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2022-08-10
Cresce la spaccatura tra istituzioni e gli «esclusi» fedeli a The Donald
Donald Trump (Ansa)
Non sappiamo ancora se il clamoroso blitz dell’Fbi a Mar-a-Lago indurrà Donald Trump a chiamarsi fuori dalla corsa per le presidenziali del 2024, o se, al contrario, ne rafforzerà l’intenzione di candidarsi, per sfidare un’altra volta quell’establishment che palesemente lo detesta.
Siamo sempre lì: rispetto alla «regola» (non scritta ma ferrea) che considera accettato e accettabile solo chi sia progressista (al massimo, è ammessa la variante tecnocratica), l’elezione di Trump nel 2016 ha rappresentato un autentico rovesciamento del tavolo. Ne sono testimonianza lo shock prima e la rabbia poi di certe èlites, la loro propensione a negargli ogni legittimazione mentre era in carica e quindi, dopo la mancata rielezione nel 2020, a considerare il suo quadriennio come un incidente, come una spiacevole parentesi finalmente (per loro) chiusa. Ora, la prospettiva di una sconfitta cocente dei democratici nelle elezioni di mid-term, all’inizio del prossimo novembre, schiude di nuovo ai repubblicani la corsa verso la Casa Bianca, e rialimenta un clima di demonizzazione.
Atteggiamento miope perché, qualunque cosa si pensi personalmente di Trump, non si può pretendere di cancellare pure gli elettori che proprio lui ha massimamente rappresentato: un ceto medio e medio-basso incazzato, impaurito, impoverito, che prima di Trump si era sistematicamente sentito escluso dall’agenda politica e mediatica «ufficiale». Ecco, quell’immensa mezza America esiste ancora, e, anziché cercare di ascoltarla, il vecchio establishment sembra pressoché esclusivamente preoccupato di azzopparne il portavoce, affinché non sia in grado di ripetere la «sorpresa» del 2016.
Anche nel campo repubblicano, come si sa, il dibattito su una terza ricandidatura di Trump è forte e controverso. Milita a favore di questa ipotesi il fatto che la sua capacità di estendere l’elettorato repubblicano (per un verso ai delusi della sinistra, e per altro verso a neri e ispanici) resti assai significativa. Depone in senso contrario il rischio che Trump possa tendere a parlare molto dei veri o presunti brogli del 2020, insomma a fare una campagna elettorale con la testa rivolta all’indietro, e che la sua figura ingombrante ed egoriferita possa - per così dire - aiutare i democratici Usa, divisi su tutto, a unirsi contro il loro vecchio arcinemico, a maggior ragione considerando le polemiche e le controversie che tuttora proseguono sul tragico autogol trumpiano del 6 gennaio 2021, quando - come si sa - una legittima manifestazione di protesta sfociò in un indifendibile assalto a Capitol Hill.
Per molti versi, sarebbe auspicabile un eventuale tentativo repubblicano di mettere in campo un’operazione di «trumpismo senza Trump»: quindi far tesoro della sua capacità di allargare il campo, ma puntare su figure meno autoreferenziali e più proiettate nel futuro, a partire dal governatore della Florida Ron DeSantis. Ma di questo ci occuperemo nei prossimi mesi.
Per ora, occorre sottolineare come il blitz dell’Fbi abbia ancora una volta incendiato il clima. E non va sottovalutata la reazione di Trump e dei suoi, indirizzata alla mezza America che si fida di loro: «They are not after me, they are after you», cioè «non ce l’hanno con me, ma con voi». La sinistra (americana ed europea) parlerà ovviamente di propaganda: e invece il messaggio trumpiano è di enorme efficacia perché corrisponde esattamente a ciò che i suoi elettori pensano e sentono, e cioè un’ostilità profonda del potere costituito (politico, burocratico, mediatico) anche verso di loro, non solo verso Trump.
E questa ulteriore fiammata di polarizzazione e demonizzazione arriva poche settimane dopo ciò che è successo a seguito della decisione della Corte Suprema che ha annullato la sentenza del 1973 «Roe vs Wade» in materia di aborto. Anche lì, da parte democratica, le reazioni hanno innescato un autentico pandemonio: Joe Biden ha parlato di «percorso estremo e pericoloso» intrapreso dalla Corte; Barack Obama di «attacco alle libertà fondamentali»; Hillary Clinton di «infamia»; Nancy Pelosi di una Corte che «sta eviscerando i diritti americani».
Sui giornali e nelle tv, le linee di frattura si sono approfondite in modo esasperato e ultra-radicalizzato: e, sullo sfondo di proteste e disordini (non senza minacce ai giudici della Corte), qualunque posizione intermedia, articolata, sfumata è stata cassata e resa impraticabile. Anche in quel caso, l’opinione pubblica Usa, già divisa per mille ragioni, si è ̀trovata dentro un’ulteriore guerra culturale, in un avvitamento di radicalizzazione incontrollabile.
Spettacolo - c’è da immaginare - guardato con una certa soddisfazione da Pechino e da Mosca, mentre già infuria da mesi la guerra in Ucraina e mentre è sempre più forte pure la tensione su Taiwan. C’è da temere che dittature e autocrazie coglieranno altri segni di divisione interna agli Usa e all’Occidente: e, in ultima analisi, una nostra crescente incapacità di gestire un conflitto di idee e valori in modo non lacerante e rispettoso degli altri.
L’Fbi irrompe a casa di Trump alla ricerca di documenti. «Colpo alla mia candidatura»
Tira un’inquietante aria venezuelana negli Stati Uniti. Lunedì, agenti dell’Fbi hanno condotto una perquisizione nella residenza di Donald Trump in Florida. Secondo i media d’oltreatlantico, i federali erano a caccia di documenti classificati che il diretto interessato si sarebbe indebitamente portato a casa dopo la conclusione dell’incarico presidenziale. «Questa è una condotta persecutoria, la strumentalizzazione del sistema di giustizia, un attacco da parte dei dem della sinistra radicale che non vogliono che mi ricandidi nel 2024», ha tuonato Trump in una nota, paragonando l’accaduto al Watergate. Gli agenti avrebbero portato via degli scatoloni con dei documenti, mentre la Casa Bianca ha detto a Fox News di non essere stata avvisata, rimandando al Dipartimento di Giustizia «per ulteriori informazioni». Il New York Times riferiva ieri sera che il raid non sarebbe collegato all’indagine della commissione parlamentare sull’irruzione in Campidoglio.
I repubblicani hanno fatto quadrato attorno a Trump. Il capogruppo dell’elefantino alla Camera, Kevin McCarthy, ha promesso l’avvio di un’inchiesta parlamentare sul Dipartimento di Giustizia, da lui accusato di politicizzazione. Di «strumentalizzazione» ha parlato il governatore della Florida Ron DeSantis. «Io servivo nella commissione Bengasi, dove provammo che Hillary Clinton aveva informazioni classificate. Non abbiamo fatto raid in casa sua», ha dichiarato l’ex segretario di Stato Mike Pompeo. Risposte chiare e tempestive sono state chieste all’amministrazione Biden dal senatore Rick Scott e dall’ex vicepresidente Mike Pence, mentre la deputata Lauren Boebert ha invocato tagli al budget del Bureau.
Ora, è chiaro che bisognerà attendere le motivazioni ufficiali del raid: motivazioni ufficiali che, quando La Verità è andata in stampa, non erano ancora state rese note. Tuttavia qualche sospetto di politicizzazione effettivamente viene, non solo perché la deputata dem Pramila Jayapal ha esplicitamente detto che «Trump dovrebbe essere in prigione», ma anche perché tanta solerzia investigativa su Hunter Biden - che è sotto indagine della procura federale del Delaware dal 2018 - ancora non si è vista. In primis, va notato che nessun ex presidente americano è mai finito sotto inchiesta. Richard Nixon ottenne il perdono da Gerald Ford nel settembre 1974 sul Watergate, mentre Bill Clinton - poche ore prima di lasciare l’incarico alla Casa Bianca nel gennaio 2001 - raggiunse un accordo con l’Office of the Independent Counsel per non subire un’incriminazione legata al caso Lewinsky. Sebbene ieri Nancy Pelosi abbia sentenziato che «nessuno è al di sopra della legge», storicamente si è sempre evitato di condurre azioni penali su ex presidenti per salvaguardare le istituzioni. Il punto è che, differentemente dai casi di Nixon e Clinton, Trump ha effettuato un unico mandato ed è quindi teoricamente rieleggibile. Ricordiamo sotto questo aspetto che l’Fbi risponde al Dipartimento di Giustizia, attualmente guidato da Merrick Garland, il quale è stato nominato da Joe Biden previa ratifica senatoriale. Quello stesso Biden che fu l’avversario elettorale di Trump nel 2020 e che, in caso si ricandidassero entrambi, dovrebbe sfidarlo ancora nel 2024. Un Biden, rammentiamolo, attualmente in crisi di consensi e che, secondo alcuni sondaggi, perderebbe oggi in un nuovo duello elettorale con l’ex presidente. Tra l’altro, Garland nutre assai probabilmente sentimenti di acrimonia verso Trump, visto che, nel gennaio 2017, quest’ultimo non confermò la sua precedente nomina a giudice della Corte suprema. Senza poi dimenticare alcuni provvedimenti controversi dello stesso Garland da procuratore generale, come quando coinvolse l’Fbi per mettere nel mirino i genitori che protestavano contro l’indottrinamento liberal nelle scuole.
Ma non è finita qui. La questione della presunta sottrazione di documenti classificati da parte di Trump è uscita sui media già a febbraio 2022. Se questa perquisizione era così urgente, perché attendere addirittura sei mesi prima di compierla? Sarà mica perché oggi siamo nel pieno della campagna elettorale per le Midterm di novembre? È vero che Trump non è candidato a queste elezioni. Ma è altrettanto vero che esse rappresentano un test per la sua leadership. Ulteriore stranezza risiede nel fatto che, come notato da Jonathan Turley (professore di diritto alla George Washington University), le eventuali violazioni del Presidential records act (legge del 1978 che regola la gestione dei documenti ufficiali) vengono solitamente affrontate per via amministrativa e non penale.
Inoltre sarà un caso, ma l’ex avvocato della Clinton, Marc Elias, ha twittato, evidenziando la sezione 2071 del titolo 18 del codice degli Stati Uniti: sezione secondo cui chiunque «avendo la custodia di qualsiasi atto, procedimento, mappa, libro, documento, carta, o altro, intenzionalmente e illecitamente nasconde, rimuove, mutila, cancella, falsifica o distrugge gli stessi, è sanzionato o imprigionato non più di tre anni, o entrambi; e perderà il suo incarico e sarà squalificato da qualsiasi incarico negli Usa». Insomma, l’obiettivo potrebbe essere quello di interdire Trump dai pubblici uffici: in altre parole, farlo fuori per via giudiziaria. Vi ricorda qualcosa? Tuttavia, se questo fosse il progetto, non sarebbe facile da realizzare. È infatti la Costituzione americana a fissare i criteri di eleggibilità presidenziale: quindi la sezione 2071 non può applicarsi a chi si candida alla Casa Bianca. Da rilevare che questa argomentazione fu usata (con successo) contro quei conservatori che speravano di bloccare la candidatura presidenziale della Clinton nel 2016 per la questione delle email. E comunque, al di là dei problemi tecnici, la domanda da porsi è soltanto una: siamo veramente sicuri che questo raid non si tradurrà in un boomerang politico per i dem?
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Il raid alimenta il clima di demonizzazione contro il magnate. E soffia sulla rabbia dei suoi sostenitori: cittadini delusi e snobbati dall’establishment. Un’ulteriore lacerazione nel Paese, scosso dalle tensioni sull’aborto.L’Fbi irrompe a casa di Trump alla ricerca di documenti. «Colpo alla mia candidatura». Sequestrate diverse carte nella residenza in Florida. L’ex presidente sarebbe accusato di detenerle illegalmente da fine mandato. I repubblicani: «Tagliamo i fondi al Bureau».Lo speciale comprende due articoli. Non sappiamo ancora se il clamoroso blitz dell’Fbi a Mar-a-Lago indurrà Donald Trump a chiamarsi fuori dalla corsa per le presidenziali del 2024, o se, al contrario, ne rafforzerà l’intenzione di candidarsi, per sfidare un’altra volta quell’establishment che palesemente lo detesta. Siamo sempre lì: rispetto alla «regola» (non scritta ma ferrea) che considera accettato e accettabile solo chi sia progressista (al massimo, è ammessa la variante tecnocratica), l’elezione di Trump nel 2016 ha rappresentato un autentico rovesciamento del tavolo. Ne sono testimonianza lo shock prima e la rabbia poi di certe èlites, la loro propensione a negargli ogni legittimazione mentre era in carica e quindi, dopo la mancata rielezione nel 2020, a considerare il suo quadriennio come un incidente, come una spiacevole parentesi finalmente (per loro) chiusa. Ora, la prospettiva di una sconfitta cocente dei democratici nelle elezioni di mid-term, all’inizio del prossimo novembre, schiude di nuovo ai repubblicani la corsa verso la Casa Bianca, e rialimenta un clima di demonizzazione. Atteggiamento miope perché, qualunque cosa si pensi personalmente di Trump, non si può pretendere di cancellare pure gli elettori che proprio lui ha massimamente rappresentato: un ceto medio e medio-basso incazzato, impaurito, impoverito, che prima di Trump si era sistematicamente sentito escluso dall’agenda politica e mediatica «ufficiale». Ecco, quell’immensa mezza America esiste ancora, e, anziché cercare di ascoltarla, il vecchio establishment sembra pressoché esclusivamente preoccupato di azzopparne il portavoce, affinché non sia in grado di ripetere la «sorpresa» del 2016.Anche nel campo repubblicano, come si sa, il dibattito su una terza ricandidatura di Trump è forte e controverso. Milita a favore di questa ipotesi il fatto che la sua capacità di estendere l’elettorato repubblicano (per un verso ai delusi della sinistra, e per altro verso a neri e ispanici) resti assai significativa. Depone in senso contrario il rischio che Trump possa tendere a parlare molto dei veri o presunti brogli del 2020, insomma a fare una campagna elettorale con la testa rivolta all’indietro, e che la sua figura ingombrante ed egoriferita possa - per così dire - aiutare i democratici Usa, divisi su tutto, a unirsi contro il loro vecchio arcinemico, a maggior ragione considerando le polemiche e le controversie che tuttora proseguono sul tragico autogol trumpiano del 6 gennaio 2021, quando - come si sa - una legittima manifestazione di protesta sfociò in un indifendibile assalto a Capitol Hill. Per molti versi, sarebbe auspicabile un eventuale tentativo repubblicano di mettere in campo un’operazione di «trumpismo senza Trump»: quindi far tesoro della sua capacità di allargare il campo, ma puntare su figure meno autoreferenziali e più proiettate nel futuro, a partire dal governatore della Florida Ron DeSantis. Ma di questo ci occuperemo nei prossimi mesi. Per ora, occorre sottolineare come il blitz dell’Fbi abbia ancora una volta incendiato il clima. E non va sottovalutata la reazione di Trump e dei suoi, indirizzata alla mezza America che si fida di loro: «They are not after me, they are after you», cioè «non ce l’hanno con me, ma con voi». La sinistra (americana ed europea) parlerà ovviamente di propaganda: e invece il messaggio trumpiano è di enorme efficacia perché corrisponde esattamente a ciò che i suoi elettori pensano e sentono, e cioè un’ostilità profonda del potere costituito (politico, burocratico, mediatico) anche verso di loro, non solo verso Trump. E questa ulteriore fiammata di polarizzazione e demonizzazione arriva poche settimane dopo ciò che è successo a seguito della decisione della Corte Suprema che ha annullato la sentenza del 1973 «Roe vs Wade» in materia di aborto. Anche lì, da parte democratica, le reazioni hanno innescato un autentico pandemonio: Joe Biden ha parlato di «percorso estremo e pericoloso» intrapreso dalla Corte; Barack Obama di «attacco alle libertà fondamentali»; Hillary Clinton di «infamia»; Nancy Pelosi di una Corte che «sta eviscerando i diritti americani». Sui giornali e nelle tv, le linee di frattura si sono approfondite in modo esasperato e ultra-radicalizzato: e, sullo sfondo di proteste e disordini (non senza minacce ai giudici della Corte), qualunque posizione intermedia, articolata, sfumata è stata cassata e resa impraticabile. Anche in quel caso, l’opinione pubblica Usa, già divisa per mille ragioni, si è ̀trovata dentro un’ulteriore guerra culturale, in un avvitamento di radicalizzazione incontrollabile. Spettacolo - c’è da immaginare - guardato con una certa soddisfazione da Pechino e da Mosca, mentre già infuria da mesi la guerra in Ucraina e mentre è sempre più forte pure la tensione su Taiwan. C’è da temere che dittature e autocrazie coglieranno altri segni di divisione interna agli Usa e all’Occidente: e, in ultima analisi, una nostra crescente incapacità di gestire un conflitto di idee e valori in modo non lacerante e rispettoso degli altri. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cresce-la-spaccatura-tra-istituzioni-e-gli-esclusi-fedeli-a-the-donald-2657836903.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lfbi-irrompe-a-casa-di-trump-alla-ricerca-di-documenti-colpo-alla-mia-candidatura" data-post-id="2657836903" data-published-at="1660074901" data-use-pagination="False"> L’Fbi irrompe a casa di Trump alla ricerca di documenti. «Colpo alla mia candidatura» Tira un’inquietante aria venezuelana negli Stati Uniti. Lunedì, agenti dell’Fbi hanno condotto una perquisizione nella residenza di Donald Trump in Florida. Secondo i media d’oltreatlantico, i federali erano a caccia di documenti classificati che il diretto interessato si sarebbe indebitamente portato a casa dopo la conclusione dell’incarico presidenziale. «Questa è una condotta persecutoria, la strumentalizzazione del sistema di giustizia, un attacco da parte dei dem della sinistra radicale che non vogliono che mi ricandidi nel 2024», ha tuonato Trump in una nota, paragonando l’accaduto al Watergate. Gli agenti avrebbero portato via degli scatoloni con dei documenti, mentre la Casa Bianca ha detto a Fox News di non essere stata avvisata, rimandando al Dipartimento di Giustizia «per ulteriori informazioni». Il New York Times riferiva ieri sera che il raid non sarebbe collegato all’indagine della commissione parlamentare sull’irruzione in Campidoglio. I repubblicani hanno fatto quadrato attorno a Trump. Il capogruppo dell’elefantino alla Camera, Kevin McCarthy, ha promesso l’avvio di un’inchiesta parlamentare sul Dipartimento di Giustizia, da lui accusato di politicizzazione. Di «strumentalizzazione» ha parlato il governatore della Florida Ron DeSantis. «Io servivo nella commissione Bengasi, dove provammo che Hillary Clinton aveva informazioni classificate. Non abbiamo fatto raid in casa sua», ha dichiarato l’ex segretario di Stato Mike Pompeo. Risposte chiare e tempestive sono state chieste all’amministrazione Biden dal senatore Rick Scott e dall’ex vicepresidente Mike Pence, mentre la deputata Lauren Boebert ha invocato tagli al budget del Bureau. Ora, è chiaro che bisognerà attendere le motivazioni ufficiali del raid: motivazioni ufficiali che, quando La Verità è andata in stampa, non erano ancora state rese note. Tuttavia qualche sospetto di politicizzazione effettivamente viene, non solo perché la deputata dem Pramila Jayapal ha esplicitamente detto che «Trump dovrebbe essere in prigione», ma anche perché tanta solerzia investigativa su Hunter Biden - che è sotto indagine della procura federale del Delaware dal 2018 - ancora non si è vista. In primis, va notato che nessun ex presidente americano è mai finito sotto inchiesta. Richard Nixon ottenne il perdono da Gerald Ford nel settembre 1974 sul Watergate, mentre Bill Clinton - poche ore prima di lasciare l’incarico alla Casa Bianca nel gennaio 2001 - raggiunse un accordo con l’Office of the Independent Counsel per non subire un’incriminazione legata al caso Lewinsky. Sebbene ieri Nancy Pelosi abbia sentenziato che «nessuno è al di sopra della legge», storicamente si è sempre evitato di condurre azioni penali su ex presidenti per salvaguardare le istituzioni. Il punto è che, differentemente dai casi di Nixon e Clinton, Trump ha effettuato un unico mandato ed è quindi teoricamente rieleggibile. Ricordiamo sotto questo aspetto che l’Fbi risponde al Dipartimento di Giustizia, attualmente guidato da Merrick Garland, il quale è stato nominato da Joe Biden previa ratifica senatoriale. Quello stesso Biden che fu l’avversario elettorale di Trump nel 2020 e che, in caso si ricandidassero entrambi, dovrebbe sfidarlo ancora nel 2024. Un Biden, rammentiamolo, attualmente in crisi di consensi e che, secondo alcuni sondaggi, perderebbe oggi in un nuovo duello elettorale con l’ex presidente. Tra l’altro, Garland nutre assai probabilmente sentimenti di acrimonia verso Trump, visto che, nel gennaio 2017, quest’ultimo non confermò la sua precedente nomina a giudice della Corte suprema. Senza poi dimenticare alcuni provvedimenti controversi dello stesso Garland da procuratore generale, come quando coinvolse l’Fbi per mettere nel mirino i genitori che protestavano contro l’indottrinamento liberal nelle scuole. Ma non è finita qui. La questione della presunta sottrazione di documenti classificati da parte di Trump è uscita sui media già a febbraio 2022. Se questa perquisizione era così urgente, perché attendere addirittura sei mesi prima di compierla? Sarà mica perché oggi siamo nel pieno della campagna elettorale per le Midterm di novembre? È vero che Trump non è candidato a queste elezioni. Ma è altrettanto vero che esse rappresentano un test per la sua leadership. Ulteriore stranezza risiede nel fatto che, come notato da Jonathan Turley (professore di diritto alla George Washington University), le eventuali violazioni del Presidential records act (legge del 1978 che regola la gestione dei documenti ufficiali) vengono solitamente affrontate per via amministrativa e non penale. Inoltre sarà un caso, ma l’ex avvocato della Clinton, Marc Elias, ha twittato, evidenziando la sezione 2071 del titolo 18 del codice degli Stati Uniti: sezione secondo cui chiunque «avendo la custodia di qualsiasi atto, procedimento, mappa, libro, documento, carta, o altro, intenzionalmente e illecitamente nasconde, rimuove, mutila, cancella, falsifica o distrugge gli stessi, è sanzionato o imprigionato non più di tre anni, o entrambi; e perderà il suo incarico e sarà squalificato da qualsiasi incarico negli Usa». Insomma, l’obiettivo potrebbe essere quello di interdire Trump dai pubblici uffici: in altre parole, farlo fuori per via giudiziaria. Vi ricorda qualcosa? Tuttavia, se questo fosse il progetto, non sarebbe facile da realizzare. È infatti la Costituzione americana a fissare i criteri di eleggibilità presidenziale: quindi la sezione 2071 non può applicarsi a chi si candida alla Casa Bianca. Da rilevare che questa argomentazione fu usata (con successo) contro quei conservatori che speravano di bloccare la candidatura presidenziale della Clinton nel 2016 per la questione delle email. E comunque, al di là dei problemi tecnici, la domanda da porsi è soltanto una: siamo veramente sicuri che questo raid non si tradurrà in un boomerang politico per i dem?
Keir Starmer (Ansa)
Se entro il 16 luglio non dovessero giungere altre candidature al comitato esecutivo nazionale laburista e Burnham, ex sindaco della Great Manchester, non incontrerà ostacoli nella sua corsa verso Downing Street, potrebbe diventare automaticamente premier intorno al 18 luglio. Il secondo scenario, che prevede un cambio ai vertici in tempi più lunghi (verosimilmente a settembre) potrebbe scattare se si dovessero presentare altri sfidanti alle candidature per la leadership del partito, che Starmer aprirà il 9 luglio. In lizza potrebbe esserci Al Carns, ex viceministro delle forze armate, che vuole però conoscere la «visione» di Burnham per il Paese prima di decidere se candidarsi o meno: «Vedremo come si evolverà la situazione», ha dichiarato Carns. Un’ipotesi di là da venire, se si considera che il favorito alla successione di Starmer non ha mai presentato un programma e le sue idee su temi cruciali come la Brexit e il riavvicinamento di Londra all’Ue non sono affatto chiare: al momento è concentrato sulle poltrone e sta mettendo in piedi la squadra di governo. Anche il ministro Darren Jones, fedelissimo di Starmer, pur ritenendo la sua candidatura «molto improbabile», è stato incoraggiato da alcuni parlamentari a sfidare Burnham e anche lui, riferiscono fonti interne al partito, si sta tenendo aperte tutte le opzioni finché il favorito non presenterà «piani di governo più dettagliati, in particolare per quanto riguarda l’economia»: auguri anche a lui. Chi invece era considerato lo sfidante più probabile, l’ex ministro della salute Wes Streeting, esponente della «destra blairiana», ha già offerto il suo endorsement a Burnham.
La verità è che l’esito, con o senza competizione interna, sarà comunque scontato: se gli eventuali candidati hanno bisogno dell’appoggio di 81 parlamentari laburisti, Burnham è sostenuto dalla stragrande maggioranza degli oltre 400 deputati del gruppo di maggioranza ed è in testa anche nei sondaggi condotti fra gli iscritti. Il «Re del Nord», inoltre, è al momento il politico più popolare del Regno Unito e, pur non avendo offerto neanche l’ombra di una previsione economica di facciata, furoreggia sui social: quanto basta al malandato Labour per giudicarlo spendibile ed evitare di andare ad elezioni, come chiede insistentemente il partito di destra Reform guidato da Nigel Farage, primo partito inglese secondo i sondaggi. Alcuni parlamentari insistono sul fatto che convincere Burnham a presentarsi a elezioni generali, come richiesto dalla destra, conferirebbe maggiore legittimità al suo mandato, ma per il ministro Nick Thomas-Symonds una «rapida transizione» è «nel migliore interesse del Paese». E così, anche il Regno Unito passerà per la (ormai superata) trafila «all’italiana», avendo avuto sette primi ministri in dieci anni, dalla Brexit a oggi, e un futuro premier che non sarà eletto direttamente dal popolo, come invece è stato Starmer (e in Italia Giorgia Meloni). Il premier dimissionario, nel frattempo, porta avanti gli appuntamenti ufficiali: oggi sarà a Berlino insieme con Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro polacco Donald Tusk per discutere del sostegno all’Ucraina. Il vertice tra Unione europea e Regno Unito previsto per il 22 luglio appare invece sempre più incerto dopo le dimissioni: Starmer aveva fatto del ripristino delle relazioni con l’Ue una delle priorità del proprio mandato e stava finalizzando diversi accordi per rafforzare gli scambi commerciali e integrare i mercati dell’energia elettrica, ma Bruxelles ha confermato che i piani sono attualmente «in fase di rivalutazione».
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La nuova flotta di bus elettrici della Capitale (Ansa)
La giunta Gualtieri, in pompa magna, dal Campidoglio, con i fondi del Pnrr, con un investimento colossale di 250 milioni di euro annunciò l’acquisto di 411 mezzi, bus elettrici, pagati oltre 500.000 euro ciascuno. Ma sono bastate le prime giornate di caldo torrido per costringere decine di mezzi a interrompere il servizio e rientrare anticipatamente nei depositi per non rischiare di rimanere a secco in mezzo alla strada: questo perché le batterie elettriche da 340 kWh non reggono il caldo e consumano molto di più, tanto che l’autonomia reale di questi mezzi rischia di dimezzarsi rispetto ai 300 chilometri previsti non appena si accende l’aria condizionata per non far crepare dal caldo lavoratori e passeggeri.
La giunta Gualtieri meriterebbe il premio Nobel per il «capolavoro green totale»: poiché c’è l’emergenza climatica bisogna spostare tutto sull’elettrico, salvo il fatto che poi il caldo «spegne» le batterie. Neanche Einstein, volendo convertire il suo genio all’invenzione di qualcosa di completamente cretino, pur con grande impegno, sarebbe arrivato a tanto.
Se ci è permesso, detto alla nostra maniera, si è passati dal surriscaldamento climatico al surriscaldamento dei coglioni dei romani, usando tale termine in senso metaforico e applicabile ad ambedue i sessi e anche a situazioni fluide: talmente fluide che i medesimi coglioni si sono liquefatti assieme alle batterie elettriche della svolta green. Da ora in poi Gualtieri lo chiameremo «Icaro», che costruì le ali di cera volando verso il sole, ma il sole le liquefece e Icaro cadde rovinosamente a terra.
Così è successo alla giunta Gualtieri, guidata di Icaro Gualtieri, fu Roberto, con il solo distinguo che mentre Icaro, a quanto ci risulta, si pagò la cera da solo, il novello Icaro i bus elettrici li ha fatti pagare con i nostri soldi. Ricordiamoci sempre, infatti, che i soldi del Pnrr sono gira e rigira prestiti che dovranno essere restituiti con gli interessi dagli italiani. I soldi europei non cadono dal cielo come la manna per gli Israeliti, ma vengono dati con la mano destra e ripresi con la mano sinistra.
Una prima domanda è chi abbia progettato e prodotto questi bus elettrici. Pensavano di produrli forniti di gomme chiodate o di catene per le ruote in previsione di una spedizione al Polo Nord? Pensavano di mandarli nei Paesi del Nord Europa? Avevano fatto un accordo con Putin per assicurarsi il voto dei siberiani in caso di difficoltà di spostamento? Vorremmo entrare nel cervello di coloro che hanno progettato e prodotto questi pullman e soprattutto le batterie, magari comprate in Cina. Perché delle due l’una: o non credono al surriscaldamento globale (del resto non necessario nel caso di Roma perché nella capitale c’è un caldo terribile da tempo immemore), e quindi progettano e producono solo perché il mercato va in quella direzione e se ne fottono della funzionalità dei mezzi di trasporto da loro prodotti; oppure sono un gruppo di imbecilli incapaci di progettare e produrre qualcosa che sia adatto al clima derivante dal surriscaldamento globale. Le due ipotesi, tradendo il principio di non contraddizione di Parmenide, per cui A non può essere nello stesso tempo non-A, in questo caso, eccezionalmente, possono essere valide entrambe: producono perché gli conviene e sono al contempo dei grandi imbecilli. In termini di diritto amministrativo si potrebbe dire che le due cariche sono compatibili. L’unica cosa che non è compatibile è che le batterie cariche si scaricano velocemente, basta un po’ di caldo.
Intanto i romani sono rimasti a piedi sotto il sole cocente dopo che, sia pure in minima parte, continueranno a pagare il debito contratto con l’Europa e i relativi interessi dei fondi prestati con il Pnrr. Un vero e proprio capolavoro.
Sarà interessante, molto interessante, vedere le reazioni dei sostenitori a spada tratta del Green deal, non perché ci aspettiamo una loro ritrattazione (noi crediamo che ci sia un evidente problema climatico), ma perché ci basterebbe una presa d’atto che le modalità e i tempi con i quali questo Green deal è stato pensato e attuato sono totalmente irragionevoli, irrealistici, utopistici e completamente impermeabili agli effetti nefasti che sta provocando. Vedi le condizioni disastrose in cui si trova l’industria automobilistica europea, a partire da quella tedesca che trainava il settore in Europa e non solo. Per non dire di quella italiana, ma lì dovremmo entrare nella mente degli Elkann: e non essendo speleologi, non siamo francamente in grado.
C’è poi un’ultima domanda da porsi e riguarda il capitolato d’appalto attraverso il quale si è fatta la gara per l’acquisto dei bus elettrici. Il capitolato è quell’insieme di clausole di un contratto e, in questo caso, una delle parti è la pubblica amministrazione. Chi ha scritto questo capitolato ha messo delle clausole che riguardano la sostenibilità di tali batterie al caldo e al freddo e la loro relativa efficienza? Se non ce le ha messe ha compiuto un errore da scuole elementari dove, infatti, il diritto amministrativo non viene insegnato.
Insomma, questa situazione meriterebbe un approfondimento anche legale e giuridico. Vediamo se chi di dovere compirà gli accertamenti dovuti: questo scandalo non può esimere dal farli, a partire dalla stampa. Non siamo molto ottimisti che verrà fatto, ma siamo sicuri che la figura di merda che ha fatto la giunta che guida la città Capitale d’Italia è di dimensioni enormi, molto superiori ai pur grandissimi disagi provocati alla popolazione che vive a Roma, nonché ai turisti che vengono a visitarla. Una figura di merda di dimensioni internazionali, per questo merita un premio speciale: il Nobel della coglionata.
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Ansa
E ancor meno che mai su questi stessi media si leggerà la notizia delle manifestazioni di piazza tenutesi a Tripoli la settimana scorsa per contestare proprio l’ente che si dovrebbe trovare là per fare il loro esclusivo bene: l’Unhcr. Figuriamoci se poi i manifestanti si mettono a esporre cartelli con la scritta: «La Libia ai libici», cosa che se li avesse visti una preside di Cesena li avrebbe immediatamente sanzionati.
Ma la notizia è che a Tripoli sono scesi in piazza per chiedere la chiusura degli uffici locali dell’agenzia Onu che gestisce l’immigrazione in quanto ritenuta responsabile della trasformazione della Libia in un enorme hub di illegalità e degrado. L’Unhcr, l’agenzia che gestisce i «corridoi umanitari», è percepita come parte di un apparato che mantiene la Libia in una condizione oggettiva di extraterritorialità, funzionale agli interessi dei Paesi di destinazione e causa dell’erosione del principio di autodeterminazione, di tensioni sociali interne e degrado sociale.
In pratica in Libia stanno dicendo quello che dicono i sostenitori europei della remigrazione ma trovandosi in una condizione speculare. E nessun immigrazionista europeo o alto funzionario Onu ammetterà mai che l’Africa subsahariana è strutturata come un vero e proprio spazio postcoloniale il cui sviluppo interno è bloccato dalla necessità di costituirsi come serbatoio di manodopera a basso costo e di flussi umani destinati a compensare la denatalità europea. Nessun funzionario Unhcr ammetterà (in pubblico) di trovarsi a gestire una condizione di biopolitica rovesciata, un neocolonialismo che non estrae risorse materiali ma potenziale demografico, perpetuando la dipendenza delle ex colonie senza formalizzare il dominio territoriale.
In questo senso l’Africa non è affatto «lasciata indietro», come vorrebbe la narrazione terzomondista, ma attivamente configurata come periferia funzionale al centro, come riserva di materia prima da estrarre e da incanalare verso la gestione degli apparati parastatali preposti. E non c’è niente né di umanitario né tantomeno di «redistributivo» in tutto ciò: rapporti della World bank e dati Onu documentano come le rimesse in valuta pregiata provenienti dagli emigrati in Europa abbiano creato in diversi Paesi africani una classe intermedia di famiglie che, grazie ai trasferimenti regolari dall’estero, possono contare su uno status sociale da perfetti rentier. E nessun terzomondista parlerà mai di questa stratificazione sociale di origine neocoloniale in termini di condanna marxista per una nuova borghesia africana il cui interesse oggettivo è il mantenimento del circuito di esodo e rimesse mentre lo sviluppo produttivo interno resta del tutto dormiente a dispetto dei fondi di sviluppo percepiti. Il sistema di estrazione di manodopera e flussi demografici dall’Africa non viene letto come neocolonialismo ma come «necessità umanitaria» basata sull’estensione narrativa del concetto di «guerra perpetua», poi derubricata a «fame» e poi a «emergenza climatica». La mobilità umana verso l’Europa è presentata come diritto universale e riscatto postcoloniale mentre qualsiasi restrizione è bollata come razzismo o sovranismo, quando invece il primo dei diritti sarebbe quello di non emigrare e l’unica vera fuoriuscita dal colonialismo dovrebbe basarsi sul rispetto delle sovranità e diversità altrui. Il postcolonialismo viene applicato solo al passato europeo, mentre le nuove asimmetrie vengono neutralizzate dal paradigma dei «nuovi diritti» avulsi da ogni riflessione sulle conseguenze del sistema immigrazionista.
Le stesse morti in mare non vengono mai lette come conseguenze di questo apparato di sfruttamento ma sono sempre attribuite a cause esterne, ignorando con ciò il fatto che la promozione di flussi non selettivi e scarsamente governati produce strutturalmente queste perdite come conseguenza prevedibile ma accettata dal paradigma, a maggior ragione in presenza di una filiera d’intervento strutturata e basata sulle Ong europee.
Appare difficile non ammettere il cinismo di questa enorme e ormai pluridecennale dinamica basata sulla separazione tra etica umanitaria dichiarata e razionalità gestionale implicita, dove i morti vengono considerati, questa volta con molto rigore marxista, come vittime dei «trafficanti», dei malvagi che si fanno guidare dal profitto ma che, se non esistessero, consentirebbero a tutti gli immigrati di utilizzare i sicuri voli di linea, gli stessi voli che ci sono ma che nessuno prende mai. La verità è che un sistema che estrae valore umano da un continente sottosviluppato per alimentare il sistema produttivo di un continente iperindustrializzato e ormai alle porte della rivoluzione robotica, non viene riconosciuto come tale perché chi ne trae beneficio materiale e simbolico basa la propria stessa esistenza ed espansione sulla narrazione dell’inevitabilità.
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