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2021-12-31
Con il Covid e il Colle il Pd vuole spaccare l’asse di centrodestra
Enrico Letta (Ansa)
Enrico Letta ha chiesto alla Befana la calza, una in particolare, quella di Ursula. O meglio: non proprio quella di Ursula, intesa naturalmente come von der Leyen, la presidente della Commissione europea, ma la maggioranza che da lei prende il nome, quella dei partiti italiani che l’hanno votata: tutti tranne Lega e Fratelli d’Italia. Il sogno degli ex giallorossi, ormai sbiaditi da sondaggi e figuracce (in particolare sul versante del M5s targato Giuseppi) lo sappiamo bene, è sempre stato quello di governare l’Italia con una comoda maggioranza composta da sinistra, grillini, cespuglietti centristi e Forza Italia, sbattendo Matteo Salvini all’opposizione, a contendersi i voti di destra con Giorgia Meloni. L’intervista di ieri di Letta a Repubblica è assai indicativa: «Approvo totalmente», dice il segretario del Pd, «le misure discusse in cabina di regia e penso che ora bisogna prepararsi al passo successivo, cioè l’obbligo vaccinale e il ritorno allo smart working. La mia sensazione è che ci sia un surplace tra i Paesi, il primo che introduce l’obbligo produrrà un effetto domino in tutti gli altri».
L’obbligo vaccinale è un tema che definire divisivo è un eufemismo: sbatterlo sul tavolo di una maggioranza così variegata e sfilacciata come quella che sostiene il governo guidato da Mario Draghi significa esasperare ancora di più gli animi con gli «alleati», a pochi giorni dal via alla procedura per l’elezione del presidente della Repubblica. E proprio a proposito della scelta del nuovo capo dello Stato, Letta, che sembrava attestato sul fronte di chi preferisce una permanenza a Palazzo Chigi di Draghi, apre all’ipotesi di un’ascesa al Colle più alto di nonno Mario: «Io nelle sue parole», dice Letta, «non ho letto un’autocandidatura. Su un’eventuale ipotesi Draghi al Colle, come sugli altri nomi che garantiscono ampio consenso, decideremo tutti insieme e al momento debito, la mia personale opinione non conta. Quel che so per certo è che Draghi va comunque protetto e tutelato per il bene del Paese. Il 13 gennaio dirò alla direzione del Pd e ai gruppi parlamentari che la via maestra è la continuità di governo e la stabilità. Il 2022 non può essere un anno elettorale», aggiunge il segretario del Pd, «non possiamo permetterci almeno cinque mesi di interruzione dell’attività di governo. Quindi c’è bisogno di una larghissima maggioranza, un capo dello Stato non divisivo e non eletto sul filo dei voti. Il governo è sostenuto dal 90% delle forze parlamentari, sarebbe totalmente contraddittorio restringere il campo. Ci può essere una maggioranza più larga, non più stretta, altrimenti il governo cadrebbe». Ma se toccasse a Draghi, chi potrebbe sostituirlo? «Servirebbe una sorta di doppia elezione», risponde Letta, «un accordo contestuale anche sul nome del sostituto». Sembra di vederlo, Enrico Letta, mentre immagina un bel governo guidato da Marta Cartabia o Daniele Franco, con Salvini che sbatte la porta (il segretario della Lega più volte ha ribadito che senza Draghi a Chigi del doman non v’è certezza) e Forza Italia che resta in maggioranza. Ma Letta ha fatto i conti senza l’oste, ovvero senza bisnonno Silvio, che invece potrebbe giocare in contropiede e essere proprio lui a mollare i giallorossi nel caso di un’elezione di Draghi al Quirinale. Un autorevolissimo esponente di Forza Italia affida alla Verità una indiscrezione significativa: «Berlusconi», spiega la fonte, «nei suoi colloqui privati ha già detto molto chiaramente che se Draghi va al Colle, non è che a noi può andar bene chiunque come premier. Lo ha fatto capire molto chiaramente ai suoi interlocutori: non accetteremo un nuovo presidente del Consiglio a scatola chiusa o perché benedetto da Draghi». E la maggioranza Ursula? «Questo», aggiunge il parlamentare di lungo corso, «è da sempre l’obiettivo di Letta, che è rimasto malissimo quando Salvini è entrato nel governo. In questo momento il centrodestra è infrangibile, poi vedremo cosa accadrà sul presidente della Repubblica. Se la settimana prima del voto Berlusconi annuncerà di essere in campo, la Lega e Fratelli d’Italia dovranno mantenere l’impegno di sostenerlo. Altrimenti, inizierà un’altra partita. Ma a Meloni e Salvini non conviene mollare Silvio, senza un partito moderato e europeista al governo non ci andranno mai».
Perché il sogno di Letta si realizzi, tra l’altro, non basta spaccare il centrodestra: bisogna anche fare a brandelli la Lega. Come noto, infatti, un accordo su Draghi al Colle con l’indicazione di un nuovo premier potrebbe effettivamente ingolosire Salvini, che avrebbe la possibilità di farsi un anno all’opposizione recuperando consensi e non dovendo più ingoiare provvedimenti che non piacciono né a lui né al suo elettorato. Il problema però è che nel Carroccio c’è anche un’anima governista, notoriamente capitanata dal ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, alla quale appartengono anche diversi presidenti di Regione. Il sogno della maggioranza Ursula, per Enrico Letta, sembra destinato a rimanere tale.
La variante del voto elettronico scombina i giochi per la presidenza
«Ex malo bonum: alla fine dal caos può arrivare la rielezione di Sergio Mattarella»: Stefano Ceccanti, deputato del Pd e insigne costituzionalista, affida alla Verità la sua riflessione sul probabile «no» del presidente della Camera, Roberto Fico, ai suoi ripetuti appelli e sollecitazioni per trovare il modo di scongiurare una prospettiva politicamente apocalittica, ovvero che l’elezione del prossimo presidente della Repubblica sia falsata dal Covid. Da giorni Ceccanti fa presente che, con il contagio che dilaga, i grandi elettori, sulla carta 1.009, possano in realtà, al momento della convocazione del Parlamento in seduta comune, essere molti di meno. Contagi e quarantene incombono e rischiano di falcidiare la truppa di deputati, senatori e delegati regionali chiamati a eleggere il nuovo capo dello Stato. «Immaginiamo», aggiunge Ceccanti, «che alla prima chiama risultino presenti solo 900 grandi elettori, con più di 100 assenti perché positivi o in quarantena. Che figura ci faremmo?». L’ipotesi è realistica: del resto, l’elezione è prevista intorno alla fine di gennaio, quando è dato ormai per scontato il picco assoluto di contagi in Italia. «Quattrocento deputati su 630», scrive Ceccanti su Twitter, «presenti per il voto sulla legge di bilancio anche a causa della variante Omicron. Qualcuno che può decidere sta pensando a come eleggere il presidente in modo regolare e razionale?».
«Sono uno degli assenti», risponde il deputato Stefano Fassina, «a causa quarantena. Va raccolta la proposta di Ceccanti per votare da dentro i palazzi di Camera e Senato ma su dispositivo per evitare assembramento di 1.009 grandi elettori». In effetti, oltre al rischio di avere molti grandi elettori assenti, c’è anche il pericolo di trasformare l’Aula di Montecitorio in un enorme focolaio. Come evitare questa prospettiva? «Perché, vista l’evoluzione dell’emergenza virus», ha proposto Ceccanti, «invece di ammassare più di 1.000 persone nell’Aula di Montecitorio che in questo caso è solo seggio elettorale, e quindi senza problemi di dibattiti, non si possa far votare noi deputati con un pc, spalmati dentro varie sedi della Camera (per carità, tutti nel Palazzo), i senatori suddivisi in analoghe sedi dentro Palazzo Madama e i delegati regionali dal rispettivo Consiglio. Andrebbe deciso, ma lo so che non si farà».
Infatti non si farà: toccherebbe al presidente della Camera, Roberto Fico, prendere questa decisione, ma da varie e coincidenti indiscrezioni raccolte, la terza carica dello Stato non ha nessuna intenzione di far votare da remoto per l’elezione del presidente della Repubblica. Niente da fare, dunque: saranno felici i puristi, i fanatici dei capannelli nei corridoi, quelli nei quali si tenta in tutti i modi di convincere «l’amico» dell’altro partito a votare per questo o quel candidato. Il voto da remoto, inoltre, toglierebbe a chi di dovere la possibilità di contare i voti espressi da ciascun gruppo parlamentare, attraverso la consuetudine della scheda identificabile: per fare un esempio, se si dovesse scegliere Mario Draghi, un partito potrebbe scrivere sulla scheda «Mario Draghi», un altro «Draghi», un altro «professore Mario Draghi», e così via. Le schede vengono lette per intero, e dunque è possibile controllare come hanno votato i vari partiti.
I contrari all’idea del voto elettronico argomentano la loro posizione con il rischio di violazioni di privacy, hackeraggi e via dicendo. Ma la chiave politica suggerita da Ceccanti è più di una suggestione: del resto, non sono pochi i parlamentari e i big dei partiti che farebbero di tutto per convincere Mattarella ad accettare un bis a tempo, per arrivare al 2023 e far eleggere il nuovo presidente della Repubblica dal nuovo Parlamento, che verrà eletto con il taglio dei deputati e senatori approvato dagli italiani con i referendum del settembre 2020.
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Enrico Letta scommette su Mario Draghi al Quirinale, un nuovo premier e l’obbligo vaccinale per sbattere fuori la Lega dal governo.La variante del voto elettronico scombina i giochi per la presidenza. Appello di Stefano Ceccanti (Pd) a Roberto Fico: «Rischiamo troppi assenti in Aula». Ma i dubbi restano.Lo speciale contiene due articoli.Enrico Letta ha chiesto alla Befana la calza, una in particolare, quella di Ursula. O meglio: non proprio quella di Ursula, intesa naturalmente come von der Leyen, la presidente della Commissione europea, ma la maggioranza che da lei prende il nome, quella dei partiti italiani che l’hanno votata: tutti tranne Lega e Fratelli d’Italia. Il sogno degli ex giallorossi, ormai sbiaditi da sondaggi e figuracce (in particolare sul versante del M5s targato Giuseppi) lo sappiamo bene, è sempre stato quello di governare l’Italia con una comoda maggioranza composta da sinistra, grillini, cespuglietti centristi e Forza Italia, sbattendo Matteo Salvini all’opposizione, a contendersi i voti di destra con Giorgia Meloni. L’intervista di ieri di Letta a Repubblica è assai indicativa: «Approvo totalmente», dice il segretario del Pd, «le misure discusse in cabina di regia e penso che ora bisogna prepararsi al passo successivo, cioè l’obbligo vaccinale e il ritorno allo smart working. La mia sensazione è che ci sia un surplace tra i Paesi, il primo che introduce l’obbligo produrrà un effetto domino in tutti gli altri». L’obbligo vaccinale è un tema che definire divisivo è un eufemismo: sbatterlo sul tavolo di una maggioranza così variegata e sfilacciata come quella che sostiene il governo guidato da Mario Draghi significa esasperare ancora di più gli animi con gli «alleati», a pochi giorni dal via alla procedura per l’elezione del presidente della Repubblica. E proprio a proposito della scelta del nuovo capo dello Stato, Letta, che sembrava attestato sul fronte di chi preferisce una permanenza a Palazzo Chigi di Draghi, apre all’ipotesi di un’ascesa al Colle più alto di nonno Mario: «Io nelle sue parole», dice Letta, «non ho letto un’autocandidatura. Su un’eventuale ipotesi Draghi al Colle, come sugli altri nomi che garantiscono ampio consenso, decideremo tutti insieme e al momento debito, la mia personale opinione non conta. Quel che so per certo è che Draghi va comunque protetto e tutelato per il bene del Paese. Il 13 gennaio dirò alla direzione del Pd e ai gruppi parlamentari che la via maestra è la continuità di governo e la stabilità. Il 2022 non può essere un anno elettorale», aggiunge il segretario del Pd, «non possiamo permetterci almeno cinque mesi di interruzione dell’attività di governo. Quindi c’è bisogno di una larghissima maggioranza, un capo dello Stato non divisivo e non eletto sul filo dei voti. Il governo è sostenuto dal 90% delle forze parlamentari, sarebbe totalmente contraddittorio restringere il campo. Ci può essere una maggioranza più larga, non più stretta, altrimenti il governo cadrebbe». Ma se toccasse a Draghi, chi potrebbe sostituirlo? «Servirebbe una sorta di doppia elezione», risponde Letta, «un accordo contestuale anche sul nome del sostituto». Sembra di vederlo, Enrico Letta, mentre immagina un bel governo guidato da Marta Cartabia o Daniele Franco, con Salvini che sbatte la porta (il segretario della Lega più volte ha ribadito che senza Draghi a Chigi del doman non v’è certezza) e Forza Italia che resta in maggioranza. Ma Letta ha fatto i conti senza l’oste, ovvero senza bisnonno Silvio, che invece potrebbe giocare in contropiede e essere proprio lui a mollare i giallorossi nel caso di un’elezione di Draghi al Quirinale. Un autorevolissimo esponente di Forza Italia affida alla Verità una indiscrezione significativa: «Berlusconi», spiega la fonte, «nei suoi colloqui privati ha già detto molto chiaramente che se Draghi va al Colle, non è che a noi può andar bene chiunque come premier. Lo ha fatto capire molto chiaramente ai suoi interlocutori: non accetteremo un nuovo presidente del Consiglio a scatola chiusa o perché benedetto da Draghi». E la maggioranza Ursula? «Questo», aggiunge il parlamentare di lungo corso, «è da sempre l’obiettivo di Letta, che è rimasto malissimo quando Salvini è entrato nel governo. In questo momento il centrodestra è infrangibile, poi vedremo cosa accadrà sul presidente della Repubblica. Se la settimana prima del voto Berlusconi annuncerà di essere in campo, la Lega e Fratelli d’Italia dovranno mantenere l’impegno di sostenerlo. Altrimenti, inizierà un’altra partita. Ma a Meloni e Salvini non conviene mollare Silvio, senza un partito moderato e europeista al governo non ci andranno mai». Perché il sogno di Letta si realizzi, tra l’altro, non basta spaccare il centrodestra: bisogna anche fare a brandelli la Lega. Come noto, infatti, un accordo su Draghi al Colle con l’indicazione di un nuovo premier potrebbe effettivamente ingolosire Salvini, che avrebbe la possibilità di farsi un anno all’opposizione recuperando consensi e non dovendo più ingoiare provvedimenti che non piacciono né a lui né al suo elettorato. Il problema però è che nel Carroccio c’è anche un’anima governista, notoriamente capitanata dal ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, alla quale appartengono anche diversi presidenti di Regione. 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Da giorni Ceccanti fa presente che, con il contagio che dilaga, i grandi elettori, sulla carta 1.009, possano in realtà, al momento della convocazione del Parlamento in seduta comune, essere molti di meno. Contagi e quarantene incombono e rischiano di falcidiare la truppa di deputati, senatori e delegati regionali chiamati a eleggere il nuovo capo dello Stato. «Immaginiamo», aggiunge Ceccanti, «che alla prima chiama risultino presenti solo 900 grandi elettori, con più di 100 assenti perché positivi o in quarantena. Che figura ci faremmo?». L’ipotesi è realistica: del resto, l’elezione è prevista intorno alla fine di gennaio, quando è dato ormai per scontato il picco assoluto di contagi in Italia. «Quattrocento deputati su 630», scrive Ceccanti su Twitter, «presenti per il voto sulla legge di bilancio anche a causa della variante Omicron. Qualcuno che può decidere sta pensando a come eleggere il presidente in modo regolare e razionale?». «Sono uno degli assenti», risponde il deputato Stefano Fassina, «a causa quarantena. Va raccolta la proposta di Ceccanti per votare da dentro i palazzi di Camera e Senato ma su dispositivo per evitare assembramento di 1.009 grandi elettori». In effetti, oltre al rischio di avere molti grandi elettori assenti, c’è anche il pericolo di trasformare l’Aula di Montecitorio in un enorme focolaio. Come evitare questa prospettiva? «Perché, vista l’evoluzione dell’emergenza virus», ha proposto Ceccanti, «invece di ammassare più di 1.000 persone nell’Aula di Montecitorio che in questo caso è solo seggio elettorale, e quindi senza problemi di dibattiti, non si possa far votare noi deputati con un pc, spalmati dentro varie sedi della Camera (per carità, tutti nel Palazzo), i senatori suddivisi in analoghe sedi dentro Palazzo Madama e i delegati regionali dal rispettivo Consiglio. Andrebbe deciso, ma lo so che non si farà». Infatti non si farà: toccherebbe al presidente della Camera, Roberto Fico, prendere questa decisione, ma da varie e coincidenti indiscrezioni raccolte, la terza carica dello Stato non ha nessuna intenzione di far votare da remoto per l’elezione del presidente della Repubblica. Niente da fare, dunque: saranno felici i puristi, i fanatici dei capannelli nei corridoi, quelli nei quali si tenta in tutti i modi di convincere «l’amico» dell’altro partito a votare per questo o quel candidato. Il voto da remoto, inoltre, toglierebbe a chi di dovere la possibilità di contare i voti espressi da ciascun gruppo parlamentare, attraverso la consuetudine della scheda identificabile: per fare un esempio, se si dovesse scegliere Mario Draghi, un partito potrebbe scrivere sulla scheda «Mario Draghi», un altro «Draghi», un altro «professore Mario Draghi», e così via. Le schede vengono lette per intero, e dunque è possibile controllare come hanno votato i vari partiti. I contrari all’idea del voto elettronico argomentano la loro posizione con il rischio di violazioni di privacy, hackeraggi e via dicendo. Ma la chiave politica suggerita da Ceccanti è più di una suggestione: del resto, non sono pochi i parlamentari e i big dei partiti che farebbero di tutto per convincere Mattarella ad accettare un bis a tempo, per arrivare al 2023 e far eleggere il nuovo presidente della Repubblica dal nuovo Parlamento, che verrà eletto con il taglio dei deputati e senatori approvato dagli italiani con i referendum del settembre 2020.
«Dopo Geo Barents la sentenza sul risarcimento a Sea Watch? Noi, fino a ora, abbiamo praticato il confronto con queste sentenze impugnandole e continueremo a farlo, quindi valorizzando il sistema giudiziario che prevede tre gradi di giudizio. Anche in questo caso faremo così».
Così il ministro dell’Interno ha risposto a margine dell’evento di questa mattina alla Stazione Termini di Roma, dove è stato inaugurato un nuovo ufficio della Questura.
L’operazione ha portato all’individuazione, nell’area industriale di Ciserano, di un capannone privo di insegne e apparentemente dismesso. In realtà, lo stabile mostrava segnali incompatibili con lo stato di abbandono, quali ad esempio movimenti di mezzi nelle ore notturne ed emissioni di fumo.
Il controllo di uno dei mezzi utilizzati ha consentito di individuare anche un secondo sito nel comune di Treviolo, ritenuto funzionale alle attività logistiche.
È scattato quindi l’intervento coordinato su entrambi gli obiettivi. A Treviolo, durante il controllo di un autoarticolato in fase di scarico, i finanzieri hanno rinvenuto circa 1.500 kg di tabacco in foglia e numerosi colli contenenti filtri per sigarette. Contestualmente, nel capannone di Ciserano, è stata scoperta una vera e propria fabbrica clandestina, dotata di un impianto completo capace di gestire l'intero ciclo produttivo, dall'essiccazione del tabacco al confezionamento dei pacchetti, con una potenziale capacità produttive di sigarette di oltre un milione al giorno.
All'interno dello stabilimento sono stati rinvenuti 12 lavoratori stranieri e locali allestiti a dormitorio nonché una cucina e cospicue scorte alimentari.
L’opificio era gestito con particolare accortezza per blindare la produzione nel massimo riserbo: le pareti erano state rivestite con materiale fonoassorbente per attutire i rumori dei macchinari, mentre l'uso di gruppi elettrogeni serviva a mascherare i picchi di consumo elettrico che sarebbero stati rilevati attraverso la fornitura di energia elettrica.
A conferma dell'elevato profilo criminale, la presenza di un capillare sistema di videosorveglianza esterno e il rinvenimento di due rilevatori di microspie, misure finalizzate ad eludere eventuali controlli delle Forze dell'ordine.
Il bilancio dell’operazione è rilevante: sequestrati oltre 530.000 pacchetti di sigarette contraffatte riconducibili a marchi di largo consumo (pari a più di 21 tonnellate di prodotto finito), 38 tonnellate di tabacco, milioni di filtri e fustelle per il confezionamento, 11 macchinari industriali e diversi mezzi utilizzati per il trasporto.
Il valore complessivo dei prodotti sottratti al mercato illegale e dell’intera linea di produzione è stimato tra i 12 e i 14 milioni di euro.
Conformemente al parere dell’Autorità Giudiziaria di Bergamo due persone sono state arrestate, mentre i lavoratori presenti sono stati denunciati a piede libero per contrabbando di tabacchi lavorati e contraffazione di marchi.
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