Conte costretto al voto bis teme l’astensione
Giuseppe Conte (Ansa)
Beppe Grillo punta a far fallire la nuova consultazione per mancanza di quorum. Intanto Giuseppi va all’attacco del Fondatore e gli contesta di tutto: dalla proprietà del simbolo («possiamo cambiarlo») ai 300.000 euro del suo contratto di consulenza.

Se uno ha studiato a villa Nazareth dove si forma l’intellighenzia della Curia romana il calendario liturgico lo manda a memoria così per i Cinque stelle Giuseppe Conte con un Dpcm – sta per dovete pensarla come me, e tornano i tempi del Covid – ha stabilito che l’8 dicembre è il giorno dell’immacolata votazione. In realtà le urne virtuali – su internet- si aprono il 5 dicembre come richiesto da Beppe Grillo che ha rovinato la festa del fu inquilino di palazzo Chigi convinto domenica sera di avere il movimento-partito in mano e che si è svegliato lunedì con l’Elevato che gli ha contestato – a norma di statuto – il suffragio tutt’altro che universale. Si è già scatenata la guerra del quorum. Beppe Grillo farà di tutto – ha già pronta una martellante propaganda via Internet – per far fallire la consultazione bis. Appoggiandosi a due big che gli sono rimasti fedelissimi come Virginia Raggi – ex sindaca di Roma- e Danilo Toninelli – ex ministro dei trasporti – che per primo ha annunciato la resistenza dell’Elevato. Toninelli – che comunque è ancora il presidente dei probiviri del Movimento – intervenendo su RaiRadio1 ha detto: «Mi stupisco che si stupiscano. Era scontato che Beppe avrebbe reagito anche perché i quesiti erano: vuoi eliminare la testa del Garante o vuoi tagliargli le gambe? Una cosa però è sicura: se la votazione bis non raggiunge il quorum Giuseppe Conte deve dimettersi, deve andare a casa». E che la battaglia sia tutta sui numeri lo conferma Lorenzo Borrè, storico avvocato dei «dissidenti» pentastellati che a La Presse commenta: «Beppe Grillo esercita delle prerogative statutarie che prevedono la possibilità di richiedere il rinnovo della votazione e laddove la nuova votazione non raggiungesse il quorum del 50% più uno, quanto oggetto di approvazione con la precedente delibera sarebbe cassato». L’avvocato conferma che se votassero solo coloro i quali domenica hanno detto sì all’abolizione del Garante «il quorum non sarebbe raggiunto. Se a Grillo riuscisse subito il colpo del mancato quorum la cancellazione del Garante cadrebbe, ma se così non fosse avrebbe un colpo di riserva: l’eventuale modifica dello statuto, su richiesta del Garante, andrebbe comunque votata di nuovo». Borrrè fa chiarezza anche sulla vexata quaestio della proprietà del simbolo che Giuseppe Conte contesta: «L’unico punto fermo che io conosco è una sentenza della Corte d’Appello di Genova che nel 2021 ha affermato che Beppe Grillo è l’unico titolare del diritto di utilizzo del nome e del contrassegno. Cosa preveda il contratto stipulato da Grillo con l’associazione Movimento 5 Stelle evocato da ambienti contiani non lo so, perché non è stato reso pubblico». Conte ieri ha riunito i suoi nel consiglio nazionale e ha detto: si rivota dal 5 all’8 dicembre. Per raccontare questa storia ci vorrebbe la penna di Carlo Lorenzini in arte Collodi. C’è un Conte-Pinocchio – arriva a dire che non c’è mai stato lo scontro con l’Elevato perché non ha mai raccolto le altrui provocazioni – che vorrebbe fare fuori il Grillo parlante. Si fa fatica a vedere Paola Taverna, la pasionaria grillina convertita al contismo, nei panni della fata turchina, ma già con Chiara Appendino equidistante tra i due va meglio e però in queste condizioni il M5S pare un burattino che si muove a seconda di chi tira i fili. Lo strappo ha provato a darlo Conte che da ex professore di Diritto privato chiosa: «Quello di Grillo non è un ricorso, ha solo chiesto di rivotare. Quella invocata da Grillo è una clausola feudale che, peraltro, la maggioranza ha già bocciato proprio nell’ultima votazione». Però non deve stare tranquillissimo visto che ieri – ecco la ciabattata al Grillo parlante – ha «sparato» sul Garante licenziato dalla Costituente domenica e già tornato – grazie alle sue guarentigie – in scena. Esorcizzando Grillo, Conte in sequenza ha detto: «Il tema è che chi ha sempre evocato la democrazia, ora evoca il boicottaggio del voto. Credo che questa comunità risponderà a tono.» Poi ha aggiunto: «Rispetto al simbolo sono molto pragmatico. Se potrà servire per segnalare la novità può essere che ci possa aiutare. Grillo però è obbligato anche contrattualmente a non contestarlo.» Infine ha toccato un argomento assai sensibile per l’Elevato: i famosi 300 mila euro. «Grillo ha molto insistito per avere questo contratto di collaborazione. Ci siamo consultati con i legali. Mi pare che non lo stia onorando: sta facendo una contro-comunicazione contro il Movimento». Conte sa che chi di quorum ferisce di quorum può perire. L’accusa che Toninelli gli ha mosso – per primo a farla è stato Davide Casaleggio figlio di Gianroberto il fondatore del Movimento – è di avere dimezzato gli iscritti (da 170 mila a 89 mila scarsi) per avere un quorum più basso, cancellare il Garante (Grillo) e il limite dei due mandati elettivi e avere perciò in pugno i gruppi parlamentari. Il voto domenica è andato così: 34.438 si sono detti favorevoli, 15.840 contrari ai quesiti di Conte. Se i quasi sedicimila che volevano il mantenimento del Garante e del limite ai mandati stavolta si astengono i quesiti decadono. E Conte va a casa quindi ammonisce: «Alcuni seguaci di Grillo stanno invitando al non voto. E’ la contraddizione massima. Ho rinunciato a capire perché lui stia cancellando la sua storia e tutto ciò per cui si è battuto». E se fosse perché il partito nato-morto domenica col M5s dell’origine c’entra poco? A meno che non sia solo un burattino che si muove a seconda di chi tira i fili.

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