True
2019-05-09
Conte ha mandato a casa Siri. Lega e M5s passano ad altre liti
Ansa
Poco prima dell'inizio del Consiglio dei ministri il leader della Lega, Matteo Salvini, pubblica sui social network la foto della figlia con lo sfondo del Castello Sforzesco: «Vita, gioia, speranza e amore», è il commento al tweet. Quasi che il vicepremier inviti a guardare avanti con serenità, forse perché già sa come finirà il braccio di ferro su Armando Siri. Anche se è convinto della sua estraneità alle accuse.
Infatti alle 10.45 Giuseppe Conte, con un decreto presentato davanti a tutto il governo al gran completo, ufficializza la revoca dell'incarico al sottosegretario del Carroccio, indagato per corruzione e al quale il ministro Danilo Toninelli aveva ritirato la delega alle Infrastrutture subito la notizia dell'avviso di garanzia. Il documento del premier non è stato messo ai voti, lo ha semplicemente letto per informare l'assemblea. Nessuna conta quindi al tavolo di Palazzo Chigi. Del resto la legge che autorizza il presidente del Consiglio a nominare i sottosegretari dice che le proposte del capo del governo si fanno «sentito» il Consiglio dei ministri. E la stessa regola vale al contrario: anche per la revoca il governo può limitarsi ad ascoltare quello che eventualmente avranno da dire i colleghi di esecutivo, ma senza che si blocchi il procedimento.
Così la Lega ha continuato a fare muro contro la decisione del premier, senza però potersi opporre per stopparla. L'accorata difesa di Siri è stata affidata al ministro della Pubblica amministrazione, l'avvocato Giulia Bongiorno, che ha rivendicato «la linea garantista». Durante la discussione le due parti sono rimaste ferme sulle rispettive posizioni: da un lato il premier, sostenuto dagli esponenti del Movimento 5 stelle e dall'altro il Carroccio schierato con l'ex sottosegretario. Comunque i toni del confronto sarebbero stati, come testimoniato dai presenti, se non amichevoli almeno «civili e pacati». Conte, dopo aver esposto la proposta di revoca, ha chiesto: «Ho la piena fiducia di tutti? Questo è un passaggio di alta valenza politica e sia chiaro che ci deve essere la piena condivisione del metodo e anche della soluzione che oggi porto». E alla fine tutti i ministri, anche quelli leghisti pur ribadendo l'innocenza di Siri fino a prova contraria, hanno confermato la fiducia al presidente. Che, al termine della riunione, ha spiegato: «Al presidente della Repubblica arriverà lo schema di decreto per la revoca. Dopo una discussione franca e non banale, c'è stata piena fiducia sul mio operato e il governo ha preso la decisione più giusta. Andiamo avanti con la fiducia dei cittadini consapevoli che senza questo fattore non potremmo mai sentirci il governo del cambiamento».
Caso chiuso? Per Luigi Di Maio lo è, e conferma che non si prospetta nessuna crisi: «Mi fa piacere non si sia andati alla conta, il nostro obiettivo non era avere una superiorità numerica né morale. Non c'è principio di colpevolezza, valuteremo sempre caso per caso come forza politica, ma ci vuole precauzione come istituzione, perché teniamo alla credibilità di questo governo, non potevamo chiudere un occhio. Ci siamo detti che andiamo avanti e che ci sono tante cose da fare per gli italiani, le faremo insieme nei prossimi quattro anni». E anche la Lega sembra voler guardare al futuro, come annunciava con sottofondo poetico il tweet di Salvini: «Basta con i litigi e le polemiche», dicono fonti del Carroccio, «ci sono tante cose da fare: flat tax per le famiglie, autonomia, riforma della giustizia, cantieri, sviluppo e infrastrutture. Basta chiacchiere e rinvii». Quindi la Lega ora si prepara ad andare all'offensiva sui punti del programma a cui tiene di più: al primo posto flat tax e autonomie.
Ma proprio su quest'ultimo punto si apre un nuovo fronte di battaglia tra alleati. Ad aprire il fuoco è il grillino Luigi Gallo, presidente della commissione Cultura della Camera: «C'è troppa corruzione nelle Regioni, è necessario sospendere le autonomie», attacca su Facebook, «la retata in Lombardia e l'arresto del consigliere regionale di maggioranza Pietro Tatarella di Forza Italia, la condanna a 3 anni e 3 mesi per peculato di Francesca Barracciu, consigliera sarda del Pd, l'indagine sul presidente di Regione calabrese del Pd Mario Oliviero per associazione a delinquere e corruzione, e ancora, l'inchiesta in Umbria, le condanne in Abruzzo e altro ci raccontano una politica regionale vulnerabile alla corruzione, più vicina agli interessi privati che a quelli dei cittadini, a quelle di tutto il popolo italiano». A replicare dalle fila leghiste è Paolo Grimoldi, deputato e segretario del partito in Lombardia che mette nel mirino Virginia Raggi: «Un autorevole esponente del Movimento 5 stelle chiede di sospendere l'iter dell'autonomia perché a livello locale c'è corruzione?», spiega, «intanto ricordo che le maggiori forme di autonomia per le Regioni sono nel contratto di governo, per cui fine della discussione. Ma all'onorevole Gallo rispondo che seguendo la sua logica allora dovremmo togliere subito le competenze al Comune di Roma che in questa legislatura ha avuto arresti eccellenti, come quello del presidente del consiglio comunale, senza contare la pessima gestione amministrativa della città».
Di Maio propone uno scambio. Il salario minimo per la flat tax
Potrebbe essere lo scalpo politico di Virginia Raggi l'offerta del M5s alla Lega per sancire la pace dopo la bufera del caso-Siri. Nel pomeriggio di ieri, dopo la revoca del sottosegretario, Matteo Salvini ha tirato in ballo il sindaco di Roma: «Prendo atto», attacca il leader del Carroccio, «che la Raggi è al suo posto nonostante sia indagata da anni, vuol dire che ci sono colpe di serie A e colpe di serie B». Passa qualche ora, e le «fonti» del M5s consegnano alle agenzie di stampa una considerazione di Luigi Di Maio, che ha accolto «con una certa irritazione l'iniziativa del sindaco di Roma, Virginia Raggi, di recarsi a Casal Bruciato per visitare la famiglia di nomadi assegnataria di un appartamento popolare. Prima si aiutano i romani, gli italiani, poi tutti gli altri», è il pensiero di Di Maio, «irritato anche per la tempistica con cui la Raggi, in un giorno particolarmente importante per il M5s al governo, ha scelto di mettere in campo la sua iniziativa». La formula delle «fonti che riferiscono» evita, ma solo dal punto di vista formale, di far pronunciare a Di Maio quella frase, «prima gli italiani», sulla quale Matteo Salvini può vantare il copyright. È lampante, però, che il leader del M5s, consapevole di aver ottenuto una vittoria politica con la revoca di Siri, non vuole infierire, ma anzi tende a minimizzare lo sconto con l'alleato.
Pacati i toni con i quali Di Maio, dopo il Consiglio dei ministri, commenta l'epilogo, dal punto di vista politico, dell'affare-Siri: «Mi fa piacere», dice il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, «che non si sia andati alla conta, il nostro obiettivo non era avere una superiorità numerica né morale. Questa non è una vittoria del M5s ma degli italiani onesti, che ci chiedono atti forti rispetto ad un paese che ha una percezione della corruzione tra le più alte d'Europa e che vede la corruzione come emergenza nazionale, che va combattuta con le leggi ma anche con la responsabilità delle forze politiche. Non c'è principio di colpevolezza», precisa il capo politico del M5s, «valuteremo sempre caso per caso come forza politica, ma ci vuole precauzione come istituzione, perché teniamo alla credibilità di questo governo, non potevamo chiudere un occhio».
Di Maio sottolinea che i toni della discussione in Consiglio dei ministri «sono stati distesi», e che il caso Siri non avrà conseguenze sulla tenuta della maggioranza: «Ci siamo detti che andiamo avanti», rassicura il vicepremier, «e che ci sono tante cose da fare per gli italiani, le faremo insieme nei prossimi quattro anni. Mi fa piacere che tutti insieme abbiamo espresso nel Consiglio dei ministri piena fiducia a Conte e al governo. Potremo andare avanti con la stessa lealtà e lo stesso spirito di collaborazione che ci ha fatto andare avanti in questi 10 mesi e mezzo. Ho detto in Consiglio dei ministri che apriremo subito un tavolo di governo per portare avanti in parallelo due progetti: la flat tax e il salario minimo, e chi le propone porta anche le coperture. Il mio obiettivo è non aumentare Iva e abbassare le tasse agli italiani. Lotta all'evasione seria e spending review», aggiunge Di Maio, «sono i due obiettivi che ci dovremo dare. La revoca di Siri rappresenta un importante segnale di discontinuità rispetto al passato».
Tocca a Davide Casaleggio, presidente dell'Associazione Rousseau, difendere la Raggi commentando le parole di Salvini: «Quando la Raggi si è candidata era incensurata», argomenta Casaleggio, «e lo è tuttora. Dal punto di vista del M5s, il tema della questione morale è stato sviscerato con il codice etico, e il sindaco di Roma ha sempre rispettato questo codice etico».
Esprime attraverso Twitter la sua soddisfazione il ministro di Infrastrutture e trasporti, Danilo Toninelli, di cui Siri era sottosegretario: «Nessuna esultanza», scrive Toninelli, «ma l'auspicio che Siri possa dimostrare la sua estraneità ai fatti. Soddisfazione, però, per il segno di cambiamento che il governo ha dato anche oggi su temi come legalità e lotta alla corruzione. Sfide sulle quali il M5s non arretrerà mai di un millimetro!». All'insegna della sobrietà istituzionale la riflessione sulla revoca di Siri affidata ai social network da Paola Taverna, vicepresidente grillina del Senato: «Non staremo qui ad esultare, ma è di certo un sollievo. Non ci deve essere nessuna ombra su questo governo, nessuna. Ne vado fiera perché è proprio questo che ci distingue dalla vecchia politica. Adesso andiamo avanti a lavorare per gli italiani. Ogni minuto», conclude la Taverna, «è prezioso».
Continua a leggereRiduci
Vittoria politica per i pentastellati, il Consiglio dei ministri silura il sottosegretario del Carroccio. L'alleanza per il momento regge, però è già chiaro quale sarà il prossimo terreno di scontro: le autonomie regionali.I grillini pianificano un compromesso: «Spending review e nessun aumento Iva».Lo speciale contiene due articoli. Poco prima dell'inizio del Consiglio dei ministri il leader della Lega, Matteo Salvini, pubblica sui social network la foto della figlia con lo sfondo del Castello Sforzesco: «Vita, gioia, speranza e amore», è il commento al tweet. Quasi che il vicepremier inviti a guardare avanti con serenità, forse perché già sa come finirà il braccio di ferro su Armando Siri. Anche se è convinto della sua estraneità alle accuse.Infatti alle 10.45 Giuseppe Conte, con un decreto presentato davanti a tutto il governo al gran completo, ufficializza la revoca dell'incarico al sottosegretario del Carroccio, indagato per corruzione e al quale il ministro Danilo Toninelli aveva ritirato la delega alle Infrastrutture subito la notizia dell'avviso di garanzia. Il documento del premier non è stato messo ai voti, lo ha semplicemente letto per informare l'assemblea. Nessuna conta quindi al tavolo di Palazzo Chigi. Del resto la legge che autorizza il presidente del Consiglio a nominare i sottosegretari dice che le proposte del capo del governo si fanno «sentito» il Consiglio dei ministri. E la stessa regola vale al contrario: anche per la revoca il governo può limitarsi ad ascoltare quello che eventualmente avranno da dire i colleghi di esecutivo, ma senza che si blocchi il procedimento.Così la Lega ha continuato a fare muro contro la decisione del premier, senza però potersi opporre per stopparla. L'accorata difesa di Siri è stata affidata al ministro della Pubblica amministrazione, l'avvocato Giulia Bongiorno, che ha rivendicato «la linea garantista». Durante la discussione le due parti sono rimaste ferme sulle rispettive posizioni: da un lato il premier, sostenuto dagli esponenti del Movimento 5 stelle e dall'altro il Carroccio schierato con l'ex sottosegretario. Comunque i toni del confronto sarebbero stati, come testimoniato dai presenti, se non amichevoli almeno «civili e pacati». Conte, dopo aver esposto la proposta di revoca, ha chiesto: «Ho la piena fiducia di tutti? Questo è un passaggio di alta valenza politica e sia chiaro che ci deve essere la piena condivisione del metodo e anche della soluzione che oggi porto». E alla fine tutti i ministri, anche quelli leghisti pur ribadendo l'innocenza di Siri fino a prova contraria, hanno confermato la fiducia al presidente. Che, al termine della riunione, ha spiegato: «Al presidente della Repubblica arriverà lo schema di decreto per la revoca. Dopo una discussione franca e non banale, c'è stata piena fiducia sul mio operato e il governo ha preso la decisione più giusta. Andiamo avanti con la fiducia dei cittadini consapevoli che senza questo fattore non potremmo mai sentirci il governo del cambiamento».Caso chiuso? Per Luigi Di Maio lo è, e conferma che non si prospetta nessuna crisi: «Mi fa piacere non si sia andati alla conta, il nostro obiettivo non era avere una superiorità numerica né morale. Non c'è principio di colpevolezza, valuteremo sempre caso per caso come forza politica, ma ci vuole precauzione come istituzione, perché teniamo alla credibilità di questo governo, non potevamo chiudere un occhio. Ci siamo detti che andiamo avanti e che ci sono tante cose da fare per gli italiani, le faremo insieme nei prossimi quattro anni». E anche la Lega sembra voler guardare al futuro, come annunciava con sottofondo poetico il tweet di Salvini: «Basta con i litigi e le polemiche», dicono fonti del Carroccio, «ci sono tante cose da fare: flat tax per le famiglie, autonomia, riforma della giustizia, cantieri, sviluppo e infrastrutture. Basta chiacchiere e rinvii». Quindi la Lega ora si prepara ad andare all'offensiva sui punti del programma a cui tiene di più: al primo posto flat tax e autonomie.Ma proprio su quest'ultimo punto si apre un nuovo fronte di battaglia tra alleati. Ad aprire il fuoco è il grillino Luigi Gallo, presidente della commissione Cultura della Camera: «C'è troppa corruzione nelle Regioni, è necessario sospendere le autonomie», attacca su Facebook, «la retata in Lombardia e l'arresto del consigliere regionale di maggioranza Pietro Tatarella di Forza Italia, la condanna a 3 anni e 3 mesi per peculato di Francesca Barracciu, consigliera sarda del Pd, l'indagine sul presidente di Regione calabrese del Pd Mario Oliviero per associazione a delinquere e corruzione, e ancora, l'inchiesta in Umbria, le condanne in Abruzzo e altro ci raccontano una politica regionale vulnerabile alla corruzione, più vicina agli interessi privati che a quelli dei cittadini, a quelle di tutto il popolo italiano». A replicare dalle fila leghiste è Paolo Grimoldi, deputato e segretario del partito in Lombardia che mette nel mirino Virginia Raggi: «Un autorevole esponente del Movimento 5 stelle chiede di sospendere l'iter dell'autonomia perché a livello locale c'è corruzione?», spiega, «intanto ricordo che le maggiori forme di autonomia per le Regioni sono nel contratto di governo, per cui fine della discussione. Ma all'onorevole Gallo rispondo che seguendo la sua logica allora dovremmo togliere subito le competenze al Comune di Roma che in questa legislatura ha avuto arresti eccellenti, come quello del presidente del consiglio comunale, senza contare la pessima gestione amministrativa della città».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-ha-mandato-a-casa-siri-lega-e-m5s-passano-ad-altre-liti-2636637897.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="di-maio-propone-uno-scambio-il-salario-minimo-per-la-flat-tax" data-post-id="2636637897" data-published-at="1781163505" data-use-pagination="False"> Di Maio propone uno scambio. Il salario minimo per la flat tax Potrebbe essere lo scalpo politico di Virginia Raggi l'offerta del M5s alla Lega per sancire la pace dopo la bufera del caso-Siri. Nel pomeriggio di ieri, dopo la revoca del sottosegretario, Matteo Salvini ha tirato in ballo il sindaco di Roma: «Prendo atto», attacca il leader del Carroccio, «che la Raggi è al suo posto nonostante sia indagata da anni, vuol dire che ci sono colpe di serie A e colpe di serie B». Passa qualche ora, e le «fonti» del M5s consegnano alle agenzie di stampa una considerazione di Luigi Di Maio, che ha accolto «con una certa irritazione l'iniziativa del sindaco di Roma, Virginia Raggi, di recarsi a Casal Bruciato per visitare la famiglia di nomadi assegnataria di un appartamento popolare. Prima si aiutano i romani, gli italiani, poi tutti gli altri», è il pensiero di Di Maio, «irritato anche per la tempistica con cui la Raggi, in un giorno particolarmente importante per il M5s al governo, ha scelto di mettere in campo la sua iniziativa». La formula delle «fonti che riferiscono» evita, ma solo dal punto di vista formale, di far pronunciare a Di Maio quella frase, «prima gli italiani», sulla quale Matteo Salvini può vantare il copyright. È lampante, però, che il leader del M5s, consapevole di aver ottenuto una vittoria politica con la revoca di Siri, non vuole infierire, ma anzi tende a minimizzare lo sconto con l'alleato. Pacati i toni con i quali Di Maio, dopo il Consiglio dei ministri, commenta l'epilogo, dal punto di vista politico, dell'affare-Siri: «Mi fa piacere», dice il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, «che non si sia andati alla conta, il nostro obiettivo non era avere una superiorità numerica né morale. Questa non è una vittoria del M5s ma degli italiani onesti, che ci chiedono atti forti rispetto ad un paese che ha una percezione della corruzione tra le più alte d'Europa e che vede la corruzione come emergenza nazionale, che va combattuta con le leggi ma anche con la responsabilità delle forze politiche. Non c'è principio di colpevolezza», precisa il capo politico del M5s, «valuteremo sempre caso per caso come forza politica, ma ci vuole precauzione come istituzione, perché teniamo alla credibilità di questo governo, non potevamo chiudere un occhio». Di Maio sottolinea che i toni della discussione in Consiglio dei ministri «sono stati distesi», e che il caso Siri non avrà conseguenze sulla tenuta della maggioranza: «Ci siamo detti che andiamo avanti», rassicura il vicepremier, «e che ci sono tante cose da fare per gli italiani, le faremo insieme nei prossimi quattro anni. Mi fa piacere che tutti insieme abbiamo espresso nel Consiglio dei ministri piena fiducia a Conte e al governo. Potremo andare avanti con la stessa lealtà e lo stesso spirito di collaborazione che ci ha fatto andare avanti in questi 10 mesi e mezzo. Ho detto in Consiglio dei ministri che apriremo subito un tavolo di governo per portare avanti in parallelo due progetti: la flat tax e il salario minimo, e chi le propone porta anche le coperture. Il mio obiettivo è non aumentare Iva e abbassare le tasse agli italiani. Lotta all'evasione seria e spending review», aggiunge Di Maio, «sono i due obiettivi che ci dovremo dare. La revoca di Siri rappresenta un importante segnale di discontinuità rispetto al passato». Tocca a Davide Casaleggio, presidente dell'Associazione Rousseau, difendere la Raggi commentando le parole di Salvini: «Quando la Raggi si è candidata era incensurata», argomenta Casaleggio, «e lo è tuttora. Dal punto di vista del M5s, il tema della questione morale è stato sviscerato con il codice etico, e il sindaco di Roma ha sempre rispettato questo codice etico». Esprime attraverso Twitter la sua soddisfazione il ministro di Infrastrutture e trasporti, Danilo Toninelli, di cui Siri era sottosegretario: «Nessuna esultanza», scrive Toninelli, «ma l'auspicio che Siri possa dimostrare la sua estraneità ai fatti. Soddisfazione, però, per il segno di cambiamento che il governo ha dato anche oggi su temi come legalità e lotta alla corruzione. Sfide sulle quali il M5s non arretrerà mai di un millimetro!». All'insegna della sobrietà istituzionale la riflessione sulla revoca di Siri affidata ai social network da Paola Taverna, vicepresidente grillina del Senato: «Non staremo qui ad esultare, ma è di certo un sollievo. Non ci deve essere nessuna ombra su questo governo, nessuna. Ne vado fiera perché è proprio questo che ci distingue dalla vecchia politica. Adesso andiamo avanti a lavorare per gli italiani. Ogni minuto», conclude la Taverna, «è prezioso».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast dell'11 giugno con Carlo Cambi
(Ansa)
Poche ore dopo, Donald Trump si è mostrato spazientito. «L’esercito iraniano è un disastro totale. Gran parte di esso, come la Marina e l’Aeronautica, non esiste nemmeno più: è stato completamente sconfitto», ha dichiarato su Truth, per poi aggiungere: «L’Iran è solo chiacchiere e niente fatti. Il bullo del Medio Oriente è morto! Ci hanno messo troppo tempo a negoziare un accordo che sarebbe stato ottimo per loro, ora dovranno pagarne il prezzo». Non solo. Sempre ieri, il presidente americano ha elogiato il blocco navale imposto ai porti iraniani e, parlando con Fox News, è tornato a ventilare l’ipotesi di ordinare attacchi contro le infrastrutture civili della Repubblica islamica in caso di mancata intesa. A replicare all’inquilino della Casa Bianca è stato il portavoce delle forze armate iraniane, Abolfazl Shekarchi, secondo cui Teheran «non farà un passo indietro». Anche il presidente iraniano, Masoud Pezehskian, ha detto che la Repubblica islamica «rimarrà ferma» davanti alla pressione degli Stati Uniti.
Come che sia, Trump, al netto delle minacce, non ha chiuso la porta alla diplomazia. «Dovrebbero firmare l’accordo, è un buon accordo», ha affermato, sostenendo che la proposta in discussione sarebbe stata «completamente negoziata» e che impedirebbe a Teheran di «avere mai un’arma nucleare». «Vogliamo un accordo significativo, vogliamo un accordo che funzioni», ha continuato, per poi aggiungere: «Vedremo cosa succederà, ma ieri li abbiamo colpiti duramente e li colpiremo di nuovo duramente oggi... E vedremo cosa succederà con l’accordo. Eravamo davvero vicini all’accordo, ma continuano a prenderci in giro, continuano a farci fessi».
Il presidente americano ha anche detto che gli Stati Uniti stanno «prelevando milioni di barili di petrolio» dall’Iran. «Sono stati prelevati milioni di barili di petrolio ed è per questo che il prezzo è di 85-90 dollari al barile invece di 250 dollari», ha aggiunto. Nel frattempo, Centcom ha reso noto di aver aperto il fuoco e di aver messo fuori uso una petroliera, battente bandiera di Palau, che aveva cercato di forzare il blocco navale statunitense, trasportando greggio fuori dalla Repubblica islamica. In tutto questo, una fonte del governo israeliano ha riferito ieri al Times of Israel che Trump e Benjamin Netanyahu sarebbero «perfettamente coordinati» per quanto concerne gli ultimi attacchi all’Iran. Tuttavia, sempre ieri, il presidente americano ha definito l’omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, un «ottimo amico»: parole che non è detto saranno gradite al premier israeliano, visti i pessimi rapporti di Gerusalemme con Ankara.
Ciò detto, al netto della tensione, ieri i negoziatori del Qatar si sono recati in Iran per cercare di mediare un accordo tra Washington e la Repubblica islamica. Ciò non ha comunque impedito al ministero degli Esteri di Doha di condannare gli attacchi sferrati dal regime khomeinista in Bahrein, Kuwait e Giordania, parlando di «flagrante violazione» della loro sovranità. Una posizione, quella del governo qatariota, di fatto condivisa anche dall’Arabia Saudita. Nel frattempo, la questione del nucleare iraniano sta tornando sotto i riflettori. Ieri, l’Aiea ha approvato una risoluzione, sostenuta dagli Stati Uniti, che invoca l’accesso ai siti atomici della Repubblica islamica. Un documento che è stato tuttavia bollato come «controproducente» dall’ambasciatore iraniano a Vienna, Reza Najafi. «Complica ulteriormente la situazione instabile, il cessate il fuoco precario e i negoziati ancora incompiuti tra Iran e Stati Uniti», ha aggiunto.
Insomma, la situazione complessiva si sta facendo sempre più traballante. Il processo diplomatico è ancora in piedi ma rischia seriamente di deragliare. Frattanto, l’Idf ha reso noto ieri di aver colpito vari obiettivi di Hezbollah nel Libano meridionale. Non dimentichiamo che la questione libanese si interseca con i negoziati tra Stati Uniti e Iran. Teheran ha infatti subordinato il raggiungimento di un accordo con Washington alla conclusione degli attacchi israeliani nel Paese dei Cedri. Se da una parte ha necessità di raffrenare Netanyahu, Trump, dall’altra, ha bisogno di isolare i pasdaran: non è del resto un mistero che costoro stiano remando contro la diplomazia tra Stati Uniti e Iran. Il punto è che, sì, il presidente americano ha necessità di terminare il conflitto per abbassare il costo dell’energia. Al contempo, però, la linea dura delle Guardie della rivoluzione impedisce un allentamento della pressione statunitense: una pressione che, tra le sanzioni e il blocco navale, sta indebolendo significativamente il regime khomeinista sul fronte economico. Al contempo, è possibile che, negli Stati Uniti, i falchi, come il senatore repubblicano Lindsey Graham, cercheranno di spingere la Casa Bianca a riprendere la guerra con Teheran, tentando così di isolare il vicepresidente statunitense J.D. Vance, che è da sempre maggiormente propenso alla soluzione diplomatica.
Continua a leggereRiduci
Imagoeconomica
Ovviamente è giusto che un espatriato, seppure di cittadinanza italiana, sia chiamato a pagare nel caso riceva assistenza medica a carico del servizio pubblico. Infatti, se risiede all’estero le tasse le paga nel Paese in cui vive e dunque non può pretendere di godere dei vantaggi di un welfare che i contribuenti mantengono in piedi versando ogni anno migliaia di euro di imposte. Tuttavia, ciò che è giusto in linea di principio poi si scontra con la pratica e, paradossalmente, diventa una discriminazione nei confronti di persone che per lunghi anni sono vissute in Italia e con le loro tasse hanno contribuito a far crescere Pil e servizi. Già, perché agli stranieri senza permesso di soggiorno le cure sono comunque garantite, a prescindere dal reddito e dalla residenza. In teoria, uno straniero può addirittura trasferirsi in Italia proprio per essere curato nei nostri ospedali e nel momento in cui dimostra di non avere soldi può ricevere un’assistenza gratuita a carico del servizio sanitario nazionale.
Quante volte è capitato di trovare i corridoi del Pronto soccorso affollati da clandestini che per di più pretendono di essere curati rapidamente, nonostante i malesseri lamentati non siano da codice rosso? Credo che la fila di stranieri sia capitata a tutti, in quanto spesso gli extracomunitari scambiano il Pronto soccorso per la guardia medica o, addirittura, per il dottore di famiglia e dunque se ne avvalgono anche quando hanno una banale influenza. Beh, sappiate che gli immigrati senza permesso ricevono le cure a spese nostre, anche se non hanno una residenza in Italia e non sono in grado di esibire una carta di credito per pagare ticket o medicinali. Requisiti che invece sono richiesti agli italiani che hanno traslocato fuori dai confini nazionali.
Vi sembra incredibile? Eppure, è così e a ribadirlo, recentemente, è stata la stessa Corte costituzionale. I giudici della legge, hanno stabilito con una sentenza che anche in assenza di un permesso di soggiorno regolare, lo straniero con una invalidità non possa essere chiamato a pagare. Disposizione bizzarra, soprattutto nel momento in cui uno straniero con regolare permesso di soggiorno è tenuto a contribuire al pari degli italiani.
La discriminazione è evidente. Perché è pur vero che centinaia di pensionati si trasferiscono all’estero per godere dei benefici di una tassazione favorevole, ma è altrettanto certo che molti di costoro hanno pagato tasse e contributi per una vita e dunque, anche se espatriati, hanno più titolo per essere curati di un clandestino. Poi c’è il caso dei molti giovani costretti a emigrare, per ragioni di studio o di lavoro. Anche per loro fare le valigie significa sobbarcarsi, nel caso ne abbiano bisogno, del pagamento delle spese mediche in Italia, soprattutto se non sono in grado di dimostrare di essere indigenti.
Obblighi da cui sono invece esentati i migranti, i quali proprio in virtù delle loro condizioni hanno diritto all’assistenza gratuita. Come per altro possono ottenere aiuti per le bollette, corsie preferenziali per gli alloggi pubblici e, qualora abbiano figli minori, pure negli asili. Insomma, è il mondo al contrario, dove lo slogan «Prima gli italiani» è stato trasformato in «Prima gli stranieri».
Con buona pace di quell’altro principio costituzionale che dovrebbe garantire a tutti parità di trattamento.
Continua a leggereRiduci