
L'ex vicepresidente scenderà in campo per le primarie presidenziali del Partito repubblicano il 7 giugno: a riportarlo è stata Nbc News.
Che l’ex vicepresidente nutrisse delle ambizioni presidenziali era noto da mesi. E la sua candidatura sarà interessante da analizzare soprattutto alla luce dell’ormai problematico rapporto con l'ex principale, Donald Trump. Ma andiamo con ordine. Storicamente Pence è una figura piuttosto vicina alla destra religiosa. Nel 2016, diede inizialmente il suo appoggio al senatore del Texas, Ted Cruz. Successivamente, una volta vinta la nomination, Trump lo scelse come proprio running mate anche per accattivarsi quegli elettori evangelici che non si fidavano ancora granché di lui. Quel ticket si rivelò alla fine vincente, proprio perché riuscì a mettere insieme una coalizione elettorale eterogenea.
Ora, non è un mistero che i rapporti tra Trump e Pence si siano guastati il 6 gennaio del 2021, dopo che l'allora vicepresidente si rifiutò di bloccare la certificazione dei voti elettorali andati a Joe Biden. Una circostanza che ha messo Pence in una situazione politicamente assai scomoda: da allora, parte significativa della base repubblicana detesta infatti l'ex vicepresidente. E questo rende la sua strada verso la nomination fondamentalmente in salita. Su di lui pesava anche una tegola giudiziaria: aveva infatti rivelato di aver trattenuto inconsapevolmente dei documenti classificati risalenti alla sua attività come numero due alla Casa Bianca. Una tegola che tuttavia non sussiste più, dopo che il Dipartimento di Giustizia ha chiuso la propria indagine, senza muovergli contro delle accuse. Si tratta di una circostanza che Pence userà prevedibilmente per cercare di colpire Trump, attualmente sotto indagine assieme a Biden per aver trattenuto a sua volta degli incartamenti sensibili.
Resta comunque il fatto che non sarà facile per l'ex vicepresidente guadagnare terreno in vista della nomination. Verosimilmente cercherà di fare appello soprattutto al voto evangelico. Tuttavia, da questo punto di vista, si registrano due problemi. Primo: a quel voto sta puntando già il governatore della Florida, Ron DeSantis, che appare al momento un candidato ben più solido dell’ex vicepresidente. In secondo luogo, la storia dimostra come i candidati schiacciati pressoché totalmente sulle posizioni della destra religiosa (Mike Huckabee nel 2008, Rick Santorum nel 2012 e Ben Carson nel 2016) non sono poi in grado di conquistare la nomination.
Infine, ma non meno importante, Pence incontrerà delle difficoltà proprio a causa del suo rapporto con Trump. Per quanto attualmente in dissidio, è pur sempre stato il suo vice alla Casa Bianca per quattro anni. Se cercherà di distanziarsi da lui, rivendicando il comportamento tenuto il 6 gennaio, si alienerà ulteriormente parte consistente della base repubblicana; se dovesse invece avvicinarsi troppo alle posizioni del suo ex principale, sarà considerato un inutile doppione. Insomma, per Pence si preannuncia un percorso a ostacoli. Posto che punti realmente alla nomination e non, magari, a ottenere la guida di qualche dicastero importante in un’eventuale amministrazione repubblicana.






