Secondo i magistrati contabili, per rendere le auto «verdi» alla portata di tutti i prezzi dovrebbero dimezzarsi. Il vero problema è nelle batterie e nel mercato dominato dalla Cina: «L’industria Ue non sta al passo senza sussidi e Pechino è pronta a invaderci».- Chery può diventare il secondo produttore. Contratti di solidarietà a Mirafiori fino a settembre.
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Ridurre le emissioni delle auto? È più facile a dirsi che a farsi perché l’industria europea delle batterie è in ritardo rispetto ai concorrenti mondiali, soprattutto cinesi, e questo rischia di non far raggiungere i target al 2035 fissati da Bruxelles in termini di utilizzo di auto elettriche. La raccomandazione arriva dalla Corte dei Conti europea il cui compito è fare da cane da guardia a come viene speso il budget della Ue, ovvero controllare che il denaro dei contribuenti europei sia speso bene e adottando le strategie giuste. Ebbene, in una conferenza stampa ieri è stato spiegato il parere della Corte sul futuro del mercato delle quattro ruote.
La premessa è che per azzerare le emissioni nette entro il 2050 è necessario diminuire le emissioni di carbonio prodotte dalle auto a motore endotermico, esplorare le opzioni di combustibili alternativi e favorire la diffusione dei veicoli elettrici sul mercato di massa. Il Green deal va però conciliato con la sovranità industriale e con l’accessibilità economica per i consumatori. Ebbene, il primo punto non si è finora concretizzato, il secondo risulta non sostenibile su vasta scala e il terzo rischia di essere costoso sia per l’industria che per i consumatori della Ue.
Quello dei veicoli elettrici sta infatti diventando un «rompicapo per la Ue», come l’hanno definito gli auditor della Corte che hanno riscontrato come l’industria europea delle batterie sia in ritardo rispetto ai concorrenti mondiali, mettendo potenzialmente in crisi la capacità interna prima che questa sia al massimo regime. Meno del 10% della produzione mondiale di batterie è localizzata in Europa e per la stragrande maggioranza è in mano ad imprese non europee. A livello mondiale, la Cina rappresenta un impressionante 76%. «Le auto elettriche possono davvero trasformarsi in un doppio dilemma per l’Ue: da un lato, tra le priorità verdi e la politica industriale e, dall’altro, tra le ambizioni ambientali e il portafoglio dei consumatori», ha sottolineato Annemie Turtelboom, membro della Corte. Il divieto di circolazione delle auto a benzina e diesel previsto per il 2035 significa che nella Ue dovranno essere vendute molte più auto elettriche in poco più di un decennio. Ma la strada è piena di buche, lunga e tortuosa. «La Cina domina il mercato, con oltre tre quarti della capacità produttiva globale. Il tallone d’Achille dell’Europa sono le materie prime necessarie per la produzione di batterie: litio, manganese, cobalto e grafite naturale. La Ue è fortemente dipendente dalle importazioni insicure, ovvero da un numero ristretto di Paesi con i quali non ha accordi commerciali, come l’Australia, il Gabon, la Repubblica Democratica del Congo e la stessa Cina». E poi c’è il problema della domanda. «Allo stato attuale, i prezzi dovrebbero dimezzarsi. Né i sussidi pubblici sembrano essere uno strumento politico praticabile per ottenere l’adozione di massa delle auto elettriche. Prendiamo ad esempio il costo delle batterie della Ue, che nel 2020 era di circa 200 euro/kWh, più del doppio dell’obiettivo di 90 euro per il 2022. Ciò significa che la sola industria di produzione costa già una media di 15.000 euro quando viene prodotta in Europa. Di conseguenza, le auto elettriche sono semplicemente inaccessibili per la popolazione», aggiunge Turtelboom. Ricordando che nel 2026 la Commissione europea rivaluterà la situazione come previsto dalla clausola di revisione. Se necessario, potrà modificare il calendario del divieto di vendita delle nuove auto a benzina e diesel. Dovrà stabilire se l’obiettivo del 2025 di 13 milioni di auto elettriche nella Ue è stato raggiunto, dovrà esaminare l’efficacia e l’impatto della regolamentazione sulle emissioni di CO2, ma anche gli sviluppi tecnologici e la fattibilità economica delle auto elettriche. «Ciò significa che il 2026 sarà un anno cruciale».
La Corte dei Conti Ue sottolinea anche che, nonostante un significativo sostegno pubblico, il costo delle batterie prodotte nell’Unione resta molto superiore al previsto. Ciò le rende inevitabilmente meno competitive rispetto a quelle di altri produttori mondiali e potrebbe anche rendere proibitivi i veicoli elettrici europei per una larga parte della popolazione (spoiler: in Italia lo sta già facendo).
Le vendite hanno beneficiato di sovvenzioni pubbliche e hanno riguardato per lo più il segmento dai 30.000 euro in su. Una quota significativa di questo prezzo è rappresentata dalle batterie.
C’è poi il problema dei punti di ricarica che sono ancora troppo pochi e troppo distanti. Al momento dell’audit, risultava estremamente difficile raggiungere l’obiettivo di 1 milione di unità entro il 2025. La disponibilità di stazioni di ricarica varia notevolmente da un Paese all’altro: sono particolarmente rare ad est, mentre il 70% è situato in Francia, Germania e Paesi Bassi. Insomma, conclude Annemie Turtelboom, «l’Unione europea deve trovare una risposta convincente se vuole raggiungere i suoi obiettivi e fare della sua politica un successo».
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