
Come se la passa la cultura al tempo del governo Meloni? Per dare una prima, sintetica risposta: più o meno come prima. E questo delude i più motivati ma rassicura chi temeva invasioni di campo. Se lo stato generale della cultura è questo, il merito o la colpa non è del governo in carica. La politica incide poco sulla cultura, pochissimo nel nostro tempo, perché la politica si è rimpiccolita ed è sempre meno sensibile alle idee; non incide sulla cultura, non se ne occupa. La cultura è irrilevante nell’azione del governo; l’atteggiamento del governo rispetto alla cultura è di sostanziale neutralità. Se vogliamo fare un paragone altolocato, è un po’ come la Chiesa di oggi che, per farsi accettare dal mondo, neutralizza i suoi contenuti cruciali fino a mimetizzarsi nell’ecopacifismo e nel terzomondismo.
In generale, l’influenza della politica sulla cultura può avvenire in modo diretto o indiretto; in modo diretto soprattutto nei regimi autoritari, se non totalitari, sia come divieto sia come prescrizione. In modo indiretto, la politica può influenzare la cultura per affinità o per contrasto; ovvero perché genera le precondizioni per la sua fioritura, il clima favorevole allo sviluppo della cultura o, viceversa, perché instaura un clima ostile e suscita reazioni vitali per contrasto. Oggi non mi pare di ravvisare spinte di questo tipo né in senso favorevole né in senso avverso. Se vacilla lo Stato sociale, figuriamoci lo Stato culturale, per usare un’espressione rilanciata anni fa da Marc Fumaroli.
Ai bordi della cultura, la politica decide alcune nomine, modifica alcuni assetti di organismi culturali, fa piccoli interventi: ma non ci sono segni né condizioni per praticare lo spoil system, visto con orrore da chi ritiene di detenere la supremazia culturale per diritto innato; le nomine effettuate, di solito, sono minime, poco influenti, assai soft e spesso neanche alternative o autorevoli. Si lavora con quel che c’è, manca uno scouting culturale fondato sulla selezione qualitativa, le eccellenze e le competenze, la capacità di scovare e scegliere i più adatti. Manca un piano, un progetto e, dunque, una strategia culturale. Il gramscismo di destra è solo una battuta di spirito, come la presunta contro-egemonia culturale.
Due anni e pochi mesi sono peraltro un periodo breve per trarre bilanci, si possono al più individuare segnali, tracce, ma niente di più. Non si vede una politica culturale in atto e questa non è una critica né un complimento: è una constatazione. Niente interventismo, al più minimalismo. C’è un benemerito piano Olivetti del governo che cercherà di dare qualche aiuto in qualche settore sofferente, come le biblioteche e le librerie storiche, con un budget piuttosto modesto. Ma non è interventismo culturale.
La motivazione più grossa, o forse più grossolana, è che il governo ha da occuparsi di ben altre cose più urgenti, più concrete, più socialmente rilevanti per investire energie non solo economiche sulla cultura. Si sottovaluta l’influenza della cultura sulla mentalità corrente, la sua ricaduta civile; manca un racconto alternativo al mainstream. Se le idee dominanti sono le idee della classe dominante, come diceva Karl Marx, la destra al governo non è la classe dominante.
Ma cosa si deve intendere sotto il generico ombrello di cultura? In realtà è un palazzo a più piani o scomparti. Per esempio, le strutture culturali. Da anni assistiamo a una regressione costante di tutto ciò che fa cultura: meno librerie, meno edicole, meno lettori, meno sale del cinema, meno teatri e da molti anni. Ma non a causa del governo. I numeri sono bassi, le chiusure sono tante. L’unica compensazione è la cultura a domicilio, tramite tecnologia, Web e consegna dei prodotti culturali a casa.
Se l’hardware culturale regredisce, diverso è invece il bilancio del software culturale: pullulano eventi, festival e kermesse culturali dove, però, il tratto più diffuso è, come suol dirsi, la «contaminazione»: eventi culturali effimeri, che sono la continuazione del talk show televisivo con altri mezzi o sono varianti secondarie delle attività promozionali pro oco a sfondo turistico-commerciale; feste patronali laiche o parallele alle sagre paesane. Comunque preferibili al nulla.
In tv la cultura è una cenerentola marginale, anche nel servizio pubblico; salvo l’ossequio al governo, gli orientamenti culturali sono uguali a prima. E se ne fa poca, di cultura, spesso in pieghe nascoste e orari infami; si offrono pappette pseudo-culturali come le fiction storiche e biopic, sempre allineate ai quattro dogmi correnti - femminismo, omofilia, nerofilia e antifascismo - o programmi divulgativi con narrazioni sempre in linea col mainstream. Ma, forse, meglio i surrogati che niente.
L’evento culturale principale, collegato al governo in carica e perciò attaccato con violenza dall’inizio, è stato la mostra del Futurismo a Roma, ancora in corso: una mostra ben riuscita, per qualità e affluenza e per gran parte degli eventi ad essa legati. Ma è un episodio isolato. Per il resto, prudenza estrema, neutralità timorosa di promuovere iniziative o allargare la partecipazione a temi e invitati senza la patente rilasciata dalle questure della cultura. Non si vede alcun segno di «discontinuità» sul piano culturale; il passaggio è inavvertito, timido e opportunisticamente acquattato sugli assetti precedenti.
Ma il tema vero è che la cultura - in un Paese che di beni culturali è ricco come nessun altro al mondo - è in ritirata da anni. Non mi riferisco agli eventi, alle strutture, alle nomine, ai guardiani e funzionari della cultura ma alla qualità, alla circolazione delle idee, alla vivacità intellettuale degli autori, al livello delle opere. E questo, ancora una volta, non dipende dalla politica o dai governi; semmai è l’inverso, la politica è scarsa perché scarsa è la cultura, ovvero la politica rispecchia un più vasto clima e un generale declino che investe il Paese, la sua vitalità, le classi dirigenti, le élite, la scarsità di opere e idee.
Sul piano generale, potremmo dire con brutale sintesi: se il centrodestra si presenta come il partito senza cultura, la sinistra si caratterizza come il partito contro la cultura. Il primo non se ne occupa, mancando di strumenti e di reale sensibilità, priva di sensori e agenti adeguati. Tira a campare, se ne tiene alla larga, segue la via maestra del vecchio potere democristiano o centrista; ma a questo punto meglio così.
La sinistra, nonostante la nomea di essere più sensibile alla cultura, di fatto è schierata contro la cultura per via del suo settarismo ideologico e del suo bigottismo moralista che la porta a sposare le battaglie contro la libertà di ricerca e di opinione, contro l’eccellenza e l’intelligenza critica: la tendenza a censurare, cancellare, escludere, sanzionare tutto ciò che non rientra nei suoi pregiudizi ideologici, le chiusure sulla storia, gli autori, le idee, i pensieri non conformi, il rifiuto di confrontarsi, di rimettersi in discussione, di ascoltare. Insomma, tra i senza cultura e gli anticultura, nessun giovamento trae la cultura dal rapporto con la politica e i governi. Meglio starne alla larga, meglio per tutti ma, soprattutto, per chi ama davvero la cultura e prende sul serio le idee. Meglio liberare la cultura dalla politica.






