True
2018-07-22
Così i contractor stranieri fregano l’Italia
La guerra è profondamente cambiata in questi – quasi – primi vent'anni di millennio: se qualcuno sperava che ci si ammazzasse meno, ha sbagliato. In realtà, la guerra ibrida in corso ha moltiplicato i conflitti in una forma poco regolamentata: avrete notato che le guerre si fanno senza mai dichiararle? E avendo sul campo diplomatici e militari, una volta inconciliabili? Insomma, guerre senza regole con nuovi attori che si confrontano. Questa incertezza ha aumentato la domanda di sicurezza e moltiplicato le minacce, per loro caratteristiche e tipologie, da cui l'apertura di nuove professioni e nuovi mercati.
Intorno alla figura del «contractor» si sono intessuti racconti che incrociano visioni molto diverse, spesso scorrette, ma che testimoniano un grande ritardo normativo nell'interpretare uno scenario che, soprattutto noi italiani, dobbiamo regolare con urgenza. Perché ci stiamo rimettendo alla grande. Le nostre aziende strategiche devono preoccuparsi dei loro uomini nelle aree di crisi. Ma così anche Ong, giornalisti e tutti quei comparti che lavorano dall'Africa al Sud America, in tutti quei Paesi dove il controllo locale non è garantito dalle istituzioni. Spesso la presenza in queste aree non è breve e le commesse girano intorno al paio d'anni almeno, per arrivare a lunghe presenze stabili nel tempo.
Ciò che impone alcune riflessioni riguarda la scelta dei provider di security, designati a svolgere le attività sul campo, in favore di tecnici e operai, manager, direttori ed executives.
L'Italia, come sottolineato, è in ritardo perché la normativa non prevede queste funzioni né imprese che le possano legittimamente offrire e, pertanto, si va a cercarle all'estero: dunque all'estero ci vanno sia gli italiani impiegati a prestare sicurezza sia le aziende italiane, che contrattano imprese straniere per garantire loro sicurezza.
In pratica ci stiamo facendo male da soli.
Come si può immaginare, dietro questi provider internazionali, infatti, trovano posto moltissimi ex funzionari di apparati di intelligence anglosassone, americana e francese.
Fin qui nulla di male. Anzi, si potrebbe pensare ad una garanzia di efficienza. I dubbi sorgono quando l'attenzione viene concentrata non sui servizi specifici erogati, ma sulla gestione delle informazioni a essi connesse.
Per esempio, durante la definizione di un dispositivo di sicurezza per una nostra grande azienda in un'area critica africana, vengono condivise informazioni preziose su destinazioni finali, motivazioni degli spostamenti, tipologia di personale coinvolto, agende dettagliate con riferimenti di sedi di partner e di clienti: ovviamente tutto, per costruire le adeguate misure. Ma che fine fanno queste informazioni? Pochi ci badano, quello che importa è avere la trasferta sicura. Eppure quelle informazioni sono un tesoro, un valore aggiunto importantissimo che diventa un premio importante per le agenzie di sicurezza straniere: in certi casi una «mancia» che vale di più dello stipendio.
Se pensiamo a chi opera (in modo assolutamente legittimo e con elevati livelli di professionalità, sia chiaro) nella gestione di queste security company, non è poi così impensabile che tutte le informazioni raccolte arrivino direttamente all'azienda competitor del Paese di riferimento.
In pratica, con il sistema normativo che abbiamo, le aziende italiane, costrette a comprare sicurezza all'estero, regalano informazioni ai paesi nostri competitor. A tutto ciò è necessario aggiungere che in paesi come la Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia, gli apparati di intelligence nazionali fanno vere e proprie azioni di business intelligence in favore delle proprie aziende critiche che operano all'estero e vi è un fitto scambio di informazioni con i security provider che poi, operativamente, eseguiranno i servizi di tutela all'estero.
Come si spiega quindi la scelta di convergere sulle agenzie straniere da parte delle nostre imprese? Non è la convenienza economica né la professionalità che ci fa esterofili: gli italiani sanno essere competitivi su entrambi i fronti. La scelta è obbligata perché le norme nazionali impediscono queste attività al livello necessario per confrontarsi su un mercato internazionale molto evoluto e competitivo.
Forse è il momento di affrontare la questione seriamente, con tranquilla serietà e un po' di coraggio, senza gelosie tra le parti, per superare le vecchie visioni con cui «si appaltava la guerra».
Marco Lombardi e Mauro Pastorello
Tante sigle estere e qualche affare poco trasparente
Sicurezza, intelligence, contrasto al terrorismo e alla pirateria. Sono solo alcuni dei settori in cui operano le società militari private. Le attività belliche divengono ogni giorno più complesse e - proprio per questo - tali realtà stanno acquisendo un'importanza sempre maggiore per chi opera in territori a rischio. Un business remunerativo, concentrato soprattutto nel mondo anglosassone. Principalmente in America.
Academi, un tempo chiamata Black water, è una società statunitense nata nel 1997 dall'ex Navy seal, Erik Prince, considerato vicino al presidente americano, Donald Trump. La sua sede si trova nella città di Arlington, in Virginia. Pochi anni dopo la fondazione, è diventata famosa per il ruolo ricoperto nel corso delle guerre di Afghanistan e Iraq (non senza polemiche, visto che alcuni dipendenti della società sono stati accusati e condannati per aver ucciso diciassette civili a Baghdad nel 2007). Ad oggi, si tratta di uno dei principali contractor del Dipartimento di Stato americano, occupandosi peculiarmente di protezione del personale diplomatico.
Sempre in Virginia, stavolta ad Ashburn, troviamo poi la Mvm, costituita nel 1979. Da anni, riceve appalti milionari dal Dipartimento di Stato, da quello di Giustizia, oltre che dall'Fbi. Senza poi dimenticare una forte attività per le agenzie americane specializzate nel controllo dei flussi migratori. Ma non soltanto lo Zio Sam. Anche la Gran Bretagna risulta infatti un terreno piuttosto florido di contractor. Pensiamo, per esempio, alla Control risks, con sede a Londra e fondata nel 1975. Acquisita due anni fa dalla canadese Garda world, si tratta di una realtà specializzata in sicurezza e cyber-sicurezza, in forte espansione e attualmente operante in oltre cento Paesi (dall'Europa agli Stati Uniti, passando per il Medio Oriente).
Discorso parzialmente simile vale anche per Aegis defence services: altra grande realtà britannica, con sede a Londra, che dispone di uffici in Medio Oriente (Iraq, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Afghanistan) e Africa (Libia, Mozambico, Somalia). Ma l'universo dei contractor non si ferma al mondo anglosassone. Anche la Francia è presente in questo mercato. Ifs2i, per esempio, è una società d'Oltralpe che fornisce consulenza in materia di sicurezza, assistenza militare privata e formazione di bodyguard. Fondata a Lione nel 2000, si occupa anche di contrasto alle attività terroristiche. Spostandosi più a Est, si arriva in Russia, dove opera la società Rsb-Group, specializzata in intelligence e lotta al terrorismo. Tra l'altro attiva anche in territorio libico. Senza poi trascurare che, nello scacchiere siriano, agirebbe la società privata Wagner. Schierata a fianco delle forze del presidente Bashar Al Assad, svariati suoi membri sarebbero addirittura finiti sotto il fuoco dei bombardamenti statunitensi lo scorso febbraio.
Inoltre, al di là della Siria, questa organizzazione avrebbe svolto un ruolo anche nella guerra del Donbass. La sua natura non è comunque del tutto chiara. Per molti, più che una società privata, risulterebbe un'organizzazione paramilitare o - addirittura - un'unità sotto copertura, dipendente dal governo russo. Infine abbiamo la Cina. Dopo essere stati legalizzati nel 2010, secondo il Financial Times, i contractor locali starebbero man mano rafforzando la propria presenza in territorio estero (dall'Africa al Medio Oriente). Pur con una certa cautela infatti, Pechino sosterrebbe queste società in funzione della difesa dei propri interessi sul fronte internazionale. DeWe, tra i principali contractor cinesi, vanta oggi più di tremila dipendenti (alcuni stanziati fuori dai confini nazionali).
Stefano Graziosi
Continua a leggereRiduci
Le nostre imprese sono costrette a cercare vigilantes fuori dai confini, data l'assenza di leggi che regolino tale professione. L'ampia presenza nel settore di uomini legati all'intelligence, tuttavia, rischia di generare pericolose fughe di informazioni.Tante sigle estere e qualche affare poco trasparente. A farla da padrone sono le agenzie Usa ma ora anche russi e cinesi scalpitano.Lo speciale contiene due articoliLa guerra è profondamente cambiata in questi – quasi – primi vent'anni di millennio: se qualcuno sperava che ci si ammazzasse meno, ha sbagliato. In realtà, la guerra ibrida in corso ha moltiplicato i conflitti in una forma poco regolamentata: avrete notato che le guerre si fanno senza mai dichiararle? E avendo sul campo diplomatici e militari, una volta inconciliabili? Insomma, guerre senza regole con nuovi attori che si confrontano. Questa incertezza ha aumentato la domanda di sicurezza e moltiplicato le minacce, per loro caratteristiche e tipologie, da cui l'apertura di nuove professioni e nuovi mercati.Intorno alla figura del «contractor» si sono intessuti racconti che incrociano visioni molto diverse, spesso scorrette, ma che testimoniano un grande ritardo normativo nell'interpretare uno scenario che, soprattutto noi italiani, dobbiamo regolare con urgenza. Perché ci stiamo rimettendo alla grande. Le nostre aziende strategiche devono preoccuparsi dei loro uomini nelle aree di crisi. Ma così anche Ong, giornalisti e tutti quei comparti che lavorano dall'Africa al Sud America, in tutti quei Paesi dove il controllo locale non è garantito dalle istituzioni. Spesso la presenza in queste aree non è breve e le commesse girano intorno al paio d'anni almeno, per arrivare a lunghe presenze stabili nel tempo.Ciò che impone alcune riflessioni riguarda la scelta dei provider di security, designati a svolgere le attività sul campo, in favore di tecnici e operai, manager, direttori ed executives. L'Italia, come sottolineato, è in ritardo perché la normativa non prevede queste funzioni né imprese che le possano legittimamente offrire e, pertanto, si va a cercarle all'estero: dunque all'estero ci vanno sia gli italiani impiegati a prestare sicurezza sia le aziende italiane, che contrattano imprese straniere per garantire loro sicurezza.In pratica ci stiamo facendo male da soli.Come si può immaginare, dietro questi provider internazionali, infatti, trovano posto moltissimi ex funzionari di apparati di intelligence anglosassone, americana e francese. Fin qui nulla di male. Anzi, si potrebbe pensare ad una garanzia di efficienza. I dubbi sorgono quando l'attenzione viene concentrata non sui servizi specifici erogati, ma sulla gestione delle informazioni a essi connesse. Per esempio, durante la definizione di un dispositivo di sicurezza per una nostra grande azienda in un'area critica africana, vengono condivise informazioni preziose su destinazioni finali, motivazioni degli spostamenti, tipologia di personale coinvolto, agende dettagliate con riferimenti di sedi di partner e di clienti: ovviamente tutto, per costruire le adeguate misure. Ma che fine fanno queste informazioni? Pochi ci badano, quello che importa è avere la trasferta sicura. Eppure quelle informazioni sono un tesoro, un valore aggiunto importantissimo che diventa un premio importante per le agenzie di sicurezza straniere: in certi casi una «mancia» che vale di più dello stipendio.Se pensiamo a chi opera (in modo assolutamente legittimo e con elevati livelli di professionalità, sia chiaro) nella gestione di queste security company, non è poi così impensabile che tutte le informazioni raccolte arrivino direttamente all'azienda competitor del Paese di riferimento.In pratica, con il sistema normativo che abbiamo, le aziende italiane, costrette a comprare sicurezza all'estero, regalano informazioni ai paesi nostri competitor. A tutto ciò è necessario aggiungere che in paesi come la Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia, gli apparati di intelligence nazionali fanno vere e proprie azioni di business intelligence in favore delle proprie aziende critiche che operano all'estero e vi è un fitto scambio di informazioni con i security provider che poi, operativamente, eseguiranno i servizi di tutela all'estero.Come si spiega quindi la scelta di convergere sulle agenzie straniere da parte delle nostre imprese? Non è la convenienza economica né la professionalità che ci fa esterofili: gli italiani sanno essere competitivi su entrambi i fronti. La scelta è obbligata perché le norme nazionali impediscono queste attività al livello necessario per confrontarsi su un mercato internazionale molto evoluto e competitivo.Forse è il momento di affrontare la questione seriamente, con tranquilla serietà e un po' di coraggio, senza gelosie tra le parti, per superare le vecchie visioni con cui «si appaltava la guerra».Marco Lombardi e Mauro Pastorello<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-i-contractor-stranieri-fregano-litalia-2588706680.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tante-sigle-estere-e-qualche-affare-poco-trasparente" data-post-id="2588706680" data-published-at="1767986932" data-use-pagination="False"> Tante sigle estere e qualche affare poco trasparente Sicurezza, intelligence, contrasto al terrorismo e alla pirateria. Sono solo alcuni dei settori in cui operano le società militari private. Le attività belliche divengono ogni giorno più complesse e - proprio per questo - tali realtà stanno acquisendo un'importanza sempre maggiore per chi opera in territori a rischio. Un business remunerativo, concentrato soprattutto nel mondo anglosassone. Principalmente in America. Academi, un tempo chiamata Black water, è una società statunitense nata nel 1997 dall'ex Navy seal, Erik Prince, considerato vicino al presidente americano, Donald Trump. La sua sede si trova nella città di Arlington, in Virginia. Pochi anni dopo la fondazione, è diventata famosa per il ruolo ricoperto nel corso delle guerre di Afghanistan e Iraq (non senza polemiche, visto che alcuni dipendenti della società sono stati accusati e condannati per aver ucciso diciassette civili a Baghdad nel 2007). Ad oggi, si tratta di uno dei principali contractor del Dipartimento di Stato americano, occupandosi peculiarmente di protezione del personale diplomatico. Sempre in Virginia, stavolta ad Ashburn, troviamo poi la Mvm, costituita nel 1979. Da anni, riceve appalti milionari dal Dipartimento di Stato, da quello di Giustizia, oltre che dall'Fbi. Senza poi dimenticare una forte attività per le agenzie americane specializzate nel controllo dei flussi migratori. Ma non soltanto lo Zio Sam. Anche la Gran Bretagna risulta infatti un terreno piuttosto florido di contractor. Pensiamo, per esempio, alla Control risks, con sede a Londra e fondata nel 1975. Acquisita due anni fa dalla canadese Garda world, si tratta di una realtà specializzata in sicurezza e cyber-sicurezza, in forte espansione e attualmente operante in oltre cento Paesi (dall'Europa agli Stati Uniti, passando per il Medio Oriente). Discorso parzialmente simile vale anche per Aegis defence services: altra grande realtà britannica, con sede a Londra, che dispone di uffici in Medio Oriente (Iraq, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Afghanistan) e Africa (Libia, Mozambico, Somalia). Ma l'universo dei contractor non si ferma al mondo anglosassone. Anche la Francia è presente in questo mercato. Ifs2i, per esempio, è una società d'Oltralpe che fornisce consulenza in materia di sicurezza, assistenza militare privata e formazione di bodyguard. Fondata a Lione nel 2000, si occupa anche di contrasto alle attività terroristiche. Spostandosi più a Est, si arriva in Russia, dove opera la società Rsb-Group, specializzata in intelligence e lotta al terrorismo. Tra l'altro attiva anche in territorio libico. Senza poi trascurare che, nello scacchiere siriano, agirebbe la società privata Wagner. Schierata a fianco delle forze del presidente Bashar Al Assad, svariati suoi membri sarebbero addirittura finiti sotto il fuoco dei bombardamenti statunitensi lo scorso febbraio. Inoltre, al di là della Siria, questa organizzazione avrebbe svolto un ruolo anche nella guerra del Donbass. La sua natura non è comunque del tutto chiara. Per molti, più che una società privata, risulterebbe un'organizzazione paramilitare o - addirittura - un'unità sotto copertura, dipendente dal governo russo. Infine abbiamo la Cina. Dopo essere stati legalizzati nel 2010, secondo il Financial Times, i contractor locali starebbero man mano rafforzando la propria presenza in territorio estero (dall'Africa al Medio Oriente). Pur con una certa cautela infatti, Pechino sosterrebbe queste società in funzione della difesa dei propri interessi sul fronte internazionale. DeWe, tra i principali contractor cinesi, vanta oggi più di tremila dipendenti (alcuni stanziati fuori dai confini nazionali). Stefano Graziosi
iStock
La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.
Ansa
Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
Continua a leggereRiduci
Getty Images
La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
Continua a leggereRiduci