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2019-01-22
Contro Trump scende in campo la più anti cattolica delle senatrici
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Ansa
Da sempre vicina alle posizioni dell’area liberal del Partito democratico, la Harris è una pasionaria divenuta nota per lo spirito agguerrito con cui ha portato avanti numerose delle proprie battaglie politiche. Battaglie tendenzialmente molto vicine alla sinistra dell’Asinello: non solo si colloca su posizioni radicalmente pro-choice ma è anche una sostenitrice della legalizzazione della cannabis. Ha avversato duramente la defiscalizzazione approvata dai repubblicani nel 2017, mentre si è sempre contraddistinta come fiera oppositrice della linea dura di Trump in materia di immigrazione. In particolare, ha enormemente accresciuto la sua popolarità tra la base liberal quando - a settembre del 2018 - guidò l’opposizione democratica al Senato contro la ratifica della nomina del giudice conservatore, Brett Kavanaugh, accusato di molestie sessuali. Da allora, è diventata una sorta di paladina per buona parte dell’elettorato di sinistra, che la considera un baluardo del progressismo contro il presunto oscurantismo incarnato dai repubblicani. Del resto, già da tempo certa stampa statunitense non fa che celebrarla in questo senso.
Eppure, al di là di certe vulgate un po’ semplicistiche, non sono pochi i problemi che si stagliano all’orizzonte. Innanzitutto bisogna capire quanto un profilo come quello della Harris possa riuscire ad emergere in seno a una competizione elettorale – quella democratica – che si annuncia affollata e rissosa. Nonostante abbia infatti spesso mostrato una certa abilità nel catturare attenzione mediatica, il suo modo di fare politica non risulta esente da profondi difetti. Si tratta di una figura che predilige tendenzialmente battaglie settarie e barricadiere: un elemento che può magari tornare utile in sede di elezioni primarie ma che - di contro - si rivela generalmente controproducente durante la corsa per le presidenziali. Senza poi dimenticare un ulteriore (fondamentale) dettaglio: in numerosi Stati, il Partito democratico pare sia intenzionato a sostituire i caucus (le assemblee ristrette degli iscritti al partito, che di solito favoriscono i candidati radicali) con il sistema delle primarie aperte (molto più amichevole verso i candidati trasversali). Una novità che potrebbe azzoppare un profilo ideologizzato come quello della Harris.
Certo: dalla sua c'è il fatto che venga da un territorio elettoralmente di peso come la California. Ma - vista la sua indole - non è detto che questo basti a farle conquistare la nomination e - men che meno - la Casa Bianca. Non dimentichiamo infatti che sia Bush nel 2004 che Trump nel 2016 abbiano vinto le presidenziali avendo contro il Golden State.
Inoltre, c'è un problema più complesso e ben più profondo della semplice geografia elettorale. Ed è un problema che chiama direttamente in causa il fanatismo crescente che sta sempre più caratterizzando ampi settori della società americana. Fanatismo che un certo giornalismo vorrebbe esclusivamente confinato alle aree dell'estrema destra. Ma che, da anni, si sta facendo largo invece anche a sinistra. Fanatismo di cui la Harris si è fatta assai spesso portavoce. Aizzando una base elettorale spesso invasata, nel più totale dispregio del rispetto e dello stesso buon senso.
Come accennato, in occasione del processo di ratifica della nomina di Kavanaugh, la senatrice californiana si è intestata una battaglia completamente ideologica che, anziché partire dalla pacata analisi dei fatti, ha prodotto un'opposizione cieca e furente. Il tutto basandosi sull'accettazione acritica di "prove", che si sono risolte poi in una bolla di sapone. Ma non è tutto. Perché, poche settimane fa, la senatrice ha dato ulteriore manifestazione di questo suo spirito "particolare". Durante le audizioni al Senato per la conferma di un altro giudice federale (nominato da Trump), la Harris gli ha contestato di appartenere all'associazione cattolica dei Cavalieri di Colombo. Un'associazione che - a detta della senatrice - vieterebbe alle donne la libertà di scelta sull'interruzione di gravidanza. Il cosa ha - neanche a dirlo - suscitato reazioni polemiche (anche da parte della sua compagna di partito, Tulsi Gabbard).
Un fatto evidentemente grave. Che non dimostra solo ignoranza (sia John che Ted Kennedy, tanto per dire, appartenevano ai Cavalieri di Colombo). Ma anche un'intolleranza crescente in seno a determinati settori dell'universo liberal americano: un'intolleranza che, da anni, si scaglia contro confessioni religiose, classici della letteratura, uomini storici del passato. Un'intolleranza che non mira alla comprensione della complessità storica ma che aggredisce, con furia iconoclasta, tutto ciò che non si conformi pedissequamente ai rigidi e mortiferi schemi del politically correct. Si inneggia così all' abbattimento delle statue di Cristoforo Colombo, si censurano i libri di Mark Twain, si decreta la damnatio memoriae di ex presidenti come Woodrow Wilson.
Ecco: è di questo pericoloso andazzo che si nutrono figure politiche come quella di Kamala Harris. Un elemento inquietante. Ma tanto si sa. È soltanto Trump quello che solletica la pancia degli invasati.
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Kamala Harris ha annunciato la propria candidatura alla nomination democratica. Si tratta della quarta discesa in campo, dopo la senatrice del Massachusetts, Elizabeth Warren, la deputata delle Hawaii, Tulsi Gabbard, e l’ex segretario allo Sviluppo Urbano, Julian Castro.Da sempre vicina alle posizioni dell’area liberal del Partito democratico, la Harris è una pasionaria divenuta nota per lo spirito agguerrito con cui ha portato avanti numerose delle proprie battaglie politiche. Battaglie tendenzialmente molto vicine alla sinistra dell’Asinello: non solo si colloca su posizioni radicalmente pro-choice ma è anche una sostenitrice della legalizzazione della cannabis. Ha avversato duramente la defiscalizzazione approvata dai repubblicani nel 2017, mentre si è sempre contraddistinta come fiera oppositrice della linea dura di Trump in materia di immigrazione. In particolare, ha enormemente accresciuto la sua popolarità tra la base liberal quando - a settembre del 2018 - guidò l’opposizione democratica al Senato contro la ratifica della nomina del giudice conservatore, Brett Kavanaugh, accusato di molestie sessuali. Da allora, è diventata una sorta di paladina per buona parte dell’elettorato di sinistra, che la considera un baluardo del progressismo contro il presunto oscurantismo incarnato dai repubblicani. Del resto, già da tempo certa stampa statunitense non fa che celebrarla in questo senso. Eppure, al di là di certe vulgate un po’ semplicistiche, non sono pochi i problemi che si stagliano all’orizzonte. Innanzitutto bisogna capire quanto un profilo come quello della Harris possa riuscire ad emergere in seno a una competizione elettorale – quella democratica – che si annuncia affollata e rissosa. Nonostante abbia infatti spesso mostrato una certa abilità nel catturare attenzione mediatica, il suo modo di fare politica non risulta esente da profondi difetti. Si tratta di una figura che predilige tendenzialmente battaglie settarie e barricadiere: un elemento che può magari tornare utile in sede di elezioni primarie ma che - di contro - si rivela generalmente controproducente durante la corsa per le presidenziali. Senza poi dimenticare un ulteriore (fondamentale) dettaglio: in numerosi Stati, il Partito democratico pare sia intenzionato a sostituire i caucus (le assemblee ristrette degli iscritti al partito, che di solito favoriscono i candidati radicali) con il sistema delle primarie aperte (molto più amichevole verso i candidati trasversali). Una novità che potrebbe azzoppare un profilo ideologizzato come quello della Harris. Certo: dalla sua c'è il fatto che venga da un territorio elettoralmente di peso come la California. Ma - vista la sua indole - non è detto che questo basti a farle conquistare la nomination e - men che meno - la Casa Bianca. Non dimentichiamo infatti che sia Bush nel 2004 che Trump nel 2016 abbiano vinto le presidenziali avendo contro il Golden State.Inoltre, c'è un problema più complesso e ben più profondo della semplice geografia elettorale. Ed è un problema che chiama direttamente in causa il fanatismo crescente che sta sempre più caratterizzando ampi settori della società americana. Fanatismo che un certo giornalismo vorrebbe esclusivamente confinato alle aree dell'estrema destra. Ma che, da anni, si sta facendo largo invece anche a sinistra. Fanatismo di cui la Harris si è fatta assai spesso portavoce. Aizzando una base elettorale spesso invasata, nel più totale dispregio del rispetto e dello stesso buon senso.Come accennato, in occasione del processo di ratifica della nomina di Kavanaugh, la senatrice californiana si è intestata una battaglia completamente ideologica che, anziché partire dalla pacata analisi dei fatti, ha prodotto un'opposizione cieca e furente. Il tutto basandosi sull'accettazione acritica di "prove", che si sono risolte poi in una bolla di sapone. Ma non è tutto. Perché, poche settimane fa, la senatrice ha dato ulteriore manifestazione di questo suo spirito "particolare". Durante le audizioni al Senato per la conferma di un altro giudice federale (nominato da Trump), la Harris gli ha contestato di appartenere all'associazione cattolica dei Cavalieri di Colombo. Un'associazione che - a detta della senatrice - vieterebbe alle donne la libertà di scelta sull'interruzione di gravidanza. Il cosa ha - neanche a dirlo - suscitato reazioni polemiche (anche da parte della sua compagna di partito, Tulsi Gabbard). Un fatto evidentemente grave. Che non dimostra solo ignoranza (sia John che Ted Kennedy, tanto per dire, appartenevano ai Cavalieri di Colombo). Ma anche un'intolleranza crescente in seno a determinati settori dell'universo liberal americano: un'intolleranza che, da anni, si scaglia contro confessioni religiose, classici della letteratura, uomini storici del passato. Un'intolleranza che non mira alla comprensione della complessità storica ma che aggredisce, con furia iconoclasta, tutto ciò che non si conformi pedissequamente ai rigidi e mortiferi schemi del politically correct. Si inneggia così all' abbattimento delle statue di Cristoforo Colombo, si censurano i libri di Mark Twain, si decreta la damnatio memoriae di ex presidenti come Woodrow Wilson. Ecco: è di questo pericoloso andazzo che si nutrono figure politiche come quella di Kamala Harris. Un elemento inquietante. Ma tanto si sa. È soltanto Trump quello che solletica la pancia degli invasati.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».