2023-09-08
«Covid, chiudersi in casa aumenta i contagi»
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La verità, a volte, ti scappa anche se non vuoi. Ad esempio, capita che l’ennesima dimostrazione che i lockdown furono inutili - anzi, dannosi - emerga nel bel mezzo di un discorso sull’aumento dei contagi da Covid. Uno sproloquio sulle «tendenze preoccupanti» in vista dell’autunno e dell’inverno, per citare la formula usata da Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell’Oms.
Guardate cosa è spuntato tra le pieghe dei messaggi allarmistici che tornano a rimbalzare, guarda caso, in concomitanza con l’approvazione dei nuovi vaccini. Maria Van Kerkhove, responsabile tecnica dell’Organizzazione mondiale della sanità, l’altro giorno stava riferendo che l’agenzia Onu stima vi siano «centinaia di migliaia di persone ricoverate in ospedale», per colpa delle nuove varianti in circolazione, Pirola ed Eris, per ora dominante in Italia. Secondo l’esperta, «questo dato è preoccupante, perché, in alcuni Paesi, si verificheranno mesi più freddi». Proprio una bella scoperta, penserete: da ottobre in avanti, le temperature si abbassano e diventano più frequenti i classici malanni. Non serviva ce lo spiegasse l’Oms. Vero. Ma leggete quale sarebbe il problema: con il gelo, «le persone tenderanno a trascorrere più tempo in casa e i virus aerotrasportati come il Covid ne trarranno vantaggio».
Un momento: abbiamo capito bene? La stagione fredda moltiplicherà le infezioni poiché, anziché passare il tempo all’aperto, la gente rimarrà al calduccio fra quattro mura? Non vi suona un tantino bizzarro? A noi sì. Ricordate? All’inizio della pandemia, le disposizioni erano diverse: «State a casa». Era il motto del governo Conte, rilanciato dai Vip che filmavano la loro routine domestica, diffuso urbi et orbi sui canali social. Ci eravamo fidati: se i luminari sostengono che è meglio barricarsi, avranno delle buone ragioni. Gli italiani, atterriti dai bollettini quotidiani della Protezione civile e dalle drammatiche testimonianze che arrivavano dalle terapie intensive, furono uno dei popoli che con maggior sollecitudine si conformò all’ordine di confinamento. Adesso, con la stessa sicumera, i numi tutelari della sanità pubblica ci spiegano che, a tre anni e mezzo dal tampone sul paziente 1 di Codogno, dovremmo avere ancora paura. E come mai? Perché il freddo ci costringerà a fare esattamente la stessa cosa che ci chiedevano, o meglio, che ci imponevano di fare: tapparci in casa.
Qualche sospetto era sorto già mentre i reclusi strimpellavano dai balconi. A ogni comparsata televisiva, le autorità promettevano svolte nell’arco di due settimane; in realtà, la serrata iniziò a marzo 2020 e i casi di Covid non iniziarono a declinare prima di metà aprile, tanto che la «fase 2» partì solamente il 3 maggio. Vuoi vedere che riunire famiglie a volte numerose sotto uno stesso tetto, ossia in un luogo nel quale è impossibile adottare misure di distanziamento e isolamento, ha favorito la diffusione del virus, piuttosto che arrestarla? Chi coltivava il dubbio era trattato da negazionista. Poi, comparvero le parziali ammissioni. Si osservò che d’estate, con una vita meno sedentaria, le occasioni di contagio tendevano a ridursi. Con l’approssimarsi delle festività natalizie, all’improvviso, furono gli assembramenti in sala da pranzo a configurare l’emergenza da affrontare con finestre spalancate e mascherine tra una portata e l’altra. Insomma, i «competenti» rispolverarono i sempreverdi manuali di epidemiologia. Ormai, lo confessa persino l’Oms: al chiuso, le infezioni aumentano. Per arrivarci, sarebbe bastata un’infarinata sulle modalità di trasmissione aerea degli agenti patogeni. Fatto sta che l’ente delle Nazioni Unite, non volendo, inchioda alla loro assurdità le misure che ci venivano propinate come l’unica ancora di salvezza.
Peraltro, la sortita della Van Kerkhove segue a stretto giro lo studio dell’Irccs Gaslini di Genova, che ha certificato l’ennesimo effetto collaterale dei lockdown: un’impennata di casi di pubertà precoce, trainati dall’aumento di massa corporea nei mesi di immobilità forzata, specie tra le bambine. E non stiamo a rivangare ogni strascico esiziale dei diktat: visite e screening oncologici saltati, terapie mai eseguite… Ce n’è in abbondanza per confermare l’urgenza della commissione d’inchiesta. Come stanno le cose l’abbiamo capito, sì. Ma se a metterle nero su bianco fosse il Parlamento, otterremmo il crisma dell’ufficialità. Cominceremmo a organizzare in un resoconto sistematico e coerente la storia della gestione della pandemia. E, soprattutto, stabiliremmo in modo definitivo quali provvedimenti non andranno mai più adottati, qualora fossimo sorpresi da una nuova pandemia. In attesa che, a qualcuno, venga voglia di indagare a fondo sui vaccini.
Abbiamo pagato i vaccini più del Sudafrica
Il Sudafrica ha pagato il vaccino Pfizer quasi il 50% in meno di quanto contrattato dall’Europa. Al colosso farmaceutico diede 10 dollari a dose, rispetto ai 18,9 dollari versati dalla Ue.
Per carità, ben venga che Paesi terzi, soprattutto se a basso reddito, riescano ad accaparrarsi un farmaco a costi ridotti, però è singolare che l’unico membro africano del G20 (e con reddito medio alto), abbia speso di più per il vaccino Astrazeneca e per quello di Johnson & Johnson, mentre ha ottenuto un forte sconto là dove la nostra Ue ha miseramente fallito. Prima, con il negoziato condotto da Sandra Gallina della direzione generale Salute della Commissione europea, con i contratti di pre acquisto per i vaccini, e che ci fece pagare ogni dose di Pfizer 18,9 dollari (15,5 euro). Poi, quando nelle trattative subentrò il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen e i costi ebbero un’ulteriore impennata. Ricorderete lo scambio degli sms con il numero uno del colosso farmaceutico, Albert Bourla, svelato dal New York Times ad aprile 2021, e il cui contenuto è rimasto ignoto perché i messaggi «non si trovano più» e «non è stata tenuta alcuna registrazione», stando alle sconcertanti dichiarazioni della Commissione stessa. Quegli accordi confidenziali quanto influirono sul prezzo delle ulteriori dosi concordate? Sebbene l’Ue avesse già firmato due accordi per 600 milioni di dosi con Pfizer, a inizio 2021 furono ordinati altri 900 milioni di dosi di vaccino, con l’opzione di acquistare ulteriori 900 milioni, per un valore di 35 miliardi di euro.
Il costo lievitò da 15,5 euro (18,9 dollari) a 19,5 euro (23,15 dollari), grazie alle trattative contrattuali condotte direttamente dalla von der Leyen che chiedeva di riservare ancora 1,8 miliardi di dosi. Anche la Corte dei conti europea confermò che con quel contratto qualcosa «è andato diversamente». Un flop colossale della centralizzazione degli acquisti di vaccino, per il quale stanno ancora pagando i cittadini europei.
Il Sudafrica, invece, è riuscito a spuntare un costo quasi dimezzato. Lo si può vedere dai contratti non oscurati, che la Ong Health justice initiative è riuscita ad avere dal Dipartimento nazionale della sanità sudafricano, dopo il pronunciamento nei giorni scorsi dell’alta Corte di Pretoria. Tutti i contratti relativi al vaccino Covid-19 e i documenti relativi alle negoziazioni dovevano essere resi pubblici entro 10 giorni dalla sentenza.
In quei documenti, citati da Politico.eu, sono indicati i prezzi pagati al Serum Institute of India, produttore del vaccino Oxford/Astrazeneca (5,35 dollari per dose, contro 2,17 dollari versati dall’Ue. Circa due volte e mezzo in più) e a J&J per Janssen (10 dollari a dose, +15%).
L’organizzazione no profit denuncia anche le clausole secondo le quali il Sudafrica deve chiedere il permesso prima di cedere o vendere le dosi già acquistate da Astrazeneca, J&J e Pfizer. Dopo aver visionato il materiale, l’avvocato Fatima Hassan fondatrice della Health justice initiative ha parlato «di pernicioso bullismo farmaceutico e mano pesante». Ha aggiunto: «I termini e le condizioni di questi contratti e accordi sono così unilaterali e così a favore delle multinazionali, che sono incredibili».
Per quanto riguarda gli accordi fra Pfizer laboratories e il governo della Repubblica del Sudafrica, in base al contratto di produzione e fornitura stipulato attraverso il dipartimento nazionale della Salute il 30 marzo 2021, furono acquistati 20 milioni di dosi a 10 dollari l’una, per un totale di 200 milioni di dollari. Secondo la Ong, si trattava comunque di un prezzo superiore al prezzo di costo di 6,75 dollari che sarebbe stato addebitato all’Unione africana.
Il pagamento anticipato non superava i 40 milioni di dollari. Numeri bassissimi, rispetto alla spesa fatta dalla Ue in casa Pfizer, con il portafoglio dei contribuenti. A ottobre 2020, l’Unione europea dichiarò di aver pagato circa 1 miliardo di euro in acconti ad Astrazeneca, Sanofi e Johnson & Johnson per le loro vaccinazioni, con ulteriori 1,45 miliardi di euro stanziati per pagamenti anticipati a Pfizer-Biontech, Moderna e Curevac.
Dopo il terzo contratto con Pfizer, concordato in forma privata da von der Leyen con l’ad Bourla, a maggio 2021 il commissario Ue per la Salute e la sicurezza alimentare, Stella Kyriakides, proclamò: «Dobbiamo essere un passo avanti al virus. Ciò significa avere accesso a vaccini adattati per proteggerci dalla minaccia di varianti, vaccini di richiamo per prolungare l’immunità e proteggere la nostra popolazione più giovane».
Si è visto bene che così non è stato. E adesso si acquista un vaccino non aggiornato rispetto a varianti che mutano rapidamente, pur non risultando pericolose.
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Confessione choc dell’Oms: dopo aver obbligato mezzo mondo ai lockdown, ammette che la misura peggiora la diffusione del virus. Svelati i contratti di Pfizer & C.: l’Ue ci ha fatto pagare i vaccini il doppio del Sudafrica.Svelati i contratti tra Città del Capo e Pfizer: le dosi sono costate 10 dollari, contro i 18,9 sborsati da Bruxelles. All’Unione africana ne hanno chiesti meno di 7. È il capolavoro degli acquisti centralizzati e dei negoziati via messaggio tra Ursula Von der Leyen e Albert Bourla.Lo speciale contiene due articoli.La verità, a volte, ti scappa anche se non vuoi. Ad esempio, capita che l’ennesima dimostrazione che i lockdown furono inutili - anzi, dannosi - emerga nel bel mezzo di un discorso sull’aumento dei contagi da Covid. Uno sproloquio sulle «tendenze preoccupanti» in vista dell’autunno e dell’inverno, per citare la formula usata da Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell’Oms. Guardate cosa è spuntato tra le pieghe dei messaggi allarmistici che tornano a rimbalzare, guarda caso, in concomitanza con l’approvazione dei nuovi vaccini. Maria Van Kerkhove, responsabile tecnica dell’Organizzazione mondiale della sanità, l’altro giorno stava riferendo che l’agenzia Onu stima vi siano «centinaia di migliaia di persone ricoverate in ospedale», per colpa delle nuove varianti in circolazione, Pirola ed Eris, per ora dominante in Italia. Secondo l’esperta, «questo dato è preoccupante, perché, in alcuni Paesi, si verificheranno mesi più freddi». Proprio una bella scoperta, penserete: da ottobre in avanti, le temperature si abbassano e diventano più frequenti i classici malanni. Non serviva ce lo spiegasse l’Oms. Vero. Ma leggete quale sarebbe il problema: con il gelo, «le persone tenderanno a trascorrere più tempo in casa e i virus aerotrasportati come il Covid ne trarranno vantaggio».Un momento: abbiamo capito bene? La stagione fredda moltiplicherà le infezioni poiché, anziché passare il tempo all’aperto, la gente rimarrà al calduccio fra quattro mura? Non vi suona un tantino bizzarro? A noi sì. Ricordate? All’inizio della pandemia, le disposizioni erano diverse: «State a casa». Era il motto del governo Conte, rilanciato dai Vip che filmavano la loro routine domestica, diffuso urbi et orbi sui canali social. Ci eravamo fidati: se i luminari sostengono che è meglio barricarsi, avranno delle buone ragioni. Gli italiani, atterriti dai bollettini quotidiani della Protezione civile e dalle drammatiche testimonianze che arrivavano dalle terapie intensive, furono uno dei popoli che con maggior sollecitudine si conformò all’ordine di confinamento. Adesso, con la stessa sicumera, i numi tutelari della sanità pubblica ci spiegano che, a tre anni e mezzo dal tampone sul paziente 1 di Codogno, dovremmo avere ancora paura. E come mai? Perché il freddo ci costringerà a fare esattamente la stessa cosa che ci chiedevano, o meglio, che ci imponevano di fare: tapparci in casa. Qualche sospetto era sorto già mentre i reclusi strimpellavano dai balconi. A ogni comparsata televisiva, le autorità promettevano svolte nell’arco di due settimane; in realtà, la serrata iniziò a marzo 2020 e i casi di Covid non iniziarono a declinare prima di metà aprile, tanto che la «fase 2» partì solamente il 3 maggio. Vuoi vedere che riunire famiglie a volte numerose sotto uno stesso tetto, ossia in un luogo nel quale è impossibile adottare misure di distanziamento e isolamento, ha favorito la diffusione del virus, piuttosto che arrestarla? Chi coltivava il dubbio era trattato da negazionista. Poi, comparvero le parziali ammissioni. Si osservò che d’estate, con una vita meno sedentaria, le occasioni di contagio tendevano a ridursi. Con l’approssimarsi delle festività natalizie, all’improvviso, furono gli assembramenti in sala da pranzo a configurare l’emergenza da affrontare con finestre spalancate e mascherine tra una portata e l’altra. Insomma, i «competenti» rispolverarono i sempreverdi manuali di epidemiologia. Ormai, lo confessa persino l’Oms: al chiuso, le infezioni aumentano. Per arrivarci, sarebbe bastata un’infarinata sulle modalità di trasmissione aerea degli agenti patogeni. Fatto sta che l’ente delle Nazioni Unite, non volendo, inchioda alla loro assurdità le misure che ci venivano propinate come l’unica ancora di salvezza.Peraltro, la sortita della Van Kerkhove segue a stretto giro lo studio dell’Irccs Gaslini di Genova, che ha certificato l’ennesimo effetto collaterale dei lockdown: un’impennata di casi di pubertà precoce, trainati dall’aumento di massa corporea nei mesi di immobilità forzata, specie tra le bambine. E non stiamo a rivangare ogni strascico esiziale dei diktat: visite e screening oncologici saltati, terapie mai eseguite… Ce n’è in abbondanza per confermare l’urgenza della commissione d’inchiesta. Come stanno le cose l’abbiamo capito, sì. Ma se a metterle nero su bianco fosse il Parlamento, otterremmo il crisma dell’ufficialità. Cominceremmo a organizzare in un resoconto sistematico e coerente la storia della gestione della pandemia. E, soprattutto, stabiliremmo in modo definitivo quali provvedimenti non andranno mai più adottati, qualora fossimo sorpresi da una nuova pandemia. In attesa che, a qualcuno, venga voglia di indagare a fondo sui vaccini.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/covid-chiudersi-casa-aumenta-contagi-2665090922.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="abbiamo-pagato-i-vaccini-piu-del-sudafrica" data-post-id="2665090922" data-published-at="1694168989" data-use-pagination="False"> Abbiamo pagato i vaccini più del Sudafrica Il Sudafrica ha pagato il vaccino Pfizer quasi il 50% in meno di quanto contrattato dall’Europa. Al colosso farmaceutico diede 10 dollari a dose, rispetto ai 18,9 dollari versati dalla Ue. Per carità, ben venga che Paesi terzi, soprattutto se a basso reddito, riescano ad accaparrarsi un farmaco a costi ridotti, però è singolare che l’unico membro africano del G20 (e con reddito medio alto), abbia speso di più per il vaccino Astrazeneca e per quello di Johnson & Johnson, mentre ha ottenuto un forte sconto là dove la nostra Ue ha miseramente fallito. Prima, con il negoziato condotto da Sandra Gallina della direzione generale Salute della Commissione europea, con i contratti di pre acquisto per i vaccini, e che ci fece pagare ogni dose di Pfizer 18,9 dollari (15,5 euro). Poi, quando nelle trattative subentrò il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen e i costi ebbero un’ulteriore impennata. Ricorderete lo scambio degli sms con il numero uno del colosso farmaceutico, Albert Bourla, svelato dal New York Times ad aprile 2021, e il cui contenuto è rimasto ignoto perché i messaggi «non si trovano più» e «non è stata tenuta alcuna registrazione», stando alle sconcertanti dichiarazioni della Commissione stessa. Quegli accordi confidenziali quanto influirono sul prezzo delle ulteriori dosi concordate? Sebbene l’Ue avesse già firmato due accordi per 600 milioni di dosi con Pfizer, a inizio 2021 furono ordinati altri 900 milioni di dosi di vaccino, con l’opzione di acquistare ulteriori 900 milioni, per un valore di 35 miliardi di euro. Il costo lievitò da 15,5 euro (18,9 dollari) a 19,5 euro (23,15 dollari), grazie alle trattative contrattuali condotte direttamente dalla von der Leyen che chiedeva di riservare ancora 1,8 miliardi di dosi. Anche la Corte dei conti europea confermò che con quel contratto qualcosa «è andato diversamente». Un flop colossale della centralizzazione degli acquisti di vaccino, per il quale stanno ancora pagando i cittadini europei. Il Sudafrica, invece, è riuscito a spuntare un costo quasi dimezzato. Lo si può vedere dai contratti non oscurati, che la Ong Health justice initiative è riuscita ad avere dal Dipartimento nazionale della sanità sudafricano, dopo il pronunciamento nei giorni scorsi dell’alta Corte di Pretoria. Tutti i contratti relativi al vaccino Covid-19 e i documenti relativi alle negoziazioni dovevano essere resi pubblici entro 10 giorni dalla sentenza. In quei documenti, citati da Politico.eu, sono indicati i prezzi pagati al Serum Institute of India, produttore del vaccino Oxford/Astrazeneca (5,35 dollari per dose, contro 2,17 dollari versati dall’Ue. Circa due volte e mezzo in più) e a J&J per Janssen (10 dollari a dose, +15%). L’organizzazione no profit denuncia anche le clausole secondo le quali il Sudafrica deve chiedere il permesso prima di cedere o vendere le dosi già acquistate da Astrazeneca, J&J e Pfizer. Dopo aver visionato il materiale, l’avvocato Fatima Hassan fondatrice della Health justice initiative ha parlato «di pernicioso bullismo farmaceutico e mano pesante». Ha aggiunto: «I termini e le condizioni di questi contratti e accordi sono così unilaterali e così a favore delle multinazionali, che sono incredibili». Per quanto riguarda gli accordi fra Pfizer laboratories e il governo della Repubblica del Sudafrica, in base al contratto di produzione e fornitura stipulato attraverso il dipartimento nazionale della Salute il 30 marzo 2021, furono acquistati 20 milioni di dosi a 10 dollari l’una, per un totale di 200 milioni di dollari. Secondo la Ong, si trattava comunque di un prezzo superiore al prezzo di costo di 6,75 dollari che sarebbe stato addebitato all’Unione africana. Il pagamento anticipato non superava i 40 milioni di dollari. Numeri bassissimi, rispetto alla spesa fatta dalla Ue in casa Pfizer, con il portafoglio dei contribuenti. A ottobre 2020, l’Unione europea dichiarò di aver pagato circa 1 miliardo di euro in acconti ad Astrazeneca, Sanofi e Johnson & Johnson per le loro vaccinazioni, con ulteriori 1,45 miliardi di euro stanziati per pagamenti anticipati a Pfizer-Biontech, Moderna e Curevac. Dopo il terzo contratto con Pfizer, concordato in forma privata da von der Leyen con l’ad Bourla, a maggio 2021 il commissario Ue per la Salute e la sicurezza alimentare, Stella Kyriakides, proclamò: «Dobbiamo essere un passo avanti al virus. Ciò significa avere accesso a vaccini adattati per proteggerci dalla minaccia di varianti, vaccini di richiamo per prolungare l’immunità e proteggere la nostra popolazione più giovane». Si è visto bene che così non è stato. E adesso si acquista un vaccino non aggiornato rispetto a varianti che mutano rapidamente, pur non risultando pericolose.
Enrica Bonaccorti (Ansa)
Il grande pubblico la conosce per i suoi trascorsi di conduttrice e opinionista tv, ruoli ricoperti a partire dai primi anni Ottanta e proseguiti in modo pressoché continuativo fino a pochi anni or sono, ma la Bonaccorti, nei suoi 75 anni di vita (era nata a Savona il 18 novembre 1949), ha fatto tantissimo altro. Innanzitutto l’attrice, muovendo i primi passi in ambito teatrale tra il finire degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, in quella Capitale dove si era da poco trasferita con la famiglia. Il suo debutto avviene presso il Teatro alla Ringhiera di Trastevere, uno dei tanti luoghi di sperimentazione e avanguardia della Roma di quel tempo (curiosità: lo spazio era situato in Via dei Riari e i Riario erano una nobile famiglia di origini savonesi, come Enrica), quindi giunge la partecipazione, nel 1970, allo spettacolo Mi è cascata una ragazza nel piatto (dalla pièce dell’inglese Terence Frisby), al fianco di Domenico Modugno e Paola Quattrini. Nello stesso periodo, in virtù della frequentazione di Modugno, si cimenta nella stesura di liriche, co-firmando i testi di due capisaldi del repertorio dell’artista pugliese: Amara terra mia (1971) e l’ancor più celebre La lontananza, uscita l’anno precedente. Al 1973 risale un evento fondamentale nell’esistenza della Bonaccorti: la nascita dell’amata (e unica) figlia Verdiana, frutto della relazione con l’allora marito Daniele Pettinari, regista e sceneggiatore. Nel 1969, intanto, Enrica aveva debuttato al cinema, entrando nel cast del film Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi. Seguirà la partecipazione a numerose pellicole, buona parte delle quali riconducibili ai generi (talvolta fusi tra loro) della commedia e dell’erotismo, quest’ultimo frequentato dalla Bonaccorti in ragione di un fisico procace e statuario, esibito in film come Il maschio ruspante di Antonio Racioppi (1973) e Rag. Arturo De Fanti, bancario precario di Luciano Salce (1980) e in seguito, nel 1982, in un servizio fotografico per la rivista Playboy.
La carriera televisiva, che le darà la piena celebrità, ha inizio come già detto nei primi anni Ottanta, dapprima con le trasmissioni Rai Italia sera (1983-1986) e Pronto, chi gioca? (1985-1987, continuazione del Pronto, Raffaella? condotto dalla Carrà), poi con vari programmi per la Fininvest come La giostra (1987-1988), Cari genitori (1988) e l’indimenticata prima edizione di Non è la Rai (1991-1992). La Bonaccorti è stata anche scrittrice: nel suo ultimo libro, Nove novelle senza lieto fine, pubblicato pochi mesi fa, vi è un componimento in cui, confermando la sua abilità nell’uso delle parole, affronta con ironia ammirevole quella morte che sapeva vicina a causa del carcinoma al pancreas da cui era affetta: «Ho spesso pensato / alla morte / ma non ci ho mai veramente creduto / Soprattutto alla mia / Ora fra anagrafe e acciacchi / qualche dubbio mi assale / E se anch’io fossi mortale? / Ma non voglio sapere / né approfondire / l’idea di morire / mi uccide».
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Non solo talento e allenamento: l’era dei dati entra nelle competizioni e vale miliardi. Dopo l’esperienza di Milano-Cortina 2026, l’intelligenza artificiale spinge performance, strategie e coinvolgimento dei tifosi, con un mercato globale previsto in crescita del 310% entro il 2034.
Alle Olimpiadi Invernali di Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 non si è visto solo talento, fatica e spettacolo. Accanto agli atleti, spesso lontano dalle telecamere, ha lavorato anche un altro protagonista: l’algoritmo. Silenzioso, invisibile, ma sempre più decisivo. È il segno di una trasformazione che non riguarda solo una singola edizione dei Giochi, ma l’intero sistema sportivo.
I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Secondo Fortune Business Insights, il mercato globale dell’intelligenza artificiale applicata allo sport valeva 1,22 miliardi di dollari nel 2025, salirà a 1,43 miliardi nel 2026 e toccherà i 5,01 miliardi entro il 2034. Una crescita del +310% in meno di dieci anni, con un tasso medio annuo del 16,9%. A trainare questa espansione sono soprattutto le decisioni basate sui dati per migliorare le prestazioni e i risultati competitivi, insieme alle soluzioni di coinvolgimento personalizzato dei tifosi. Sempre più diffusa è anche l’analisi predittiva, utilizzata per prevenire infortuni, gestire i carichi di allenamento e programmare lo sviluppo degli atleti, mentre le piattaforme cloud rendono questi strumenti accessibili a squadre e campionati di ogni dimensione.
A Milano-Cortina l’intelligenza artificiale si è vista in modo concreto. Il Comitato Olimpico Internazionale ha presentato Olympic Gpt, un assistente digitale capace di rispondere in tempo reale alle domande degli spettatori su regolamenti, risultati e curiosità. Una sorta di guida virtuale per orientarsi tra gare e classifiche. Dietro le quinte, Olympic Broadcasting Services ha sperimentato strumenti di Ia per catalogare enormi flussi video, creare highlight automatici e arricchire le immagini con dati e analisi in tempo reale. Il salto di uno sciatore «fermato» a mezz’aria, con grafica su velocità e angolo d’atterraggio, non è solo un effetto scenico: è un nuovo modo di raccontare lo sport.
L’intelligenza artificiale però non si limita a descrivere le imprese, contribuisce a costruirle. La snowboarder americana Maddie Mastro ha corretto un errore tecnico grazie alla ricostruzione tridimensionale del suo movimento attraverso modelli basati su IA. La nazionale statunitense di bob e skeleton ha trasformato micro-variazioni e dati in un vantaggio competitivo. Nel pattinaggio di velocità sono stati creati gemelli digitali degli atleti per simulare la resistenza dell’aria, replicando virtualmente ciò che un tempo si faceva in galleria del vento. Secondo Giacinto Fiore e Pasquale Viscanti, fondatori della community Intelligenza Artificiale Spiegata Semplice e organizzatori della Ai Week, l’Ai non sostituisce il talento ma lo amplifica, permettendo di vedere dettagli invisibili e di prendere decisioni migliori in meno tempo. In discipline dove le medaglie si decidono per centesimi, anche una micro-correzione può fare la differenza. Anche l’Italia ha investito in monitoraggi e protocolli scientifici. Le due medaglie d’oro nello sci di Federica Brignone, tornata in gara dopo un grave infortunio, raccontano anche di analisi continue e della collaborazione tra la Federazione Italiana Sport Invernali e partner privati per prevenire ricadute e ottimizzare il rientro. E perfino il curling, diventato popolare grazie ai successi di Stefania Constantini e Amos Mosaner, ha visto l’impiego di sistemi capaci di tracciare traiettorie reali e previsionali in tempo reale, offrendo un supporto tattico che fino a ieri era affidato soprattutto all’intuito.
La trasformazione in atto si muove lungo cinque direttrici principali: l’ottimizzazione delle performance in tempo reale attraverso sensori e dispositivi indossabili; la previsione preventiva degli infortuni grazie all’analisi di dati biometrici e carichi di lavoro; il coinvolgimento personalizzato dei tifosi con contenuti e offerte su misura; lo storytelling automatizzato con riassunti generati in tempo reale; e un modello decisionale sempre più fondato su analisi oggettive di video e dati statistici. La passione resta umana, ma l’infrastruttura che la sostiene è sempre più intelligente. E quanto visto a Milano-Cortina potrebbe essere solo l’inizio.
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Sul fronte macro, il conflitto che coinvolge Usa, Israele e Iran ha riacceso petrolio e gas, riportando al centro il rischio inflazione e la possibilità che la discesa dei tassi diventi più lenta e accidentata. «La situazione geopolitica fragile e il balzo energetico rischiano di mettere in difficoltà molte aziende, con possibili effetti a catena sul fronte dei prestiti e un aumento delle sofferenze», commenta Gaziano, «rendendo il percorso di riduzione dei tassi da parte delle banche centrali molto più accidentato del previsto. Uno scenario che lo stesso Donald Trump non può permettersi a lungo, visto il calo di gradimento tra i suoi sostenitori iniziali dovuto all’incertezza economica». Negli Usa la volatilità sostiene ancora trading e advisory; in Europa, invece, la maggiore dipendenza energetica rende il settore più esposto a uno choc prolungato.
«L’esposizione diretta delle banche europee al conflitto in Medio Oriente è molto limitata e si concentra essenzialmente negli Emirati Arabi Uniti, riguardando due istituti, Standard Chartered e Hsbc», aggiunge Jerome Legras, head of research Axiom Alternative Investments. «Dato ciò», continua, «il meccanismo di trasmissione del rischio dominante per gli istituti di credito del Vecchio continente è quello macroeconomico: uno choc dei prezzi del petrolio che si ripercuote sull’inflazione, sulle aspettative dei tassi di interesse e sulle condizioni di finanziamento in generale, piuttosto che tradursi in perdite dirette di bilancio. Sebbene i fattori geopolitici siano molto diversi, questo scenario macroeconomico non è dissimile da quello osservato durante le prime settimane della guerra in Ucraina. In quell’occasione, l’impatto sui tassi ha pesato di più rispetto a quello sulla qualità degli attivi, grazie alle ingenti riserve detenute dalle banche e ai loro criteri conservativi nella concessione dei prestiti. Resta da vedere se lo stesso vale per una guerra che probabilmente sarà molto più breve».
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