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2021-12-31
Con il Covid e il Colle il Pd vuole spaccare l’asse di centrodestra
Enrico Letta (Ansa)
Enrico Letta ha chiesto alla Befana la calza, una in particolare, quella di Ursula. O meglio: non proprio quella di Ursula, intesa naturalmente come von der Leyen, la presidente della Commissione europea, ma la maggioranza che da lei prende il nome, quella dei partiti italiani che l’hanno votata: tutti tranne Lega e Fratelli d’Italia. Il sogno degli ex giallorossi, ormai sbiaditi da sondaggi e figuracce (in particolare sul versante del M5s targato Giuseppi) lo sappiamo bene, è sempre stato quello di governare l’Italia con una comoda maggioranza composta da sinistra, grillini, cespuglietti centristi e Forza Italia, sbattendo Matteo Salvini all’opposizione, a contendersi i voti di destra con Giorgia Meloni. L’intervista di ieri di Letta a Repubblica è assai indicativa: «Approvo totalmente», dice il segretario del Pd, «le misure discusse in cabina di regia e penso che ora bisogna prepararsi al passo successivo, cioè l’obbligo vaccinale e il ritorno allo smart working. La mia sensazione è che ci sia un surplace tra i Paesi, il primo che introduce l’obbligo produrrà un effetto domino in tutti gli altri».
L’obbligo vaccinale è un tema che definire divisivo è un eufemismo: sbatterlo sul tavolo di una maggioranza così variegata e sfilacciata come quella che sostiene il governo guidato da Mario Draghi significa esasperare ancora di più gli animi con gli «alleati», a pochi giorni dal via alla procedura per l’elezione del presidente della Repubblica. E proprio a proposito della scelta del nuovo capo dello Stato, Letta, che sembrava attestato sul fronte di chi preferisce una permanenza a Palazzo Chigi di Draghi, apre all’ipotesi di un’ascesa al Colle più alto di nonno Mario: «Io nelle sue parole», dice Letta, «non ho letto un’autocandidatura. Su un’eventuale ipotesi Draghi al Colle, come sugli altri nomi che garantiscono ampio consenso, decideremo tutti insieme e al momento debito, la mia personale opinione non conta. Quel che so per certo è che Draghi va comunque protetto e tutelato per il bene del Paese. Il 13 gennaio dirò alla direzione del Pd e ai gruppi parlamentari che la via maestra è la continuità di governo e la stabilità. Il 2022 non può essere un anno elettorale», aggiunge il segretario del Pd, «non possiamo permetterci almeno cinque mesi di interruzione dell’attività di governo. Quindi c’è bisogno di una larghissima maggioranza, un capo dello Stato non divisivo e non eletto sul filo dei voti. Il governo è sostenuto dal 90% delle forze parlamentari, sarebbe totalmente contraddittorio restringere il campo. Ci può essere una maggioranza più larga, non più stretta, altrimenti il governo cadrebbe». Ma se toccasse a Draghi, chi potrebbe sostituirlo? «Servirebbe una sorta di doppia elezione», risponde Letta, «un accordo contestuale anche sul nome del sostituto». Sembra di vederlo, Enrico Letta, mentre immagina un bel governo guidato da Marta Cartabia o Daniele Franco, con Salvini che sbatte la porta (il segretario della Lega più volte ha ribadito che senza Draghi a Chigi del doman non v’è certezza) e Forza Italia che resta in maggioranza. Ma Letta ha fatto i conti senza l’oste, ovvero senza bisnonno Silvio, che invece potrebbe giocare in contropiede e essere proprio lui a mollare i giallorossi nel caso di un’elezione di Draghi al Quirinale. Un autorevolissimo esponente di Forza Italia affida alla Verità una indiscrezione significativa: «Berlusconi», spiega la fonte, «nei suoi colloqui privati ha già detto molto chiaramente che se Draghi va al Colle, non è che a noi può andar bene chiunque come premier. Lo ha fatto capire molto chiaramente ai suoi interlocutori: non accetteremo un nuovo presidente del Consiglio a scatola chiusa o perché benedetto da Draghi». E la maggioranza Ursula? «Questo», aggiunge il parlamentare di lungo corso, «è da sempre l’obiettivo di Letta, che è rimasto malissimo quando Salvini è entrato nel governo. In questo momento il centrodestra è infrangibile, poi vedremo cosa accadrà sul presidente della Repubblica. Se la settimana prima del voto Berlusconi annuncerà di essere in campo, la Lega e Fratelli d’Italia dovranno mantenere l’impegno di sostenerlo. Altrimenti, inizierà un’altra partita. Ma a Meloni e Salvini non conviene mollare Silvio, senza un partito moderato e europeista al governo non ci andranno mai».
Perché il sogno di Letta si realizzi, tra l’altro, non basta spaccare il centrodestra: bisogna anche fare a brandelli la Lega. Come noto, infatti, un accordo su Draghi al Colle con l’indicazione di un nuovo premier potrebbe effettivamente ingolosire Salvini, che avrebbe la possibilità di farsi un anno all’opposizione recuperando consensi e non dovendo più ingoiare provvedimenti che non piacciono né a lui né al suo elettorato. Il problema però è che nel Carroccio c’è anche un’anima governista, notoriamente capitanata dal ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, alla quale appartengono anche diversi presidenti di Regione. Il sogno della maggioranza Ursula, per Enrico Letta, sembra destinato a rimanere tale.
La variante del voto elettronico scombina i giochi per la presidenza
«Ex malo bonum: alla fine dal caos può arrivare la rielezione di Sergio Mattarella»: Stefano Ceccanti, deputato del Pd e insigne costituzionalista, affida alla Verità la sua riflessione sul probabile «no» del presidente della Camera, Roberto Fico, ai suoi ripetuti appelli e sollecitazioni per trovare il modo di scongiurare una prospettiva politicamente apocalittica, ovvero che l’elezione del prossimo presidente della Repubblica sia falsata dal Covid. Da giorni Ceccanti fa presente che, con il contagio che dilaga, i grandi elettori, sulla carta 1.009, possano in realtà, al momento della convocazione del Parlamento in seduta comune, essere molti di meno. Contagi e quarantene incombono e rischiano di falcidiare la truppa di deputati, senatori e delegati regionali chiamati a eleggere il nuovo capo dello Stato. «Immaginiamo», aggiunge Ceccanti, «che alla prima chiama risultino presenti solo 900 grandi elettori, con più di 100 assenti perché positivi o in quarantena. Che figura ci faremmo?». L’ipotesi è realistica: del resto, l’elezione è prevista intorno alla fine di gennaio, quando è dato ormai per scontato il picco assoluto di contagi in Italia. «Quattrocento deputati su 630», scrive Ceccanti su Twitter, «presenti per il voto sulla legge di bilancio anche a causa della variante Omicron. Qualcuno che può decidere sta pensando a come eleggere il presidente in modo regolare e razionale?».
«Sono uno degli assenti», risponde il deputato Stefano Fassina, «a causa quarantena. Va raccolta la proposta di Ceccanti per votare da dentro i palazzi di Camera e Senato ma su dispositivo per evitare assembramento di 1.009 grandi elettori». In effetti, oltre al rischio di avere molti grandi elettori assenti, c’è anche il pericolo di trasformare l’Aula di Montecitorio in un enorme focolaio. Come evitare questa prospettiva? «Perché, vista l’evoluzione dell’emergenza virus», ha proposto Ceccanti, «invece di ammassare più di 1.000 persone nell’Aula di Montecitorio che in questo caso è solo seggio elettorale, e quindi senza problemi di dibattiti, non si possa far votare noi deputati con un pc, spalmati dentro varie sedi della Camera (per carità, tutti nel Palazzo), i senatori suddivisi in analoghe sedi dentro Palazzo Madama e i delegati regionali dal rispettivo Consiglio. Andrebbe deciso, ma lo so che non si farà».
Infatti non si farà: toccherebbe al presidente della Camera, Roberto Fico, prendere questa decisione, ma da varie e coincidenti indiscrezioni raccolte, la terza carica dello Stato non ha nessuna intenzione di far votare da remoto per l’elezione del presidente della Repubblica. Niente da fare, dunque: saranno felici i puristi, i fanatici dei capannelli nei corridoi, quelli nei quali si tenta in tutti i modi di convincere «l’amico» dell’altro partito a votare per questo o quel candidato. Il voto da remoto, inoltre, toglierebbe a chi di dovere la possibilità di contare i voti espressi da ciascun gruppo parlamentare, attraverso la consuetudine della scheda identificabile: per fare un esempio, se si dovesse scegliere Mario Draghi, un partito potrebbe scrivere sulla scheda «Mario Draghi», un altro «Draghi», un altro «professore Mario Draghi», e così via. Le schede vengono lette per intero, e dunque è possibile controllare come hanno votato i vari partiti.
I contrari all’idea del voto elettronico argomentano la loro posizione con il rischio di violazioni di privacy, hackeraggi e via dicendo. Ma la chiave politica suggerita da Ceccanti è più di una suggestione: del resto, non sono pochi i parlamentari e i big dei partiti che farebbero di tutto per convincere Mattarella ad accettare un bis a tempo, per arrivare al 2023 e far eleggere il nuovo presidente della Repubblica dal nuovo Parlamento, che verrà eletto con il taglio dei deputati e senatori approvato dagli italiani con i referendum del settembre 2020.
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Enrico Letta scommette su Mario Draghi al Quirinale, un nuovo premier e l’obbligo vaccinale per sbattere fuori la Lega dal governo.La variante del voto elettronico scombina i giochi per la presidenza. Appello di Stefano Ceccanti (Pd) a Roberto Fico: «Rischiamo troppi assenti in Aula». Ma i dubbi restano.Lo speciale contiene due articoli.Enrico Letta ha chiesto alla Befana la calza, una in particolare, quella di Ursula. O meglio: non proprio quella di Ursula, intesa naturalmente come von der Leyen, la presidente della Commissione europea, ma la maggioranza che da lei prende il nome, quella dei partiti italiani che l’hanno votata: tutti tranne Lega e Fratelli d’Italia. Il sogno degli ex giallorossi, ormai sbiaditi da sondaggi e figuracce (in particolare sul versante del M5s targato Giuseppi) lo sappiamo bene, è sempre stato quello di governare l’Italia con una comoda maggioranza composta da sinistra, grillini, cespuglietti centristi e Forza Italia, sbattendo Matteo Salvini all’opposizione, a contendersi i voti di destra con Giorgia Meloni. L’intervista di ieri di Letta a Repubblica è assai indicativa: «Approvo totalmente», dice il segretario del Pd, «le misure discusse in cabina di regia e penso che ora bisogna prepararsi al passo successivo, cioè l’obbligo vaccinale e il ritorno allo smart working. La mia sensazione è che ci sia un surplace tra i Paesi, il primo che introduce l’obbligo produrrà un effetto domino in tutti gli altri». L’obbligo vaccinale è un tema che definire divisivo è un eufemismo: sbatterlo sul tavolo di una maggioranza così variegata e sfilacciata come quella che sostiene il governo guidato da Mario Draghi significa esasperare ancora di più gli animi con gli «alleati», a pochi giorni dal via alla procedura per l’elezione del presidente della Repubblica. E proprio a proposito della scelta del nuovo capo dello Stato, Letta, che sembrava attestato sul fronte di chi preferisce una permanenza a Palazzo Chigi di Draghi, apre all’ipotesi di un’ascesa al Colle più alto di nonno Mario: «Io nelle sue parole», dice Letta, «non ho letto un’autocandidatura. Su un’eventuale ipotesi Draghi al Colle, come sugli altri nomi che garantiscono ampio consenso, decideremo tutti insieme e al momento debito, la mia personale opinione non conta. Quel che so per certo è che Draghi va comunque protetto e tutelato per il bene del Paese. Il 13 gennaio dirò alla direzione del Pd e ai gruppi parlamentari che la via maestra è la continuità di governo e la stabilità. Il 2022 non può essere un anno elettorale», aggiunge il segretario del Pd, «non possiamo permetterci almeno cinque mesi di interruzione dell’attività di governo. Quindi c’è bisogno di una larghissima maggioranza, un capo dello Stato non divisivo e non eletto sul filo dei voti. Il governo è sostenuto dal 90% delle forze parlamentari, sarebbe totalmente contraddittorio restringere il campo. Ci può essere una maggioranza più larga, non più stretta, altrimenti il governo cadrebbe». Ma se toccasse a Draghi, chi potrebbe sostituirlo? «Servirebbe una sorta di doppia elezione», risponde Letta, «un accordo contestuale anche sul nome del sostituto». Sembra di vederlo, Enrico Letta, mentre immagina un bel governo guidato da Marta Cartabia o Daniele Franco, con Salvini che sbatte la porta (il segretario della Lega più volte ha ribadito che senza Draghi a Chigi del doman non v’è certezza) e Forza Italia che resta in maggioranza. Ma Letta ha fatto i conti senza l’oste, ovvero senza bisnonno Silvio, che invece potrebbe giocare in contropiede e essere proprio lui a mollare i giallorossi nel caso di un’elezione di Draghi al Quirinale. Un autorevolissimo esponente di Forza Italia affida alla Verità una indiscrezione significativa: «Berlusconi», spiega la fonte, «nei suoi colloqui privati ha già detto molto chiaramente che se Draghi va al Colle, non è che a noi può andar bene chiunque come premier. Lo ha fatto capire molto chiaramente ai suoi interlocutori: non accetteremo un nuovo presidente del Consiglio a scatola chiusa o perché benedetto da Draghi». E la maggioranza Ursula? «Questo», aggiunge il parlamentare di lungo corso, «è da sempre l’obiettivo di Letta, che è rimasto malissimo quando Salvini è entrato nel governo. In questo momento il centrodestra è infrangibile, poi vedremo cosa accadrà sul presidente della Repubblica. Se la settimana prima del voto Berlusconi annuncerà di essere in campo, la Lega e Fratelli d’Italia dovranno mantenere l’impegno di sostenerlo. Altrimenti, inizierà un’altra partita. Ma a Meloni e Salvini non conviene mollare Silvio, senza un partito moderato e europeista al governo non ci andranno mai». Perché il sogno di Letta si realizzi, tra l’altro, non basta spaccare il centrodestra: bisogna anche fare a brandelli la Lega. Come noto, infatti, un accordo su Draghi al Colle con l’indicazione di un nuovo premier potrebbe effettivamente ingolosire Salvini, che avrebbe la possibilità di farsi un anno all’opposizione recuperando consensi e non dovendo più ingoiare provvedimenti che non piacciono né a lui né al suo elettorato. Il problema però è che nel Carroccio c’è anche un’anima governista, notoriamente capitanata dal ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, alla quale appartengono anche diversi presidenti di Regione. Il sogno della maggioranza Ursula, per Enrico Letta, sembra destinato a rimanere tale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/covid-colle-pd-spaccare-centrodestra-2656198716.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-variante-del-voto-elettronico-scombina-i-giochi-per-la-presidenza" data-post-id="2656198716" data-published-at="1640892672" data-use-pagination="False"> La variante del voto elettronico scombina i giochi per la presidenza «Ex malo bonum: alla fine dal caos può arrivare la rielezione di Sergio Mattarella»: Stefano Ceccanti, deputato del Pd e insigne costituzionalista, affida alla Verità la sua riflessione sul probabile «no» del presidente della Camera, Roberto Fico, ai suoi ripetuti appelli e sollecitazioni per trovare il modo di scongiurare una prospettiva politicamente apocalittica, ovvero che l’elezione del prossimo presidente della Repubblica sia falsata dal Covid. Da giorni Ceccanti fa presente che, con il contagio che dilaga, i grandi elettori, sulla carta 1.009, possano in realtà, al momento della convocazione del Parlamento in seduta comune, essere molti di meno. Contagi e quarantene incombono e rischiano di falcidiare la truppa di deputati, senatori e delegati regionali chiamati a eleggere il nuovo capo dello Stato. «Immaginiamo», aggiunge Ceccanti, «che alla prima chiama risultino presenti solo 900 grandi elettori, con più di 100 assenti perché positivi o in quarantena. Che figura ci faremmo?». L’ipotesi è realistica: del resto, l’elezione è prevista intorno alla fine di gennaio, quando è dato ormai per scontato il picco assoluto di contagi in Italia. «Quattrocento deputati su 630», scrive Ceccanti su Twitter, «presenti per il voto sulla legge di bilancio anche a causa della variante Omicron. Qualcuno che può decidere sta pensando a come eleggere il presidente in modo regolare e razionale?». «Sono uno degli assenti», risponde il deputato Stefano Fassina, «a causa quarantena. Va raccolta la proposta di Ceccanti per votare da dentro i palazzi di Camera e Senato ma su dispositivo per evitare assembramento di 1.009 grandi elettori». In effetti, oltre al rischio di avere molti grandi elettori assenti, c’è anche il pericolo di trasformare l’Aula di Montecitorio in un enorme focolaio. Come evitare questa prospettiva? «Perché, vista l’evoluzione dell’emergenza virus», ha proposto Ceccanti, «invece di ammassare più di 1.000 persone nell’Aula di Montecitorio che in questo caso è solo seggio elettorale, e quindi senza problemi di dibattiti, non si possa far votare noi deputati con un pc, spalmati dentro varie sedi della Camera (per carità, tutti nel Palazzo), i senatori suddivisi in analoghe sedi dentro Palazzo Madama e i delegati regionali dal rispettivo Consiglio. Andrebbe deciso, ma lo so che non si farà». Infatti non si farà: toccherebbe al presidente della Camera, Roberto Fico, prendere questa decisione, ma da varie e coincidenti indiscrezioni raccolte, la terza carica dello Stato non ha nessuna intenzione di far votare da remoto per l’elezione del presidente della Repubblica. Niente da fare, dunque: saranno felici i puristi, i fanatici dei capannelli nei corridoi, quelli nei quali si tenta in tutti i modi di convincere «l’amico» dell’altro partito a votare per questo o quel candidato. Il voto da remoto, inoltre, toglierebbe a chi di dovere la possibilità di contare i voti espressi da ciascun gruppo parlamentare, attraverso la consuetudine della scheda identificabile: per fare un esempio, se si dovesse scegliere Mario Draghi, un partito potrebbe scrivere sulla scheda «Mario Draghi», un altro «Draghi», un altro «professore Mario Draghi», e così via. Le schede vengono lette per intero, e dunque è possibile controllare come hanno votato i vari partiti. I contrari all’idea del voto elettronico argomentano la loro posizione con il rischio di violazioni di privacy, hackeraggi e via dicendo. Ma la chiave politica suggerita da Ceccanti è più di una suggestione: del resto, non sono pochi i parlamentari e i big dei partiti che farebbero di tutto per convincere Mattarella ad accettare un bis a tempo, per arrivare al 2023 e far eleggere il nuovo presidente della Repubblica dal nuovo Parlamento, che verrà eletto con il taglio dei deputati e senatori approvato dagli italiani con i referendum del settembre 2020.
Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara
Ansa
Trattasi dell’evento in programma sabato a Bologna, piazza Galvani, organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista e regolarmente autorizzato dalle autorità. Cosa di cui, però, alla sinistra emiliana sembra non importare nulla. Maurizio Gaigher, consigliere comunale del Pd, dice in consiglio comunale che bisognerebbe «impedire» la manifestazione. A suo dire, essa «non costituisce un fatto isolato ma fa riferimento a una precisa operazione politica, che prova a spostare i confini del dibattito pubblico legittimando parole e concetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati inaccettabili. [...] Non stiamo discutendo solo di ordine pubblico o della gestione di un semplice e banale corteo: stiamo discutendo di quale idea di società vogliamo legittimare e qui la politica non può nascondersi».
Gaigher rivolge dunque «un appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni anche quelle come la Lega e Fdi, che oggi troppo spesso scelgono il silenzio e l’ambiguità: unitevi all’appello delle forze democratiche della città, chiediamo insieme che questo corteo non si svolga, perché i suoi contenuti non sono neutri e rischiano di produrre conseguenze molto concrete sul piano della convivenza civile. Non è una questione ideologica, è una questione di responsabilità istituzionale».
Come al solito è tutto straordinario: in nome della libertà e della democrazia pretendono di vietare un presidio. Meraviglioso, a tale riguardo, il ragionamento di un’altra esponente del Pd, Mery De Martino. Costei, evidentemente ignara di che cosa sia la remigrazione, la definisce una «teoria razzista e disumana. La buona notizia è che questa roba può fare un po’ di rumore ma a Bologna non passa davvero». Poi la sincera democratica aggiunge: il 9 maggio «non diventi il palcoscenico di una mera provocazione mentre la città sarà impegnata nelle iniziative istituzionali per la festa dell’Europa, organizzata dal Comune e dal Tavolo Europa voluto dalla cittadinanza». Capito? Bisogna oscurare la manifestazione contro l’immigrazione di massa per non togliere visibilità alla festa dell’Europa prevista per lo stesso giorno.
Decisamente più minaccioso è il tono utilizzato da Giacomo Tarsitano della Lista Lepore che fa capo al sindaco di Bologna. «Iniziative come quella annunciata da un piccolo numero di estremisti, certamente fascisti», dice, «non possono essere ben accette in questa città, perché sono offensive non solo verso le comunità di origine straniera ma anche verso i valori che la stessa città ha, conserva e tenta di promuovere nelle esperienze quotidiane». Quali sarebbero questi valori? La censura e la prevaricazione? Altri consiglieri parlano dei manifestanti per la remigrazione come di fascisti che devono tornare nelle fogne, minacce che in altri tempi si sarebbero tradotte in azioni violente. Ma a quanto pare a sinistra tutto è concesso: sono leciti insulti, intimidazioni e forzature immotivate.
Il problema è che le frasi dei progressisti intolleranti, purtroppo, sembrano ottenere effetti. La stampa di sinistra bolognese infatti scrive che la manifestazione potrebbe in effetti essere spostata, cioè tolta da una piazza centrale e confinata altrove. Se così fosse, sarebbe estremamente grave. Forse il centro di Bologna deve essere accessibile solo ai progressisti? Negli ultimi giorni abbiamo raccontato quali siano le strategie della provocazione messe in atto dai movimenti antagonisti della sinistra radicale nelle più svariate occasioni: a costoro tuttavia non viene impedito di marciare. Perché allora chi esprime una visione diversa dovrebbe essere ostacolato?
«Abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa di piazza per pubblicizzare la proposta di legge sulla remigrazione, con cui abbiamo fatto anche una raccolta di firme che sarà portata in Parlamento nei prossimi giorni», dice Stefano Colato del comitato remigrazione. «Abbiamo presentato regolare avviso in data 24 aprile per avere appunto una piazza centrale di Bologna, precisamente Piazza Galvani. Poi però abbiamo letto sulla cronaca locale di Repubblica che la nostra piazza sarebbe stata spostata, che ci sarebbe stata assegnata un’altra piazza perché quella è troppo centrale. Ovviamente siamo rimasti un po’ stupiti dalle modalità di comunicazione della questura di Bologna che non ha neanche fatto una telefonata o una Pec per comunicarci che la manifestazione sarebbe stata spostata. Leggere cose riguardanti la nostra iniziativa sulla Repubblica ci lascia basiti, come se decidesse quel giornale chi a Bologna ha diritto di parlare».
Secondo Colato, «anche le motivazioni di questo presunto spostamento ci sono sembrate risibili: la questura avrebbe avanzato un allarme riguardante la situazione internazionale, ma il nostro comitato si occupa esclusivamente di una raccolta di firme per una legge che riguarda la politica interna, non ci azzecca niente con la politica internazionale. E poi, tra parentesi, noi non dovremmo neanche avere paura di tensioni con i pro Pal o simili, dato che la nostra associazione di Bologna, che fa parte del comitato Remigrazione, ha sempre espresso solidarietà al popolo palestinese. Un’altra perplessità», continua Colato, «è sicuramente relativa al fatto che le altre iniziative che abbiamo organizzato a Bologna sono sempre state sottoposte a restrizioni dopo qualche annuncio di contestazioni. Ebbene, questa volta non c’è ombra di contestazione da parte di antagonisti o simili: ci vogliono vietare il centro cittadino in virtù di un allarme che non c’è?».
Di comunicazioni ufficiali, in ogni caso, non ne sono arrivate. Per questo motivo il comitato Remigrazione afferma che i suoi «simpatizzanti sono mobilitati sulla stessa piazza e allo stesso orario, le 16 di sabato, poi vedremo in questi giorni se saremo contattati».
Spostamento o meno, a emergere con chiarezza è la proverbiale intolleranza progressista. A conferma che in Italia il problema vero, ancora più dell’immigrazione, è la sinistra.
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Ecco #DimmiLaVerità del 6 maggio 2026. L'avvocato Capozzo, vicepresidente Accademia Italiana Scienze Forensi, sugli sviluppi del caso Garlasco.