True
2021-12-09
Conte si butta sul proporzionale per non scomparire alle elezioni
Ansa
Giuseppi si butta sul proporzionale: ospite di Atreju, la kermesse organizzata da Fratelli d’Italia, il leader del M5s, Giuseppe Conte, alla domanda su quale legge elettorale ritenga migliore, risponde così: «Sulla legge elettorale la mia opinione è che non esiste una legge ideale. La legge elettorale interpreta il momento storico che si vive, e va confezionata sulla sensibilità di questa fase. Mi permetto di dire che in questa fase storica ci sono tante differenti sensibilità, sia nel centrodestra che nell’area progressista». Aggiunge Conte: «Credo che il modo migliore per affrontare la nuova legislatura sia un proporzionale con una soglia di sbarramento seria, al 5%. Consentirebbe alle forze politiche di poter competere con una relativa autonomia rispetto agli alleati di schieramento. Si può pensare a un patto di legislatura, contro il cambio di alleanze. La formula attuale», ricorda Giuseppi, «non ha consentito ai cittadini di indicare un presidente del Consiglio, io ne sono la testimonianza. La formula attuale non garantirà ai cittadini di eleggere il presidente del Consiglio neanche nella prossima legislatura».
Conte non riesce proprio a tagliare il cordone ombelicale, in termini politici, con il guru del Pd, Goffredo Bettini: «Sulla legge elettorale», aveva detto in mattinata Bettini a Sky Tg24, «dico: proporzionale, proporzionale e ancora proporzionale. Le difficoltà di costituire una realtà dei cosiddetti riformisti per svolgere un ruolo positivo, mentre oggi svolgono soprattutto un ruolo di incursione negativa nei confronti del Pd e degli altri partiti, impone la scelta del proporzionale. Ognuno», aveva aggiunto Bettini, «deve riconquistare un suo profilo e le alleanze si faranno dopo la campagna elettorale, quando ognuno misurerà la sua forza e le sue proposte programmatiche per l’Italia».
Il tuffo di Giuseppi sul proporzionale dimostra il sacro terrore del centrosinistra di perdere le prossime elezioni. In ogni caso, Conte dice la sua anche sulle riforme dicendo no alla proposta del presidenzialismo: «Mi permetto di dire», sottolinea Conte, «che ho avanzato delle proposte: non credo che ora ci sia la prospettiva di dare vita a una fase costituente. Ora serve qualcosa di concreto: firmiamo la sfiducia costruttiva, senza cambiare l’impostazione generale, facciamo come in Germania. Poi potremmo introdurre che si prende la fiducia a Camere congiunte, terzo possiamo ragionare sul premier che abbia la possibilità di revocare il mandato dei ministri. Serve stabilità», aggiunge il leader del M5s, «non possiamo avere un governo che duri un anno».
Conte torna anche, con un certo fastidio, sul rifiuto alla proposta di Enrico Letta (che oggi alle 19 sarà intervistato, sempre ad Atreju, da Maurizio Belpietro e Bruno Vespa) di candidarsi alle suppletive del 16 gennaio, per il seggio alla Camera lasciato vacante da Roberto Gualtieri, eletto sindaco di Roma: «Siamo al terzo giorno di polemiche», evidenzia Conte, «e stiamo ancora parlando di questo seggio. Credo che ai cittadini interessino ben altri problemi. Enrico Letta mi ha fatto in modo molto cortese questa proposta, ne abbiamo parlato, gli ho espresso le mie perplessità e ho declinato. Gli ho spiegato le mie ragioni. Lo stipendio da deputato per vivere? Io da vari mesi non prendo una lira, sono in aspettativa all’università e non esercito la professione. Quando sono stato chiamato a questa grande responsabilità di fare il presidente del Consiglio ho tracciato una linea», argomenta l’ex premier, «ho mandato le fatture ai clienti, ho incassato un po’ e camperò di quello».
In molti hanno interpretato il rifiuto di Conte a candidarsi alla Camera con la sua voglia matta di andare alle elezioni anticipate subito dopo l’elezione del presidente della Repubblica, in modo tale da poter compilare le liste e far eleggere suoi fedelissimi. Una chance che potrebbe sfuggirgli di mano se si votasse tra un anno, considerato che la sua leadership nel M5s è sempre più appannata. Ma quando si andrà al voto? «Gli elettori», risponde sibillino Conte, «devono votare ma una volta usciti da un contesto di emergenza. Le primarie per scegliere il leader del campo progressista? A tempo debito valuteremo il modo e il criterio migliore ma non mi spaventa questa possibilità».
A proposito di presidente della Repubblica, a chi pensa Conte? «Non è che possiamo qui a metterci a discutere», risponde Giuseppi, «chi sarà il prossimo presidente della Repubblica. Vogliamo personalità di alto profilo morale? Se vogliamo questo, più la discussione sarà ampia, aperta a tutte le forze politiche, più avremo la garanzia che sarà rappresentante di tutti e che la rappresentanza sarà più elevata a livello morale. Non è scritto da nessuna parte», sottolinea Conte, «che la sua provenienza debba essere solo da una parte politica». Conte si lascia (di nuovo) andare a parole di apprezzamento nei confronti di Silvio Berlusconi: «Berlusconi», sottolinea Conte, «ha avuto un grande consenso, ha interpretato il sentire del Paese, ha interpretato il desiderio del bipolarismo e ha contribuito a spingere i partiti di destra verso una destra moderna e di governo».
Cartabia-Fdi, feeling in vista Colle
Qualche irriducibile del retroscena, ieri pomeriggio ad Atreju, si è illuminato quando il Guardasigilli Marta Cartabia ha usato parole irritualmente benevole nei confronti di Fratelli d’Italia e di Giorgia Meloni, poi immortalate assieme sorridenti sul palco dai fotografi. Quando il ministro della Giustizia - di solito estremamente avara di pubbliche esternazioni - ha motivato la sua presenza alla festa più famosa della destra italiana con il dovere di confrontarsi con l’unico partito di opposizione, i più maliziosi tra i cronisti hanno buttato lì uno scenario in cui, magari tramontata o affossata in aula la candidatura di Silvio Berlusconi per il Quirinale, Fdi possa non ostacolare l’ipotesi Cartabia. Passando dal gioco del toto-Colle ai problemi urgenti del nostro Paese, c’è da dire che il confronto sulla giustizia ha messo molta carne al fuoco, anche per merito del deputato e responsabile Giustizia del partito, Andrea Delmastro, che ha introdotto il dibattito (cui ha partecipato anche l’ex pm Carlo Nordio) incalzando il ministro su questioni cruciali come la riforma del Csm, resa imprescindibile dall’esplosione del caso Palamara, lo stop alle porte girevoli tra magistratura e politica e la certezza della pena, messa in grave difficoltà dal sovraffollamento carcerario, dovuto a sua volta dall’altissima percentuale di detenuti stranieri e dalla tendenza all’indulto delle sinistre.
E il ministro, le cui parole sono state più volte accompagnate dagli applausi dei presenti, non si è sottratto. Anzi, è partito forte annunciando un giro di consultazioni a partire da stamani coi partiti della maggioranza per arrivare finalmente a boccino con la riforma del sistema elettorale e della composizione del Consiglio superiore della magistratura, che i continui scandali non sono riusciti ancora a sottrarre dalla dittatura delle correnti spesso egemonizzate dalla sinistra. Una riforma che la Cartabia - lo ha fatto capire tra le righe - vorrebbe molto più incisiva di quel che verosimilmente sarà, ma per la quale occorrerà una convergenza che vada da M5s a Italia viva, e quindi il concreto rischio di un compromesso fortemente al ribasso.
Nonostante ciò, il mood del ministro sulle storture del sistema si è capito quando si è lasciata andare ad un’anticipazione, citando il caso di Catello Maresca, magistrato ex candidato a sindaco di Napoli e ora contemporaneamente togato e consigliere comunale: «La proposta che farò alle forze di maggioranza», ha detto, «è come un caso come quello non possa mai più ripetersi. Che un giudice possa svolgere contemporaneamente funzioni giudiziarie e politiche non deve accadere».
Quanto alle questioni che riguardano più strettamente la vita quotidiana dei cittadini, come i tempi della giustizia, sia essa penale, civile o tributaria, il Guardasigilli si è mostrata ottimista affermando che «i tempi per la riforma sono propizi» grazie alle risorse previste dal Pnrr per la digitalizzazione e l’assunzione di nuove risorse. Applausi anche quando il ministro ha riconosciuto che il problema del sovraffollamento delle carceri è da attribuire anche alla forte presenza di detenuti stranieri, per i quali via Arenula sta cercando di «potenziare gli accordi per farli tornare nella loro patria a scontare la pena». Inevitabile, a questo punto, un riferimento alla triste vicenda di Chico Forti, che ha inviato lunedì scorso dal suo luogo di detenzione in Usa un messaggio di ringraziamento a Fdi: «Siamo impegnati», ha detto il ministro Cartabia, «per farlo tornare in Italia e fargli scontare la pena restante nel nostro Paese».
Continua a leggereRiduci
Il leader del M5s ad Atreju si accoda al pensiero del guru del Pd, Goffredo Bettini: «L’attuale formula non consente di indicare un presidente del Consiglio, io ne sono la testimonianza. Gli esecutivi non possono durare un anno»Il ministro della Giustizia ha usato parole benevole nei confronti di Giorgia Meloni. Poi ha perorato la riforma del Csm. «Carceri sovraffollate per la presenza di stranieri»Lo speciale contiene due articoliGiuseppi si butta sul proporzionale: ospite di Atreju, la kermesse organizzata da Fratelli d’Italia, il leader del M5s, Giuseppe Conte, alla domanda su quale legge elettorale ritenga migliore, risponde così: «Sulla legge elettorale la mia opinione è che non esiste una legge ideale. La legge elettorale interpreta il momento storico che si vive, e va confezionata sulla sensibilità di questa fase. Mi permetto di dire che in questa fase storica ci sono tante differenti sensibilità, sia nel centrodestra che nell’area progressista». Aggiunge Conte: «Credo che il modo migliore per affrontare la nuova legislatura sia un proporzionale con una soglia di sbarramento seria, al 5%. Consentirebbe alle forze politiche di poter competere con una relativa autonomia rispetto agli alleati di schieramento. Si può pensare a un patto di legislatura, contro il cambio di alleanze. La formula attuale», ricorda Giuseppi, «non ha consentito ai cittadini di indicare un presidente del Consiglio, io ne sono la testimonianza. La formula attuale non garantirà ai cittadini di eleggere il presidente del Consiglio neanche nella prossima legislatura».Conte non riesce proprio a tagliare il cordone ombelicale, in termini politici, con il guru del Pd, Goffredo Bettini: «Sulla legge elettorale», aveva detto in mattinata Bettini a Sky Tg24, «dico: proporzionale, proporzionale e ancora proporzionale. Le difficoltà di costituire una realtà dei cosiddetti riformisti per svolgere un ruolo positivo, mentre oggi svolgono soprattutto un ruolo di incursione negativa nei confronti del Pd e degli altri partiti, impone la scelta del proporzionale. Ognuno», aveva aggiunto Bettini, «deve riconquistare un suo profilo e le alleanze si faranno dopo la campagna elettorale, quando ognuno misurerà la sua forza e le sue proposte programmatiche per l’Italia».Il tuffo di Giuseppi sul proporzionale dimostra il sacro terrore del centrosinistra di perdere le prossime elezioni. In ogni caso, Conte dice la sua anche sulle riforme dicendo no alla proposta del presidenzialismo: «Mi permetto di dire», sottolinea Conte, «che ho avanzato delle proposte: non credo che ora ci sia la prospettiva di dare vita a una fase costituente. Ora serve qualcosa di concreto: firmiamo la sfiducia costruttiva, senza cambiare l’impostazione generale, facciamo come in Germania. Poi potremmo introdurre che si prende la fiducia a Camere congiunte, terzo possiamo ragionare sul premier che abbia la possibilità di revocare il mandato dei ministri. Serve stabilità», aggiunge il leader del M5s, «non possiamo avere un governo che duri un anno».Conte torna anche, con un certo fastidio, sul rifiuto alla proposta di Enrico Letta (che oggi alle 19 sarà intervistato, sempre ad Atreju, da Maurizio Belpietro e Bruno Vespa) di candidarsi alle suppletive del 16 gennaio, per il seggio alla Camera lasciato vacante da Roberto Gualtieri, eletto sindaco di Roma: «Siamo al terzo giorno di polemiche», evidenzia Conte, «e stiamo ancora parlando di questo seggio. Credo che ai cittadini interessino ben altri problemi. Enrico Letta mi ha fatto in modo molto cortese questa proposta, ne abbiamo parlato, gli ho espresso le mie perplessità e ho declinato. Gli ho spiegato le mie ragioni. Lo stipendio da deputato per vivere? Io da vari mesi non prendo una lira, sono in aspettativa all’università e non esercito la professione. Quando sono stato chiamato a questa grande responsabilità di fare il presidente del Consiglio ho tracciato una linea», argomenta l’ex premier, «ho mandato le fatture ai clienti, ho incassato un po’ e camperò di quello».In molti hanno interpretato il rifiuto di Conte a candidarsi alla Camera con la sua voglia matta di andare alle elezioni anticipate subito dopo l’elezione del presidente della Repubblica, in modo tale da poter compilare le liste e far eleggere suoi fedelissimi. Una chance che potrebbe sfuggirgli di mano se si votasse tra un anno, considerato che la sua leadership nel M5s è sempre più appannata. Ma quando si andrà al voto? «Gli elettori», risponde sibillino Conte, «devono votare ma una volta usciti da un contesto di emergenza. Le primarie per scegliere il leader del campo progressista? A tempo debito valuteremo il modo e il criterio migliore ma non mi spaventa questa possibilità».A proposito di presidente della Repubblica, a chi pensa Conte? «Non è che possiamo qui a metterci a discutere», risponde Giuseppi, «chi sarà il prossimo presidente della Repubblica. Vogliamo personalità di alto profilo morale? Se vogliamo questo, più la discussione sarà ampia, aperta a tutte le forze politiche, più avremo la garanzia che sarà rappresentante di tutti e che la rappresentanza sarà più elevata a livello morale. Non è scritto da nessuna parte», sottolinea Conte, «che la sua provenienza debba essere solo da una parte politica». Conte si lascia (di nuovo) andare a parole di apprezzamento nei confronti di Silvio Berlusconi: «Berlusconi», sottolinea Conte, «ha avuto un grande consenso, ha interpretato il sentire del Paese, ha interpretato il desiderio del bipolarismo e ha contribuito a spingere i partiti di destra verso una destra moderna e di governo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-si-butta-sul-proporzionale-per-non-scomparire-alle-elezioni-2655952075.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cartabia-fdi-feeling-in-vista-colle" data-post-id="2655952075" data-published-at="1639003343" data-use-pagination="False"> Cartabia-Fdi, feeling in vista Colle Qualche irriducibile del retroscena, ieri pomeriggio ad Atreju, si è illuminato quando il Guardasigilli Marta Cartabia ha usato parole irritualmente benevole nei confronti di Fratelli d’Italia e di Giorgia Meloni, poi immortalate assieme sorridenti sul palco dai fotografi. Quando il ministro della Giustizia - di solito estremamente avara di pubbliche esternazioni - ha motivato la sua presenza alla festa più famosa della destra italiana con il dovere di confrontarsi con l’unico partito di opposizione, i più maliziosi tra i cronisti hanno buttato lì uno scenario in cui, magari tramontata o affossata in aula la candidatura di Silvio Berlusconi per il Quirinale, Fdi possa non ostacolare l’ipotesi Cartabia. Passando dal gioco del toto-Colle ai problemi urgenti del nostro Paese, c’è da dire che il confronto sulla giustizia ha messo molta carne al fuoco, anche per merito del deputato e responsabile Giustizia del partito, Andrea Delmastro, che ha introdotto il dibattito (cui ha partecipato anche l’ex pm Carlo Nordio) incalzando il ministro su questioni cruciali come la riforma del Csm, resa imprescindibile dall’esplosione del caso Palamara, lo stop alle porte girevoli tra magistratura e politica e la certezza della pena, messa in grave difficoltà dal sovraffollamento carcerario, dovuto a sua volta dall’altissima percentuale di detenuti stranieri e dalla tendenza all’indulto delle sinistre. E il ministro, le cui parole sono state più volte accompagnate dagli applausi dei presenti, non si è sottratto. Anzi, è partito forte annunciando un giro di consultazioni a partire da stamani coi partiti della maggioranza per arrivare finalmente a boccino con la riforma del sistema elettorale e della composizione del Consiglio superiore della magistratura, che i continui scandali non sono riusciti ancora a sottrarre dalla dittatura delle correnti spesso egemonizzate dalla sinistra. Una riforma che la Cartabia - lo ha fatto capire tra le righe - vorrebbe molto più incisiva di quel che verosimilmente sarà, ma per la quale occorrerà una convergenza che vada da M5s a Italia viva, e quindi il concreto rischio di un compromesso fortemente al ribasso. Nonostante ciò, il mood del ministro sulle storture del sistema si è capito quando si è lasciata andare ad un’anticipazione, citando il caso di Catello Maresca, magistrato ex candidato a sindaco di Napoli e ora contemporaneamente togato e consigliere comunale: «La proposta che farò alle forze di maggioranza», ha detto, «è come un caso come quello non possa mai più ripetersi. Che un giudice possa svolgere contemporaneamente funzioni giudiziarie e politiche non deve accadere». Quanto alle questioni che riguardano più strettamente la vita quotidiana dei cittadini, come i tempi della giustizia, sia essa penale, civile o tributaria, il Guardasigilli si è mostrata ottimista affermando che «i tempi per la riforma sono propizi» grazie alle risorse previste dal Pnrr per la digitalizzazione e l’assunzione di nuove risorse. Applausi anche quando il ministro ha riconosciuto che il problema del sovraffollamento delle carceri è da attribuire anche alla forte presenza di detenuti stranieri, per i quali via Arenula sta cercando di «potenziare gli accordi per farli tornare nella loro patria a scontare la pena». Inevitabile, a questo punto, un riferimento alla triste vicenda di Chico Forti, che ha inviato lunedì scorso dal suo luogo di detenzione in Usa un messaggio di ringraziamento a Fdi: «Siamo impegnati», ha detto il ministro Cartabia, «per farlo tornare in Italia e fargli scontare la pena restante nel nostro Paese».
Avamposto italiano sul Coni Zugna nel maggio 1916 (Getty Images)
Sul fronte alpino è il secondo anno della Grande Guerra, che da offensiva è ormai mutata in guerra di posizione, con gli italiani concentrati nei tentativi di avanzata sul fronte dell’Isonzo. Gli austro-ungarici invece, forti delle vittorie in Serbia, nutrivano allora l’idea di dare una spallata al nemico attaccando sul fronte trentino per irrompere nella pianura veneta, con l’intenzione di prendere alle spalle il grosso degli italiani schierati sul fronte isontino.
L’azione avrebbe anche avuto, qualora vincente, di alleggerire le pressioni che l’Austria subiva anche sul fronte orientale. Fin dal dicembre 1915 gli austriaci organizzarono le forze, nonostante i non trascurabili problemi logistici che sia il logoramento del primo anno di guerra che le difficoltà di richiamare truppe da altri fronti comportavano. D’altra parte, i comandi supremi italiani trascurarono il pericolo di un attacco dal fronte trentino, considerato sicuro e non prioritario per l’asperità del terreno.
Luigi Cadorna, comandante supremo delle forze armate italiane, fu tra i più convinti sostenitori di questa prospettiva, che si rivelerà fallace. Il settore era allora comandato dal generale Roberto Brusati, che disattendendo alle direttive di Cadorna sul mantenimento di un atteggiamento difensivo sul settore trentino, rispose con una serie di attacchi alle posizioni austriache, allungando troppo la linea del fronte e rendendola più vulnerabile. Neppure le informazioni ricevute dall’ufficio informativo dell’Esercito fecero cambiare idea ai comandi italiani, che pur sapevano di una forte concentrazione di truppe nel Tirolo meridionale. Da parte austriaca, l’offensiva avrebbe dovuto già scattare nell’aprile 1916 ma le condizioni climatiche avverse che portarono a abbondanti nevicate primaverili ritardarono l’azione. Nei primi giorni di maggio del 1916, i piani del generale Franz Conrad von Hötzendorf videro lo schieramento di circa 300.000 uomini e 2.000 pezzi di artiglieria. Una forza molto superiore a quella italiana pronta all’azione tra i rilievi di Folgaria, Lavarone e Vezzena. A difendere le postazioni erano circa 150.000 soldati italiani, con un rapporto di forze di circa 2:1. Cadorna realizzò tardivamente l’incombere dell’attacco e licenziò Brusati per sostituirlo con il generale Pecori-Giraldi l’8 maggio.
Nonostante gli sforzi di quest’ultimo per consolidare la difesa richiamando forze dal fronte isontino, il 15 maggio gli austriaci aprirono le ostilità con un pesantissimo fuoco di artiglieria che precedette l’attacco dell’11ª armata sulla direttrice Folgaria-Lavarone. Due giorni più tardi caddero le linee di Posina e Arsiero, mentre sul monte Pasubio iniziò la battaglia degli Alpini, entrata in seguito nella memoria collettiva come una delle più dure di tutta la Grande Guerra. Le unità imperiali della 11ª Armata cercarono subito di sfondare lungo le direttrici della Val Posina e della Val d’Astico, puntando a isolare le difese del massiccio. Gli Alpini italiani, già presenti sulle quote alte, subirono l’urto iniziale ma mantennero il controllo delle creste principali, unico punto del fronte che non cedette all’attacco nemico per tutta la durata dell’offensiva di primavera.
Anche sul Coni Zugna gli italiani resistettero a lungo, così come i Granatieri di Sardegna sul monte Cengio, sacrificati fino all’estremo. La Val d’Astico e la Val Posina invece, furono il punto debole per le difese italiane: gli austriaci trovarono un varco che permetteva l’aggiramento a valle del Pasubio e del Cengio, penetrando in profondità verso l’altipiano di Asiago alla fine del mese di maggio del 1916. Il 28 maggio entrarono nella cittadina di Asiago, già evacuata dai civili alcuni giorni prima: la pianura veneta era ormai a poca distanza. Tuttavia gli austriaci avevano speso molto nell’offensiva, che mostrava serie difficoltà nella logistica. Nel frattempo Pecori-Giraldi era riuscito a riorganizzare le difese in pianura, con la rapida costituzione della nuova 5ª Armata di circa 180.000 uomini che riuscirono a difendere in extremis la via della pianura.
Fu tuttavia decisivo per le sorti del fronte trentino quanto avvenuto negli stessi giorni sul fronte orientale quando il generale russo Aleksej Alekseevič Brusilov sferrò un’offensiva violentissima su un fronte di 500 chilometri lungo il confine tra Ucraina e Bielorussia, costringendo gli austriaci a ridurre l’impegno sul fronte italiano. La pianura veneta era salva. Lo sarebbe stata per poco più di un anno, prima di essere violata dopo la ritirata italiana di Caporetto.
Continua a leggereRiduci
il ministro degli Esteri cinese Wang Yi mentre conversa con il primo ministro thailandese Anutin Charnvirakul durante un incontro presso la Casa del Governo a Bangkok (Ansa)
Bangkok e Pechino rafforzano il partenariato strategico con nuovi accordi su tecnologia, green ed economia. La Cina consolida la sua influenza nel Sudest asiatico approfittando delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e delle incertezze globali.
La Tailandia guarda sempre più alla Cina. A fine aprile, il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, si è incontrato con l’omologo di Pechino, Wang Yi.
Nell’occasione, stando a quanto riferito da Agenzia Nova, «le parti hanno riaffermato il loro impegno a rafforzare il partenariato strategico globale di cooperazione tra i due Paesi e hanno concordato di svolgere un ruolo attivo nella promozione della pace, della stabilità e dello sviluppo regionale».
Non solo. I due ministri hanno anche stabilito di redigere il prossimo Piano d'azione congiunto sulla Cooperazione Strategica, che riguarderà soprattutto tecnologia, green e auto elettrica. Inoltre, secondo una nota di Pechino, Phuangketkeow ha detto che «la Thailandia apprezza molto le quattro principali iniziative globali proposte dal presidente Xi Jinping ed è disposta a rafforzare il coordinamento multilaterale con la Cina per contribuire con la saggezza asiatica alla pace e allo sviluppo mondiale».
Come sottolineato da Deutsche Welle, la linea che il Dragone sta tenendo con Bangkok va ad inserirsi nella più ampia strategia che la Repubblica popolare ha messo in piedi per quanto riguarda il Sudest Asiatico. Xi Jinping spera di far leva sulle tensioni commerciali di Washington con l’area per presentare ai Paesi della regione la Cina come un fattore di stabilità sia sul piano geopolitico che commerciale. Non a caso, oltre a recarsi in Thailandia, Wang Yi ha visitato anche la Cambogia e il Myanmar. Del resto, oltre al nodo dei dazi statunitensi, secondo Deutsche Welle, il Sudest asiatico è preoccupato per gli impatti della crisi iraniana sul costo dell’energia e, più in generale, sul costo della vita. È quindi proprio facendo leva su questi fattori che Pechino spera di arginare l’influenza economica e geopolitica statunitense in loco.
È del resto significativo che, secondo il Washington Post, Phuangketkeow si sia lamentato dello scarso aiuto americano arrivato a Bangkok nel corso dell’attuale crisi iraniana. «Non si sono fatti avanti per parlarci di come possono aiutarci. Non ci hanno contattato direttamente dicendo: "Capiamo che dobbiate sopportare le conseguenze e possiamo darvi una mano"», ha dichiarato, riferendosi agli statunitensi. «Non vogliamo condannare direttamente gli Stati Uniti. Ma questa è una situazione che non avrebbe dovuto iniziare», ha aggiunto. Questo poi non significa che il Sudest asiatico passerà in blocco con Pechino. È infatti piuttosto probabile che continuerà ad adottare la strategia del pendolo tra Usa e Cina. Tuttavia, il Dragone ha trovato margine di manovra. Ed è intenzionato a usarlo.
Continua a leggereRiduci
Una clean room per la produzione di semiconduttori: senza elio, questi impianti rischiano rallentamenti o stop (iStock)
Dal Medio Oriente alla Russia, lo shock sull’elio toglie dal mercato oltre il 40% dell’offerta globale. Un gas cruciale per semiconduttori e risonanze magnetiche: rischio rallentamenti per l’IA, meno chip e possibili ricadute dirette su diagnosi e cure.
Quando si parla di elio il pensiero va subito ai palloncini delle feste di compleanno e alle comiche modifiche alla voce che comporta la sua aspirazione. Eppure, l’impiego di questo gas nobile travalica festeggiamenti e giochi scherzosi, trovando un utilizzo vitale in settori importantissimi come quello dell’intelligenza artificiale e l’ingegneria biomedica.
L’approvvigionamento di questo gas sta diventando sempre più difficile, con oltre il 40% della produzione mondiale che è stata improvvisamente tolta dal mercato. Può sembrare cosa da poco, tuttavia senza elio non è possibile fabbricare i semiconduttori alla base dei calcoli matematici fatti dai software di intelligenza artificiale, di fatto rendendo inutili gli stessi. Medesima cosa vale per gli scanner MRI (usati nelle risonanze magnetiche) e varie altre apparecchiature mediche, che richiedono grandi quantità di elio per il loro funzionamento.
Il principale responsabile è la guerra in Medio Oriente; dallo Stretto di Hormuz passavano infatti le esportazioni di elio del Qatar, secondo produttore mondiale (33,16% dell’elio globale, dati USGS 2025) dietro solamente agli Stati Uniti. La chiusura dello Stretto e il bombardamento iraniano dell’impianto di Ras Laffan hanno azzerato le esportazioni. A questo shock si è sommata l’imposizione di restrizioni all’export da parte della Russia, la terza produttrice mondiale (9,47% delle forniture), con il suo elio che potrà essere venduto solo ai Paesi dell’Unione Economica Eurasiatica e agli alleati di Mosca. In altre parole, il 42,6% dell’elio non è più sul mercato.
Le carenze sono dunque una realtà imminente, con ripercussioni profonde e sistemiche che si estendono ben oltre il mero aumento dei costi. L'industria dei semiconduttori, in particolare, si trova ad affrontare una sfida senza precedenti. L'elio è un elemento insostituibile in diverse fasi cruciali della produzione di chip, agendo come refrigerante essenziale per mantenere temperature estremamente basse durante processi delicati come la litografia e la deposizione di film sottili. La sua elevata conduttività termica permette infatti un raffreddamento ultra-veloce dei wafer di silicio, fondamentale per prevenire danni e garantire la precisione richiesta nella fabbricazione di chip sempre più piccoli e complessi.
Inoltre, l'elio svolge un ruolo vitale nell'incisione al plasma (cosiddetta «plasma etching»), un processo chiave per scolpire i circuiti sui wafer. Qui, l'elio non solo aiuta a controllare la temperatura, ma agisce anche come gas diluente, stabilizzando la densità del plasma e assicurando un'incisione uniforme e accurata. Senza un approvvigionamento costante e affidabile di elio, la produzione di semiconduttori avanzati, soprattutto quelli a nodi tecnologici più piccoli utilizzati per i software di IA, diventa estremamente difficile, se non impossibile. Le fabbriche di chip, che operano con margini di tolleranza minimi, non possono permettersi interruzioni o variazioni nella qualità dei materiali. La conseguenza diretta è un rallentamento della produzione, un aumento dei costi operativi e, in caso di carenze continuate, una riduzione dell'offerta globale di chip.
Meno chip, meno schede grafiche, meno potenza di calcolo. L'economia dell'IA è infatti intrinsecamente legata alla disponibilità di hardware potente, in particolare le Unità di Elaborazione Grafica (GPU) e i chip di memoria ad alta larghezza di banda (HBM), che sono il cuore pulsante dei data center e dei sistemi di calcolo avanzati. La produzione di questi componenti, già di per sé complessa, è ora ulteriormente minacciata dalla carenza di elio. Un collo di bottiglia di tale portata nella catena di approvvigionamento dell'elio si traduce in un rallentamento nella produzione di GPU e HBM, frenando l'innovazione nel campo dell'IA.
Ma le ripercussioni si estendono anche al settore medico, dove l'elio è un componente critico per il funzionamento degli scanner di Risonanza Magnetica (MRI). Questi dispositivi si basano infatti su magneti superconduttori che devono essere mantenuti a temperature criogeniche, ovvero prossime allo zero assoluto (-269°C), un compito che solo l'elio liquido può svolgere efficacemente. Senza un adeguato rifornimento di elio, i magneti non possono mantenere la superconduttività, portando quindi allo «spegnimento» del macchinario e rendendolo di fatto inutilizzabile.
Le conseguenze cliniche di una prolungata carenza di elio sono autoevidenti: ritardi nelle diagnosi, razionamento degli esami MRI e un inevitabile aumento dei costi sanitari, poiché le strutture mediche faticano a reperire il gas o a sostenere i prezzi crescenti. Insomma, quello che è sempre sembrato un gas utile per scherzi e feste si rivela invece una delle fondamenta invisibili della civiltà moderna, con la sua scarsità che rischia di incrinare contemporaneamente i pilastri della salute e del progresso tecnologico.
Continua a leggereRiduci
Donal Trump (Ansa)
Il presidente Usa giudica insufficiente l’offerta di Teheran sul nucleare: «Non sono sicuro che arriveranno alla pace». Sullo sfondo il rischio escalation militare, i piani del Pentagono e le critiche a Italia e Spagna.
Donald Trump non considera soddisfacente la nuova proposta di pace avanzata dall’Iran, anche se riconosce a Teheran qualche passo avanti sul piano negoziale. La posizione del presidente americano, espressa alla Casa Bianca nelle ultime ore, conferma una fase ancora lontana da un’intesa stabile, mentre sullo sfondo restano le tensioni militari e le mosse degli alleati.
Secondo Trump, l’Iran avrebbe «fatto progressi», ma non tali da garantire un accordo vicino: «Non sono sicuro che arriveranno mai alla pace», ha detto ai giornalisti, descrivendo la leadership iraniana come frammentata e poco coerente nelle decisioni. Il nodo centrale resta il programma nucleare, che Washington continua a considerare inaccettabile. Il presidente americano ha ribadito che la linea resta dura: «Siamo in una guerra perché non possiamo permettere a dei pazzi di avere l’arma nucleare». In questo quadro ha anche rilanciato la logica dello scontro diretto, sintetizzando le alternative in modo netto: «O un accordo o bombardarli a tappeto». Parole che si inseriscono in una fase di forte pressione militare e diplomatica.
Sul piano operativo, il Pentagono ha già informato la Casa Bianca di possibili scenari di intervento. L’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Centcom, e il capo di Stato Maggiore congiunto, generale Dan Caine, hanno illustrato i piani relativi a eventuali attacchi contro l’Iran. Una pianificazione che riflette il livello di allerta crescente nella regione. Tra i punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, definito da Trump «completamente chiuso, al 100%». Il blocco dei traffici marittimi e delle esportazioni energetiche iraniane viene indicato dagli Stati Uniti come una leva efficace di pressione economica e militare, ma allo stesso tempo aumenta il rischio di escalation. Le tensioni non riguardano solo il confronto diretto con Teheran. Nelle ultime dichiarazioni, Trump ha rivolto critiche anche agli alleati europei, affermando di non essere «contento dell’Italia e della Spagna» per la loro posizione sull’ipotesi di un Iran dotato di armi nucleari. Un messaggio che si inserisce in un clima già teso con diversi partner della Nato.
Sul fronte militare, si registra inoltre la possibilità di una revisione della presenza americana in Europa. Secondo quanto riportato da media statunitensi, il Pentagono starebbe valutando il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania, misura che rientrerebbe in una più ampia riallocazione delle forze verso l’area indo-pacifica. Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha indicato un orizzonte di completamento tra sei e dodici mesi. Parallelamente, si continua a lavorare sul piano diplomatico. L’Iran avrebbe presentato una nuova proposta tramite mediazione pakistana, aprendo alla possibilità di negoziati su nucleare e sanzioni, in cambio di un allentamento delle misure economiche e della fine delle operazioni militari contro i porti iraniani. Teheran avrebbe anche indicato la disponibilità a un confronto diretto nei prossimi giorni. Nonostante questi segnali, le posizioni restano distanti. Le richieste iraniane si intrecciano con la questione della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e con il dossier delle sanzioni, mentre Washington insiste sulla necessità di limitazioni verificabili al programma nucleare.
In questo contesto, il quadro regionale rimane instabile. Le tensioni si riflettono anche su altri fronti del Medio Oriente, dove le operazioni militari e le rivalità tra attori locali e internazionali contribuiscono a mantenere alta la pressione. Il risultato è una fase ancora aperta, in cui diplomazia e deterrenza procedono in parallelo senza un punto di sintesi evidente.
Continua a leggereRiduci