«Ogni parola uno sfregio, un’irrisione, una caricatura offensiva, un’accusa arbitraria, un insulto. È così ogni giorno, da anni. Nei giornali e in tv, sui canali social del leader politici e dei loro devoti luogotenenti. In quei titoli c’è la voce dominante, che rispecchia e a cui si intonano le moltitudini: siamo la maggioranza, non vedete?». In realtà, e non da oggi, la voce dominante sui media ripete esattamente il contrario, e cioè che bisogna accogliere, aprire le frontiere, essere inclusivi e tolleranti, occuparsi del disagio sociale dei giovani. È la medesima voce dominante di cui la De Gregorio si appropria: «I coltelli armano le mani dei ragazzi dopo che altre lame hanno armato il loro modo di pensare e di agire», sostiene. «Su questo non ci sono dubbi. Le parole vengono prima. Sono ciò che ci definisce come esseri umani, ci distinguono da ogni altra specie vivente, e sono la prima cosa che impariamo. Sillabe, suoni, parole. Le parole con cui cresciamo costruiscono il nostro mondo, a ogni latitudine diverso. Le filastrocche, le favole, le parabole, le canzoni, le conversazioni dei genitori in cucina, poi la scuola, le parole degli altri, poi la Rete, le parole del mondo. Immagini e parole».
Dunque si dovrebbe «disarmare le parole», a cominciare da quelle violente dei destrorsi. «La violenza epidemica non si risolve con la repressione. Anzi, la repressione può persino esacerbarla, nella sfida», continua Concita. «I ministri del Merito pensano che sia buona cosa trasformare la scuola nel luogo che premia le prestazioni, i risultati dei test a crocette. È già successo. Guai a parlare di confronto, di dialogo, di ascolto fra culture. Guai serissimi a nominare l’educazione affettiva e sessuale, già solo la parola sessuale li imbarazza».
Di sicuro, l’editorialista di punta e di tacco di Repubblica è efficacissima nel riportare il pensiero prevalente (a sinistra ma non solo), che tuttavia fa riverberare almeno due mistificazioni. La prima è che esista un monolitico «problema dei giovani». È senz'altro vero, come sostiene Concita citando fior di psicologi, che c’è «un’epidemia conclamata e ignorata di disagio psichico» e che i giovani «soffrono di ansia, insonnia, depressione, deficit di attenzione, disturbi alimentari, sono pieni di rabbia e di dolore. Si misurano solo sul consenso che riescono ad ottenere». Ed è persino vero che «trasformare le scuole in gate di aeroporti, con i metal detector e le perquisizioni, non significa cambiare questa idea di mondo ma confermarla. In un Paese dove mancano le aule e la carta, a scuola, poi». Ma il disagio non è tutto uguale. Esiste una emergenza psichica che riguarda i giovani italiani, della quale tuttavia ci si occupa soltanto quando fa comodo, e ignorando gli effetti disastrosi che hanno avuto a riguardo le politiche di sinistra: le restrizioni Covid, le aperture scriteriate sull’uso dei supporti digitali a scuola e fuori, la santificazione della fluidità identitaria e sessuale, l’opposizione a ogni forma di autorità, la distruzione del senso dell’esistenza. Queste, soprattutto, sono le ragioni del disagio contemporaneo, giovanile o meno.
C’è però un altro problema grande come una casa: l’immigrazione. Se il maranza accoltella, molesta e picchia non è perché ha letto le parole di un politico di destra o un articolo su un quotidiano conservatore. Di ciò che dicono gli adulti, al maranza frega decisamente poco, soprattutto se si tratta di adulti italiani, ai quali egli non riconosce alcuna autorità. Semmai è vero il contrario, e cioè: se sui media o sulla Rete si leggono o ascoltano talvolta posizioni feroci e rabbiose dobbiamo ringraziare l’esasperazione diffusa, la sensazione che di fronte ai soprusi costanti e agli sfregi deliberati non ci sia possibilità di risposta se non la silenziosa accettazione che coincide con la sottomissione.
Può darsi che il ragazzino che si ferisce e il maranza che sventra siano due facce della stessa medaglia. Entrambi, dopo tutto, sono immersi in una modernità che il pensiero progressista (e non quello tradizionale) ha plasmato: i social esasperano ogni comportamento, l’esibizione e l’egocentrismo sono la regola. Ma il fattore culturale, e dunque migratorio, è esattamente il discrimine fra i lati della moneta. Negarlo è patetico, soprattutto se a farlo è la sinistra che le cosiddette periferie le evita accuratamente da decenni, salvo impancarsi ogni volta pretendendo di fornire la soluzione ai guai che le affliggono.
Ancora più patetico è che si incolpino le forze oscure della reazione in agguato. La sinistra che adesso grida contro la repressione è la stessa che non perde occasione per reprimere e controllare i cittadini onesti affinché obbediscano alle sue volontà. Con i delinquenti, però, allarga le braccia e pretende atteggiamenti materni, carezze e baci. E allora avanti così: dopo aver disarmato in ogni senso gli italiani, disarmiamo pure le parole, cioè riprendiamo a censurare e a invocare la repressione del «linguaggio di odio». E se un maranza accoltella, ascoltiamo il suo disagio: se sbudella, non fa apposta, a dominarlo è il perfido fascista che qualcuno ha fatto crescere dentro di lui.