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2019-08-30
Conte ora inizia a elemosinare i voti. Salvini e la Meloni non si presentano
Ansa
Assunto da Beppe Grillo nel ristrettissimo club degli Elevati, Giuseppe Conte è asceso al Colle ieri mattina alle 9.30, per ricevere da Sergio Mattarella l'incarico di formare il nuovo governo. Come da copione, Conte ha accettato con riserva, che sarà sciolta realisticamente martedì o mercoledì prossimi, dopo che il premier avrà steso il programma, composto la squadra e superato l'eventuale voto di Rousseau, ritenuto decisivo dai 5 stelle per certificare l'intesa. Nel frattempo, l'incaricato ha avviato un suo giro di consultazioni, prendendosi subito due schiaffi morali da Matteo Salvini e Giorgia Meloni, come vedremo.
Ma prima si è presentato davanti alle telecamere: vestitino blu e cravatta in tinta, camicia bianca, inevitabile pochette, ciuffo leccatissimo, aria di chi fatica a dissimulare un'incontenibile smania di mostrarsi nella sua nuova veste di leader politico. E così, nel discorsetto (scritto) pronunciato in nove lunghi e noiosissimi minuti, Conte è sembrato un po' una concorrente di Miss Italia (con le banalità più consunte su ambiente, patrimonio artistico, giovani) e un po' un vecchio democristiano.
«Non sarà un governo contro, sarà un governo per», ha detto il premier incaricato e uscente . «Realizzerò un governo nel segno della novità: per una nuova e ampia stagione riformatrice, di rilancio, di speranza». Figurarsi. E quindi l'inevitabile elenco di «tecnologie, ambiente, mari e biodioversità, beni comuni, patrimonio artistico e culturale». Forse avendo dimenticato le disavventure della Tav, Conte ha pure citato «le infrastrutture e reti efficienti», prima di virare sul «benessere equo e sostenibile» e sulla rimozione delle «disuguaglianze di ogni tipo». E poi i giovani: «Non dobbiamo lasciare che le energie giovanili si disperdano all'estero, ma dobbiamo diventare un Paese attraente per i giovani che vivono all'estero», passaggio che - sui social - ha destato ironia, visto che la seconda parte della frase può far pensare ai giovani che arriveranno sui barconi con i porti riaperti. Ambiguo il passaggio di politica internazionale, con l'evocazione di un «multilateralismo efficace fondato sulla nostra collocazione euroatlantica» (non sarà facile tenere insieme gli omaggi a Trump e il Memorandum con la Cina).
Poi la parte più politica, nella quale Conte, senza fare una piega, ha cercato di presentare il suo ribaltone come la più coerente delle azioni: «Ho vissuto già un'esperienza di governo. La prospettiva di avviare una nuova esperienza mi aveva sollevato qualche dubbio. Ma ho superato queste perplessità nella consapevolezza di aver operato per il bene di tutti, non per interessi di parte o di singole forze politiche».
Quindi, un lungo elogio di sé stesso, e degli «elementi di coerenza che mi porto: cultura delle regole, principi non negoziabili, fedeltà ai valori che hanno sempre ispirato la mia azione». E infine, con sprezzo del ridicolo: «Di mio aggiungerò tanta passione che mi sgorga naturale. Ho evocato un nuovo umanesimo: non ho mai pensato che fosse lo slogan di un governo, ma l'orizzonte ideale di un intero Paese».
Più tardi, Conte ha aperto le sue consultazioni. Oggi sarà la giornata chiave, con i gruppi maggiori (ma attenzione: Matteo Salvini ha fatto sapere che non parteciperà in prima persona, al suo posto due sottosegretari, e analoga scelta ha compiuto ieri, con altrettanta linearità, Giorgia Meloni).
Ieri Conte ha visto i gruppi minori, con un calendario serrato (da ambulatorio medico o da altro tipo di prestazioni veloci: 15-20 minuti a testa). Dalle 15.20 alle 19.30 ha incontrato le varie componenti (in qualche caso, le frattaglie) del Gruppo Misto: il Maie (italiani all'estero), Più Europa-Centro democratico, Noi con l'Italia, Civica popolare, Psi, Sogno Italia-Dieci volte meglio-il partito delle competenze (esiste anche questo, con tre deputati al seguito…), poi le Autonomie, Leu, e infine Fdi.
Per Conte, l'incontro più rilevante è stato il penultimo: da Leu il premier spera infatti di incassare qualche voterello (più rilevanti i 4 senatori che i 14 deputati della lista Boldrini-Grasso, politicamente defunta ma tuttora rappresentata in Parlamento).
Resta la fotografia di fondo, con le smodate ambizioni di Conte, ormai incontenibili, che contrastano con due fatti politici incontrovertibili. Per un verso, la fragilità politica di un'operazione tutta di palazzo, senza idee e senza consenso nel Paese. E per altro verso, il match violentissimo in corso con Luigi Di Maio, che - in privato - dice tutt'altro rispetto alle lodi sperticate che è costretto a riservare a Conte in pubblico, visto che il premier gli sta tagliando letteralmente l'erba sotto i piedi. Un osservatore acuto e informato come Francesco Galietti (PolicySonar) commenta così: «Conte finge di non volere il ruolo di capopartito dei grillini, ma in realtà lo brama. È un gioco di specchi: grazie alla visibilità esterna, ha forza interna; ma solo grazie alla forza interna che vuole scippare a Di Maio, può avere visibilità esterna. Prima o poi, però, lo specchio può incrinarsi».
Come finirà? Tutto fa pensare che il governo partirà, ma in evidenti condizioni di debolezza, tra un Matteo Renzi che (intervistato da Cnbc) non esclude nemmeno pubblicamente una scissione e elezioni a breve, e un Di Maio che usa la minaccia del voto su Rousseau o per far saltare tutto, o, più credibilmente, per spuntare qualcosa in più nella sua personale trattativa per i posti.
È un tripudio di baciatori di pochette
«Contrordine, compagni» versione 2.0. Pochi mesi fa, i giornali italiani facevano eco - in estasi - al velenoso Guy Verhofstadt, che, a Strasburgo, aveva apostrofato Giuseppe Conte come «un burattino di Salvini e Di Maio». Essendo forse cambiati i burattinai, è mutato anche l'atteggiamento dei nostri grandi media, che ora descrivono l'avvocato del popolo come uno grande statista, un maestro di politica e pensiero. Dimenticate i sarcasmi sulla pochette o sul curriculum: adesso il premier è in una ideale teca, ha un altare tutto suo, una via di mezzo tra il Padre Pio di cui è devoto e un padre della patria giallorossa.
Il più lirico, letteralmente fuori categoria, è Giuliano Ferrara, in preda a un'eccitazione incontenibile. Ecco due perle (rare, come Conte secondo Di Maio) su Twitter: «Conte, sempre Conte, supremamente Conte», «Aprite le porte a Gonde» (pronuncia pugliese, presumiamo). Ma è sul Foglio che Ferrara ha dato il meglio, descrivendo il suo nuovo eroe: «Ha evitato lo sforamento baldorioso del deficit (…), ha evitato un paio di procedure d'infrazione contro l'Italia (…), ha spiegato alla Merkel in un video fatale che il Truce era un rompicoglioni incontrollabile». Il Truce sarebbe Salvini. E Conte ha vinto il duello, barrisce l'elefantino: «Se l'è cucinato a puntino, mettendo il limone nel posto giusto nella sublime porchetta». Morale: «Il comportamento di Conte è stato la perfetta espressione del discrimine che (…) separa la coerenza dal masochismo. (…) La coerenza a volte è solo l'ultimo rifugio delle canaglie».
Entusiasmo condiviso dall'attuale direttore del Foglio, Claudio Cerasa, esultante per il fatto che l'Italia abbia «un nuovo governo: l'Europa». Avete capito bene: «l'unica svolta possibile» è «fare del prossimo esecutivo il laboratorio europeo dell'antisovranismo». Eccitazione da pilota automatico o da guinzaglio, insomma. Nel sottotitolo dell'editoriale dell'altro ieri di Cerasa, compariva anche un significativo «Slurp!».
Intanto, nelle pagelle assegnate ieri dal Corsera (a firma di Roberto Gressi), il premier si è preso un rotondo 7. Ecco le motivazioni: «Lascia al palo Di Maio e Salvini che hanno creduto di poterlo manipolare. Per riuscire non è detto che sia indispensabile non avere macchie di sugo sulla cravatta e non masticare con la bocca aperta, però aiuta». E il miniritratto accosta Conte al Mister Wolf di Pulp Fiction (quello di «Risolvo problemi»). Un trionfo.
Due giorni prima, sempre il Corriere (a firma di Marco Galluzzo) si era superato: «solida credibilità politica e umana», «uno stile fatto di vari ingredienti: pazienza e spirito di sacrificio, competenza e autonomia», «uno standing conquistato sul campo anche sui tanti complicati tavoli internazionali», «doti di qualità, pazienza, temperanza».
Su La Stampa, è Andrea Malaguti ad allestire l'altare dedicato a Conte, con tanto di foto (mini)napoleonica: «Impossibile odiarlo, più facile sottovalutarlo. Grave errore, perché l'avvocato del popolo difficilmente si fa distrarre dagli obiettivi, e quasi mai li manca». E ancora: «Abile, furbo, educato, innamorato del figlio e mai divisivo, è riuscito a costruirsi un universo di relazioni straordinariamente largo che riesce a coltivare e a non ostentare». Fino alla profezia delle profezie, quella di «una salita al Colle non tanto per ricevere mandati, quanto per distribuirne». Avete capito bene: già presidente della Repubblica in pectore, con tre anni di anticipo.
Su Repubblica, è stato mobilitato Francesco Merlo, firma di punta addetta ai Grandi Lutti o ai Grandi Omaggi (e ieri non era giorno di lutti). Per Merlo, Conte è «il quasi premier che ha castigato gli spacconi», in un tripudio di «giacche di sartoria, colonia al limone, gemelli ai polsi». E ancora: «l'aria tranquilla, serena, conversativa, amabile e indulgente…». Mancano solo le testimonianze delle guarigioni procurate, ma ci si sta lavorando.
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Accettato l'incarico, via alle consultazioni con le richieste di poltrone (in cambio di sostegno ) di +Europa e Leu. La leader di Fdi non va e così farà il leghista oggi, con la sfilata di Pd e M5s. Il Colle concederà fino a mercoledì.È un tripudio di baciatori di pochette. I giornali che lo consideravano un burattino, ora lo ritraggono con la saliva. «Paziente», «conversativo», «credibile». E gemelli e colonia prendono il posto del loden di Monti... Lo speciale comprende due articoli.Assunto da Beppe Grillo nel ristrettissimo club degli Elevati, Giuseppe Conte è asceso al Colle ieri mattina alle 9.30, per ricevere da Sergio Mattarella l'incarico di formare il nuovo governo. Come da copione, Conte ha accettato con riserva, che sarà sciolta realisticamente martedì o mercoledì prossimi, dopo che il premier avrà steso il programma, composto la squadra e superato l'eventuale voto di Rousseau, ritenuto decisivo dai 5 stelle per certificare l'intesa. Nel frattempo, l'incaricato ha avviato un suo giro di consultazioni, prendendosi subito due schiaffi morali da Matteo Salvini e Giorgia Meloni, come vedremo. Ma prima si è presentato davanti alle telecamere: vestitino blu e cravatta in tinta, camicia bianca, inevitabile pochette, ciuffo leccatissimo, aria di chi fatica a dissimulare un'incontenibile smania di mostrarsi nella sua nuova veste di leader politico. E così, nel discorsetto (scritto) pronunciato in nove lunghi e noiosissimi minuti, Conte è sembrato un po' una concorrente di Miss Italia (con le banalità più consunte su ambiente, patrimonio artistico, giovani) e un po' un vecchio democristiano.«Non sarà un governo contro, sarà un governo per», ha detto il premier incaricato e uscente . «Realizzerò un governo nel segno della novità: per una nuova e ampia stagione riformatrice, di rilancio, di speranza». Figurarsi. E quindi l'inevitabile elenco di «tecnologie, ambiente, mari e biodioversità, beni comuni, patrimonio artistico e culturale». Forse avendo dimenticato le disavventure della Tav, Conte ha pure citato «le infrastrutture e reti efficienti», prima di virare sul «benessere equo e sostenibile» e sulla rimozione delle «disuguaglianze di ogni tipo». E poi i giovani: «Non dobbiamo lasciare che le energie giovanili si disperdano all'estero, ma dobbiamo diventare un Paese attraente per i giovani che vivono all'estero», passaggio che - sui social - ha destato ironia, visto che la seconda parte della frase può far pensare ai giovani che arriveranno sui barconi con i porti riaperti. Ambiguo il passaggio di politica internazionale, con l'evocazione di un «multilateralismo efficace fondato sulla nostra collocazione euroatlantica» (non sarà facile tenere insieme gli omaggi a Trump e il Memorandum con la Cina).Poi la parte più politica, nella quale Conte, senza fare una piega, ha cercato di presentare il suo ribaltone come la più coerente delle azioni: «Ho vissuto già un'esperienza di governo. La prospettiva di avviare una nuova esperienza mi aveva sollevato qualche dubbio. Ma ho superato queste perplessità nella consapevolezza di aver operato per il bene di tutti, non per interessi di parte o di singole forze politiche». Quindi, un lungo elogio di sé stesso, e degli «elementi di coerenza che mi porto: cultura delle regole, principi non negoziabili, fedeltà ai valori che hanno sempre ispirato la mia azione». E infine, con sprezzo del ridicolo: «Di mio aggiungerò tanta passione che mi sgorga naturale. Ho evocato un nuovo umanesimo: non ho mai pensato che fosse lo slogan di un governo, ma l'orizzonte ideale di un intero Paese». Più tardi, Conte ha aperto le sue consultazioni. Oggi sarà la giornata chiave, con i gruppi maggiori (ma attenzione: Matteo Salvini ha fatto sapere che non parteciperà in prima persona, al suo posto due sottosegretari, e analoga scelta ha compiuto ieri, con altrettanta linearità, Giorgia Meloni). Ieri Conte ha visto i gruppi minori, con un calendario serrato (da ambulatorio medico o da altro tipo di prestazioni veloci: 15-20 minuti a testa). Dalle 15.20 alle 19.30 ha incontrato le varie componenti (in qualche caso, le frattaglie) del Gruppo Misto: il Maie (italiani all'estero), Più Europa-Centro democratico, Noi con l'Italia, Civica popolare, Psi, Sogno Italia-Dieci volte meglio-il partito delle competenze (esiste anche questo, con tre deputati al seguito…), poi le Autonomie, Leu, e infine Fdi. Per Conte, l'incontro più rilevante è stato il penultimo: da Leu il premier spera infatti di incassare qualche voterello (più rilevanti i 4 senatori che i 14 deputati della lista Boldrini-Grasso, politicamente defunta ma tuttora rappresentata in Parlamento).Resta la fotografia di fondo, con le smodate ambizioni di Conte, ormai incontenibili, che contrastano con due fatti politici incontrovertibili. Per un verso, la fragilità politica di un'operazione tutta di palazzo, senza idee e senza consenso nel Paese. E per altro verso, il match violentissimo in corso con Luigi Di Maio, che - in privato - dice tutt'altro rispetto alle lodi sperticate che è costretto a riservare a Conte in pubblico, visto che il premier gli sta tagliando letteralmente l'erba sotto i piedi. Un osservatore acuto e informato come Francesco Galietti (PolicySonar) commenta così: «Conte finge di non volere il ruolo di capopartito dei grillini, ma in realtà lo brama. È un gioco di specchi: grazie alla visibilità esterna, ha forza interna; ma solo grazie alla forza interna che vuole scippare a Di Maio, può avere visibilità esterna. Prima o poi, però, lo specchio può incrinarsi». Come finirà? Tutto fa pensare che il governo partirà, ma in evidenti condizioni di debolezza, tra un Matteo Renzi che (intervistato da Cnbc) non esclude nemmeno pubblicamente una scissione e elezioni a breve, e un Di Maio che usa la minaccia del voto su Rousseau o per far saltare tutto, o, più credibilmente, per spuntare qualcosa in più nella sua personale trattativa per i posti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-ora-inizia-a-elemosinare-i-voti-salvini-e-la-meloni-non-si-presentano-2640106076.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-un-tripudio-di-baciatori-di-pochette" data-post-id="2640106076" data-published-at="1778939382" data-use-pagination="False"> È un tripudio di baciatori di pochette «Contrordine, compagni» versione 2.0. Pochi mesi fa, i giornali italiani facevano eco - in estasi - al velenoso Guy Verhofstadt, che, a Strasburgo, aveva apostrofato Giuseppe Conte come «un burattino di Salvini e Di Maio». Essendo forse cambiati i burattinai, è mutato anche l'atteggiamento dei nostri grandi media, che ora descrivono l'avvocato del popolo come uno grande statista, un maestro di politica e pensiero. Dimenticate i sarcasmi sulla pochette o sul curriculum: adesso il premier è in una ideale teca, ha un altare tutto suo, una via di mezzo tra il Padre Pio di cui è devoto e un padre della patria giallorossa. Il più lirico, letteralmente fuori categoria, è Giuliano Ferrara, in preda a un'eccitazione incontenibile. Ecco due perle (rare, come Conte secondo Di Maio) su Twitter: «Conte, sempre Conte, supremamente Conte», «Aprite le porte a Gonde» (pronuncia pugliese, presumiamo). Ma è sul Foglio che Ferrara ha dato il meglio, descrivendo il suo nuovo eroe: «Ha evitato lo sforamento baldorioso del deficit (…), ha evitato un paio di procedure d'infrazione contro l'Italia (…), ha spiegato alla Merkel in un video fatale che il Truce era un rompicoglioni incontrollabile». Il Truce sarebbe Salvini. E Conte ha vinto il duello, barrisce l'elefantino: «Se l'è cucinato a puntino, mettendo il limone nel posto giusto nella sublime porchetta». Morale: «Il comportamento di Conte è stato la perfetta espressione del discrimine che (…) separa la coerenza dal masochismo. (…) La coerenza a volte è solo l'ultimo rifugio delle canaglie». Entusiasmo condiviso dall'attuale direttore del Foglio, Claudio Cerasa, esultante per il fatto che l'Italia abbia «un nuovo governo: l'Europa». Avete capito bene: «l'unica svolta possibile» è «fare del prossimo esecutivo il laboratorio europeo dell'antisovranismo». Eccitazione da pilota automatico o da guinzaglio, insomma. Nel sottotitolo dell'editoriale dell'altro ieri di Cerasa, compariva anche un significativo «Slurp!». Intanto, nelle pagelle assegnate ieri dal Corsera (a firma di Roberto Gressi), il premier si è preso un rotondo 7. Ecco le motivazioni: «Lascia al palo Di Maio e Salvini che hanno creduto di poterlo manipolare. Per riuscire non è detto che sia indispensabile non avere macchie di sugo sulla cravatta e non masticare con la bocca aperta, però aiuta». E il miniritratto accosta Conte al Mister Wolf di Pulp Fiction (quello di «Risolvo problemi»). Un trionfo. Due giorni prima, sempre il Corriere (a firma di Marco Galluzzo) si era superato: «solida credibilità politica e umana», «uno stile fatto di vari ingredienti: pazienza e spirito di sacrificio, competenza e autonomia», «uno standing conquistato sul campo anche sui tanti complicati tavoli internazionali», «doti di qualità, pazienza, temperanza». Su La Stampa, è Andrea Malaguti ad allestire l'altare dedicato a Conte, con tanto di foto (mini)napoleonica: «Impossibile odiarlo, più facile sottovalutarlo. Grave errore, perché l'avvocato del popolo difficilmente si fa distrarre dagli obiettivi, e quasi mai li manca». E ancora: «Abile, furbo, educato, innamorato del figlio e mai divisivo, è riuscito a costruirsi un universo di relazioni straordinariamente largo che riesce a coltivare e a non ostentare». Fino alla profezia delle profezie, quella di «una salita al Colle non tanto per ricevere mandati, quanto per distribuirne». Avete capito bene: già presidente della Repubblica in pectore, con tre anni di anticipo. Su Repubblica, è stato mobilitato Francesco Merlo, firma di punta addetta ai Grandi Lutti o ai Grandi Omaggi (e ieri non era giorno di lutti). Per Merlo, Conte è «il quasi premier che ha castigato gli spacconi», in un tripudio di «giacche di sartoria, colonia al limone, gemelli ai polsi». E ancora: «l'aria tranquilla, serena, conversativa, amabile e indulgente…». Mancano solo le testimonianze delle guarigioni procurate, ma ci si sta lavorando.
Stefania Craxi (Ansa)
Guai a sbottonarsi, ma il senso è quello di cercare di trovare una sintesi prima del 3 giugno, come spiegato già dal presidente della Commissione Franco Zaffini: «Il 3 giugno siamo calendarizzati in Aula al Senato, a termine di regolamento, con il ddl Bazoli sul fine vita, ovvero il testo messo a disposizione dal Pd e dall’opposizione nella precedente legislatura. Ma contemporaneamente c’è un testo di maggioranza che sta camminando in commissione e mi auguro che potremo portare in Aula questo».
Il disegno di legge presentato in questa legislatura da Bazoli è nella sostanza il testo approvato dalla Camera nel marzo 2022 e rimasto incompiuto con la fine anticipata della legislatura. Disciplina la morte volontaria medicalmente assistita come un atto autonomo della persona malata, inserito in un percorso svolto con il supporto e sotto il controllo del Servizio sanitario nazionale (Ssn). Contrari all’ipotesi di un coinvolgimento del Ssn ci sarebbero soprattutto esponenti di Fratelli d’Italia e parte della Lega che, come Forza Italia, ha precisato che in assenza di un testo condiviso lasceranno libertà di coscienza ai loro parlamentari. In Forza Italia l’ultima a esprimersi è stata Stefania Craxi in un’intervista rilasciata al Dubbio. «Sul tema del fine vita proveremo, nei modi che saranno possibili, a formulare una proposta chiara e coerente, capace di rappresentare un compromesso non al ribasso ma ragionevole e rispettoso di tutte le sensibilità. L’obiettivo per noi è costruire un terreno d’incontro reale, perché su questioni come il fine vita non può prevalere la logica di parte. Il testo Zanettin-Zullo, che potrà naturalmente essere emendato, corretto e integrato in alcune parti, rappresenta un buon punto di partenza», ha spiegato il presidente dei senatori di Forza Italia. «Sono convinta che la maggioranza possa e debba restare unita intorno a un testo alto ed equilibrato. Spero che nessuno pensi o lavori in senso contrario. Non sarebbe un torto a Forza Italia, ma un errore politico, perché il Paese attende riposte ed esige responsabilità su una materia così delicata».
Il testo cui fa riferimento Craxi è quello base su cui stanno lavorando le commissioni presentato dai senatori Pierantonio Zanettin (Forza Italia) e Ignazio Zullo (Fratelli d’Italia) che mette insieme diversi disegni di legge presentati sul fine vita, compreso quello di Bazoli cambiando però un punto essenziale: il coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale. Il testo Zanettin-Zullo interviene sull’articolo 580 del Codice penale e stabilisce in quali casi l’aiuto al suicidio non deve essere punito. Secondo Zullo, che rappresenta tuttora la posizione di Fratelli d’Italia, il suicidio assistito non può rientrare «nelle finalità proprie del Servizio sanitario nazionale». Al contrario del testo Bazoli che parla di «trattamenti sanitari di sostegno vitale», questa proposta parla di «trattamenti sostitutivi di funzioni vitali». Craxi nell’intervista ha auspicato che «nel rispetto delle prerogative dei rispettivi presidenti, la riunione congiunta delle commissioni competenti» sia convocata «al più presto per proseguire la discussione e il voto sul testo unificato Zullo-Zanetti, così da consentirne l’approdo in Aula nei tempi stabiliti. Cerchiamo dialogo e confronto, senza pregiudizi. E spero che anche il presidente Zaia, con la sua autorevolezza e il suo peso politico, voglia spendersi e contribuire a questo percorso, con tutto il suo partito. Tutti insieme possiamo lavorare affinché questo sforzo non finisca in un nulla di fatto».
Il fine vita sarà uno degli argomenti al centro del punto azzurro, un foglio di comunicazione periodico ad uso interno sugli argomenti della settimana, all’interno del quale viene esplicitata la linea tenuta dagli azzurri. Sul fine vita l’idea è quella di trovare «una sintesi umana e costituzionalmente solida». Ad ogni modo a livello nazionale il centrodestra dovrebbe fare il punto all’inizio della prossima settimana, mentre a sinistra la sintesi si trova nel testo a prima firma di Alfredo Bazoli (Pd), il quale è tornato a esprimersi proprio ieri nel merito: «Siamo alla finestra. Vediamo intanto se matura qualcosa nella maggioranza», anche perché «al momento non ci sono interlocuzioni. Se dalla maggioranza ci sarà qualche passo avanti, valuteremo e verificheremo la proposta. Io continuo a pensare che il nostro testo sia un buon punto di partenza» ma «non è un testo scolpito nella pietra. Se dovesse andare in Aula a giugno, si potrà eventualmente anche emendare». Infine ha aggiunto: «Inviterei tutte le forze politiche a non dare vincoli di partito e lasciare libertà di coscienza ai singoli parlamentari perché possano decidere come ritengono più giusto. Stiamo parlando di un tema trasversale agli schieramenti e soprattutto agli elettori».
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