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2019-08-30
Conte ora inizia a elemosinare i voti. Salvini e la Meloni non si presentano
Ansa
Assunto da Beppe Grillo nel ristrettissimo club degli Elevati, Giuseppe Conte è asceso al Colle ieri mattina alle 9.30, per ricevere da Sergio Mattarella l'incarico di formare il nuovo governo. Come da copione, Conte ha accettato con riserva, che sarà sciolta realisticamente martedì o mercoledì prossimi, dopo che il premier avrà steso il programma, composto la squadra e superato l'eventuale voto di Rousseau, ritenuto decisivo dai 5 stelle per certificare l'intesa. Nel frattempo, l'incaricato ha avviato un suo giro di consultazioni, prendendosi subito due schiaffi morali da Matteo Salvini e Giorgia Meloni, come vedremo.
Ma prima si è presentato davanti alle telecamere: vestitino blu e cravatta in tinta, camicia bianca, inevitabile pochette, ciuffo leccatissimo, aria di chi fatica a dissimulare un'incontenibile smania di mostrarsi nella sua nuova veste di leader politico. E così, nel discorsetto (scritto) pronunciato in nove lunghi e noiosissimi minuti, Conte è sembrato un po' una concorrente di Miss Italia (con le banalità più consunte su ambiente, patrimonio artistico, giovani) e un po' un vecchio democristiano.
«Non sarà un governo contro, sarà un governo per», ha detto il premier incaricato e uscente . «Realizzerò un governo nel segno della novità: per una nuova e ampia stagione riformatrice, di rilancio, di speranza». Figurarsi. E quindi l'inevitabile elenco di «tecnologie, ambiente, mari e biodioversità, beni comuni, patrimonio artistico e culturale». Forse avendo dimenticato le disavventure della Tav, Conte ha pure citato «le infrastrutture e reti efficienti», prima di virare sul «benessere equo e sostenibile» e sulla rimozione delle «disuguaglianze di ogni tipo». E poi i giovani: «Non dobbiamo lasciare che le energie giovanili si disperdano all'estero, ma dobbiamo diventare un Paese attraente per i giovani che vivono all'estero», passaggio che - sui social - ha destato ironia, visto che la seconda parte della frase può far pensare ai giovani che arriveranno sui barconi con i porti riaperti. Ambiguo il passaggio di politica internazionale, con l'evocazione di un «multilateralismo efficace fondato sulla nostra collocazione euroatlantica» (non sarà facile tenere insieme gli omaggi a Trump e il Memorandum con la Cina).
Poi la parte più politica, nella quale Conte, senza fare una piega, ha cercato di presentare il suo ribaltone come la più coerente delle azioni: «Ho vissuto già un'esperienza di governo. La prospettiva di avviare una nuova esperienza mi aveva sollevato qualche dubbio. Ma ho superato queste perplessità nella consapevolezza di aver operato per il bene di tutti, non per interessi di parte o di singole forze politiche».
Quindi, un lungo elogio di sé stesso, e degli «elementi di coerenza che mi porto: cultura delle regole, principi non negoziabili, fedeltà ai valori che hanno sempre ispirato la mia azione». E infine, con sprezzo del ridicolo: «Di mio aggiungerò tanta passione che mi sgorga naturale. Ho evocato un nuovo umanesimo: non ho mai pensato che fosse lo slogan di un governo, ma l'orizzonte ideale di un intero Paese».
Più tardi, Conte ha aperto le sue consultazioni. Oggi sarà la giornata chiave, con i gruppi maggiori (ma attenzione: Matteo Salvini ha fatto sapere che non parteciperà in prima persona, al suo posto due sottosegretari, e analoga scelta ha compiuto ieri, con altrettanta linearità, Giorgia Meloni).
Ieri Conte ha visto i gruppi minori, con un calendario serrato (da ambulatorio medico o da altro tipo di prestazioni veloci: 15-20 minuti a testa). Dalle 15.20 alle 19.30 ha incontrato le varie componenti (in qualche caso, le frattaglie) del Gruppo Misto: il Maie (italiani all'estero), Più Europa-Centro democratico, Noi con l'Italia, Civica popolare, Psi, Sogno Italia-Dieci volte meglio-il partito delle competenze (esiste anche questo, con tre deputati al seguito…), poi le Autonomie, Leu, e infine Fdi.
Per Conte, l'incontro più rilevante è stato il penultimo: da Leu il premier spera infatti di incassare qualche voterello (più rilevanti i 4 senatori che i 14 deputati della lista Boldrini-Grasso, politicamente defunta ma tuttora rappresentata in Parlamento).
Resta la fotografia di fondo, con le smodate ambizioni di Conte, ormai incontenibili, che contrastano con due fatti politici incontrovertibili. Per un verso, la fragilità politica di un'operazione tutta di palazzo, senza idee e senza consenso nel Paese. E per altro verso, il match violentissimo in corso con Luigi Di Maio, che - in privato - dice tutt'altro rispetto alle lodi sperticate che è costretto a riservare a Conte in pubblico, visto che il premier gli sta tagliando letteralmente l'erba sotto i piedi. Un osservatore acuto e informato come Francesco Galietti (PolicySonar) commenta così: «Conte finge di non volere il ruolo di capopartito dei grillini, ma in realtà lo brama. È un gioco di specchi: grazie alla visibilità esterna, ha forza interna; ma solo grazie alla forza interna che vuole scippare a Di Maio, può avere visibilità esterna. Prima o poi, però, lo specchio può incrinarsi».
Come finirà? Tutto fa pensare che il governo partirà, ma in evidenti condizioni di debolezza, tra un Matteo Renzi che (intervistato da Cnbc) non esclude nemmeno pubblicamente una scissione e elezioni a breve, e un Di Maio che usa la minaccia del voto su Rousseau o per far saltare tutto, o, più credibilmente, per spuntare qualcosa in più nella sua personale trattativa per i posti.
È un tripudio di baciatori di pochette
«Contrordine, compagni» versione 2.0. Pochi mesi fa, i giornali italiani facevano eco - in estasi - al velenoso Guy Verhofstadt, che, a Strasburgo, aveva apostrofato Giuseppe Conte come «un burattino di Salvini e Di Maio». Essendo forse cambiati i burattinai, è mutato anche l'atteggiamento dei nostri grandi media, che ora descrivono l'avvocato del popolo come uno grande statista, un maestro di politica e pensiero. Dimenticate i sarcasmi sulla pochette o sul curriculum: adesso il premier è in una ideale teca, ha un altare tutto suo, una via di mezzo tra il Padre Pio di cui è devoto e un padre della patria giallorossa.
Il più lirico, letteralmente fuori categoria, è Giuliano Ferrara, in preda a un'eccitazione incontenibile. Ecco due perle (rare, come Conte secondo Di Maio) su Twitter: «Conte, sempre Conte, supremamente Conte», «Aprite le porte a Gonde» (pronuncia pugliese, presumiamo). Ma è sul Foglio che Ferrara ha dato il meglio, descrivendo il suo nuovo eroe: «Ha evitato lo sforamento baldorioso del deficit (…), ha evitato un paio di procedure d'infrazione contro l'Italia (…), ha spiegato alla Merkel in un video fatale che il Truce era un rompicoglioni incontrollabile». Il Truce sarebbe Salvini. E Conte ha vinto il duello, barrisce l'elefantino: «Se l'è cucinato a puntino, mettendo il limone nel posto giusto nella sublime porchetta». Morale: «Il comportamento di Conte è stato la perfetta espressione del discrimine che (…) separa la coerenza dal masochismo. (…) La coerenza a volte è solo l'ultimo rifugio delle canaglie».
Entusiasmo condiviso dall'attuale direttore del Foglio, Claudio Cerasa, esultante per il fatto che l'Italia abbia «un nuovo governo: l'Europa». Avete capito bene: «l'unica svolta possibile» è «fare del prossimo esecutivo il laboratorio europeo dell'antisovranismo». Eccitazione da pilota automatico o da guinzaglio, insomma. Nel sottotitolo dell'editoriale dell'altro ieri di Cerasa, compariva anche un significativo «Slurp!».
Intanto, nelle pagelle assegnate ieri dal Corsera (a firma di Roberto Gressi), il premier si è preso un rotondo 7. Ecco le motivazioni: «Lascia al palo Di Maio e Salvini che hanno creduto di poterlo manipolare. Per riuscire non è detto che sia indispensabile non avere macchie di sugo sulla cravatta e non masticare con la bocca aperta, però aiuta». E il miniritratto accosta Conte al Mister Wolf di Pulp Fiction (quello di «Risolvo problemi»). Un trionfo.
Due giorni prima, sempre il Corriere (a firma di Marco Galluzzo) si era superato: «solida credibilità politica e umana», «uno stile fatto di vari ingredienti: pazienza e spirito di sacrificio, competenza e autonomia», «uno standing conquistato sul campo anche sui tanti complicati tavoli internazionali», «doti di qualità, pazienza, temperanza».
Su La Stampa, è Andrea Malaguti ad allestire l'altare dedicato a Conte, con tanto di foto (mini)napoleonica: «Impossibile odiarlo, più facile sottovalutarlo. Grave errore, perché l'avvocato del popolo difficilmente si fa distrarre dagli obiettivi, e quasi mai li manca». E ancora: «Abile, furbo, educato, innamorato del figlio e mai divisivo, è riuscito a costruirsi un universo di relazioni straordinariamente largo che riesce a coltivare e a non ostentare». Fino alla profezia delle profezie, quella di «una salita al Colle non tanto per ricevere mandati, quanto per distribuirne». Avete capito bene: già presidente della Repubblica in pectore, con tre anni di anticipo.
Su Repubblica, è stato mobilitato Francesco Merlo, firma di punta addetta ai Grandi Lutti o ai Grandi Omaggi (e ieri non era giorno di lutti). Per Merlo, Conte è «il quasi premier che ha castigato gli spacconi», in un tripudio di «giacche di sartoria, colonia al limone, gemelli ai polsi». E ancora: «l'aria tranquilla, serena, conversativa, amabile e indulgente…». Mancano solo le testimonianze delle guarigioni procurate, ma ci si sta lavorando.
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Accettato l'incarico, via alle consultazioni con le richieste di poltrone (in cambio di sostegno ) di +Europa e Leu. La leader di Fdi non va e così farà il leghista oggi, con la sfilata di Pd e M5s. Il Colle concederà fino a mercoledì.È un tripudio di baciatori di pochette. I giornali che lo consideravano un burattino, ora lo ritraggono con la saliva. «Paziente», «conversativo», «credibile». E gemelli e colonia prendono il posto del loden di Monti... Lo speciale comprende due articoli.Assunto da Beppe Grillo nel ristrettissimo club degli Elevati, Giuseppe Conte è asceso al Colle ieri mattina alle 9.30, per ricevere da Sergio Mattarella l'incarico di formare il nuovo governo. Come da copione, Conte ha accettato con riserva, che sarà sciolta realisticamente martedì o mercoledì prossimi, dopo che il premier avrà steso il programma, composto la squadra e superato l'eventuale voto di Rousseau, ritenuto decisivo dai 5 stelle per certificare l'intesa. Nel frattempo, l'incaricato ha avviato un suo giro di consultazioni, prendendosi subito due schiaffi morali da Matteo Salvini e Giorgia Meloni, come vedremo. Ma prima si è presentato davanti alle telecamere: vestitino blu e cravatta in tinta, camicia bianca, inevitabile pochette, ciuffo leccatissimo, aria di chi fatica a dissimulare un'incontenibile smania di mostrarsi nella sua nuova veste di leader politico. E così, nel discorsetto (scritto) pronunciato in nove lunghi e noiosissimi minuti, Conte è sembrato un po' una concorrente di Miss Italia (con le banalità più consunte su ambiente, patrimonio artistico, giovani) e un po' un vecchio democristiano.«Non sarà un governo contro, sarà un governo per», ha detto il premier incaricato e uscente . «Realizzerò un governo nel segno della novità: per una nuova e ampia stagione riformatrice, di rilancio, di speranza». Figurarsi. E quindi l'inevitabile elenco di «tecnologie, ambiente, mari e biodioversità, beni comuni, patrimonio artistico e culturale». Forse avendo dimenticato le disavventure della Tav, Conte ha pure citato «le infrastrutture e reti efficienti», prima di virare sul «benessere equo e sostenibile» e sulla rimozione delle «disuguaglianze di ogni tipo». E poi i giovani: «Non dobbiamo lasciare che le energie giovanili si disperdano all'estero, ma dobbiamo diventare un Paese attraente per i giovani che vivono all'estero», passaggio che - sui social - ha destato ironia, visto che la seconda parte della frase può far pensare ai giovani che arriveranno sui barconi con i porti riaperti. Ambiguo il passaggio di politica internazionale, con l'evocazione di un «multilateralismo efficace fondato sulla nostra collocazione euroatlantica» (non sarà facile tenere insieme gli omaggi a Trump e il Memorandum con la Cina).Poi la parte più politica, nella quale Conte, senza fare una piega, ha cercato di presentare il suo ribaltone come la più coerente delle azioni: «Ho vissuto già un'esperienza di governo. La prospettiva di avviare una nuova esperienza mi aveva sollevato qualche dubbio. Ma ho superato queste perplessità nella consapevolezza di aver operato per il bene di tutti, non per interessi di parte o di singole forze politiche». Quindi, un lungo elogio di sé stesso, e degli «elementi di coerenza che mi porto: cultura delle regole, principi non negoziabili, fedeltà ai valori che hanno sempre ispirato la mia azione». E infine, con sprezzo del ridicolo: «Di mio aggiungerò tanta passione che mi sgorga naturale. Ho evocato un nuovo umanesimo: non ho mai pensato che fosse lo slogan di un governo, ma l'orizzonte ideale di un intero Paese». Più tardi, Conte ha aperto le sue consultazioni. Oggi sarà la giornata chiave, con i gruppi maggiori (ma attenzione: Matteo Salvini ha fatto sapere che non parteciperà in prima persona, al suo posto due sottosegretari, e analoga scelta ha compiuto ieri, con altrettanta linearità, Giorgia Meloni). Ieri Conte ha visto i gruppi minori, con un calendario serrato (da ambulatorio medico o da altro tipo di prestazioni veloci: 15-20 minuti a testa). Dalle 15.20 alle 19.30 ha incontrato le varie componenti (in qualche caso, le frattaglie) del Gruppo Misto: il Maie (italiani all'estero), Più Europa-Centro democratico, Noi con l'Italia, Civica popolare, Psi, Sogno Italia-Dieci volte meglio-il partito delle competenze (esiste anche questo, con tre deputati al seguito…), poi le Autonomie, Leu, e infine Fdi. Per Conte, l'incontro più rilevante è stato il penultimo: da Leu il premier spera infatti di incassare qualche voterello (più rilevanti i 4 senatori che i 14 deputati della lista Boldrini-Grasso, politicamente defunta ma tuttora rappresentata in Parlamento).Resta la fotografia di fondo, con le smodate ambizioni di Conte, ormai incontenibili, che contrastano con due fatti politici incontrovertibili. Per un verso, la fragilità politica di un'operazione tutta di palazzo, senza idee e senza consenso nel Paese. E per altro verso, il match violentissimo in corso con Luigi Di Maio, che - in privato - dice tutt'altro rispetto alle lodi sperticate che è costretto a riservare a Conte in pubblico, visto che il premier gli sta tagliando letteralmente l'erba sotto i piedi. Un osservatore acuto e informato come Francesco Galietti (PolicySonar) commenta così: «Conte finge di non volere il ruolo di capopartito dei grillini, ma in realtà lo brama. È un gioco di specchi: grazie alla visibilità esterna, ha forza interna; ma solo grazie alla forza interna che vuole scippare a Di Maio, può avere visibilità esterna. Prima o poi, però, lo specchio può incrinarsi». Come finirà? Tutto fa pensare che il governo partirà, ma in evidenti condizioni di debolezza, tra un Matteo Renzi che (intervistato da Cnbc) non esclude nemmeno pubblicamente una scissione e elezioni a breve, e un Di Maio che usa la minaccia del voto su Rousseau o per far saltare tutto, o, più credibilmente, per spuntare qualcosa in più nella sua personale trattativa per i posti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-ora-inizia-a-elemosinare-i-voti-salvini-e-la-meloni-non-si-presentano-2640106076.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-un-tripudio-di-baciatori-di-pochette" data-post-id="2640106076" data-published-at="1781787928" data-use-pagination="False"> È un tripudio di baciatori di pochette «Contrordine, compagni» versione 2.0. Pochi mesi fa, i giornali italiani facevano eco - in estasi - al velenoso Guy Verhofstadt, che, a Strasburgo, aveva apostrofato Giuseppe Conte come «un burattino di Salvini e Di Maio». Essendo forse cambiati i burattinai, è mutato anche l'atteggiamento dei nostri grandi media, che ora descrivono l'avvocato del popolo come uno grande statista, un maestro di politica e pensiero. Dimenticate i sarcasmi sulla pochette o sul curriculum: adesso il premier è in una ideale teca, ha un altare tutto suo, una via di mezzo tra il Padre Pio di cui è devoto e un padre della patria giallorossa. Il più lirico, letteralmente fuori categoria, è Giuliano Ferrara, in preda a un'eccitazione incontenibile. Ecco due perle (rare, come Conte secondo Di Maio) su Twitter: «Conte, sempre Conte, supremamente Conte», «Aprite le porte a Gonde» (pronuncia pugliese, presumiamo). Ma è sul Foglio che Ferrara ha dato il meglio, descrivendo il suo nuovo eroe: «Ha evitato lo sforamento baldorioso del deficit (…), ha evitato un paio di procedure d'infrazione contro l'Italia (…), ha spiegato alla Merkel in un video fatale che il Truce era un rompicoglioni incontrollabile». Il Truce sarebbe Salvini. E Conte ha vinto il duello, barrisce l'elefantino: «Se l'è cucinato a puntino, mettendo il limone nel posto giusto nella sublime porchetta». Morale: «Il comportamento di Conte è stato la perfetta espressione del discrimine che (…) separa la coerenza dal masochismo. (…) La coerenza a volte è solo l'ultimo rifugio delle canaglie». Entusiasmo condiviso dall'attuale direttore del Foglio, Claudio Cerasa, esultante per il fatto che l'Italia abbia «un nuovo governo: l'Europa». Avete capito bene: «l'unica svolta possibile» è «fare del prossimo esecutivo il laboratorio europeo dell'antisovranismo». Eccitazione da pilota automatico o da guinzaglio, insomma. Nel sottotitolo dell'editoriale dell'altro ieri di Cerasa, compariva anche un significativo «Slurp!». Intanto, nelle pagelle assegnate ieri dal Corsera (a firma di Roberto Gressi), il premier si è preso un rotondo 7. Ecco le motivazioni: «Lascia al palo Di Maio e Salvini che hanno creduto di poterlo manipolare. Per riuscire non è detto che sia indispensabile non avere macchie di sugo sulla cravatta e non masticare con la bocca aperta, però aiuta». E il miniritratto accosta Conte al Mister Wolf di Pulp Fiction (quello di «Risolvo problemi»). Un trionfo. Due giorni prima, sempre il Corriere (a firma di Marco Galluzzo) si era superato: «solida credibilità politica e umana», «uno stile fatto di vari ingredienti: pazienza e spirito di sacrificio, competenza e autonomia», «uno standing conquistato sul campo anche sui tanti complicati tavoli internazionali», «doti di qualità, pazienza, temperanza». Su La Stampa, è Andrea Malaguti ad allestire l'altare dedicato a Conte, con tanto di foto (mini)napoleonica: «Impossibile odiarlo, più facile sottovalutarlo. Grave errore, perché l'avvocato del popolo difficilmente si fa distrarre dagli obiettivi, e quasi mai li manca». E ancora: «Abile, furbo, educato, innamorato del figlio e mai divisivo, è riuscito a costruirsi un universo di relazioni straordinariamente largo che riesce a coltivare e a non ostentare». Fino alla profezia delle profezie, quella di «una salita al Colle non tanto per ricevere mandati, quanto per distribuirne». Avete capito bene: già presidente della Repubblica in pectore, con tre anni di anticipo. Su Repubblica, è stato mobilitato Francesco Merlo, firma di punta addetta ai Grandi Lutti o ai Grandi Omaggi (e ieri non era giorno di lutti). Per Merlo, Conte è «il quasi premier che ha castigato gli spacconi», in un tripudio di «giacche di sartoria, colonia al limone, gemelli ai polsi». E ancora: «l'aria tranquilla, serena, conversativa, amabile e indulgente…». Mancano solo le testimonianze delle guarigioni procurate, ma ci si sta lavorando.
Agenti della polizia britannica (Ansa)
Il numero scioccante è contenuto nel report The Rape Gang Inquiry di Rupert Lowe, parlamentare di Restore UK. Studio che viaggia in parallelo a quella della commissione d’inchiesta governativa che dallo scorso marzo indaga su abusi sessuali di gruppo e sfruttamento dei minori. Lavori ancora nelle fasi preliminari che tra documenti e testimonianze andranno avanti per tre anni.
Nonostante la cifra citata da Lowe sia controversa e per ora non vi siano ancora dati ufficiali, il tema è da tempo all’attenzione della politica e dei media inglesi. Se The Indipendent conteggia circa 19.000 vittime in un solo anno, nel 2025 è il «Rapporto Casey» sullo sfruttamento sessuale dei minori a fare rumore, arrivando all’attenzione anche di Elon Musk. Secondo l’inchiesta, considerata un riferimento sul tema, tra i sospettati di sfruttamento sessuale minorile di gruppo vi sarebbe un numero sproporzionato di uomini di «origine etnica asiatica», e una parte significativa di pakistani musulmani tra i condannati. A detta di Lowe, però, le stime che circolano nel dibattito inglese sarebbero al ribasso. A partire dal mezzo milione di vittime il cui copyright si deve al Barone di Rannoch durante un discorso alla Camera dei Lord nel 2019. Questo perché il fenomeno sarebbe cresciuto sotto traccia, da un lato protetto dalla paura delle istituzioni inglesi di fomentare razzismo e islamofobia, e dall’altro, contando su una sorta di corporativismo interno alla comunità musulmana, dove la lealtà tra simili viene prima di tutto. Specialmente se «minoranza in società ospitanti non musulmane».
Un’accusa che chiama in causa Tony Blair e il suo Equality Act, il multiculturalismo e punta dritta a City Hall, dove dal 2016 siede il sindaco di Londra, Sadiq Khan, musulmano di origini pachistane. Secondo Lowe, il primo cittadino avrebbe negato per anni l’esistenza di bande dedite allo sfruttamento sessuale di minori. Non solo, avrebbe definito le testimonianze delle vittime come false e politicamente motivate. Contro Khan punta il dito anche il ministro degli Interni ombra, Chris Philp, convinto che l’insabbiamento del fenomeno sia stato portato avanti per motivi elettorali, visto che Londra ha la più grande popolazione musulmana della Gran Bretagna. Conferme del fenomeno arrivano però anche da voci indipendenti. Da un’analisi sui casi in tribunale tra il 1997 e il 2018 realizzata dal ricercatore Peter McLoughlin, emerge che l’87% degli appartenenti alle gang sarebbero musulmani.
Mentre secondo Taj Hargey, accademico presso l’Oxford Islamic Congregation e considerato un «imam liberale», la percentuale sarebbe addirittura del 95%. Dati allarmanti se si considera che i musulmani sono il 6% della popolazione. E che secondo gli analisti del report, chiamano in causa un ruolo specifico giocato dalla matrice religiosa. Il senso di superiorità verso i non musulmani nonché dell’uomo sulla donna. «Spazzatura bianca» o «infedele», sarebbero alcuni degli epiteti riportati con più frequenza dalle vittime. Molte di queste attirate con l’offerta di alcool, droga e sigarette. Portate a case delle gang e poi violentate. Un fenomeno che un’inchiesta della Bbc del 2021 avrebbe documentato anche in Pakistan. Abusi perpetrati da uomini musulmani nei confronti di ragazzine cristiane neanche dodicenni. Poi costrette a convertirsi e a sposarsi. Lo stesso copione. Motivo per cui, si legge nel report, «nonostante la questione islamica, sia profondamente scomoda per l’Occidente liberale, merita un’attenta analisi». A dir poco.
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«Si sono appena chiusi i lavori di un vertice molto importante dei cui risultati sono soddisfatta». Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio al termine del G7. Il premier ha riferito di aver trovato «un ottimo clima» e ha sottolineato che i leader hanno approfondito i principali temi dell’agenda internazionale: dalla guerra in Ucraina alla situazione in Medio Oriente, dalle partnership globali alla crescita economica, fino allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
«Abbiamo lavorato bene insieme» ha aggiunto Meloni, evidenziando che gli esiti del vertice sono stati raccolti in otto dichiarazioni tematiche. Giorgia Meloni ha inoltre ricordato che, per il terzo anno consecutivo, la lotta all’immigrazione illegale è entrata nei lavori del G7: «Il governo dei flussi migratori è ormai un tema stabile di questo formato ed è un lascito della Presidenza italiana».
Ansa
Così intesa, essa non è un corpo estraneo alla Costituzione, bensì una conseguenza della legalità costituzionale, perché nessun ordinamento serio può riconoscere diritti, doveri, confini, cittadinanza e sicurezza pubblica, per poi rinunciare ad applicare le regole che distinguono chi ha titolo a restare da chi quel titolo non possiede. La Repubblica, infatti, non è un corridoio geografico affidato alla forza dei fatti, né una struttura amministrativa incaricata di registrare passivamente qualunque ingresso. È una comunità politica ordinata, chiamata a custodire il bene comune, la sicurezza, la coesione sociale, la sostenibilità dei servizi pubblici, la tutela del lavoro e l’effettività della legge. L’art. 10 della Costituzione vigente affida alla legge la disciplina della condizione giuridica dello straniero in conformità alle norme internazionali e ai trattati e, proprio questa previsione, esclude l’idea di un diritto assoluto, illimitato e incondizionato alla permanenza. Chi ha diritto alla protezione va protetto. Chi soggiorna regolarmente va garantito. Chi non ha titolo, salvo impedimenti individualmente accertati, deve essere rimpatriato.
Il dovere costituzionale della remigrazione nasce, dunque, da questa distinzione elementare, che è insieme giuridica e morale: la persona va sempre rispettata, ma l’irregolarità non va premiata. La dignità umana, del resto, non autorizza lo Stato a trattare gli stranieri come massa indistinta, non consente espulsioni collettive, non permette automatismi ciechi e non legittima rinvii verso scenari di persecuzione o degradazione. Essa, tuttavia, non trasforma ogni presenza irregolare in diritto acquisito, né impone che l’inefficienza dell’amministrazione diventi una sanatoria permanente di fatto. Dopo il vaglio delle condizioni personali, delle eventuali ragioni di protezione, dei legami familiari giuridicamente rilevanti e dei limiti derivanti dal diritto internazionale, la decisione di rimpatrio non è disumanità: è applicazione della legge.
L’accusa di discriminazione, pertanto, non regge se la remigrazione resta ancorata al titolo giuridico e non all’origine della persona. La discriminazione, semmai, nasce quando il trattamento differenziato dipende da razza, etnia, religione o appartenenza culturale. Qui il criterio è altro: esiste o non esiste un titolo valido di ingresso o soggiorno. Lo Stato costituzionale non giudica ciò che una persona è, giudica la sua posizione dinanzi alla legge. Ed è proprio questa neutralità del criterio giuridico a impedire che il discorso venga deformato in chiave ideologica.
Neppure convince l’obiezione economica secondo cui l’immigrazione irregolare sarebbe necessaria ad alcuni settori produttivi. Uno Stato degno di questo nome non fonda la propria economia sulla presenza di persone fragili, ricattabili e collocate ai margini della legalità. Lavoro povero, concorrenza salariale al ribasso, sfruttamento e insicurezza sociale non sono argomenti contro la remigrazione, sono argomenti a favore di una politica seria degli ingressi, capace di programmare, selezionare, integrare e rimpatriare. La vera integrazione, infatti, nasce dall’ordine, non dal caos. Si integra chi entra secondo legge, chi accetta le regole della comunità ospitante, chi partecipa al bene comune e chi non pretende di imporre allo Stato il fatto compiuto della propria presenza. Dove tutto diventa permanenza tollerata, nulla è davvero integrato, perché la comunità perde la capacità di dire chi appartiene giuridicamente al proprio ordine e a quali condizioni.
Per questo la remigrazione, depurata da ogni abuso e ricondotta al suo significato costituzionale, è un dovere della Repubblica: accogliere chi ha diritto, proteggere chi fugge da persecuzioni reali, integrare chi soggiorna legittimamente e rimpatriare chi non può restare. Uno Stato che non distingue abdica. Uno Stato che non controlla subisce. Uno Stato che non rimpatria chi è privo di titolo insegna che la legge vale solo per chi la rispetta. E questa non è umanità giuridica: è ingiustizia verso i cittadini, verso gli stranieri regolari e verso la stessa Costituzione.
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Roberto Massucci (Imagoeconomica)
«Negli arresti effettuati, che spesso riguardano sempre le stesse persone immigrate, l’anello mancante per comprendere il fenomeno è rappresentato dalla mancata integrazione». Una situazione che può trasformarsi in «una sorta di costrizione al reato». Mentre pronuncia queste parole riferendosi alle periferie della Capitale, il questore di Roma Roberto Massucci ha davanti una platea di addetti ai lavori.
Quella di un convegno organizzato dal Siulp dal titolo «Roma, immigrazione e sicurezza integrata». A riferire le parole del questore è una nota del sindacato di polizia. «Quella della immigrazione», ha spiegato Masucci, «è una questione molto delicata e con molti attori in campo. La polizia di Stato ha le sue peculiarità ed una esclusività di funzione che debbono però trovare la giusta corrispondenza in termini operativi ed economici».
Poi ha evidenziato l’impegno degli agenti che operano sul territorio: «Dietro al fenomeno migratorio l’aspetto umano è preponderante e i colleghi dietro alla gestione di tale fenomeno hanno una professionalità invidiabile». Ma non basta, per Massucci «l’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata» anche «da strategie di visione e correzione strutturale».
Poche ore prima, altra location, in pieno centro città, quella del seminario tecnico «Sicurezza urbana: innovazione, infrastrutture e partenariato pubblico-privato per le città del futuro», promosso nella capitale dall’Ordine degli ingegneri della Provincia di Roma e dall’Ordine degli architetti Ppc di Roma e provincia e dedicato al contributo di istituzioni, professionisti e imprese per la sicurezza delle città. È sempre Massucci che parla, ancora una volta a dei tecnici. E il concetto che il questore porta avanti è quello della necessità di «un’operazione di sartoria sociale». Ovvero «un filo che unisce azioni convergenti per rivedere la sicurezza sul territorio». Perché, spiega ancora il questore, «la psicologia sociale ci insegna che l’ambiente impatta significativamente sul comportamento delle persone».
Come noto, il cuore del problema, nella Capitale, pulsa nelle zone più lontane dal centro. Non a caso Massucci indica proprio quelle come il punto nevralgico da affrontare: «Partire dalle periferie è la precondizione principale per la sicurezza di una grande collettività come quella romana».
Del resto, i numeri che emergono dalle attività della Polizia di Stato a Roma raccontano una pressione costante. Dall’inizio del 2026 (fino ad aprile) nelle aree periferiche sono state controllate 9.606 persone, con 223 accompagnamenti negli uffici di polizia. Gli arrestati sono 179, mentre 175 persone risultano indagate in stato di libertà. E sul fronte dell’immigrazione il lavoro legato alla sicurezza non è mancato: si contano 25 espulsioni amministrative e dieci trattenimenti nei Centri per il rimpatrio.
Per Massucci però gli agenti non possono fare tutto da soli: «L’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata da strategie di visione e correzione strutturale, attivando un percorso di miglioramento continuo per la sicurezza di tutti».
Secondo il questore, il tema della sicurezza richiede un approccio integrato e il coinvolgimento di competenze diverse. «Le collaborazioni con gli ordini professionali, che apportano il proprio know-how tecnico, sono fondamentali», ha sottolineato Massucci, che poi ha richiamato anche il rapporto tra qualità degli spazi urbani e comportamenti sociali.
L’appello del questore ai tecnici presenti nella sala ubicata nella centralissima piazza della Repubblica arriva mentre le forze dell’ordine continuano a concentrare uomini e mezzi nei quadranti più difficili della città. Il Municipio VI delle Torri è il simbolo di questa emergenza. Territorio molto vasto e il più alto tasso di criminalità, compresa la piazza di spaccio di Tor Bella Monaca, la più grande d’Europa. Gli interventi delle Volanti hanno già sfiorato quota 12.000. Ma le mappe della criminalità portano sempre nelle stesse aree: Casilino, Prenestino e Fidene sono i commissariati che registrano il maggior numero di sequestri di droga. Lo spaccio continua a essere il principale motore economico delle attività illegali. E in molti quartieri l’attività al dettaglio è nelle mani di immigrati. Nel 2026 sono già stati sequestrati 61 chili di sostanze stupefacenti, 14 dei quali di cocaina. Dove gira droga, gira anche molto denaro. Nei primi mesi dell’anno la polizia ha sequestrato oltre 1 milione di euro nelle periferie, contro i 256.266 euro complessivamente sequestrati nell’intero 2025. E accanto ai soldi spuntano anche le armi.
Dall’inizio dell’anno nelle periferie romane ne sono state sequestrate 52, oltre a cinque sequestri di munizioni. Numeri che fotografano quartieri dove il controllo del territorio passa spesso attraverso l’intimidazione e la disponibilità di strumenti offensivi. La Questura, per contrastare il fenomeno, ha rafforzato la presenza di agenti sul territorio. I sette commissariati dell’anello periferico ora hanno 139 agenti in più rispetto allo scorso anno, raggiungendo un organico complessivo di 624 poliziotti. Il Casilino guida la graduatoria con 112 unità, seguito da Fidene-Serpentara e Prenestino. Ed è proprio in quell’intreccio tra degrado urbano, esclusione sociale, immigrazione irregolare e criminalità che Roma continua a giocarsi una delle sue partite più difficili. Ma dalle statistiche emerge anche qualche dato positivo: «Negli ultimi due anni abbiamo registrato una diminuzione dei reati del 23 per cento», ha detto ancora Massucci. Ma le periferie restano un tema delicatissimo.
Preso un jihadista 16enne a Bologna. Voleva colpire giudici e giornalisti
Aveva in casa materiale suprematista, di propaganda jihadista e manuali per la fabbricazione di armi il sedicenne residente in provincia di Bologna arrestato con l’accusa di detenzione di materiale con finalità di terrorismo. Durante l’operazione, svolta con il supporto della Digos di Bologna e il coordinamento della Direzione centrale della polizia di prevenzione, è stata eseguita una perquisizione personale, domiciliare e informatica, su decreto della Procura presso il tribunale per i minorenni di Bologna. Le indagini sono iniziate nell’autunno 2025 nell’ambito del monitoraggio dei canali di estrazione suprematista e hanno portato al ritrovamento del materiale sequestrato al ragazzo.
Come già avvenuto in altri casi simili che vedevano coinvolti altri adolescenti, le indagini evidenzierebbero un pericoloso intreccio tra contenuti riconducibili all’estremismo suprematista e alla propaganda jihadista. Si tratta di un fenomeno che gli specialisti del contrasto al terrorismo definiscono «white jihad», una convergenza di ideologie teoricamente distanti e incompatibili, ma che trovano un punto di congiunzione nella comune esaltazione della violenza quale strumento di affermazione ideologica. Nella prima fase le indagini sul canale Web che hanno portato a identificare nel sedicenne l’utilizzatore dell’account, erano coordinate dalla Procura distrettuale di Venezia. La Digos di Verona, durante un monitoraggio di routine dei canali di comunicazione di estrazione suprematista, aveva puntato i riflettori su un utente che aveva pubblicato online manuali per l’esecuzione di azioni violente con l’utilizzo di veicoli pesanti e un elenco numerato di suggerimenti utili a garantire l’anonimato sul Web. La scoperta della residenza dell’indagato nel bolognese ha poi portato al trasferimento del fascicolo alla Procura per i minorenni del capoluogo emiliano.
Nel corso della perquisizione nell’abitazione dell’adolescente arrestato sono stati rinvenuti fogli in formato A4 con disegni, simboli ed emblemi riconducibili all’ideologia suprematista, e una pagina dattiloscritta con indicazioni per la realizzazione di un giubbotto antiproiettile artigianale. Inoltre, sullo smartphone del ragazzo è stato trovato altro materiale di propaganda suprematista e jihadista, manuali per la fabbricazione di armi artigianali, uno per la costruzione di una pistola, un testo tradotto dal cirillico contenente indicazioni su sostanze chimiche aggressive e un manuale per il confezionamento di ordigni artigianali.
C’era anche il video integrale dell’attentato terroristico compiuto a Christchurch, in Nuova Zelanda nel 2019, corredato da messaggi nei quali l’autore della strage, che aveva provocato 51 vittime, veniva indicato come modello da emulare. Le conversazioni rilevate dagli investigatori, hanno fatto emergere anche propositi di ricostituzione di organizzazioni clandestine sul territorio nazionale, riferimenti all’utilizzo di armi artigianali e all’ipotesi di possibili azioni violente nei confronti di categorie come «magistrati e giornalisti influenti». Il sedicenne è stato arrestato in flagranza di reato ed è stato trasferito presso una comunità di prima accoglienza ad Ancona. L’arresto del ragazzo è stato convalidato dall’autorità giudiziaria che nei confronti del giovane ha applicato, per la durata di due mesi, il divieto di utilizzare dispositivi elettronici e di accedere a internet, e il divieto di ricercare o detenere materiale riconducibile a ideologie eversive o terroristiche.
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