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2022-08-10
Cresce la spaccatura tra istituzioni e gli «esclusi» fedeli a The Donald
Donald Trump (Ansa)
Non sappiamo ancora se il clamoroso blitz dell’Fbi a Mar-a-Lago indurrà Donald Trump a chiamarsi fuori dalla corsa per le presidenziali del 2024, o se, al contrario, ne rafforzerà l’intenzione di candidarsi, per sfidare un’altra volta quell’establishment che palesemente lo detesta.
Siamo sempre lì: rispetto alla «regola» (non scritta ma ferrea) che considera accettato e accettabile solo chi sia progressista (al massimo, è ammessa la variante tecnocratica), l’elezione di Trump nel 2016 ha rappresentato un autentico rovesciamento del tavolo. Ne sono testimonianza lo shock prima e la rabbia poi di certe èlites, la loro propensione a negargli ogni legittimazione mentre era in carica e quindi, dopo la mancata rielezione nel 2020, a considerare il suo quadriennio come un incidente, come una spiacevole parentesi finalmente (per loro) chiusa. Ora, la prospettiva di una sconfitta cocente dei democratici nelle elezioni di mid-term, all’inizio del prossimo novembre, schiude di nuovo ai repubblicani la corsa verso la Casa Bianca, e rialimenta un clima di demonizzazione.
Atteggiamento miope perché, qualunque cosa si pensi personalmente di Trump, non si può pretendere di cancellare pure gli elettori che proprio lui ha massimamente rappresentato: un ceto medio e medio-basso incazzato, impaurito, impoverito, che prima di Trump si era sistematicamente sentito escluso dall’agenda politica e mediatica «ufficiale». Ecco, quell’immensa mezza America esiste ancora, e, anziché cercare di ascoltarla, il vecchio establishment sembra pressoché esclusivamente preoccupato di azzopparne il portavoce, affinché non sia in grado di ripetere la «sorpresa» del 2016.
Anche nel campo repubblicano, come si sa, il dibattito su una terza ricandidatura di Trump è forte e controverso. Milita a favore di questa ipotesi il fatto che la sua capacità di estendere l’elettorato repubblicano (per un verso ai delusi della sinistra, e per altro verso a neri e ispanici) resti assai significativa. Depone in senso contrario il rischio che Trump possa tendere a parlare molto dei veri o presunti brogli del 2020, insomma a fare una campagna elettorale con la testa rivolta all’indietro, e che la sua figura ingombrante ed egoriferita possa - per così dire - aiutare i democratici Usa, divisi su tutto, a unirsi contro il loro vecchio arcinemico, a maggior ragione considerando le polemiche e le controversie che tuttora proseguono sul tragico autogol trumpiano del 6 gennaio 2021, quando - come si sa - una legittima manifestazione di protesta sfociò in un indifendibile assalto a Capitol Hill.
Per molti versi, sarebbe auspicabile un eventuale tentativo repubblicano di mettere in campo un’operazione di «trumpismo senza Trump»: quindi far tesoro della sua capacità di allargare il campo, ma puntare su figure meno autoreferenziali e più proiettate nel futuro, a partire dal governatore della Florida Ron DeSantis. Ma di questo ci occuperemo nei prossimi mesi.
Per ora, occorre sottolineare come il blitz dell’Fbi abbia ancora una volta incendiato il clima. E non va sottovalutata la reazione di Trump e dei suoi, indirizzata alla mezza America che si fida di loro: «They are not after me, they are after you», cioè «non ce l’hanno con me, ma con voi». La sinistra (americana ed europea) parlerà ovviamente di propaganda: e invece il messaggio trumpiano è di enorme efficacia perché corrisponde esattamente a ciò che i suoi elettori pensano e sentono, e cioè un’ostilità profonda del potere costituito (politico, burocratico, mediatico) anche verso di loro, non solo verso Trump.
E questa ulteriore fiammata di polarizzazione e demonizzazione arriva poche settimane dopo ciò che è successo a seguito della decisione della Corte Suprema che ha annullato la sentenza del 1973 «Roe vs Wade» in materia di aborto. Anche lì, da parte democratica, le reazioni hanno innescato un autentico pandemonio: Joe Biden ha parlato di «percorso estremo e pericoloso» intrapreso dalla Corte; Barack Obama di «attacco alle libertà fondamentali»; Hillary Clinton di «infamia»; Nancy Pelosi di una Corte che «sta eviscerando i diritti americani».
Sui giornali e nelle tv, le linee di frattura si sono approfondite in modo esasperato e ultra-radicalizzato: e, sullo sfondo di proteste e disordini (non senza minacce ai giudici della Corte), qualunque posizione intermedia, articolata, sfumata è stata cassata e resa impraticabile. Anche in quel caso, l’opinione pubblica Usa, già divisa per mille ragioni, si è ̀trovata dentro un’ulteriore guerra culturale, in un avvitamento di radicalizzazione incontrollabile.
Spettacolo - c’è da immaginare - guardato con una certa soddisfazione da Pechino e da Mosca, mentre già infuria da mesi la guerra in Ucraina e mentre è sempre più forte pure la tensione su Taiwan. C’è da temere che dittature e autocrazie coglieranno altri segni di divisione interna agli Usa e all’Occidente: e, in ultima analisi, una nostra crescente incapacità di gestire un conflitto di idee e valori in modo non lacerante e rispettoso degli altri.
L’Fbi irrompe a casa di Trump alla ricerca di documenti. «Colpo alla mia candidatura»
Tira un’inquietante aria venezuelana negli Stati Uniti. Lunedì, agenti dell’Fbi hanno condotto una perquisizione nella residenza di Donald Trump in Florida. Secondo i media d’oltreatlantico, i federali erano a caccia di documenti classificati che il diretto interessato si sarebbe indebitamente portato a casa dopo la conclusione dell’incarico presidenziale. «Questa è una condotta persecutoria, la strumentalizzazione del sistema di giustizia, un attacco da parte dei dem della sinistra radicale che non vogliono che mi ricandidi nel 2024», ha tuonato Trump in una nota, paragonando l’accaduto al Watergate. Gli agenti avrebbero portato via degli scatoloni con dei documenti, mentre la Casa Bianca ha detto a Fox News di non essere stata avvisata, rimandando al Dipartimento di Giustizia «per ulteriori informazioni». Il New York Times riferiva ieri sera che il raid non sarebbe collegato all’indagine della commissione parlamentare sull’irruzione in Campidoglio.
I repubblicani hanno fatto quadrato attorno a Trump. Il capogruppo dell’elefantino alla Camera, Kevin McCarthy, ha promesso l’avvio di un’inchiesta parlamentare sul Dipartimento di Giustizia, da lui accusato di politicizzazione. Di «strumentalizzazione» ha parlato il governatore della Florida Ron DeSantis. «Io servivo nella commissione Bengasi, dove provammo che Hillary Clinton aveva informazioni classificate. Non abbiamo fatto raid in casa sua», ha dichiarato l’ex segretario di Stato Mike Pompeo. Risposte chiare e tempestive sono state chieste all’amministrazione Biden dal senatore Rick Scott e dall’ex vicepresidente Mike Pence, mentre la deputata Lauren Boebert ha invocato tagli al budget del Bureau.
Ora, è chiaro che bisognerà attendere le motivazioni ufficiali del raid: motivazioni ufficiali che, quando La Verità è andata in stampa, non erano ancora state rese note. Tuttavia qualche sospetto di politicizzazione effettivamente viene, non solo perché la deputata dem Pramila Jayapal ha esplicitamente detto che «Trump dovrebbe essere in prigione», ma anche perché tanta solerzia investigativa su Hunter Biden - che è sotto indagine della procura federale del Delaware dal 2018 - ancora non si è vista. In primis, va notato che nessun ex presidente americano è mai finito sotto inchiesta. Richard Nixon ottenne il perdono da Gerald Ford nel settembre 1974 sul Watergate, mentre Bill Clinton - poche ore prima di lasciare l’incarico alla Casa Bianca nel gennaio 2001 - raggiunse un accordo con l’Office of the Independent Counsel per non subire un’incriminazione legata al caso Lewinsky. Sebbene ieri Nancy Pelosi abbia sentenziato che «nessuno è al di sopra della legge», storicamente si è sempre evitato di condurre azioni penali su ex presidenti per salvaguardare le istituzioni. Il punto è che, differentemente dai casi di Nixon e Clinton, Trump ha effettuato un unico mandato ed è quindi teoricamente rieleggibile. Ricordiamo sotto questo aspetto che l’Fbi risponde al Dipartimento di Giustizia, attualmente guidato da Merrick Garland, il quale è stato nominato da Joe Biden previa ratifica senatoriale. Quello stesso Biden che fu l’avversario elettorale di Trump nel 2020 e che, in caso si ricandidassero entrambi, dovrebbe sfidarlo ancora nel 2024. Un Biden, rammentiamolo, attualmente in crisi di consensi e che, secondo alcuni sondaggi, perderebbe oggi in un nuovo duello elettorale con l’ex presidente. Tra l’altro, Garland nutre assai probabilmente sentimenti di acrimonia verso Trump, visto che, nel gennaio 2017, quest’ultimo non confermò la sua precedente nomina a giudice della Corte suprema. Senza poi dimenticare alcuni provvedimenti controversi dello stesso Garland da procuratore generale, come quando coinvolse l’Fbi per mettere nel mirino i genitori che protestavano contro l’indottrinamento liberal nelle scuole.
Ma non è finita qui. La questione della presunta sottrazione di documenti classificati da parte di Trump è uscita sui media già a febbraio 2022. Se questa perquisizione era così urgente, perché attendere addirittura sei mesi prima di compierla? Sarà mica perché oggi siamo nel pieno della campagna elettorale per le Midterm di novembre? È vero che Trump non è candidato a queste elezioni. Ma è altrettanto vero che esse rappresentano un test per la sua leadership. Ulteriore stranezza risiede nel fatto che, come notato da Jonathan Turley (professore di diritto alla George Washington University), le eventuali violazioni del Presidential records act (legge del 1978 che regola la gestione dei documenti ufficiali) vengono solitamente affrontate per via amministrativa e non penale.
Inoltre sarà un caso, ma l’ex avvocato della Clinton, Marc Elias, ha twittato, evidenziando la sezione 2071 del titolo 18 del codice degli Stati Uniti: sezione secondo cui chiunque «avendo la custodia di qualsiasi atto, procedimento, mappa, libro, documento, carta, o altro, intenzionalmente e illecitamente nasconde, rimuove, mutila, cancella, falsifica o distrugge gli stessi, è sanzionato o imprigionato non più di tre anni, o entrambi; e perderà il suo incarico e sarà squalificato da qualsiasi incarico negli Usa». Insomma, l’obiettivo potrebbe essere quello di interdire Trump dai pubblici uffici: in altre parole, farlo fuori per via giudiziaria. Vi ricorda qualcosa? Tuttavia, se questo fosse il progetto, non sarebbe facile da realizzare. È infatti la Costituzione americana a fissare i criteri di eleggibilità presidenziale: quindi la sezione 2071 non può applicarsi a chi si candida alla Casa Bianca. Da rilevare che questa argomentazione fu usata (con successo) contro quei conservatori che speravano di bloccare la candidatura presidenziale della Clinton nel 2016 per la questione delle email. E comunque, al di là dei problemi tecnici, la domanda da porsi è soltanto una: siamo veramente sicuri che questo raid non si tradurrà in un boomerang politico per i dem?
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Il raid alimenta il clima di demonizzazione contro il magnate. E soffia sulla rabbia dei suoi sostenitori: cittadini delusi e snobbati dall’establishment. Un’ulteriore lacerazione nel Paese, scosso dalle tensioni sull’aborto.L’Fbi irrompe a casa di Trump alla ricerca di documenti. «Colpo alla mia candidatura». Sequestrate diverse carte nella residenza in Florida. L’ex presidente sarebbe accusato di detenerle illegalmente da fine mandato. I repubblicani: «Tagliamo i fondi al Bureau».Lo speciale comprende due articoli. Non sappiamo ancora se il clamoroso blitz dell’Fbi a Mar-a-Lago indurrà Donald Trump a chiamarsi fuori dalla corsa per le presidenziali del 2024, o se, al contrario, ne rafforzerà l’intenzione di candidarsi, per sfidare un’altra volta quell’establishment che palesemente lo detesta. Siamo sempre lì: rispetto alla «regola» (non scritta ma ferrea) che considera accettato e accettabile solo chi sia progressista (al massimo, è ammessa la variante tecnocratica), l’elezione di Trump nel 2016 ha rappresentato un autentico rovesciamento del tavolo. Ne sono testimonianza lo shock prima e la rabbia poi di certe èlites, la loro propensione a negargli ogni legittimazione mentre era in carica e quindi, dopo la mancata rielezione nel 2020, a considerare il suo quadriennio come un incidente, come una spiacevole parentesi finalmente (per loro) chiusa. Ora, la prospettiva di una sconfitta cocente dei democratici nelle elezioni di mid-term, all’inizio del prossimo novembre, schiude di nuovo ai repubblicani la corsa verso la Casa Bianca, e rialimenta un clima di demonizzazione. Atteggiamento miope perché, qualunque cosa si pensi personalmente di Trump, non si può pretendere di cancellare pure gli elettori che proprio lui ha massimamente rappresentato: un ceto medio e medio-basso incazzato, impaurito, impoverito, che prima di Trump si era sistematicamente sentito escluso dall’agenda politica e mediatica «ufficiale». Ecco, quell’immensa mezza America esiste ancora, e, anziché cercare di ascoltarla, il vecchio establishment sembra pressoché esclusivamente preoccupato di azzopparne il portavoce, affinché non sia in grado di ripetere la «sorpresa» del 2016.Anche nel campo repubblicano, come si sa, il dibattito su una terza ricandidatura di Trump è forte e controverso. Milita a favore di questa ipotesi il fatto che la sua capacità di estendere l’elettorato repubblicano (per un verso ai delusi della sinistra, e per altro verso a neri e ispanici) resti assai significativa. Depone in senso contrario il rischio che Trump possa tendere a parlare molto dei veri o presunti brogli del 2020, insomma a fare una campagna elettorale con la testa rivolta all’indietro, e che la sua figura ingombrante ed egoriferita possa - per così dire - aiutare i democratici Usa, divisi su tutto, a unirsi contro il loro vecchio arcinemico, a maggior ragione considerando le polemiche e le controversie che tuttora proseguono sul tragico autogol trumpiano del 6 gennaio 2021, quando - come si sa - una legittima manifestazione di protesta sfociò in un indifendibile assalto a Capitol Hill. Per molti versi, sarebbe auspicabile un eventuale tentativo repubblicano di mettere in campo un’operazione di «trumpismo senza Trump»: quindi far tesoro della sua capacità di allargare il campo, ma puntare su figure meno autoreferenziali e più proiettate nel futuro, a partire dal governatore della Florida Ron DeSantis. Ma di questo ci occuperemo nei prossimi mesi. Per ora, occorre sottolineare come il blitz dell’Fbi abbia ancora una volta incendiato il clima. E non va sottovalutata la reazione di Trump e dei suoi, indirizzata alla mezza America che si fida di loro: «They are not after me, they are after you», cioè «non ce l’hanno con me, ma con voi». La sinistra (americana ed europea) parlerà ovviamente di propaganda: e invece il messaggio trumpiano è di enorme efficacia perché corrisponde esattamente a ciò che i suoi elettori pensano e sentono, e cioè un’ostilità profonda del potere costituito (politico, burocratico, mediatico) anche verso di loro, non solo verso Trump. E questa ulteriore fiammata di polarizzazione e demonizzazione arriva poche settimane dopo ciò che è successo a seguito della decisione della Corte Suprema che ha annullato la sentenza del 1973 «Roe vs Wade» in materia di aborto. Anche lì, da parte democratica, le reazioni hanno innescato un autentico pandemonio: Joe Biden ha parlato di «percorso estremo e pericoloso» intrapreso dalla Corte; Barack Obama di «attacco alle libertà fondamentali»; Hillary Clinton di «infamia»; Nancy Pelosi di una Corte che «sta eviscerando i diritti americani». Sui giornali e nelle tv, le linee di frattura si sono approfondite in modo esasperato e ultra-radicalizzato: e, sullo sfondo di proteste e disordini (non senza minacce ai giudici della Corte), qualunque posizione intermedia, articolata, sfumata è stata cassata e resa impraticabile. Anche in quel caso, l’opinione pubblica Usa, già divisa per mille ragioni, si è ̀trovata dentro un’ulteriore guerra culturale, in un avvitamento di radicalizzazione incontrollabile. Spettacolo - c’è da immaginare - guardato con una certa soddisfazione da Pechino e da Mosca, mentre già infuria da mesi la guerra in Ucraina e mentre è sempre più forte pure la tensione su Taiwan. C’è da temere che dittature e autocrazie coglieranno altri segni di divisione interna agli Usa e all’Occidente: e, in ultima analisi, una nostra crescente incapacità di gestire un conflitto di idee e valori in modo non lacerante e rispettoso degli altri. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cresce-la-spaccatura-tra-istituzioni-e-gli-esclusi-fedeli-a-the-donald-2657836903.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lfbi-irrompe-a-casa-di-trump-alla-ricerca-di-documenti-colpo-alla-mia-candidatura" data-post-id="2657836903" data-published-at="1660074901" data-use-pagination="False"> L’Fbi irrompe a casa di Trump alla ricerca di documenti. «Colpo alla mia candidatura» Tira un’inquietante aria venezuelana negli Stati Uniti. Lunedì, agenti dell’Fbi hanno condotto una perquisizione nella residenza di Donald Trump in Florida. Secondo i media d’oltreatlantico, i federali erano a caccia di documenti classificati che il diretto interessato si sarebbe indebitamente portato a casa dopo la conclusione dell’incarico presidenziale. «Questa è una condotta persecutoria, la strumentalizzazione del sistema di giustizia, un attacco da parte dei dem della sinistra radicale che non vogliono che mi ricandidi nel 2024», ha tuonato Trump in una nota, paragonando l’accaduto al Watergate. Gli agenti avrebbero portato via degli scatoloni con dei documenti, mentre la Casa Bianca ha detto a Fox News di non essere stata avvisata, rimandando al Dipartimento di Giustizia «per ulteriori informazioni». Il New York Times riferiva ieri sera che il raid non sarebbe collegato all’indagine della commissione parlamentare sull’irruzione in Campidoglio. I repubblicani hanno fatto quadrato attorno a Trump. Il capogruppo dell’elefantino alla Camera, Kevin McCarthy, ha promesso l’avvio di un’inchiesta parlamentare sul Dipartimento di Giustizia, da lui accusato di politicizzazione. Di «strumentalizzazione» ha parlato il governatore della Florida Ron DeSantis. «Io servivo nella commissione Bengasi, dove provammo che Hillary Clinton aveva informazioni classificate. Non abbiamo fatto raid in casa sua», ha dichiarato l’ex segretario di Stato Mike Pompeo. Risposte chiare e tempestive sono state chieste all’amministrazione Biden dal senatore Rick Scott e dall’ex vicepresidente Mike Pence, mentre la deputata Lauren Boebert ha invocato tagli al budget del Bureau. Ora, è chiaro che bisognerà attendere le motivazioni ufficiali del raid: motivazioni ufficiali che, quando La Verità è andata in stampa, non erano ancora state rese note. Tuttavia qualche sospetto di politicizzazione effettivamente viene, non solo perché la deputata dem Pramila Jayapal ha esplicitamente detto che «Trump dovrebbe essere in prigione», ma anche perché tanta solerzia investigativa su Hunter Biden - che è sotto indagine della procura federale del Delaware dal 2018 - ancora non si è vista. In primis, va notato che nessun ex presidente americano è mai finito sotto inchiesta. Richard Nixon ottenne il perdono da Gerald Ford nel settembre 1974 sul Watergate, mentre Bill Clinton - poche ore prima di lasciare l’incarico alla Casa Bianca nel gennaio 2001 - raggiunse un accordo con l’Office of the Independent Counsel per non subire un’incriminazione legata al caso Lewinsky. Sebbene ieri Nancy Pelosi abbia sentenziato che «nessuno è al di sopra della legge», storicamente si è sempre evitato di condurre azioni penali su ex presidenti per salvaguardare le istituzioni. Il punto è che, differentemente dai casi di Nixon e Clinton, Trump ha effettuato un unico mandato ed è quindi teoricamente rieleggibile. Ricordiamo sotto questo aspetto che l’Fbi risponde al Dipartimento di Giustizia, attualmente guidato da Merrick Garland, il quale è stato nominato da Joe Biden previa ratifica senatoriale. Quello stesso Biden che fu l’avversario elettorale di Trump nel 2020 e che, in caso si ricandidassero entrambi, dovrebbe sfidarlo ancora nel 2024. Un Biden, rammentiamolo, attualmente in crisi di consensi e che, secondo alcuni sondaggi, perderebbe oggi in un nuovo duello elettorale con l’ex presidente. Tra l’altro, Garland nutre assai probabilmente sentimenti di acrimonia verso Trump, visto che, nel gennaio 2017, quest’ultimo non confermò la sua precedente nomina a giudice della Corte suprema. Senza poi dimenticare alcuni provvedimenti controversi dello stesso Garland da procuratore generale, come quando coinvolse l’Fbi per mettere nel mirino i genitori che protestavano contro l’indottrinamento liberal nelle scuole. Ma non è finita qui. La questione della presunta sottrazione di documenti classificati da parte di Trump è uscita sui media già a febbraio 2022. Se questa perquisizione era così urgente, perché attendere addirittura sei mesi prima di compierla? Sarà mica perché oggi siamo nel pieno della campagna elettorale per le Midterm di novembre? È vero che Trump non è candidato a queste elezioni. Ma è altrettanto vero che esse rappresentano un test per la sua leadership. Ulteriore stranezza risiede nel fatto che, come notato da Jonathan Turley (professore di diritto alla George Washington University), le eventuali violazioni del Presidential records act (legge del 1978 che regola la gestione dei documenti ufficiali) vengono solitamente affrontate per via amministrativa e non penale. Inoltre sarà un caso, ma l’ex avvocato della Clinton, Marc Elias, ha twittato, evidenziando la sezione 2071 del titolo 18 del codice degli Stati Uniti: sezione secondo cui chiunque «avendo la custodia di qualsiasi atto, procedimento, mappa, libro, documento, carta, o altro, intenzionalmente e illecitamente nasconde, rimuove, mutila, cancella, falsifica o distrugge gli stessi, è sanzionato o imprigionato non più di tre anni, o entrambi; e perderà il suo incarico e sarà squalificato da qualsiasi incarico negli Usa». Insomma, l’obiettivo potrebbe essere quello di interdire Trump dai pubblici uffici: in altre parole, farlo fuori per via giudiziaria. Vi ricorda qualcosa? Tuttavia, se questo fosse il progetto, non sarebbe facile da realizzare. È infatti la Costituzione americana a fissare i criteri di eleggibilità presidenziale: quindi la sezione 2071 non può applicarsi a chi si candida alla Casa Bianca. Da rilevare che questa argomentazione fu usata (con successo) contro quei conservatori che speravano di bloccare la candidatura presidenziale della Clinton nel 2016 per la questione delle email. E comunque, al di là dei problemi tecnici, la domanda da porsi è soltanto una: siamo veramente sicuri che questo raid non si tradurrà in un boomerang politico per i dem?
Maurizio Landini (Ansa)
Presentato ieri il comitato del No presieduto da Giovanni Bachelet. C’erano i leader delle opposizioni, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, e l’immancabile segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. Per loro l’obiettivo è smontare una riforma che «non serve a nessuno se non al governo». Argomento poco solido, considerato che buona parte della sinistra voterà a favore, così come Azione, chiaramente, e Italia viva, meno. Il Pd, come spesso accade, si spacca. «Non siamo una caserma, è legittimo che qualcuno non voglia votare No», riconosce anche Walter Verini.
A ogni modo, dopo l’annuncio delle date del voto di Giorgia Meloni (22 e 23 marzo), dilaga la psicosi. Il più disperato pare Giuseppe Conte. Il leader del M5s attacca: «Il governo vuol cambiare la Costituzione». E ci sentiremmo di confermare, dal momento che si tratta di un referendum costituzionale. «C’è un obiettivo preciso», prosegue, animando lo spirito complottista tanto caro ai suoi. Tra i più barricaderi anche il solito Landini, che avrebbe finanziato il comitato del No con 500.000 euro prelevati dalle casse del sindacato e che ha messo a disposizione il centro congresso Cgil Frentani a Roma per l’inizio della campagna.
Per Landini il governo «è autoritario». Il che è particolarmente esilarante considerato che appena due giorni prima aveva detto che il dittatore venezuelano Nicolás Maduro è un democratico e che difendendolo si difende la democrazia. Insomma o ha bisogno di un bel ripasso di storia, oppure deve avere quantomeno le idee confuse. Anche quando dice: «Credo che questo governo la maggioranza di questo Paese non lo rappresenti». E poi: «Dovrebbe far riflettere come questo governo abbia scelto di portarci a fare un referendum che nessuno gli aveva chiesto, per cambiare la giustizia, confermando una volontà autoritaria - mi assumo la responsabilità di quello che sto dicendo - perché è già in campo una volontà e una gestione autoritaria del Paese».
Lo schema è sempre lo stesso: immaginare un pericolo evidente e poi terrorizzare i cittadini. Uno schema che funziona sempre meno, ma non è l’unico a metterlo in campo. Per Schlein, sul referendum «il governo sta disseminando bugie per fare pura propaganda. Non è una riforma della giustizia perché non migliorerà in alcun modo l’efficienza del sistema, non renderà più veloci i processi e non inciderà purtroppo sulle condizioni di sovraffollamento delle carceri». Dal palco Schlein si rivolge direttamente al ministro della Giustizia, Carlo Nordio. «Voglio rispondergli da qui. Tempo fa disse di “non comprendere perché Schlein non capisca che la riforma della giustizia serve anche a loro”. Gli rispondo dicendo che non vogliamo che ci serva. Vinceremo le prossime elezioni e non vogliamo una riforma che ci consenta di controllare la magistratura, ma vogliamo essere controllati. Così funziona una democrazia». Di fatto mentendo anche lei circa il controllo politico sui magistrati.
Rimodula leggermente Enrico Grosso, professore e avvocato torinese, presidente del comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm: «I giudici, e non solo i pm, se passa questa riforma, saranno meno indipendenti, più a rischio di soggezione alla politica».
Tra gli altri partecipanti Clemente Mastella, ex ministro della Giustizia, Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, e l’ex presidente della Camera, Laura Boldrini: «Questa è una riforma pericolosa, che non affronta i reali problemi della giustizia italiana, ma mina l’indipendenza della magistratura», il suo commento. Nutrita anche la delegazione di sindaci e amministratori locali, capitanata dal primo cittadino della Capitale, Roberto Gualtieri, e dal sindaco di Torino, Stefano Lo Russo. «È una riforma sbagliata, pericolosa e anche mistificante nel modo in cui viene raccontata». A ribaltare la frittata è Gualtieri annunciando l’adesione ufficiale di Autonomie locali italiane al Comitato per il No.
Infine il Nobel per la fisica, Giorgio Parisi, evidentemente anche esperto di giustizia: «Voglio sottolineare l’importanza politica di questo referendum: dobbiamo difendere l’indipendenza della magistratura dagli attacchi che vengono dal governo». E chiosa: «I politici guadagneranno da questo tipo di riforma perché potranno soddisfare il sogno di essere una casta ingiudicabile». Mistificazioni su mistificazioni, così comincia la campagna del No.
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Come rendere appetitosi i broccoli (lo sono già per conto loro, ma con quel loro odorino solforato a molti sono venuti in uggia) facendoli diventare simpatici in un primo piatto impeccabile dal punto di vista nutrizionale, facilissimo da realizzare e assai appetitoso. Si tratta di pigliare dalla nostra antica tradizione e metterla in pratica dacché orto e pescato vanno da sempre d’accordo nella cultura gastronomica delle nostre terre.
In più se unite al sapore del baccalà le proprietà salutari del broccolo potete dire di avere fatto un gran piacere ai vostri commensali: i broccoli sono, con tutte le altre brassicacee, il toccasana della stagione fredda: danno sali minerali, fibra, vitamine, antiossidanti in quantità e sono amici della digestione, del cuore e delle vie respiratorie. Un tempo le nonne facevano fare i suffumigi sul vapore dei cavoli che bollivano per rimediare a raffreddore e bronchite. Noi ci accontentiamo di fare un piatto gustoso.
Ingredienti – 360 gr di pasta corta di semola da grano italiano (noi abbiamo scelto le pennette lisce di un antichissimo pastificio toscano di Lari), 300 gr di broccoli, 400 gr di baccalà già ammollato, 2 spicchi di aglio, un peperoncino o mezzo cucchiaino di peperoncino in polvere, due filetti d’acciuga, una ventina di nocciole, 6 cucchiai di olio extravergine di oliva, sale qb. Facoltativo un mazzetto di prezzemolo.
Procedimento – In una padella ampia – ci dovete saltare la pasta – fate imbiondire l’aglio e disfare i filetti di acciughe in compagnia del peperoncino nell’olio extravergine di oliva. Pulite il baccalà dalla pelle e dalle lische e fatelo a cubetti. Mettetelo in padella e fate andare a fuoco molto moderato. Mondate i broccoli, dividete i rametti e metteteli a lessare nella stessa acqua con la pasta. Nel frattempo sguisciate le nocciole tostatele in padella e poi tritale grossolanamente tenendole da parte. A un paio di minuti dalla fine della cottura della pasta scolatela insieme a broccoli, eliminate lo spicchio d’aglio e il peperoncino se intero, fate finire la cottura della pasta in padella mantecando bene. Se del caso aggiustate di sale. A cottura terminata fate cadere su ogni piatto una pioggia di granella di nocciole, un giro di extravergine a crudo e se volete anche del prezzemolo che avrete tritato finemente.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di completare i piatti con nocciole, olio extravergine e prezzemolo.
Abbinamento – Abbiamo scelto una Lugana del Garda, ottimo un Soave, assai indicati un Arneis, una Nascetta langotta o un Gavi del comune di Gavi, tutti bianchi gentili e profumati.
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Maurizio Gasparri, Galeazzo Bignami e Clotilde Minasi (Imagoeconomica)
Il centrodestra si schiera compatto al fianco della Verità, sostenendo la sottoscrizione lanciata dal nostro giornale per dare una mano al vicebrigadiere Emanuele Marroccella, che deve pagare nel giro di pochi giorni una provvisionale di 125.000 euro ai parenti del pregiudicato siriano Jamal Badawi, ucciso dallo stesso Marroccella dopo che aveva aggredito un collega il 20 settembre 2020 durante il tentativo di sventare un furto in uno stabile di Roma. Oltre a una condanna penale a tre anni per «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi», a fronte tra l’altro di una richiesta più tenue del pm che aveva chiesto due anni e sei mesi, il quarantaquattrenne carabiniere originario di Napoli deve versare alle parti civili una somma ingente, 125.000 euro, pari a sei anni di lavoro nell’Arma. Se è vero che le spese legali sono coperte da un apposito fondo, è infatti altrettanto vero che la somma da versare ricade sulle spalle del carabiniere. «È una decisione surreale», dice alla Verità il capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, «dei soliti giudici ideologizzati che puniscono chi ci difende. Va sostenuta qualsiasi iniziativa per il vicebrigadiere, aspettando che i prossimi giudici ristabiliscano il buon senso». Sulla stessa lunghezza d’onda il vicecapogruppo di Fdi a Montecitorio, Augusta Montaruli: «Si dovrebbe escludere», ci dice la Montaruli, «qualunque tipo di risarcimento a favore della cosiddetta persona offesa che ha determinato la reazione dell’agente per difendere sé e gli altri. Quello che ancora non prevede la legislazione è compensato negli effetti dall’iniziativa del vostro quotidiano che è meritoria perché solleva un dibattito sul risarcimento del danno in casi come questo». Da Fratelli d’Italia a Forza Italia, non fa mancare il suo appoggio alla nostra iniziativa il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri, che parteciperà anche alla sottoscrizione: «Sacrosanta iniziativa della Verità», commenta Gasparri, «a sostegno del carabiniere che ha subito una incredibile condanna con addirittura il supplizio di un oneroso risarcimento da erogare. Sono da sempre dalla parte del popolo in divisa, accetto ogni accertamento ma non le vessazioni. Pertanto elogio e apprezzo l’iniziativa della Verità e annuncio anche che parteciperò alla sottoscrizione in corso a sostegno di questo carabiniere. Siamo dalla parte della legge e dell’ordine contro tanti criminali impuniti che circolano nelle nostre città e che seminano violenza per colpa della magistratura inerte che vanifica il sacrificio delle forze di polizia o addirittura le perseguita. Questa vicenda è una ulteriore vergogna per il popolo togato». Non manca nel sostegno alla nostra sottoscrizione la Lega: di lodevole iniziativa della Verità» parla la senatrice del Carroccio Clotilde Minasi, che annuncia la sua partecipazione e sottolinea: «Di fronte a vicende come questa sembra di vivere in un mondo al contrario, in cui anche la giustizia è capovolta. Vengono tutelati i criminali e vengono invece puniti i tutori della legge. Chi protegge la nostra incolumità a costo di sacrifici personali altissimi viene condannato, recluso, sanzionato, mentre la nostra quotidianità è continuamente sotto attacco di malviventi senza scrupoli, che agiscono sapendo che rimarranno il più delle volte impuniti. È certamente terribile», aggiunge la Minasi, «che un uomo abbia perso la vita, ma non bisogna in questo caso dimenticare che questa tragedia nasce da un’azione di difesa della sicurezza da parte dei carabinieri, uno dei quali era stato aggredito dal malvivente. Solidarizzo dunque con il militare che si trova oggi sotto accusa. Il sistema va cambiato, chi viene in Italia non può pensare di poter vivere rubando, aggredendo, violentando. Queste sono le conseguenze di anni di immobilismo , ma stiamo lavorando e lavoreremo ancora perché i tutori della legge non debbano mai più trovarsi sotto processo per aver protetto i cittadini». Sempre dalla Lega ci arriva il commento della eurodeputata Silvia Sardone, vicesegretario nazionale del Carroccio: «Complimenti alla Verità per questa importante iniziativa», argomenta la Sardone, «a favore del carabiniere condannato. Purtroppo questa condanna rappresenta una scelta che lascia davvero senza parole, che allontana dal principio di equità e dal comune buon senso condiviso dai cittadini. Chi ogni giorno indossa una divisa, mette a rischio la propria incolumità e interviene in situazioni difficili per difendere la sicurezza della comunità non può essere trattato come se fosse lui il criminale. La posizione della Lega è chiara: saremo sempre schierati al fianco delle forze dell’ordine», aggiunge la Sardone, «difendendo il loro ruolo, la loro dignità professionale e il loro operato, e continueremo a dire basta a pregiudizi ideologici che sembrano colpire chi tutela la legalità invece di chi la viola».
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Nel riquadro: Ivana, moglie di Emanuele Marroccella (Imagoeconomica)
Il carabiniere, nato 44 anni fa a Napoli, durante un intervento della radiomobile di Roma per sventare un presunto furto in uno stabile dell’Eur, la notte del 20 settembre 2020 aveva sparato per difendere il collega Lorenzo Grasso, ferito dal pregiudicato siriano Jamal Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti, che stava scappando.
Voleva anche proteggere la pattuglia all’esterno dell’immobile, vista la pericolosità del soggetto in fuga e aveva cercato di colpirlo alle gambe ma nello scatto per saltare il cancello il siriano era stato raggiunto al torace. Oltre alla pena, inasprita rispetto alla richiesta del pm che aveva indicato due anni e sei mesi, Marroccella deve versare subito alle parti civili una provvisionale ingente, 125.000 euro pari a sei anni di lavoro nell’Arma. E la richiesta di risarcimento dei numerosi familiari del siriano è di 800.000 euro. La signora, da più di vent’anni accanto al vice brigadiere, racconta alla Verità il dramma che è esploso nella loro casa.
Come riesce ad affrontare la valanga che vi ha travolti?
«È molto dura ma non posso permettermi di crollare. Cerco di mostrarmi serena per contenere la disperazione di Emanuele e per il bene dei nostri figli, di 14 e 12 anni».
Non sarà stato facile spiegare loro quello che è successo.
«L’abbiamo detto solo tre giorni fa, perché dopo la sentenza il nome Marroccella e di Ardea, il centro urbano laziale dove viviamo da 14 anni, è finito su tutti i giornali e temevamo che potessero apprendere la notizia da altri. Nel 2020 erano troppo piccoli e per fortuna se ne parlava poco».
Quali parole avete usato?
«Emanuele, che è il loro babbo eroe, ha raccontato che durante un’operazione avevano aggredito Lorenzo (il vice brigadiere ferito dal siriano, ndr) e che per difenderlo papà non voleva ma purtroppo ha dovuto sparare al ladro. E quella persona era morta».
La reazione?
«Il più piccolo è scoppiato a piangere, ha chiesto se il papa finiva in carcere, l’altro si è chiuso nel silenzio. Il giorno dopo, piangendo pure lui mi ha chiesto: “Se Lorenzo fosse morto che cosa sarebbe successo?”. Lo dico a lei, che cosa sarebbe accaduto».
La ascolto.
«Saremmo qui a piangere l’ennesimo carabiniere caduto in servizio, la bimba di Grasso che il giorno dopo l’aggressione compiva un anno sarebbe rimasta senza padre e senza risarcimento. La moglie avrebbe ricevuto l’ennesima medaglia al valore. Dietro l’uniforme non c’è un robot ma un uomo, una famiglia».
Come è la quotidianità accanto a chi rischia la vita tutti i giorni?
«Ho sempre saputo che poteva capitare qualsiasi cosa, comunque cerchi di condurre una vita normale. La casa, la scuola, lo sport dei ragazzi. Certo, hai un marito che può essere impegnato in turni di 24 ore se ci sono degli arresti e l’apprensione è una costante, ma è un po’ come se mi fossi arruolata pure io. Quello che successe, il 20 settembre, ci ha sconvolto anche perché una persona è morta».
Quale è stata la reazione attorno a voi?
«Una grandissima solidarietà. Di colleghi di Emanuele, di amici. Adesso, la straordinaria sottoscrizione lanciata dalla Verità. Fa bene al cuore, a volte le forze dell’ordine vengono fatte passare per un nemico d’abbattere. Mi hanno ferito due commenti letti sui social, dove mio marito veniva definito “esaltato” e “scellerato”. Non è affatto così».
Ce lo dica lei, chi è il vice brigadiere Marroccella?
«Un operatore di pubblica sicurezza leale, corretto, benvoluto dai suoi colleghi. Nessuno che abbia mormorato “te la sei voluta”. Si considera al servizio dei cittadini e non sono solo belle parole. Le racconto un episodio. Un paio d’anni prima di quel tragico evento, avevo letto su un social dei carabinieri la lettera di ringraziamento di una coppia che, bloccata dal traffico alla Magliana, rischiava di veder nascere la bimba in auto. Una pattuglia era intervenuta e li avevano scortati in 5 minuti al San Camillo dove la piccola era nata. Racconto l’episodio la sera a tavola e mio marito commenta che era stato lui, a far largo nel traffico. Perché non me lo hai detto, gli ho chiesto. Questo è il mio lavoro, ha risposto semplicemente».
Poi una mattina torna a casa e le dice che ha dovuto sparare e che un uomo è morto.
«È stato terribile. Non riusciva più a dormire, per mesi ha avuto bisogno del sostegno dello psicologo. Pensiamo di dare un aiuto anche ai nostri ragazzi. Ci vorrebbe pure per me, però intanto stringo i denti e penso a loro. Trovo conforto nella preghiera e nell’affetto che tanti ci dimostrano».
Adesso la sentenza di condanna, suo marito colpevole «oltre ogni ragionevole dubbio».
«Mi ha fatto male l’inasprimento della pena. Sono delusa. Quando l’ho detto a mia suocera ha avuto un malore, mia madre non riesce a riprendersi. Emanuele era uscito di casa per andare al lavoro, come ogni giorno e ogni notte in cui è di turno, non per andare a rubare. Se scegli di fare del male, sai che cosa ti può capitare. Chi ci restituirà questi anni, annientati da tanta sofferenza?».
Avete anche una grossa preoccupazione economica.
«Come facciamo a pagare una somma così alta oltre a tutte le spese legali? Emanuele prende 1.500 euro al mese, 1.800 se fa le domeniche, le notti, gli straordinari e c’è solo il suo stipendio che entra. Trovo assurdo dover chiedere aiuto, indebitarci per poter far fronte all’obbligo imposto dal tribunale. Ma se a morire fosse stato un carabiniere, chi avrebbe pagato? Quanto vale la vita di chi si occupa della tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica?».
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