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2022-10-20
Virus 10 volte meno letale delle stime. Riempire di dosi i giovani è un errore
Indizio numero uno: il tasso di letalità del Covid, nei giovani non vaccinati, è dieci volte inferiore a quanto era stato precedentemente stimato. Indizio numero due: in un caso ogni 1.900 seconde dosi di vaccino, un maschio tra i 18 e i 24 anni si becca una miocardite; dopo il booster, le occorrenze di infiammazione cardiaca, tra 18 e 39 anni, diventano una ogni 6.800 somministrazioni. Indizio numero tre: persino l’amministratore delegato di Moderna ammette che un venticinquenne sano non ha bisogno di sottoporsi al richiamo anti Covid.
Se tre indizi fanno una prova, abbiamo in mano un solidissimo elemento per invocare una moratoria sulle punture. Anzitutto quelle agli under 40; con l’impegno, però, di ricalcolare benefici e controindicazioni delle iniezioni reiterate pure sui più anziani, almeno quelli in buona salute. Prima che arrivino tutti alla quinta dose, sdoganata in extremis dalla circolare di Roberto Speranza.
La novità principale, da allegare al dossier sulla pandemia intitolato «Ve l’avevamo detto», è un preprint siglato da John P.A. Ioannidis, studioso di prestigio internazionale, noto per le sue posizioni contro i lockdown. Insieme ad altri quattro colleghi, incluso Angelo Maria Pezzullo della Cattolica di Roma, Ioannidis ha spulciato 40 indagini di sieroprevalenza, relative a 38 Paesi e 29 stringhe di dati su infezioni da coronavirus e decessi, stratificati per categorie anagrafiche. Scoprendo che, prima dell’arrivo dei miracolosi preparati di Pfizer e compagnia, nei bambini e nei giovani, il tasso di letalità del Sars-Cov-2 era fino a dieci volte più basso di quello calcolato ufficialmente; negli adulti tra 40 e 69 anni, da tre a sei volte minore.
Com’è possibile che sia emersa una simile discrepanza? La spiegazione fornita dal paper, ancora da sottoporre a revisione paritaria, è che le analisi fin qui elaborate fossero condizionate da campioni troppo limitati, o dall’utilizzo di «moltiplicatori» pensati per correggere potenziali sottostime delle morti.
Considerazioni a parte le merita l’Italia, con i suoi valori anomali rispetto alla media degli altri Paesi: secondo Ioannidis e colleghi, «l’obbligo di isolamento in seguito a un test positivo» potrebbe aver «scoraggiato la partecipazione» alle rilevazioni di chi sospettava di aver contratto il Covid, contribuendo così a gonfiare il calcolo sulla letalità. In parole povere: meno contagi registrati, più vittime censite in proporzione. Un cruscotto inattendibile. Eppure, è proprio in virtù di bollettini e ragionamenti sui tassi di rischio relativo, con i famosi omini colorati a indicare no vax e inoculati, che sono stati legittimati l’apartheid vaccinale e il green pass. Sul passato, sarebbe opportuno aprire una bella commissione parlamentare d’inchiesta. Per il futuro, è bene che il governo adotti quel «conservatorismo sanitario» di cui parlavamo sulla Verità qualche giorno fa: anziché inseguire Speranza sulla giostra dei booster, il centrodestra rivaluti vantaggi e svantaggi delle iniezioni, a seconda delle fasce d’età, anche alla luce dei nuovi dati sulla reale pericolosità del virus. Che si è ulteriormente ridotta, giacché le cifre di Ioannidis & C. si riferiscono a un periodo in cui dominavano varianti più aggressive di Omicron e delle sue figliocce.
D’altra parte, se le mirabolanti imprese del vaccino, specie sugli under 40, meritano di essere lette sotto una luce più sobria, non bisogna dimenticarsi che, accanto ai benefici da ridimensionare, ci sono gli effetti collaterali da soppesare in modo finalmente onesto. Di recente, sulla sua pagina Twitter, la ricercatrice americana Tracy Høeg ha rimesso in fila gli studi principali sui problemi cardiaci legati ai farmaci a mRna. Un paper di aprile 2022, uscito su Pharmacoepidemiology & drug safety, registrava 95,4 casi di miopericardite ogni milione di seconde dosi, nei ragazzi tra 12 e 39 anni. Tra 18 e 24 anni, il rischio si attesta addirittura a un caso ogni 1.900 seconde dosi. Un saggio pubblicato a giugno sull’American journal of cardiology rilevava una miocardite ogni 6.800 dosi nei maschi tra 18 e 39 anni. E sul Journal of the american medical association, un’analisi condotta in Scandinavia aveva rivelato un pericolo di miocardite postvaccino 28 volte superiore a quello post Covid, nei giovani uomini tra 16 e 24 anni, dovuto al mix tra Pfizer e Moderna.
Ormai, persino le case farmaceutiche sembrerebbero disposte a mollare un po’ la presa. Ad esempio, Stéphane Bancel, ceo di Moderna, ha appena ammesso che i booster non andrebbero distribuiti urbi et orbi: «Se sei un venticinquenne, hai bisogno di un richiamo annuale se sei sano?». Domanda inutile, canterebbe Lucio Battisti. Meglio arrivarci tardi che mai. Fino alla scorsa primavera, i venticinquenni, i diciottenni, i quindicenni, i dodicenni in perfetta salute venivano ricattati, minacciati di essere privati di scuola, università, sport e divertimento, se avessero rifiutato le canoniche tre dosi. Ma dagli errori si può imparare. Ieri, l’Ema ha raccomandato di autorizzare Comirnaty e Spikevax per i bimbi da 6 mesi in su, oltre al booster contro Ba.4 e Ba.5 per gli adolescenti dai 12 anni. Adesso, il treno più pazzo del mondo si deve fermare.
Il Pd boicotta il reintegro dei medici
Alla sinistra che governa Rimini non sta a cuore la salute dei cittadini. Preferisce lasciare a casa medici e infermieri non in regola con la vaccinazione anti Covid, piuttosto che rendere fruibili i servizi di assistenza sanitaria, in grandissima difficoltà nella città romagnola.
Pronto soccorso sotto organico di metà medici, Oss che non si trovano per dipartimenti medici e urgenza, mancanza di ostetriche e infermieri segnalata da mesi, però per il Pd è giusto continuare a punire i professionisti che non porgono il braccio. Accade, così, che un Consiglio comunale sollecitato dalle minoranze e convocato due giorni fa, con tanto di ordine del giorno che annunciava dopo il dibattito la richiesta alla Regione Emilia Romagna e al governo del «reintegro immediato di tutto il personale sanitario attualmente sospeso dalla normativa covid fino al 31/12/22», sia stato boicottato dalla maggioranza di sinistra.
A quattro minuti dall’inizio dell’appello, la seduta è stata sospesa per mancanza del numero legale: metà dei consiglieri non erano in aula. Neppure si sono presentati il sindaco Jamil Sadegholvaad e gli assessori, per ascoltare sanitari ma anche avvocati che avrebbero evidenziato le criticità delle sospensioni sulla sanità cittadina.
L’ostilità, anzi l’avversione per quanti rifiutano il vaccino è risultata evidente dalle affermazioni del capogruppo Pd, Matteo Petrucci, che mezz’ora prima della «diserzione» dall’obbligo consiliare aveva annunciato: «Non faremo da cassa di risonanza ai no vax, serve più rispetto per le vittime del Covid a un passo dalla nuova campagna vaccinale».
Poco importa che siano professionisti validi, con anni di esperienza e di dedizione al lavoro, costretti da oltre un anno a restare senza stipendio. La scelta di non piegarsi al ricatto istituzionale li ha scaraventati nel mucchio dei reietti, degli inaffidabili, dei senza diritti. Intanto, ospedali e ambulatori sono in crescente affanno, anche fuori dall’Emilia Romagna, e non possono certo aspettare fine dicembre per vedere reintegrati i tanti sospesi.
Perciò continuano a rivolgersi a società private per arruolare medici a ore, come accade nel Punto di primo intervento di Montagnana e nel Pronto soccorso di Cittadella, nel Padovano, dove dallo scorso dicembre l’Uls 6 ha appaltato il servizio di fornitura medici (1,2 milioni di euro per un anno) ad alcune società tra cui la toscana Bmc healt solutions, gruppo di intermediazione.
Lo scorso aprile, sulla sua pagina social, Bmc cercava medici specificando che «l’annuncio è aperto anche ai meno esperti», retribuiti 700 euro «a turno», come precisava il direttore sanitario di Bmc, Antonio Magliocca. Sono arrivati pure quattro professionisti sudamericani che non hanno l’obbligo di essere iscritti all’Albo, grazie alla proroga del decreto legge del marzo 2020 che potenziava il servizio nell’emergenza Covid allargandolo agli extracomunitari.
«In nome di un’emergenza, che ormai è una situazione strutturata, si concedono deroghe che mettono in discussione tutto il sistema di controllo», ha protestato sul Mattino di Padova il presidente dell’Ordine patavino, Domenico Crisarà. A Udine, l’Azienda sanitaria universitaria Friuli cerca disperatamente almeno 20 medici ex Usca da collocare in nove distretti sanitari, che non hanno personale da mandare a casa dei pazienti Covid.
Pochi giorni fa, la relazione sanitaria dell’azienda Usl Toscana Centro ha evidenziato che «il problema più sentito è la carenza di medici». Però 281 professionisti restano ancora sollevati dal posto di lavoro e esclusi dagli albi professionali, come ha dichiarato l’assessore regionale alla Salute, Simone Bezzini, in risposta a un’interrogazione del consigliere regionale di FdI, Diego Petrucci. Una follia, sulla quale il nuovo governo dovrà intervenire con la massima urgenza.
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Uno studio rivela che il tasso di letalità per gli under 40 non vaccinati è inferiore al previsto, già infinitesimale. A essere alto, invece, è il rischio di miocardite. Prima che sia tardi, il nuovo governo conceda una moratoria.Carenza di personale a Rimini, ma la maggioranza dem annulla il Consiglio comunale con i sanitari sospesi. Nel Padovano arruolati a ore sudamericani non iscritti all’Albo.Lo speciale contiene due articoli.Indizio numero uno: il tasso di letalità del Covid, nei giovani non vaccinati, è dieci volte inferiore a quanto era stato precedentemente stimato. Indizio numero due: in un caso ogni 1.900 seconde dosi di vaccino, un maschio tra i 18 e i 24 anni si becca una miocardite; dopo il booster, le occorrenze di infiammazione cardiaca, tra 18 e 39 anni, diventano una ogni 6.800 somministrazioni. Indizio numero tre: persino l’amministratore delegato di Moderna ammette che un venticinquenne sano non ha bisogno di sottoporsi al richiamo anti Covid. Se tre indizi fanno una prova, abbiamo in mano un solidissimo elemento per invocare una moratoria sulle punture. Anzitutto quelle agli under 40; con l’impegno, però, di ricalcolare benefici e controindicazioni delle iniezioni reiterate pure sui più anziani, almeno quelli in buona salute. Prima che arrivino tutti alla quinta dose, sdoganata in extremis dalla circolare di Roberto Speranza.La novità principale, da allegare al dossier sulla pandemia intitolato «Ve l’avevamo detto», è un preprint siglato da John P.A. Ioannidis, studioso di prestigio internazionale, noto per le sue posizioni contro i lockdown. Insieme ad altri quattro colleghi, incluso Angelo Maria Pezzullo della Cattolica di Roma, Ioannidis ha spulciato 40 indagini di sieroprevalenza, relative a 38 Paesi e 29 stringhe di dati su infezioni da coronavirus e decessi, stratificati per categorie anagrafiche. Scoprendo che, prima dell’arrivo dei miracolosi preparati di Pfizer e compagnia, nei bambini e nei giovani, il tasso di letalità del Sars-Cov-2 era fino a dieci volte più basso di quello calcolato ufficialmente; negli adulti tra 40 e 69 anni, da tre a sei volte minore. Com’è possibile che sia emersa una simile discrepanza? La spiegazione fornita dal paper, ancora da sottoporre a revisione paritaria, è che le analisi fin qui elaborate fossero condizionate da campioni troppo limitati, o dall’utilizzo di «moltiplicatori» pensati per correggere potenziali sottostime delle morti. Considerazioni a parte le merita l’Italia, con i suoi valori anomali rispetto alla media degli altri Paesi: secondo Ioannidis e colleghi, «l’obbligo di isolamento in seguito a un test positivo» potrebbe aver «scoraggiato la partecipazione» alle rilevazioni di chi sospettava di aver contratto il Covid, contribuendo così a gonfiare il calcolo sulla letalità. In parole povere: meno contagi registrati, più vittime censite in proporzione. Un cruscotto inattendibile. Eppure, è proprio in virtù di bollettini e ragionamenti sui tassi di rischio relativo, con i famosi omini colorati a indicare no vax e inoculati, che sono stati legittimati l’apartheid vaccinale e il green pass. Sul passato, sarebbe opportuno aprire una bella commissione parlamentare d’inchiesta. Per il futuro, è bene che il governo adotti quel «conservatorismo sanitario» di cui parlavamo sulla Verità qualche giorno fa: anziché inseguire Speranza sulla giostra dei booster, il centrodestra rivaluti vantaggi e svantaggi delle iniezioni, a seconda delle fasce d’età, anche alla luce dei nuovi dati sulla reale pericolosità del virus. Che si è ulteriormente ridotta, giacché le cifre di Ioannidis & C. si riferiscono a un periodo in cui dominavano varianti più aggressive di Omicron e delle sue figliocce.D’altra parte, se le mirabolanti imprese del vaccino, specie sugli under 40, meritano di essere lette sotto una luce più sobria, non bisogna dimenticarsi che, accanto ai benefici da ridimensionare, ci sono gli effetti collaterali da soppesare in modo finalmente onesto. Di recente, sulla sua pagina Twitter, la ricercatrice americana Tracy Høeg ha rimesso in fila gli studi principali sui problemi cardiaci legati ai farmaci a mRna. Un paper di aprile 2022, uscito su Pharmacoepidemiology & drug safety, registrava 95,4 casi di miopericardite ogni milione di seconde dosi, nei ragazzi tra 12 e 39 anni. Tra 18 e 24 anni, il rischio si attesta addirittura a un caso ogni 1.900 seconde dosi. Un saggio pubblicato a giugno sull’American journal of cardiology rilevava una miocardite ogni 6.800 dosi nei maschi tra 18 e 39 anni. E sul Journal of the american medical association, un’analisi condotta in Scandinavia aveva rivelato un pericolo di miocardite postvaccino 28 volte superiore a quello post Covid, nei giovani uomini tra 16 e 24 anni, dovuto al mix tra Pfizer e Moderna. Ormai, persino le case farmaceutiche sembrerebbero disposte a mollare un po’ la presa. Ad esempio, Stéphane Bancel, ceo di Moderna, ha appena ammesso che i booster non andrebbero distribuiti urbi et orbi: «Se sei un venticinquenne, hai bisogno di un richiamo annuale se sei sano?». Domanda inutile, canterebbe Lucio Battisti. Meglio arrivarci tardi che mai. Fino alla scorsa primavera, i venticinquenni, i diciottenni, i quindicenni, i dodicenni in perfetta salute venivano ricattati, minacciati di essere privati di scuola, università, sport e divertimento, se avessero rifiutato le canoniche tre dosi. Ma dagli errori si può imparare. Ieri, l’Ema ha raccomandato di autorizzare Comirnaty e Spikevax per i bimbi da 6 mesi in su, oltre al booster contro Ba.4 e Ba.5 per gli adolescenti dai 12 anni. Adesso, il treno più pazzo del mondo si deve fermare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/covid-giovani-vaccino-miocarditi-2658478587.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pd-boicotta-il-reintegro-dei-medici" data-post-id="2658478587" data-published-at="1666261987" data-use-pagination="False"> Il Pd boicotta il reintegro dei medici Alla sinistra che governa Rimini non sta a cuore la salute dei cittadini. Preferisce lasciare a casa medici e infermieri non in regola con la vaccinazione anti Covid, piuttosto che rendere fruibili i servizi di assistenza sanitaria, in grandissima difficoltà nella città romagnola. Pronto soccorso sotto organico di metà medici, Oss che non si trovano per dipartimenti medici e urgenza, mancanza di ostetriche e infermieri segnalata da mesi, però per il Pd è giusto continuare a punire i professionisti che non porgono il braccio. Accade, così, che un Consiglio comunale sollecitato dalle minoranze e convocato due giorni fa, con tanto di ordine del giorno che annunciava dopo il dibattito la richiesta alla Regione Emilia Romagna e al governo del «reintegro immediato di tutto il personale sanitario attualmente sospeso dalla normativa covid fino al 31/12/22», sia stato boicottato dalla maggioranza di sinistra. A quattro minuti dall’inizio dell’appello, la seduta è stata sospesa per mancanza del numero legale: metà dei consiglieri non erano in aula. Neppure si sono presentati il sindaco Jamil Sadegholvaad e gli assessori, per ascoltare sanitari ma anche avvocati che avrebbero evidenziato le criticità delle sospensioni sulla sanità cittadina. L’ostilità, anzi l’avversione per quanti rifiutano il vaccino è risultata evidente dalle affermazioni del capogruppo Pd, Matteo Petrucci, che mezz’ora prima della «diserzione» dall’obbligo consiliare aveva annunciato: «Non faremo da cassa di risonanza ai no vax, serve più rispetto per le vittime del Covid a un passo dalla nuova campagna vaccinale». Poco importa che siano professionisti validi, con anni di esperienza e di dedizione al lavoro, costretti da oltre un anno a restare senza stipendio. La scelta di non piegarsi al ricatto istituzionale li ha scaraventati nel mucchio dei reietti, degli inaffidabili, dei senza diritti. Intanto, ospedali e ambulatori sono in crescente affanno, anche fuori dall’Emilia Romagna, e non possono certo aspettare fine dicembre per vedere reintegrati i tanti sospesi. Perciò continuano a rivolgersi a società private per arruolare medici a ore, come accade nel Punto di primo intervento di Montagnana e nel Pronto soccorso di Cittadella, nel Padovano, dove dallo scorso dicembre l’Uls 6 ha appaltato il servizio di fornitura medici (1,2 milioni di euro per un anno) ad alcune società tra cui la toscana Bmc healt solutions, gruppo di intermediazione. Lo scorso aprile, sulla sua pagina social, Bmc cercava medici specificando che «l’annuncio è aperto anche ai meno esperti», retribuiti 700 euro «a turno», come precisava il direttore sanitario di Bmc, Antonio Magliocca. Sono arrivati pure quattro professionisti sudamericani che non hanno l’obbligo di essere iscritti all’Albo, grazie alla proroga del decreto legge del marzo 2020 che potenziava il servizio nell’emergenza Covid allargandolo agli extracomunitari. «In nome di un’emergenza, che ormai è una situazione strutturata, si concedono deroghe che mettono in discussione tutto il sistema di controllo», ha protestato sul Mattino di Padova il presidente dell’Ordine patavino, Domenico Crisarà. A Udine, l’Azienda sanitaria universitaria Friuli cerca disperatamente almeno 20 medici ex Usca da collocare in nove distretti sanitari, che non hanno personale da mandare a casa dei pazienti Covid. Pochi giorni fa, la relazione sanitaria dell’azienda Usl Toscana Centro ha evidenziato che «il problema più sentito è la carenza di medici». Però 281 professionisti restano ancora sollevati dal posto di lavoro e esclusi dagli albi professionali, come ha dichiarato l’assessore regionale alla Salute, Simone Bezzini, in risposta a un’interrogazione del consigliere regionale di FdI, Diego Petrucci. Una follia, sulla quale il nuovo governo dovrà intervenire con la massima urgenza.
L'ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene (Ansa). Nel riquadro il suo post su X
Insomma, un endorsement in piena regola. Il che è significativo. Nonostante al momento non rivesta un peso politico troppo rilevante, la Taylor Greene è stata un tempo una delle principali sostenitrici di Trump. Poi, a partire dall’anno scorso, i loro rapporti si sono progressivamente incrinati. L’allora deputata ha infatti iniziato a criticare il presidente americano su vari fronti: la sua politica su Israele e Siria, l’inflazione e i file di Jeffrey Epstein. In altre parole, la Greene è una di quelle figure del mondo politico-mediatico Maga che hanno drammaticamente rotto con l’attuale inquilino della Casa Bianca, accusandolo di aver abbandonato il trumpismo delle origini. Da questo punto di vista, un altro personaggio collocato su una linea simile è il giornalista conservatore Tucker Carlson che, un tempo deciso fautore dell’attuale presidente, ha litigato con lui soprattutto a causa della guerra in Iran.
Queste rotture sono, almeno in parte, la diretta conseguenza della «traversata nel deserto» che il trumpismo ha condotto nei quattro anni dell’amministrazione Biden. Delusi dal Partito democratico, vari mondi un tempo ostili a Trump (Silicon Valley, apparati della sicurezza nazionale, alta burocrazia del Pentagono) si sono man mano avvicinati ai repubblicani, innestandosi sul trumpismo originario, che, pur non essendo monoliticamente isolazionista, era più concentrato sulla tutela dei colletti blu della Rust Belt e, quindi, sui temi della reindustrializzazione e della post globalizzazione. Dal 2025, queste due anime del mondo Maga sono entrate spesso in dialettica, arrivando a produrre alcune rotture, come quelle della Greene e di Carlson.
È quindi interessante il fatto che l’ex deputata repubblicana si sia schierata con la Meloni. Una Meloni che aveva già comunque, almeno in parte, diviso il mondo Maga. Se la maggioranza di esso la vedeva in modo favorevole, Steve Bannon, a marzo, la criticò per non aver dato abbastanza sostegno a Trump nella crisi di Hormuz. Un ulteriore aspetto interessante da notare è che Bannon, la Greene e Carlson provengono tutti, pur con tratti e sensibilità differenti, da quel trumpismo originario di cui abbiamo parlato: trumpismo originario che, nella sua sfera mediatico-politica, si è spaccato sul conflitto in Iran (se Carlson , come detto, è contrario alla guerra, Laura Loomer la sostiene). Da questo punto di vista, a essere interessante è anche la sponda che, nel 2025, si registrò tra la Meloni ed Elon Musk: un esponente di quei nuovi «innesti» che era, non a caso, ai ferri corti con Bannon. Tra l’altro, anche Musk l’anno scorso ruppe con Trump, per poi significativamente ricucire (vista soprattutto la crescente interdipendenza tra SpaceX e il Pentagono).
Ma attenzione. I risvolti della nuova rottura tra il presidente americano e la Meloni potrebbero irrompere nella stessa amministrazione statunitense. Nell’ultimo anno e mezzo, l’inquilina di Palazzo Chigi ha stretto un rapporto molto cordiale con Marco Rubio e con JD Vance (il quale, dopo aver firmato la prefazione all’edizione statunitense del volume «La versione di Giorgia», ha anche citato la premier nel suo ultimo libro, «Communion»). Ora, nel breve termine, lo scontro tra Trump e la Meloni rischia di mettere in una posizione scomoda tanto il vicepresidente quanto il segretario di Stato. Tuttavia il tema è più complesso. Sì, perché sia Vance che Rubio sono assai interessati a candidarsi alla nomination presidenziale repubblicana del 2028. In quest’ottica, entrambi guardano con favore al mantenimento di una convergenza con la Meloni. Se il centrodestra italiano dovesse vincere le elezioni l’anno prossimo e, nel 2029, dovesse insediarsi alla presidenza statunitense uno dei due, sia Vance che Rubio auspicherebbero una sponda con Roma per arginare l’asse franco-tedesco e, soprattutto, per cercare di allentare i rapporti tra l’Ue e la Cina.
Nel frattempo, la stampa statunitense ha riportato la notizia del nuovo scontro tra Trump e la Meloni: da Nbc News al Wall Street Journal, passando per il Washington Post, le varie testate hanno raccontato le tensioni, ricordando che ci fu un tempo in cui i due leader erano stretti alleati. Per quanto non impossibile, sembra sempre più difficile che quel tempo possa tornare. Il conflitto iraniano ha del resto contribuito a scavare un solco profondo tra le due sponde dell’Atlantico. È dunque da qui che Vance e Rubio dovranno partire per cercare di riavvicinarle.
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Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Altro che «riavvicinamento»: poche ore dopo la fine del G7 di Evian, tra Donald Trump e Giorgia Meloni esplode uno dei più gravi incidenti diplomatici mai registrati nella storia dell’Italia repubblicana tra un presidente degli Stati Uniti e un premier italiano, secondo solo al famoso caso di Sigonella, che nel 1985 vide Bettino Craxi opporsi a Donald Reagan per la sorte dei miliziani palestinesi che avevano dirottato la nave da crociera Achille Lauro. In quel caso si rischiò lo scontro armato tra la Delta Force da una parte e i carabinieri e i Vam dall’altra, ieri invece il conflitto è stato tutto dialettico, ma quanto mai aspro.
La cronaca di questa surreale, incredibile giornata, inizia poco dopo le 10 italiane, le 4 di notte a Washington, quando La7 diffonde un annuncio: «Oggi in esclusiva a L’Aria che tira su La7 una nuova telefonata con Donald Trump. Il programma di David Parenzo ha raggiunto telefonicamente il presidente statunitense per un colloquio. Al centro, le ultime dal G7 sulla pace in Medio Oriente e, soprattutto, sull’incontro tra il tycoon e il premier italiana Meloni dopo le tensioni delle ultime settimane». Siamo abituati al fatto che, tra le tante stravaganze (eufemismo) di Trump, ci sia pure quella di chiacchierare al telefono con i giornalisti. Alle 11, però, scoppia la bomba: Parenzo manda in onda la trascrizione della telefonata tra il tycoon e il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, Daniele Compatangelo: «Come sta il suo primo ministro? Come sta lei?», chiede a un certo punto Trump. «Beh, l’ha appena incontrata al G7», risponde il giornalista, «cosa ne pensa?». «Probabilmente è felice», replica Trump, «che io le abbia parlato! Non ero obbligato a farlo! Non so cosa dire! Mi ha supplicato di fare una foto! Voleva a tutti i costi una foto con me. Non l’avrei fatto, ma mi ha fatto pena!».
La7 non pubblica l’audio originale della telefonata, ma direttamente la traduzione: perché? A quanto spiega il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, per precise direttive dello staff del presidente Usa, le registrazioni delle telefonate non possono essere diffuse con l’audio originale. La trascrizione in lingua originale dell’ultima frase di Trump è la seguente: «She begged me for a picture! She wanted a picture with me so badly. I would haven’t done it, but I felt sorry for her!».
«I felt sorry for her» viene tradotto con «mi ha fatto pena», il che è formalmente corretto, ma la stessa frase può anche essere tradotta con un molto meno maleducato «mi dispiaceva per lei» o «mi è dispiaciuto per lei», come fa notare in diretta Antonio Di Bella, tra l’altro ex direttore del Tg3 e di Rai3 e già corrispondente da New York per il Tg1. Fatto sta che la Meloni la prende, come è ovvio, malissimo: impugna lo smartphone e da Bruxelles, dove sta partecipando al Consiglio europeo, registra un durissimo video di risposta: «Certe cose», scandisce Giorgia Meloni, «meritano una risposta immediata. Le dichiarazioni di Donald Trump sono totalmente inventate. Sono francamente allibita. Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati e non è del resto la prima volta che accade. Posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con i nemici degli Stati Uniti, con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente. Però una cosa se la deve ricordare: io e l’Italia, non imploriamo mai». L’aria che tira, potremmo dire, è quella di tempesta: piovono reazioni indignate da tutto il mondo politico e istituzionale, italiano e non solo. Si muove il Colle: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, telefona alla Meloni e le esprime solidarietà.
Immediate anche le reazioni dei due vicepremier: «Le gravi e offensive parole del presidente Trump nei confronti del presidente del Consiglio», scrive su X il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, «offendono tutta l’Italia. Per questo motivo ho deciso di annullare la mia visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno». Anche Confindustria cancella la sua partecipazione al business forum di Miami del 22 giugno. Più tardi, parlando con i cronisti, Tajani aggiunge: «Non possiamo pensare che qualcuno offenda l’Italia così come ha fatto il presidente Usa», invitando comunque a «mantenere il rapporto transatlantico come stella polare». L’altro vicepremier, il ministro dei Trasporti e leader della Lega Matteo Salvini, sui social scrive: «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi». E adesso che succede? La Verità ha avuto modo di sondare ambienti di governo e maggioranza, e c’è una sostanziale unanimità su un punto: i dubbi sull’equilibrio di Donald Trump. Sono diventate troppo frequenti e sempre più deliranti, ormai, le sparate del tycoon, tra insulti ad alleati, avversari e giornalisti, prese di posizione surreali, video, foto e post deliranti postati a raffica sui social, e, cosa più grave, continui cambi di strategia e opinione sulle questioni più importanti di politica internazionale.
Compiacimento abbiamo poi registrato per l’intervento di Mattarella, arrivato mentre tra le opposizioni non mancava chi, pur esprimendo solidarietà alla Meloni, aggiungeva che è stata però proprio lei a scegliere il presidente degli Stati Uniti come alleato privilegiato, manco fosse una colpa o avesse altra scelta. Sono una donna dotata di doti divinatorie poteva prevedere che Trump sarebbe diventato quello che è oggi: per non sbilanciarci troppo, sicuramente un gran maleducato. Che, dopo la replica di Meloni, ha rincarato la dose: «Non la voglio come fan perché lei, così come gli altri del gruppo Nato, non c'è stata riguardo allo Stretto di Hormuz».
Eppure la sinistra incolpa Giorgia
Centinaia, dall’Italia e dall’estero, le reazioni allo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni: «Sono stato sorpreso», commenta il presidente francese Emmanuel Macron, «dall’attacco di Trump a Meloni, ne parlerò con lei». «Riguardo alla Meloni», dice il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, «vorrei dire due cose: la prima, tutta la mia solidarietà. In secondo luogo, vorrei dirvi che non solo l’ho espressa pubblicamente ora, ma l’ho fatto anche in privato. Le ho espresso la mia solidarietà direttamente in Consiglio di fronte a questo attacco che non è né politico né personale. In realtà, non so nemmeno come qualificarlo».
Passiamo all’Italia: «Le parole del presidente Donald Trump, chiaramente false», attacca il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «sono un evidente tentativo di vendicarsi della premier italiana per il suo non essersi piegata ai voleri del tycoon. Conoscendola molto bene, posso scommettere di mangiare un pollo vivo piuttosto che credere che Giorgia Meloni supplichi qualcuno. Fa pena chi lo sostiene». «La mia solidarietà al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Le parole pronunciate nei suoi confronti», argomenta il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, «non contribuiscono certamente a rafforzare quel clima di rispetto fondamentale nei rapporti tra paesi amici e alleati». Durissimo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari: «I deliri di Trump su Giorgia Meloni», azzanna Fazzolari, «sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Stati Uniti».
In serata, ospite di 10 minuti su Retequattro, Fazzolari fornisce una inedita interpretazione dell’accaduto: «Una delle interpretazioni che è stata data oltreoceano», spiega Fazzolari, «è che il video del G7 di Evian è diventato virale negli Usa, e i commenti erano: Meloni mette al suo posto Trump. Il presidente americano è particolarmente attento e sensibile alle dinamiche delle rete. Una delle interpretazioni che è stata data è che è stata una reazione per questo video che era stato particolarmente diffuso negli Stati Uniti».
Arrivano anche i commenti degli esponenti di opposizione: «La triste realtà», sottolinea il leder del M5s, Giuseppe Conte, «è che abbiamo subito una grande mortificazione da parte di Trump e queste sono parole assolutamente inaccettabili nei confronti dei nostri vertici istituzionali. Però dobbiamo anche riflettere. Giorgia Meloni e il suo governo hanno detto sì a tutto e hanno svenduto l’interesse nazionale». «Gli attacchi di Trump alla Meloni», sottolinea la segretaria del Pd, Elly Schlein, «sono inaccettabili, da respingere con forza. Noi non accettiamo attacchi né insulti rivolti al governo del nostro paese e continueremo a difendere le istituzioni italiane. Ci aspettiamo però che lo faccia, e cominci a farlo di più, anche la destra di questo paese e che capisca quanto è stata sbagliata la strategia di un atteggiamento remissivo verso Trump». «Le frasi di Trump sono orripilanti, come sempre. Finalmente», scrive su X il leader di Italia viva Matteo Renzi, «se ne è accorta anche la presidente Meloni: buongiorno Giorgia, ben svegliata. Ora basta cappellini Maga e basta ponti con Trump».
La missione del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, negli Stati Uniti, prevista per la prossima settimana, è stata annullata, dopo le offese di Trump Arriva anche il commento del generale Roberto Vannacci: «L’Italia», dice il leader di Futuro nazionale, «non può diventare terreno di scontro per calcoli di parte o convenienze politiche del momento. Non condivido chi, per attaccare Giorgia Meloni o il suo governo, finisce per gettare fango sul presidente del Consiglio e, con esso, sull’immagine della nostra nazione». Solidarietà alla Meloni e condanna della prepotenza da parte di Domenico Menorello, portavoce del network associativo «Ditelo sui tetti».
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