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2020-05-25
Conte arruola 60.000 spioni
Giuseppe Conte (Riccardo Pareggiani/NurPhoto via Getty Images)
(...) di non aver transennato i tavolini per evitare l'avvicinamento sociale. Se agli sbevazzoni verrà elevata una multa di alcune centinaia di euro, a chi li ha serviti senza metterli al loro posto, cioè ad adeguata distanza, potrebbe arrivare una sanzione di migliaia di euro e, tanto per non farci mancare nulla, in caso di reiterazione del «reato» magari pure un'ordinanza di chiusura del locale.
Prima che scenda in campo Roberto Burioni, il censore dei no vax oggi trasformatosi per esigenze di copione televisivo in censore dei no mask, vogliamo però precisare che noi siamo favorevoli alle mascherine e pure alle distanze sociali. Non vogliamo mettere in discussione alcun dogma della prevenzione. Anche noi, come Burioni, consigliamo cautela dato che il coronavirus è tuttora in circolazione. A dire il vero lo consigliavamo anche quando Burioni e i suoi compagni dicevamo che non c'era da preoccuparsi perché il Covid da noi non sarebbe mai arrivato e comunque al massimo si sarebbe comportato da semplice influenza. Ciò premesso, come abbiamo già scritto alcuni giorni fa dopo aver ascoltato Giuseppe Conte alla Camera, a noi non sembra che sia necessario istituire dei vigilantes anti spritz, perché riteniamo sufficiente che i sindaci facciano i sindaci. Da Padova a Brescia, da Bergamo a Palermo, da Napoli a Milano, basterebbe che i primi cittadini dei capoluoghi citati, invece di dedicarsi alle dirette Facebook, si occupassero delle dirette conseguenze della mancanza di vigili nelle aree più affollate. Sui Navigli, in piazzale Arnaldo e pure sulla spiaggia di Mondello oltre all'assembramento di molte persone spiccava chiara l'assenza delle forze dell'ordine. In particolare, mancavano gli agenti della polizia municipale, i quali saranno lesti ad appioppare le multe quando il municipio ha bisogno di fare cassa, ma quando c'è da governare la folla hanno una straordinaria capacità di eclissarsi. Ovviamente non vogliamo dire che i ghisa (così li chiamano a Milano) o i pizzardoni (il nome gergale usato nella Capitale) s'imboschino quando c'è bisogno di loro. Lungi da noi: semplicemente ci permettiamo di far notare che quando in una città si registra un ingorgo, di auto o di persone, si mandano i vigili, non gli assistenti civici. Se le persone si affollano là dove non dovrebbero, a dover intervenire sono gli agenti della municipale, altrimenti non si capisce bene a che cosa servano. Sala, Gori, Orlando, Del Bono, tanto per restare ai sindaci di Milano, Bergamo, Palermo e Brescia (tutti rigorosamente del Pd) invece di lamentarsi basterebbe che usassero gli strumenti di cui dispongono, e la legge e le precauzioni sarebbero rispettate senza istituire i controllori del gin tonic. Anche perché ci permettiamo di segnalare che in Italia già esistono 306.000 agenti, ossia 453 addetti alle forze dell'ordine ogni 100.000 abitanti, quando la media europea si ferma a 355. E dunque non si sente l'esigenza di 60.000 nuove persone specializzate nel vigilare sui cocktail. Anche perché, nonostante la proposta arrivi da un noto barman del calibro di Francesco Boccia, ministro agli Affari regionali, il nuovo proibizionismo non sarebbe gratis. È vero che il reclutamento dei vigilantes al Negroni avverrebbe fra disoccupati, percettori del reddito di cittadinanza e cassa integrati, ma immaginiamo che il lavoro non sarebbe gratis, ma retribuito. Se fosse così, gli assistenti civici verrebbero pagati per fare ciò che già dovrebbe garantire un'amministrazione civica? Sarebbe un doppione che garantirebbe un po' di soldi in tasca ai 60.000 controllori dell'happy hour, ma un po' di soldi in meno nelle casse dello Stato. Uno spreco che nell'ora in cui il governo non trova i fondi neppure per aiutare le aziende in difficoltà ci appare un modo per contribuire ad andare a fondo.
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Dopo aver provato a scaricare sui baristi il compito il dirigere il traffico nelle ore in cui migliaia di persone si riversano nei luoghi più glamour delle città per l'happy hour, il governo ha deciso di assumere 60.000 assistenti al brindisi. Al contrario degli assistenti al traffico, costoro non dovranno multare chi ha parcheggiato dove non dovrebbe, intralciando marciapiedi e pubbliche vie, ma sanzionare coloro che non rispettano il distanziamento sociale, vale a dire il metro per il cin cin e, soprattutto, chi bevendo in compagnia non lo fa travisato dall'apposita mascherina protettiva. Già le vediamo queste nuove figure di poliziotti anti movida, muniti di metro e pettorina, che armati di paletta e taccuino notificheranno le infrazioni a chi, dimentico delle misure anti Covid, si avvicinerà troppo all'amico o alla fidanzata. «Favorisca i documenti», diranno ai reprobi gli agenti addetti alla sorveglianza degli aperitivi, «lei era a soli 80 centimetri dal vicino». A fare le spese di questo nuovo controllo sociale, oltre ai clienti saranno anche i proprietari, ai quali sarà contestata molto probabilmente l'accusa (...)(...) di non aver transennato i tavolini per evitare l'avvicinamento sociale. Se agli sbevazzoni verrà elevata una multa di alcune centinaia di euro, a chi li ha serviti senza metterli al loro posto, cioè ad adeguata distanza, potrebbe arrivare una sanzione di migliaia di euro e, tanto per non farci mancare nulla, in caso di reiterazione del «reato» magari pure un'ordinanza di chiusura del locale.Prima che scenda in campo Roberto Burioni, il censore dei no vax oggi trasformatosi per esigenze di copione televisivo in censore dei no mask, vogliamo però precisare che noi siamo favorevoli alle mascherine e pure alle distanze sociali. Non vogliamo mettere in discussione alcun dogma della prevenzione. Anche noi, come Burioni, consigliamo cautela dato che il coronavirus è tuttora in circolazione. A dire il vero lo consigliavamo anche quando Burioni e i suoi compagni dicevamo che non c'era da preoccuparsi perché il Covid da noi non sarebbe mai arrivato e comunque al massimo si sarebbe comportato da semplice influenza. Ciò premesso, come abbiamo già scritto alcuni giorni fa dopo aver ascoltato Giuseppe Conte alla Camera, a noi non sembra che sia necessario istituire dei vigilantes anti spritz, perché riteniamo sufficiente che i sindaci facciano i sindaci. Da Padova a Brescia, da Bergamo a Palermo, da Napoli a Milano, basterebbe che i primi cittadini dei capoluoghi citati, invece di dedicarsi alle dirette Facebook, si occupassero delle dirette conseguenze della mancanza di vigili nelle aree più affollate. Sui Navigli, in piazzale Arnaldo e pure sulla spiaggia di Mondello oltre all'assembramento di molte persone spiccava chiara l'assenza delle forze dell'ordine. In particolare, mancavano gli agenti della polizia municipale, i quali saranno lesti ad appioppare le multe quando il municipio ha bisogno di fare cassa, ma quando c'è da governare la folla hanno una straordinaria capacità di eclissarsi. Ovviamente non vogliamo dire che i ghisa (così li chiamano a Milano) o i pizzardoni (il nome gergale usato nella Capitale) s'imboschino quando c'è bisogno di loro. Lungi da noi: semplicemente ci permettiamo di far notare che quando in una città si registra un ingorgo, di auto o di persone, si mandano i vigili, non gli assistenti civici. Se le persone si affollano là dove non dovrebbero, a dover intervenire sono gli agenti della municipale, altrimenti non si capisce bene a che cosa servano. Sala, Gori, Orlando, Del Bono, tanto per restare ai sindaci di Milano, Bergamo, Palermo e Brescia (tutti rigorosamente del Pd) invece di lamentarsi basterebbe che usassero gli strumenti di cui dispongono, e la legge e le precauzioni sarebbero rispettate senza istituire i controllori del gin tonic. Anche perché ci permettiamo di segnalare che in Italia già esistono 306.000 agenti, ossia 453 addetti alle forze dell'ordine ogni 100.000 abitanti, quando la media europea si ferma a 355. E dunque non si sente l'esigenza di 60.000 nuove persone specializzate nel vigilare sui cocktail. Anche perché, nonostante la proposta arrivi da un noto barman del calibro di Francesco Boccia, ministro agli Affari regionali, il nuovo proibizionismo non sarebbe gratis. È vero che il reclutamento dei vigilantes al Negroni avverrebbe fra disoccupati, percettori del reddito di cittadinanza e cassa integrati, ma immaginiamo che il lavoro non sarebbe gratis, ma retribuito. Se fosse così, gli assistenti civici verrebbero pagati per fare ciò che già dovrebbe garantire un'amministrazione civica? Sarebbe un doppione che garantirebbe un po' di soldi in tasca ai 60.000 controllori dell'happy hour, ma un po' di soldi in meno nelle casse dello Stato. Uno spreco che nell'ora in cui il governo non trova i fondi neppure per aiutare le aziende in difficoltà ci appare un modo per contribuire ad andare a fondo.
Soldati paramilitari indiani presidiano la città di Pahalgam nel distretto di Anantnag, il 23 aprile 2025, il giorno dopo l'attacco terroristico che ha provocato 26 morti (Ansa)
A distanza di dodici mesi, Islamabad tenta di riscrivere il proprio ruolo. Non più attore del conflitto, ma presunto mediatore di pace in un teatro completamente diverso. Il Pakistan si è proposto come perno nei tentativi di dialogo tra Iran, Stati Uniti e, indirettamente, Israele, ospitando colloqui, facilitando contatti e costruendo un’immagine di rilevanza diplomatica, pur avendo a lungo qualificato il terrorismo islamista contro Israele come «resistenza».
A prima vista, la trasformazione sembra quasi paradossale. Uno Stato segnato da instabilità interna e tensioni croniche nel proprio vicinato che ambisce a stabilizzare uno dei conflitti più esplosivi del Medio Oriente. Un Paese che ha favorito l’ascesa dei talebani, che ha dato rifugio a Osama bin Laden mentre collaborava formalmente con la guerra americana al terrorismo, ora pretende di presentarsi come attore di pace in un conflitto che Teheran stessa definisce una guerra religiosa. Il tutto mentre il capo dell’esercito, Asim Munir, insiste sulla dimensione islamica del potere pakistano, promuove l’immagine di una potenza nucleare islamica e lavora alla costruzione di un asse sunnita con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.
Guardando più da vicino, la contraddizione non è solo evidente. È insanabile. L’attacco di Pahalgam resta il punto di riferimento. Militanti legati a reti radicate nell’ecosistema di sicurezza pakistano hanno compiuto uno degli attacchi più gravi contro civili in India negli ultimi anni, provocando non solo indignazione ma una risposta strategica netta. L’Operazione Sindoor non è stata una semplice rappresaglia. Ha segnato un cambio dottrinale, indicando che il terrorismo transfrontaliero avrebbe comportato conseguenze militari dirette e calibrate.Quel momento ha alterato l’equilibrio regionale e ha mostrato i limiti della negazione plausibile. Che si tratti di sostegno diretto, tolleranza o incapacità di smantellare reti consolidate, il legame del Pakistan con attori militanti resta una costante della sua postura strategica.È in questo quadro che va letta l’attuale ambizione diplomatica. Il tentativo di mediazione nella crisi iraniana non è irrilevante. Islamabad ha ospitato incontri ad alto livello, facilitato comunicazioni tra avversari e cercato di sostenere un fragile processo di de-escalation. Il capo dell’esercito si è ritagliato un ruolo centrale, muovendosi tra Washington, Teheran e le capitali regionali. Ma i risultati contano più delle intenzioni.
I negoziati si sono arenati. Le divergenze di fondo restano intatte. Stati Uniti e Iran continuano a scontrarsi su dossier essenziali, dal nucleare alla sicurezza regionale. Le tregue, quando arrivano, sono precarie, condizionate, reversibili. Il Pakistan può convocare. Non può imporre. Non può convincere. La diplomazia non si fonda solo sull’accesso. Si fonda sulla credibilità. Un mediatore deve essere percepito come neutrale o quantomeno coerente. Il Pakistan non è né l’uno né l’altro. La sua politica estera procede su binari paralleli. In Medio Oriente invoca moderazione e dialogo, perché una guerra più ampia minaccerebbe direttamente la sua sicurezza e la sua economia. In Asia meridionale, invece, la persistenza del terrorismo transfrontaliero continua a funzionare come leva strategica. Questa ambivalenza non sfugge agli interlocutori. Per l’Iran è un vicino necessario ma ambiguo. Per gli Stati Uniti un partner utile ma inaffidabile. Per Israele un attore apertamente ostile. La stessa retorica di Islamabad rende difficile sostenere qualsiasi pretesa di neutralità.Il risultato è una mediazione che esiste nei fatti ma non nella sostanza. Accesso senza fiducia. L’anniversario di Pahalgam rende questa contraddizione ancora più evidente. Ricorda che il principale teatro di instabilità del Pakistan resta il suo immediato vicinato e che il divario tra ambizione globale e comportamento regionale continua ad allargarsi. La lezione è più ampia e riguarda la natura del sistema internazionale.
L’Operazione Sindoor ha segnalato una crescente disponibilità degli Stati a rispondere direttamente alle minacce asimmetriche. La crisi iraniana dimostra quanto i conflitti siano ormai interconnessi, con effetti che vanno dall’energia alla sicurezza marittima. In questo contesto, la mediazione diventa al tempo stesso più necessaria e più difficile. La credibilità non è compartimentabile. Uno Stato percepito come fattore di instabilità in un teatro non può rivendicare autorevolezza in un altro. Il costo reputazionale si accumula e si trasferisce. Il tentativo del Pakistan di proporsi come arbitro tra Iran, Stati Uniti e Israele non è solo un’iniziativa diplomatica. È una prova di maturità strategica. Finora, è una prova fallita. A un anno da Pahalgam, questa non è una valutazione polemica. È una constatazione strutturale.
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L’andamento del turismo italiano in questa prima parte del 2026 è positivo e incoraggiante.
Nel primo trimestre, secondo la fonte amministrativa Alloggiati Web, gli arrivi turistici risultano in aumento del 5,5%, mentre le presenze registrano un incremento del 6,8%. I dati emergono dalle rilevazioni dell’ufficio di statistica del Ministero del Turismo.