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2022-10-20
Virus 10 volte meno letale delle stime. Riempire di dosi i giovani è un errore
Indizio numero uno: il tasso di letalità del Covid, nei giovani non vaccinati, è dieci volte inferiore a quanto era stato precedentemente stimato. Indizio numero due: in un caso ogni 1.900 seconde dosi di vaccino, un maschio tra i 18 e i 24 anni si becca una miocardite; dopo il booster, le occorrenze di infiammazione cardiaca, tra 18 e 39 anni, diventano una ogni 6.800 somministrazioni. Indizio numero tre: persino l’amministratore delegato di Moderna ammette che un venticinquenne sano non ha bisogno di sottoporsi al richiamo anti Covid.
Se tre indizi fanno una prova, abbiamo in mano un solidissimo elemento per invocare una moratoria sulle punture. Anzitutto quelle agli under 40; con l’impegno, però, di ricalcolare benefici e controindicazioni delle iniezioni reiterate pure sui più anziani, almeno quelli in buona salute. Prima che arrivino tutti alla quinta dose, sdoganata in extremis dalla circolare di Roberto Speranza.
La novità principale, da allegare al dossier sulla pandemia intitolato «Ve l’avevamo detto», è un preprint siglato da John P.A. Ioannidis, studioso di prestigio internazionale, noto per le sue posizioni contro i lockdown. Insieme ad altri quattro colleghi, incluso Angelo Maria Pezzullo della Cattolica di Roma, Ioannidis ha spulciato 40 indagini di sieroprevalenza, relative a 38 Paesi e 29 stringhe di dati su infezioni da coronavirus e decessi, stratificati per categorie anagrafiche. Scoprendo che, prima dell’arrivo dei miracolosi preparati di Pfizer e compagnia, nei bambini e nei giovani, il tasso di letalità del Sars-Cov-2 era fino a dieci volte più basso di quello calcolato ufficialmente; negli adulti tra 40 e 69 anni, da tre a sei volte minore.
Com’è possibile che sia emersa una simile discrepanza? La spiegazione fornita dal paper, ancora da sottoporre a revisione paritaria, è che le analisi fin qui elaborate fossero condizionate da campioni troppo limitati, o dall’utilizzo di «moltiplicatori» pensati per correggere potenziali sottostime delle morti.
Considerazioni a parte le merita l’Italia, con i suoi valori anomali rispetto alla media degli altri Paesi: secondo Ioannidis e colleghi, «l’obbligo di isolamento in seguito a un test positivo» potrebbe aver «scoraggiato la partecipazione» alle rilevazioni di chi sospettava di aver contratto il Covid, contribuendo così a gonfiare il calcolo sulla letalità. In parole povere: meno contagi registrati, più vittime censite in proporzione. Un cruscotto inattendibile. Eppure, è proprio in virtù di bollettini e ragionamenti sui tassi di rischio relativo, con i famosi omini colorati a indicare no vax e inoculati, che sono stati legittimati l’apartheid vaccinale e il green pass. Sul passato, sarebbe opportuno aprire una bella commissione parlamentare d’inchiesta. Per il futuro, è bene che il governo adotti quel «conservatorismo sanitario» di cui parlavamo sulla Verità qualche giorno fa: anziché inseguire Speranza sulla giostra dei booster, il centrodestra rivaluti vantaggi e svantaggi delle iniezioni, a seconda delle fasce d’età, anche alla luce dei nuovi dati sulla reale pericolosità del virus. Che si è ulteriormente ridotta, giacché le cifre di Ioannidis & C. si riferiscono a un periodo in cui dominavano varianti più aggressive di Omicron e delle sue figliocce.
D’altra parte, se le mirabolanti imprese del vaccino, specie sugli under 40, meritano di essere lette sotto una luce più sobria, non bisogna dimenticarsi che, accanto ai benefici da ridimensionare, ci sono gli effetti collaterali da soppesare in modo finalmente onesto. Di recente, sulla sua pagina Twitter, la ricercatrice americana Tracy Høeg ha rimesso in fila gli studi principali sui problemi cardiaci legati ai farmaci a mRna. Un paper di aprile 2022, uscito su Pharmacoepidemiology & drug safety, registrava 95,4 casi di miopericardite ogni milione di seconde dosi, nei ragazzi tra 12 e 39 anni. Tra 18 e 24 anni, il rischio si attesta addirittura a un caso ogni 1.900 seconde dosi. Un saggio pubblicato a giugno sull’American journal of cardiology rilevava una miocardite ogni 6.800 dosi nei maschi tra 18 e 39 anni. E sul Journal of the american medical association, un’analisi condotta in Scandinavia aveva rivelato un pericolo di miocardite postvaccino 28 volte superiore a quello post Covid, nei giovani uomini tra 16 e 24 anni, dovuto al mix tra Pfizer e Moderna.
Ormai, persino le case farmaceutiche sembrerebbero disposte a mollare un po’ la presa. Ad esempio, Stéphane Bancel, ceo di Moderna, ha appena ammesso che i booster non andrebbero distribuiti urbi et orbi: «Se sei un venticinquenne, hai bisogno di un richiamo annuale se sei sano?». Domanda inutile, canterebbe Lucio Battisti. Meglio arrivarci tardi che mai. Fino alla scorsa primavera, i venticinquenni, i diciottenni, i quindicenni, i dodicenni in perfetta salute venivano ricattati, minacciati di essere privati di scuola, università, sport e divertimento, se avessero rifiutato le canoniche tre dosi. Ma dagli errori si può imparare. Ieri, l’Ema ha raccomandato di autorizzare Comirnaty e Spikevax per i bimbi da 6 mesi in su, oltre al booster contro Ba.4 e Ba.5 per gli adolescenti dai 12 anni. Adesso, il treno più pazzo del mondo si deve fermare.
Il Pd boicotta il reintegro dei medici
Alla sinistra che governa Rimini non sta a cuore la salute dei cittadini. Preferisce lasciare a casa medici e infermieri non in regola con la vaccinazione anti Covid, piuttosto che rendere fruibili i servizi di assistenza sanitaria, in grandissima difficoltà nella città romagnola.
Pronto soccorso sotto organico di metà medici, Oss che non si trovano per dipartimenti medici e urgenza, mancanza di ostetriche e infermieri segnalata da mesi, però per il Pd è giusto continuare a punire i professionisti che non porgono il braccio. Accade, così, che un Consiglio comunale sollecitato dalle minoranze e convocato due giorni fa, con tanto di ordine del giorno che annunciava dopo il dibattito la richiesta alla Regione Emilia Romagna e al governo del «reintegro immediato di tutto il personale sanitario attualmente sospeso dalla normativa covid fino al 31/12/22», sia stato boicottato dalla maggioranza di sinistra.
A quattro minuti dall’inizio dell’appello, la seduta è stata sospesa per mancanza del numero legale: metà dei consiglieri non erano in aula. Neppure si sono presentati il sindaco Jamil Sadegholvaad e gli assessori, per ascoltare sanitari ma anche avvocati che avrebbero evidenziato le criticità delle sospensioni sulla sanità cittadina.
L’ostilità, anzi l’avversione per quanti rifiutano il vaccino è risultata evidente dalle affermazioni del capogruppo Pd, Matteo Petrucci, che mezz’ora prima della «diserzione» dall’obbligo consiliare aveva annunciato: «Non faremo da cassa di risonanza ai no vax, serve più rispetto per le vittime del Covid a un passo dalla nuova campagna vaccinale».
Poco importa che siano professionisti validi, con anni di esperienza e di dedizione al lavoro, costretti da oltre un anno a restare senza stipendio. La scelta di non piegarsi al ricatto istituzionale li ha scaraventati nel mucchio dei reietti, degli inaffidabili, dei senza diritti. Intanto, ospedali e ambulatori sono in crescente affanno, anche fuori dall’Emilia Romagna, e non possono certo aspettare fine dicembre per vedere reintegrati i tanti sospesi.
Perciò continuano a rivolgersi a società private per arruolare medici a ore, come accade nel Punto di primo intervento di Montagnana e nel Pronto soccorso di Cittadella, nel Padovano, dove dallo scorso dicembre l’Uls 6 ha appaltato il servizio di fornitura medici (1,2 milioni di euro per un anno) ad alcune società tra cui la toscana Bmc healt solutions, gruppo di intermediazione.
Lo scorso aprile, sulla sua pagina social, Bmc cercava medici specificando che «l’annuncio è aperto anche ai meno esperti», retribuiti 700 euro «a turno», come precisava il direttore sanitario di Bmc, Antonio Magliocca. Sono arrivati pure quattro professionisti sudamericani che non hanno l’obbligo di essere iscritti all’Albo, grazie alla proroga del decreto legge del marzo 2020 che potenziava il servizio nell’emergenza Covid allargandolo agli extracomunitari.
«In nome di un’emergenza, che ormai è una situazione strutturata, si concedono deroghe che mettono in discussione tutto il sistema di controllo», ha protestato sul Mattino di Padova il presidente dell’Ordine patavino, Domenico Crisarà. A Udine, l’Azienda sanitaria universitaria Friuli cerca disperatamente almeno 20 medici ex Usca da collocare in nove distretti sanitari, che non hanno personale da mandare a casa dei pazienti Covid.
Pochi giorni fa, la relazione sanitaria dell’azienda Usl Toscana Centro ha evidenziato che «il problema più sentito è la carenza di medici». Però 281 professionisti restano ancora sollevati dal posto di lavoro e esclusi dagli albi professionali, come ha dichiarato l’assessore regionale alla Salute, Simone Bezzini, in risposta a un’interrogazione del consigliere regionale di FdI, Diego Petrucci. Una follia, sulla quale il nuovo governo dovrà intervenire con la massima urgenza.
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Uno studio rivela che il tasso di letalità per gli under 40 non vaccinati è inferiore al previsto, già infinitesimale. A essere alto, invece, è il rischio di miocardite. Prima che sia tardi, il nuovo governo conceda una moratoria.Carenza di personale a Rimini, ma la maggioranza dem annulla il Consiglio comunale con i sanitari sospesi. Nel Padovano arruolati a ore sudamericani non iscritti all’Albo.Lo speciale contiene due articoli.Indizio numero uno: il tasso di letalità del Covid, nei giovani non vaccinati, è dieci volte inferiore a quanto era stato precedentemente stimato. Indizio numero due: in un caso ogni 1.900 seconde dosi di vaccino, un maschio tra i 18 e i 24 anni si becca una miocardite; dopo il booster, le occorrenze di infiammazione cardiaca, tra 18 e 39 anni, diventano una ogni 6.800 somministrazioni. Indizio numero tre: persino l’amministratore delegato di Moderna ammette che un venticinquenne sano non ha bisogno di sottoporsi al richiamo anti Covid. Se tre indizi fanno una prova, abbiamo in mano un solidissimo elemento per invocare una moratoria sulle punture. Anzitutto quelle agli under 40; con l’impegno, però, di ricalcolare benefici e controindicazioni delle iniezioni reiterate pure sui più anziani, almeno quelli in buona salute. Prima che arrivino tutti alla quinta dose, sdoganata in extremis dalla circolare di Roberto Speranza.La novità principale, da allegare al dossier sulla pandemia intitolato «Ve l’avevamo detto», è un preprint siglato da John P.A. Ioannidis, studioso di prestigio internazionale, noto per le sue posizioni contro i lockdown. Insieme ad altri quattro colleghi, incluso Angelo Maria Pezzullo della Cattolica di Roma, Ioannidis ha spulciato 40 indagini di sieroprevalenza, relative a 38 Paesi e 29 stringhe di dati su infezioni da coronavirus e decessi, stratificati per categorie anagrafiche. Scoprendo che, prima dell’arrivo dei miracolosi preparati di Pfizer e compagnia, nei bambini e nei giovani, il tasso di letalità del Sars-Cov-2 era fino a dieci volte più basso di quello calcolato ufficialmente; negli adulti tra 40 e 69 anni, da tre a sei volte minore. Com’è possibile che sia emersa una simile discrepanza? La spiegazione fornita dal paper, ancora da sottoporre a revisione paritaria, è che le analisi fin qui elaborate fossero condizionate da campioni troppo limitati, o dall’utilizzo di «moltiplicatori» pensati per correggere potenziali sottostime delle morti. Considerazioni a parte le merita l’Italia, con i suoi valori anomali rispetto alla media degli altri Paesi: secondo Ioannidis e colleghi, «l’obbligo di isolamento in seguito a un test positivo» potrebbe aver «scoraggiato la partecipazione» alle rilevazioni di chi sospettava di aver contratto il Covid, contribuendo così a gonfiare il calcolo sulla letalità. In parole povere: meno contagi registrati, più vittime censite in proporzione. Un cruscotto inattendibile. Eppure, è proprio in virtù di bollettini e ragionamenti sui tassi di rischio relativo, con i famosi omini colorati a indicare no vax e inoculati, che sono stati legittimati l’apartheid vaccinale e il green pass. Sul passato, sarebbe opportuno aprire una bella commissione parlamentare d’inchiesta. Per il futuro, è bene che il governo adotti quel «conservatorismo sanitario» di cui parlavamo sulla Verità qualche giorno fa: anziché inseguire Speranza sulla giostra dei booster, il centrodestra rivaluti vantaggi e svantaggi delle iniezioni, a seconda delle fasce d’età, anche alla luce dei nuovi dati sulla reale pericolosità del virus. Che si è ulteriormente ridotta, giacché le cifre di Ioannidis & C. si riferiscono a un periodo in cui dominavano varianti più aggressive di Omicron e delle sue figliocce.D’altra parte, se le mirabolanti imprese del vaccino, specie sugli under 40, meritano di essere lette sotto una luce più sobria, non bisogna dimenticarsi che, accanto ai benefici da ridimensionare, ci sono gli effetti collaterali da soppesare in modo finalmente onesto. Di recente, sulla sua pagina Twitter, la ricercatrice americana Tracy Høeg ha rimesso in fila gli studi principali sui problemi cardiaci legati ai farmaci a mRna. Un paper di aprile 2022, uscito su Pharmacoepidemiology & drug safety, registrava 95,4 casi di miopericardite ogni milione di seconde dosi, nei ragazzi tra 12 e 39 anni. Tra 18 e 24 anni, il rischio si attesta addirittura a un caso ogni 1.900 seconde dosi. Un saggio pubblicato a giugno sull’American journal of cardiology rilevava una miocardite ogni 6.800 dosi nei maschi tra 18 e 39 anni. E sul Journal of the american medical association, un’analisi condotta in Scandinavia aveva rivelato un pericolo di miocardite postvaccino 28 volte superiore a quello post Covid, nei giovani uomini tra 16 e 24 anni, dovuto al mix tra Pfizer e Moderna. Ormai, persino le case farmaceutiche sembrerebbero disposte a mollare un po’ la presa. Ad esempio, Stéphane Bancel, ceo di Moderna, ha appena ammesso che i booster non andrebbero distribuiti urbi et orbi: «Se sei un venticinquenne, hai bisogno di un richiamo annuale se sei sano?». Domanda inutile, canterebbe Lucio Battisti. Meglio arrivarci tardi che mai. Fino alla scorsa primavera, i venticinquenni, i diciottenni, i quindicenni, i dodicenni in perfetta salute venivano ricattati, minacciati di essere privati di scuola, università, sport e divertimento, se avessero rifiutato le canoniche tre dosi. Ma dagli errori si può imparare. Ieri, l’Ema ha raccomandato di autorizzare Comirnaty e Spikevax per i bimbi da 6 mesi in su, oltre al booster contro Ba.4 e Ba.5 per gli adolescenti dai 12 anni. Adesso, il treno più pazzo del mondo si deve fermare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/covid-giovani-vaccino-miocarditi-2658478587.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pd-boicotta-il-reintegro-dei-medici" data-post-id="2658478587" data-published-at="1666261987" data-use-pagination="False"> Il Pd boicotta il reintegro dei medici Alla sinistra che governa Rimini non sta a cuore la salute dei cittadini. Preferisce lasciare a casa medici e infermieri non in regola con la vaccinazione anti Covid, piuttosto che rendere fruibili i servizi di assistenza sanitaria, in grandissima difficoltà nella città romagnola. Pronto soccorso sotto organico di metà medici, Oss che non si trovano per dipartimenti medici e urgenza, mancanza di ostetriche e infermieri segnalata da mesi, però per il Pd è giusto continuare a punire i professionisti che non porgono il braccio. Accade, così, che un Consiglio comunale sollecitato dalle minoranze e convocato due giorni fa, con tanto di ordine del giorno che annunciava dopo il dibattito la richiesta alla Regione Emilia Romagna e al governo del «reintegro immediato di tutto il personale sanitario attualmente sospeso dalla normativa covid fino al 31/12/22», sia stato boicottato dalla maggioranza di sinistra. A quattro minuti dall’inizio dell’appello, la seduta è stata sospesa per mancanza del numero legale: metà dei consiglieri non erano in aula. Neppure si sono presentati il sindaco Jamil Sadegholvaad e gli assessori, per ascoltare sanitari ma anche avvocati che avrebbero evidenziato le criticità delle sospensioni sulla sanità cittadina. L’ostilità, anzi l’avversione per quanti rifiutano il vaccino è risultata evidente dalle affermazioni del capogruppo Pd, Matteo Petrucci, che mezz’ora prima della «diserzione» dall’obbligo consiliare aveva annunciato: «Non faremo da cassa di risonanza ai no vax, serve più rispetto per le vittime del Covid a un passo dalla nuova campagna vaccinale». Poco importa che siano professionisti validi, con anni di esperienza e di dedizione al lavoro, costretti da oltre un anno a restare senza stipendio. La scelta di non piegarsi al ricatto istituzionale li ha scaraventati nel mucchio dei reietti, degli inaffidabili, dei senza diritti. Intanto, ospedali e ambulatori sono in crescente affanno, anche fuori dall’Emilia Romagna, e non possono certo aspettare fine dicembre per vedere reintegrati i tanti sospesi. Perciò continuano a rivolgersi a società private per arruolare medici a ore, come accade nel Punto di primo intervento di Montagnana e nel Pronto soccorso di Cittadella, nel Padovano, dove dallo scorso dicembre l’Uls 6 ha appaltato il servizio di fornitura medici (1,2 milioni di euro per un anno) ad alcune società tra cui la toscana Bmc healt solutions, gruppo di intermediazione. Lo scorso aprile, sulla sua pagina social, Bmc cercava medici specificando che «l’annuncio è aperto anche ai meno esperti», retribuiti 700 euro «a turno», come precisava il direttore sanitario di Bmc, Antonio Magliocca. Sono arrivati pure quattro professionisti sudamericani che non hanno l’obbligo di essere iscritti all’Albo, grazie alla proroga del decreto legge del marzo 2020 che potenziava il servizio nell’emergenza Covid allargandolo agli extracomunitari. «In nome di un’emergenza, che ormai è una situazione strutturata, si concedono deroghe che mettono in discussione tutto il sistema di controllo», ha protestato sul Mattino di Padova il presidente dell’Ordine patavino, Domenico Crisarà. A Udine, l’Azienda sanitaria universitaria Friuli cerca disperatamente almeno 20 medici ex Usca da collocare in nove distretti sanitari, che non hanno personale da mandare a casa dei pazienti Covid. Pochi giorni fa, la relazione sanitaria dell’azienda Usl Toscana Centro ha evidenziato che «il problema più sentito è la carenza di medici». Però 281 professionisti restano ancora sollevati dal posto di lavoro e esclusi dagli albi professionali, come ha dichiarato l’assessore regionale alla Salute, Simone Bezzini, in risposta a un’interrogazione del consigliere regionale di FdI, Diego Petrucci. Una follia, sulla quale il nuovo governo dovrà intervenire con la massima urgenza.
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli (Imagoeconomica)
Intendiamoci: nessuno ha intenzione di cancellare la vicenda del giovane friulano vittima di uomini dei servizi segreti del Cairo, anche perché sarebbe impossibile dato che a Roma è in corso un processo contro quattro alti ufficiali del regime di Al Sisi. Questo, però, non significa che si possa usare il caso Regeni come grimaldello per scassinare il bancomat che per anni ha mantenuto attori e registi, finanziando opere di dubbia qualità e con nessun spettatore.
La storia di Giulio Regeni è tragica, ma non può essere trasformata in farsa, con società di produzione che presentano sceneggiature scadenti nella certezza che saranno ricoperte di soldi pubblici, a garanzia dei compensi per il circoletto radical chic che ruota intorno alla cinematografia italiana. Chi ha voluto, in passato, ricostruire la vicenda di Regeni lo ha potuto fare, riuscendo a produrre una miniserie efficace. Ma non basta il nome della vittima dei sicari del Cairo per poter battere cassa. Ciò che sto dicendo vi sembrerà ovvio, ma di questi tempi non lo è. Forse provato dalle polemiche che lo inseguono da oltre un anno, non ultime quelle sulla partecipazione di una delegazione russa alla Biennale, il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, da cui dipendono anche i fondi per il cinema, non soltanto ha condannato l’esclusione del film su Regeni dal novero di quelli da finanziare, ma pare pure intenzionato a tornare al passato. Ovvero a riaprire la mangiatoia pubblica attorno alla quale per un lungo periodo ha banchettato la compagnia di cinematografari italiani e non solo.
L’elenco dei beneficiari di contributi statali è lungo e si resta basiti a scorrerlo, soprattutto quando si scopre che, a fronte di una montagna di denaro, non solo non ci sono opere da premio Oscar, ma neppure esistono pellicole che siano state premiate dal botteghino. Alcuni di questi film sono finiti nel mirino della magistratura perché, più che al grande pubblico, miravano al grande affare del credito d’imposta. Altri, invece, sono al vaglio delle forze dell’ordine perché, nel novero dei richiedenti, c’era pure l’assassino di Villa Pamphili, l’americano che ha ammazzato figlia e fidanzata, abbandonandone poi i cadaveri nella boscaglia.
Tutto ciò consiglierebbe di procedere con prudenza, per evitare sprechi e ruberie. Invece, proprio parlando del film di Regeni, Giuli è tornato sui suoi passi, dicendo di aver pronti 20 milioni per far ritornare il Fondo cinema e audiovisivo ai fasti del passato, con una dotazione di 626 milioni. Sì, avete capito bene. Mentre non si trovano soldi per sostenere spese fondamentali, il ministro della Cultura si prepara a staccare un assegno in bianco a registi e attori. Come e con quali modalità? Ma con una proposta di legge del Pd, che diamine.
Anzi, Giuli fa un appello alla sua maggioranza perché sostenga il disegno del principale partito d’opposizione. Non importa che il Pd, tramite Dario Franceschini, nel mondo del cinema la faccia da sempre da padrone e proprio questo intreccio fra politica e cultura abbia consentito di finanziare a carico dei contribuenti film di nessun peso. Non importa neppure che Giorgia Meloni un anno fa avesse promesso di smantellare il magico mondo con cui per anni si è alimentata una narrazione cinematografica di parte e per pochi intimi.
No, forse per garantirsi un anno senza polemiche, Giuli vuole tornare al passato, rimettendo il settore nelle mani dei soliti noti. E Regeni torna utile per dire che così le cose non vanno e bisogna cambiare. Certo, era molto meglio quando non bastava un nome e neppure una sceneggiatura per avere accesso ai soldi pubblici. Che poi sono la sola cosa che conta in un sistema che non produce grandi opere, ma grandi guadagni per poche persone.
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Un frame del film «The Palace» di Roman Polanski (01 Distribution)
Si scrive Alessandro Giuli, si legge Dario Franceschini. Quello che doveva essere il grande riformatore delle sovvenzioni pubbliche al settore cinematografico italiano, piagate da anni di assistenzialismo rosso messo in piedi dall’ex segretario dem quando era ministro della Cultura, si sta rivelando una copia perfetta del suo predecessore. Perché, invece di morigerare (soprattutto in tempi di vacche magrissime come quelli attuali) le spese per il sostegno alle produzioni cinematografiche, magari premiando le opere prime o quelle di giovani autori e limando i contributi a pioggia alle grandi case di produzione italiani, continentali o extraeuropee, Giuli ha pensato bene di proseguire sulla strada maestra del «più soldi per (i soliti) tutti».
Si può leggere così, infatti, la scelta di destinare 606 milioni di euro al Fondo per il cinema e l’audiovisivo per il 2026, a sostegno dell’intera filiera, pubblicato lo scorso 16 aprile. La quota principale, ça va sans dire, è stata assegnata al tax credit, con 441 milioni di euro destinati a sostenere produzione, distribuzione, esercizio cinematografico e attrazione di investimenti internazionali. Poi sono stati stanziati 41,7 milioni di euro per la sezione di contributi selettivi destinati a interventi mirati su sviluppo e produzione. Le risorse sono orientate in particolare verso nuovi talenti, opere prime e seconde, documentari, animazione e coproduzioni. Infine, oltre 100 milioni di euro dedicati a iniziative che spaziano dai festival alla valorizzazione del patrimonio audiovisivo, fino al sostegno delle principali istituzioni del settore.
Nel suo intervento di ieri al Quirinale con i candidati al David di Donatello, Giuli ha aperto ancora di più il portafoglio annunciando che «con grande sforzo, abbiamo stanziato altri 20 milioni per il fondo», portando la dotazione a 626 milioni. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha ricevuto e letto il documento firmato da tutte le associazioni di categoria, che rappresentano complessivamente oltre 120.000 lavoratori, in cui viene chiesto «un confronto con le istituzioni reali, aperto e costruttivo» per affrontare questa fase complicata, ha auspicato che «si riesca a trovare un punto di equilibrio tra le diverse esigenze». Un appello al governo, neanche tanto velato, ad aprire i cordoni della borsa.
La sforbiciata rispetto all’anno prima c’è stata: la scure di Giuli ha tagliato una settantina di milioni di euro, visto che nel 2025 il Fondo per il cinema ammontava a 696 milioni. Però la forbice ministeriale pare non essersi concentrata sulle giuste voci. Guardando il Tax credit, per esempio (l’agevolazione fiscale che riconosce un credito d’imposta alle imprese del settore per produzione, distribuzione e internazionalizzazione), una voce di spesa finita nell’occhio del ciclone, come certificato a più riprese dalla Verità con una serie di articoli nei mesi scorsi, perché erano state generosamente aiutate produzioni milionarie che al botteghino avevano rimediato solo flop, ebbene gli sgravi fiscali sono passati da una dotazione di 412 milioni a 441. Poi c’è quella che la rivista Box office ha bollato come «la madre di tutte le storture», l’aumento «sproporzionato delle risorse destinate al credito d’imposta internazionale», a fronte del taglio dei contributi automatici e selettivi, accompagnato da scelte «punitive» nei confronti dei produttori italiani. Questa voce è passata dai 42 milioni del 2025 ai 100 tondi tondi dell’anno in corso. Ma perché, si è chiesta nei mesi scorsi La Verità, dobbiamo finanziare opere disertate dagli spettatori come Without blood di Angelina Jolie, che ha ricevuto 8,2 milioni di euro, o come The Palace di Roman Polanski, un clamoroso insuccesso al botteghino italiano: nonostante un investimento pubblico considerevole, oltre 6 milioni di euro in contributi statali, quest’ultimo film ha incassato appena 398.766 euro. E che dire dei 793.629 euro andati a finanziare la docuserie di Fabrizio Corona, Io sono notizia? Perché concedere aiuti pari a un terzo delle spese sostenute (circa 2,5 milioni di euro) per un prodotto poi distribuito su Netflix e prodotto dalla srl Bloom media house? Mistero. Giuli, ieri al Quirinale, ha auspicato «un sistema più giusto, con più qualità e meno politica». Moralmente auspicabile, visto che le scelte politiche non devono entrare, come quasi sempre accaduto finora, nelle segrete stanze dove le commissioni preposte decidono a chi dare (tanti) soldi e a chi no. La politica serve prima, nel creare l’impalcatura che eviti certe storture e gli sprechi. Obiettivo che pare sparito dall’orizzonte dell’esecutivo.
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Nicole Minetti (Getty Images)
Ieri c’è stato un primo incontro, ma ce ne saranno altri anche nelle prossime settimane. Sul tavolo ci sono gli atti del procedimento adottivo, la ricostruzione dei passaggi davanti alle autorità uruguaiane, l’indicazione degli ospedali consultati e i nomi dei medici sentiti, che restano riservati per ragioni di privacy.
Il fascicolo, nel frattempo, ha iniziato a muoversi. Alla Procura generale di Milano stanno arrivando anche i primi esiti degli accertamenti all’estero, in particolare in Uruguay e in Spagna, disposti nell’istruttoria supplementare sulla grazia concessa a Minetti. Nanni e il sostituto pg Gaetano Brusa valuteranno gli atti quando il quadro sarà completo. Se emergeranno elementi ostativi, potranno rivedere il giudizio favorevole già espresso. Una nuova valutazione non è attesa questa settimana: con ogni probabilità se ne parlerà dalla prossima. Sarà poi trasmessa al ministero della Giustizia e, da lì, al Quirinale.
Le verifiche affidate all’Interpol riguardano prima di tutto l’adozione: la copia originale degli atti, la procedura seguita dalle autorità uruguaiane, il ruolo dell’Inau (l’Istituto per l’infanzia e l’adolescenza dell’Uruguay) e il tema dell’abbandono da parte dei genitori biologici. Si controllano anche eventuali procedimenti penali all’estero, che allo stato non risultano, e gli spostamenti di Minetti tra Punta del Este, Ibiza, Milano, Roma e Boston, dove il bambino è stato curato.
Resta inoltre il profilo personale indicato nell’istanza di grazia: la verifica che, dopo la condanna, Minetti abbia effettivamente preso le distanze dalla vita precedente, non abbia avuto nuove pendenze e abbia costruito un percorso stabile di reinserimento.
Il capitolo sanitario è uno dei più delicati. Nei giorni scorsi gli ospedali di Padova e Milano hanno smentito di avere avuto in cura il bambino. La difesa, però, contesta il modo in cui quel dato è stato letto. Il punto, secondo la ricostruzione difensiva, non è che il bambino sia stato ricoverato o preso in carico ufficialmente dal San Raffaele o da Padova. Il punto è che Minetti e Cipriani si sarebbero rivolti direttamente a professionisti di fiducia per ottenere pareri medici sulla situazione del figlio. Non sarebbero stati seguiti percorsi «ufficiali», ma sarebbero stati interpellati direttamente medici del San Raffaele e di Padova per un consulto.
Per questo saranno sentiti i due specialisti indicati dalla difesa: uno del San Raffaele e uno dell’ospedale di Padova. Resta poi il dato di fondo: il bambino è malato ed è stato curato a Boston. Cipriani, nell’intervista al Corriere della Sera, ha spiegato che il minore deve essere seguito nel tempo con controlli periodici negli Stati Uniti. Boston, del resto, non è una destinazione casuale. Il Boston Children’s Hospital ha un centro specializzato nelle patologie pediatriche complesse, con équipe multidisciplinari dedicate. Sul proprio sito descrive un’équipe specializzata e trattamenti avanzati; nella sezione dedicata ai professionisti sanitari parla di medici rinomati, terapie pionieristiche e piani di cura personalizzati.
Le classifiche internazionali confermano il livello della struttura. Newsweek, nella graduatoria 2025 degli ospedali pediatrici americani, colloca il Boston Children’s Hospital al primo posto negli Usa per neurologia e neurochirurgia pediatrica. Nella classifica mondiale 2025 degli ospedali specializzati in pediatria, sempre Newsweek indica Boston Children’s al primo posto.
Sul fronte uruguaiano, intanto, l’Inau ha aperto un’indagine amministrativa interna. Non per accertare se l’adozione esista: l’adozione piena è stata formalizzata nel febbraio 2023 dalla giustizia familiare uruguaiana. La verifica serve a ricostruire se furono rispettati i protocolli, perché fu esclusa l’altra famiglia uruguaiana interessata, come nacque il legame tra il bambino e la coppia italiana e come furono valutati i precedenti di Minetti.
Pablo Abdala, ex presidente dell’Inau dal 2020 al 2023, ha difeso la procedura. Ha detto che gli accertamenti interni sono legittimi, ma ha aggiunto che l’adozione si svolse secondo legge e fu riconosciuto dalla giustizia. Ha ricordato che intervennero più magistrati, prima nella fase di integrazione provvisoria del minore nella famiglia adottiva, poi nella sentenza finale di separazione dalla famiglia biologica e adozione piena. Abdala ha spiegato che la vicenda nasce nel 2018, quando il bambino entrò nel sistema di protezione dell’Inau, e che il rapporto con Minetti e Cipriani si formò nel 2019. Secondo lui, quel vincolo affettivo fu poi valutato da psicologi e dai giudici. La sentenza, ha ricordato, avrebbe dato atto del fatto che il bambino chiedeva di loro, li chiamava «papà» e «mamma» e non voleva tornare nella struttura dopo un periodo trascorso con la coppia.
Il 4 maggio Abdala ha aggiunto un dettaglio rilevante: quando il fascicolo arrivò al direttorio dell’Inau, nella fase finale, fu votato all’unanimità. Nel direttorio sedevano esponenti di orientamenti politici diversi. La ragione, secondo Abdala, è semplice: «Era tutto in regola».
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Il ministro della Difesa Guido Crosetto (Ansa)
Non è quindi un caso che l’Esercito abbia deciso di celebrare i 165 anni della sua fondazione proprio qui. Come se fosse stato trascurato per troppo tempo e ora avesse bisogno di rinascere. «Portare qui la Festa dell’esercito è un segno di rispetto verso una comunità che ha saputo trasformare il dolore in rinascita, rialzarsi e ricostruire. Una comunità che, in quel percorso, non è mai stata sola: ha avuto accanto, da subito, l’esercito, le forze armate, lo Stato. Nelle difficoltà ciascuno di noi cerca una mano a cui aggrapparsi. E quella mano, molto spesso, è quella dei servitori delle istituzioni: donne e uomini che indossano un’uniforme che non significa prevaricazione, ma servizio; non distanza, ma responsabilità; non potere, ma dedizione. Ognuno di noi sarebbe disposto a sacrificarsi per i propri figli, per la propria famiglia. È naturale. Ma c’è una parte del Paese che ha giurato di fare qualcosa di ancora più grande: sacrificarsi per i figli degli altri, per le famiglie degli altri, per tutti noi. Questo è l’esercito italiano. Queste sono le forze armate», ha spiegato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, durante il suo intervento.
Del resto, ha continuato poi il ministro, «abbiamo un mondo che è impazzito, all’interno del quale il nostro dovere è garantire che questa nazione, qualunque cosa possa succedere e che non succederà mai, sia in grado di difendersi perché ci sono persone che si preparano ad ogni scenario possibile». Le oltre cinquanta guerre attive sono lì a dimostrarlo.
Il capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, ha sottolineato come «il coraggio e il sacrificio dei soldati hanno scritto pagine decisive nella storia d’Italia per la libertà e la democrazia consegnandoci un’eredità che non possiamo permetterci di vanificare. In 165 anni di storia l’esercito ha sempre svolto un ruolo attivo nelle vicende del Paese stando sempre tra la gente, sul terreno perché è sulla terra che ogni conflitto trova il suo esito. I droni, i satelliti, le reti cibernetiche e l’intelligenza artificiale stanno trasformando il modo di operare ma nessun sistema tecnologico potrà mai sostituire la capacità di giudizio, di empatia e di discernimento morale del soldato. È proprio questa umanità la cifra distintiva del soldato italiano: la qualità profonda che gli consente di operare - in Italia come nei teatri esteri - da presenza viva e responsabile in mezzo alle popolazioni locali, con quella dignità e quella professionalità fatta di senso dell’onore, spirito di sacrificio, attaccamento al Tricolore e amore verso la patria».
Per il capo di Stato Maggiore dell’esercito, il generale di Corpo d’armata, Carmine Masiello, l’esercito potrà progredire solamente se saprà preservare il proprio passato, arricchendolo con l’innovazione, soprattutto tecnologica, e un addestramento continuo: «La pace ha un costo e richiede anche un esercito e forze armate in grado di garantire una deterrenza concreta. Servono una formazione al passo con i tempi, innovazione tangibile e standard operativi elevati. In questa prospettiva, servire la patria significa assumersi responsabilità profonde, soprattutto nei momenti più difficili, continuando a evolversi per assicurare sicurezza e contribuire alla pace. Ogni miglioramento, ogni capacità acquisita, ha un unico scopo: tutelare la vita dei nostri solati». Per il capo di Sme è questa «la priorità più alta». Ed è per questo che «le risorse a esso destinate non possono mai venire meno». Le guerre cambiano, i droni la fanno da padroni ma, continua il generale Masiello, «il soldato è e resterà il principale sistema sul campo di battaglia. Non esistono scuse: gli standard fisici, morali e spirituali che definiamo sono la nostra firma e valgono per tutti, senza eccezioni».
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