2023-09-08
«Covid, chiudersi in casa aumenta i contagi»
Getty Images
La verità, a volte, ti scappa anche se non vuoi. Ad esempio, capita che l’ennesima dimostrazione che i lockdown furono inutili - anzi, dannosi - emerga nel bel mezzo di un discorso sull’aumento dei contagi da Covid. Uno sproloquio sulle «tendenze preoccupanti» in vista dell’autunno e dell’inverno, per citare la formula usata da Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell’Oms.
Guardate cosa è spuntato tra le pieghe dei messaggi allarmistici che tornano a rimbalzare, guarda caso, in concomitanza con l’approvazione dei nuovi vaccini. Maria Van Kerkhove, responsabile tecnica dell’Organizzazione mondiale della sanità, l’altro giorno stava riferendo che l’agenzia Onu stima vi siano «centinaia di migliaia di persone ricoverate in ospedale», per colpa delle nuove varianti in circolazione, Pirola ed Eris, per ora dominante in Italia. Secondo l’esperta, «questo dato è preoccupante, perché, in alcuni Paesi, si verificheranno mesi più freddi». Proprio una bella scoperta, penserete: da ottobre in avanti, le temperature si abbassano e diventano più frequenti i classici malanni. Non serviva ce lo spiegasse l’Oms. Vero. Ma leggete quale sarebbe il problema: con il gelo, «le persone tenderanno a trascorrere più tempo in casa e i virus aerotrasportati come il Covid ne trarranno vantaggio».
Un momento: abbiamo capito bene? La stagione fredda moltiplicherà le infezioni poiché, anziché passare il tempo all’aperto, la gente rimarrà al calduccio fra quattro mura? Non vi suona un tantino bizzarro? A noi sì. Ricordate? All’inizio della pandemia, le disposizioni erano diverse: «State a casa». Era il motto del governo Conte, rilanciato dai Vip che filmavano la loro routine domestica, diffuso urbi et orbi sui canali social. Ci eravamo fidati: se i luminari sostengono che è meglio barricarsi, avranno delle buone ragioni. Gli italiani, atterriti dai bollettini quotidiani della Protezione civile e dalle drammatiche testimonianze che arrivavano dalle terapie intensive, furono uno dei popoli che con maggior sollecitudine si conformò all’ordine di confinamento. Adesso, con la stessa sicumera, i numi tutelari della sanità pubblica ci spiegano che, a tre anni e mezzo dal tampone sul paziente 1 di Codogno, dovremmo avere ancora paura. E come mai? Perché il freddo ci costringerà a fare esattamente la stessa cosa che ci chiedevano, o meglio, che ci imponevano di fare: tapparci in casa.
Qualche sospetto era sorto già mentre i reclusi strimpellavano dai balconi. A ogni comparsata televisiva, le autorità promettevano svolte nell’arco di due settimane; in realtà, la serrata iniziò a marzo 2020 e i casi di Covid non iniziarono a declinare prima di metà aprile, tanto che la «fase 2» partì solamente il 3 maggio. Vuoi vedere che riunire famiglie a volte numerose sotto uno stesso tetto, ossia in un luogo nel quale è impossibile adottare misure di distanziamento e isolamento, ha favorito la diffusione del virus, piuttosto che arrestarla? Chi coltivava il dubbio era trattato da negazionista. Poi, comparvero le parziali ammissioni. Si osservò che d’estate, con una vita meno sedentaria, le occasioni di contagio tendevano a ridursi. Con l’approssimarsi delle festività natalizie, all’improvviso, furono gli assembramenti in sala da pranzo a configurare l’emergenza da affrontare con finestre spalancate e mascherine tra una portata e l’altra. Insomma, i «competenti» rispolverarono i sempreverdi manuali di epidemiologia. Ormai, lo confessa persino l’Oms: al chiuso, le infezioni aumentano. Per arrivarci, sarebbe bastata un’infarinata sulle modalità di trasmissione aerea degli agenti patogeni. Fatto sta che l’ente delle Nazioni Unite, non volendo, inchioda alla loro assurdità le misure che ci venivano propinate come l’unica ancora di salvezza.
Peraltro, la sortita della Van Kerkhove segue a stretto giro lo studio dell’Irccs Gaslini di Genova, che ha certificato l’ennesimo effetto collaterale dei lockdown: un’impennata di casi di pubertà precoce, trainati dall’aumento di massa corporea nei mesi di immobilità forzata, specie tra le bambine. E non stiamo a rivangare ogni strascico esiziale dei diktat: visite e screening oncologici saltati, terapie mai eseguite… Ce n’è in abbondanza per confermare l’urgenza della commissione d’inchiesta. Come stanno le cose l’abbiamo capito, sì. Ma se a metterle nero su bianco fosse il Parlamento, otterremmo il crisma dell’ufficialità. Cominceremmo a organizzare in un resoconto sistematico e coerente la storia della gestione della pandemia. E, soprattutto, stabiliremmo in modo definitivo quali provvedimenti non andranno mai più adottati, qualora fossimo sorpresi da una nuova pandemia. In attesa che, a qualcuno, venga voglia di indagare a fondo sui vaccini.
Abbiamo pagato i vaccini più del Sudafrica
Il Sudafrica ha pagato il vaccino Pfizer quasi il 50% in meno di quanto contrattato dall’Europa. Al colosso farmaceutico diede 10 dollari a dose, rispetto ai 18,9 dollari versati dalla Ue.
Per carità, ben venga che Paesi terzi, soprattutto se a basso reddito, riescano ad accaparrarsi un farmaco a costi ridotti, però è singolare che l’unico membro africano del G20 (e con reddito medio alto), abbia speso di più per il vaccino Astrazeneca e per quello di Johnson & Johnson, mentre ha ottenuto un forte sconto là dove la nostra Ue ha miseramente fallito. Prima, con il negoziato condotto da Sandra Gallina della direzione generale Salute della Commissione europea, con i contratti di pre acquisto per i vaccini, e che ci fece pagare ogni dose di Pfizer 18,9 dollari (15,5 euro). Poi, quando nelle trattative subentrò il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen e i costi ebbero un’ulteriore impennata. Ricorderete lo scambio degli sms con il numero uno del colosso farmaceutico, Albert Bourla, svelato dal New York Times ad aprile 2021, e il cui contenuto è rimasto ignoto perché i messaggi «non si trovano più» e «non è stata tenuta alcuna registrazione», stando alle sconcertanti dichiarazioni della Commissione stessa. Quegli accordi confidenziali quanto influirono sul prezzo delle ulteriori dosi concordate? Sebbene l’Ue avesse già firmato due accordi per 600 milioni di dosi con Pfizer, a inizio 2021 furono ordinati altri 900 milioni di dosi di vaccino, con l’opzione di acquistare ulteriori 900 milioni, per un valore di 35 miliardi di euro.
Il costo lievitò da 15,5 euro (18,9 dollari) a 19,5 euro (23,15 dollari), grazie alle trattative contrattuali condotte direttamente dalla von der Leyen che chiedeva di riservare ancora 1,8 miliardi di dosi. Anche la Corte dei conti europea confermò che con quel contratto qualcosa «è andato diversamente». Un flop colossale della centralizzazione degli acquisti di vaccino, per il quale stanno ancora pagando i cittadini europei.
Il Sudafrica, invece, è riuscito a spuntare un costo quasi dimezzato. Lo si può vedere dai contratti non oscurati, che la Ong Health justice initiative è riuscita ad avere dal Dipartimento nazionale della sanità sudafricano, dopo il pronunciamento nei giorni scorsi dell’alta Corte di Pretoria. Tutti i contratti relativi al vaccino Covid-19 e i documenti relativi alle negoziazioni dovevano essere resi pubblici entro 10 giorni dalla sentenza.
In quei documenti, citati da Politico.eu, sono indicati i prezzi pagati al Serum Institute of India, produttore del vaccino Oxford/Astrazeneca (5,35 dollari per dose, contro 2,17 dollari versati dall’Ue. Circa due volte e mezzo in più) e a J&J per Janssen (10 dollari a dose, +15%).
L’organizzazione no profit denuncia anche le clausole secondo le quali il Sudafrica deve chiedere il permesso prima di cedere o vendere le dosi già acquistate da Astrazeneca, J&J e Pfizer. Dopo aver visionato il materiale, l’avvocato Fatima Hassan fondatrice della Health justice initiative ha parlato «di pernicioso bullismo farmaceutico e mano pesante». Ha aggiunto: «I termini e le condizioni di questi contratti e accordi sono così unilaterali e così a favore delle multinazionali, che sono incredibili».
Per quanto riguarda gli accordi fra Pfizer laboratories e il governo della Repubblica del Sudafrica, in base al contratto di produzione e fornitura stipulato attraverso il dipartimento nazionale della Salute il 30 marzo 2021, furono acquistati 20 milioni di dosi a 10 dollari l’una, per un totale di 200 milioni di dollari. Secondo la Ong, si trattava comunque di un prezzo superiore al prezzo di costo di 6,75 dollari che sarebbe stato addebitato all’Unione africana.
Il pagamento anticipato non superava i 40 milioni di dollari. Numeri bassissimi, rispetto alla spesa fatta dalla Ue in casa Pfizer, con il portafoglio dei contribuenti. A ottobre 2020, l’Unione europea dichiarò di aver pagato circa 1 miliardo di euro in acconti ad Astrazeneca, Sanofi e Johnson & Johnson per le loro vaccinazioni, con ulteriori 1,45 miliardi di euro stanziati per pagamenti anticipati a Pfizer-Biontech, Moderna e Curevac.
Dopo il terzo contratto con Pfizer, concordato in forma privata da von der Leyen con l’ad Bourla, a maggio 2021 il commissario Ue per la Salute e la sicurezza alimentare, Stella Kyriakides, proclamò: «Dobbiamo essere un passo avanti al virus. Ciò significa avere accesso a vaccini adattati per proteggerci dalla minaccia di varianti, vaccini di richiamo per prolungare l’immunità e proteggere la nostra popolazione più giovane».
Si è visto bene che così non è stato. E adesso si acquista un vaccino non aggiornato rispetto a varianti che mutano rapidamente, pur non risultando pericolose.
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Confessione choc dell’Oms: dopo aver obbligato mezzo mondo ai lockdown, ammette che la misura peggiora la diffusione del virus. Svelati i contratti di Pfizer & C.: l’Ue ci ha fatto pagare i vaccini il doppio del Sudafrica.Svelati i contratti tra Città del Capo e Pfizer: le dosi sono costate 10 dollari, contro i 18,9 sborsati da Bruxelles. All’Unione africana ne hanno chiesti meno di 7. È il capolavoro degli acquisti centralizzati e dei negoziati via messaggio tra Ursula Von der Leyen e Albert Bourla.Lo speciale contiene due articoli.La verità, a volte, ti scappa anche se non vuoi. Ad esempio, capita che l’ennesima dimostrazione che i lockdown furono inutili - anzi, dannosi - emerga nel bel mezzo di un discorso sull’aumento dei contagi da Covid. Uno sproloquio sulle «tendenze preoccupanti» in vista dell’autunno e dell’inverno, per citare la formula usata da Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell’Oms. Guardate cosa è spuntato tra le pieghe dei messaggi allarmistici che tornano a rimbalzare, guarda caso, in concomitanza con l’approvazione dei nuovi vaccini. Maria Van Kerkhove, responsabile tecnica dell’Organizzazione mondiale della sanità, l’altro giorno stava riferendo che l’agenzia Onu stima vi siano «centinaia di migliaia di persone ricoverate in ospedale», per colpa delle nuove varianti in circolazione, Pirola ed Eris, per ora dominante in Italia. Secondo l’esperta, «questo dato è preoccupante, perché, in alcuni Paesi, si verificheranno mesi più freddi». Proprio una bella scoperta, penserete: da ottobre in avanti, le temperature si abbassano e diventano più frequenti i classici malanni. Non serviva ce lo spiegasse l’Oms. Vero. Ma leggete quale sarebbe il problema: con il gelo, «le persone tenderanno a trascorrere più tempo in casa e i virus aerotrasportati come il Covid ne trarranno vantaggio».Un momento: abbiamo capito bene? La stagione fredda moltiplicherà le infezioni poiché, anziché passare il tempo all’aperto, la gente rimarrà al calduccio fra quattro mura? Non vi suona un tantino bizzarro? A noi sì. Ricordate? All’inizio della pandemia, le disposizioni erano diverse: «State a casa». Era il motto del governo Conte, rilanciato dai Vip che filmavano la loro routine domestica, diffuso urbi et orbi sui canali social. Ci eravamo fidati: se i luminari sostengono che è meglio barricarsi, avranno delle buone ragioni. Gli italiani, atterriti dai bollettini quotidiani della Protezione civile e dalle drammatiche testimonianze che arrivavano dalle terapie intensive, furono uno dei popoli che con maggior sollecitudine si conformò all’ordine di confinamento. Adesso, con la stessa sicumera, i numi tutelari della sanità pubblica ci spiegano che, a tre anni e mezzo dal tampone sul paziente 1 di Codogno, dovremmo avere ancora paura. E come mai? Perché il freddo ci costringerà a fare esattamente la stessa cosa che ci chiedevano, o meglio, che ci imponevano di fare: tapparci in casa. Qualche sospetto era sorto già mentre i reclusi strimpellavano dai balconi. A ogni comparsata televisiva, le autorità promettevano svolte nell’arco di due settimane; in realtà, la serrata iniziò a marzo 2020 e i casi di Covid non iniziarono a declinare prima di metà aprile, tanto che la «fase 2» partì solamente il 3 maggio. Vuoi vedere che riunire famiglie a volte numerose sotto uno stesso tetto, ossia in un luogo nel quale è impossibile adottare misure di distanziamento e isolamento, ha favorito la diffusione del virus, piuttosto che arrestarla? Chi coltivava il dubbio era trattato da negazionista. Poi, comparvero le parziali ammissioni. Si osservò che d’estate, con una vita meno sedentaria, le occasioni di contagio tendevano a ridursi. Con l’approssimarsi delle festività natalizie, all’improvviso, furono gli assembramenti in sala da pranzo a configurare l’emergenza da affrontare con finestre spalancate e mascherine tra una portata e l’altra. Insomma, i «competenti» rispolverarono i sempreverdi manuali di epidemiologia. Ormai, lo confessa persino l’Oms: al chiuso, le infezioni aumentano. Per arrivarci, sarebbe bastata un’infarinata sulle modalità di trasmissione aerea degli agenti patogeni. Fatto sta che l’ente delle Nazioni Unite, non volendo, inchioda alla loro assurdità le misure che ci venivano propinate come l’unica ancora di salvezza.Peraltro, la sortita della Van Kerkhove segue a stretto giro lo studio dell’Irccs Gaslini di Genova, che ha certificato l’ennesimo effetto collaterale dei lockdown: un’impennata di casi di pubertà precoce, trainati dall’aumento di massa corporea nei mesi di immobilità forzata, specie tra le bambine. E non stiamo a rivangare ogni strascico esiziale dei diktat: visite e screening oncologici saltati, terapie mai eseguite… Ce n’è in abbondanza per confermare l’urgenza della commissione d’inchiesta. Come stanno le cose l’abbiamo capito, sì. Ma se a metterle nero su bianco fosse il Parlamento, otterremmo il crisma dell’ufficialità. Cominceremmo a organizzare in un resoconto sistematico e coerente la storia della gestione della pandemia. E, soprattutto, stabiliremmo in modo definitivo quali provvedimenti non andranno mai più adottati, qualora fossimo sorpresi da una nuova pandemia. 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Per carità, ben venga che Paesi terzi, soprattutto se a basso reddito, riescano ad accaparrarsi un farmaco a costi ridotti, però è singolare che l’unico membro africano del G20 (e con reddito medio alto), abbia speso di più per il vaccino Astrazeneca e per quello di Johnson & Johnson, mentre ha ottenuto un forte sconto là dove la nostra Ue ha miseramente fallito. Prima, con il negoziato condotto da Sandra Gallina della direzione generale Salute della Commissione europea, con i contratti di pre acquisto per i vaccini, e che ci fece pagare ogni dose di Pfizer 18,9 dollari (15,5 euro). Poi, quando nelle trattative subentrò il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen e i costi ebbero un’ulteriore impennata. Ricorderete lo scambio degli sms con il numero uno del colosso farmaceutico, Albert Bourla, svelato dal New York Times ad aprile 2021, e il cui contenuto è rimasto ignoto perché i messaggi «non si trovano più» e «non è stata tenuta alcuna registrazione», stando alle sconcertanti dichiarazioni della Commissione stessa. Quegli accordi confidenziali quanto influirono sul prezzo delle ulteriori dosi concordate? Sebbene l’Ue avesse già firmato due accordi per 600 milioni di dosi con Pfizer, a inizio 2021 furono ordinati altri 900 milioni di dosi di vaccino, con l’opzione di acquistare ulteriori 900 milioni, per un valore di 35 miliardi di euro. Il costo lievitò da 15,5 euro (18,9 dollari) a 19,5 euro (23,15 dollari), grazie alle trattative contrattuali condotte direttamente dalla von der Leyen che chiedeva di riservare ancora 1,8 miliardi di dosi. Anche la Corte dei conti europea confermò che con quel contratto qualcosa «è andato diversamente». Un flop colossale della centralizzazione degli acquisti di vaccino, per il quale stanno ancora pagando i cittadini europei. Il Sudafrica, invece, è riuscito a spuntare un costo quasi dimezzato. Lo si può vedere dai contratti non oscurati, che la Ong Health justice initiative è riuscita ad avere dal Dipartimento nazionale della sanità sudafricano, dopo il pronunciamento nei giorni scorsi dell’alta Corte di Pretoria. Tutti i contratti relativi al vaccino Covid-19 e i documenti relativi alle negoziazioni dovevano essere resi pubblici entro 10 giorni dalla sentenza. In quei documenti, citati da Politico.eu, sono indicati i prezzi pagati al Serum Institute of India, produttore del vaccino Oxford/Astrazeneca (5,35 dollari per dose, contro 2,17 dollari versati dall’Ue. Circa due volte e mezzo in più) e a J&J per Janssen (10 dollari a dose, +15%). L’organizzazione no profit denuncia anche le clausole secondo le quali il Sudafrica deve chiedere il permesso prima di cedere o vendere le dosi già acquistate da Astrazeneca, J&J e Pfizer. Dopo aver visionato il materiale, l’avvocato Fatima Hassan fondatrice della Health justice initiative ha parlato «di pernicioso bullismo farmaceutico e mano pesante». Ha aggiunto: «I termini e le condizioni di questi contratti e accordi sono così unilaterali e così a favore delle multinazionali, che sono incredibili». Per quanto riguarda gli accordi fra Pfizer laboratories e il governo della Repubblica del Sudafrica, in base al contratto di produzione e fornitura stipulato attraverso il dipartimento nazionale della Salute il 30 marzo 2021, furono acquistati 20 milioni di dosi a 10 dollari l’una, per un totale di 200 milioni di dollari. Secondo la Ong, si trattava comunque di un prezzo superiore al prezzo di costo di 6,75 dollari che sarebbe stato addebitato all’Unione africana. Il pagamento anticipato non superava i 40 milioni di dollari. Numeri bassissimi, rispetto alla spesa fatta dalla Ue in casa Pfizer, con il portafoglio dei contribuenti. A ottobre 2020, l’Unione europea dichiarò di aver pagato circa 1 miliardo di euro in acconti ad Astrazeneca, Sanofi e Johnson & Johnson per le loro vaccinazioni, con ulteriori 1,45 miliardi di euro stanziati per pagamenti anticipati a Pfizer-Biontech, Moderna e Curevac. Dopo il terzo contratto con Pfizer, concordato in forma privata da von der Leyen con l’ad Bourla, a maggio 2021 il commissario Ue per la Salute e la sicurezza alimentare, Stella Kyriakides, proclamò: «Dobbiamo essere un passo avanti al virus. Ciò significa avere accesso a vaccini adattati per proteggerci dalla minaccia di varianti, vaccini di richiamo per prolungare l’immunità e proteggere la nostra popolazione più giovane». Si è visto bene che così non è stato. E adesso si acquista un vaccino non aggiornato rispetto a varianti che mutano rapidamente, pur non risultando pericolose.
Jens-Frederik Nielsen, primo ministro della Groenlandia (Ansa)
Nella stessa intervista, Trump ha anche attaccato esplicitamente gli alleati europei, accusati di non essere in grado di garantire la propria sicurezza senza il sostegno americano: «Russia e Cina non sono affatto preoccupate della Nato senza di noi».
Le esternazioni del presidente statunitense hanno provocato una netta reazione da parte del governo della Groenlandia, arrivata ieri con un comunicato ufficiale. L’esecutivo di Nuuk ha respinto recisamente l’ipotesi che gli Stati Uniti possano prendere il controllo del territorio artico, sottolineando che la Groenlandia fa parte del Regno di Danimarca e che, in quanto tale, è membro della Nato. «Gli Stati Uniti hanno ribadito ancora una volta il loro desiderio di prendere possesso della Groenlandia», si legge nella nota, «e questo non può essere accettato in alcun modo». La replica groenlandese insiste sul fatto che la difesa dell’isola debba avvenire esclusivamente nel quadro dell’Alleanza atlantica e, pertanto, ha annunciato l’intenzione di intensificare gli sforzi affinché la sicurezza del territorio sia garantita sotto l’egida Nato. Insomma: una cooperazione multilaterale è bene accetta, ma senza alcuna pretesa unilaterale sulla sovranità dell’isola.
Sul caso è intervenuto anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, che ha ridimensionato l’idea di una crisi dell’Alleanza legata alle parole di Trump. Rutte ha sostenuto che il presidente americano «sta facendo la cosa giusta per la Nato», sollecitando gli alleati a spendere di più per la difesa, e ha ricordato che al recente vertice dell’Aia è stato fissato l’obiettivo di portare le spese militari al 5% del Pil. «Sono convinto che senza Trump non saremmo mai arrivati a questo risultato», ha detto, rivendicando un rafforzamento complessivo dell’Alleanza. Il segretario ha poi richiamato l’attenzione sull’Artico, sottolineando che i Paesi dell’area stanno aumentando la cooperazione e che la Danimarca ha già aumentato gli investimenti militari, dagli F-35 ai droni a lungo raggio, anche per garantire la sicurezza della Groenlandia.
L’Italia, dal canto suo, si sta distinguendo per la una posizione improntata alla cautela. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha chiarito ieri che a Roma non è mai arrivata una richiesta per l’invio di truppe italiane in Groenlandia nell’ambito Nato. «È un’ipotesi di Keir Starmer, (Regno Unito e Germania stanno discutendo di piani per rafforzare la propria presenza militare in Groenlandia, ndr) ma non se n’è mai parlato», ha precisato il titolare della Farnesina, ribadendo che sulla questione «si deve lasciare alla Groenlandia e alla Danimarca la libertà di decidere del loro destino». Tajani ha inoltre annunciato che nei prossimi giorni verrà presentato il piano dell’Italia per l’Artico, che comprenderà anche la Groenlandia, confermando la linea di Roma a favore di una gestione multilaterale e coordinata delle nuove tensioni geopolitiche che attraversano la regione.
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Ansa
Eppure, le comunicazioni tra Washington e Teheran non sono del tutto interrotte. «Il canale di comunicazione tra il nostro ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, e l’inviato speciale degli Stati Uniti, Steve Witkoff, è aperto e i messaggi vengono scambiati ogni volta che è necessario», ha dichiarato ieri il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei. «La Repubblica islamica dell’Iran non cerca la guerra, ma è pienamente preparata ad essa», ha affermato, dal canto suo, Araghchi, che, oltre ad aprire alla possibilità di un incontro con Witkoff, ha poi aggiunto: «Siamo anche pronti per i negoziati, ma questi negoziati devono essere equi, con pari diritti e basati sul rispetto reciproco». Axios ha inoltre riferito che, nel fine settimana, lo stesso Araghchi avrebbe avuto una telefonata con Witkoff: l’obiettivo del ministro iraniano sarebbe stato, in particolare, quello di allentare la tensione con Washington e di guadagnare tempo prima di un eventuale attacco statunitense. Segno, questo, del fatto che, al di là delle roboanti dichiarazioni di facciata e delle contromanifestazioni che ha organizzato ieri, il regime guidato da Ali Khamenei sia sempre più scricchiolante.
Dall’altra parte, domenica, pur minacciando di colpire duramente l’Iran, Trump ha aperto a un negoziato. «Penso che siano stanchi di essere malmenati dagli Usa. L’Iran vuole negoziare», ha detto. «L’incontro è in fase di organizzazione, ma potremmo dover agire a causa di ciò che sta accadendo prima dell’incontro. Ma un incontro è in fase di organizzazione. L’Iran ha chiamato. Vogliono negoziare». Insomma, l’inquilino della Casa Bianca sta ricorrendo alla sua consueta strategia volta ad alternare pressione e dialogo: pur aprendo alla possibilità di un incontro diplomatico, non esclude lo scenario di un attacco militare. Questo significa però che Trump non consideri quella del regime change l’unica eventualità sul tavolo. Il presidente americano potrebbe in alternativa puntare ad addomesticare il regime khomeinista (o un pezzo di esso) sulla falsariga di quanto avvenuto in Venezuela dopo la cattura di Nicolás Maduro.
Più propenso a un cambio di regime a Teheran è invece Benjamin Netanyahu. «Il popolo israeliano e il mondo intero osservano con stupore lo straordinario coraggio dei cittadini iraniani», ha detto, domenica sera, augurandosi che «la nazione persiana sia presto liberata dal giogo della tirannia». La parziale differenza di posizione tra Israele e Stati Uniti si nota anche nel loro atteggiamento nei confronti del principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, che si è più volte offerto di guidare la transizione di potere a Teheran. Se lo Stato ebraico si è mostrato particolarmente supportivo verso di lui, Trump, giovedì, ha detto di non essere ancora pronto a riceverlo. Il presidente americano è del resto storicamente scettico nei confronti dei processi di nation building: ragion per cui preferisce usare la pressione per costringere governi avversari a chinare il capo, ricorrendo alla loro decapitazione solo in casi estremi. Netanyahu, dal canto suo, vede lo smantellamento totale del regime khomeinista come una condizione essenziale per la futura sicurezza dello Stato ebraico.
E così, mentre secondo Iran Human Rights sarebbero finora 648 le vittime delle proteste in corso nella Repubblica islamica, cresce la tensione tra l’Ue e Teheran. Il Parlamento europeo ha infatti vietato l’accesso dei diplomatici iraniani nei propri edifici. Dall’altra parte, il ministero degli Esteri della Repubblica islamica ha convocato gli ambasciatori o gli incaricati d’affari di Italia, Regno Unito, Germania e Francia, a causa del sostegno che questi Paesi hanno dato alle manifestazioni contro il regime khomeinista. Quanto sta accadendo segna il fallimento della politica estera che la Commissione europea ha portato avanti dal 2015 al 2025, contribuendo a negoziare e sostenendo il Jcpoa: il controverso accordo sul nucleare iraniano firmato ormai undici anni fa. Frattanto, dopo la caduta di Bashar al Assad nel 2024, Mosca teme il crollo dell’altro storico alleato mediorientale. Ieri, il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergei Shoigu, ha sentito l’omologo iraniano, criticando quelle che ha definito delle interferenze straniere in seno alla Repubblica islamica.
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