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2019-10-03
Continua il gioco sporco sull’Iva. Vogliono alzarla ma non l’ammettono
Ansa
L'Iva manda ai pazzi il governo. «Lo stiamo dicendo da settimane, basta con titoli fuorvianti e false ricostruzioni. L'Iva non si aumenta», ha scandito in una nota Laura Castelli, sottosegretario dell'Economia e delle Finanze. Smentendo il titolo della Stampa che recitava «Su Iva nessun tabù, liberi di discutere». Non ha però eccepito nulla sul contenuto dell'articolo nel quale si spiegava che la ridiscussione delle percentuale spetta al Parlamento. Infatti l'aumento Iva uscito dalla porta ritorna quotidianamente dalla finestra.
E impone ai pr dei due partiti di maggioranza continui interventi tampone. «Ancora oggi sui giornali sentiamo parlare di rimodulazione dell'Iva. Lo ribadiamo per l'ennesima volta: no a giochini e giri di parole, l'Iva non deve aumentare», fanno sapere dal quartier generale dei 5 stelle.
«Questo governo nasce su due principi fondanti: il blocco dell'Iva e il taglio dei Parlamentari. Se uno dei due viene meno, allora si perde il senso di questo governo». Peccato che sempre ieri in una chiacchierata con Avvenire il ministro agli Affari Regionali, Francesco Boccia, ha detto che le rimodulazioni Iva «si faranno perché oggi in questa imposta ci sono situazioni ingiuste». Fraintendimento dei giornalisti? Assolutamente no perché, sempre ieri, alla Camera dei deputati, a margine dell'audizione in commissione per le questioni regionali, ha ribadito: «Siamo nella condizione in cui assorbenti e pannolini sono tassati con Iva ordinaria al 22% e alcuni beni anche di lusso vivono di evidenti agevolazioni. Rimodulare le aliquote Iva rivedendo i panieri entro la legislatura è dovere di un governo che è nato con le intenzioni di ridurre le ingiustizie presenti nella società».
Se non fosse stato sufficientemente chiaro, Boccia rincara la dose. «Dire con chiarezza che ci sono ingiustizie che vanno corrette è nostro dovere. Questo significa rimodulare l'Iva non altro e non certamente le ricostruzioni macchiettistiche dei giorni scorsi secondo le quali c'era chi voleva aumentare l'Iva e chi non voleva. Nessuno vuole aumentarla ma eliminare le ingiustizie è un dovere», ha aggiunto il ministro. Tutte le frasi che fanno appello alla giustizia sociale si possono comprendere tramite un semplice esercizio. Basta tornare indietro al 13 ottobre del 2011 leggere l'audizione di Vieri Ceriani e di Daniele Franco a Bankitalia sul progetto di riforma fiscale e rimodulazione dell'Iva. Il secondo firmatario dopo essere stato alla Ragioneria è ritornato a Bankitalia, mentre il primo - inventore delle principali tasse italiane - dal ruolo un po' secondario al Sose in questi giorni è rispuntato dalle parti del Mef. Non è un advisor ma un consulente rinomato per la sinistra. Ed è il maggiore esperto di bilanciamento tra le rimodulazioni Iva e il taglio delle cosiddette tax expenditures, le detrazioni e le deduzioni. «Gli interventi andrebbero selezionati anche sulla base del loro impatto redistributivo. La riduzione di tutte le detrazioni e le deduzioni ai fini Irpef inciderebbe maggiormente sulle classi di reddito più basse, soprattutto per effetto della struttura delle detrazioni (decrescenti rispetto al reddito complessivo). La valutazione degli effetti redistributivi di eventuali inasprimenti dell'Iva è più complessa», spiegava Ceriani otto anni fa, «l'impatto è differente a seconda dell'aliquota: l'aumento dell'aliquota ordinaria incide maggiormente sulle famiglie con redditi più elevati; quello delle aliquote ridotte incide significativamente sulle famiglie in condizioni economiche meno favorevoli». La posizione di riforma è chiara e spiega perfettamente il concetto di rimodulazione. All'epoca lo storico consulente dei governi di sinistra spiegava che per bilanciare l'effetto Iva sarebbe stato necessario intervenire sulle aliquote Irpef, ridurle e portare la percentuale massima di prelievo dal 43 al 40%.
Invece adesso il Mef sembra volersi muovere nella direzione opposta. Rimodulare l'Iva lasciando le aliquote Irpef invariate o peggio alzandole significa alzare le tasse. È un fatto scientifico. La sfilza di dichiarazione dei politici di maggioranza non cambierà mai i fatti, perché la realtà dimostra che a coprire la manovra finanziaria mancano tra i 4 e gli 11 miliardi di euro. A questo servirà rimodulare l'Iva così come servirà mettere in cantiere la revisione dei costi di accesso alla sanità. Tant'è che la mezza smentita di Giuseppe Conte, arrivata dopo l'ennesimo intervento per negare l'aumento Iva, si è dimostrata una conferma. «Gli interventi su super ticket e ticket sanitari sono programmati non domani mattina: il nostro è un progetto riformatore che non scade a dicembre, abbiamo un patto da attuare in questa legislatura. Anche i tempi degli interventi li dobbiamo dosare nel corso dei mesi e degli anni, non possiamo pensare che tutto si esaurisca a dicembre». Nessuno ha mai immaginato che la botta di tasse potesse arrivare di colpo dal primo gennaio, c'è un intero anno lungo il quale spalmare l'aumento della pressione fiscale e purtroppo anche degli adempimenti burocratici. Per contrastare il nero si stanno studiando diversi meccanismi, uno dei quali potrebbe essere quello di rendere i datori di lavoro dei sostituti di imposta e pagare, così, oltre ai contributi, anche l'Irpef a colf e badanti. Tradotto servirà pure il commercialista con tanto di parcella.
E il Mef targato ex Pci dà la caccia ai ricchi
Doppia bomba sganciata da Dagospia; gran silenzio del Mef e del Pd; e renziani mobilitati, ma - attenzione - per disinnescarne solo una: quella che riguarda direttamente il loro capo. Mentre sull'ipotetico ordigno a orologeria in via di concepimento contro gli italiani «colpevoli» di avere un reddito elevato, nessuno fiata. Dunque, chi tace acconsente?
«Anche i ricchi piangano», recitava un orrido manifesto di Rifondazione comunista nel 2007. Sono passati molti anni, ma la sensazione è che, con il rosso antico che torna in grande stile nelle stanze del Mef, l'aria sia di nuovo quella. Vediamo perché.
Ieri mattina, il sito di Roberto D'Agostino ha pubblicato una succosa Dagonews, sotto il titolo «La lotta di classe arriva al ministero dell'Economia». E come mai? Perché il sottosegretario Antonio Misiani avrebbe allertato gli uffici del ministero, chiedendo di studiare una nuova aliquota Irpef letteralmente da esproprio proletario: 50% di tassazione per gli imponibili superiori ai 300.000 euro all'anno. Ciascuno può immaginarne gli eventuali effetti: fuga all'estero degli interessati, in alternativa gran corsa al nero, e comunque sforzi titanici per rimanere sotto il tetto. Tutte cose negative dal punto di vista economico, e perfino dal punto di vista del gettito fiscale.
Missione impossibile spiegare ai comunisti (di andata e di ritorno) il senso della «curva di Laffer», dal nome del grande economista Arthur Laffer, l'uomo che ispirò la riforma fiscale del grande Ronald Reagan. C'è una soglia al di là della quale aumentare le tasse scoraggia la creazione di nuovo reddito: se l'aliquota fiscale è troppo alta oltre un certo limite, perché una persona dovrebbe affannarsi a creare altra ricchezza che sarebbe borseggiata dall'erario? Morale: a quel punto, no a ulteriori profitti, niente nuovo imponibile, e giù pure il gettito.
Ma tant'è, ai comunisti non entra in testa. Secondo Dagospia, i suggeritori all'orecchio di Misiani e del ministro Roberto Gualtieri sarebbero un terzetto culturalmente composito: il gran tassatore e indimenticabile «Dracula» Vincenzo Visco, l'esperto Vieri Ceriani (vicino alle posizioni di Visco), e il renziano doc Ernesto Maria Ruffini, che il Giglio magico collocò al vertice dell'Agenzia delle Entrate (per paradosso: in nome del «fisco amico»).
E già questa era una bomba enorme, a cui Dago ne ha aggiunta una seconda. Secondo i sussurri degli «ortodossi» del Pd, quest'aliquota da rapina sarebbe stata ribattezzata come l'«aliquota Renzi». Frasetta perfida interpretabile in due modi. Prima ipotesi: «aliquota Renzi» nel senso che, con le sue prestazioni extrapolitiche (conferenze, ecc), Renzi guadagnerebbe molto più di quel tetto. Oppure, seconda ipotesi riferita da Dago: «l'ex premier, proprio per mettere in salvo i proventi che gli derivano dalle conferenze in giro nel mondo, ha creato una società ad hoc. Ne consegue che gli utili che ricava come conferenziere hanno il regime fiscale delle società. E gli utili dell'amministratore non finiscono nell'imponibile Irpef».
Questa affermazione di Dagospia, che ci siamo limitati a riportare tra virgolette, è stata oggetto di una reazione furiosa del capo di Italia viva: «Matteo Renzi ha denunciato il sito Dagospia chiedendo un risarcimento danni di 100.000 euro per aver sostenuto che gli utili che Renzi ricava come conferenziere hanno il regime fiscale delle società. La notizia è falsa, destituita di ogni fondamento e gravemente lesiva della reputazione del senatore Renzi». Così recitava una nota fiammeggiante dell'ufficio stampa renziano, pubblicata da Dagospia, che (a nostro avviso correttamente) si è domandata come mai, anziché chiedere una normale e ultralegittima rettifica, Renzi sia direttamente passato alle più pesanti azioni legali.
Resta però una questione, che non sarà sfuggita ai lettori più attenti. Renzi ha fatto smentire con forza la parte che lo riguarda, cioè le ipotesi o le insinuazioni sul regime fiscale a cui è personalmente sottoposto. Ma nessuna smentita è giunta né da lui né da altri - a meno di nostri errori e omissioni, dei quali eventualmente ci scusiamo - sulla notizia che riguarda i contribuenti italiani, e cioè l'eventualità della nuova aliquota-rapina.
Su questa notizia, cioè sulla seconda bomba sganciata da Dago, silenzio totale. Silenzio dal Mef, che - desumiamo - sta vagliando davvero anche questo tipo di arma finale contro la creazione di reddito e ricchezza. Silenzio del Pd, a cui appartengono sia il sottosegretario Misiani sia il ministro Gualtieri. E gran silenzio pure dei renziani, che dovrebbero rappresentare l'ala modernizzatrice della sinistra, e invece non hanno dedicato nemmeno un piccolo tweet a smentire l'ipotesi di bastonare con il loro consenso una quota di contribuenti che avrebbe solo la «colpa» di produrre reddito elevato in modo legale, regolare e dichiarato.
Badate bene. È evidente che un imponibile di quel genere sia irraggiungibile per la stragrande maggioranza di noi comuni mortali. Ma punire e massacrare chi arriva a quei livelli di ricchezza non ha senso: questi cittadini dovrebbero anzi essere incoraggiati a spendere, a consumare, a far muovere l'economia, a beneficio di imprese e fornitori di beni e servizi. Così ragiona chi non è posseduto da quell'invidia sociale che - invece - era e resta il marchio di fabbrica culturale (e perfino psicopolitico) di una sinistra che non cambia mai.
Catasto, il dietrofront è una burla
Ci hanno provato, pensavano che nel bailamme delle misure nessuno se ne sarebbe accorto. Invece è scoppiata la polemica e sono stati costretti a un repentino dietro front. Stiamo parlando della riforma del catasto, inserita dal ministro dem dell'Economia, Roberto Gualtieri, nella prima versione della Nota di aggiornamento al Def (il Documento di economia e finanza) e scomparsa nel giro di 48 ore.
Il primo a suonare la ritirata è stato il viceministro dell'Economia, Antonio Misiani pure lui dem, mentre esplodeva la polemica dell'opposizione sull'ennesimo rincaro delle imposte e la Confedilizia accusava il governo di infliggere il colpo di grazia a un mercato immobiliare già depresso. Dalla platea popolare di Porta a Porta, Misiani è corso ai ripari a tranquillizzare la proprietà immobiliare già tartassata e terrorizzata dell'ennesima batosta: «Non ci sarà una revisione del catasto, lo escludo». A stretto giro, «una manina» ha provveduto a rimuovere la riforma dalla versione della Nadef pubblicata sul sito del Tesoro.
Uno sbianchettamento che dovrebbe servire a rasserenare quel 90% di italiani proprietari di casa ma visto che l'intenzione c'era, è difficile pensare che non possa essere ripescata, magari nel corso di una delle maratone notturne nelle quali si inseriscono gli emendamenti più scomodi. Peraltro Misiani dopo la smentita ha ammesso che, una riforma seria dei valori catastali, deve essere fatta.
Ci sono tre fattori per la sinistra che remano a favore di una revisione dei parametri sui quali si calcola Imu e Tasi. Innanzitutto la necessità di far quadrare i conti. Al momento, come è tradizione per ogni manovra economica, i fondi mancanti si caricano sulla voce della lotta all'evasione fiscale, pur sapendo che difficilmente con le operazioni di contrasto all'illegalità si riesce a centrare l'obiettivo. Nella Nota di aggiornamento si legge che colpendo i furbetti del fisco, il governo conta di incassare ben 7 miliardi. È una illusione. Le operazioni di contrasto all'evasione riescono, ogni anno, a recuperare meno del 10% degli oltre 200 miliardi nascosti.
Il fattore numero due che fa diffidare della reale volontà del governo di rinunciare alla riforma è il pressing costante della Ue che da sempre chiede di allineare i valori catastali a quelli di mercato. La richiesta è stata ripresentata in occasione dell'Ecofin del 9 luglio scorso. Bruxelles vorrebbe anche l'aumento dell'Iva. La Commissione europea ha concesso all'Italia un margine di flessibilità e magari ora si aspetta che il governo «faccia i compiti», seguendo alcuni «consigli».
Infine c'è il legame stretto tra il gettito di Imu e Tasi e i fabbisogni standard dei Comuni.
La revisione del catasto rimpalla sul tavolo di Palazzo Chigi dal 2014 quando, dopo svariati annunci, ha preso corpo in un decreto legislativo. Nessun governo però se l'è sentita finora di esercitare la delega, temendo l'impatto elettorale, anche se il testo è pronto nel dettaglio. Nel 2017 ci fu un'iniziativa parlamentare di Pd e Fi che resuscitarono la norma ma anche allora non se ne fece nulla. Il problema era sempre quello dell'invariata del gettito, impossibile da realizzare. Le simulazioni indicano rincari doppi o addirittura tripli. Senza contare poi gli effetti collaterali come l'influenza sull'Isee e quindi sulle prestazioni assistenziali e le detrazioni. Un anziano, solo, residente in una casa semicentrale, ora considerata economica, subirebbe una batosta senza precedenti. Più tasse e meno agevolazioni sociali.
La diffidenza della Confedilizia di fronte alla marcia indietro del governo suggerisce di non abbassare la guardia. Nella cautela della proprietà immobiliare si legge il timore che le maggiori imposte sulla casa possano servire ancora una volta a soddisfare il fabbisogno dei Comuni. Non a caso nei giorni scorsi era emersa l'ipotesi di un taglio ai trasferimenti statali. La compensazione potrebbe venire proprio da un nuovo catasto.
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Il sottosegretario Laura Castelli apre con La Stampa: «Ci pensi il Parlamento». Poi, bacchettata dal M5s, ritratta. L'intento però è chiaro: rimodulare l'imposta. E se Giuseppe Conte rinvia il rincaro dei ticket, arriva la stretta sulle colf.Il sito Dagospia rivela un piano per una nuova aliquota Irpef al 50% sui redditi sopra i 300.000 euro. A suggerirla a Roberto Gualtieri sarebbero «Dracula» Vincenzo Visco, l'esperto di gabelle Vieri Ceriani e l'ex capo del fisco renziano Ernesto Maria Ruffini. Nessuna smentita da Pd e ministero.La riforma dei valori degli immobili scompare dalla versione della Nadef pubblicata sul sito del Mef. Il sottosegretario Antonio Misiani: «Non c'è nella manovra, ma va fatta...».Lo speciale contiene tre articoli.L'Iva manda ai pazzi il governo. «Lo stiamo dicendo da settimane, basta con titoli fuorvianti e false ricostruzioni. L'Iva non si aumenta», ha scandito in una nota Laura Castelli, sottosegretario dell'Economia e delle Finanze. Smentendo il titolo della Stampa che recitava «Su Iva nessun tabù, liberi di discutere». Non ha però eccepito nulla sul contenuto dell'articolo nel quale si spiegava che la ridiscussione delle percentuale spetta al Parlamento. Infatti l'aumento Iva uscito dalla porta ritorna quotidianamente dalla finestra. E impone ai pr dei due partiti di maggioranza continui interventi tampone. «Ancora oggi sui giornali sentiamo parlare di rimodulazione dell'Iva. Lo ribadiamo per l'ennesima volta: no a giochini e giri di parole, l'Iva non deve aumentare», fanno sapere dal quartier generale dei 5 stelle. «Questo governo nasce su due principi fondanti: il blocco dell'Iva e il taglio dei Parlamentari. Se uno dei due viene meno, allora si perde il senso di questo governo». Peccato che sempre ieri in una chiacchierata con Avvenire il ministro agli Affari Regionali, Francesco Boccia, ha detto che le rimodulazioni Iva «si faranno perché oggi in questa imposta ci sono situazioni ingiuste». Fraintendimento dei giornalisti? Assolutamente no perché, sempre ieri, alla Camera dei deputati, a margine dell'audizione in commissione per le questioni regionali, ha ribadito: «Siamo nella condizione in cui assorbenti e pannolini sono tassati con Iva ordinaria al 22% e alcuni beni anche di lusso vivono di evidenti agevolazioni. Rimodulare le aliquote Iva rivedendo i panieri entro la legislatura è dovere di un governo che è nato con le intenzioni di ridurre le ingiustizie presenti nella società».Se non fosse stato sufficientemente chiaro, Boccia rincara la dose. «Dire con chiarezza che ci sono ingiustizie che vanno corrette è nostro dovere. Questo significa rimodulare l'Iva non altro e non certamente le ricostruzioni macchiettistiche dei giorni scorsi secondo le quali c'era chi voleva aumentare l'Iva e chi non voleva. Nessuno vuole aumentarla ma eliminare le ingiustizie è un dovere», ha aggiunto il ministro. Tutte le frasi che fanno appello alla giustizia sociale si possono comprendere tramite un semplice esercizio. Basta tornare indietro al 13 ottobre del 2011 leggere l'audizione di Vieri Ceriani e di Daniele Franco a Bankitalia sul progetto di riforma fiscale e rimodulazione dell'Iva. Il secondo firmatario dopo essere stato alla Ragioneria è ritornato a Bankitalia, mentre il primo - inventore delle principali tasse italiane - dal ruolo un po' secondario al Sose in questi giorni è rispuntato dalle parti del Mef. Non è un advisor ma un consulente rinomato per la sinistra. Ed è il maggiore esperto di bilanciamento tra le rimodulazioni Iva e il taglio delle cosiddette tax expenditures, le detrazioni e le deduzioni. «Gli interventi andrebbero selezionati anche sulla base del loro impatto redistributivo. La riduzione di tutte le detrazioni e le deduzioni ai fini Irpef inciderebbe maggiormente sulle classi di reddito più basse, soprattutto per effetto della struttura delle detrazioni (decrescenti rispetto al reddito complessivo). La valutazione degli effetti redistributivi di eventuali inasprimenti dell'Iva è più complessa», spiegava Ceriani otto anni fa, «l'impatto è differente a seconda dell'aliquota: l'aumento dell'aliquota ordinaria incide maggiormente sulle famiglie con redditi più elevati; quello delle aliquote ridotte incide significativamente sulle famiglie in condizioni economiche meno favorevoli». La posizione di riforma è chiara e spiega perfettamente il concetto di rimodulazione. All'epoca lo storico consulente dei governi di sinistra spiegava che per bilanciare l'effetto Iva sarebbe stato necessario intervenire sulle aliquote Irpef, ridurle e portare la percentuale massima di prelievo dal 43 al 40%. Invece adesso il Mef sembra volersi muovere nella direzione opposta. Rimodulare l'Iva lasciando le aliquote Irpef invariate o peggio alzandole significa alzare le tasse. È un fatto scientifico. La sfilza di dichiarazione dei politici di maggioranza non cambierà mai i fatti, perché la realtà dimostra che a coprire la manovra finanziaria mancano tra i 4 e gli 11 miliardi di euro. A questo servirà rimodulare l'Iva così come servirà mettere in cantiere la revisione dei costi di accesso alla sanità. Tant'è che la mezza smentita di Giuseppe Conte, arrivata dopo l'ennesimo intervento per negare l'aumento Iva, si è dimostrata una conferma. «Gli interventi su super ticket e ticket sanitari sono programmati non domani mattina: il nostro è un progetto riformatore che non scade a dicembre, abbiamo un patto da attuare in questa legislatura. Anche i tempi degli interventi li dobbiamo dosare nel corso dei mesi e degli anni, non possiamo pensare che tutto si esaurisca a dicembre». Nessuno ha mai immaginato che la botta di tasse potesse arrivare di colpo dal primo gennaio, c'è un intero anno lungo il quale spalmare l'aumento della pressione fiscale e purtroppo anche degli adempimenti burocratici. Per contrastare il nero si stanno studiando diversi meccanismi, uno dei quali potrebbe essere quello di rendere i datori di lavoro dei sostituti di imposta e pagare, così, oltre ai contributi, anche l'Irpef a colf e badanti. Tradotto servirà pure il commercialista con tanto di parcella.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/continua-il-gioco-sporco-sulliva-vogliono-alzarla-ma-non-lammettono-2640821317.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-il-mef-targato-ex-pci-da-la-caccia-ai-ricchi" data-post-id="2640821317" data-published-at="1781338442" data-use-pagination="False"> E il Mef targato ex Pci dà la caccia ai ricchi Doppia bomba sganciata da Dagospia; gran silenzio del Mef e del Pd; e renziani mobilitati, ma - attenzione - per disinnescarne solo una: quella che riguarda direttamente il loro capo. Mentre sull'ipotetico ordigno a orologeria in via di concepimento contro gli italiani «colpevoli» di avere un reddito elevato, nessuno fiata. Dunque, chi tace acconsente? «Anche i ricchi piangano», recitava un orrido manifesto di Rifondazione comunista nel 2007. Sono passati molti anni, ma la sensazione è che, con il rosso antico che torna in grande stile nelle stanze del Mef, l'aria sia di nuovo quella. Vediamo perché. Ieri mattina, il sito di Roberto D'Agostino ha pubblicato una succosa Dagonews, sotto il titolo «La lotta di classe arriva al ministero dell'Economia». E come mai? Perché il sottosegretario Antonio Misiani avrebbe allertato gli uffici del ministero, chiedendo di studiare una nuova aliquota Irpef letteralmente da esproprio proletario: 50% di tassazione per gli imponibili superiori ai 300.000 euro all'anno. Ciascuno può immaginarne gli eventuali effetti: fuga all'estero degli interessati, in alternativa gran corsa al nero, e comunque sforzi titanici per rimanere sotto il tetto. Tutte cose negative dal punto di vista economico, e perfino dal punto di vista del gettito fiscale. Missione impossibile spiegare ai comunisti (di andata e di ritorno) il senso della «curva di Laffer», dal nome del grande economista Arthur Laffer, l'uomo che ispirò la riforma fiscale del grande Ronald Reagan. C'è una soglia al di là della quale aumentare le tasse scoraggia la creazione di nuovo reddito: se l'aliquota fiscale è troppo alta oltre un certo limite, perché una persona dovrebbe affannarsi a creare altra ricchezza che sarebbe borseggiata dall'erario? Morale: a quel punto, no a ulteriori profitti, niente nuovo imponibile, e giù pure il gettito. Ma tant'è, ai comunisti non entra in testa. Secondo Dagospia, i suggeritori all'orecchio di Misiani e del ministro Roberto Gualtieri sarebbero un terzetto culturalmente composito: il gran tassatore e indimenticabile «Dracula» Vincenzo Visco, l'esperto Vieri Ceriani (vicino alle posizioni di Visco), e il renziano doc Ernesto Maria Ruffini, che il Giglio magico collocò al vertice dell'Agenzia delle Entrate (per paradosso: in nome del «fisco amico»). E già questa era una bomba enorme, a cui Dago ne ha aggiunta una seconda. Secondo i sussurri degli «ortodossi» del Pd, quest'aliquota da rapina sarebbe stata ribattezzata come l'«aliquota Renzi». Frasetta perfida interpretabile in due modi. Prima ipotesi: «aliquota Renzi» nel senso che, con le sue prestazioni extrapolitiche (conferenze, ecc), Renzi guadagnerebbe molto più di quel tetto. Oppure, seconda ipotesi riferita da Dago: «l'ex premier, proprio per mettere in salvo i proventi che gli derivano dalle conferenze in giro nel mondo, ha creato una società ad hoc. Ne consegue che gli utili che ricava come conferenziere hanno il regime fiscale delle società. E gli utili dell'amministratore non finiscono nell'imponibile Irpef». Questa affermazione di Dagospia, che ci siamo limitati a riportare tra virgolette, è stata oggetto di una reazione furiosa del capo di Italia viva: «Matteo Renzi ha denunciato il sito Dagospia chiedendo un risarcimento danni di 100.000 euro per aver sostenuto che gli utili che Renzi ricava come conferenziere hanno il regime fiscale delle società. La notizia è falsa, destituita di ogni fondamento e gravemente lesiva della reputazione del senatore Renzi». Così recitava una nota fiammeggiante dell'ufficio stampa renziano, pubblicata da Dagospia, che (a nostro avviso correttamente) si è domandata come mai, anziché chiedere una normale e ultralegittima rettifica, Renzi sia direttamente passato alle più pesanti azioni legali. Resta però una questione, che non sarà sfuggita ai lettori più attenti. Renzi ha fatto smentire con forza la parte che lo riguarda, cioè le ipotesi o le insinuazioni sul regime fiscale a cui è personalmente sottoposto. Ma nessuna smentita è giunta né da lui né da altri - a meno di nostri errori e omissioni, dei quali eventualmente ci scusiamo - sulla notizia che riguarda i contribuenti italiani, e cioè l'eventualità della nuova aliquota-rapina. Su questa notizia, cioè sulla seconda bomba sganciata da Dago, silenzio totale. Silenzio dal Mef, che - desumiamo - sta vagliando davvero anche questo tipo di arma finale contro la creazione di reddito e ricchezza. Silenzio del Pd, a cui appartengono sia il sottosegretario Misiani sia il ministro Gualtieri. E gran silenzio pure dei renziani, che dovrebbero rappresentare l'ala modernizzatrice della sinistra, e invece non hanno dedicato nemmeno un piccolo tweet a smentire l'ipotesi di bastonare con il loro consenso una quota di contribuenti che avrebbe solo la «colpa» di produrre reddito elevato in modo legale, regolare e dichiarato. Badate bene. È evidente che un imponibile di quel genere sia irraggiungibile per la stragrande maggioranza di noi comuni mortali. Ma punire e massacrare chi arriva a quei livelli di ricchezza non ha senso: questi cittadini dovrebbero anzi essere incoraggiati a spendere, a consumare, a far muovere l'economia, a beneficio di imprese e fornitori di beni e servizi. Così ragiona chi non è posseduto da quell'invidia sociale che - invece - era e resta il marchio di fabbrica culturale (e perfino psicopolitico) di una sinistra che non cambia mai. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/continua-il-gioco-sporco-sulliva-vogliono-alzarla-ma-non-lammettono-2640821317.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="catasto-il-dietrofront-e-una-burla" data-post-id="2640821317" data-published-at="1781338442" data-use-pagination="False"> Catasto, il dietrofront è una burla Ci hanno provato, pensavano che nel bailamme delle misure nessuno se ne sarebbe accorto. Invece è scoppiata la polemica e sono stati costretti a un repentino dietro front. Stiamo parlando della riforma del catasto, inserita dal ministro dem dell'Economia, Roberto Gualtieri, nella prima versione della Nota di aggiornamento al Def (il Documento di economia e finanza) e scomparsa nel giro di 48 ore. Il primo a suonare la ritirata è stato il viceministro dell'Economia, Antonio Misiani pure lui dem, mentre esplodeva la polemica dell'opposizione sull'ennesimo rincaro delle imposte e la Confedilizia accusava il governo di infliggere il colpo di grazia a un mercato immobiliare già depresso. Dalla platea popolare di Porta a Porta, Misiani è corso ai ripari a tranquillizzare la proprietà immobiliare già tartassata e terrorizzata dell'ennesima batosta: «Non ci sarà una revisione del catasto, lo escludo». A stretto giro, «una manina» ha provveduto a rimuovere la riforma dalla versione della Nadef pubblicata sul sito del Tesoro. Uno sbianchettamento che dovrebbe servire a rasserenare quel 90% di italiani proprietari di casa ma visto che l'intenzione c'era, è difficile pensare che non possa essere ripescata, magari nel corso di una delle maratone notturne nelle quali si inseriscono gli emendamenti più scomodi. Peraltro Misiani dopo la smentita ha ammesso che, una riforma seria dei valori catastali, deve essere fatta. Ci sono tre fattori per la sinistra che remano a favore di una revisione dei parametri sui quali si calcola Imu e Tasi. Innanzitutto la necessità di far quadrare i conti. Al momento, come è tradizione per ogni manovra economica, i fondi mancanti si caricano sulla voce della lotta all'evasione fiscale, pur sapendo che difficilmente con le operazioni di contrasto all'illegalità si riesce a centrare l'obiettivo. Nella Nota di aggiornamento si legge che colpendo i furbetti del fisco, il governo conta di incassare ben 7 miliardi. È una illusione. Le operazioni di contrasto all'evasione riescono, ogni anno, a recuperare meno del 10% degli oltre 200 miliardi nascosti. Il fattore numero due che fa diffidare della reale volontà del governo di rinunciare alla riforma è il pressing costante della Ue che da sempre chiede di allineare i valori catastali a quelli di mercato. La richiesta è stata ripresentata in occasione dell'Ecofin del 9 luglio scorso. Bruxelles vorrebbe anche l'aumento dell'Iva. La Commissione europea ha concesso all'Italia un margine di flessibilità e magari ora si aspetta che il governo «faccia i compiti», seguendo alcuni «consigli». Infine c'è il legame stretto tra il gettito di Imu e Tasi e i fabbisogni standard dei Comuni. La revisione del catasto rimpalla sul tavolo di Palazzo Chigi dal 2014 quando, dopo svariati annunci, ha preso corpo in un decreto legislativo. Nessun governo però se l'è sentita finora di esercitare la delega, temendo l'impatto elettorale, anche se il testo è pronto nel dettaglio. Nel 2017 ci fu un'iniziativa parlamentare di Pd e Fi che resuscitarono la norma ma anche allora non se ne fece nulla. Il problema era sempre quello dell'invariata del gettito, impossibile da realizzare. Le simulazioni indicano rincari doppi o addirittura tripli. Senza contare poi gli effetti collaterali come l'influenza sull'Isee e quindi sulle prestazioni assistenziali e le detrazioni. Un anziano, solo, residente in una casa semicentrale, ora considerata economica, subirebbe una batosta senza precedenti. Più tasse e meno agevolazioni sociali. La diffidenza della Confedilizia di fronte alla marcia indietro del governo suggerisce di non abbassare la guardia. Nella cautela della proprietà immobiliare si legge il timore che le maggiori imposte sulla casa possano servire ancora una volta a soddisfare il fabbisogno dei Comuni. Non a caso nei giorni scorsi era emersa l'ipotesi di un taglio ai trasferimenti statali. La compensazione potrebbe venire proprio da un nuovo catasto.
Kaja Kallas (Getty Images)
Berlino e Parigi vorrebbero ridimensionare il servizio diplomatico Ue, Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), 5.000 dipendenti e budget di 1 miliardo d’euro l’anno, ponendolo sotto controllo della Commissione e licenziando la Kallas. Lei ha difeso il suo operato con una mail visionata dalla testata Politico e indirizzata allo staff Seae: «Rimarco quanto valore aggiunto abbiamo dato all’Europa come squadra, specie in un periodo di guerra in Europa». Guerra, quella fra Russia e Ucraina, in cui il fatto che la Kallas sia estone, assai meno disposta verso Mosca che le nazioni occidentali fondatrici dell’Ue, ostacola una trattativa.
Stando a fonti come Euractiv, la rappresentante Esteri, in colloqui a porte chiuse tenuti in Messico fra 20 e 22 maggio, ha paragonato Israele al Sudafrica dell’apartheid per la «politica razzista di Israele verso i palestinesi». Ma la reazione ai massacri di Hamas del 7 ottobre 2023 non ha nulla a che fare con un regime legislativo che fino al 1990 segregò i neri sudafricani. Che poi Israele e Sudafrica siano stati in passato vicini, ma per altre ragioni, come sviluppare insieme un programma nucleare, quando anche Pretoria inseguiva la «Bomba», ma a differenza di Tel Aviv vi rinunciò, sfociato nell’esplosione atomica sull’Oceano Indiano del 1979, è tutt’altra faccenda.
Ieri, presenziando a Parigi per la conferenza «Paris Call for the Two-State Solution, Peace and Regional Security», sulla pace israelo-palestinese, ha ribadito che «la soluzione a due Stati è l’unica via». La soluzione a due Stati è anche l’auspicio ufficiale del governo italiano e di altri governi occidentali. Anche le critiche ai coloni ebrei violenti in Cisgiordania, che la Kallas ha annunciato in agenda al vertice di lunedì dei ministri degli Esteri dell’Ue, son legittime. Ma dire che Israele applica un’apartheid è una gaffe fuori luogo. Non solo.
Il 28 maggio, al vertice dei ministri degli Esteri Ue a Limassol, a Cipro, Kallas ha incrinato i rapporti Bruxelles-Washington sostenendo che, a causa dei bombardamenti russi su Kiev, «i diplomatici americani se ne sono andati, quelli europei sono rimasti».
Non era vero, i diplomatici Usa sono rimasti a Kiev. Fonti Ue commentano: «Errori inaccettabili per un capo della politica estera Ue. Se un ministro degli Esteri nazionale dice cose non sagge e non diplomatiche, può essere ripreso dal suo primo ministro. Nel sistema Ue non funziona così. E Kallas parla a nome di 27 Stati membri». Ieri ha cercato di smorzare i toni la portavoce della Commissione europea, Paula Pinho, secondo cui Kallas e Seae avrebbero «l’appoggio della presidente Von der Leyen», ma può essere una cortina per celare dibattiti a porte chiuse.
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Nel riquadro, scene di degrado alla Darsena di Genova (Ansa)
Ciak, si gira! Ieri a Genova è andato in scena il remake del film Notte prima degli esami, il piccolo manifesto generazionale realizzato vent’anni fa dal regista Fausto Brizzi, non a caso consorte della sindaca Silvia Salis.Infatti i membri della Commissione 1 (Affari istituzionali e generali) del Comune, su richiesta dei consiglieri della Lega Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua, hanno fatto un sopralluogo nella Darsena genovese, dove tra pescherecci, sommergibili storici, musei e locali per amanti dei frutti di mare, la vera attrazione è diventato lo spaccio di droga.
Ma, in vista dell’«esame» dei commissari, come per magia la zona, in una notte, si è trasformata in un set cinematografico: anziché pusher e sbandati, i consiglieri hanno trovato ordine e pulizia.
Un anno fa la campagna elettorale della Salis era stata gestita, a livello d’immagine, dal marito della prima cittadina. Memorabile l’uso dei droni per raccontare i bagni di folla della candidata nei quartieri cittadini.
Oggi la comunicazione è stata ulteriormente rinforzata con l’ausilio dell’agenzia Jump di Marco Agnoletti, partito tre lustri fa come portavoce dell’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi.
Una consulenza che la prima cittadina ha rivendicato di pagare di tasca propria.
Fatto sta che i commissari in missione in una delle zone più problematiche della città, ieri, si sono trovati di fronte un molo da cartolina.
E pensare che appena quattro giorni fa, proprio qui, alcuni spacciatori avevano lanciato bottiglie sui turisti che «intralciavano», con la loro presenza, lo smercio di sostanze stupefacenti. Non basta. Nelle stesse ore, a due passi dalle reti dei pescatori, una rapinatrice, per appropriarsi di un cellulare, aveva sferrato un pugno sul volto di una quattordicenne francese in fila con i genitori di fronte a un panificio. Un Far West h24 in una delle zone più turistiche della città.
Ma tre giorni dopo i commissari, anziché risse e pusher, hanno trovato un salottino perfettamente riassettato. Anche la pavimentazione in teak era linda e pinta come quella degli yacht attraccati a Portofino.
Bevilacqua e la Bordilli, dopo la visita, hanno diramato un comunicato di critica al frettoloso maquillage: «Stamattina (ieri per chi legge, ndr), dopo ben un anno di reiterate richieste da parte della Lega, si è finalmente svolto il sopralluogo, seppur non serale, ma almeno diurno, della Commissione consiliare nella zona della Darsena a Genova. Una mattinata che ha visto la partecipazione in massa di residenti e commercianti, infuriati non solo per il degrado cronico, ma anche per l’ennesima “operazione di facciata” messa in atto proprio in concomitanza all’arrivo dei consiglieri». I due consiglieri hanno raccolto le proteste degli abitanti della zona: «Tutti i cittadini hanno denunciato che la situazione che abbiamo trovato questa mattina era completamente diversa rispetto al loro drammatico quotidiano». Ed ecco l’affondo finale: «È vergognoso e inaccettabile che una zona venga resa presentabile solo perché è previsto il sopralluogo delle autorità, per poi essere abbandonata a sé stessa per i restanti 364 giorni dell’anno. La sicurezza e il decoro non possono essere una messinscena a uso e consumo delle telecamere o della politica». Per costringere l’amministrazione a mantenere alta l’attenzione, Bevilacqua e la Bordilli hanno lanciato una proposta che assomiglia a una sfida: «Visto che le cose migliorano solo quando ci muoviamo noi istituzioni, da oggi cambiamo strategia: abbiamo chiesto ufficialmente una commissione-sopralluogo ogni settimana in Darsena. Se questo è l’unico modo per costringere chi di dovere a garantire normalità e sicurezza ai genovesi, allora ci vedranno qui ogni sette giorni. Non arretreremo di un millimetro finché la Darsena non tornerà a essere un quartiere sicuro e decoroso, sempre, e non solo in nostra presenza. Cittadini, residenti, commercianti, pescatori e turisti meritano sicurezza: il Comune lavori per garantire loro e alla città questo diritto».
Nel pomeriggio, dopo che i commissari erano andati via, i consiglieri leghisti hanno ricevuto sui loro cellulari le foto scattate da alcuni abitanti della zona, immagini che testimoniavano come tutto fosse tornato immediatamente alla «normalità»: pusher africani, tossicodipendenti, clochard hanno ripreso il possesso dell’area.
In pochi minuti la città romantica e affascinante di Stregati (con Francesco Nuti e Ornella Muti) e di Genova - Un luogo per ricominciare, film diretto dall’inglese Michael Winterbottom, ha lasciato il posto in cartellone alle atmosfere di Genova a mano armata, poliziottesco anni Settanta. Per questo la sindaca sarà costretta a chiedere al regista del remake di ieri gli straordinari. Perché gli esami, nel capoluogo ligure, non finiscono mai.
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(Ansa)
L’ospitata di Roberto Vannacci da Lilli Gruber ha rinfocolato le stantie polemiche sull’avanzata della cosiddetta destra estrema, eterno spauracchio sventolato dai progressisti che hanno il fascismo come unico argomento. Per costoro, è estrema ogni destra che sia capace di vincere, guadagnare consensi o semplicemente che si sottragga orgogliosamente al loro controllo.
Sull’estremismo, tuttavia, sarebbe il caso di fare una piccola riflessione, esaminando una volta tanto le relazioni che la sinistra apparentemente moderata e istituzionale intrattiene con le frange antagoniste. Le quali, fino a prova contraria, sono le uniche ad aver finora causato in Italia gravi problemi di ordine pubblico, violenza e intolleranza. Sembra proprio che di questi rapporti i progressisti non possano fare a meno, e lo dimostra senza ombra di dubbio quanto sta accadendo in queste ore. A Roma oggi sfilerà un corteo il cui unico scopo è quello di osteggiare altre due manifestazioni non violente e del tutto regolari in programma nella Capitale. Stiamo parlando innanzitutto della Manifestazione per la vita di cui sono portavoce Massimo Gandolfini e Maria Rachele Ruiu, che partirà alle 14.30 da piazza della Repubblica. E poi del corteo organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista. Contro entrambi questi eventi, anzi precisamente contro i Pro vita e i critici dell’immigrazione, è stata messa in piedi una contromanifestazione sponsorizzata da Cgil, Anpi e Arci. A parte le solite realtà come Non una di meno, a sostenere l’iniziativa sono le associazioni di area sorosiana come l’Asgi, poi l’Ong Sea Watch e tanti altri gruppi e gruppuscoli antagonisti tra cui Spin Time, il centro sociale a cui l’ex l’elemosiniere del Papa, monsignor Konrad Krajewski, riattivò le utenze affinché l’edificio occupato potesse continuare a funzionare. Basta osservare i toni che utilizzano questi militanti, o anche solo lo slogan del loro corteo (Fuck remigration), per rendersi conto di quanto siano moderati e disposti al dialogo. Costoro non fanno distinzioni, trattano tutti come fascisti da respingere. Spargono disprezzo contro le famiglie che marciano per la vita e genericamente contro chiunque a destra osi scendere in piazza. Giova ricordare come gli antagonisti romani siano soliti trattare Pro vita: nel migliore dei casi imbrattano la sede, nel peggiore tirano bombe all’interno.
Viene da chiedersi allora: è normale che la Cgil vada a braccetto con questa gente? Che la aizzi a scendere in strada? Che sponsorizzi cortei a cui partecipano anche gli esaltati antifà dei centri sociali? Quanto al campo largo, che se non è organico al sindacato rosso poco ci manca, che rapporti ha con il mondo contestatario? Sulla carta quasi nessuno, ma in realtà ciò che fa da anni è garantire una sorta di appoggio politico esterno o comunque tollerare intemperanze di ogni tipo. Prendiamo lo Spin Time che sarà in piazza a Roma: è costato al Viminale 21 milioni di euro di risarcimento per il mancato sgombero alla società proprietaria dell’immobile, in compenso il Comune di Roma lo ha inserito nel proprio piano casa proprio per evitare lo sgombero forzato e acquistare le mura in modo da garantire la sopravvivenza alla realtà okkupata. Questo perché, alla fine della fiera, gli antagonisti vengono sempre tutelati, protetti.
Un altro caso emblematico è quello di Torino. Abbiamo raccontato con dovizia di particolari le schifezze emerse dalle indagini sul centro sociale Askatasuna, che il sindaco dem Stefano Lo Russo ha evitato a lungo di sgomberare. Alla fine l’inevitabile sgombero è arrivato anche grazie all’assessore regionale Maurizio Marrone, che da allora subisce reiterate e continue minacce. La giunta comunale, in occasione del primo maggio, ha addirittura cercato di trattare con le autorità di polizia affinché fosse concesso ai gestori del centro sociale di organizzare una grigliata negli spazi che un tempo occupavano, e che hanno cercato proprio quel giorno di riconquistare scontrandosi con la polizia. In vista delle prossime elezioni, gli antagonisti hanno iniziato a mandare al Pd messaggi piuttosto chiari. Non si può dire che i dem li amino, piuttosto forse li temono e in qualche modo sono costretti a starli a sentire. E loro si fanno sentire eccome. Due giorni fa hanno pubblicato sui social della loro area un testo minaccioso rivolto a Lo Russo. «Da 6 mesi una porzione di quartiere attorno all’Askatasuna è di fatto ostaggio delle forze dell’ordine che lo hanno trasformato in un fortino in stile Tav», vi si legge. «Anche se è chiaro che questo dipenda poco dal Comune, e sia da ascrivere alla volontà del governo disciplinare la Torino che in questi anni ha resistito, non sembra un problema su cui pronunciarsi apertamente nell’ufficio del primo cittadino. Anzi si fanno passerelle insieme al prefetto, emanazione diretta del governo ricordiamo, in via Balbo e in Vanchiglia. Si smonta una casetta di legno che il comitato di quartiere usa per le proprie iniziative ora che uno dei pochi posti disponibili è chiuso e militarizzato. Questo su ordine della Prefettura, nonostante le procedure burocratiche comunali in corso, mandando i vigili nottetempo a fare il lavoro sporco. Quale sia l’utilità politica del Pd di inseguire la destra cittadina e di governo in queste “avventure” ci rimane oscuro. Da parte nostra diciamo che l’unica sicurezza è quella che si può costruire lottando insieme e dal basso, per una città diversa e che non sia al servizio della finanza e dei banchieri, o di padroni e padroncini che vorrebbero trasformare Torino in una grande fabbrica di armi». Beh, l’appello è piuttosto chiaro no? Gli amici del Pd devono mollare le politiche securitarie e ricominciare a favorire il centro sociale, opponendosi alla volontà del governo fascista. Intendiamoci: il pizzino non stupisce. Gli attivisti rossi fanno così da tempo: stanno buoni se il Comune li appoggia, cercano di intimidire se vengono trascurati.
Anche Askatasuna ovviamente ha fatto promozione per la contromanifestazione liberticida di Roma. E anche il Pd ha fornito qualche appoggio, chiedendo a gran voce che il corteo per la remigrazione fosse cancellato. Come vedete, estremisti e sinistra istituzionale vogliono sembrare distanti, ma usano metodi diversi per ottenere obiettivi spesso analoghi. Facciano pure. Ma se evitassero di frignare per il presunto estremismo altrui apparirebbero meno ridicoli.
In piazza anche la Manifestazione per la vita
Oggi si tiene a Roma la sedicesima edizione della Manifestazione nazionale per la vita, la cui importanza storica, etica e politica diviene lampante se la inseriamo nel contesto di crisi della natalità e della famiglia, in cui siamo immersi ormai da decenni. Secondo statistiche Istat già note, nel 2025 le nascite in Italia sono scese a 355.000, 3,9% in meno rispetto all’anno precedente, raggiungendo il «minimo storico», mentre solo nel 2023 i neonati erano quasi 380.000. Nel 2026 si prevede un nuovo calo. È innegabile che quel complesso di idee e tendenze che Giovanni Paolo II fulminò come «cultura della morte» (Evangelium vitae, 12), gioca un ruolo formidabile nel relativizzare la dignità, il valore e la sacralità di ogni vita umana, che sia all’inizio o alla fine dell’esistenza.
Il Pontefice polacco già 30 anni fa parlava di un «nuovo ordine mondiale» in cui certe pratiche aberranti, come l’aborto (spesso a cuore battente), il suicidio assistito e l’eutanasia, da «delitti» tendessero ad assumere il valore di «nuovi diritti» dei cittadini. Con il beneplacito dell’Ue che presenta queste ed altre prassi come «conquiste storiche» che i presunti «Stati di diritto» dovrebbero iscrivere nella propria Costituzione.
Contro tutto questo e per la promozione della vita umana «dal concepimento alla morte naturale» è nata nel 2011, a Desenzano sul Garda, la Marcia per la vita che in seguito assumerà il nome di Manifestazione nazionale per la vita e che percorrerà ancora le vie dell’Urbe. «Noi ci alziamo e marciamo per coloro che non hanno voce»: questo lo slogan della Manifestazione che ricorda in qualche modo le mille battaglie per i «diritti civili» delle minoranze, condotte da figure come il mahatma Gandhi che del resto considerava l’aborto un crimine «chiaro come la luce del sole». Ed è triste che ancora nel XXI secolo esistano delle categorie di cittadini poco visibili, in primis proprio i nascituri ma gli anche anziani soli e debilitati, che vengono di fatto esclusi dal consesso sociale, potendo legalmente essere «discriminati» da altri.
Il manifesto dei pro life fa notare che ogni «civiltà orientata al futuro e al progresso» ha a cuore «i diritti umani» il primo dei quali non può che essere «il diritto alla vita» a prescindere da qualunque altra condizione (di sviluppo, di salute, di ricchezza, di «utilità» sociale).
Il corteo partirà da piazza della Repubblica alle 14.30 e come al solito sarà pieno di bambini e di allegria perché chi marcia per la vita sa di lottare per la «tutela della maternità» e «dell’infanzia», promuovendo un futuro in cui «tutti i diritti umani» si realizzeranno all’interno di «una civiltà della verità e dell’amore» . La manifestazione si concluderà a San Giovanni, davanti alla basilica madre della cristianità, con il concerto della rock band The Sun, preceduto da varie testimonianze di personalità di spicco della galassia pro life.
Parlerà dal palco mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia e coraggioso promotore delle «Campane per la vita» che nella sua diocesi ogni sera hanno dei rintocchi «a tema» rammentando a tutti noi che c’è un essere umano, invisibile a occhio nudo, che ha la nostra stessa dignità e vocazione: il nascituro. Poi si esprimerà la giovane attivista olandese Eva Vlaardingerbroek, che da tempo si impegna per la promozione della vita e della famiglia, soprattutto da quando, nel 2023, si è ufficialmente convertita al cattolicesimo ed è venuta a vivere in Italia. Una testimonianza toccante sarà quella di Stefano e Giovanna Mariani, genitori di Arturo Mariani, atleta paralimpico italiano, ed altresì scrittore di successo.
In faccia ai politici spagnoli - che vorrebbero iscrivere l’aborto nella Costituzione seguendo Macron - papa Leone ha dichiarato che «la difesa della vita» non è una questione di «interesse particolare né confessionale» ma è una «meta di civiltà». La vita umana infatti dev’essere riconosciuta e custodita «dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza»
Ogni concepito, dicono i pro life, è «uno di noi». Ma è anche vero che tutti noi, vivi e vegeti, siamo stati a nostra volta «uno di loro». Solo nell’accoglienza della vita umana innocente e preziosa, anche per ragioni culturali e demografiche, troveremo «le risorse dell’intelligenza e del cuore» per rinnovare la società «verso mete di giustizia e di bene».
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Alberto Stasi (Ansa)
Dal 2015 Stasi era detenuto a Bollate e dal 2023 lavorava all’esterno dell’istituto penitenziario, in uno studio nel centro di Milano con mansioni amministrative e contabili terminate le quali con l’autobus si rimetteva sulla via del penitenziario. Negli ultimi mesi i giornalisti lo attendevano all’inizio o alla fine del lavoro nella speranza di strappare qualche commento dopo la riapertura delle indagini da parte della procura di Pavia a carico di Andrea Sempio, ma lui nulla, nessuna parola sui fatti giudiziari; solo parole di massima educazione nei confronti di chi si presentava col taccuino aperto o le telecamere accese. Del resto l’unica volta che si era sbilanciato concedendo un’intervista la Procura generale milanese chiese di annullare la semilibertà nell’aprile 2025; per fortuna la Cassazione confermò la scelta. Nell’udienza di ieri, cui ha partecipato anche Stasi, la Procura generale ha messo in luce come nel comportamento corretto ci siano anche l’accettazione della condanna da parte dell’ex bocconiano (accettazione che ovviamente non preclude la convinzione di proclamarsi innocente) e il risarcimento dei familiari di Chiara Poggi.
Stasi potrà continuare a lavorare dove già lavora e alle mansioni di ufficio affiancherà anche un percorso di volontariato. Nel provvedimento, che sarà depositato entro cinque giorni, il Tribunale indicherà le prescrizioni, come l’orario di rientro a casa, il fatto che non potrà lasciare l’Italia, e forse anche non dovrà rilasciare interviste e dichiarazioni perché tecnicamente non è ancora un uomo libero, una condizione che conoscerà - stando alla data di fine pena - nel 2028.
In questi mesi lo abbiamo conosciuto una seconda volta così, dopo che nel 2016 il tribunale dei giudici - e pure quello del popolo - cercava un colpevole, e forse lo voleva trovare anche senza che ve ne fosse l’assoluta certezza. Con la riapertura delle indagini il caso Garlasco ha riposizionato tutti gli attori, ne ha scombussolato le caselle e su quel ragazzo che da dieci anni e sei mesi si ritrova in carcere con l’accusa di essere il colpevole dell’omicidio di Chiara Poggi, gli occhi di molti italiani hanno mutato il punto di visto, il giudizio, l’impressione. Ecco perché la decisione del Tribunale di sorveglianza di accogliere la richiesta di affidamento in prova ci procura un brivido di compassione suppletiva, un moto di compiacimento, una «pacca sulla spalla» data a questo ragazzo invecchiato in gattabuia senza la certezza «al di là di ogni ragionevole dubbio» che fosse stato lui a uccidere Chiara.
Il fatto che non debba più tornare in carcere la sera e che possa riprendere le misure di una dimensione domestica senza sbarre, senza orari, senza quei rumori di fondo che per dieci anni e passa sono entrati nell’orecchio come acufene, merita un sorriso di compiacimento. Il nostro - da tempo riteniamo ingiusta quella condanna e quindi quella detenzione - di sicuro; ma anche chi non lo crede del tutto innocente non può che rallegrarsi per questa scelta che riallinea i principi del processo penale: non si condanna se la verità resta appiccicata ai dubbi, se la verità processuale non si smarca dalla leggerezza degli indizi. Perché il paradosso di questa lunga, tormentata vicenda dell’omicidio di Chiara Poggi è proprio questo: chi ha ucciso la ragazza? Chi non ha saputo leggere la scena del crimine? Chi non ha saputo in questi anni togliere la patina ai dubbi affermando una solida verità processuale?
Se ci rallegriamo perché Stasi non dovrà più tornare in cella dopo l’affidamento in prova ai servizi sociali, restiamo impauriti perché si possano fare dieci anni e sei mesi in galera quando - come stiamo vedendo - ci sono diversi scenari investigativi e quindi processuali possibili. È per questa scena del crimine «aperta» che ci viene da incoraggiare quel ragazzo dagli occhi di ghiaccio, diventato grande in un altro modo.
L’affidamento in prova non fa da preludio all’eventuale revisione del suo processo, sia chiaro, ma per l’opinione pubblica è intanto un alleggerimento della sua posizione personale, e poi è la speranza di arrivare a questa benedetta verità processuale «al di là di ogni ragionevole dubbio». Dicono che Stasi non tornerà a vivere a Garlasco, dicono che resterà a Milano in una casa dove vuole respirare aria nuova. E per questo potrebbe lasciare persino gli abiti ai compagni di cella. Alberto proverà a riprendersi la vita (e come messa in prova potrebbe bastare).
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