2023-09-08
«Covid, chiudersi in casa aumenta i contagi»
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La verità, a volte, ti scappa anche se non vuoi. Ad esempio, capita che l’ennesima dimostrazione che i lockdown furono inutili - anzi, dannosi - emerga nel bel mezzo di un discorso sull’aumento dei contagi da Covid. Uno sproloquio sulle «tendenze preoccupanti» in vista dell’autunno e dell’inverno, per citare la formula usata da Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell’Oms.
Guardate cosa è spuntato tra le pieghe dei messaggi allarmistici che tornano a rimbalzare, guarda caso, in concomitanza con l’approvazione dei nuovi vaccini. Maria Van Kerkhove, responsabile tecnica dell’Organizzazione mondiale della sanità, l’altro giorno stava riferendo che l’agenzia Onu stima vi siano «centinaia di migliaia di persone ricoverate in ospedale», per colpa delle nuove varianti in circolazione, Pirola ed Eris, per ora dominante in Italia. Secondo l’esperta, «questo dato è preoccupante, perché, in alcuni Paesi, si verificheranno mesi più freddi». Proprio una bella scoperta, penserete: da ottobre in avanti, le temperature si abbassano e diventano più frequenti i classici malanni. Non serviva ce lo spiegasse l’Oms. Vero. Ma leggete quale sarebbe il problema: con il gelo, «le persone tenderanno a trascorrere più tempo in casa e i virus aerotrasportati come il Covid ne trarranno vantaggio».
Un momento: abbiamo capito bene? La stagione fredda moltiplicherà le infezioni poiché, anziché passare il tempo all’aperto, la gente rimarrà al calduccio fra quattro mura? Non vi suona un tantino bizzarro? A noi sì. Ricordate? All’inizio della pandemia, le disposizioni erano diverse: «State a casa». Era il motto del governo Conte, rilanciato dai Vip che filmavano la loro routine domestica, diffuso urbi et orbi sui canali social. Ci eravamo fidati: se i luminari sostengono che è meglio barricarsi, avranno delle buone ragioni. Gli italiani, atterriti dai bollettini quotidiani della Protezione civile e dalle drammatiche testimonianze che arrivavano dalle terapie intensive, furono uno dei popoli che con maggior sollecitudine si conformò all’ordine di confinamento. Adesso, con la stessa sicumera, i numi tutelari della sanità pubblica ci spiegano che, a tre anni e mezzo dal tampone sul paziente 1 di Codogno, dovremmo avere ancora paura. E come mai? Perché il freddo ci costringerà a fare esattamente la stessa cosa che ci chiedevano, o meglio, che ci imponevano di fare: tapparci in casa.
Qualche sospetto era sorto già mentre i reclusi strimpellavano dai balconi. A ogni comparsata televisiva, le autorità promettevano svolte nell’arco di due settimane; in realtà, la serrata iniziò a marzo 2020 e i casi di Covid non iniziarono a declinare prima di metà aprile, tanto che la «fase 2» partì solamente il 3 maggio. Vuoi vedere che riunire famiglie a volte numerose sotto uno stesso tetto, ossia in un luogo nel quale è impossibile adottare misure di distanziamento e isolamento, ha favorito la diffusione del virus, piuttosto che arrestarla? Chi coltivava il dubbio era trattato da negazionista. Poi, comparvero le parziali ammissioni. Si osservò che d’estate, con una vita meno sedentaria, le occasioni di contagio tendevano a ridursi. Con l’approssimarsi delle festività natalizie, all’improvviso, furono gli assembramenti in sala da pranzo a configurare l’emergenza da affrontare con finestre spalancate e mascherine tra una portata e l’altra. Insomma, i «competenti» rispolverarono i sempreverdi manuali di epidemiologia. Ormai, lo confessa persino l’Oms: al chiuso, le infezioni aumentano. Per arrivarci, sarebbe bastata un’infarinata sulle modalità di trasmissione aerea degli agenti patogeni. Fatto sta che l’ente delle Nazioni Unite, non volendo, inchioda alla loro assurdità le misure che ci venivano propinate come l’unica ancora di salvezza.
Peraltro, la sortita della Van Kerkhove segue a stretto giro lo studio dell’Irccs Gaslini di Genova, che ha certificato l’ennesimo effetto collaterale dei lockdown: un’impennata di casi di pubertà precoce, trainati dall’aumento di massa corporea nei mesi di immobilità forzata, specie tra le bambine. E non stiamo a rivangare ogni strascico esiziale dei diktat: visite e screening oncologici saltati, terapie mai eseguite… Ce n’è in abbondanza per confermare l’urgenza della commissione d’inchiesta. Come stanno le cose l’abbiamo capito, sì. Ma se a metterle nero su bianco fosse il Parlamento, otterremmo il crisma dell’ufficialità. Cominceremmo a organizzare in un resoconto sistematico e coerente la storia della gestione della pandemia. E, soprattutto, stabiliremmo in modo definitivo quali provvedimenti non andranno mai più adottati, qualora fossimo sorpresi da una nuova pandemia. In attesa che, a qualcuno, venga voglia di indagare a fondo sui vaccini.
Abbiamo pagato i vaccini più del Sudafrica
Il Sudafrica ha pagato il vaccino Pfizer quasi il 50% in meno di quanto contrattato dall’Europa. Al colosso farmaceutico diede 10 dollari a dose, rispetto ai 18,9 dollari versati dalla Ue.
Per carità, ben venga che Paesi terzi, soprattutto se a basso reddito, riescano ad accaparrarsi un farmaco a costi ridotti, però è singolare che l’unico membro africano del G20 (e con reddito medio alto), abbia speso di più per il vaccino Astrazeneca e per quello di Johnson & Johnson, mentre ha ottenuto un forte sconto là dove la nostra Ue ha miseramente fallito. Prima, con il negoziato condotto da Sandra Gallina della direzione generale Salute della Commissione europea, con i contratti di pre acquisto per i vaccini, e che ci fece pagare ogni dose di Pfizer 18,9 dollari (15,5 euro). Poi, quando nelle trattative subentrò il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen e i costi ebbero un’ulteriore impennata. Ricorderete lo scambio degli sms con il numero uno del colosso farmaceutico, Albert Bourla, svelato dal New York Times ad aprile 2021, e il cui contenuto è rimasto ignoto perché i messaggi «non si trovano più» e «non è stata tenuta alcuna registrazione», stando alle sconcertanti dichiarazioni della Commissione stessa. Quegli accordi confidenziali quanto influirono sul prezzo delle ulteriori dosi concordate? Sebbene l’Ue avesse già firmato due accordi per 600 milioni di dosi con Pfizer, a inizio 2021 furono ordinati altri 900 milioni di dosi di vaccino, con l’opzione di acquistare ulteriori 900 milioni, per un valore di 35 miliardi di euro.
Il costo lievitò da 15,5 euro (18,9 dollari) a 19,5 euro (23,15 dollari), grazie alle trattative contrattuali condotte direttamente dalla von der Leyen che chiedeva di riservare ancora 1,8 miliardi di dosi. Anche la Corte dei conti europea confermò che con quel contratto qualcosa «è andato diversamente». Un flop colossale della centralizzazione degli acquisti di vaccino, per il quale stanno ancora pagando i cittadini europei.
Il Sudafrica, invece, è riuscito a spuntare un costo quasi dimezzato. Lo si può vedere dai contratti non oscurati, che la Ong Health justice initiative è riuscita ad avere dal Dipartimento nazionale della sanità sudafricano, dopo il pronunciamento nei giorni scorsi dell’alta Corte di Pretoria. Tutti i contratti relativi al vaccino Covid-19 e i documenti relativi alle negoziazioni dovevano essere resi pubblici entro 10 giorni dalla sentenza.
In quei documenti, citati da Politico.eu, sono indicati i prezzi pagati al Serum Institute of India, produttore del vaccino Oxford/Astrazeneca (5,35 dollari per dose, contro 2,17 dollari versati dall’Ue. Circa due volte e mezzo in più) e a J&J per Janssen (10 dollari a dose, +15%).
L’organizzazione no profit denuncia anche le clausole secondo le quali il Sudafrica deve chiedere il permesso prima di cedere o vendere le dosi già acquistate da Astrazeneca, J&J e Pfizer. Dopo aver visionato il materiale, l’avvocato Fatima Hassan fondatrice della Health justice initiative ha parlato «di pernicioso bullismo farmaceutico e mano pesante». Ha aggiunto: «I termini e le condizioni di questi contratti e accordi sono così unilaterali e così a favore delle multinazionali, che sono incredibili».
Per quanto riguarda gli accordi fra Pfizer laboratories e il governo della Repubblica del Sudafrica, in base al contratto di produzione e fornitura stipulato attraverso il dipartimento nazionale della Salute il 30 marzo 2021, furono acquistati 20 milioni di dosi a 10 dollari l’una, per un totale di 200 milioni di dollari. Secondo la Ong, si trattava comunque di un prezzo superiore al prezzo di costo di 6,75 dollari che sarebbe stato addebitato all’Unione africana.
Il pagamento anticipato non superava i 40 milioni di dollari. Numeri bassissimi, rispetto alla spesa fatta dalla Ue in casa Pfizer, con il portafoglio dei contribuenti. A ottobre 2020, l’Unione europea dichiarò di aver pagato circa 1 miliardo di euro in acconti ad Astrazeneca, Sanofi e Johnson & Johnson per le loro vaccinazioni, con ulteriori 1,45 miliardi di euro stanziati per pagamenti anticipati a Pfizer-Biontech, Moderna e Curevac.
Dopo il terzo contratto con Pfizer, concordato in forma privata da von der Leyen con l’ad Bourla, a maggio 2021 il commissario Ue per la Salute e la sicurezza alimentare, Stella Kyriakides, proclamò: «Dobbiamo essere un passo avanti al virus. Ciò significa avere accesso a vaccini adattati per proteggerci dalla minaccia di varianti, vaccini di richiamo per prolungare l’immunità e proteggere la nostra popolazione più giovane».
Si è visto bene che così non è stato. E adesso si acquista un vaccino non aggiornato rispetto a varianti che mutano rapidamente, pur non risultando pericolose.
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Confessione choc dell’Oms: dopo aver obbligato mezzo mondo ai lockdown, ammette che la misura peggiora la diffusione del virus. Svelati i contratti di Pfizer & C.: l’Ue ci ha fatto pagare i vaccini il doppio del Sudafrica.Svelati i contratti tra Città del Capo e Pfizer: le dosi sono costate 10 dollari, contro i 18,9 sborsati da Bruxelles. All’Unione africana ne hanno chiesti meno di 7. È il capolavoro degli acquisti centralizzati e dei negoziati via messaggio tra Ursula Von der Leyen e Albert Bourla.Lo speciale contiene due articoli.La verità, a volte, ti scappa anche se non vuoi. Ad esempio, capita che l’ennesima dimostrazione che i lockdown furono inutili - anzi, dannosi - emerga nel bel mezzo di un discorso sull’aumento dei contagi da Covid. Uno sproloquio sulle «tendenze preoccupanti» in vista dell’autunno e dell’inverno, per citare la formula usata da Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell’Oms. Guardate cosa è spuntato tra le pieghe dei messaggi allarmistici che tornano a rimbalzare, guarda caso, in concomitanza con l’approvazione dei nuovi vaccini. Maria Van Kerkhove, responsabile tecnica dell’Organizzazione mondiale della sanità, l’altro giorno stava riferendo che l’agenzia Onu stima vi siano «centinaia di migliaia di persone ricoverate in ospedale», per colpa delle nuove varianti in circolazione, Pirola ed Eris, per ora dominante in Italia. Secondo l’esperta, «questo dato è preoccupante, perché, in alcuni Paesi, si verificheranno mesi più freddi». Proprio una bella scoperta, penserete: da ottobre in avanti, le temperature si abbassano e diventano più frequenti i classici malanni. Non serviva ce lo spiegasse l’Oms. Vero. Ma leggete quale sarebbe il problema: con il gelo, «le persone tenderanno a trascorrere più tempo in casa e i virus aerotrasportati come il Covid ne trarranno vantaggio».Un momento: abbiamo capito bene? La stagione fredda moltiplicherà le infezioni poiché, anziché passare il tempo all’aperto, la gente rimarrà al calduccio fra quattro mura? Non vi suona un tantino bizzarro? A noi sì. Ricordate? All’inizio della pandemia, le disposizioni erano diverse: «State a casa». Era il motto del governo Conte, rilanciato dai Vip che filmavano la loro routine domestica, diffuso urbi et orbi sui canali social. Ci eravamo fidati: se i luminari sostengono che è meglio barricarsi, avranno delle buone ragioni. Gli italiani, atterriti dai bollettini quotidiani della Protezione civile e dalle drammatiche testimonianze che arrivavano dalle terapie intensive, furono uno dei popoli che con maggior sollecitudine si conformò all’ordine di confinamento. Adesso, con la stessa sicumera, i numi tutelari della sanità pubblica ci spiegano che, a tre anni e mezzo dal tampone sul paziente 1 di Codogno, dovremmo avere ancora paura. E come mai? Perché il freddo ci costringerà a fare esattamente la stessa cosa che ci chiedevano, o meglio, che ci imponevano di fare: tapparci in casa. Qualche sospetto era sorto già mentre i reclusi strimpellavano dai balconi. A ogni comparsata televisiva, le autorità promettevano svolte nell’arco di due settimane; in realtà, la serrata iniziò a marzo 2020 e i casi di Covid non iniziarono a declinare prima di metà aprile, tanto che la «fase 2» partì solamente il 3 maggio. Vuoi vedere che riunire famiglie a volte numerose sotto uno stesso tetto, ossia in un luogo nel quale è impossibile adottare misure di distanziamento e isolamento, ha favorito la diffusione del virus, piuttosto che arrestarla? Chi coltivava il dubbio era trattato da negazionista. Poi, comparvero le parziali ammissioni. Si osservò che d’estate, con una vita meno sedentaria, le occasioni di contagio tendevano a ridursi. Con l’approssimarsi delle festività natalizie, all’improvviso, furono gli assembramenti in sala da pranzo a configurare l’emergenza da affrontare con finestre spalancate e mascherine tra una portata e l’altra. Insomma, i «competenti» rispolverarono i sempreverdi manuali di epidemiologia. Ormai, lo confessa persino l’Oms: al chiuso, le infezioni aumentano. Per arrivarci, sarebbe bastata un’infarinata sulle modalità di trasmissione aerea degli agenti patogeni. Fatto sta che l’ente delle Nazioni Unite, non volendo, inchioda alla loro assurdità le misure che ci venivano propinate come l’unica ancora di salvezza.Peraltro, la sortita della Van Kerkhove segue a stretto giro lo studio dell’Irccs Gaslini di Genova, che ha certificato l’ennesimo effetto collaterale dei lockdown: un’impennata di casi di pubertà precoce, trainati dall’aumento di massa corporea nei mesi di immobilità forzata, specie tra le bambine. E non stiamo a rivangare ogni strascico esiziale dei diktat: visite e screening oncologici saltati, terapie mai eseguite… Ce n’è in abbondanza per confermare l’urgenza della commissione d’inchiesta. Come stanno le cose l’abbiamo capito, sì. Ma se a metterle nero su bianco fosse il Parlamento, otterremmo il crisma dell’ufficialità. Cominceremmo a organizzare in un resoconto sistematico e coerente la storia della gestione della pandemia. E, soprattutto, stabiliremmo in modo definitivo quali provvedimenti non andranno mai più adottati, qualora fossimo sorpresi da una nuova pandemia. In attesa che, a qualcuno, venga voglia di indagare a fondo sui vaccini.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/covid-chiudersi-casa-aumenta-contagi-2665090922.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="abbiamo-pagato-i-vaccini-piu-del-sudafrica" data-post-id="2665090922" data-published-at="1694168989" data-use-pagination="False"> Abbiamo pagato i vaccini più del Sudafrica Il Sudafrica ha pagato il vaccino Pfizer quasi il 50% in meno di quanto contrattato dall’Europa. Al colosso farmaceutico diede 10 dollari a dose, rispetto ai 18,9 dollari versati dalla Ue. Per carità, ben venga che Paesi terzi, soprattutto se a basso reddito, riescano ad accaparrarsi un farmaco a costi ridotti, però è singolare che l’unico membro africano del G20 (e con reddito medio alto), abbia speso di più per il vaccino Astrazeneca e per quello di Johnson & Johnson, mentre ha ottenuto un forte sconto là dove la nostra Ue ha miseramente fallito. Prima, con il negoziato condotto da Sandra Gallina della direzione generale Salute della Commissione europea, con i contratti di pre acquisto per i vaccini, e che ci fece pagare ogni dose di Pfizer 18,9 dollari (15,5 euro). Poi, quando nelle trattative subentrò il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen e i costi ebbero un’ulteriore impennata. Ricorderete lo scambio degli sms con il numero uno del colosso farmaceutico, Albert Bourla, svelato dal New York Times ad aprile 2021, e il cui contenuto è rimasto ignoto perché i messaggi «non si trovano più» e «non è stata tenuta alcuna registrazione», stando alle sconcertanti dichiarazioni della Commissione stessa. Quegli accordi confidenziali quanto influirono sul prezzo delle ulteriori dosi concordate? Sebbene l’Ue avesse già firmato due accordi per 600 milioni di dosi con Pfizer, a inizio 2021 furono ordinati altri 900 milioni di dosi di vaccino, con l’opzione di acquistare ulteriori 900 milioni, per un valore di 35 miliardi di euro. Il costo lievitò da 15,5 euro (18,9 dollari) a 19,5 euro (23,15 dollari), grazie alle trattative contrattuali condotte direttamente dalla von der Leyen che chiedeva di riservare ancora 1,8 miliardi di dosi. Anche la Corte dei conti europea confermò che con quel contratto qualcosa «è andato diversamente». Un flop colossale della centralizzazione degli acquisti di vaccino, per il quale stanno ancora pagando i cittadini europei. Il Sudafrica, invece, è riuscito a spuntare un costo quasi dimezzato. Lo si può vedere dai contratti non oscurati, che la Ong Health justice initiative è riuscita ad avere dal Dipartimento nazionale della sanità sudafricano, dopo il pronunciamento nei giorni scorsi dell’alta Corte di Pretoria. Tutti i contratti relativi al vaccino Covid-19 e i documenti relativi alle negoziazioni dovevano essere resi pubblici entro 10 giorni dalla sentenza. In quei documenti, citati da Politico.eu, sono indicati i prezzi pagati al Serum Institute of India, produttore del vaccino Oxford/Astrazeneca (5,35 dollari per dose, contro 2,17 dollari versati dall’Ue. Circa due volte e mezzo in più) e a J&J per Janssen (10 dollari a dose, +15%). L’organizzazione no profit denuncia anche le clausole secondo le quali il Sudafrica deve chiedere il permesso prima di cedere o vendere le dosi già acquistate da Astrazeneca, J&J e Pfizer. Dopo aver visionato il materiale, l’avvocato Fatima Hassan fondatrice della Health justice initiative ha parlato «di pernicioso bullismo farmaceutico e mano pesante». Ha aggiunto: «I termini e le condizioni di questi contratti e accordi sono così unilaterali e così a favore delle multinazionali, che sono incredibili». Per quanto riguarda gli accordi fra Pfizer laboratories e il governo della Repubblica del Sudafrica, in base al contratto di produzione e fornitura stipulato attraverso il dipartimento nazionale della Salute il 30 marzo 2021, furono acquistati 20 milioni di dosi a 10 dollari l’una, per un totale di 200 milioni di dollari. Secondo la Ong, si trattava comunque di un prezzo superiore al prezzo di costo di 6,75 dollari che sarebbe stato addebitato all’Unione africana. Il pagamento anticipato non superava i 40 milioni di dollari. Numeri bassissimi, rispetto alla spesa fatta dalla Ue in casa Pfizer, con il portafoglio dei contribuenti. A ottobre 2020, l’Unione europea dichiarò di aver pagato circa 1 miliardo di euro in acconti ad Astrazeneca, Sanofi e Johnson & Johnson per le loro vaccinazioni, con ulteriori 1,45 miliardi di euro stanziati per pagamenti anticipati a Pfizer-Biontech, Moderna e Curevac. Dopo il terzo contratto con Pfizer, concordato in forma privata da von der Leyen con l’ad Bourla, a maggio 2021 il commissario Ue per la Salute e la sicurezza alimentare, Stella Kyriakides, proclamò: «Dobbiamo essere un passo avanti al virus. Ciò significa avere accesso a vaccini adattati per proteggerci dalla minaccia di varianti, vaccini di richiamo per prolungare l’immunità e proteggere la nostra popolazione più giovane». Si è visto bene che così non è stato. E adesso si acquista un vaccino non aggiornato rispetto a varianti che mutano rapidamente, pur non risultando pericolose.
@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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