2018-06-20
Carlo De Benedetti (Imasgoeconomica)
- La lettera degli avvocati dell'ingegnere alla Verità: «De Benedetti fu sollevato dalle accuse a suo carico».
- Il direttore Maurizio Belpietro: «L’Ingegnere fu prosciolto, ma le tangenti alle Poste e le soffiate di Renzi son fatti. Nel 1993 andò lui da Di Pietro a confessare le mazzette. Quanto al caso degli spifferi sulle Popolari, è tutto nelle intercettazioni. La tessera del Pd? Lo dichiarò egli stesso».
Egregi signori,vi scriviamo in nome e nell’interesse dell’ingegner Carlo De Benedetti, che ci ha incaricate di chiedervi la rettifica di alcune affermazioni non rispondenti al vero, pubblicate in data 11.4.2026 sul quotidiano La Verità nell’articolo a firma di Maurizio Belpietro, anticipato sulla prima pagina del giornale con il titolo «Il complotto Renzi-De Benedetti» e poi pubblicato, alla pagina 3, con il titolo «De Benedetti vuole cacciare Meloni e benedice il governo del presidente»; articolo pubblicato anche nella versione online del quotidiano.Nell’indicato articolo, l’ing. De Benedetti viene presentato ai lettori come «l’ex padrone di Olivetti, che piazzò vecchie telescriventi al ministero delle Poste in cambio di tangenti». Si sostiene, inoltre, che «Matteo Renzi gli spifferava notizie sulle prossime riforme, come ad esempio quella sulle banche popolari», ma la «magistratura [...]- guarda caso - nel comportamento dell’Ingegnere non riscontrò alcun reato». Il tutto corredato, sia nella versione cartacea sia nella versione online del quotidiano, da fotografie del nostro assistito.Con riguardo alle predette affermazioni, volte a gettare cattiva luce sull’ing. De Benedetti all’evidente scopo di minare la sua credibilità e delegittimare le opinioni dallo stesso espresse in occasione dell’intervista rilasciata nella trasmissione Otto e mezzo del 9 aprile 2026, si precisa che, come certamente noto al dott. Belpietro, l’ing. De Benedetti, con riferimento alla vicenda della fornitura di telescriventi alle Poste, è stato prosciolto dall’accusa di corruzione, caduta solo in parte per prescrizione. Quanto alle «notizie» che Matteo Renzi gli avrebbe fornito sulla riforma delle banche popolari, si precisa che il caso è stato archiviato sia dalla Consob che dalla Procura della Repubblica di Roma, non certo per favorire l’Ingegnere, come insinuato dal dott. Belpietro, ma in quanto è emerso che l’informazione allo stesso fornita, che si supponeva riservata, era in verità già pubblica.Quanto alla «tessera del Pd», si evidenzia che l’ing. De Benedetti non l’ha mai richiesta né ricevuta. Vi invitiamo, pertanto, a rettificare le informazioni non veritiere sopra riportate, mediante la pubblicazione della presente lettera da effettuarsi sul quotidiano La Verità, anche nella versione online, entro e non oltre il 16 aprile p.v., con evidenza pari a quella dell’articolo cui la smentita si riferisce.
Avv. Elisabetta Rubini
Avv. Alessandra Grissini
Le amnesie dell’ingegnere su tangenti, affari e Pd
Gentili Signori Avvocati, capisco che Carlo De Benedetti tenda a rimuovere una serie di fatti del passato, ma la mattina del 16 maggio del 1993 l’Ingegnere (così era chiamato) si presentò in una caserma dei carabinieri e di fronte ad Antonio Di Pietro ammise di aver pagato tangenti per una ventina di miliardi di lire, di cui 10 per fornire apparecchiature alle Poste.
La Repubblica, il giornale che aveva comprato da Eugenio Scalfari e dal principe Carlo Caracciolo e da lui trasformato in straordinario strumento per accreditarsi con la politica, titolò: «Era un clima da racket, o pagavi o non lavoravi». Un paio di giorni dopo quella confessione, De Benedetti rilasciò un’intervista al Wall Street Journal e la giornalista introdusse l’argomento dicendo che l’Ingegnere non chiedeva scusa per le tangenti pagate, ma anzi assicurava di non essere pentito per ciò che gli veniva contestato, «perché queste erano le regole del gioco negli anni Ottanta». Insomma, il grande imprenditore ammetteva tutto, ma si dichiarava vittima. Nicola Porro, in un articolo di parecchi anni fa, ricostruì i fatti, calcolando anche quanto fatturava l’Olivetti prima del «taglieggiamento» subito dall’Ingegnere e quanto invece incassò dopo. Nel 1987 Ivrea riceveva dalle Poste ordini per 2 miliardi di lire, ma l’anno dopo passò a 205 miliardi. «Quanto è valso all’Olivetti di De Benedetti sottoporsi a questo racket (pagando una tangente da 10 miliardi di lire, ndr)?» si chiese Porro: «In cinque anni, 600 miliardi di lire». Dunque, quale sarebbe l’affermazione non rispondente al vero?
Nel procedimento che una decina di anni fa lo ha opposto a Marco Tronchetti Provera fu lo stesso Ingegnere a ricordare in Aula di essersi spontaneamente presentato a Di Pietro per ammettere il pagamento di mazzette e prendersi «la responsabilità per quello che sapevo e quello che non sapevo». Nonostante ciò, De Benedetti è stato assolto e prosciolto? Trascrivo qui una cronaca del Fatto quotidiano del 2015: «De Benedetti fu coinvolto in due distinti procedimenti penali promossi dai pm di Roma per forniture sospette di macchine Olivetti alle Poste: ne uscì in un caso con l’assoluzione e nell’altro con la prescrizione». Ma che quelle telescriventi fossero state acquistate grazie a una mazzetta non è in discussione: è storia, anche se De Benedetti preferisce rimuovere la faccenda.
Quanto al resto, cioè alla riforma delle banche popolari, capisco che, come ha ammesso in Aula durante il procedimento contro Marco Tronchetti Provera, l’Ingegnere molte cose non le ricordi; tuttavia, questa è l’intercettazione tra lui e Gianluca Bolengo, il broker che all’epoca gestiva i suoi investimenti personali.
De Benedetti: «Faranno un provvedimento. Il governo farà un provvedimento sulle Popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi… una o due settimane».
Bolengo: «Questo è molto buono perché c’è concentrazione nel settore. Ci sono troppe banche popolari. Sa, tutti citano il caso Sondrio, città di 30.000 abitanti».
De Benedetti: «Quindi volevo capire una cosa (incomprensibile) salgono le Popolari?».
Bolengo: «Sì, su questo se passa un decreto fatto bene salgono».
De Benedetti: «Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa».
Bolengo: «Se passa è buono, sarebbe da avere un basket sulle Popolari. Se vuole glielo faccio studiare, uno di quelli che potrebbe avere maggior impatto e poi però bisognerebbe coprirlo con qualche cosa».
Così l’Ingegnere guadagnò 600.000 euro senza fatica. Che altro c’è da aggiungere rispetto a quanto da me scritto? Anche per questo fatto De Benedetti è stato assolto? L’ho evidenziato. Ma l’indiscrezione sulla riforma, la telefonata al broker di fiducia dopo aver ricevuto l’informazione da Renzi e il guadagno da 600 mila euro restano. Sono fatti, che nessuna tentazione di sbianchettamento può cancellare.
E a proposito dell’operazione pulizia, ad annunciare al quotidiano di casa l’iscrizione al Pd fu lo stesso Carlo De Benedetti. Il 14 ottobre 2007, in occasione della fondazione del nuovo soggetto politico, sulla Repubblica uscì una sua intervista a Ezio Mauro, dal titolo «Il mio voto per Walter, sognando una forza riformista», in cui dichiarò: «Andrò a votare e chiederò la tessera numero uno». Si è poi pentito e non ha più voluto la tessera o quella frase gli serviva solo per accreditarsi con il nuovo partito? Non lo so, ma francamente poco mi importa e credo che, conoscendo le tendenze politiche dell’Ingegnere, poco importi anche ai lettori.
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Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Trump, furioso per l’altolà della Meloni sugli insulti al Papa, attacca: «Inaccettabile è lei. Sono scioccato: non ha coraggio, non mi aiuta con la guerra». Per Giorgia (che ha scaricato Netanyahu) è quasi un assist. Ma ora ha una nuova sfida tra Usa e Ue. Mentre l’opposizione vive di miserie.
Prima era una cheerleader, ora un servo sciocco. In altre parole, qualunque cosa dica e faccia, per l’opposizione Giorgia Meloni comunque sbaglia. Nella foga di attaccarla anche ora che ha preso le distanze dalle volgari accuse di Trump al Papa, a Riccardo Ricciardi, capogruppo dei 5 stelle alla Camera, scappa la frizione.
Non soltanto dichiara che «ci sono servi sciocchi talmente sciocchi che poi anche i padroni li prendono in giro», ma addirittura accusa la premier di essere stata prona a Trump per quattro anni, anche se il presidente americano si è insediato a gennaio del 2025.
Giuseppe Conte, appena più misurato del suo capogruppo, a Meloni rimprovera di essere stata ambigua e dunque, ora che i nodi vengono al pettine, di pagare la mancanza di linearità. Gongola invece Matteo Renzi, che su X riporta le parole di Trump, per concludere che se questo è ciò che dice un suo alleato, figuratevi che cosa sostengono gli altri.
Insomma, avete capito che a sinistra fanno festa, nella speranza che in un futuro prossimo questo serva a fare la festa al capo del governo. Dopo aver chiesto per mesi, anzi per un anno (non per quattro come dice Ricciardi) di dichiarare guerra a Trump, adesso gli stessi sprizzano gioia perché Trump dichiara guerra a Meloni, mostrando in qualche caso perfino sorpresa. Volevano che si dissociasse e quando lo ha fatto, ecco la prevedibile reazione. Che c’è da stupirsi? Per mesi abbiamo assistito agli attacchi del presidente americano contro chiunque intralciasse la sua strada. Che fosse per una critica sui dazi o per una obiezione sulle strategie per il Medioriente e l’Ucraina, l’inquilino della Casa Bianca ha sempre reagito allo stesso modo, ovvero con una valanga di insulti. Dunque, invece di riconoscere che per un anno Meloni è stata abile a non portarci in guerra contro il capo della più importante potenza mondiale, sfruttando i fragili equilibri fra Stati Uniti e Europa anche sui temi economici, l’opposizione va all’attacco, non riuscendo a celare l’entusiasmo per un’aggressione che è contro l’Italia e gli interessi nazionali. Trump attacca la premier perché non asseconda la sua guerra contro l’Iran e la sinistra, che dice di voler fermare la guerra, ma anche che Trump è un dittatore pazzo, gode.
È il cortocircuito di partiti e leader che hanno perso i punti cardinali e navigano alla cieca, senza sapere nulla della direzione intrapresa. Nel tentativo di dare la spallata a Meloni sono pronti a usare perfino l’uomo che fino a ieri definivano uno squilibrato al comando. Ma al di là di queste miserie umane e politiche, delle contraddizioni, e tralasciando la pochezza di chi oggi si diverte a vedere insultato il capo del governo dell’Italia, resta un tema di fondo. Dichiarare guerra agli Stati Uniti non si può. E non si può neppure sposare tutte le fesserie di un’Europa che si è dimostrata inesistente anche nell’ora più buia della guerra nel Golfo. Dunque a Giorgia Meloni tocca un compito non facile e cioè trovare, dopo l’attacco di Trump, una terza via, per riuscire a mantenere relazioni con gli Stati Uniti ma senza esserne vittima, come si rende necessario individuare un rapporto con Bruxelles senza subirne le follie. Ci vorrà pazienza e serviranno capacità per non essere schiacciati né sull’America né sull’Europa. La sfida dunque è tutta italiana ed è quella che a sinistra non soltanto non sanno cogliere, ma neppure immaginano. Il loro velleitarismo infatti si esaurisce nel tentare di essere la brutta copia di Pedro Sánchez. Un parolaio rosso simile, ma più furbo, a compagni che a forza di allargare il campo hanno perso la via d’uscita.
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Matteo Ricci (Ansa)
Dal tour «Pane e politica» sono emerse spese pazze. E cene elettorali pagate con i denari pubblici della Fondazione.
Per settimane, proprio nel periodo clou dell’inchiesta, coincidente con la campagna elettorale per le elezioni regionali fallita da Matteo Ricci, ex sindaco di Pesaro ed eurodeputato (con immunità), il Partito democratico, i giornali progressisti ma anche alcuni quotidiani di destra, avevano continuato a sostenere che, nel caso dell’Affidopoli alla pesarese, al consenso politico non corrispondeva corruzione. Una linea difensiva rassicurante.
E la narrazione continuò anche quando La Verità, in solitudine, tirò fuori una vicenda precisa, quella delle cene elettorali, che ora la Procura inquadra in una precisa fattispecie di reato: il peculato, previsto dall’articolo 314 del codice penale. Punisce il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che si appropria di denaro o altra utilità di cui ha la disponibilità per ragioni d’ufficio. La pena prevede, nella forma base, la reclusione da 4 a 10 anni e 6 mesi.
Lo scoop della Verità del 25 luglio scorso aveva acceso un faro su una cena elettorale del 12 aprile 2024, ultimo atto della tournée «Pane e politica», il libro con tour che ha traghettato Ricci verso Bruxelles. La cena era politica. Ma, secondo gli inquirenti, pagata almeno in parte con soldi pubblici, tramite un affidamento partito dalla fondazione Pescheria Centro arti visive (la cassaforte del
Comune per gli eventi della Capitale della cultura). Costo da saldare 5.098 euro più Iva. Nelle carte si parla di un «affidamento diretto alla società di catering (Giustogusto, ndr) per un evento istituzionale da 4.870 euro, cifra superiore rispetto a quella concordata» con il fornitore. Una differenza che, secondo la Procura, sarebbe servita a «consentire il pagamento parziale» di prestazioni precedenti «non imputabili per loro natura e finalità alla Fondazione Pescheria». Un atto formalmente legittimo che diventa il contenitore di costi estranei. E tra queste prestazioni viene indicata proprio la cena scovata dalla Verità. Nel meccanismo entra anche Marcello Ciamaglia, all’epoca addetto stampa del Comune di Pesaro, che, secondo l’accusa, si sarebbe accordato con la ditta di catering per le modalità di pagamento, «indicando ai titolari […] di rivolgersi a Silvano Straccini (all’epoca direttore generale della Fondazione, ndr) per ottenere il saldo residuo […] pari a euro 5.000». Una compensazione, secondo gli inquirenti. Un modo per far rientrare spese politiche dentro un capitolo istituzionale. A svelare il trucchetto era stato l’amministratore di Giustogusto, Marco Balducci. Ci disse che in cambio di uno sconto aveva ottenuto l’inserimento della sua ditta nell’elenco dei fornitori della Fondazione, da cui aveva avuto poi un paio di incarichi. L’imprenditore ha poi confermato agli investigatori della Squadra mobile e della Guardia di finanza quanto già raccontato a noi.
Lo stesso Balducci aveva identificato come mediatore dell’operazione Ciamaglia. Ed è qui che si innesta il nuovo capo d’accusa. Non più soltanto le ipotesi di corruzione precedentemente contestate. Spunta il peculato. Gli indagati sono sette, tra cui lo stesso Ricci, il suo factotum Massimiliano Santini, Straccini, l’ex capo di gabinetto del Comune, Massimiliano Amadori, la dirigente Paola Nonni e Ciamaglia. Straccini è accusato anche di falso per la firma di una determina collegata all’operazione.
Dentro ci finiscono anche le spese per la tournée di «Pane e politica». Video, trasferte, spese di produzione. Secondo l’accusa, pagamenti usciti dalle casse del Comune, «in violazione delle regole di trasparenza, imparzialità e buon andamento della Pubblica amministrazione» perché «non imputabili per loro natura e finalità» all’attività istituzionale, e invece riconducibili alla promozione politica. La ricostruzione degli inquirenti segue la stessa logica del catering: costi politici spalmati su capitoli amministrativi. La contestazione: la dirigente del Comune, «interferendo illegittimamente nella genesi dei provvedimenti», avrebbe gonfiato i pagamenti del filmaker per altri eventi, così da coprire anche le spese del tour. Spuntano 4.000 euro «per riprese video con attrezzatura professionale» ma, scrive la Procura, «al fine di corrispondere […] una parte del compenso per le prestazioni professionali da questi svolte su commissione “a voce” di Santini per conto del sindaco, per il suo tour “Pane e politica”». Gli inquirenti mettono in fila altre due determine. Questa volta firmate dalla dirigente comunale Marina Vagnini. L’oggetto è legato a «servizi di promozione e gestione attività video-fotografiche» per Natale 2022 e 2023. Spesa: 9.500 euro per ogni anno. La contestazione è questa: avrebbero attestato «fatti non corrispondenti al vero» e con la «consapevolezza che le somme […] erano maggiorate». In particolare, secondo la Procura, di «1.300 euro» nel 2022 e di «5.000 euro» nel 2023, «al fine di corrispondergli la restante parte del compenso» per attività svolte, ancora una volta, «su commissione «a voce» di Santini […] per conto del sindaco». E sempre per «Pane e politica».
Il tutto si inserisce all’interno del quadro che era già stato delineato. Quello dell’inchiesta principale, sugli affidamenti del Comune che, tra il 2019 e il 2024, ruotavano attorno alle associazioni Opera Maestra e Stella Polare (formalmente senza scopo di lucro ma «create ad hoc» per intercettare affidamenti e contributi), che resta in piedi e per il quale la Procura ha chiesto un’ulteriore proroga d’indagine.
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Pierluigi Tortora (Imagoeconomica)
Secondo l’Ansa la Plt Holding dell’imprenditore che ricandida Lovaglio alla guida della banca, avrebbe avuto linee di credito da Siena pari a oltre un terzo dei fidi bancari. Oggi l’assemblea: Palermo favorito per diventare ad.
Vigilia incandescente per l’assemblea di Montepaschi che oggi dovrà eleggere il nuovo consiglio d’amministrazione. Una miscela fra un copione già scritto e colpi di scena solo sperati. Oggi si alza il sipario sul rinnovo del cda, per un thriller con finale già spoilerato. La lista del cda uscente che indica come presidente Nicola Maione e ad Fabrizio Palermo secondo le indicazioni prevalenti viaggia oltre il 30% e si prepara a incassare almeno dodici seggi su quindici. Le altre liste, quella di Assogestioni e quella di Plt Holding, restano comparse.
Non irrilevanti, certo, ma nemmeno in grado di ribaltare il tavolo. In compenso, contribuiscono a rendere la trama più interessante. Perché dentro la lista Plt c’è Luigi Lovaglio. E qui la storia smette di essere tecnica e diventa narrativa pura. L’ex amministratore delegato è stato il manager chiamato a rimettere in ordine una banca che di ordine ne aveva visto poco. Un ruolo che gli ha garantito credito mediatico e gran fama. Ma oggi, alla prova dei fatti, quella narrazione mostra qualche fragilità. Perché in questa infuocata vigilia sono emerse novità che pesano come un macigno. Molto più delle dichiarazioni e delle percentuali. Emerge infatti un finanziamento di 133 milioni concesso da Mps a Plt Holding. Non una cifra marginale, non un dettaglio tecnico: oltre un terzo dei fidi complessivi ottenuti dalla società dal sistema bancario. Di questi, circa 120 milioni sarebbero stati erogati da Siena a partire dallo scorso settembre. È qui che la vicenda cambia tono. Perché non siamo più nel campo delle opinioni, ma in quello delle relazioni finanziarie concrete. Il socio che sostiene la conferma di Lovaglio è anche un soggetto che beneficia in modo significativo del credito della banca. Tutto legittimo, si dirà. E probabilmente lo è. Ma la questione non è solo formale: è di opportunità, di percezione, di equilibrio. La difesa di Pierluigi Tortora, patron di Plt è lineare: «Si tratta di un’operazione di project financing, non è affidamento». Una distinzione tecnica corretta, ma che fatica a dissipare il dubbio politico-finanziario. Perché, in assemblea, non si votano solo bilanci: si vota fiducia. E quando i rapporti tra soci e banca diventano così rilevanti, la fiducia smette di essere un concetto astratto e diventa una questione di trasparenza sostanziale. In questo contesto, la posizione di Lovaglio si fa più complessa. Non più soltanto il manager del risanamento, ma il perno di un sistema di relazioni che oggi verrà inevitabilmente passato al setaccio. E il fatto che la sua candidatura arrivi attraverso una lista legata a un soggetto così esposto verso la banca non aiuta a chiarire il quadro, anzi lo complica. L’assemblea, con il suo meccanismo a doppio voto introdotto dalla legge Capitali, farà il resto. Dopo la vittoria della lista del cda, si entrerà nel dettaglio dei singoli nomi. E lì le minoranze, i fondi, i grandi investitori avranno la possibilità di incidere davvero. Non sul se, ma sul chi. Una selezione che potrebbe ridimensionare ulteriormente il peso di Lovaglio, trasformando una possibile rielezione in una presenza simbolica. Nel frattempo, il nuovo corso sembra prendere forma. Fabrizio Palermo è indicato come futuro amministratore delegato con un livello di certezza che lascia poco spazio all’immaginazione. Il cambio di guida appare quindi meno come una scelta contingente e più come la chiusura di una fase. E forse è proprio questo il punto. La stagione di Lovaglio, al netto dei meriti e delle narrazioni, si chiude con il fiatone. Non con una bocciatura clamorosa, ma un progressivo slittamento fuori dal campo. Il mercato, come sempre, osserva con pragmatismo e reagisce con entusiasmo: il titolo sale, il conflitto piace, soprattutto quando è governato. Ma sotto la superficie resta una sensazione meno rassicurante. Che il Monte continui a essere un luogo dove le storie si sovrappongono ai numeri, e dove ogni tentativo di normalizzazione finisce per scontrarsi con una realtà più complessa. Oggi l’assemblea eleggerà un nuovo consiglio e darà una direzione alla banca. Ma porterà anche a galla una questione che difficilmente potrà essere archiviata con un voto: quella dei 133 milioni che la gestione Lovaglio ha concesso all’imprenditore che ora sostiene la sua riconferma. Perché in finanza, come nella vita, ci sono cifre che non sono solo cifre. Sono domande. E, a volte, anche risposte.
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