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2018-07-22
Così i contractor stranieri fregano l’Italia
La guerra è profondamente cambiata in questi – quasi – primi vent'anni di millennio: se qualcuno sperava che ci si ammazzasse meno, ha sbagliato. In realtà, la guerra ibrida in corso ha moltiplicato i conflitti in una forma poco regolamentata: avrete notato che le guerre si fanno senza mai dichiararle? E avendo sul campo diplomatici e militari, una volta inconciliabili? Insomma, guerre senza regole con nuovi attori che si confrontano. Questa incertezza ha aumentato la domanda di sicurezza e moltiplicato le minacce, per loro caratteristiche e tipologie, da cui l'apertura di nuove professioni e nuovi mercati.
Intorno alla figura del «contractor» si sono intessuti racconti che incrociano visioni molto diverse, spesso scorrette, ma che testimoniano un grande ritardo normativo nell'interpretare uno scenario che, soprattutto noi italiani, dobbiamo regolare con urgenza. Perché ci stiamo rimettendo alla grande. Le nostre aziende strategiche devono preoccuparsi dei loro uomini nelle aree di crisi. Ma così anche Ong, giornalisti e tutti quei comparti che lavorano dall'Africa al Sud America, in tutti quei Paesi dove il controllo locale non è garantito dalle istituzioni. Spesso la presenza in queste aree non è breve e le commesse girano intorno al paio d'anni almeno, per arrivare a lunghe presenze stabili nel tempo.
Ciò che impone alcune riflessioni riguarda la scelta dei provider di security, designati a svolgere le attività sul campo, in favore di tecnici e operai, manager, direttori ed executives.
L'Italia, come sottolineato, è in ritardo perché la normativa non prevede queste funzioni né imprese che le possano legittimamente offrire e, pertanto, si va a cercarle all'estero: dunque all'estero ci vanno sia gli italiani impiegati a prestare sicurezza sia le aziende italiane, che contrattano imprese straniere per garantire loro sicurezza.
In pratica ci stiamo facendo male da soli.
Come si può immaginare, dietro questi provider internazionali, infatti, trovano posto moltissimi ex funzionari di apparati di intelligence anglosassone, americana e francese.
Fin qui nulla di male. Anzi, si potrebbe pensare ad una garanzia di efficienza. I dubbi sorgono quando l'attenzione viene concentrata non sui servizi specifici erogati, ma sulla gestione delle informazioni a essi connesse.
Per esempio, durante la definizione di un dispositivo di sicurezza per una nostra grande azienda in un'area critica africana, vengono condivise informazioni preziose su destinazioni finali, motivazioni degli spostamenti, tipologia di personale coinvolto, agende dettagliate con riferimenti di sedi di partner e di clienti: ovviamente tutto, per costruire le adeguate misure. Ma che fine fanno queste informazioni? Pochi ci badano, quello che importa è avere la trasferta sicura. Eppure quelle informazioni sono un tesoro, un valore aggiunto importantissimo che diventa un premio importante per le agenzie di sicurezza straniere: in certi casi una «mancia» che vale di più dello stipendio.
Se pensiamo a chi opera (in modo assolutamente legittimo e con elevati livelli di professionalità, sia chiaro) nella gestione di queste security company, non è poi così impensabile che tutte le informazioni raccolte arrivino direttamente all'azienda competitor del Paese di riferimento.
In pratica, con il sistema normativo che abbiamo, le aziende italiane, costrette a comprare sicurezza all'estero, regalano informazioni ai paesi nostri competitor. A tutto ciò è necessario aggiungere che in paesi come la Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia, gli apparati di intelligence nazionali fanno vere e proprie azioni di business intelligence in favore delle proprie aziende critiche che operano all'estero e vi è un fitto scambio di informazioni con i security provider che poi, operativamente, eseguiranno i servizi di tutela all'estero.
Come si spiega quindi la scelta di convergere sulle agenzie straniere da parte delle nostre imprese? Non è la convenienza economica né la professionalità che ci fa esterofili: gli italiani sanno essere competitivi su entrambi i fronti. La scelta è obbligata perché le norme nazionali impediscono queste attività al livello necessario per confrontarsi su un mercato internazionale molto evoluto e competitivo.
Forse è il momento di affrontare la questione seriamente, con tranquilla serietà e un po' di coraggio, senza gelosie tra le parti, per superare le vecchie visioni con cui «si appaltava la guerra».
Marco Lombardi e Mauro Pastorello
Tante sigle estere e qualche affare poco trasparente
Sicurezza, intelligence, contrasto al terrorismo e alla pirateria. Sono solo alcuni dei settori in cui operano le società militari private. Le attività belliche divengono ogni giorno più complesse e - proprio per questo - tali realtà stanno acquisendo un'importanza sempre maggiore per chi opera in territori a rischio. Un business remunerativo, concentrato soprattutto nel mondo anglosassone. Principalmente in America.
Academi, un tempo chiamata Black water, è una società statunitense nata nel 1997 dall'ex Navy seal, Erik Prince, considerato vicino al presidente americano, Donald Trump. La sua sede si trova nella città di Arlington, in Virginia. Pochi anni dopo la fondazione, è diventata famosa per il ruolo ricoperto nel corso delle guerre di Afghanistan e Iraq (non senza polemiche, visto che alcuni dipendenti della società sono stati accusati e condannati per aver ucciso diciassette civili a Baghdad nel 2007). Ad oggi, si tratta di uno dei principali contractor del Dipartimento di Stato americano, occupandosi peculiarmente di protezione del personale diplomatico.
Sempre in Virginia, stavolta ad Ashburn, troviamo poi la Mvm, costituita nel 1979. Da anni, riceve appalti milionari dal Dipartimento di Stato, da quello di Giustizia, oltre che dall'Fbi. Senza poi dimenticare una forte attività per le agenzie americane specializzate nel controllo dei flussi migratori. Ma non soltanto lo Zio Sam. Anche la Gran Bretagna risulta infatti un terreno piuttosto florido di contractor. Pensiamo, per esempio, alla Control risks, con sede a Londra e fondata nel 1975. Acquisita due anni fa dalla canadese Garda world, si tratta di una realtà specializzata in sicurezza e cyber-sicurezza, in forte espansione e attualmente operante in oltre cento Paesi (dall'Europa agli Stati Uniti, passando per il Medio Oriente).
Discorso parzialmente simile vale anche per Aegis defence services: altra grande realtà britannica, con sede a Londra, che dispone di uffici in Medio Oriente (Iraq, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Afghanistan) e Africa (Libia, Mozambico, Somalia). Ma l'universo dei contractor non si ferma al mondo anglosassone. Anche la Francia è presente in questo mercato. Ifs2i, per esempio, è una società d'Oltralpe che fornisce consulenza in materia di sicurezza, assistenza militare privata e formazione di bodyguard. Fondata a Lione nel 2000, si occupa anche di contrasto alle attività terroristiche. Spostandosi più a Est, si arriva in Russia, dove opera la società Rsb-Group, specializzata in intelligence e lotta al terrorismo. Tra l'altro attiva anche in territorio libico. Senza poi trascurare che, nello scacchiere siriano, agirebbe la società privata Wagner. Schierata a fianco delle forze del presidente Bashar Al Assad, svariati suoi membri sarebbero addirittura finiti sotto il fuoco dei bombardamenti statunitensi lo scorso febbraio.
Inoltre, al di là della Siria, questa organizzazione avrebbe svolto un ruolo anche nella guerra del Donbass. La sua natura non è comunque del tutto chiara. Per molti, più che una società privata, risulterebbe un'organizzazione paramilitare o - addirittura - un'unità sotto copertura, dipendente dal governo russo. Infine abbiamo la Cina. Dopo essere stati legalizzati nel 2010, secondo il Financial Times, i contractor locali starebbero man mano rafforzando la propria presenza in territorio estero (dall'Africa al Medio Oriente). Pur con una certa cautela infatti, Pechino sosterrebbe queste società in funzione della difesa dei propri interessi sul fronte internazionale. DeWe, tra i principali contractor cinesi, vanta oggi più di tremila dipendenti (alcuni stanziati fuori dai confini nazionali).
Stefano Graziosi
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Le nostre imprese sono costrette a cercare vigilantes fuori dai confini, data l'assenza di leggi che regolino tale professione. L'ampia presenza nel settore di uomini legati all'intelligence, tuttavia, rischia di generare pericolose fughe di informazioni.Tante sigle estere e qualche affare poco trasparente. A farla da padrone sono le agenzie Usa ma ora anche russi e cinesi scalpitano.Lo speciale contiene due articoliLa guerra è profondamente cambiata in questi – quasi – primi vent'anni di millennio: se qualcuno sperava che ci si ammazzasse meno, ha sbagliato. In realtà, la guerra ibrida in corso ha moltiplicato i conflitti in una forma poco regolamentata: avrete notato che le guerre si fanno senza mai dichiararle? E avendo sul campo diplomatici e militari, una volta inconciliabili? Insomma, guerre senza regole con nuovi attori che si confrontano. Questa incertezza ha aumentato la domanda di sicurezza e moltiplicato le minacce, per loro caratteristiche e tipologie, da cui l'apertura di nuove professioni e nuovi mercati.Intorno alla figura del «contractor» si sono intessuti racconti che incrociano visioni molto diverse, spesso scorrette, ma che testimoniano un grande ritardo normativo nell'interpretare uno scenario che, soprattutto noi italiani, dobbiamo regolare con urgenza. Perché ci stiamo rimettendo alla grande. Le nostre aziende strategiche devono preoccuparsi dei loro uomini nelle aree di crisi. Ma così anche Ong, giornalisti e tutti quei comparti che lavorano dall'Africa al Sud America, in tutti quei Paesi dove il controllo locale non è garantito dalle istituzioni. Spesso la presenza in queste aree non è breve e le commesse girano intorno al paio d'anni almeno, per arrivare a lunghe presenze stabili nel tempo.Ciò che impone alcune riflessioni riguarda la scelta dei provider di security, designati a svolgere le attività sul campo, in favore di tecnici e operai, manager, direttori ed executives. L'Italia, come sottolineato, è in ritardo perché la normativa non prevede queste funzioni né imprese che le possano legittimamente offrire e, pertanto, si va a cercarle all'estero: dunque all'estero ci vanno sia gli italiani impiegati a prestare sicurezza sia le aziende italiane, che contrattano imprese straniere per garantire loro sicurezza.In pratica ci stiamo facendo male da soli.Come si può immaginare, dietro questi provider internazionali, infatti, trovano posto moltissimi ex funzionari di apparati di intelligence anglosassone, americana e francese. Fin qui nulla di male. Anzi, si potrebbe pensare ad una garanzia di efficienza. I dubbi sorgono quando l'attenzione viene concentrata non sui servizi specifici erogati, ma sulla gestione delle informazioni a essi connesse. Per esempio, durante la definizione di un dispositivo di sicurezza per una nostra grande azienda in un'area critica africana, vengono condivise informazioni preziose su destinazioni finali, motivazioni degli spostamenti, tipologia di personale coinvolto, agende dettagliate con riferimenti di sedi di partner e di clienti: ovviamente tutto, per costruire le adeguate misure. Ma che fine fanno queste informazioni? Pochi ci badano, quello che importa è avere la trasferta sicura. Eppure quelle informazioni sono un tesoro, un valore aggiunto importantissimo che diventa un premio importante per le agenzie di sicurezza straniere: in certi casi una «mancia» che vale di più dello stipendio.Se pensiamo a chi opera (in modo assolutamente legittimo e con elevati livelli di professionalità, sia chiaro) nella gestione di queste security company, non è poi così impensabile che tutte le informazioni raccolte arrivino direttamente all'azienda competitor del Paese di riferimento.In pratica, con il sistema normativo che abbiamo, le aziende italiane, costrette a comprare sicurezza all'estero, regalano informazioni ai paesi nostri competitor. A tutto ciò è necessario aggiungere che in paesi come la Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia, gli apparati di intelligence nazionali fanno vere e proprie azioni di business intelligence in favore delle proprie aziende critiche che operano all'estero e vi è un fitto scambio di informazioni con i security provider che poi, operativamente, eseguiranno i servizi di tutela all'estero.Come si spiega quindi la scelta di convergere sulle agenzie straniere da parte delle nostre imprese? Non è la convenienza economica né la professionalità che ci fa esterofili: gli italiani sanno essere competitivi su entrambi i fronti. La scelta è obbligata perché le norme nazionali impediscono queste attività al livello necessario per confrontarsi su un mercato internazionale molto evoluto e competitivo.Forse è il momento di affrontare la questione seriamente, con tranquilla serietà e un po' di coraggio, senza gelosie tra le parti, per superare le vecchie visioni con cui «si appaltava la guerra».Marco Lombardi e Mauro Pastorello<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-i-contractor-stranieri-fregano-litalia-2588706680.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tante-sigle-estere-e-qualche-affare-poco-trasparente" data-post-id="2588706680" data-published-at="1778481166" data-use-pagination="False"> Tante sigle estere e qualche affare poco trasparente Sicurezza, intelligence, contrasto al terrorismo e alla pirateria. Sono solo alcuni dei settori in cui operano le società militari private. Le attività belliche divengono ogni giorno più complesse e - proprio per questo - tali realtà stanno acquisendo un'importanza sempre maggiore per chi opera in territori a rischio. Un business remunerativo, concentrato soprattutto nel mondo anglosassone. Principalmente in America. Academi, un tempo chiamata Black water, è una società statunitense nata nel 1997 dall'ex Navy seal, Erik Prince, considerato vicino al presidente americano, Donald Trump. La sua sede si trova nella città di Arlington, in Virginia. Pochi anni dopo la fondazione, è diventata famosa per il ruolo ricoperto nel corso delle guerre di Afghanistan e Iraq (non senza polemiche, visto che alcuni dipendenti della società sono stati accusati e condannati per aver ucciso diciassette civili a Baghdad nel 2007). Ad oggi, si tratta di uno dei principali contractor del Dipartimento di Stato americano, occupandosi peculiarmente di protezione del personale diplomatico. Sempre in Virginia, stavolta ad Ashburn, troviamo poi la Mvm, costituita nel 1979. Da anni, riceve appalti milionari dal Dipartimento di Stato, da quello di Giustizia, oltre che dall'Fbi. Senza poi dimenticare una forte attività per le agenzie americane specializzate nel controllo dei flussi migratori. Ma non soltanto lo Zio Sam. Anche la Gran Bretagna risulta infatti un terreno piuttosto florido di contractor. Pensiamo, per esempio, alla Control risks, con sede a Londra e fondata nel 1975. Acquisita due anni fa dalla canadese Garda world, si tratta di una realtà specializzata in sicurezza e cyber-sicurezza, in forte espansione e attualmente operante in oltre cento Paesi (dall'Europa agli Stati Uniti, passando per il Medio Oriente). Discorso parzialmente simile vale anche per Aegis defence services: altra grande realtà britannica, con sede a Londra, che dispone di uffici in Medio Oriente (Iraq, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Afghanistan) e Africa (Libia, Mozambico, Somalia). Ma l'universo dei contractor non si ferma al mondo anglosassone. Anche la Francia è presente in questo mercato. Ifs2i, per esempio, è una società d'Oltralpe che fornisce consulenza in materia di sicurezza, assistenza militare privata e formazione di bodyguard. Fondata a Lione nel 2000, si occupa anche di contrasto alle attività terroristiche. Spostandosi più a Est, si arriva in Russia, dove opera la società Rsb-Group, specializzata in intelligence e lotta al terrorismo. Tra l'altro attiva anche in territorio libico. Senza poi trascurare che, nello scacchiere siriano, agirebbe la società privata Wagner. Schierata a fianco delle forze del presidente Bashar Al Assad, svariati suoi membri sarebbero addirittura finiti sotto il fuoco dei bombardamenti statunitensi lo scorso febbraio. Inoltre, al di là della Siria, questa organizzazione avrebbe svolto un ruolo anche nella guerra del Donbass. La sua natura non è comunque del tutto chiara. Per molti, più che una società privata, risulterebbe un'organizzazione paramilitare o - addirittura - un'unità sotto copertura, dipendente dal governo russo. Infine abbiamo la Cina. Dopo essere stati legalizzati nel 2010, secondo il Financial Times, i contractor locali starebbero man mano rafforzando la propria presenza in territorio estero (dall'Africa al Medio Oriente). Pur con una certa cautela infatti, Pechino sosterrebbe queste società in funzione della difesa dei propri interessi sul fronte internazionale. DeWe, tra i principali contractor cinesi, vanta oggi più di tremila dipendenti (alcuni stanziati fuori dai confini nazionali). Stefano Graziosi
La caserma Tenente Francesco Lillo della Guardia di Finanza di Pavia (Ansa)
È il passaggio, nelle contestazioni lette ad Andrea Sempio, unico indagato per il delitto di Chiara Poggi, durante l’interrogatorio del 6 maggio scorso, che segna il punto di rottura definitivo della nuova inchiesta sul giallo di Garlasco e il cambio radicale della prospettiva investigativa. Nella stessa contestazione i magistrati sostengono che dall’indagine «sono emersi nuovi elementi che destituiscono di qualsiasi fondamento il «movente pornografico» in capo ad Alberto Stasi e per contro forniscono solidi elementi sul tentativo dell’approccio sessuale di Sempio». E subito dopo: «L’emersione delle responsabilità di Sempio si intreccia indissolubilmente con lo sgretolamento della responsabilità di Stasi». La Procura scrive anche che «l’attività investigativa svolta nel presente procedimento ha fatto venire alla luce circostanze ed elementi fattuali del tutto nuovi rispetto alle indagini dell’epoca e rispetto ai procedimenti successivi», quelli poi finiti in archivio. E vengono sottolineate le «evidenti omissioni» negli atti della sezione di Polizia giudiziaria della Procura di Pavia, ovvero la «Squadretta» che lavorava con l’ex procuratore Mario Venditti. Ma c’è un giorno preciso in cui il destino giudiziario dei due deve essersi praticamente intrecciato. E coincide con la convocazione per l’interrogatorio. Sempio non si presenta. Stasi sì. Quando il verbale di Stasi è ormai chiuso e manca soltanto la rilettura del verbale, la notizia dell’assenza di Sempio arriva anche lì.
L’annotazione che accompagna il verbale descrive perfino un gesto di Stasi: «Due occhiate, la prima all’avvocato Antonio De Rensis e la seconda alla collega Giada Bocellari», con le quali «invita» i due «a guardare la telecamera, verosimilmente al fine di ricordare loro che la registrazione è ancora attiva». È De Rensis in quel momento a spiegare che «hanno battuto la notizia gli organi di stampa, non è un’indiscrezione…». E arriva la frase secca: «Totale mancanza di rispetto». Stasi la pronuncia a bassa voce, ma abbastanza forte da restare impressa nella registrazione. Solo pochi istanti prima l’interrogatorio era andato dritto sul punto focale dell’inchiesta: i video intimi tra Chiara e Alberto. La domanda è precisa: Chiara gli aveva mai detto che il fratello Marco fosse a conoscenza dell’esistenza di quei video? La risposta arriva esitante, frammentata: «Oggi non mi ricordo, ma direi di no! Tendo ad escluderlo… ecco». La Procura ipotizza che Marco conoscesse l’esistenza di quei file e che Sempio possa essere riuscito a copiarli dal computer di casa Poggi o a sottrarli da una pen drive. Marco Poggi, invece, nel suo ultimo verbale ha dichiarato: «Non mi so dare una spiegazione. L’unica plausibile, seppure assurda, visto che nell’intercettazione si parla di una chiavetta con video intimi, è che Sempio ha preso una penna usb che c’era in camera di Chiara e se l’è portata a casa». Del video era a conoscenza anche una delle cugine di Chiara, Stefania Cappa. Ma c’è un altro dato che emerge con forza dagli interrogatori: secondo Stasi, Chiara non gli parlò mai di Sempio. Né di avance. Né delle tre telefonate effettuate tra il 7 e l’8 agosto 2007 (che oggi vengono considerate un indizio importante). Quando il procuratore Fabio Napoleone gli chiede se Chiara gli avesse mai riferito di quei contatti, la risposta è netta: «No… non me l’ha riferito… non l’ha fatto». E poi una riflessione più lunga, quasi un tentativo di dare un senso a quel silenzio: «Non saprei dare un motivo... del perché non me l’ha detto, però sicuramente non me l’ha detto». Poi il procuratore cambia prospettiva e gli chiede direttamente se Chiara gli avesse mai parlato di Sempio. La risposta è ancora più secca: «No, no. Mai visto, mai sentito, confermo che prima di leggere quelle sit non sapevo neanche esistesse». Il riferimento è alle informazioni testimoniali raccolte all’epoca dalla Procura di Vigevano. E proprio lì emerge un dettaglio rimasto negli anni uno dei più controversi dell’intera vicenda: lo scontrino del parcheggio. «Mi aveva personalmente incuriosito, insospettito, la questione dello scontrino», afferma Stasi, «mi aveva lasciato un po’ sorpreso, perché io normalmente non conservo uno scontrino del parcheggio per anni e lo esibisco al bisogno». Nel 2017, però, fu sufficiente a scagionare Sempio.
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Figlio di immigrati della Lucania, Rocco Anthony Petrone fu direttore di lancio e dell’intero programma spaziale
Andrea Sempio e Chiara Poggi (Ansa)
Ogni giorno infatti veniamo a conoscenza di fatti che inducono a chiederci se davvero quella sull’omicidio di una ragazza di appena 26 anni fu un’inchiesta condotta male, con scarsa professionalità degli inquirenti, o piuttosto si sia tratto di qualche cosa di più grave, ovvero di un vero e proprio depistaggio per salvare un colpevole. Come abbiamo appreso dal caso Tortora in poi, si può finire dietro le sbarre per la trascuratezza di chi ha il compito di indagare. Si può essere arrestati per uno scambio di persona, come avvenne con Daniele Barillà, un piccolo imprenditore che ebbe la sventura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, cosa che gli costò sette anni di prigione da innocente. Si può essere trascinati in manette dentro un’auto della polizia perché nessuno si è premurato di controllare un numero di telefono, oppure perché si è fatta una chiamata dal cellulare sbagliato. Tutto ciò attiene agli errori giudiziari o se preferite agli orrori della nostra giustizia. Ma il caso Garlasco è diverso. Nella vicenda che ha portato alla condanna di Alberto Stasi e all’archiviazione delle accuse contro Andrea Sempio c’è qualche cosa che va oltre la negligenza degli inquirenti e apre la strada all’idea che per interessi estranei all’inchiesta, forse per denaro, si volesse salvare il commesso di un negozio di computer.
L’inchiesta ancora aperta contro l’ex procuratore di Pavia, del resto, suppone la corruzione e accusa il padre di Sempio di aver pagato decine di migliaia di euro. Ovviamente le accuse devono essere provate e convalidate da una sentenza definitiva. Tuttavia, nelle carte ci sono infinite stranezze che inducono a sospettare che qualche cosa di anomalo sia avvenuto. Per esempio i contatti tra Sempio e gli uomini della polizia giudiziaria, così inusuali e prolungati. Oppure gli interrogatori degli amici di Marco Poggi, il fratello della vittima. Tutti effettuati alla stessa ora dagli stessi ufficiali di polizia giudiziaria, quasi che invece di singoli fossero collettivi. Oppure i verbali che riportano la testimonianza dello stesso Sempio, ma non le interruzioni e soprattutto l’intervento di un’ambulanza in soccorso del commesso, il quale, di fronte alle domande degli inquirenti, si sarebbe sentito male, ma gli investigatori avrebbero taciuto del malessere ai pm. Tutti errori, tutte dimenticanze casuali? Sarà, ma gli stessi magistrati hanno iscritto nel registro degli indagati chi aveva il compito di investigare. E quando mai si è visto che l’ex procuratore e una squadra di agenti di polizia giudiziaria finissero accusati di aver nascosto degli indizi o, peggio, di essersi fatti corrompere dalle persone su cui dovevano indagare?
L’ultima notizia riguarda un’ex pm che sostenne l’accusa contro Stasi, che una volta lasciata Pavia per Milano, dove ha ricoperto la carica di sostituta procuratrice generale, per i familiari di Chiara Poggi sarebbe stata la persona a cui rivolgersi per cercare di fermare l’inchiesta bis contro Andrea Sempio. In pratica, i genitori della vittima speravano di poter impedire che si tornasse a indagare sul delitto attraverso un intervento dall’alto, cioè della Procura generale di Milano. Un esposto contro i pm di Pavia per fermare l’inchiesta, che secondo i Poggi sarebbe stato suggerito dall’ex pubblico ministero, è il perfetto corollario di una vicenda dove appare chiaro che l’errore giudiziario è l’aspetto minore e meno inquietante.
A Garlasco emerge una commistione di interessi e di pressioni che nulla hanno a che fare con la giustizia. C’è un giallo nel giallo, che va oltre l’assassinio di Chiara, e coinvolge chi aveva il compito di fare le indagini e assicurare alla giustizia il colpevole ma non lo ha fatto. In questo caso, a prescindere da Stasi e Sempio, nulla torna. Io mi auguro che prima o poi si stabilisca in via definitiva chi è il killer della giovane. Ma mi domando anche come evitare che un domani non si ripeta un caso del genere, con magistrati accusati di essersi fatti corrompere e uomini della polizia giudiziaria imputati di aver lavorato per salvare i colpevoli invece di consegnarli alla giustizia.
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Luca Zaia (Imagoeconomica)
Tanto più se questo romanzo è forte come dice lei. «Spaccherà», ha anticipato infatti. Perciò noi non vediamo l’ora di leggerlo: siamo sicuri che il suo romanzo spaccherà davvero tutto. Ma proprio tutto. Forse persino il centrodestra.
Non conosciamo ancora la trama del suo capolavoro, infatti, ma conosciamo le trame, assai meno avvincenti, che si stanno tessendo a Roma. Per esempio, si è parlato della sua partecipazione a quella che i giornali hanno definito la «convention anti Tajani» con il governatore della Calabria, Roberto Occhiuto. Notizia smentita: si sa, certi retroscenisti politici sanno inventare storie più che i grandi romanzieri come lei. Però capirà che il dubbio resta: ce lo siamo chiesti tante volte negli ultimi tempi, mentre lei si esprimeva a favore dell’eutanasia («il fine vita è un diritto»), della legalizzazione della cannabis («non fa male alla salute») e delle politiche gender («scelta di civiltà»): a chi è, caro Zaia, che sta strizzando l’occhio (o anche solo l’Occhiuto)?
Trevigiano di Godega di Sant’Urbano, diplomato alla scuola enologica e poi laureato in agraria a Udine, per molti anni pr nelle discoteche del Veneto, autodefinitosi «pannelliano» e «gandhiano», leghista dai primi anni Novanta, consigliere comunale dal 1993, quindi presidente della provincia di Treviso (1998-2005), vicepresidente del Veneto (2005-2008), ministro dell’agricoltura (2008-2010) e presidente del Veneto (2010-2025), dopo che le è stato negato il terzo mandato ha optato per la carica di presidente del Consiglio regionale. E nel frattempo si tiene le mani libere per scrivere romanzi e non solo. Da qualche tempo lei si dedica a un’altra iniziativa editoriale di successo, un podcast intitolato Il fienile e girato proprio tra le balle. Di fieno, per il momento.
Ovvio: «O di paglia o di fieno, purché il corpo sia pieno», dicevano i nostri vecchi. Ma leggendo la notizia del romanzo «che spacca» ci è venuto un dubbio: non è che lei sta diventando come Veltroni? Ci pensi: scrive saggi ma anche romanzi, è vicino a chi sta con Tajani ma anche a chi fa l’anti Tajani, sostiene la politica del centrodestra ma anche i temi etici del centrosinistra. Se il suo romanzo s’intitolerà «I care» e il protagonista porterà le camicie botton down, allora capiremo che la trasformazione è compiuta. Del resto gli Happy Days ce li ha avuti pure lei. Meno felici altri giorni, quelli del Covid, quando era in prima fila per la campagna vaccinale (o «vaginale» come disse con una delle sue clamorose gaffe). Ricordo che allora citò i versi di un grande poeta del 233 a.C. Eracleonte da Gela.
Un poeta, ovviamente, mai esistito, come il grande centro. Spero che il romanzo non gliel’abbia ispirato lui.
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