- Durante i combattimenti si è sempre fatto ricorso a leggende, foto false o immagini iconiche. Per mobilitare la società . O demonizzare il nemico (anche quello interno).
- Il nuovo rischio: la censura di Stato. Il Digital services act europeo renderà l’informazione più opaca. Il doppio standard dei media occidentali sulle stragi controverse in Ucraina e in Palestina.
- «Oggi nei conflitti conta più di un successo militare. I fact checker? Diffidare». Il grande inviato Toni Capuozzo: «Anche chi va sul campo non è impermeabile alle narrazioni di parte. Noi mostriamo il lato migliore dei soldati, gli islamisti riprendono il rivale che trema».
Lo speciale comprende tre articoli.
«La prima vittima della guerra è la verità» ripetono sempre giornalisti e politici, citando l’aforisma di Eschilo ogni volta che scoppia un conflitto. È il ruolo della propaganda, però, ad essere meno decifrabile, nonostante questa sia connaturata a tutte le guerre e utilizzata anche in tempo di pace, per preparare le guerre. Le radici della propaganda di guerra affondano nel Paleolitico e si ritrovano già nei simboli utilizzati a scopo persuasivo o per terrorizzare il nemico. Prima dell’invenzione della fotografia, per rappresentare la guerra gli artisti dipingono le battaglie, ma sono rappresentazioni idealizzate, lontane dalla realtà del combattimento. Con l’arrivo della fotografia, tutto cambia, ma sorge un problema: le macchine fotografiche sono troppo rudimentali per catturare la dinamicità delle azioni di guerra. I fotografi, soprattutto americani, stringono allora l’inquadratura intorno ai soldati e cominciano a realizzare set fotografici prima e dopo le battaglie. L’intenzione è chiara: rendere omaggio ai soldati e nobilitarne le azioni, per ottenere il consenso delle popolazioni. Nelle democrazie moderne – la cosiddetta «società civile» – i conflitti bellici sono possibili soltanto con il consenso. Non è più immaginabile che una società civile entri in guerra senza consenso ed è a questo che serve la propaganda: a creare il pretesto morale per far passare la guerra come «giusta» e «inevitabile».
Un libriccino particolarmente critico e filopacifista, Falsehood in Wartime, pubblicato a Londra nel 1928 dal barone e diplomatico Arthur Ponsonby, descrive in maniera efficace i principi base della propaganda di guerra durante la prima guerra mondiale, riassumibili in dieci punti: 1) assicurare sempre, anche mentre si entra in guerra, di «non volere la guerra»; 2) dirsi «costretti» a dichiarare la guerra per impedire alla controparte di mettere a ferro e fuoco il pianeta; 3) demonizzare il nemico; 4) sottolineare le atrocità commesse dal nemico e minimizzare le proprie; 5) occultare gli interessi di chi muove guerra e far credere che c’è una causa nobile dietro al conflitto; 6) ammantare di sacralità la propria causa; 7) minimizzare le perdite, enfatizzare quelle del nemico; 8) accusare il nemico di usare armi illegali; 9) far leva su artisti e intellettuali per mobilitare, indignare o commuovere l’opinione pubblica; 10) accusare di mancanza di patriottismo chi critica l’entrata in guerra. Un codice linguistico rimasto invariato nei secoli e attuale ancora oggi.
Certo, Ponsonby si era opposto al coinvolgimento della Gran Bretagna nella Prima guerra mondiale, quindi lui stesso rappresentava un’idea di parte, peraltro minoritaria. Nel suo libro, però, racconta nei dettagli il ruolo svolto dalla propaganda nella Grande guerra elencando molte leggende diffuse dagli alleati per suscitare indignazione: dal soldato canadese crocifisso alla vicenda del bambino belga cui si disse che fossero state tagliate le mani. Ponsonby dedicò attenzione anche alla propaganda in Italia e, ironia della sorte, citò La Stampa, che aveva riportato un documento falsificato per suscitare sentimenti anti-jugoslavi («The document was a forgery […]. Invited to state the source of its information, no reply was ever given») e il Corriere della Sera. È attraverso queste storie – scrisse Ponsonby – che lo sforzo bellico all’inizio del secolo scorso è stato creato e sostenuto.
Durante la Seconda guerra mondiale sono più le foto che i dispacci di guerra ad alimentare la propaganda, per mostrare il conflitto in modo positivo, con l’obiettivo d’incoraggiare lo sforzo militare e il sostegno della popolazione. Sono famose le fotografie di Robert Capa durante lo sbarco in Normandia, che mostrano lo sforzo dei soldati e costituiscono al tempo stesso una potente rappresentazione emotiva dell’eroismo militare. Ma anche i russi ricorsero alla propaganda, come racconta la storia della «falsa» bandiera dell’Unione Sovietica sul Reichstag, issata secondo la leggenda il 30 aprile 1945, come da richiesta di Stalin, che voleva che il Parlamento tedesco fosse occupato entro il primo maggio, Festa dei Lavoratori e giornata di celebrazione in tutta l’Urss. Un coraggioso soldato dell’Armata Rossa si avventurò in effetti il 30 aprile sul tetto del Reichstag per issare una bandiera, ma il vessillo fu rimosso dai tedeschi che resistettero dentro l’edificio altri due giorni. La foto che Stalin fece diffondere fu scattata in realtà il 2 maggio 1945, non fu affatto spontanea e fu anche modificata: uno dei tre soldati scelti per rappresentare la vittoria russa portava due orologi al polso, uno dei quali probabilmente rubato a una vittima (reato allora passibile di pena capitale), nella versione ufficiale il soldato apparve con un solo orologio al polso.
Negli anni Sessanta, con la guerra del Vietnam, tutto cambia. In Vietnam si cominciano a mostrare più foto di vittime rispetto ai conflitti precedenti. Soldati feriti, stremati, disperati e morti: il pubblico scopre l’altra faccia della gloria militare e inevitabilmente tocca con mano l’angoscia per le innumerevoli vittime civili. Un esempio iconico, che si dice abbia cambiato il corso della guerra, è l’immagine della bambina nuda e in lacrime mentre fugge da un bombardamento al napalm. Fu scattata l’8 giugno del 1972 dal fotografo vietnamita di Associated Press (Ap) Nick Ut e fu pubblicata nonostante il regolamento di Ap vietasse la diffusione di nudi, soprattutto bambini. L’opinione pubblica mondiale, soprattutto americana, fu profondamente scossa da quella immagine e pochi mesi dopo, il 30 dicembre 1972, i bombardamenti furono interrotti. C’è da dire che nel momento in cui la foto di Ut finì in prima pagina sui giornali di tutto il mondo con il titolo «Terror of War», il ritiro delle truppe americane dal Vietnam era già stato pianificato, anche a seguito della pubblicazione dei Pentagon Papers e, poco dopo, delle carte del Watergate. Ma quella foto è rimasta iconica e certamente ha spostato molti consensi nell’opinione pubblica.
Anche le foto degli ostaggi dell’Isis in tuta arancione, inginocchiati prima di essere sgozzati, costituiscono la base della propaganda fondamentalista, che ha standard diversi da quella occidentale: servono a mostrare che l’arabo, soggetto dominato e colonizzato, se prende le armi è in grado di ribaltare la situazione e che ama la morte quanto noi amiamo la vita. Servono insomma a spaventare e terrorizzare il nemico e al tempo stesso far esultare la propria opinione pubblica. Non è un caso che anche gli ostaggi israeliani sequestrati lo scorso 7 ottobre portino tute dello stesso colore.
Il resto della propaganda lo fa il rumore di fondo, ossia la diffusione capillare e quotidiana di notizie utili a identificare il «nemico» come colui che minaccia il nostro stile di vita. Questo tipo di pubblicità ci bombarda ogni giorno e il Covid ne è stato l’esempio più illuminante. L’uso di metafore belliche, a partire dal virus identificato come «nemico», non è stato casuale ed è entrato nella testa della gente per sempre.
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