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2019-05-09
Conte ha mandato a casa Siri. Lega e M5s passano ad altre liti
Ansa
Poco prima dell'inizio del Consiglio dei ministri il leader della Lega, Matteo Salvini, pubblica sui social network la foto della figlia con lo sfondo del Castello Sforzesco: «Vita, gioia, speranza e amore», è il commento al tweet. Quasi che il vicepremier inviti a guardare avanti con serenità, forse perché già sa come finirà il braccio di ferro su Armando Siri. Anche se è convinto della sua estraneità alle accuse.
Infatti alle 10.45 Giuseppe Conte, con un decreto presentato davanti a tutto il governo al gran completo, ufficializza la revoca dell'incarico al sottosegretario del Carroccio, indagato per corruzione e al quale il ministro Danilo Toninelli aveva ritirato la delega alle Infrastrutture subito la notizia dell'avviso di garanzia. Il documento del premier non è stato messo ai voti, lo ha semplicemente letto per informare l'assemblea. Nessuna conta quindi al tavolo di Palazzo Chigi. Del resto la legge che autorizza il presidente del Consiglio a nominare i sottosegretari dice che le proposte del capo del governo si fanno «sentito» il Consiglio dei ministri. E la stessa regola vale al contrario: anche per la revoca il governo può limitarsi ad ascoltare quello che eventualmente avranno da dire i colleghi di esecutivo, ma senza che si blocchi il procedimento.
Così la Lega ha continuato a fare muro contro la decisione del premier, senza però potersi opporre per stopparla. L'accorata difesa di Siri è stata affidata al ministro della Pubblica amministrazione, l'avvocato Giulia Bongiorno, che ha rivendicato «la linea garantista». Durante la discussione le due parti sono rimaste ferme sulle rispettive posizioni: da un lato il premier, sostenuto dagli esponenti del Movimento 5 stelle e dall'altro il Carroccio schierato con l'ex sottosegretario. Comunque i toni del confronto sarebbero stati, come testimoniato dai presenti, se non amichevoli almeno «civili e pacati». Conte, dopo aver esposto la proposta di revoca, ha chiesto: «Ho la piena fiducia di tutti? Questo è un passaggio di alta valenza politica e sia chiaro che ci deve essere la piena condivisione del metodo e anche della soluzione che oggi porto». E alla fine tutti i ministri, anche quelli leghisti pur ribadendo l'innocenza di Siri fino a prova contraria, hanno confermato la fiducia al presidente. Che, al termine della riunione, ha spiegato: «Al presidente della Repubblica arriverà lo schema di decreto per la revoca. Dopo una discussione franca e non banale, c'è stata piena fiducia sul mio operato e il governo ha preso la decisione più giusta. Andiamo avanti con la fiducia dei cittadini consapevoli che senza questo fattore non potremmo mai sentirci il governo del cambiamento».
Caso chiuso? Per Luigi Di Maio lo è, e conferma che non si prospetta nessuna crisi: «Mi fa piacere non si sia andati alla conta, il nostro obiettivo non era avere una superiorità numerica né morale. Non c'è principio di colpevolezza, valuteremo sempre caso per caso come forza politica, ma ci vuole precauzione come istituzione, perché teniamo alla credibilità di questo governo, non potevamo chiudere un occhio. Ci siamo detti che andiamo avanti e che ci sono tante cose da fare per gli italiani, le faremo insieme nei prossimi quattro anni». E anche la Lega sembra voler guardare al futuro, come annunciava con sottofondo poetico il tweet di Salvini: «Basta con i litigi e le polemiche», dicono fonti del Carroccio, «ci sono tante cose da fare: flat tax per le famiglie, autonomia, riforma della giustizia, cantieri, sviluppo e infrastrutture. Basta chiacchiere e rinvii». Quindi la Lega ora si prepara ad andare all'offensiva sui punti del programma a cui tiene di più: al primo posto flat tax e autonomie.
Ma proprio su quest'ultimo punto si apre un nuovo fronte di battaglia tra alleati. Ad aprire il fuoco è il grillino Luigi Gallo, presidente della commissione Cultura della Camera: «C'è troppa corruzione nelle Regioni, è necessario sospendere le autonomie», attacca su Facebook, «la retata in Lombardia e l'arresto del consigliere regionale di maggioranza Pietro Tatarella di Forza Italia, la condanna a 3 anni e 3 mesi per peculato di Francesca Barracciu, consigliera sarda del Pd, l'indagine sul presidente di Regione calabrese del Pd Mario Oliviero per associazione a delinquere e corruzione, e ancora, l'inchiesta in Umbria, le condanne in Abruzzo e altro ci raccontano una politica regionale vulnerabile alla corruzione, più vicina agli interessi privati che a quelli dei cittadini, a quelle di tutto il popolo italiano». A replicare dalle fila leghiste è Paolo Grimoldi, deputato e segretario del partito in Lombardia che mette nel mirino Virginia Raggi: «Un autorevole esponente del Movimento 5 stelle chiede di sospendere l'iter dell'autonomia perché a livello locale c'è corruzione?», spiega, «intanto ricordo che le maggiori forme di autonomia per le Regioni sono nel contratto di governo, per cui fine della discussione. Ma all'onorevole Gallo rispondo che seguendo la sua logica allora dovremmo togliere subito le competenze al Comune di Roma che in questa legislatura ha avuto arresti eccellenti, come quello del presidente del consiglio comunale, senza contare la pessima gestione amministrativa della città».
Di Maio propone uno scambio. Il salario minimo per la flat tax
Potrebbe essere lo scalpo politico di Virginia Raggi l'offerta del M5s alla Lega per sancire la pace dopo la bufera del caso-Siri. Nel pomeriggio di ieri, dopo la revoca del sottosegretario, Matteo Salvini ha tirato in ballo il sindaco di Roma: «Prendo atto», attacca il leader del Carroccio, «che la Raggi è al suo posto nonostante sia indagata da anni, vuol dire che ci sono colpe di serie A e colpe di serie B». Passa qualche ora, e le «fonti» del M5s consegnano alle agenzie di stampa una considerazione di Luigi Di Maio, che ha accolto «con una certa irritazione l'iniziativa del sindaco di Roma, Virginia Raggi, di recarsi a Casal Bruciato per visitare la famiglia di nomadi assegnataria di un appartamento popolare. Prima si aiutano i romani, gli italiani, poi tutti gli altri», è il pensiero di Di Maio, «irritato anche per la tempistica con cui la Raggi, in un giorno particolarmente importante per il M5s al governo, ha scelto di mettere in campo la sua iniziativa». La formula delle «fonti che riferiscono» evita, ma solo dal punto di vista formale, di far pronunciare a Di Maio quella frase, «prima gli italiani», sulla quale Matteo Salvini può vantare il copyright. È lampante, però, che il leader del M5s, consapevole di aver ottenuto una vittoria politica con la revoca di Siri, non vuole infierire, ma anzi tende a minimizzare lo sconto con l'alleato.
Pacati i toni con i quali Di Maio, dopo il Consiglio dei ministri, commenta l'epilogo, dal punto di vista politico, dell'affare-Siri: «Mi fa piacere», dice il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, «che non si sia andati alla conta, il nostro obiettivo non era avere una superiorità numerica né morale. Questa non è una vittoria del M5s ma degli italiani onesti, che ci chiedono atti forti rispetto ad un paese che ha una percezione della corruzione tra le più alte d'Europa e che vede la corruzione come emergenza nazionale, che va combattuta con le leggi ma anche con la responsabilità delle forze politiche. Non c'è principio di colpevolezza», precisa il capo politico del M5s, «valuteremo sempre caso per caso come forza politica, ma ci vuole precauzione come istituzione, perché teniamo alla credibilità di questo governo, non potevamo chiudere un occhio».
Di Maio sottolinea che i toni della discussione in Consiglio dei ministri «sono stati distesi», e che il caso Siri non avrà conseguenze sulla tenuta della maggioranza: «Ci siamo detti che andiamo avanti», rassicura il vicepremier, «e che ci sono tante cose da fare per gli italiani, le faremo insieme nei prossimi quattro anni. Mi fa piacere che tutti insieme abbiamo espresso nel Consiglio dei ministri piena fiducia a Conte e al governo. Potremo andare avanti con la stessa lealtà e lo stesso spirito di collaborazione che ci ha fatto andare avanti in questi 10 mesi e mezzo. Ho detto in Consiglio dei ministri che apriremo subito un tavolo di governo per portare avanti in parallelo due progetti: la flat tax e il salario minimo, e chi le propone porta anche le coperture. Il mio obiettivo è non aumentare Iva e abbassare le tasse agli italiani. Lotta all'evasione seria e spending review», aggiunge Di Maio, «sono i due obiettivi che ci dovremo dare. La revoca di Siri rappresenta un importante segnale di discontinuità rispetto al passato».
Tocca a Davide Casaleggio, presidente dell'Associazione Rousseau, difendere la Raggi commentando le parole di Salvini: «Quando la Raggi si è candidata era incensurata», argomenta Casaleggio, «e lo è tuttora. Dal punto di vista del M5s, il tema della questione morale è stato sviscerato con il codice etico, e il sindaco di Roma ha sempre rispettato questo codice etico».
Esprime attraverso Twitter la sua soddisfazione il ministro di Infrastrutture e trasporti, Danilo Toninelli, di cui Siri era sottosegretario: «Nessuna esultanza», scrive Toninelli, «ma l'auspicio che Siri possa dimostrare la sua estraneità ai fatti. Soddisfazione, però, per il segno di cambiamento che il governo ha dato anche oggi su temi come legalità e lotta alla corruzione. Sfide sulle quali il M5s non arretrerà mai di un millimetro!». All'insegna della sobrietà istituzionale la riflessione sulla revoca di Siri affidata ai social network da Paola Taverna, vicepresidente grillina del Senato: «Non staremo qui ad esultare, ma è di certo un sollievo. Non ci deve essere nessuna ombra su questo governo, nessuna. Ne vado fiera perché è proprio questo che ci distingue dalla vecchia politica. Adesso andiamo avanti a lavorare per gli italiani. Ogni minuto», conclude la Taverna, «è prezioso».
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Vittoria politica per i pentastellati, il Consiglio dei ministri silura il sottosegretario del Carroccio. L'alleanza per il momento regge, però è già chiaro quale sarà il prossimo terreno di scontro: le autonomie regionali.I grillini pianificano un compromesso: «Spending review e nessun aumento Iva».Lo speciale contiene due articoli. Poco prima dell'inizio del Consiglio dei ministri il leader della Lega, Matteo Salvini, pubblica sui social network la foto della figlia con lo sfondo del Castello Sforzesco: «Vita, gioia, speranza e amore», è il commento al tweet. Quasi che il vicepremier inviti a guardare avanti con serenità, forse perché già sa come finirà il braccio di ferro su Armando Siri. Anche se è convinto della sua estraneità alle accuse.Infatti alle 10.45 Giuseppe Conte, con un decreto presentato davanti a tutto il governo al gran completo, ufficializza la revoca dell'incarico al sottosegretario del Carroccio, indagato per corruzione e al quale il ministro Danilo Toninelli aveva ritirato la delega alle Infrastrutture subito la notizia dell'avviso di garanzia. Il documento del premier non è stato messo ai voti, lo ha semplicemente letto per informare l'assemblea. Nessuna conta quindi al tavolo di Palazzo Chigi. Del resto la legge che autorizza il presidente del Consiglio a nominare i sottosegretari dice che le proposte del capo del governo si fanno «sentito» il Consiglio dei ministri. E la stessa regola vale al contrario: anche per la revoca il governo può limitarsi ad ascoltare quello che eventualmente avranno da dire i colleghi di esecutivo, ma senza che si blocchi il procedimento.Così la Lega ha continuato a fare muro contro la decisione del premier, senza però potersi opporre per stopparla. L'accorata difesa di Siri è stata affidata al ministro della Pubblica amministrazione, l'avvocato Giulia Bongiorno, che ha rivendicato «la linea garantista». Durante la discussione le due parti sono rimaste ferme sulle rispettive posizioni: da un lato il premier, sostenuto dagli esponenti del Movimento 5 stelle e dall'altro il Carroccio schierato con l'ex sottosegretario. Comunque i toni del confronto sarebbero stati, come testimoniato dai presenti, se non amichevoli almeno «civili e pacati». Conte, dopo aver esposto la proposta di revoca, ha chiesto: «Ho la piena fiducia di tutti? Questo è un passaggio di alta valenza politica e sia chiaro che ci deve essere la piena condivisione del metodo e anche della soluzione che oggi porto». E alla fine tutti i ministri, anche quelli leghisti pur ribadendo l'innocenza di Siri fino a prova contraria, hanno confermato la fiducia al presidente. Che, al termine della riunione, ha spiegato: «Al presidente della Repubblica arriverà lo schema di decreto per la revoca. Dopo una discussione franca e non banale, c'è stata piena fiducia sul mio operato e il governo ha preso la decisione più giusta. Andiamo avanti con la fiducia dei cittadini consapevoli che senza questo fattore non potremmo mai sentirci il governo del cambiamento».Caso chiuso? Per Luigi Di Maio lo è, e conferma che non si prospetta nessuna crisi: «Mi fa piacere non si sia andati alla conta, il nostro obiettivo non era avere una superiorità numerica né morale. Non c'è principio di colpevolezza, valuteremo sempre caso per caso come forza politica, ma ci vuole precauzione come istituzione, perché teniamo alla credibilità di questo governo, non potevamo chiudere un occhio. Ci siamo detti che andiamo avanti e che ci sono tante cose da fare per gli italiani, le faremo insieme nei prossimi quattro anni». E anche la Lega sembra voler guardare al futuro, come annunciava con sottofondo poetico il tweet di Salvini: «Basta con i litigi e le polemiche», dicono fonti del Carroccio, «ci sono tante cose da fare: flat tax per le famiglie, autonomia, riforma della giustizia, cantieri, sviluppo e infrastrutture. Basta chiacchiere e rinvii». Quindi la Lega ora si prepara ad andare all'offensiva sui punti del programma a cui tiene di più: al primo posto flat tax e autonomie.Ma proprio su quest'ultimo punto si apre un nuovo fronte di battaglia tra alleati. Ad aprire il fuoco è il grillino Luigi Gallo, presidente della commissione Cultura della Camera: «C'è troppa corruzione nelle Regioni, è necessario sospendere le autonomie», attacca su Facebook, «la retata in Lombardia e l'arresto del consigliere regionale di maggioranza Pietro Tatarella di Forza Italia, la condanna a 3 anni e 3 mesi per peculato di Francesca Barracciu, consigliera sarda del Pd, l'indagine sul presidente di Regione calabrese del Pd Mario Oliviero per associazione a delinquere e corruzione, e ancora, l'inchiesta in Umbria, le condanne in Abruzzo e altro ci raccontano una politica regionale vulnerabile alla corruzione, più vicina agli interessi privati che a quelli dei cittadini, a quelle di tutto il popolo italiano». A replicare dalle fila leghiste è Paolo Grimoldi, deputato e segretario del partito in Lombardia che mette nel mirino Virginia Raggi: «Un autorevole esponente del Movimento 5 stelle chiede di sospendere l'iter dell'autonomia perché a livello locale c'è corruzione?», spiega, «intanto ricordo che le maggiori forme di autonomia per le Regioni sono nel contratto di governo, per cui fine della discussione. Ma all'onorevole Gallo rispondo che seguendo la sua logica allora dovremmo togliere subito le competenze al Comune di Roma che in questa legislatura ha avuto arresti eccellenti, come quello del presidente del consiglio comunale, senza contare la pessima gestione amministrativa della città».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-ha-mandato-a-casa-siri-lega-e-m5s-passano-ad-altre-liti-2636637897.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="di-maio-propone-uno-scambio-il-salario-minimo-per-la-flat-tax" data-post-id="2636637897" data-published-at="1779102624" data-use-pagination="False"> Di Maio propone uno scambio. Il salario minimo per la flat tax Potrebbe essere lo scalpo politico di Virginia Raggi l'offerta del M5s alla Lega per sancire la pace dopo la bufera del caso-Siri. Nel pomeriggio di ieri, dopo la revoca del sottosegretario, Matteo Salvini ha tirato in ballo il sindaco di Roma: «Prendo atto», attacca il leader del Carroccio, «che la Raggi è al suo posto nonostante sia indagata da anni, vuol dire che ci sono colpe di serie A e colpe di serie B». Passa qualche ora, e le «fonti» del M5s consegnano alle agenzie di stampa una considerazione di Luigi Di Maio, che ha accolto «con una certa irritazione l'iniziativa del sindaco di Roma, Virginia Raggi, di recarsi a Casal Bruciato per visitare la famiglia di nomadi assegnataria di un appartamento popolare. Prima si aiutano i romani, gli italiani, poi tutti gli altri», è il pensiero di Di Maio, «irritato anche per la tempistica con cui la Raggi, in un giorno particolarmente importante per il M5s al governo, ha scelto di mettere in campo la sua iniziativa». La formula delle «fonti che riferiscono» evita, ma solo dal punto di vista formale, di far pronunciare a Di Maio quella frase, «prima gli italiani», sulla quale Matteo Salvini può vantare il copyright. È lampante, però, che il leader del M5s, consapevole di aver ottenuto una vittoria politica con la revoca di Siri, non vuole infierire, ma anzi tende a minimizzare lo sconto con l'alleato. Pacati i toni con i quali Di Maio, dopo il Consiglio dei ministri, commenta l'epilogo, dal punto di vista politico, dell'affare-Siri: «Mi fa piacere», dice il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, «che non si sia andati alla conta, il nostro obiettivo non era avere una superiorità numerica né morale. Questa non è una vittoria del M5s ma degli italiani onesti, che ci chiedono atti forti rispetto ad un paese che ha una percezione della corruzione tra le più alte d'Europa e che vede la corruzione come emergenza nazionale, che va combattuta con le leggi ma anche con la responsabilità delle forze politiche. Non c'è principio di colpevolezza», precisa il capo politico del M5s, «valuteremo sempre caso per caso come forza politica, ma ci vuole precauzione come istituzione, perché teniamo alla credibilità di questo governo, non potevamo chiudere un occhio». Di Maio sottolinea che i toni della discussione in Consiglio dei ministri «sono stati distesi», e che il caso Siri non avrà conseguenze sulla tenuta della maggioranza: «Ci siamo detti che andiamo avanti», rassicura il vicepremier, «e che ci sono tante cose da fare per gli italiani, le faremo insieme nei prossimi quattro anni. Mi fa piacere che tutti insieme abbiamo espresso nel Consiglio dei ministri piena fiducia a Conte e al governo. Potremo andare avanti con la stessa lealtà e lo stesso spirito di collaborazione che ci ha fatto andare avanti in questi 10 mesi e mezzo. Ho detto in Consiglio dei ministri che apriremo subito un tavolo di governo per portare avanti in parallelo due progetti: la flat tax e il salario minimo, e chi le propone porta anche le coperture. Il mio obiettivo è non aumentare Iva e abbassare le tasse agli italiani. Lotta all'evasione seria e spending review», aggiunge Di Maio, «sono i due obiettivi che ci dovremo dare. La revoca di Siri rappresenta un importante segnale di discontinuità rispetto al passato». Tocca a Davide Casaleggio, presidente dell'Associazione Rousseau, difendere la Raggi commentando le parole di Salvini: «Quando la Raggi si è candidata era incensurata», argomenta Casaleggio, «e lo è tuttora. Dal punto di vista del M5s, il tema della questione morale è stato sviscerato con il codice etico, e il sindaco di Roma ha sempre rispettato questo codice etico». Esprime attraverso Twitter la sua soddisfazione il ministro di Infrastrutture e trasporti, Danilo Toninelli, di cui Siri era sottosegretario: «Nessuna esultanza», scrive Toninelli, «ma l'auspicio che Siri possa dimostrare la sua estraneità ai fatti. Soddisfazione, però, per il segno di cambiamento che il governo ha dato anche oggi su temi come legalità e lotta alla corruzione. Sfide sulle quali il M5s non arretrerà mai di un millimetro!». All'insegna della sobrietà istituzionale la riflessione sulla revoca di Siri affidata ai social network da Paola Taverna, vicepresidente grillina del Senato: «Non staremo qui ad esultare, ma è di certo un sollievo. Non ci deve essere nessuna ombra su questo governo, nessuna. Ne vado fiera perché è proprio questo che ci distingue dalla vecchia politica. Adesso andiamo avanti a lavorare per gli italiani. Ogni minuto», conclude la Taverna, «è prezioso».
Giorgia Meloni (Ansa)
La posizione del governo italiano era nota da tempo, ma ieri la Meloni ha compiuto un passo ufficiale inviando una lettera al presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. «L’Italia ritiene necessario estendere temporaneamente il campo di applicazione della National escape clause già prevista per le spese di difesa anche agli investimenti e alle misure straordinarie necessarie per fronteggiare la crisi energetica, senza modificarne i limiti massimi di scostamento già previsti», si legge nella missiva. «In assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste». Il riferimento è al piano di prestiti Ue per gli investimenti nella Difesa.
Una prima risposta è arrivata in serata da un portavoce della Commissione, Olof Gill: «La posizione della Commissione non è cambiata. Abbiamo presentato agli Stati membri una gamma di opzioni a loro disposizione per affrontare l’attuale crisi energetica» e tra queste non c’è la clausola di salvaguardia. Ma la chiusura non è netta: «Osserviamo l’evoluzione della situazione».
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Donald Trump
«Questa sera, su mio ordine, le coraggiose forze americane e le forze armate nigeriane hanno portato a termine in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa», ha dichiarato il presidente americano, venerdì sera, su Truth. «Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell'Isis a livello globale, pensava di potersi nascondere in Africa, ma non sapeva che avevamo fonti che ci tenevano informati sulle sue attività. Non potrà più terrorizzare la popolazione africana né contribuire a pianificare operazioni contro gli americani. Con la sua eliminazione, l'operazione globale dell'Isis è notevolmente ridimensionata», ha aggiunto, per poi concludere: «Grazie al governo della Nigeria per la collaborazione in questa operazione».
«Per mesi abbiamo dato la caccia a questo importante leader dell'Isis in Nigeria che uccideva i cristiani, e lo abbiamo ucciso, insieme a tutta la sua banda», ha affermato il capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Daremo la caccia a chiunque voglia fare del male agli americani o ai cristiani innocenti, ovunque si trovino», ha proseguito. Dal canto suo, il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha reso noto che al-Minuki è stato ucciso insieme a «diversi suoi luogotenenti, durante un attacco al suo complesso nel bacino del lago Ciad». «La Nigeria apprezza questa collaborazione con gli Stati Uniti per il raggiungimento dei nostri obiettivi di sicurezza comuni», ha anche affermato.
Era lo scorso Natale, quando Trump ordinò un attacco contro l’Isis in Nigeria. Un’operazione, quella dello scorso dicembre, che gli Stati Uniti effettuarono in coordinamento con il governo Abuja. Il che segnò una distensione con la Nigeria. A novembre, Trump aveva infatti designato quest’ultima come «Paese di particolare preoccupazione» a causa della situazione in cui versa la locale comunità cristiana. In quell’occasione, aveva anche ventilato l’ipotesi di mobilitare le forze statunitensi in loco, irritando non poco il governo di Abuja. Tuttavia, da dicembre, sembra che Stati Uniti e Nigeria abbiano inaugurato una proficua collaborazione nel contrasto al jihadismo. Il che, per Trump, ha un triplice significato.
Innanzitutto, l’obiettivo primario è quello di aumentare la sicurezza internazionale arginando il terrorismo islamista. In secondo luogo, sul fronte geopolitico, la Casa Bianca punta a rafforzare l’influenza statunitense sul continente africano, per fronteggiare la competizione di Cina e Russia. Infine, sul piano interno, la lotta all’islamismo e la difesa dei cristiani rappresentano notoriamente due dei capisaldi del movimento Maga.
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L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
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