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2022-10-20
Virus 10 volte meno letale delle stime. Riempire di dosi i giovani è un errore
Indizio numero uno: il tasso di letalità del Covid, nei giovani non vaccinati, è dieci volte inferiore a quanto era stato precedentemente stimato. Indizio numero due: in un caso ogni 1.900 seconde dosi di vaccino, un maschio tra i 18 e i 24 anni si becca una miocardite; dopo il booster, le occorrenze di infiammazione cardiaca, tra 18 e 39 anni, diventano una ogni 6.800 somministrazioni. Indizio numero tre: persino l’amministratore delegato di Moderna ammette che un venticinquenne sano non ha bisogno di sottoporsi al richiamo anti Covid.
Se tre indizi fanno una prova, abbiamo in mano un solidissimo elemento per invocare una moratoria sulle punture. Anzitutto quelle agli under 40; con l’impegno, però, di ricalcolare benefici e controindicazioni delle iniezioni reiterate pure sui più anziani, almeno quelli in buona salute. Prima che arrivino tutti alla quinta dose, sdoganata in extremis dalla circolare di Roberto Speranza.
La novità principale, da allegare al dossier sulla pandemia intitolato «Ve l’avevamo detto», è un preprint siglato da John P.A. Ioannidis, studioso di prestigio internazionale, noto per le sue posizioni contro i lockdown. Insieme ad altri quattro colleghi, incluso Angelo Maria Pezzullo della Cattolica di Roma, Ioannidis ha spulciato 40 indagini di sieroprevalenza, relative a 38 Paesi e 29 stringhe di dati su infezioni da coronavirus e decessi, stratificati per categorie anagrafiche. Scoprendo che, prima dell’arrivo dei miracolosi preparati di Pfizer e compagnia, nei bambini e nei giovani, il tasso di letalità del Sars-Cov-2 era fino a dieci volte più basso di quello calcolato ufficialmente; negli adulti tra 40 e 69 anni, da tre a sei volte minore.
Com’è possibile che sia emersa una simile discrepanza? La spiegazione fornita dal paper, ancora da sottoporre a revisione paritaria, è che le analisi fin qui elaborate fossero condizionate da campioni troppo limitati, o dall’utilizzo di «moltiplicatori» pensati per correggere potenziali sottostime delle morti.
Considerazioni a parte le merita l’Italia, con i suoi valori anomali rispetto alla media degli altri Paesi: secondo Ioannidis e colleghi, «l’obbligo di isolamento in seguito a un test positivo» potrebbe aver «scoraggiato la partecipazione» alle rilevazioni di chi sospettava di aver contratto il Covid, contribuendo così a gonfiare il calcolo sulla letalità. In parole povere: meno contagi registrati, più vittime censite in proporzione. Un cruscotto inattendibile. Eppure, è proprio in virtù di bollettini e ragionamenti sui tassi di rischio relativo, con i famosi omini colorati a indicare no vax e inoculati, che sono stati legittimati l’apartheid vaccinale e il green pass. Sul passato, sarebbe opportuno aprire una bella commissione parlamentare d’inchiesta. Per il futuro, è bene che il governo adotti quel «conservatorismo sanitario» di cui parlavamo sulla Verità qualche giorno fa: anziché inseguire Speranza sulla giostra dei booster, il centrodestra rivaluti vantaggi e svantaggi delle iniezioni, a seconda delle fasce d’età, anche alla luce dei nuovi dati sulla reale pericolosità del virus. Che si è ulteriormente ridotta, giacché le cifre di Ioannidis & C. si riferiscono a un periodo in cui dominavano varianti più aggressive di Omicron e delle sue figliocce.
D’altra parte, se le mirabolanti imprese del vaccino, specie sugli under 40, meritano di essere lette sotto una luce più sobria, non bisogna dimenticarsi che, accanto ai benefici da ridimensionare, ci sono gli effetti collaterali da soppesare in modo finalmente onesto. Di recente, sulla sua pagina Twitter, la ricercatrice americana Tracy Høeg ha rimesso in fila gli studi principali sui problemi cardiaci legati ai farmaci a mRna. Un paper di aprile 2022, uscito su Pharmacoepidemiology & drug safety, registrava 95,4 casi di miopericardite ogni milione di seconde dosi, nei ragazzi tra 12 e 39 anni. Tra 18 e 24 anni, il rischio si attesta addirittura a un caso ogni 1.900 seconde dosi. Un saggio pubblicato a giugno sull’American journal of cardiology rilevava una miocardite ogni 6.800 dosi nei maschi tra 18 e 39 anni. E sul Journal of the american medical association, un’analisi condotta in Scandinavia aveva rivelato un pericolo di miocardite postvaccino 28 volte superiore a quello post Covid, nei giovani uomini tra 16 e 24 anni, dovuto al mix tra Pfizer e Moderna.
Ormai, persino le case farmaceutiche sembrerebbero disposte a mollare un po’ la presa. Ad esempio, Stéphane Bancel, ceo di Moderna, ha appena ammesso che i booster non andrebbero distribuiti urbi et orbi: «Se sei un venticinquenne, hai bisogno di un richiamo annuale se sei sano?». Domanda inutile, canterebbe Lucio Battisti. Meglio arrivarci tardi che mai. Fino alla scorsa primavera, i venticinquenni, i diciottenni, i quindicenni, i dodicenni in perfetta salute venivano ricattati, minacciati di essere privati di scuola, università, sport e divertimento, se avessero rifiutato le canoniche tre dosi. Ma dagli errori si può imparare. Ieri, l’Ema ha raccomandato di autorizzare Comirnaty e Spikevax per i bimbi da 6 mesi in su, oltre al booster contro Ba.4 e Ba.5 per gli adolescenti dai 12 anni. Adesso, il treno più pazzo del mondo si deve fermare.
Il Pd boicotta il reintegro dei medici
Alla sinistra che governa Rimini non sta a cuore la salute dei cittadini. Preferisce lasciare a casa medici e infermieri non in regola con la vaccinazione anti Covid, piuttosto che rendere fruibili i servizi di assistenza sanitaria, in grandissima difficoltà nella città romagnola.
Pronto soccorso sotto organico di metà medici, Oss che non si trovano per dipartimenti medici e urgenza, mancanza di ostetriche e infermieri segnalata da mesi, però per il Pd è giusto continuare a punire i professionisti che non porgono il braccio. Accade, così, che un Consiglio comunale sollecitato dalle minoranze e convocato due giorni fa, con tanto di ordine del giorno che annunciava dopo il dibattito la richiesta alla Regione Emilia Romagna e al governo del «reintegro immediato di tutto il personale sanitario attualmente sospeso dalla normativa covid fino al 31/12/22», sia stato boicottato dalla maggioranza di sinistra.
A quattro minuti dall’inizio dell’appello, la seduta è stata sospesa per mancanza del numero legale: metà dei consiglieri non erano in aula. Neppure si sono presentati il sindaco Jamil Sadegholvaad e gli assessori, per ascoltare sanitari ma anche avvocati che avrebbero evidenziato le criticità delle sospensioni sulla sanità cittadina.
L’ostilità, anzi l’avversione per quanti rifiutano il vaccino è risultata evidente dalle affermazioni del capogruppo Pd, Matteo Petrucci, che mezz’ora prima della «diserzione» dall’obbligo consiliare aveva annunciato: «Non faremo da cassa di risonanza ai no vax, serve più rispetto per le vittime del Covid a un passo dalla nuova campagna vaccinale».
Poco importa che siano professionisti validi, con anni di esperienza e di dedizione al lavoro, costretti da oltre un anno a restare senza stipendio. La scelta di non piegarsi al ricatto istituzionale li ha scaraventati nel mucchio dei reietti, degli inaffidabili, dei senza diritti. Intanto, ospedali e ambulatori sono in crescente affanno, anche fuori dall’Emilia Romagna, e non possono certo aspettare fine dicembre per vedere reintegrati i tanti sospesi.
Perciò continuano a rivolgersi a società private per arruolare medici a ore, come accade nel Punto di primo intervento di Montagnana e nel Pronto soccorso di Cittadella, nel Padovano, dove dallo scorso dicembre l’Uls 6 ha appaltato il servizio di fornitura medici (1,2 milioni di euro per un anno) ad alcune società tra cui la toscana Bmc healt solutions, gruppo di intermediazione.
Lo scorso aprile, sulla sua pagina social, Bmc cercava medici specificando che «l’annuncio è aperto anche ai meno esperti», retribuiti 700 euro «a turno», come precisava il direttore sanitario di Bmc, Antonio Magliocca. Sono arrivati pure quattro professionisti sudamericani che non hanno l’obbligo di essere iscritti all’Albo, grazie alla proroga del decreto legge del marzo 2020 che potenziava il servizio nell’emergenza Covid allargandolo agli extracomunitari.
«In nome di un’emergenza, che ormai è una situazione strutturata, si concedono deroghe che mettono in discussione tutto il sistema di controllo», ha protestato sul Mattino di Padova il presidente dell’Ordine patavino, Domenico Crisarà. A Udine, l’Azienda sanitaria universitaria Friuli cerca disperatamente almeno 20 medici ex Usca da collocare in nove distretti sanitari, che non hanno personale da mandare a casa dei pazienti Covid.
Pochi giorni fa, la relazione sanitaria dell’azienda Usl Toscana Centro ha evidenziato che «il problema più sentito è la carenza di medici». Però 281 professionisti restano ancora sollevati dal posto di lavoro e esclusi dagli albi professionali, come ha dichiarato l’assessore regionale alla Salute, Simone Bezzini, in risposta a un’interrogazione del consigliere regionale di FdI, Diego Petrucci. Una follia, sulla quale il nuovo governo dovrà intervenire con la massima urgenza.
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Uno studio rivela che il tasso di letalità per gli under 40 non vaccinati è inferiore al previsto, già infinitesimale. A essere alto, invece, è il rischio di miocardite. Prima che sia tardi, il nuovo governo conceda una moratoria.Carenza di personale a Rimini, ma la maggioranza dem annulla il Consiglio comunale con i sanitari sospesi. Nel Padovano arruolati a ore sudamericani non iscritti all’Albo.Lo speciale contiene due articoli.Indizio numero uno: il tasso di letalità del Covid, nei giovani non vaccinati, è dieci volte inferiore a quanto era stato precedentemente stimato. Indizio numero due: in un caso ogni 1.900 seconde dosi di vaccino, un maschio tra i 18 e i 24 anni si becca una miocardite; dopo il booster, le occorrenze di infiammazione cardiaca, tra 18 e 39 anni, diventano una ogni 6.800 somministrazioni. Indizio numero tre: persino l’amministratore delegato di Moderna ammette che un venticinquenne sano non ha bisogno di sottoporsi al richiamo anti Covid. Se tre indizi fanno una prova, abbiamo in mano un solidissimo elemento per invocare una moratoria sulle punture. Anzitutto quelle agli under 40; con l’impegno, però, di ricalcolare benefici e controindicazioni delle iniezioni reiterate pure sui più anziani, almeno quelli in buona salute. Prima che arrivino tutti alla quinta dose, sdoganata in extremis dalla circolare di Roberto Speranza.La novità principale, da allegare al dossier sulla pandemia intitolato «Ve l’avevamo detto», è un preprint siglato da John P.A. Ioannidis, studioso di prestigio internazionale, noto per le sue posizioni contro i lockdown. Insieme ad altri quattro colleghi, incluso Angelo Maria Pezzullo della Cattolica di Roma, Ioannidis ha spulciato 40 indagini di sieroprevalenza, relative a 38 Paesi e 29 stringhe di dati su infezioni da coronavirus e decessi, stratificati per categorie anagrafiche. Scoprendo che, prima dell’arrivo dei miracolosi preparati di Pfizer e compagnia, nei bambini e nei giovani, il tasso di letalità del Sars-Cov-2 era fino a dieci volte più basso di quello calcolato ufficialmente; negli adulti tra 40 e 69 anni, da tre a sei volte minore. Com’è possibile che sia emersa una simile discrepanza? La spiegazione fornita dal paper, ancora da sottoporre a revisione paritaria, è che le analisi fin qui elaborate fossero condizionate da campioni troppo limitati, o dall’utilizzo di «moltiplicatori» pensati per correggere potenziali sottostime delle morti. Considerazioni a parte le merita l’Italia, con i suoi valori anomali rispetto alla media degli altri Paesi: secondo Ioannidis e colleghi, «l’obbligo di isolamento in seguito a un test positivo» potrebbe aver «scoraggiato la partecipazione» alle rilevazioni di chi sospettava di aver contratto il Covid, contribuendo così a gonfiare il calcolo sulla letalità. In parole povere: meno contagi registrati, più vittime censite in proporzione. Un cruscotto inattendibile. Eppure, è proprio in virtù di bollettini e ragionamenti sui tassi di rischio relativo, con i famosi omini colorati a indicare no vax e inoculati, che sono stati legittimati l’apartheid vaccinale e il green pass. Sul passato, sarebbe opportuno aprire una bella commissione parlamentare d’inchiesta. Per il futuro, è bene che il governo adotti quel «conservatorismo sanitario» di cui parlavamo sulla Verità qualche giorno fa: anziché inseguire Speranza sulla giostra dei booster, il centrodestra rivaluti vantaggi e svantaggi delle iniezioni, a seconda delle fasce d’età, anche alla luce dei nuovi dati sulla reale pericolosità del virus. Che si è ulteriormente ridotta, giacché le cifre di Ioannidis & C. si riferiscono a un periodo in cui dominavano varianti più aggressive di Omicron e delle sue figliocce.D’altra parte, se le mirabolanti imprese del vaccino, specie sugli under 40, meritano di essere lette sotto una luce più sobria, non bisogna dimenticarsi che, accanto ai benefici da ridimensionare, ci sono gli effetti collaterali da soppesare in modo finalmente onesto. Di recente, sulla sua pagina Twitter, la ricercatrice americana Tracy Høeg ha rimesso in fila gli studi principali sui problemi cardiaci legati ai farmaci a mRna. Un paper di aprile 2022, uscito su Pharmacoepidemiology & drug safety, registrava 95,4 casi di miopericardite ogni milione di seconde dosi, nei ragazzi tra 12 e 39 anni. Tra 18 e 24 anni, il rischio si attesta addirittura a un caso ogni 1.900 seconde dosi. Un saggio pubblicato a giugno sull’American journal of cardiology rilevava una miocardite ogni 6.800 dosi nei maschi tra 18 e 39 anni. E sul Journal of the american medical association, un’analisi condotta in Scandinavia aveva rivelato un pericolo di miocardite postvaccino 28 volte superiore a quello post Covid, nei giovani uomini tra 16 e 24 anni, dovuto al mix tra Pfizer e Moderna. Ormai, persino le case farmaceutiche sembrerebbero disposte a mollare un po’ la presa. Ad esempio, Stéphane Bancel, ceo di Moderna, ha appena ammesso che i booster non andrebbero distribuiti urbi et orbi: «Se sei un venticinquenne, hai bisogno di un richiamo annuale se sei sano?». Domanda inutile, canterebbe Lucio Battisti. Meglio arrivarci tardi che mai. Fino alla scorsa primavera, i venticinquenni, i diciottenni, i quindicenni, i dodicenni in perfetta salute venivano ricattati, minacciati di essere privati di scuola, università, sport e divertimento, se avessero rifiutato le canoniche tre dosi. Ma dagli errori si può imparare. Ieri, l’Ema ha raccomandato di autorizzare Comirnaty e Spikevax per i bimbi da 6 mesi in su, oltre al booster contro Ba.4 e Ba.5 per gli adolescenti dai 12 anni. Adesso, il treno più pazzo del mondo si deve fermare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/covid-giovani-vaccino-miocarditi-2658478587.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pd-boicotta-il-reintegro-dei-medici" data-post-id="2658478587" data-published-at="1666261987" data-use-pagination="False"> Il Pd boicotta il reintegro dei medici Alla sinistra che governa Rimini non sta a cuore la salute dei cittadini. Preferisce lasciare a casa medici e infermieri non in regola con la vaccinazione anti Covid, piuttosto che rendere fruibili i servizi di assistenza sanitaria, in grandissima difficoltà nella città romagnola. Pronto soccorso sotto organico di metà medici, Oss che non si trovano per dipartimenti medici e urgenza, mancanza di ostetriche e infermieri segnalata da mesi, però per il Pd è giusto continuare a punire i professionisti che non porgono il braccio. Accade, così, che un Consiglio comunale sollecitato dalle minoranze e convocato due giorni fa, con tanto di ordine del giorno che annunciava dopo il dibattito la richiesta alla Regione Emilia Romagna e al governo del «reintegro immediato di tutto il personale sanitario attualmente sospeso dalla normativa covid fino al 31/12/22», sia stato boicottato dalla maggioranza di sinistra. A quattro minuti dall’inizio dell’appello, la seduta è stata sospesa per mancanza del numero legale: metà dei consiglieri non erano in aula. Neppure si sono presentati il sindaco Jamil Sadegholvaad e gli assessori, per ascoltare sanitari ma anche avvocati che avrebbero evidenziato le criticità delle sospensioni sulla sanità cittadina. L’ostilità, anzi l’avversione per quanti rifiutano il vaccino è risultata evidente dalle affermazioni del capogruppo Pd, Matteo Petrucci, che mezz’ora prima della «diserzione» dall’obbligo consiliare aveva annunciato: «Non faremo da cassa di risonanza ai no vax, serve più rispetto per le vittime del Covid a un passo dalla nuova campagna vaccinale». Poco importa che siano professionisti validi, con anni di esperienza e di dedizione al lavoro, costretti da oltre un anno a restare senza stipendio. La scelta di non piegarsi al ricatto istituzionale li ha scaraventati nel mucchio dei reietti, degli inaffidabili, dei senza diritti. Intanto, ospedali e ambulatori sono in crescente affanno, anche fuori dall’Emilia Romagna, e non possono certo aspettare fine dicembre per vedere reintegrati i tanti sospesi. Perciò continuano a rivolgersi a società private per arruolare medici a ore, come accade nel Punto di primo intervento di Montagnana e nel Pronto soccorso di Cittadella, nel Padovano, dove dallo scorso dicembre l’Uls 6 ha appaltato il servizio di fornitura medici (1,2 milioni di euro per un anno) ad alcune società tra cui la toscana Bmc healt solutions, gruppo di intermediazione. Lo scorso aprile, sulla sua pagina social, Bmc cercava medici specificando che «l’annuncio è aperto anche ai meno esperti», retribuiti 700 euro «a turno», come precisava il direttore sanitario di Bmc, Antonio Magliocca. Sono arrivati pure quattro professionisti sudamericani che non hanno l’obbligo di essere iscritti all’Albo, grazie alla proroga del decreto legge del marzo 2020 che potenziava il servizio nell’emergenza Covid allargandolo agli extracomunitari. «In nome di un’emergenza, che ormai è una situazione strutturata, si concedono deroghe che mettono in discussione tutto il sistema di controllo», ha protestato sul Mattino di Padova il presidente dell’Ordine patavino, Domenico Crisarà. A Udine, l’Azienda sanitaria universitaria Friuli cerca disperatamente almeno 20 medici ex Usca da collocare in nove distretti sanitari, che non hanno personale da mandare a casa dei pazienti Covid. Pochi giorni fa, la relazione sanitaria dell’azienda Usl Toscana Centro ha evidenziato che «il problema più sentito è la carenza di medici». Però 281 professionisti restano ancora sollevati dal posto di lavoro e esclusi dagli albi professionali, come ha dichiarato l’assessore regionale alla Salute, Simone Bezzini, in risposta a un’interrogazione del consigliere regionale di FdI, Diego Petrucci. Una follia, sulla quale il nuovo governo dovrà intervenire con la massima urgenza.
Guido Guidesi (Ansa)
Il percorso lombardo si è sviluppato attraverso piattaforme europee come Automotive Regions Alliance, European Chemical Regions Network e European Semiconductor Regions Alliance, oltre a intese territoriali che spaziano dal Nordovest italiano fino alle principali regioni industriali europee. In questo contesto si inserisce il rafforzamento del legame con Barcellona, evoluzione concreta della storica cooperazione dei Quattro Motori per l’Europa.
L’intesa tra Lombardia e Catalogna punta a costruire una vera e propria «lobby europea» delle regioni ad alta intensità produttiva, capace di incidere sulle scelte strategiche di Bruxelles e difendere le filiere industriali. Settore chiave è quello chimico, considerato infrastruttura essenziale per l’intero sistema manifatturiero: in Lombardia, infatti, il 98% delle produzioni dipende da questa filiera, che alimenta comparti come farmaceutica, automotive ed edilizia sostenibile. Proprio nella chimica la Lombardia ha consolidato una leadership riconosciuta, guidando negli ultimi anni l’European Chemical Regions Network e contribuendo ad ampliarne la base e i progetti. Ora, con la presidenza passata alla Catalogna, la regione mantiene un ruolo centrale nelle alleanze strategiche, partecipando anche alla Critical Chemicals Alliance e rafforzando la propria capacità di influenza sulle politiche industriali ed energetiche europee.
«Lombardia e Catalogna», ha detto Guidesi, «sono due Regioni affini dal punto di vista economico e sociale e contribuiscono in maniera determinante al Pil europeo. Collaborare in modo strutturale significa potenziare il sostegno ai rispettivi comparti della chimica, settore vitale per la manifattura e in generale per la competitività internazionale dei nostri territori». «L’intesa con la Lombardia è strategica perché permette di rafforzare le sinergie e di promuovere il settore della chimica, che è di grande importanza per l’economia industriale della Catalogna. E lo è più, in particolare, nell’attuale contesto geopolitico. Dal governo accompagniamo l’insieme del tessuto economico catalano di fronte al momento di incertezza internazionale che stiamo vivendo, con misure volte a favorire la sua resilienza», ha sottolineato il ministro alle Imprese e al Lavoro della Generalitat de Catalunya, Miquel Sàmper.
L’asse lombardo-catalano si sviluppa lungo tre direttrici principali: innovazione, con progetti condivisi su chimica verde e materiali avanzati finanziati da programmi europei; formazione, attraverso la mobilità di talenti tra università e imprese; sostenibilità, con modelli produttivi orientati alla decarbonizzazione e al riciclo.
Ovviamente però l’accordo assume anche una valenza politica: la Lombardia punta a diventare un punto di riferimento nei tavoli decisionali europei, costruendo un blocco di regioni capace di orientare le scelte continentali.
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Ansa
Ai tempi di Veltroni, nel consiglio comunale capitolino erano previsti consiglieri aggiunti musulmani: si trattava di figure «ombra» non elette, ma davano comunque rappresentanza. Ora le stesse sigle tornano alla carica: vogliono i posti promessi dai progressisti.
Il problema delle grandi narrazioni progressiste è che sulla carta possono perfino sembrare coerenti e attuabili, ma prima o poi, quando sono costrette a scontrarsi con la realtà, prima o poi presentano il conto e comportano conseguenze non sempre di piccolo calibro. A tale proposito c’è un piccolo episodio piuttosto indicativo che riguarda la città di Roma. Nel 2004 l’allora sindaco Walter Veltroni ebbe una idea geniale: far entrare in Campidoglio, oltre ai consiglieri comunali regolarmente eletti, anche dei «consiglieri aggiunti», cioè dei rappresentanti delle comunità extra-comunitarie di Roma che potessero entrare nell’assemblea cittadina anche se senza diritto di voto. I primi consiglieri stranieri rimasero in carica fino al 2007, poi furono sostituiti e ne furono scelti altri durante la giunta Alemanno. Ma dall’elezione di Virginia Raggi a oggi non ce ne sono stati più.
Ma ecco che ora le comunità straniere sono venute a battere cassa. In particolare a guidare la protesta è MuRo 2027, gruppo dei Musulmani per Roma che scenderanno in campo alle amministrative del prossimo anno. Francesco Tieri, il portavoce, dice a Roma Today che «quello del consigliere aggiunto è per noi un tema centrale, anche se non l’unico. Chiediamo al sindaco Gualtieri di rispettare il regolamento, indicendo subito le elezioni. Quale momento storico migliore, tra le altre cose, per farlo? Ci sono partiti che parlano di remigrazione, la sinistra ha un’occasione per rispondere concretamente». Ieri si è tenuta una assemblea sul tema, e le associazioni minacciano di inviare una diffida al Comune se non verranno subito indette elezioni.
Certo, si potrebbe liquidare il tutto a piccola baruffa per un posto tutto sommato ininfluente. Dal canto loro, tuttavia, le associazioni islamiche hanno ragione: se prometti una cosa, devi poi farla. Solo che far entrare in comune un consigliere, anche se non vota, non è operazione da poco. Gli si dona visibilità, gli si regala un po’ di esperienza, si favoriscono future iniziative politiche. Si comincia oggi con un consigliere aggiunto e si finisce domani con un partito musulmano ben strutturato, capace di attirare i voti degli stranieri. La sinistra pensa di poter controllare i voti degli immigrati, ma non ha capito che questi non sono scemi: più prima che poi si organizzeranno da soli e faranno a meno dei loro volonterosi sponsor progressisti. Assisteremo così al paradosso: non ci saranno partiti dichiaratamente cattolici, ma avremo il partito islamico. E i musulmani, sia chiaro, faranno benissimo a costituirlo e a pretendere tutto ciò che desiderano. Il problema non sono loro: siamo noi, totalmente incapaci di preservare un minimo di dignità e di rispetto di noi stessi e del nostro passato.
Da anni ormai in nome della incisività e della difesa delle minoranze consentiamo agli stranieri e a vari gruppi di attivisti di ottenere vantaggi, facilitazioni e agibilità politica. Ma quando a rivendicare le stesse condizioni sono realtà cristiane o in odore di conservatorismo, apriti cielo. Questa tendenza prosegue anche oggi, anche con la destra al governo e con la crisi del cosiddetto woke. Prendiamo un altro caso emblematico. A Chiusi, in Toscana, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (Uaar) ha diffidato l’Istituto Comprensivo Graziano da Chiusi in cui dirigenti avevano acconsentito a fare entrare un prete all’asilo, alle elementari e alle medie per il giro di benedizioni pasquali. Non che i bambini siano obbligati a farsi benedire: si tratta semplicemente di una tradizione che non fa male a nessuno e può fare bene a molti. Ma niente da fare: l’azione legale degli atei è andata a buon fine e al prete sarà impedito l’ingresso. Un po’ come avvenuto a Bologna dove è stato vietato l’ingresso nel piazzale di una scuola alla processione della Madonna di San Luca. Una grande vittoria dei laicissimi toscani, Senza dubbio. Intanto, però, Firenze pure l’ufficio scolastico regionale consente a un istituto di allestire una sala di preghiera musulmana per il ramadan, con tanto di divisorio per separare maschi e femmine. Quello va bene, il prete che benedice no.
Badate bene però: non è colpa dei musulmani, manco per sogno. Loro fanno bene a chiedere, anche perché spesso ottengono. A censurare e ostacolare i cristiani sono sempre altri italianissimi e laicissimi progressisti, a cui vanno bene tutte le fedi tranne quella (ancora per poco) prevalente in Europa. La qual cosa non è soltanto un offesa ai fedeli cristiani, ma è soprattutto una feroce lesione dell’identità nazionale (che è di tutti) in nome di presunti valori laici. Sfugge, ai valorosi avversari delle benedizioni, che ottenere uno spazio pubblico neutro non significa creare libertà: significa soltanto imporre il vuoto.
Un vuoto che presto qualcuno riempirà, con le buone o meno.
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