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2019-08-30
Conte ora inizia a elemosinare i voti. Salvini e la Meloni non si presentano
Ansa
Assunto da Beppe Grillo nel ristrettissimo club degli Elevati, Giuseppe Conte è asceso al Colle ieri mattina alle 9.30, per ricevere da Sergio Mattarella l'incarico di formare il nuovo governo. Come da copione, Conte ha accettato con riserva, che sarà sciolta realisticamente martedì o mercoledì prossimi, dopo che il premier avrà steso il programma, composto la squadra e superato l'eventuale voto di Rousseau, ritenuto decisivo dai 5 stelle per certificare l'intesa. Nel frattempo, l'incaricato ha avviato un suo giro di consultazioni, prendendosi subito due schiaffi morali da Matteo Salvini e Giorgia Meloni, come vedremo.
Ma prima si è presentato davanti alle telecamere: vestitino blu e cravatta in tinta, camicia bianca, inevitabile pochette, ciuffo leccatissimo, aria di chi fatica a dissimulare un'incontenibile smania di mostrarsi nella sua nuova veste di leader politico. E così, nel discorsetto (scritto) pronunciato in nove lunghi e noiosissimi minuti, Conte è sembrato un po' una concorrente di Miss Italia (con le banalità più consunte su ambiente, patrimonio artistico, giovani) e un po' un vecchio democristiano.
«Non sarà un governo contro, sarà un governo per», ha detto il premier incaricato e uscente . «Realizzerò un governo nel segno della novità: per una nuova e ampia stagione riformatrice, di rilancio, di speranza». Figurarsi. E quindi l'inevitabile elenco di «tecnologie, ambiente, mari e biodioversità, beni comuni, patrimonio artistico e culturale». Forse avendo dimenticato le disavventure della Tav, Conte ha pure citato «le infrastrutture e reti efficienti», prima di virare sul «benessere equo e sostenibile» e sulla rimozione delle «disuguaglianze di ogni tipo». E poi i giovani: «Non dobbiamo lasciare che le energie giovanili si disperdano all'estero, ma dobbiamo diventare un Paese attraente per i giovani che vivono all'estero», passaggio che - sui social - ha destato ironia, visto che la seconda parte della frase può far pensare ai giovani che arriveranno sui barconi con i porti riaperti. Ambiguo il passaggio di politica internazionale, con l'evocazione di un «multilateralismo efficace fondato sulla nostra collocazione euroatlantica» (non sarà facile tenere insieme gli omaggi a Trump e il Memorandum con la Cina).
Poi la parte più politica, nella quale Conte, senza fare una piega, ha cercato di presentare il suo ribaltone come la più coerente delle azioni: «Ho vissuto già un'esperienza di governo. La prospettiva di avviare una nuova esperienza mi aveva sollevato qualche dubbio. Ma ho superato queste perplessità nella consapevolezza di aver operato per il bene di tutti, non per interessi di parte o di singole forze politiche».
Quindi, un lungo elogio di sé stesso, e degli «elementi di coerenza che mi porto: cultura delle regole, principi non negoziabili, fedeltà ai valori che hanno sempre ispirato la mia azione». E infine, con sprezzo del ridicolo: «Di mio aggiungerò tanta passione che mi sgorga naturale. Ho evocato un nuovo umanesimo: non ho mai pensato che fosse lo slogan di un governo, ma l'orizzonte ideale di un intero Paese».
Più tardi, Conte ha aperto le sue consultazioni. Oggi sarà la giornata chiave, con i gruppi maggiori (ma attenzione: Matteo Salvini ha fatto sapere che non parteciperà in prima persona, al suo posto due sottosegretari, e analoga scelta ha compiuto ieri, con altrettanta linearità, Giorgia Meloni).
Ieri Conte ha visto i gruppi minori, con un calendario serrato (da ambulatorio medico o da altro tipo di prestazioni veloci: 15-20 minuti a testa). Dalle 15.20 alle 19.30 ha incontrato le varie componenti (in qualche caso, le frattaglie) del Gruppo Misto: il Maie (italiani all'estero), Più Europa-Centro democratico, Noi con l'Italia, Civica popolare, Psi, Sogno Italia-Dieci volte meglio-il partito delle competenze (esiste anche questo, con tre deputati al seguito…), poi le Autonomie, Leu, e infine Fdi.
Per Conte, l'incontro più rilevante è stato il penultimo: da Leu il premier spera infatti di incassare qualche voterello (più rilevanti i 4 senatori che i 14 deputati della lista Boldrini-Grasso, politicamente defunta ma tuttora rappresentata in Parlamento).
Resta la fotografia di fondo, con le smodate ambizioni di Conte, ormai incontenibili, che contrastano con due fatti politici incontrovertibili. Per un verso, la fragilità politica di un'operazione tutta di palazzo, senza idee e senza consenso nel Paese. E per altro verso, il match violentissimo in corso con Luigi Di Maio, che - in privato - dice tutt'altro rispetto alle lodi sperticate che è costretto a riservare a Conte in pubblico, visto che il premier gli sta tagliando letteralmente l'erba sotto i piedi. Un osservatore acuto e informato come Francesco Galietti (PolicySonar) commenta così: «Conte finge di non volere il ruolo di capopartito dei grillini, ma in realtà lo brama. È un gioco di specchi: grazie alla visibilità esterna, ha forza interna; ma solo grazie alla forza interna che vuole scippare a Di Maio, può avere visibilità esterna. Prima o poi, però, lo specchio può incrinarsi».
Come finirà? Tutto fa pensare che il governo partirà, ma in evidenti condizioni di debolezza, tra un Matteo Renzi che (intervistato da Cnbc) non esclude nemmeno pubblicamente una scissione e elezioni a breve, e un Di Maio che usa la minaccia del voto su Rousseau o per far saltare tutto, o, più credibilmente, per spuntare qualcosa in più nella sua personale trattativa per i posti.
È un tripudio di baciatori di pochette
«Contrordine, compagni» versione 2.0. Pochi mesi fa, i giornali italiani facevano eco - in estasi - al velenoso Guy Verhofstadt, che, a Strasburgo, aveva apostrofato Giuseppe Conte come «un burattino di Salvini e Di Maio». Essendo forse cambiati i burattinai, è mutato anche l'atteggiamento dei nostri grandi media, che ora descrivono l'avvocato del popolo come uno grande statista, un maestro di politica e pensiero. Dimenticate i sarcasmi sulla pochette o sul curriculum: adesso il premier è in una ideale teca, ha un altare tutto suo, una via di mezzo tra il Padre Pio di cui è devoto e un padre della patria giallorossa.
Il più lirico, letteralmente fuori categoria, è Giuliano Ferrara, in preda a un'eccitazione incontenibile. Ecco due perle (rare, come Conte secondo Di Maio) su Twitter: «Conte, sempre Conte, supremamente Conte», «Aprite le porte a Gonde» (pronuncia pugliese, presumiamo). Ma è sul Foglio che Ferrara ha dato il meglio, descrivendo il suo nuovo eroe: «Ha evitato lo sforamento baldorioso del deficit (…), ha evitato un paio di procedure d'infrazione contro l'Italia (…), ha spiegato alla Merkel in un video fatale che il Truce era un rompicoglioni incontrollabile». Il Truce sarebbe Salvini. E Conte ha vinto il duello, barrisce l'elefantino: «Se l'è cucinato a puntino, mettendo il limone nel posto giusto nella sublime porchetta». Morale: «Il comportamento di Conte è stato la perfetta espressione del discrimine che (…) separa la coerenza dal masochismo. (…) La coerenza a volte è solo l'ultimo rifugio delle canaglie».
Entusiasmo condiviso dall'attuale direttore del Foglio, Claudio Cerasa, esultante per il fatto che l'Italia abbia «un nuovo governo: l'Europa». Avete capito bene: «l'unica svolta possibile» è «fare del prossimo esecutivo il laboratorio europeo dell'antisovranismo». Eccitazione da pilota automatico o da guinzaglio, insomma. Nel sottotitolo dell'editoriale dell'altro ieri di Cerasa, compariva anche un significativo «Slurp!».
Intanto, nelle pagelle assegnate ieri dal Corsera (a firma di Roberto Gressi), il premier si è preso un rotondo 7. Ecco le motivazioni: «Lascia al palo Di Maio e Salvini che hanno creduto di poterlo manipolare. Per riuscire non è detto che sia indispensabile non avere macchie di sugo sulla cravatta e non masticare con la bocca aperta, però aiuta». E il miniritratto accosta Conte al Mister Wolf di Pulp Fiction (quello di «Risolvo problemi»). Un trionfo.
Due giorni prima, sempre il Corriere (a firma di Marco Galluzzo) si era superato: «solida credibilità politica e umana», «uno stile fatto di vari ingredienti: pazienza e spirito di sacrificio, competenza e autonomia», «uno standing conquistato sul campo anche sui tanti complicati tavoli internazionali», «doti di qualità, pazienza, temperanza».
Su La Stampa, è Andrea Malaguti ad allestire l'altare dedicato a Conte, con tanto di foto (mini)napoleonica: «Impossibile odiarlo, più facile sottovalutarlo. Grave errore, perché l'avvocato del popolo difficilmente si fa distrarre dagli obiettivi, e quasi mai li manca». E ancora: «Abile, furbo, educato, innamorato del figlio e mai divisivo, è riuscito a costruirsi un universo di relazioni straordinariamente largo che riesce a coltivare e a non ostentare». Fino alla profezia delle profezie, quella di «una salita al Colle non tanto per ricevere mandati, quanto per distribuirne». Avete capito bene: già presidente della Repubblica in pectore, con tre anni di anticipo.
Su Repubblica, è stato mobilitato Francesco Merlo, firma di punta addetta ai Grandi Lutti o ai Grandi Omaggi (e ieri non era giorno di lutti). Per Merlo, Conte è «il quasi premier che ha castigato gli spacconi», in un tripudio di «giacche di sartoria, colonia al limone, gemelli ai polsi». E ancora: «l'aria tranquilla, serena, conversativa, amabile e indulgente…». Mancano solo le testimonianze delle guarigioni procurate, ma ci si sta lavorando.
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Accettato l'incarico, via alle consultazioni con le richieste di poltrone (in cambio di sostegno ) di +Europa e Leu. La leader di Fdi non va e così farà il leghista oggi, con la sfilata di Pd e M5s. Il Colle concederà fino a mercoledì.È un tripudio di baciatori di pochette. I giornali che lo consideravano un burattino, ora lo ritraggono con la saliva. «Paziente», «conversativo», «credibile». E gemelli e colonia prendono il posto del loden di Monti... Lo speciale comprende due articoli.Assunto da Beppe Grillo nel ristrettissimo club degli Elevati, Giuseppe Conte è asceso al Colle ieri mattina alle 9.30, per ricevere da Sergio Mattarella l'incarico di formare il nuovo governo. Come da copione, Conte ha accettato con riserva, che sarà sciolta realisticamente martedì o mercoledì prossimi, dopo che il premier avrà steso il programma, composto la squadra e superato l'eventuale voto di Rousseau, ritenuto decisivo dai 5 stelle per certificare l'intesa. Nel frattempo, l'incaricato ha avviato un suo giro di consultazioni, prendendosi subito due schiaffi morali da Matteo Salvini e Giorgia Meloni, come vedremo. Ma prima si è presentato davanti alle telecamere: vestitino blu e cravatta in tinta, camicia bianca, inevitabile pochette, ciuffo leccatissimo, aria di chi fatica a dissimulare un'incontenibile smania di mostrarsi nella sua nuova veste di leader politico. E così, nel discorsetto (scritto) pronunciato in nove lunghi e noiosissimi minuti, Conte è sembrato un po' una concorrente di Miss Italia (con le banalità più consunte su ambiente, patrimonio artistico, giovani) e un po' un vecchio democristiano.«Non sarà un governo contro, sarà un governo per», ha detto il premier incaricato e uscente . «Realizzerò un governo nel segno della novità: per una nuova e ampia stagione riformatrice, di rilancio, di speranza». Figurarsi. E quindi l'inevitabile elenco di «tecnologie, ambiente, mari e biodioversità, beni comuni, patrimonio artistico e culturale». Forse avendo dimenticato le disavventure della Tav, Conte ha pure citato «le infrastrutture e reti efficienti», prima di virare sul «benessere equo e sostenibile» e sulla rimozione delle «disuguaglianze di ogni tipo». E poi i giovani: «Non dobbiamo lasciare che le energie giovanili si disperdano all'estero, ma dobbiamo diventare un Paese attraente per i giovani che vivono all'estero», passaggio che - sui social - ha destato ironia, visto che la seconda parte della frase può far pensare ai giovani che arriveranno sui barconi con i porti riaperti. Ambiguo il passaggio di politica internazionale, con l'evocazione di un «multilateralismo efficace fondato sulla nostra collocazione euroatlantica» (non sarà facile tenere insieme gli omaggi a Trump e il Memorandum con la Cina).Poi la parte più politica, nella quale Conte, senza fare una piega, ha cercato di presentare il suo ribaltone come la più coerente delle azioni: «Ho vissuto già un'esperienza di governo. La prospettiva di avviare una nuova esperienza mi aveva sollevato qualche dubbio. Ma ho superato queste perplessità nella consapevolezza di aver operato per il bene di tutti, non per interessi di parte o di singole forze politiche». Quindi, un lungo elogio di sé stesso, e degli «elementi di coerenza che mi porto: cultura delle regole, principi non negoziabili, fedeltà ai valori che hanno sempre ispirato la mia azione». E infine, con sprezzo del ridicolo: «Di mio aggiungerò tanta passione che mi sgorga naturale. Ho evocato un nuovo umanesimo: non ho mai pensato che fosse lo slogan di un governo, ma l'orizzonte ideale di un intero Paese». Più tardi, Conte ha aperto le sue consultazioni. Oggi sarà la giornata chiave, con i gruppi maggiori (ma attenzione: Matteo Salvini ha fatto sapere che non parteciperà in prima persona, al suo posto due sottosegretari, e analoga scelta ha compiuto ieri, con altrettanta linearità, Giorgia Meloni). Ieri Conte ha visto i gruppi minori, con un calendario serrato (da ambulatorio medico o da altro tipo di prestazioni veloci: 15-20 minuti a testa). Dalle 15.20 alle 19.30 ha incontrato le varie componenti (in qualche caso, le frattaglie) del Gruppo Misto: il Maie (italiani all'estero), Più Europa-Centro democratico, Noi con l'Italia, Civica popolare, Psi, Sogno Italia-Dieci volte meglio-il partito delle competenze (esiste anche questo, con tre deputati al seguito…), poi le Autonomie, Leu, e infine Fdi. Per Conte, l'incontro più rilevante è stato il penultimo: da Leu il premier spera infatti di incassare qualche voterello (più rilevanti i 4 senatori che i 14 deputati della lista Boldrini-Grasso, politicamente defunta ma tuttora rappresentata in Parlamento).Resta la fotografia di fondo, con le smodate ambizioni di Conte, ormai incontenibili, che contrastano con due fatti politici incontrovertibili. Per un verso, la fragilità politica di un'operazione tutta di palazzo, senza idee e senza consenso nel Paese. E per altro verso, il match violentissimo in corso con Luigi Di Maio, che - in privato - dice tutt'altro rispetto alle lodi sperticate che è costretto a riservare a Conte in pubblico, visto che il premier gli sta tagliando letteralmente l'erba sotto i piedi. Un osservatore acuto e informato come Francesco Galietti (PolicySonar) commenta così: «Conte finge di non volere il ruolo di capopartito dei grillini, ma in realtà lo brama. È un gioco di specchi: grazie alla visibilità esterna, ha forza interna; ma solo grazie alla forza interna che vuole scippare a Di Maio, può avere visibilità esterna. Prima o poi, però, lo specchio può incrinarsi». Come finirà? Tutto fa pensare che il governo partirà, ma in evidenti condizioni di debolezza, tra un Matteo Renzi che (intervistato da Cnbc) non esclude nemmeno pubblicamente una scissione e elezioni a breve, e un Di Maio che usa la minaccia del voto su Rousseau o per far saltare tutto, o, più credibilmente, per spuntare qualcosa in più nella sua personale trattativa per i posti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-ora-inizia-a-elemosinare-i-voti-salvini-e-la-meloni-non-si-presentano-2640106076.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-un-tripudio-di-baciatori-di-pochette" data-post-id="2640106076" data-published-at="1781354524" data-use-pagination="False"> È un tripudio di baciatori di pochette «Contrordine, compagni» versione 2.0. Pochi mesi fa, i giornali italiani facevano eco - in estasi - al velenoso Guy Verhofstadt, che, a Strasburgo, aveva apostrofato Giuseppe Conte come «un burattino di Salvini e Di Maio». Essendo forse cambiati i burattinai, è mutato anche l'atteggiamento dei nostri grandi media, che ora descrivono l'avvocato del popolo come uno grande statista, un maestro di politica e pensiero. Dimenticate i sarcasmi sulla pochette o sul curriculum: adesso il premier è in una ideale teca, ha un altare tutto suo, una via di mezzo tra il Padre Pio di cui è devoto e un padre della patria giallorossa. Il più lirico, letteralmente fuori categoria, è Giuliano Ferrara, in preda a un'eccitazione incontenibile. Ecco due perle (rare, come Conte secondo Di Maio) su Twitter: «Conte, sempre Conte, supremamente Conte», «Aprite le porte a Gonde» (pronuncia pugliese, presumiamo). Ma è sul Foglio che Ferrara ha dato il meglio, descrivendo il suo nuovo eroe: «Ha evitato lo sforamento baldorioso del deficit (…), ha evitato un paio di procedure d'infrazione contro l'Italia (…), ha spiegato alla Merkel in un video fatale che il Truce era un rompicoglioni incontrollabile». Il Truce sarebbe Salvini. E Conte ha vinto il duello, barrisce l'elefantino: «Se l'è cucinato a puntino, mettendo il limone nel posto giusto nella sublime porchetta». Morale: «Il comportamento di Conte è stato la perfetta espressione del discrimine che (…) separa la coerenza dal masochismo. (…) La coerenza a volte è solo l'ultimo rifugio delle canaglie». Entusiasmo condiviso dall'attuale direttore del Foglio, Claudio Cerasa, esultante per il fatto che l'Italia abbia «un nuovo governo: l'Europa». Avete capito bene: «l'unica svolta possibile» è «fare del prossimo esecutivo il laboratorio europeo dell'antisovranismo». Eccitazione da pilota automatico o da guinzaglio, insomma. Nel sottotitolo dell'editoriale dell'altro ieri di Cerasa, compariva anche un significativo «Slurp!». Intanto, nelle pagelle assegnate ieri dal Corsera (a firma di Roberto Gressi), il premier si è preso un rotondo 7. Ecco le motivazioni: «Lascia al palo Di Maio e Salvini che hanno creduto di poterlo manipolare. Per riuscire non è detto che sia indispensabile non avere macchie di sugo sulla cravatta e non masticare con la bocca aperta, però aiuta». E il miniritratto accosta Conte al Mister Wolf di Pulp Fiction (quello di «Risolvo problemi»). Un trionfo. Due giorni prima, sempre il Corriere (a firma di Marco Galluzzo) si era superato: «solida credibilità politica e umana», «uno stile fatto di vari ingredienti: pazienza e spirito di sacrificio, competenza e autonomia», «uno standing conquistato sul campo anche sui tanti complicati tavoli internazionali», «doti di qualità, pazienza, temperanza». Su La Stampa, è Andrea Malaguti ad allestire l'altare dedicato a Conte, con tanto di foto (mini)napoleonica: «Impossibile odiarlo, più facile sottovalutarlo. Grave errore, perché l'avvocato del popolo difficilmente si fa distrarre dagli obiettivi, e quasi mai li manca». E ancora: «Abile, furbo, educato, innamorato del figlio e mai divisivo, è riuscito a costruirsi un universo di relazioni straordinariamente largo che riesce a coltivare e a non ostentare». Fino alla profezia delle profezie, quella di «una salita al Colle non tanto per ricevere mandati, quanto per distribuirne». Avete capito bene: già presidente della Repubblica in pectore, con tre anni di anticipo. Su Repubblica, è stato mobilitato Francesco Merlo, firma di punta addetta ai Grandi Lutti o ai Grandi Omaggi (e ieri non era giorno di lutti). Per Merlo, Conte è «il quasi premier che ha castigato gli spacconi», in un tripudio di «giacche di sartoria, colonia al limone, gemelli ai polsi». E ancora: «l'aria tranquilla, serena, conversativa, amabile e indulgente…». Mancano solo le testimonianze delle guarigioni procurate, ma ci si sta lavorando.
Guido Crosetto (Ansa)
Il progetto è contenuto in uno schema di Disegno di legge dal titolo «Disposizioni per la costituzione di Forze di riserva, in materia di personale militare nonché delega al governo per la revisione dello strumento militare», che abbiamo avuto modo di visionare.
Naturalmente, lo schema dovrà innanzitutto essere presentato dal ministro Guido Crosetto in Consiglio dei ministri: una volta licenziato dal Cdm, passerà all’esame del Parlamento, che potrà apportare eventuali modifiche. Dalla Difesa apprendiamo che a illustrare i contenuti del Ddl saranno anche esponenti di vertice delle Forze armate, attraverso specifiche audizioni. Veniamo ai dettagli. Per incrementare la capacità operativa dello strumento militare nazionale, si legge nello schema del Ddl, è istituita la riserva operativa, al fine di disporre di un adeguato bacino di personale addestrato e prontamente impiegabile, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, anche in tempo di pace. Ne farà parte personale militare in congedo da non più di cinque anni, che potrà essere richiamato in servizio, ma chi vorrà potrà fare domanda per una proroga. Il personale della riserva operativa può essere richiamato in servizio annualmente per lo svolgimento delle attività di addestramento finalizzate allo sviluppo e al mantenimento della prontezza operativa, secondo modalità definite dalla Forza armata di appartenenza. La riserva volontaria specialistica nasce invece al fine di disporre di un adeguato bacino di personale in possesso di peculiari competenze professionali, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, sin dal tempo di pace, per l’assolvimento dei compiti di cui all’articolo 89.
È costituita da ufficiali, marescialli, sergenti e graduati di complemento. Chi ne fa parte, può essere richiamato in servizio, a domanda, per specifiche esigenze della Forza armata di appartenenza o del Corpo unico della Sanità militare. Infine, la riserva territoriale: stando allo schema del Ddl, questo personale è impiegato in attività addestrative, operative e logistiche, limitatamente al territorio nazionale, presso comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione. Questa riserva ha l’obiettivo di avere a disposizione un bacino di personale radicato sul territorio nazionale, rapidamente impiegabile a supporto delle esigenze funzionali delle Forze armate, incluso quello a supporto delle Forze di polizia, alla gestione delle emergenze e delle calamità, al soccorso e all’assistenza. Per partecipare alle procedure selettive per il reclutamento dei volontari della riserva territoriale occorre avere un’età non inferiore a 25 anni e non superiore a 35, e un diploma di terza media. I vincitori delle procedure selettive sono ammessi alla ferma prefissata di dodici mesi e sono disponibili, limitatamente al territorio nazionale, per l’assegnazione a comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione.
Come dicevamo l’obiettivo è raggiungere gradualmente le 40.000 unità in più, a seconda delle risorse disponibili (un membro della riserva operativa richiamato in servizio, ad esempio, viene pagato 130 euro per ogni giornata di lavoro) e delle effettive capacità di reclutamento, con questo cronoprogramma: un massimo di 5.071 unità per il 2028, 5.321 per il 2029, 7.001 per il 2030, 7.444 per il 2031, 7.500 per il 2032 e 7.663 per il 2033. Questo aumento, a regime, porterebbe le forze armate italiane a superare le 200.000 unità. Intanto l’Italia si appresta a tagliare in maniera consistente rispetto a quanto previsto la somma da chiedere in prestito al fondo Safe (Security Action for Europe), uno strumento finanziario europeo da 150 miliardi di euro nato per sostenere gli Stati membri negli investimenti nel settore della difesa e negli appalti congiunti. Al nostro Paese è stata riservata una quota di prestiti agevolati pari a 14,9 miliardi di euro, ma l’intenzione del governo è ridurre i prestiti previsti a circa 5 miliardi di euro per dare priorità alle misure contro il caro energia. Del resto, come ha spesso ripetuto il premier Giorgia Meloni, se non si affronta la drammatica crescita dei prezzi dei carburanti, in Italia resterà ben poco da difendere.
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Volodymyr Zelensky (Getty Images)
Non gli bastano le centinaia di miliardi sborsati dall’Ue, macché: secondo quanto riferisce Politico.eu avrebbe chiesto ulteriori 20 miliardi di dollari. E stavolta li ha chiesti alla Nato. Proprio così. Venti miliardi cash che dovrebbero uscire dalle casse dell’Alleanza atlantica e finire diritti diritti all’esercito di Kiev, cessi d’oro permettendo. E a cosa serviranno questi soldi? A difendere la democrazia? Macché: ad attaccare la Russia. Sono gli stessi ucraini, alti funzionari della difesa, ad ammetterlo: «Tutti vedono che la Russia sta bruciando, noi vogliamo che bruci ancor di più». Quindi la Nato paghi subito e senza fare storie perché, dicono, «la finestra di opportunità potrebbe chiudersi». Chiaro, no? Per non chiudere le finestre d’opportunità, bisogna aprire i portafogli.
Il Parlamento europeo ha calcolato che fra febbraio 2022 e febbraio 2026 nelle casse ucraine siano finiti circa 200 miliardi di euro. Di questi oltre 15 miliardi sono stati pagati dai cittadini italiani. Poi poche settimane fa, dopo un lungo tiramolla, c’è stato un ulteriore stanziamento di 90 miliardi di euro. Uno pensa: si accontenteranno. Invece no. Invece, come quei figli spendaccioni, che più gli aumenti la paghetta e più scialano, e non ne hanno mai abbastanza, Zelensky è tornato a bussare quattrini. Vuole 20 miliardi di dollari, cioè 17,3 miliardi di euro al cambio attuale. E stavolta li chiede alla Nato che ovviamente li chiederà agli Stati membri. Risultato: pagano sempre i cittadini. Compresi i cittadini italiani che già non sono felici di dover versare più soldi alla Nato (il famoso 5 per cento del Pil), mentre la sanità è a pezzi e le pensioni restano da fame. Se poi gli dici che devono dare ancor più soldi alla Nato per dare ancor più soldi a Zelensky, perché deve andare a bombardare Mosca, che diranno secondo voi?
Eppure stando alle indiscrezioni autorevolmente riportate da Politico.eu, sembra tutto apparecchiato. La proposta verrà ufficialmente presentata il 18 giugno in occasione della prossima riunione del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, noto anche come «formato Ramstein». E poi sarà discussa nel vertice dei leader della Nato che si terrà a luglio ad Ankara, al quale parteciperà il questuante Zelensky.
«A ciascun alleato verrà chiesto un contributo tra i 2 e i 6 miliardi di dollari per raggiungere l’obiettivo di 20 miliardi», dicono gli alti funzionari ucraini aggiungendo, bontà loro, che «potrà trattarsi di aiuti o di prestiti». In pratica: i Paesi della Nato potranno scegliere se donare i soldi a fondo perduto o fingere che i soldi siano prestati, anche se non torneranno mai indietro. Non è meraviglioso? In compenso a Kiev sanno già come spenderli quei soldi, sempre al netto dei cessi d’oro, s’intende: acquisteranno «più droni, munizioni, apparecchiature per la guerra elettronica e soprattutto strumenti con capacità a lungo raggio». Ovvio: la Russia brucia, ora brucerà di più. E intanto bruciano anche un po’ dei nostri risparmi.
Comunque sembra tutto deciso. E, per portarsi avanti, ieri Zelensky ha annunciato aumenti di stipendio per i militari ucraini, che saranno operativi, retroattivamente, dal 1 giugno. Si alza il livello minimo della retribuzione, vengono «introdotti nuovi contratti molto più vantaggiosi» e anche premi di produzione legati al numero di combattimenti cui i soldati parteciperanno. In pratica più ne ammazzi, più bonus avrai in busta paga. «L’Ucraina ha le risorse per aumentare gli stipendi nelle Forze armate», ha annunciato trionfante Zelensky con apposito video. Dimenticando di dire che quelle risorse l’Ucraina ce l’ha perché gliele abbiamo gentilmente offerte noi…
Ora però non resta che aspettare il momento in cui i Paesi Nato gli offriranno il resto. E sarà bello sentire come lo spiegheranno ai loro cittadini: scusate, cari italiani, lo sappiamo che abbiamo già dato una barcata di miliardi a quel signore di Kiev, lo sappiamo che grazie ai nostri soldi lui può fare contratti vantaggiosi ai militari ucraini mentre gli stipendi nostri continuano a essere miseri, lo sappiamo che abbiamo già applicato venti pacchetti di sanzioni alla Russia che hanno fatto più male a noi che a loro, lo sappiamo che, come Ue, abbiamo appena stanziato 90 miliardi per sostenere gli eroici combattenti ucraini, ma adesso, scusateci, dobbiamo aggiungerne un’altra ventina, tutti insieme, e a noi italiani ne toccano non meno di due. Abbiate pazienza, ma così va il mondo oggi: lacrime, sangue e oro a Kiev. Non siete contenti? Lo sappiamo. Ma già che ci siamo vorremmo farvi una confidenza: sapete quello che vi abbiamo sempre detto, cioè che i vostri soldi servono per difendere l’Ucraina? Ecco: non è così. Quei soldi oggi non servono per difendere l’Ucraina: servono per attaccare la Russia. Dunque pagate e bombardate con noi: è il momento del lungo raggio, non del braccio corto.
Eppure vi ricordate quanta prudenza c’era all’inizio della guerra, quando cominciarono i primi finanziamenti all’Ucraina? «Daremo solo armi difensive», si diceva. Poi dopo un po’ la correzione: no, daremo anche armi offensive, ma solo leggere. Poi: no, daremo armi offensive e anche pesanti. Cioè i carri armati. Poi anche i super carri armati. Poi i missili a corto raggio. Poi a medio raggio. Poi a lungo raggio e pure i caccia. Ora si arriva direttamente al finanziamento Nato per «far bruciare la Russia». In pratica: si trascina la Nato in guerra per interposto quattrino. Non è uno scherzo: passo dopo passo ci siamo arrivati. Se la richiesta sarà avanzata e accettata, in effetti, la Nato parteciperà di fatto all’attacco alla Russia, in modo esplicito, senza per altro che una dichiarazione di guerra sia mai stata presentata e votata dai Parlamenti degli stati membri. Il prossimo che dice che così difendiamo la democrazia merita altri 20 miliardi. Ma di calci nel sedere.
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Donald Trump (Ansa)
I rapporti transatlantici potrebbero essere presto rimodellati. «Gli alleati europei non sono stati d’aiuto adesso, ma possono essere molto d’aiuto in futuro, dopo l’intesa con l’Iran», ha dichiarato ieri Donald Trump. Nelle stesse ore, il New York Times riferiva che gli Stati Uniti sarebbero pronti a ridurre gli aerei e le navi da guerra messe a disposizione per le operazioni militari della Nato in Europa. «I funzionari del Dipartimento della Guerra hanno comunicato agli alleati che gli Stati Uniti ridimensioneranno il proprio contributo al Modello di Forza Nato, in linea con le direttive di condivisione degli oneri previste dalla Strategia di Difesa Nazionale 2026 e con la visione del Dipartimento per una Nato 3.0», aveva del resto già dichiarato il Pentagono la settimana scorsa. Non solo. Il Comandante supremo delle Forze alleate in Europa, Alexus G. Grynkewich, ha anche annunciato ieri una graduale riduzione delle truppe Nato in Kosovo.
Sempre ieri, il ministero della Difesa di Canberra ha annunciato che, in base all’Aukus, a partire dal prossimo anno quattro sottomarini a propulsione nucleare, comandati dagli Stati Uniti, opereranno a rotazione nella costa occidentale australiana. Secondo quanto reso noto da alcuni funzionari americani, questo permetterà a Washington di avere maggiore proiezione sul Mar cinese meridionale: il che consentirà alla Casa Bianca di aumentare il proprio margine di manovra soprattutto per quanto riguarda la crescente tensione tra Pechino e Taipei. Era inoltre fine maggio, quando, nell’ambito del Quadrilateral security dialogue, i ministri degli esteri di Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno concordato di realizzare congiuntamente un porto nelle Fiji, oltre a firmare accordi in materia di minerali strategici e di sicurezza energetica.
Si tratta di mosse significative. Il Quadrilateral security dialogue è un formato che venne rilanciato nel 2017 ai tempi della prima amministrazione Trump e che, durante il primo anno della sua seconda presidenza, era sembrato finire parzialmente nel dimenticatoio a causa delle tensioni commerciali tra Washington e Nuova Delhi. L’Aukus è invece un patto di sicurezza tra Usa, Australia e Regno Unito, che fu sottoscritto da Joe Biden nel settembre 2021. Ebbene, Trump ha adesso intenzione di far leva su entrambe queste partnership per aumentare la deterrenza statunitense nei confronti di Pechino. Tutto questo, mentre, come abbiamo visto, la Casa Bianca si prepara a ridurre la propria presenza militare in Europa.
Emergono quindi almeno due considerazioni. Innanzitutto, è chiaro come, dal punto di vista strategico, per gli Stati Uniti il Vecchio continente stia sempre più diventando di secondaria importanza rispetto all’Indo-Pacifico. Parliamo di un trend che era già iniziato ai tempi della presidenza di Barack Obama e che si è rafforzato nel corso degli ultimi anni. Trump, a maggior ragione nel pieno del difficile sforzo diplomatico per porre fine al conflitto iraniano, ha bisogno di alleati proattivi, che si assumano maggiori responsabilità e che permettano di ridurre oneri e costi agli Stati Uniti. Tutto questo, in nome della priorità strategica di Washington, che è il contenimento della Cina.
In secondo luogo, il presidente americano ha intenzione di usare il sostegno militare anche come strumento di ricompensa o punizione nei rapporti altalenanti con gli alleati. Da una parte, anche a causa dei suoi rapporti non idilliaci con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Trump ha annunciato a maggio l’intenzione di ritirare 5.000 soldati americani dalla Germania; dall’altra, l’inquilino della Casa Bianca ha tuttavia detto di volerne inviare altrettanti in Polonia in nome della sua solida relazione politica con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Insomma, il Vecchio continente non può più dare nulla per scontato. E le ben note manovre filocinesi di leader, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, rischiano soltanto di complicare (anziché rilanciare) le relazioni transatlantiche.
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