Dopo le due ore di guerriglia, in 24 sono stati portati in Questura, identificati e denunciati per resistenza a pubblico ufficiale, porto d’armi improprie, travisamento e inottemperanza ai provvedimenti dell’autorità. Sono scattati anche i sequestri: materiale da travestimento, sassi, chiavi inglesi, frombole e coltelli. Il kit da guerrigliero metropolitano.
Ai 24 bisogna aggiungere altri tre aggressori finiti in manette: due fermati in flagranza di reato, un trentunenne e un trentacinquenne, ritenuti responsabili di resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Il terzo arresto è stato disposto con lo strumento della flagranza differita. È un ventiduenne proveniente dalla provincia di Grosseto, indicato dalla Digos torinese come uno dei componenti del gruppo che ha preso parte alla violenta aggressione contro l’operatore del Secondo Reparto mobile della polizia di Stato di Padova, Alessandro Calista, isolato durante gli scontri e rimasto per alcuni istanti in balia degli antagonisti. Preso a calci e colpito con oggetti contundenti. Anche con un martello. Ieri è stato dimesso con 20 giorni di prognosi, mentre per il collega che l’ha soccorso e col quale ha condiviso la stanza all’ospedale Molinette la prognosi è di 30 giorni.
Per Calista, il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, chiede un riconoscimento per merito straordinario. Per il ventiduenne grossetano, invece, sono scattate le accuse di lesioni personali aggravate, violenza a pubblico ufficiale e rapina in concorso, perché, stando alla ricostruzione degli investigatori, oltre ad aver partecipato al pestaggio, il giovane avrebbe fatto parte del gruppo che ha depredato il poliziotto. Dello scudo. Del casco U-bot. E della maschera antigas. Lasciandolo così esposto ai lacrimogeni e alla furia degli aggressori. È questo l’episodio che segna il punto di non ritorno della giornata. Nella quale bisogna inserire un altro dato pesante: 108 operatori delle forze dell’ordine feriti: 96 poliziotti, cinque carabinieri e sette finanzieri. È il bilancio finale degli scontri. Il più alto degli ultimi anni.
Ma c’è ancora un terzo gruppetto di facinorosi. È stato schedato prima del corteo, durante le attività di prevenzione, quando sono scattati 30 fogli di via obbligatori, dieci avvisi orali del questore e sette divieti di accesso ai locali pubblici. Provvedimenti indirizzati a soggetti trovati in possesso di maschere antigas, passamontagna e oggetti atti al travisamento e all’offesa, oppure già gravati da precedenti penali e di polizia ritenuti indicativi di pericolosità sociale. Sono dati essenziali. Perché, superata la fase dell’ordine pubblico, scendono in campo le squadre investigative. Si è già accertato che dentro il blocco antagonista c’era di tutto: anarchici, autonomi, gruppi strutturati e cani sciolti. Un insieme composito. Con degli innesti dall’estero: specialisti della guerriglia arrivati a Torino soprattutto dalla Francia. Che, ricostruiscono gli investigatori, comunicano tra loro usando nomi in codice (Blu, Ugo, Kiwi, Mango), come se la piazza fosse un terreno operativo. Si sono mossi a piccoli gruppi, con modalità già viste soprattutto in Val di Susa, indicata dagli investigatori come una sorta di palestra permanente per i cosiddetti incappucciati. Durante gli attacchi hanno usato puntatori laser per disturbare gli agenti, tubi di lancio artigianali, bottiglie di vetro, razzi, bombe carta e batterie di artifici pirotecnici, oltre alle aste divelte dai cartelloni stradali. Insomma, erano armati. Un modus operandi che richiede l’attenzione di una magistratura da reati non ordinari.
Perché un conto è punire le aggressioni agli operatori delle forze dell’ordine, un altro è interrogarsi su un livello di organizzazione, addestramento e coordinamento che va ben oltre la violenza episodica di piazza e che chiama in causa responsabilità più ampie, strutturate, e ancora tutte da accertare. Di certo c’è che nell’ottobre scorso, quando ancora Askatasuna era occupato, qualcuno organizzò un’assemblea, presentata come «riunione aperta», dal titolo «Diamoci strumenti per continuare a lottare!». Una lezione di guerriglia, costruita per fornire strumenti teorici e pratici a chi, nei giorni precedenti, aveva già sperimentato lo scontro in piazza: come muoversi in un picchetto, in un blocco, durante un’occupazione, leggere quello che accade intorno, imparare a stare dentro una mobilitazione conflittuale. Un vademecum della lotta, pensato per rendere più efficace l’azione futura e preparare quello che veniva definito un «autunno caldissimo». Ma che probabilmente è stato spostato in avanti di qualche mese.
Come il processo d’appello contro gli storici attivisti del centro sociale, la cui data della prima udienza non è ancora stata fissata. La Procura generale di Torino, in quel procedimento, tornerà a sostenere l’accusa di associazione a delinquere che, in primo grado, nel marzo del 2025, era caduta per tutti e 16 gli imputati. Il processo era stato originato da una lunga indagine della Digos che aveva ricondotto a un’unica strategia una serie di attentati contro i cantieri della Tav in Val di Susa. I pubblici ministeri, in Aula, per i 26 imputati avevano chiesto condanne per un totale di circa 88 anni di reclusione. I giudici ne hanno inflitte 18 (pene comprese fra i quattro anni e i nove mesi di carcere). E mentre in Procura si lavora alla richiesta di convalida dei tre fermi, il procuratore Giovanni Bombardieri attende le prime informative per stabilire il perimetro dell’attività investigativa post chiusura di Askatasuna.
Alle quali andrà ad aggiungersi una denuncia, quella che presenterà il difensore dell’agente Calista, l’avvocato Rachele De Giorgis, che inquadra giuridicamente l’aggressione in un tentato omicidio: «Mi aspetto che venga formulata una contestazione proporzionata a quanto accaduto, ovvero di tentato omicidio. Non possono esserci due pesi e due misure a seconda di chi sia la persona offesa».
Gli arresti e le denunce di ieri, insomma, sono solo il punto di partenza.