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2019-08-30
Conte ora inizia a elemosinare i voti. Salvini e la Meloni non si presentano
Ansa
Assunto da Beppe Grillo nel ristrettissimo club degli Elevati, Giuseppe Conte è asceso al Colle ieri mattina alle 9.30, per ricevere da Sergio Mattarella l'incarico di formare il nuovo governo. Come da copione, Conte ha accettato con riserva, che sarà sciolta realisticamente martedì o mercoledì prossimi, dopo che il premier avrà steso il programma, composto la squadra e superato l'eventuale voto di Rousseau, ritenuto decisivo dai 5 stelle per certificare l'intesa. Nel frattempo, l'incaricato ha avviato un suo giro di consultazioni, prendendosi subito due schiaffi morali da Matteo Salvini e Giorgia Meloni, come vedremo.
Ma prima si è presentato davanti alle telecamere: vestitino blu e cravatta in tinta, camicia bianca, inevitabile pochette, ciuffo leccatissimo, aria di chi fatica a dissimulare un'incontenibile smania di mostrarsi nella sua nuova veste di leader politico. E così, nel discorsetto (scritto) pronunciato in nove lunghi e noiosissimi minuti, Conte è sembrato un po' una concorrente di Miss Italia (con le banalità più consunte su ambiente, patrimonio artistico, giovani) e un po' un vecchio democristiano.
«Non sarà un governo contro, sarà un governo per», ha detto il premier incaricato e uscente . «Realizzerò un governo nel segno della novità: per una nuova e ampia stagione riformatrice, di rilancio, di speranza». Figurarsi. E quindi l'inevitabile elenco di «tecnologie, ambiente, mari e biodioversità, beni comuni, patrimonio artistico e culturale». Forse avendo dimenticato le disavventure della Tav, Conte ha pure citato «le infrastrutture e reti efficienti», prima di virare sul «benessere equo e sostenibile» e sulla rimozione delle «disuguaglianze di ogni tipo». E poi i giovani: «Non dobbiamo lasciare che le energie giovanili si disperdano all'estero, ma dobbiamo diventare un Paese attraente per i giovani che vivono all'estero», passaggio che - sui social - ha destato ironia, visto che la seconda parte della frase può far pensare ai giovani che arriveranno sui barconi con i porti riaperti. Ambiguo il passaggio di politica internazionale, con l'evocazione di un «multilateralismo efficace fondato sulla nostra collocazione euroatlantica» (non sarà facile tenere insieme gli omaggi a Trump e il Memorandum con la Cina).
Poi la parte più politica, nella quale Conte, senza fare una piega, ha cercato di presentare il suo ribaltone come la più coerente delle azioni: «Ho vissuto già un'esperienza di governo. La prospettiva di avviare una nuova esperienza mi aveva sollevato qualche dubbio. Ma ho superato queste perplessità nella consapevolezza di aver operato per il bene di tutti, non per interessi di parte o di singole forze politiche».
Quindi, un lungo elogio di sé stesso, e degli «elementi di coerenza che mi porto: cultura delle regole, principi non negoziabili, fedeltà ai valori che hanno sempre ispirato la mia azione». E infine, con sprezzo del ridicolo: «Di mio aggiungerò tanta passione che mi sgorga naturale. Ho evocato un nuovo umanesimo: non ho mai pensato che fosse lo slogan di un governo, ma l'orizzonte ideale di un intero Paese».
Più tardi, Conte ha aperto le sue consultazioni. Oggi sarà la giornata chiave, con i gruppi maggiori (ma attenzione: Matteo Salvini ha fatto sapere che non parteciperà in prima persona, al suo posto due sottosegretari, e analoga scelta ha compiuto ieri, con altrettanta linearità, Giorgia Meloni).
Ieri Conte ha visto i gruppi minori, con un calendario serrato (da ambulatorio medico o da altro tipo di prestazioni veloci: 15-20 minuti a testa). Dalle 15.20 alle 19.30 ha incontrato le varie componenti (in qualche caso, le frattaglie) del Gruppo Misto: il Maie (italiani all'estero), Più Europa-Centro democratico, Noi con l'Italia, Civica popolare, Psi, Sogno Italia-Dieci volte meglio-il partito delle competenze (esiste anche questo, con tre deputati al seguito…), poi le Autonomie, Leu, e infine Fdi.
Per Conte, l'incontro più rilevante è stato il penultimo: da Leu il premier spera infatti di incassare qualche voterello (più rilevanti i 4 senatori che i 14 deputati della lista Boldrini-Grasso, politicamente defunta ma tuttora rappresentata in Parlamento).
Resta la fotografia di fondo, con le smodate ambizioni di Conte, ormai incontenibili, che contrastano con due fatti politici incontrovertibili. Per un verso, la fragilità politica di un'operazione tutta di palazzo, senza idee e senza consenso nel Paese. E per altro verso, il match violentissimo in corso con Luigi Di Maio, che - in privato - dice tutt'altro rispetto alle lodi sperticate che è costretto a riservare a Conte in pubblico, visto che il premier gli sta tagliando letteralmente l'erba sotto i piedi. Un osservatore acuto e informato come Francesco Galietti (PolicySonar) commenta così: «Conte finge di non volere il ruolo di capopartito dei grillini, ma in realtà lo brama. È un gioco di specchi: grazie alla visibilità esterna, ha forza interna; ma solo grazie alla forza interna che vuole scippare a Di Maio, può avere visibilità esterna. Prima o poi, però, lo specchio può incrinarsi».
Come finirà? Tutto fa pensare che il governo partirà, ma in evidenti condizioni di debolezza, tra un Matteo Renzi che (intervistato da Cnbc) non esclude nemmeno pubblicamente una scissione e elezioni a breve, e un Di Maio che usa la minaccia del voto su Rousseau o per far saltare tutto, o, più credibilmente, per spuntare qualcosa in più nella sua personale trattativa per i posti.
È un tripudio di baciatori di pochette
«Contrordine, compagni» versione 2.0. Pochi mesi fa, i giornali italiani facevano eco - in estasi - al velenoso Guy Verhofstadt, che, a Strasburgo, aveva apostrofato Giuseppe Conte come «un burattino di Salvini e Di Maio». Essendo forse cambiati i burattinai, è mutato anche l'atteggiamento dei nostri grandi media, che ora descrivono l'avvocato del popolo come uno grande statista, un maestro di politica e pensiero. Dimenticate i sarcasmi sulla pochette o sul curriculum: adesso il premier è in una ideale teca, ha un altare tutto suo, una via di mezzo tra il Padre Pio di cui è devoto e un padre della patria giallorossa.
Il più lirico, letteralmente fuori categoria, è Giuliano Ferrara, in preda a un'eccitazione incontenibile. Ecco due perle (rare, come Conte secondo Di Maio) su Twitter: «Conte, sempre Conte, supremamente Conte», «Aprite le porte a Gonde» (pronuncia pugliese, presumiamo). Ma è sul Foglio che Ferrara ha dato il meglio, descrivendo il suo nuovo eroe: «Ha evitato lo sforamento baldorioso del deficit (…), ha evitato un paio di procedure d'infrazione contro l'Italia (…), ha spiegato alla Merkel in un video fatale che il Truce era un rompicoglioni incontrollabile». Il Truce sarebbe Salvini. E Conte ha vinto il duello, barrisce l'elefantino: «Se l'è cucinato a puntino, mettendo il limone nel posto giusto nella sublime porchetta». Morale: «Il comportamento di Conte è stato la perfetta espressione del discrimine che (…) separa la coerenza dal masochismo. (…) La coerenza a volte è solo l'ultimo rifugio delle canaglie».
Entusiasmo condiviso dall'attuale direttore del Foglio, Claudio Cerasa, esultante per il fatto che l'Italia abbia «un nuovo governo: l'Europa». Avete capito bene: «l'unica svolta possibile» è «fare del prossimo esecutivo il laboratorio europeo dell'antisovranismo». Eccitazione da pilota automatico o da guinzaglio, insomma. Nel sottotitolo dell'editoriale dell'altro ieri di Cerasa, compariva anche un significativo «Slurp!».
Intanto, nelle pagelle assegnate ieri dal Corsera (a firma di Roberto Gressi), il premier si è preso un rotondo 7. Ecco le motivazioni: «Lascia al palo Di Maio e Salvini che hanno creduto di poterlo manipolare. Per riuscire non è detto che sia indispensabile non avere macchie di sugo sulla cravatta e non masticare con la bocca aperta, però aiuta». E il miniritratto accosta Conte al Mister Wolf di Pulp Fiction (quello di «Risolvo problemi»). Un trionfo.
Due giorni prima, sempre il Corriere (a firma di Marco Galluzzo) si era superato: «solida credibilità politica e umana», «uno stile fatto di vari ingredienti: pazienza e spirito di sacrificio, competenza e autonomia», «uno standing conquistato sul campo anche sui tanti complicati tavoli internazionali», «doti di qualità, pazienza, temperanza».
Su La Stampa, è Andrea Malaguti ad allestire l'altare dedicato a Conte, con tanto di foto (mini)napoleonica: «Impossibile odiarlo, più facile sottovalutarlo. Grave errore, perché l'avvocato del popolo difficilmente si fa distrarre dagli obiettivi, e quasi mai li manca». E ancora: «Abile, furbo, educato, innamorato del figlio e mai divisivo, è riuscito a costruirsi un universo di relazioni straordinariamente largo che riesce a coltivare e a non ostentare». Fino alla profezia delle profezie, quella di «una salita al Colle non tanto per ricevere mandati, quanto per distribuirne». Avete capito bene: già presidente della Repubblica in pectore, con tre anni di anticipo.
Su Repubblica, è stato mobilitato Francesco Merlo, firma di punta addetta ai Grandi Lutti o ai Grandi Omaggi (e ieri non era giorno di lutti). Per Merlo, Conte è «il quasi premier che ha castigato gli spacconi», in un tripudio di «giacche di sartoria, colonia al limone, gemelli ai polsi». E ancora: «l'aria tranquilla, serena, conversativa, amabile e indulgente…». Mancano solo le testimonianze delle guarigioni procurate, ma ci si sta lavorando.
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Accettato l'incarico, via alle consultazioni con le richieste di poltrone (in cambio di sostegno ) di +Europa e Leu. La leader di Fdi non va e così farà il leghista oggi, con la sfilata di Pd e M5s. Il Colle concederà fino a mercoledì.È un tripudio di baciatori di pochette. I giornali che lo consideravano un burattino, ora lo ritraggono con la saliva. «Paziente», «conversativo», «credibile». E gemelli e colonia prendono il posto del loden di Monti... Lo speciale comprende due articoli.Assunto da Beppe Grillo nel ristrettissimo club degli Elevati, Giuseppe Conte è asceso al Colle ieri mattina alle 9.30, per ricevere da Sergio Mattarella l'incarico di formare il nuovo governo. Come da copione, Conte ha accettato con riserva, che sarà sciolta realisticamente martedì o mercoledì prossimi, dopo che il premier avrà steso il programma, composto la squadra e superato l'eventuale voto di Rousseau, ritenuto decisivo dai 5 stelle per certificare l'intesa. Nel frattempo, l'incaricato ha avviato un suo giro di consultazioni, prendendosi subito due schiaffi morali da Matteo Salvini e Giorgia Meloni, come vedremo. Ma prima si è presentato davanti alle telecamere: vestitino blu e cravatta in tinta, camicia bianca, inevitabile pochette, ciuffo leccatissimo, aria di chi fatica a dissimulare un'incontenibile smania di mostrarsi nella sua nuova veste di leader politico. E così, nel discorsetto (scritto) pronunciato in nove lunghi e noiosissimi minuti, Conte è sembrato un po' una concorrente di Miss Italia (con le banalità più consunte su ambiente, patrimonio artistico, giovani) e un po' un vecchio democristiano.«Non sarà un governo contro, sarà un governo per», ha detto il premier incaricato e uscente . «Realizzerò un governo nel segno della novità: per una nuova e ampia stagione riformatrice, di rilancio, di speranza». Figurarsi. E quindi l'inevitabile elenco di «tecnologie, ambiente, mari e biodioversità, beni comuni, patrimonio artistico e culturale». Forse avendo dimenticato le disavventure della Tav, Conte ha pure citato «le infrastrutture e reti efficienti», prima di virare sul «benessere equo e sostenibile» e sulla rimozione delle «disuguaglianze di ogni tipo». E poi i giovani: «Non dobbiamo lasciare che le energie giovanili si disperdano all'estero, ma dobbiamo diventare un Paese attraente per i giovani che vivono all'estero», passaggio che - sui social - ha destato ironia, visto che la seconda parte della frase può far pensare ai giovani che arriveranno sui barconi con i porti riaperti. Ambiguo il passaggio di politica internazionale, con l'evocazione di un «multilateralismo efficace fondato sulla nostra collocazione euroatlantica» (non sarà facile tenere insieme gli omaggi a Trump e il Memorandum con la Cina).Poi la parte più politica, nella quale Conte, senza fare una piega, ha cercato di presentare il suo ribaltone come la più coerente delle azioni: «Ho vissuto già un'esperienza di governo. La prospettiva di avviare una nuova esperienza mi aveva sollevato qualche dubbio. Ma ho superato queste perplessità nella consapevolezza di aver operato per il bene di tutti, non per interessi di parte o di singole forze politiche». Quindi, un lungo elogio di sé stesso, e degli «elementi di coerenza che mi porto: cultura delle regole, principi non negoziabili, fedeltà ai valori che hanno sempre ispirato la mia azione». E infine, con sprezzo del ridicolo: «Di mio aggiungerò tanta passione che mi sgorga naturale. Ho evocato un nuovo umanesimo: non ho mai pensato che fosse lo slogan di un governo, ma l'orizzonte ideale di un intero Paese». Più tardi, Conte ha aperto le sue consultazioni. Oggi sarà la giornata chiave, con i gruppi maggiori (ma attenzione: Matteo Salvini ha fatto sapere che non parteciperà in prima persona, al suo posto due sottosegretari, e analoga scelta ha compiuto ieri, con altrettanta linearità, Giorgia Meloni). Ieri Conte ha visto i gruppi minori, con un calendario serrato (da ambulatorio medico o da altro tipo di prestazioni veloci: 15-20 minuti a testa). Dalle 15.20 alle 19.30 ha incontrato le varie componenti (in qualche caso, le frattaglie) del Gruppo Misto: il Maie (italiani all'estero), Più Europa-Centro democratico, Noi con l'Italia, Civica popolare, Psi, Sogno Italia-Dieci volte meglio-il partito delle competenze (esiste anche questo, con tre deputati al seguito…), poi le Autonomie, Leu, e infine Fdi. Per Conte, l'incontro più rilevante è stato il penultimo: da Leu il premier spera infatti di incassare qualche voterello (più rilevanti i 4 senatori che i 14 deputati della lista Boldrini-Grasso, politicamente defunta ma tuttora rappresentata in Parlamento).Resta la fotografia di fondo, con le smodate ambizioni di Conte, ormai incontenibili, che contrastano con due fatti politici incontrovertibili. Per un verso, la fragilità politica di un'operazione tutta di palazzo, senza idee e senza consenso nel Paese. E per altro verso, il match violentissimo in corso con Luigi Di Maio, che - in privato - dice tutt'altro rispetto alle lodi sperticate che è costretto a riservare a Conte in pubblico, visto che il premier gli sta tagliando letteralmente l'erba sotto i piedi. Un osservatore acuto e informato come Francesco Galietti (PolicySonar) commenta così: «Conte finge di non volere il ruolo di capopartito dei grillini, ma in realtà lo brama. È un gioco di specchi: grazie alla visibilità esterna, ha forza interna; ma solo grazie alla forza interna che vuole scippare a Di Maio, può avere visibilità esterna. Prima o poi, però, lo specchio può incrinarsi». Come finirà? Tutto fa pensare che il governo partirà, ma in evidenti condizioni di debolezza, tra un Matteo Renzi che (intervistato da Cnbc) non esclude nemmeno pubblicamente una scissione e elezioni a breve, e un Di Maio che usa la minaccia del voto su Rousseau o per far saltare tutto, o, più credibilmente, per spuntare qualcosa in più nella sua personale trattativa per i posti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-ora-inizia-a-elemosinare-i-voti-salvini-e-la-meloni-non-si-presentano-2640106076.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-un-tripudio-di-baciatori-di-pochette" data-post-id="2640106076" data-published-at="1782215073" data-use-pagination="False"> È un tripudio di baciatori di pochette «Contrordine, compagni» versione 2.0. Pochi mesi fa, i giornali italiani facevano eco - in estasi - al velenoso Guy Verhofstadt, che, a Strasburgo, aveva apostrofato Giuseppe Conte come «un burattino di Salvini e Di Maio». Essendo forse cambiati i burattinai, è mutato anche l'atteggiamento dei nostri grandi media, che ora descrivono l'avvocato del popolo come uno grande statista, un maestro di politica e pensiero. Dimenticate i sarcasmi sulla pochette o sul curriculum: adesso il premier è in una ideale teca, ha un altare tutto suo, una via di mezzo tra il Padre Pio di cui è devoto e un padre della patria giallorossa. Il più lirico, letteralmente fuori categoria, è Giuliano Ferrara, in preda a un'eccitazione incontenibile. Ecco due perle (rare, come Conte secondo Di Maio) su Twitter: «Conte, sempre Conte, supremamente Conte», «Aprite le porte a Gonde» (pronuncia pugliese, presumiamo). Ma è sul Foglio che Ferrara ha dato il meglio, descrivendo il suo nuovo eroe: «Ha evitato lo sforamento baldorioso del deficit (…), ha evitato un paio di procedure d'infrazione contro l'Italia (…), ha spiegato alla Merkel in un video fatale che il Truce era un rompicoglioni incontrollabile». Il Truce sarebbe Salvini. E Conte ha vinto il duello, barrisce l'elefantino: «Se l'è cucinato a puntino, mettendo il limone nel posto giusto nella sublime porchetta». Morale: «Il comportamento di Conte è stato la perfetta espressione del discrimine che (…) separa la coerenza dal masochismo. (…) La coerenza a volte è solo l'ultimo rifugio delle canaglie». Entusiasmo condiviso dall'attuale direttore del Foglio, Claudio Cerasa, esultante per il fatto che l'Italia abbia «un nuovo governo: l'Europa». Avete capito bene: «l'unica svolta possibile» è «fare del prossimo esecutivo il laboratorio europeo dell'antisovranismo». Eccitazione da pilota automatico o da guinzaglio, insomma. Nel sottotitolo dell'editoriale dell'altro ieri di Cerasa, compariva anche un significativo «Slurp!». Intanto, nelle pagelle assegnate ieri dal Corsera (a firma di Roberto Gressi), il premier si è preso un rotondo 7. Ecco le motivazioni: «Lascia al palo Di Maio e Salvini che hanno creduto di poterlo manipolare. Per riuscire non è detto che sia indispensabile non avere macchie di sugo sulla cravatta e non masticare con la bocca aperta, però aiuta». E il miniritratto accosta Conte al Mister Wolf di Pulp Fiction (quello di «Risolvo problemi»). Un trionfo. Due giorni prima, sempre il Corriere (a firma di Marco Galluzzo) si era superato: «solida credibilità politica e umana», «uno stile fatto di vari ingredienti: pazienza e spirito di sacrificio, competenza e autonomia», «uno standing conquistato sul campo anche sui tanti complicati tavoli internazionali», «doti di qualità, pazienza, temperanza». Su La Stampa, è Andrea Malaguti ad allestire l'altare dedicato a Conte, con tanto di foto (mini)napoleonica: «Impossibile odiarlo, più facile sottovalutarlo. Grave errore, perché l'avvocato del popolo difficilmente si fa distrarre dagli obiettivi, e quasi mai li manca». E ancora: «Abile, furbo, educato, innamorato del figlio e mai divisivo, è riuscito a costruirsi un universo di relazioni straordinariamente largo che riesce a coltivare e a non ostentare». Fino alla profezia delle profezie, quella di «una salita al Colle non tanto per ricevere mandati, quanto per distribuirne». Avete capito bene: già presidente della Repubblica in pectore, con tre anni di anticipo. Su Repubblica, è stato mobilitato Francesco Merlo, firma di punta addetta ai Grandi Lutti o ai Grandi Omaggi (e ieri non era giorno di lutti). Per Merlo, Conte è «il quasi premier che ha castigato gli spacconi», in un tripudio di «giacche di sartoria, colonia al limone, gemelli ai polsi». E ancora: «l'aria tranquilla, serena, conversativa, amabile e indulgente…». Mancano solo le testimonianze delle guarigioni procurate, ma ci si sta lavorando.
Il direttore de «La Verità» Maurizio Belpietro e il ministro degli Esteri Antonio Tajani
La terza edizione de Il giorno della Verità si è aperta con l'intervista del direttore Maurizio Belpietro al ministro degli Esteri Antonio Tajani. In merito allo scontro degli ultimi giorni fra Meloni e Trump, Tajani ha ribadito come sia «inaccettabile che vi siano offese nei confronti della premier». Eppure, ha sottolineato che «dobbiamo preservare la nostra alleanza con gli Usa: non possiamo pensare di dividere l'Occidente, che deve essere sempre più unito di fronte alle sfide odierne con Russia, CIna, India. Altrimenti sarà difficile essere competitivi da soli. Anche gli Usa hanno bisogno di noi: ricordiamo che l'Italia è la seconda manifattura europea».
Sempre riguardo alla querelle con gli Stati Uniti, il ministro degli Esteri ritiene che «non bisogna fare la guerra a nessuno, ma dobbiamo farci rispettare. Abbiamo dato dei segnali politici forti, annullando la mia missione negli Usa. Continuiamo comunque a lavorare su tutti i dossier che riguardano le materie prime e la Nato. Guardiamo avanti come alleati».
Belpietro ha introdotto quindi la situazione del conflitto russo-ucraino, in vista di un possibile accordo di pace. «Bisogna trovare una figura che parli per tutti. Ma dobbiamo sceglierla noi, non Putin. E deve essere una figura credibile a livello istituzionale, possibilmente che abbia buone relazioni con il Cremlino», sostiene Tajani. Sul gas russo, l'Italia deve rimanere coerente con quanto ha scelto secondo il ministro degli Esteri: «Abbiamo fatto una scelta e dobbiamo essere coerenti, abbiamo alternative e le stiamo perseguendo. Lavoreremo anche sul nucleare. Ma se vogliamo spingere Putin a sedersi al tavolo, bisogna mandargli dei messaggi chiari. Non può valere la regola del più forte».
A livello geopolitico, Tajani ha ribadito con vigore la posizione in cui l'Italia si colloca sullo scacchiere geopolitico: «Non abbiamo alternativa all'Europa, non possiamo competere a livello globale con Cina, Usa, Russia. L'Europa, oltretutto, condivide le radici comuni cristiane. Il problema è che manca di una leadership forte. L'Italia, in questo contesto, è il Paese più stabile: si tratta del secondo governo più longevo di tutti i tempi. Per migliorare come Unione europea, dobbiamo creare un mercato unico dei capitali e dell'energia.»
Il soggetto si è poi spostato sulla politica interna, in particolare su Roberto Vannacci e il suo partito, Futuro nazionale, come nuovo soggetto politico: La coalizione di centrodestra si è sempre mostrata solida, anche se apparteniamo a famiglie diverse. Siamo un'alleanza strategica che offre all'elettorato opportunità e sfumature diverse con lo stesso obiettivo. Governiamo quindi bene insieme. Per quanto riguarda Vannacci, è lui che si è messo contro il centrodestra. Aveva detto che non avrebbe mai creato un nuovo partito, che era un'insinuazione di Conte e Schlein per dividere il centrodestra. Poi, invece, ha fatto tutto il contrario. È lui, quindi, che esclude qualsiasi alleanza con il centrodestra, perché fa il gioco della sinistra. Deve trovare un accordo con se stesso».
Il tema di un allargamento della coalizione verso il centro trova invece terreno fertile nella visione strategica di Forza Italia: «In alcuni casi è possibile, magari nelle grandi città. Aggregarsi aiuta a vincere le elezioni. Su alcune questioni abbiamo idee simili. Nello specifico, se a Milano ci fosse Cottarelli come civico potrebbe essere vincente, e mettere la sinistra all'opposizione dopo la pessima gestione dell'attuale giunta. Credo che nel capoluogo lombardo serva proprio un alleato civico che allarghi i confini del centrodestra».
Infine, il direttore della Verità chiama in causa il presunto conflitto di Tajani con la famiglia Berlusconi. «Assolutamente no, sono i giornali di sinistra che cercano di mettere in risalto qualsiasi cosa come se fosse una guerra civile. In realtà» spiega il ministro «non c'è mai stata nessuna polemica. Ascolto i loro consigli perché forniscono idee preziose, perché hanno a cuore Forza Italia. Ma il mio compito è far sì che il partito vada avanti, non sia legato alla storia. Io sono stato la guida in questa fase e continuerò a esserlo».
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