. Se i tedeschi si oppongono ai giudici in Lussemburgo, possiamo farlo anche noi, potrebbero ad esempio pensare altri Paesi come l'Ungheria o la Polonia. In attesa di conoscere le reazioni ufficiali del consiglio direttivo di Francoforte conclusosi a mercati chiusi, la sentenza della Corte tedesca ha avuto un primo impatto sullo spread. Il differenziale di rendimento tra il Btp decennale benchmark scadenza agosto 2030 e il pari durata tedesco, che aveva aperto a 233 punti base, è progressivamente salito fino a sfiorare i 250 punti base per poi ripiegare a 248. Quanto alle Borse, la sbandata è stata contenuta: dopo il verdetto i principali listini del Vecchio Continente hanno rallentato per poi riprendere vigore nel resto della seduta anche sulla scia dell'avvio positivo di Wall Street. Il grande ritorno del Brent sopra i 30 dollari, grazie all'imminente alleggerimento del lockdown in molti Paesi, ha fatto da contraltare ai giudici di Karlsruhe. Piazza Affari ha così chiuso con un +2,07%, Francoforte con un rialzo del 2,51%e Parigi del 2,40%, mentre Londra solo un po' più cauta, è salita dell'1,7 per cento. Le Borse stanno quindi digerendo le cattive notizie, ma anche considerando quelle buone ovvero che nulla per il momento è davvero cambiato. La sentenza di ieri non si applica ai programmi adottati dalla Bce in risposta alla crisi del coronavirus. In particolare al Pepp, il programma pandemico di acquisto da 750 miliardi che l'Eurotower ha lanciato il 18 di marzo per fornire un sostegno all'economia e attenuare le tensioni sui mercati. Bisognerà comunque capire se anche il previsto ampliamento con la massima flessibilità e «senza limiti» di questo piano finirà davanti ai giudici tedeschi in un prossimo ricorso. Insomma, la portata politica della decisione di ieri rischia di smorzare la spinta a tutti gli ambiti della politica monetaria non convenzionale. Quanto al programma Pspp, per il momento può continuare ma la Bce dovrà comunque dimostrarne l'aderenza ai limiti che la stessa Corte Europea aveva fissato nel dicembre 2018 come il tetto del 33% dei titoli di uno Stato e la rigida base di ripartizione degli acquisti. i Fabrizio Pagani, ex consigliere economico dei governi. Ora madame Lagarde dovrà sminare la sentenza dei giudici di Karlsruhe nei suoi aspetti più insidiosi evitando che il Qe vada avanti senza il sostegno dell'azionista di riferimento. Se la Bundesbank dovesse togliere il consenso alle misure non convenzionali o persino vendere i titoli di Stato in portafoglio, il bazooka diventerebbe politicamente una pistola ad acqua.
Michela Moioli posa con la sua medaglia di bronzo durante la cerimonia di premiazione della finale femminile di snowboard cross ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026, a Livigno (Ansa)
La quiete dopo la tempesta. Dopo la sbornia di giovedì, con gli ori che ancora luccicano al collo di Federica Brignone e Francesca Lollobrigida e l’argento di Arianna Fontana, la decima giornata dei Giochi invernali in corso a Milano-Cortina ha portato all’Italia una sola nuova medaglia, la diciottesima di questa Olimpiade casalinga, e qualche delusione.
L’emozione più grande l’ha regalata Michela Moioli, protagonista di una vera e propria impresa che rispetto a quelle firmate dalla Tigre di La Salle o dalla Freccia bionda - per chi non lo sapesse sono i soprannomi da battaglia di Brignone e Fontana - ha da invidiare soltanto il colore del metallo. Perché anche qui siamo in presenza di qualcosa di epico. La trentenne di Alzano Lombardo ha conquistato un bronzo insperato nello snowboard cross, completando con coraggio una rimonta che resterà nella memoria, non solo della disciplina che si svolge sulla tavola, ma dello sport in generale. Sulla pista di Livigno, Moioli ha dovuto recuperare dallo svantaggio nei confronti delle avversarie ben due volte: prima in semifinale, superando la francese Lea Casta e l’austriaca Pia Zherkhold, poi nella big final, dove ha ripreso e superato la svizzera Noemie Wiedmer negli ultimi metri, fino a scavalcarla sul terzo gradino del podio. Podio completato dall’australiana Josie Baff, medaglia d’oro, e dalla ceca Eva Adamczykova, argento. E dire che l’avventura olimpica della campionessa azzurra non era iniziata sotto i migliori auspici. Una caduta in allenamento, pochi giorni prima della gara, aveva messo a rischio la sua partecipazione. «Quando sono stata portata in elicottero a Sondalo ho pensato che i miei Giochi fossero finiti perché ero bella rintronata dalla caduta. Ieri che c’era la gara dei maschi sono stata tutto il giorno sul divano morta. E mi sono detta «Io domani come cacchio faccio», però ho una capacità di recupero notevole. Ho una squadra fortissima che mi ha aiutato in tutto e anche il Coni e l’Esercito. Comunque, è sempre la forza del cuore quella che fa la differenza ogni volta», ha raccontato Moioli mostrando le ferite ancora fresche sul suo volto a causa del trauma facciale riportato. «Sono così, tocco il fondo e risorgo come una fenice. Stavolta l’ho fatto con la faccia distrutta».
Se la gioia dell’atleta bergamasca ha illuminato la giornata di ieri, il biathlon maschile ha riservato invece una delusione per Tommaso Giacomel. Il trentino, tra i favoriti della 10 chilometri sprint, ha chiuso ventiduesimo a 1’43» dall’oro vinto dal francese Quentin Fillon Maillet. «Ho fallito, credo che questa fosse la gara più adatta a me e ho fallito. Sono molto deluso. Arrivare qui da favorito o comunque tra i favoriti e poi performare così male è una cosa che mi fa molto arrabbiare. Sinceramente non ho idea di cosa ho sbagliato. Non è finita, però la gara di domenica è già compromessa con il risultato di oggi», ha commentato Giacomel, visibilmente provato. I compagni di squadra Lukas Hofer, Nicola Romanin ed Elia Zeni hanno chiuso rispettivamente tredicesimo, sedicesimo e oltre la cinquantesima posizione, mentre le altre due posizioni sul podio restano saldamente nelle mani dei norvegesi Vetle Sjåstad Christiansen e Sturla Holm Laegreid. L’altra amarezza per i nostri colori è arrivata nel tardo pomeriggio dal pattinaggio di velocità maschile, dove i due azzurri Riccardo Lorello e Davide Ghiotto hanno chiuso la gara dei 10.000 metri fuori dal podio. Una delusione soprattutto per Ghiotto, che si avvicinava alla «gara dei re - così viene definita la competizione più combattuta e ambita del panorama del ghiaccio olimpico - da favorito e recordman mondiale su questa distanza, oltre che vincitore di tre titoli iridati consecutivi.
Dal ghiaccio della pista lunga di Rho Fiera, dove si svolgono le gare di pattinaggio di velocità, a quello dell’Arena Santa Giulia. Nemmeno l’hockey maschile può gioire: la nazionale allenata dal ct finlandese Jukka Jalonen ha affrontato alla pari la Slovacchia, ma ciò non è bastato per evitare la seconda sconfitta (3-2) nel torneo olimpico dopo quella patita all’esordio contro la Svezia.
In una giornata «povera» di medaglie, uno dei momenti più suggestivi per il pubblico italiano presente sugli spalti è arrivato nel corso della 10 chilometri sprint di biathlon. Il francese Emilien Jacquelin, grande tifoso di Marco Pantani, ha corso con l’orecchino che gli era stato regalato dalla famiglia del campione romagnolo e, in uno dei passaggi più intensi della gara, ha lanciato la bandana proprio come faceva il Pirata prima delle sue volate in salita.
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Ansa
Il processo non è recente. Già nel 1963, sei anni prima del Sessantotto, l’Università di Stanford abolì il corso di Storia della civiltà occidentale. In Italia, il disastro è cominciato nel Sessantotto, che però è eterno, sembra non essere mai finito. L’idea del professore politicamente neutrale appare da decenni una delicata contraddizione in termini: «professore di sinistra» non è più una categoria sociologica, ma una normalità data per scontata. Antonio Gramsci teorizzò la necessità di occupare i gangli del potere - magistratura, scuola, spettacolo, giornalismo - e Palmiro Togliatti lavorò perché quella strategia diventasse realtà. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’egemonia culturale si è trasformata in senso comune e il dissenso è percepito come una colpa morale. Anche come colpa mortale.
Sergio Ramelli è stato ucciso e ancora si irride la sua morte. La storia di Sergio Ramelli è una di quelle che mettono a disagio perché non si lasciano archiviare con una formula. Non è una «tragica fatalità», non è un «clima di tensione», non è nemmeno un «errore». È una storia semplice e proprio per questo intollerabile: un ragazzo di 18 anni ucciso a colpi di chiave inglese per un tema scolastico scritto «male», o forse scritto troppo bene, o semplicemente scritto. Ramelli non era un personaggio con un qualche peso politico, non era un capo, non era nulla di particolarmente pericoloso. Era uno studente. Ma negli anni Settanta nell’Italia che custodiva il più potente Partito comunista del mondo occidentale, bastava poco per diventare colpevoli: bastava non essere dalla parte giusta. La sua colpa fu di pensare fuori dal perimetro consentito. Il suo tema esprimeva concetti su cui si poteva e si può essere d’accordo o meno, ma era senza dubbio un tema molto ben argomentato.
Nei tempi decenti i temi potevano essere solo sull’analisi de L’Infinito di Giacomo Leopardi o sulla figura di don Abbondio. In tempi ignobili i temi sono di «attualità», vale a dire di politica, vale a dire di indottrinamento, perché il tema di Ramelli era comunque un ottimo tema e prese un’insufficienza, dimostrando che la libertà di opinione millantata dalla nostra costituzione è, insieme a «La legge è uguale per tutti», uno spettacolare esempio di umorismo involontario. E l’insufficienza è ancora il meno. La scuola, che avrebbe dovuto proteggerlo, lo segnalò. La politica, che avrebbe dovuto ignorarlo, lo marchiò. La violenza, che non aveva bisogno di molte giustificazioni, fece il resto. Sergio Ramelli morì dopo settimane di agonia. Ne dà una dolente testimonianza sua madre, che giorno dopo giorno gli tenne la mano sperando in un miracolo che non venne, mentre sui muri e sui ciclostili si sghignazzava per l’agonia e la morte del suo ragazzo. E per molto tempo, più della sua morte, fece rumore il silenzio. Un silenzio educato, responsabile, quasi morale, quello degli educati moralmente superiori, quello dei responsabili, perché alcune vittime disturbano l’educato e sempre etico arredamento ideologico. E allora si preferisce non nominarle, come certi parenti imbarazzanti alle cene di famiglia.
La storia di Sergio Ramelli non insegna nulla, dicono. Ed è proprio questo che fa paura. Insisto: un buon professore - come un buon magistrato - dovrebbe essere qualcuno di cui è impossibile indovinare le idee politiche. Non perché non ne abbia, ma perché non le manifesta nel suo lavoro e rinuncia persino a esibirle nello spazio pubblico, consapevole che la sua imparzialità, come la virtù della moglie di Cesare, deve essere al di sopra di ogni sospetto. Dove l’imparzialità è al di sotto di ogni sospetto, prendiamo atto che la moglie di Cesare è di facili costumi. Magistrati ufficialmente schierati arricchiscono la giurisprudenza di sentenze indubbiamente creative, mentre professori apertamente schierati stigmatizzano e deridono non solo idee politiche diverse dalle loro, ma anche posizioni etiche e religiose tradizionali. Il cristianesimo «forte» viene trattato come un residuo imbarazzante: dalla condanna dell’aborto come omicidio alla considerazione dell’cosiddetta omosessualità come peccato, ogni visione non conforme viene liquidata come segno di spregevole arretratezza morale. Per inciso: anche in epoca di pandemia Covid non pochi professori hanno manifestato pubblicamente la loro perplessità per gli studenti non inoculati e li hanno indicati al pubblico ludibrio come potenziali untori. I professori che non si sono inoculati sono stati sospesi senza stipendio e i loro colleghi lo hanno trovato giustissimo, vista la mancanza di una qualsiasi forma di solidarietà. Quando poi sono rientrati, questi docenti non hanno potuto subito insegnare: c’era il rischio che insegnassero la libertà e il coraggio. Sono stati rinchiusi negli sgabuzzini e nei sottoscala a contare i ragni. Così la scuola, da luogo del sapere, diventa spazio di rieducazione. E il professore imparziale resta, appunto, una creatura mitologica.
A chiarire la natura profonda di questo processo è stato il filosofo francese Jacques Ellul. Nel suo libro Propaganda, Ellul spiega che il mezzo più potente di indottrinamento nelle società moderne non è la propaganda esplicita dei regimi totalitari, bensì quella silenziosa e pervasiva delle democrazie avanzate, una propaganda che «educa». Secondo Ellul, la scuola rappresenta lo strumento privilegiato di questo meccanismo, perché non solo in non pochi casi arrotondi la realtà, per cui, ad esempio, le decine di milioni di vittime del comunismo sono scomparse, ma perché seleziona i quadri mentali attraverso cui le nozioni vengono interpretate. L’indottrinamento moderno non consiste nel dire cosa pensare, bensì nel delimitare ciò che è pensabile. Una volta interiorizzati certi presupposti morali e ideologici, il soggetto crede di ragionare liberamente, mentre in realtà si muove all’interno di un recinto invisibile. Ellul sottolinea come l’educazione sia particolarmente efficace proprio perché rivolta ai giovani, quando le difese critiche non sono ancora formate e l’autorità dell’istituzione scolastica gode di una legittimazione quasi sacrale. Ciò che viene insegnato a scuola non viene percepito come opinione, ma come evidenza, non come ideologia, ma come neutralità scientifica. È in questo modo che la propaganda diventa totalizzante: quando smette di apparire come tale. Applicata al contesto contemporaneo, l’analisi di Ellul illumina con precisione inquietante il funzionamento della scuola odierna. Non si tratta più di discutere la storia, ma di giudicarla; non di comprenderla, ma di condannarla. L’Occidente non è studiato come civiltà complessa, contraddittoria e plurale, bensì come colpevole originario da decostruire. E lo studente non è chiamato a formarsi un’opinione, ma a espiare. Solo odiando l’Occidente e spaccando la testa di Sergio Ramelli o del poliziotto che cerca di proteggere Torino guadagnerà l’innocenza. In questo quadro, il pluralismo non è assente per caso: è strutturalmente incompatibile con l’obiettivo. Perché, come Ellul avvertiva, la propaganda più riuscita è quella che riesce a presentarsi come educazione morale. E la scuola, da luogo del sapere, diventa così il più efficiente laboratorio di conformismo spietato. Sia coloro che hanno spaccato le ossa del cranio di Sergio Ramelli, che quelli che hanno tentato di spaccare quelle del poliziotto aggredito a Torino, sono studenti: frutti di una scuola ideologizzata, quindi, per definizione, una scuola cattiva, anzi pessima, l’ultimo baluardo della mai veramente defunta Unione sovietica. È la scuola che ha armato con la chiave inglese o il martello.
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«Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette» (Disney+)
Allora, si dice la passione fosse ormai sopita, logorata da un'esposizione mediatica eccessiva, da incomprensioni e battibecchi, da un chiacchiericcio che, a distanza di oltre venticinque anni, ancora non ha perso veemenza. Cosa sia successo dentro quell'amore da filma, tra persone che sembravano essersi scelte senza riserve, sole tra mille, nessuno lo ha mai saputo con certezza. La cerchia di John F. Kennedy Jr. riferisce di sensibilità diverse, cuori distanti. Voleva figli, l'erede della dinastia Kennedy. Si avvicinava ai quaranta e avrebbe voluto la moglie gli consentisse di allargare la famiglia.
Ma Carolyn non avrebbe avuto alcun istinto materno. Carolyn, ex commessa con un lavoro nella moda. Carolyn, che le cronache descrivono cocainomane. Carolyn, che nei racconti degli amici voltava la testa dall'altra parte, ogniqualvolta il marito toccava l'argomento.Gli affetti più cari di John John sostengono lui stesse per chiedere il divorzio. Prima, però, sarebbe andato al matrimonio della cugina, portando con sé la moglie, un abito nero di Yves Saint Laurent comprato da Saks, e la cognata. Guidava lui il Piper Saratoga che, il 16 luglio 1999, è decollato alla volta di Martha's Vineyard, senza mai arrivarvi. Quel piccolo aereo è caduto nel mare, John e Carolyn sono morti, con loro la sorella di lei. L'amore da film s'è interrotto quel giorno, è finito prima che un giudice lo rendesse carta straccia, prima che i giornali facessero a pezzi il ricordo di quel che erano stati. La coppia più bella degli Stati Uniti d'America è morta, e - venticinque anni più tardi - è una serie tv a ritrovarla.
Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, su Disney+ a partire da venerdì 13 febbraio, vuole ricostruire quell'amore da film. Dagli inizi, dal primo incontro all'interno di Calvin Klein, quando Carolyn, bionda ed etera, si era ormai affrancata dal ruolo di commessa per diventare dirigente e confidente di CK. Lo show, che alla regia porta la firma di Ryan Murphy, racconta come la coppia si sia innamorata, come lo scapolo d'oro sia diventato marito, gli americani pazzi di quel duo-gioiello. Ma racconta altresì come i media, la sovraesposizione, abbiano pian piano minato la serenità della coppia. Di Carolyn, in particolare, una donna della porta accanto che non avrebbe mai voluto essere oggetto della bulimia dei rotocalchi.
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A spiegarci di che cosa si tratti è stato anche il Corriere della Sera, che giovedì così titolava la recensione: «Gestazione per altri, storia di solidarietà». Ovvero, come far passare la pratica dell’utero in affitto per «una storia d’amore, solidarietà, rispetto, al di là di ogni ideologia». Potenza artistica della rappresentazione, di e con Rossella Fava, autrice e attrice, che sui social racconta di aver «preso spunto dalle interviste che ho realizzato nel giro di un anno, a uomini e donne che hanno affrontato percorsi di Pma e Gpa».
Sulla piattaforma del Teatro della Cooperativa lo spettacolo viene presentato come «un testo importante e necessario che affronta un tema complesso e ancora troppo poco conosciuto, di estrema delicatezza, e che nel nostro Paese, a differenza di altri, fatica ancora a trovare una legislazione più giusta e più umana».
Senza mezzi termini, si definisce dunque disumana la legge italiana che vieta la surrogata e la rende reato universale. Non bastasse, viene lanciata questa provocazione: «Oggi chi è madre? Chi un bambino lo partorisce o chi lo desidera e lo cresce?».
E per togliere anche l’ultimo dubbio sulla collocazione ideologica dell’iniziativa, il pubblico è informato che domenica 15 febbraio «al termine dello spettacolo, ci sarà un incontro con Francesca Re, avvocato e consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni Aps», che vuole la legalizzazione dell’eutanasia, la gestazione per altri e le tecniche di fecondazione assistita per le coppie dello stesso sesso. Venerdì prossimo, 20 febbraio, sempre al termine dello spettacolo «ci sarà un incontro con l’Associazione Famiglie Arcobaleno», composta da genitori Lgbt.
«Non conosco questo spettacolo ma il modo in cui viene presentato è sufficientemente eloquente. C’è un continuo, tenace tentativo di presentare l’utero in affitto come un gesto solidale, mentre è una organizzazione commerciale, sempre regolata da un contratto e da passaggi di denaro», interviene con fermezza Eugenia Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità. «È una pratica che lede nel profondo la dignità delle donne e i diritti dei bambini. Nonostante la ricerca spasmodica di storie che dimostrino il contrario, la verità è che dietro l’utero in affitto c’è un mercato transnazionale che commercializza i corpi, i bambini, la genitorialità. Ci sono dei contratti molto rigidi, delle penali, uffici legali e clausole durissime, cataloghi di ovociti come fossero merce da banco, giri vertiginosi di denaro, del quale di norma alle donne bisognose che portano avanti le gravidanze vanno le briciole».
Il ministro sottolinea: «In Italia l’organizzazione, la realizzazione e anche la pubblicizzazione di queste pratiche è reato da più di vent’anni, e la legge approvata in questa legislatura, che impedisce di aggirare il divieto e rende l’utero in affitto punibile per i cittadini italiani anche se vanno all’estero a praticarlo, pone il nostro Paese all’avanguardia nella lotta per i diritti delle donne e dei bambini. Siamo un esempio per il mondo, e stiamo lavorando per costruire un’alleanza internazionale contro questa barbarie. Nessun tentativo di “normalizzarla” o spacciarla per una pratica solidale potrà cambiare la realtà».
Invece, in questi giorni la maternità surrogata viene spacciata come un gesto altruistico lanciando un messaggio devastante dal palcoscenico di un teatro che riceve contributi statali e regionali. L’associazione, fondata nel 2002 dal drammaturgo, regista e attore Renato Sarti e che ha come obiettivo «fin dalla sua fondazione, la promozione dei valori della memoria storica e dell’antifascismo», mostra la contabilità solo fino al 2024. In quell’anno aveva ricevuto dal ministero della Cultura 113.838 euro; dalla direzione Cultura area spettacolo del Comune di Milano 52.898,18 euro; dalla Regione Lombardia, direzione generale cultura, tre acconti per complessivi 20.800 euro. Gli anticipi 2025 del ministero della Cultura sono di 63.555,76 euro; dalla Regione Lombardia di 27.000 euro. L’acconto contributo per le attività 2026 è di 18.900 euro, 18.900 euro l’importo per quelle del 2027. Sicuramente le cifre liquidate saranno ben superiori. Nella graduatoria Next - Laboratorio delle idee per la produzione e programmazione dello spettacolo lombardo 2025/2026, «M(Other)» era stato selezionato con il punteggio 73 su 100. E aveva ricevuto un «rimborso spese» di 10.500 euro.
Alla trasmissione Il Suggeritore Night Live di Radio Popolare, a cura di Ira Rubini, Rossella Fava ha spiegato di essere cresciuta «con l’immagine della donna con il pancione e che partorendo sarebbe stata lei la mamma del bambino ma oggi, grazie al progresso della scienza e della tecnica in maniera di procreazione, grazie alla gestazione per altri, di madri tra virgolette ce ne possono essere fino a tre. La donna che partorisce il bambino, la donna che fornisce il materiale genetico e la donna che invece lo desidera e lo crescerà. La mamma diventa doppia o trina». Ecco, con quale atteggiamento si affronta a teatro un reato universale. Sempre a Radio Popolare, il regista Sarti (che a settembre era tra coloro che manifestavano «giù le mani dal Leoncavallo»), ha definito «bella l’dea di tre donne in un unico corpo, soprattutto in un periodo di maschilismo esasperato».
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