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2022-08-10
Cresce la spaccatura tra istituzioni e gli «esclusi» fedeli a The Donald
Donald Trump (Ansa)
Non sappiamo ancora se il clamoroso blitz dell’Fbi a Mar-a-Lago indurrà Donald Trump a chiamarsi fuori dalla corsa per le presidenziali del 2024, o se, al contrario, ne rafforzerà l’intenzione di candidarsi, per sfidare un’altra volta quell’establishment che palesemente lo detesta.
Siamo sempre lì: rispetto alla «regola» (non scritta ma ferrea) che considera accettato e accettabile solo chi sia progressista (al massimo, è ammessa la variante tecnocratica), l’elezione di Trump nel 2016 ha rappresentato un autentico rovesciamento del tavolo. Ne sono testimonianza lo shock prima e la rabbia poi di certe èlites, la loro propensione a negargli ogni legittimazione mentre era in carica e quindi, dopo la mancata rielezione nel 2020, a considerare il suo quadriennio come un incidente, come una spiacevole parentesi finalmente (per loro) chiusa. Ora, la prospettiva di una sconfitta cocente dei democratici nelle elezioni di mid-term, all’inizio del prossimo novembre, schiude di nuovo ai repubblicani la corsa verso la Casa Bianca, e rialimenta un clima di demonizzazione.
Atteggiamento miope perché, qualunque cosa si pensi personalmente di Trump, non si può pretendere di cancellare pure gli elettori che proprio lui ha massimamente rappresentato: un ceto medio e medio-basso incazzato, impaurito, impoverito, che prima di Trump si era sistematicamente sentito escluso dall’agenda politica e mediatica «ufficiale». Ecco, quell’immensa mezza America esiste ancora, e, anziché cercare di ascoltarla, il vecchio establishment sembra pressoché esclusivamente preoccupato di azzopparne il portavoce, affinché non sia in grado di ripetere la «sorpresa» del 2016.
Anche nel campo repubblicano, come si sa, il dibattito su una terza ricandidatura di Trump è forte e controverso. Milita a favore di questa ipotesi il fatto che la sua capacità di estendere l’elettorato repubblicano (per un verso ai delusi della sinistra, e per altro verso a neri e ispanici) resti assai significativa. Depone in senso contrario il rischio che Trump possa tendere a parlare molto dei veri o presunti brogli del 2020, insomma a fare una campagna elettorale con la testa rivolta all’indietro, e che la sua figura ingombrante ed egoriferita possa - per così dire - aiutare i democratici Usa, divisi su tutto, a unirsi contro il loro vecchio arcinemico, a maggior ragione considerando le polemiche e le controversie che tuttora proseguono sul tragico autogol trumpiano del 6 gennaio 2021, quando - come si sa - una legittima manifestazione di protesta sfociò in un indifendibile assalto a Capitol Hill.
Per molti versi, sarebbe auspicabile un eventuale tentativo repubblicano di mettere in campo un’operazione di «trumpismo senza Trump»: quindi far tesoro della sua capacità di allargare il campo, ma puntare su figure meno autoreferenziali e più proiettate nel futuro, a partire dal governatore della Florida Ron DeSantis. Ma di questo ci occuperemo nei prossimi mesi.
Per ora, occorre sottolineare come il blitz dell’Fbi abbia ancora una volta incendiato il clima. E non va sottovalutata la reazione di Trump e dei suoi, indirizzata alla mezza America che si fida di loro: «They are not after me, they are after you», cioè «non ce l’hanno con me, ma con voi». La sinistra (americana ed europea) parlerà ovviamente di propaganda: e invece il messaggio trumpiano è di enorme efficacia perché corrisponde esattamente a ciò che i suoi elettori pensano e sentono, e cioè un’ostilità profonda del potere costituito (politico, burocratico, mediatico) anche verso di loro, non solo verso Trump.
E questa ulteriore fiammata di polarizzazione e demonizzazione arriva poche settimane dopo ciò che è successo a seguito della decisione della Corte Suprema che ha annullato la sentenza del 1973 «Roe vs Wade» in materia di aborto. Anche lì, da parte democratica, le reazioni hanno innescato un autentico pandemonio: Joe Biden ha parlato di «percorso estremo e pericoloso» intrapreso dalla Corte; Barack Obama di «attacco alle libertà fondamentali»; Hillary Clinton di «infamia»; Nancy Pelosi di una Corte che «sta eviscerando i diritti americani».
Sui giornali e nelle tv, le linee di frattura si sono approfondite in modo esasperato e ultra-radicalizzato: e, sullo sfondo di proteste e disordini (non senza minacce ai giudici della Corte), qualunque posizione intermedia, articolata, sfumata è stata cassata e resa impraticabile. Anche in quel caso, l’opinione pubblica Usa, già divisa per mille ragioni, si è ̀trovata dentro un’ulteriore guerra culturale, in un avvitamento di radicalizzazione incontrollabile.
Spettacolo - c’è da immaginare - guardato con una certa soddisfazione da Pechino e da Mosca, mentre già infuria da mesi la guerra in Ucraina e mentre è sempre più forte pure la tensione su Taiwan. C’è da temere che dittature e autocrazie coglieranno altri segni di divisione interna agli Usa e all’Occidente: e, in ultima analisi, una nostra crescente incapacità di gestire un conflitto di idee e valori in modo non lacerante e rispettoso degli altri.
L’Fbi irrompe a casa di Trump alla ricerca di documenti. «Colpo alla mia candidatura»
Tira un’inquietante aria venezuelana negli Stati Uniti. Lunedì, agenti dell’Fbi hanno condotto una perquisizione nella residenza di Donald Trump in Florida. Secondo i media d’oltreatlantico, i federali erano a caccia di documenti classificati che il diretto interessato si sarebbe indebitamente portato a casa dopo la conclusione dell’incarico presidenziale. «Questa è una condotta persecutoria, la strumentalizzazione del sistema di giustizia, un attacco da parte dei dem della sinistra radicale che non vogliono che mi ricandidi nel 2024», ha tuonato Trump in una nota, paragonando l’accaduto al Watergate. Gli agenti avrebbero portato via degli scatoloni con dei documenti, mentre la Casa Bianca ha detto a Fox News di non essere stata avvisata, rimandando al Dipartimento di Giustizia «per ulteriori informazioni». Il New York Times riferiva ieri sera che il raid non sarebbe collegato all’indagine della commissione parlamentare sull’irruzione in Campidoglio.
I repubblicani hanno fatto quadrato attorno a Trump. Il capogruppo dell’elefantino alla Camera, Kevin McCarthy, ha promesso l’avvio di un’inchiesta parlamentare sul Dipartimento di Giustizia, da lui accusato di politicizzazione. Di «strumentalizzazione» ha parlato il governatore della Florida Ron DeSantis. «Io servivo nella commissione Bengasi, dove provammo che Hillary Clinton aveva informazioni classificate. Non abbiamo fatto raid in casa sua», ha dichiarato l’ex segretario di Stato Mike Pompeo. Risposte chiare e tempestive sono state chieste all’amministrazione Biden dal senatore Rick Scott e dall’ex vicepresidente Mike Pence, mentre la deputata Lauren Boebert ha invocato tagli al budget del Bureau.
Ora, è chiaro che bisognerà attendere le motivazioni ufficiali del raid: motivazioni ufficiali che, quando La Verità è andata in stampa, non erano ancora state rese note. Tuttavia qualche sospetto di politicizzazione effettivamente viene, non solo perché la deputata dem Pramila Jayapal ha esplicitamente detto che «Trump dovrebbe essere in prigione», ma anche perché tanta solerzia investigativa su Hunter Biden - che è sotto indagine della procura federale del Delaware dal 2018 - ancora non si è vista. In primis, va notato che nessun ex presidente americano è mai finito sotto inchiesta. Richard Nixon ottenne il perdono da Gerald Ford nel settembre 1974 sul Watergate, mentre Bill Clinton - poche ore prima di lasciare l’incarico alla Casa Bianca nel gennaio 2001 - raggiunse un accordo con l’Office of the Independent Counsel per non subire un’incriminazione legata al caso Lewinsky. Sebbene ieri Nancy Pelosi abbia sentenziato che «nessuno è al di sopra della legge», storicamente si è sempre evitato di condurre azioni penali su ex presidenti per salvaguardare le istituzioni. Il punto è che, differentemente dai casi di Nixon e Clinton, Trump ha effettuato un unico mandato ed è quindi teoricamente rieleggibile. Ricordiamo sotto questo aspetto che l’Fbi risponde al Dipartimento di Giustizia, attualmente guidato da Merrick Garland, il quale è stato nominato da Joe Biden previa ratifica senatoriale. Quello stesso Biden che fu l’avversario elettorale di Trump nel 2020 e che, in caso si ricandidassero entrambi, dovrebbe sfidarlo ancora nel 2024. Un Biden, rammentiamolo, attualmente in crisi di consensi e che, secondo alcuni sondaggi, perderebbe oggi in un nuovo duello elettorale con l’ex presidente. Tra l’altro, Garland nutre assai probabilmente sentimenti di acrimonia verso Trump, visto che, nel gennaio 2017, quest’ultimo non confermò la sua precedente nomina a giudice della Corte suprema. Senza poi dimenticare alcuni provvedimenti controversi dello stesso Garland da procuratore generale, come quando coinvolse l’Fbi per mettere nel mirino i genitori che protestavano contro l’indottrinamento liberal nelle scuole.
Ma non è finita qui. La questione della presunta sottrazione di documenti classificati da parte di Trump è uscita sui media già a febbraio 2022. Se questa perquisizione era così urgente, perché attendere addirittura sei mesi prima di compierla? Sarà mica perché oggi siamo nel pieno della campagna elettorale per le Midterm di novembre? È vero che Trump non è candidato a queste elezioni. Ma è altrettanto vero che esse rappresentano un test per la sua leadership. Ulteriore stranezza risiede nel fatto che, come notato da Jonathan Turley (professore di diritto alla George Washington University), le eventuali violazioni del Presidential records act (legge del 1978 che regola la gestione dei documenti ufficiali) vengono solitamente affrontate per via amministrativa e non penale.
Inoltre sarà un caso, ma l’ex avvocato della Clinton, Marc Elias, ha twittato, evidenziando la sezione 2071 del titolo 18 del codice degli Stati Uniti: sezione secondo cui chiunque «avendo la custodia di qualsiasi atto, procedimento, mappa, libro, documento, carta, o altro, intenzionalmente e illecitamente nasconde, rimuove, mutila, cancella, falsifica o distrugge gli stessi, è sanzionato o imprigionato non più di tre anni, o entrambi; e perderà il suo incarico e sarà squalificato da qualsiasi incarico negli Usa». Insomma, l’obiettivo potrebbe essere quello di interdire Trump dai pubblici uffici: in altre parole, farlo fuori per via giudiziaria. Vi ricorda qualcosa? Tuttavia, se questo fosse il progetto, non sarebbe facile da realizzare. È infatti la Costituzione americana a fissare i criteri di eleggibilità presidenziale: quindi la sezione 2071 non può applicarsi a chi si candida alla Casa Bianca. Da rilevare che questa argomentazione fu usata (con successo) contro quei conservatori che speravano di bloccare la candidatura presidenziale della Clinton nel 2016 per la questione delle email. E comunque, al di là dei problemi tecnici, la domanda da porsi è soltanto una: siamo veramente sicuri che questo raid non si tradurrà in un boomerang politico per i dem?
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Il raid alimenta il clima di demonizzazione contro il magnate. E soffia sulla rabbia dei suoi sostenitori: cittadini delusi e snobbati dall’establishment. Un’ulteriore lacerazione nel Paese, scosso dalle tensioni sull’aborto.L’Fbi irrompe a casa di Trump alla ricerca di documenti. «Colpo alla mia candidatura». Sequestrate diverse carte nella residenza in Florida. L’ex presidente sarebbe accusato di detenerle illegalmente da fine mandato. I repubblicani: «Tagliamo i fondi al Bureau».Lo speciale comprende due articoli. Non sappiamo ancora se il clamoroso blitz dell’Fbi a Mar-a-Lago indurrà Donald Trump a chiamarsi fuori dalla corsa per le presidenziali del 2024, o se, al contrario, ne rafforzerà l’intenzione di candidarsi, per sfidare un’altra volta quell’establishment che palesemente lo detesta. Siamo sempre lì: rispetto alla «regola» (non scritta ma ferrea) che considera accettato e accettabile solo chi sia progressista (al massimo, è ammessa la variante tecnocratica), l’elezione di Trump nel 2016 ha rappresentato un autentico rovesciamento del tavolo. Ne sono testimonianza lo shock prima e la rabbia poi di certe èlites, la loro propensione a negargli ogni legittimazione mentre era in carica e quindi, dopo la mancata rielezione nel 2020, a considerare il suo quadriennio come un incidente, come una spiacevole parentesi finalmente (per loro) chiusa. Ora, la prospettiva di una sconfitta cocente dei democratici nelle elezioni di mid-term, all’inizio del prossimo novembre, schiude di nuovo ai repubblicani la corsa verso la Casa Bianca, e rialimenta un clima di demonizzazione. Atteggiamento miope perché, qualunque cosa si pensi personalmente di Trump, non si può pretendere di cancellare pure gli elettori che proprio lui ha massimamente rappresentato: un ceto medio e medio-basso incazzato, impaurito, impoverito, che prima di Trump si era sistematicamente sentito escluso dall’agenda politica e mediatica «ufficiale». Ecco, quell’immensa mezza America esiste ancora, e, anziché cercare di ascoltarla, il vecchio establishment sembra pressoché esclusivamente preoccupato di azzopparne il portavoce, affinché non sia in grado di ripetere la «sorpresa» del 2016.Anche nel campo repubblicano, come si sa, il dibattito su una terza ricandidatura di Trump è forte e controverso. Milita a favore di questa ipotesi il fatto che la sua capacità di estendere l’elettorato repubblicano (per un verso ai delusi della sinistra, e per altro verso a neri e ispanici) resti assai significativa. Depone in senso contrario il rischio che Trump possa tendere a parlare molto dei veri o presunti brogli del 2020, insomma a fare una campagna elettorale con la testa rivolta all’indietro, e che la sua figura ingombrante ed egoriferita possa - per così dire - aiutare i democratici Usa, divisi su tutto, a unirsi contro il loro vecchio arcinemico, a maggior ragione considerando le polemiche e le controversie che tuttora proseguono sul tragico autogol trumpiano del 6 gennaio 2021, quando - come si sa - una legittima manifestazione di protesta sfociò in un indifendibile assalto a Capitol Hill. Per molti versi, sarebbe auspicabile un eventuale tentativo repubblicano di mettere in campo un’operazione di «trumpismo senza Trump»: quindi far tesoro della sua capacità di allargare il campo, ma puntare su figure meno autoreferenziali e più proiettate nel futuro, a partire dal governatore della Florida Ron DeSantis. Ma di questo ci occuperemo nei prossimi mesi. Per ora, occorre sottolineare come il blitz dell’Fbi abbia ancora una volta incendiato il clima. E non va sottovalutata la reazione di Trump e dei suoi, indirizzata alla mezza America che si fida di loro: «They are not after me, they are after you», cioè «non ce l’hanno con me, ma con voi». La sinistra (americana ed europea) parlerà ovviamente di propaganda: e invece il messaggio trumpiano è di enorme efficacia perché corrisponde esattamente a ciò che i suoi elettori pensano e sentono, e cioè un’ostilità profonda del potere costituito (politico, burocratico, mediatico) anche verso di loro, non solo verso Trump. E questa ulteriore fiammata di polarizzazione e demonizzazione arriva poche settimane dopo ciò che è successo a seguito della decisione della Corte Suprema che ha annullato la sentenza del 1973 «Roe vs Wade» in materia di aborto. Anche lì, da parte democratica, le reazioni hanno innescato un autentico pandemonio: Joe Biden ha parlato di «percorso estremo e pericoloso» intrapreso dalla Corte; Barack Obama di «attacco alle libertà fondamentali»; Hillary Clinton di «infamia»; Nancy Pelosi di una Corte che «sta eviscerando i diritti americani». Sui giornali e nelle tv, le linee di frattura si sono approfondite in modo esasperato e ultra-radicalizzato: e, sullo sfondo di proteste e disordini (non senza minacce ai giudici della Corte), qualunque posizione intermedia, articolata, sfumata è stata cassata e resa impraticabile. Anche in quel caso, l’opinione pubblica Usa, già divisa per mille ragioni, si è ̀trovata dentro un’ulteriore guerra culturale, in un avvitamento di radicalizzazione incontrollabile. Spettacolo - c’è da immaginare - guardato con una certa soddisfazione da Pechino e da Mosca, mentre già infuria da mesi la guerra in Ucraina e mentre è sempre più forte pure la tensione su Taiwan. C’è da temere che dittature e autocrazie coglieranno altri segni di divisione interna agli Usa e all’Occidente: e, in ultima analisi, una nostra crescente incapacità di gestire un conflitto di idee e valori in modo non lacerante e rispettoso degli altri. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cresce-la-spaccatura-tra-istituzioni-e-gli-esclusi-fedeli-a-the-donald-2657836903.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lfbi-irrompe-a-casa-di-trump-alla-ricerca-di-documenti-colpo-alla-mia-candidatura" data-post-id="2657836903" data-published-at="1660074901" data-use-pagination="False"> L’Fbi irrompe a casa di Trump alla ricerca di documenti. «Colpo alla mia candidatura» Tira un’inquietante aria venezuelana negli Stati Uniti. Lunedì, agenti dell’Fbi hanno condotto una perquisizione nella residenza di Donald Trump in Florida. Secondo i media d’oltreatlantico, i federali erano a caccia di documenti classificati che il diretto interessato si sarebbe indebitamente portato a casa dopo la conclusione dell’incarico presidenziale. «Questa è una condotta persecutoria, la strumentalizzazione del sistema di giustizia, un attacco da parte dei dem della sinistra radicale che non vogliono che mi ricandidi nel 2024», ha tuonato Trump in una nota, paragonando l’accaduto al Watergate. Gli agenti avrebbero portato via degli scatoloni con dei documenti, mentre la Casa Bianca ha detto a Fox News di non essere stata avvisata, rimandando al Dipartimento di Giustizia «per ulteriori informazioni». Il New York Times riferiva ieri sera che il raid non sarebbe collegato all’indagine della commissione parlamentare sull’irruzione in Campidoglio. I repubblicani hanno fatto quadrato attorno a Trump. Il capogruppo dell’elefantino alla Camera, Kevin McCarthy, ha promesso l’avvio di un’inchiesta parlamentare sul Dipartimento di Giustizia, da lui accusato di politicizzazione. Di «strumentalizzazione» ha parlato il governatore della Florida Ron DeSantis. «Io servivo nella commissione Bengasi, dove provammo che Hillary Clinton aveva informazioni classificate. Non abbiamo fatto raid in casa sua», ha dichiarato l’ex segretario di Stato Mike Pompeo. Risposte chiare e tempestive sono state chieste all’amministrazione Biden dal senatore Rick Scott e dall’ex vicepresidente Mike Pence, mentre la deputata Lauren Boebert ha invocato tagli al budget del Bureau. Ora, è chiaro che bisognerà attendere le motivazioni ufficiali del raid: motivazioni ufficiali che, quando La Verità è andata in stampa, non erano ancora state rese note. Tuttavia qualche sospetto di politicizzazione effettivamente viene, non solo perché la deputata dem Pramila Jayapal ha esplicitamente detto che «Trump dovrebbe essere in prigione», ma anche perché tanta solerzia investigativa su Hunter Biden - che è sotto indagine della procura federale del Delaware dal 2018 - ancora non si è vista. In primis, va notato che nessun ex presidente americano è mai finito sotto inchiesta. Richard Nixon ottenne il perdono da Gerald Ford nel settembre 1974 sul Watergate, mentre Bill Clinton - poche ore prima di lasciare l’incarico alla Casa Bianca nel gennaio 2001 - raggiunse un accordo con l’Office of the Independent Counsel per non subire un’incriminazione legata al caso Lewinsky. Sebbene ieri Nancy Pelosi abbia sentenziato che «nessuno è al di sopra della legge», storicamente si è sempre evitato di condurre azioni penali su ex presidenti per salvaguardare le istituzioni. Il punto è che, differentemente dai casi di Nixon e Clinton, Trump ha effettuato un unico mandato ed è quindi teoricamente rieleggibile. Ricordiamo sotto questo aspetto che l’Fbi risponde al Dipartimento di Giustizia, attualmente guidato da Merrick Garland, il quale è stato nominato da Joe Biden previa ratifica senatoriale. Quello stesso Biden che fu l’avversario elettorale di Trump nel 2020 e che, in caso si ricandidassero entrambi, dovrebbe sfidarlo ancora nel 2024. Un Biden, rammentiamolo, attualmente in crisi di consensi e che, secondo alcuni sondaggi, perderebbe oggi in un nuovo duello elettorale con l’ex presidente. Tra l’altro, Garland nutre assai probabilmente sentimenti di acrimonia verso Trump, visto che, nel gennaio 2017, quest’ultimo non confermò la sua precedente nomina a giudice della Corte suprema. Senza poi dimenticare alcuni provvedimenti controversi dello stesso Garland da procuratore generale, come quando coinvolse l’Fbi per mettere nel mirino i genitori che protestavano contro l’indottrinamento liberal nelle scuole. Ma non è finita qui. La questione della presunta sottrazione di documenti classificati da parte di Trump è uscita sui media già a febbraio 2022. Se questa perquisizione era così urgente, perché attendere addirittura sei mesi prima di compierla? Sarà mica perché oggi siamo nel pieno della campagna elettorale per le Midterm di novembre? È vero che Trump non è candidato a queste elezioni. Ma è altrettanto vero che esse rappresentano un test per la sua leadership. Ulteriore stranezza risiede nel fatto che, come notato da Jonathan Turley (professore di diritto alla George Washington University), le eventuali violazioni del Presidential records act (legge del 1978 che regola la gestione dei documenti ufficiali) vengono solitamente affrontate per via amministrativa e non penale. Inoltre sarà un caso, ma l’ex avvocato della Clinton, Marc Elias, ha twittato, evidenziando la sezione 2071 del titolo 18 del codice degli Stati Uniti: sezione secondo cui chiunque «avendo la custodia di qualsiasi atto, procedimento, mappa, libro, documento, carta, o altro, intenzionalmente e illecitamente nasconde, rimuove, mutila, cancella, falsifica o distrugge gli stessi, è sanzionato o imprigionato non più di tre anni, o entrambi; e perderà il suo incarico e sarà squalificato da qualsiasi incarico negli Usa». Insomma, l’obiettivo potrebbe essere quello di interdire Trump dai pubblici uffici: in altre parole, farlo fuori per via giudiziaria. Vi ricorda qualcosa? Tuttavia, se questo fosse il progetto, non sarebbe facile da realizzare. È infatti la Costituzione americana a fissare i criteri di eleggibilità presidenziale: quindi la sezione 2071 non può applicarsi a chi si candida alla Casa Bianca. Da rilevare che questa argomentazione fu usata (con successo) contro quei conservatori che speravano di bloccare la candidatura presidenziale della Clinton nel 2016 per la questione delle email. E comunque, al di là dei problemi tecnici, la domanda da porsi è soltanto una: siamo veramente sicuri che questo raid non si tradurrà in un boomerang politico per i dem?
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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