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2019-04-02
Conte chiede spiegazioni al ministro Tria. Lega e M5s pronti a sostituirlo
Ansa
Nuvoloni sempre più neri si addensano su Giovanni Tria. Ieri sera, a quanto ha appreso La Verità, il premier Giuseppe Conte ha chiesto personalmente al ministro dell'Economia spiegazioni sull'affaire Ciapetti-Bugno, rivelato dal nostro giornale. Conte nel corso del colloquio sarebbe stato meno affabile del solito.
Sia nella Lega sia nel M5s i malumori montano: dai due partiti di maggioranza trapelano «imbarazzo, irritazione, preoccupazione» per gli intrecci fra Tria, Niccolò Ciapetti e Claudia Bugno, e anche per il ritardo nel via libera del ministro al decreto per rimborsare i risparmiatori truffati dalle banche. «Il ministro dell'Economia», dice il vicepremier, Matteo Salvini, «deve dare una risposta veloce ai truffati dalle banche e mi sembra che sia passato il tempo sufficiente». L'altro vicepremier, Luigi Di Maio, ribadisce il concetto ai microfoni di Rtl: «Tria può star tranquillo, non gli dirò di stare sereno perché non è un modo per tranquillizzarlo. L'unica cosa che penso è che tutti quanti insieme dobbiamo lavorare sulle cose concrete: deve essere firmato il prima possibile il decreto che rimborsa i risparmiatori truffati. Ci abbiamo lavorato per otto mesi, adesso manca un ultimo atto per rimborsare i truffati di Banca Etruria, che stanno aspettando. Noi ci abbiamo messo 1 miliardo per rimborsarli», aggiunge Di Maio, «e va fatto il prima possibile».
Dal M5s fioccano attacchi espliciti al ministro dell'Economia in merito agli intrecci svelati dalla Verità. «Aspettiamo chiarimenti», affonda il sottosegretario alle Autonomie regionali, Stefano Buffagni , «sulla consigliera del ministro dell'Economia, Claudia Bugno, perché il quadro non è coerente con il governo del cambiamento. Mi auguro che non sia la sua consigliera, quella che ha preso la multa da Bankitalia, a dire a Tria come muoversi sui temi bancari, perché se no diventa un problema. Mi auguro che firmino il prima possibile il provvedimento per i risparmiatori truffati», precisa Buffagni, «perché è un impegno preso con i cittadini e almeno quello non mi sembra un problema di risorse, perché quelle sono già state stanziate».
Il sottosegretario all'Economia, Alessio Villarosa (M5s), risponde così ai conduttori del programma radiofonico Un giorno da pecora, che gli chiedono se è vero che la vicenda sarà oggetto di una interrogazione parlamentare: «So dell'interrogazione parlamentare», ammette Villarosa, «non so se verrà depositata ma so che ci stanno lavorando».
Il dossier Tria è diventato, nello spazio di un weekend, il più spinoso per l'esecutivo grilloleghista: «Quanto emerso da alcune indiscrezioni di stampa sulla consigliera Claudia Bugno», sottolinea il senatore pentastellato Gianluigi Paragone, «deve essere immediatamente chiarito, e Tria deve farlo a sua volta. È in ballo la trasparenza e l'opportunità delle scelte che vengono compiute».
Anche nella Lega si sta facendo strada la convinzione che il ministro dell'Economia non sia da considerare un «intoccabile». Del resto, Tria si trova al governo per una congiuntura astrale favorevole: tutti ricordano come è avvenuta la sua nomina. È diventato il timoniere dell'economia italiana il 31 maggio 2018 dopo che - tre giorni prima - il capo dello Stato, Sergio Mattarella, aveva rifiutato di nominare Paolo Savona, indicato da Lega e grillini. A causa di quel «no», era arrivato l'incarico a Carlo Cottarelli. La prospettiva di un governo tecnico o di elezioni anticipate aveva però convinto Salvini e Di Maio a trovare un'alternativa a Savona: il nome di Tria, gradito al governatore della Bce, Mario Draghi, che invece si era opposto strenuamente alla nomina di Savona, era venuto fuori quindi come ripiego, un boccone amaro ingoiato da Salvini e Di Maio pur di dare vita al governo del cambiamento.
Tria, in questi 10 mesi di permanenza alla guida del Mef, si è caratterizzato come «tecnico». Sempre sensibile agli umori del Quirinale e della Bce, ha difeso burocrati e dirigenti del Mef di area Pd anche quando la maggioranza ha sollevato dubbi e perplessità sul loro operato, ed è considerato il più filo cinese dei ministri del governo italiano. «Mi risulta che Tria abbia un rapporto accademico con la Cina da anni», disse a Startmag.it l'ex ministro Giorgio La Malfa lo scorso agosto, quando Tria si recò in Cina per un viaggio diplomatico, durante il quale discusse approfonditamente della Via della Seta con il direttore del Silk Fund Road, Wang Yanzhi. «L'Italia può essere lo sbocco naturale europeo della Via marittima della Seta», disse Tria. Fino alle Europee il ministro resterà al suo posto, però se il voto del 26 maggio provocherà la necessità di un riequilibrio degli assetti dell'esecutivo, potrebbe essere il primo grosso nome a saltare.
Il figliastro di Tria lavorò anche in una società che cura eventi istituzionali
L'affaire Ciapetti si ingrossa. Mentre il ministro Giovanni Tria, la sua consigliera Claudia Bugno, il di lei marito Pier Andrea Chevallard tacciono ostinatamente, la (breve) storia lavorativa di Niccolò Ciapetti, figliastro del titolare del Mef, continua a riservare sorprese.
Per esempio il trentunenne esperto di marketing dichiara di aver lavorato, tra luglio e ottobre 2018 (dopo la formazione dell'esecutivo Lega-M5s), presso il Triumph Group di Roma, azienda specializzata nell'organizzazione di eventi istituzionali, tanto che nel loro sito indicano come «principali clienti» anche la presidenza del Consiglio e il ministero dell'Economia e delle Finanze. La fondatrice Maria Criscuolo ci risponde con cortesia: «Sulla collaborazione di Ciapetti le posso dire poco perché faccio il presidente e non mi occupo delle singole questioni. È vero che abbiamo lavorato per tanti anni con il governo, ma non con l'ultimo. Non abbiamo avuto il piacere di collaborare con il premier Conte, né con i suoi ministri, nemmeno con Tria». Magari la speranza era quella di sbloccare questa impasse. Criscuolo nega. «Il nome Ciapetti non mi dice proprio niente. In una società come la nostra o lei arriva con un cognome molto chiaro, come Tronchetti Provera, e allora può venire in mente “ah è il parente", oppure passa inosservato. Non mi sono occupata io di lui. In questi mesi sono stata in giro per il mondo. Se conosco personalmente Tria? Sì, il professore stava all'università. Sono 34 anni che lavoro nel mondo degli eventi e in quello governativo, il ministro l'ho incontrato, come ho incontrato tante altre persone».
Ai primi di novembre - come abbiamo svelato domenica - Ciapetti è stato assunto dalla Tinexta, società quotata in Borsa e con un codice etico stringente, almeno sulla carta. L'amministratore delegato è Chevallard, marito della consigliera di Tria, Claudia Bugno. Né lui, né lei hanno voluto rispondere alle nostre domande. Per questo ci siamo rivolti alla responsabile stampa della società Carla Piro Mander chiedendo di poter avere informazioni in nome della trasparenza che dovrebbe essere garantita agli azionisti di una società quotata.
«Buongiorno, felice di sentirla», è stato l'esordio della signora. Di fronte a tanta cordialità abbiamo chiesto senza remore di conoscere le modalità di selezione e assunzione di Ciapetti e il tipo di contratto. «Mi deve dare qualche momento di tempo per farle avere le risposte» ha replicato la Piro Mander. «Un comunicato ufficiale? Non è ancora stato diramato, ma non vuol dire che adesso non mi metta a lavorare per prepararlo. Sinceramente non c'è nulla su cui arroccarci». Chevallard o qualcun altro devono averle fatto cambiare idea, tanto che la responsabile delle relazioni con i media non ci ha più risposto.
Veniamo al codice etico di Tinexta che «si pone come finalità la moralizzazione dei rapporti interni ed esterni all'azienda».
In base ad esso la società «non accetta e non tollera alcun tipo di corruzione e, pertanto, non intratterrà alcun tipo di rapporto con chi non intenda allinearsi con tali principi».
Vengono messi all'indice quasi tutti i reati del codice penale, societari, associativi, di terrorismo, contro la persona, il patrimonio e l'ambiente.
Ogni dipendente «non deve tacere l'esistenza di un interesse, in una determinata operazione, proprio o di terzi, in conflitto con quello della società, né deve, in presenza di quell'interesse, partecipare al compimento dell'operazione» e «non deve compiere od omettere atti (…) a seguito della dazione o della promessa di denaro o altra utilità per sé o per altri».
Sta di fatto che nell'agosto del 2018 Tria ha scelto come consigliera retribuita la moglie dell'ad di Tinexta e che la società, dopo tre mesi, ha assunto come dipendente Ciapetti. Sapevano gli otto consiglieri d'amministrazione di chi fosse il figliastro? Ne era informato il potente presidente Enrico Salza, uomo molto influente nella politica torinese? E il suo vice Riccardo Ranalli? E tutti loro erano a conoscenza del fatto che la moglie dell'ad era da poco più di due mesi la consigliera di Tria? Domande per ora senza risposta.
Alla Consob, alla cui vigilanza è sottoposta la Tinexta, società quotata, ritengono che non dovrebbero esserci profili sanzionabili nell'assunzione del figliastro di Tria. Anche all'Autorità anticorruzione dichiarano di non avere giurisdizione sulla materia essendo la Tinexta una società privata. E la Procura di Roma aprirà un fascicolo? Un magistrato esperto nei reati della pubblica amministrazione ci spiega: «Se ci fosse un nesso causale concretamente dimostrabile tra le due assunzioni ci troveremmo di fronte a un caso di corruzione, altrimenti non c'è nulla da contestare».
Al momento le uniche forche caudine che sembra rischiare Tria sono quelle parlamentari, dove i pentastellati sono determinati a chiedere chiarezza su questi incroci pericolosi tra il ministro e la Bugno, da pochi giorni designata dal ministero per il board della Stmicroelectronics, una società strategica partecipata dal Mef e quotata in tre Borse (Milano, Parigi e New York).
Ma la trasparenza in casa Tria e Chevallard non sembra all'ordine del giorno. Per esempio le loro mogli non hanno accettato di pubblicare i loro patrimoni quando i mariti hanno dovuto esibire i propri. La cosa ovviamente ci ha incuriosito e siamo andati a controllare le proprietà immobiliari delle due signore. Alla moglie di Tria, la sessantasettenne ciociara Maristella Vicini (è originaria di Roccasecca, in provincia di Frosinone), già docente di lobbismo, risultano intestati diversi immobili: 7 vani alla Balduina, l'usufrutto e parte della proprietà di diversi immobili alla Giustiniana, 16 vani dietro a Corso Italia, oltre alla comproprietà di una palazzina con 24,5 vani a Roccasecca dove va spesso a passare i week end con il marito; la Bugno, invece, possiede una villa di 16,5 vani a Villasimius in Sardegna, ha la comproprietà di 10 vani ai Parioli ed è intestataria di un sesto di 11 vani nell'elegante quartiere Trieste e di un casale (diviso in tre) e terreni nella bella campagna umbra di Narni.
E Ciapetti, il giovanotto al centro dell'intrigo? Sognava, dopo anni di studi e precariato, che fosse arrivata per lui l'ora del posto fisso. Per altro a due passi da casa (risulta residente dietro Villa Borghese e per raggiungere gli uffici della Tinexta deve percorrere 500 metri). Ma dopo tutte le polemiche scaturite dallo scoop della Verità sorge il dubbio che se non sarà lui a lasciare il nuovo impiego, potrebbe doverlo fare il suo patrigno. L'affaire Ciapetti continua.
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Il titolare dell'Economia fu scelto per superare il nodo Savona, ora imbarazza la maggioranza per la sospetta «parentopoli» e i legami con la Cina. Lo stallo sui rimborsi agli sbancati non aiuta: dopo le europee può saltare.Dopo la formazione dell'esecutivo, Niccolò Ciapetti entrò in un'azienda legatissima alla politica. Alla Tinexta, invece, potrebbero esserci guai col codice etico.Lo speciale contiene due articoli. Nuvoloni sempre più neri si addensano su Giovanni Tria. Ieri sera, a quanto ha appreso La Verità, il premier Giuseppe Conte ha chiesto personalmente al ministro dell'Economia spiegazioni sull'affaire Ciapetti-Bugno, rivelato dal nostro giornale. Conte nel corso del colloquio sarebbe stato meno affabile del solito. Sia nella Lega sia nel M5s i malumori montano: dai due partiti di maggioranza trapelano «imbarazzo, irritazione, preoccupazione» per gli intrecci fra Tria, Niccolò Ciapetti e Claudia Bugno, e anche per il ritardo nel via libera del ministro al decreto per rimborsare i risparmiatori truffati dalle banche. «Il ministro dell'Economia», dice il vicepremier, Matteo Salvini, «deve dare una risposta veloce ai truffati dalle banche e mi sembra che sia passato il tempo sufficiente». L'altro vicepremier, Luigi Di Maio, ribadisce il concetto ai microfoni di Rtl: «Tria può star tranquillo, non gli dirò di stare sereno perché non è un modo per tranquillizzarlo. L'unica cosa che penso è che tutti quanti insieme dobbiamo lavorare sulle cose concrete: deve essere firmato il prima possibile il decreto che rimborsa i risparmiatori truffati. Ci abbiamo lavorato per otto mesi, adesso manca un ultimo atto per rimborsare i truffati di Banca Etruria, che stanno aspettando. Noi ci abbiamo messo 1 miliardo per rimborsarli», aggiunge Di Maio, «e va fatto il prima possibile». Dal M5s fioccano attacchi espliciti al ministro dell'Economia in merito agli intrecci svelati dalla Verità. «Aspettiamo chiarimenti», affonda il sottosegretario alle Autonomie regionali, Stefano Buffagni , «sulla consigliera del ministro dell'Economia, Claudia Bugno, perché il quadro non è coerente con il governo del cambiamento. Mi auguro che non sia la sua consigliera, quella che ha preso la multa da Bankitalia, a dire a Tria come muoversi sui temi bancari, perché se no diventa un problema. Mi auguro che firmino il prima possibile il provvedimento per i risparmiatori truffati», precisa Buffagni, «perché è un impegno preso con i cittadini e almeno quello non mi sembra un problema di risorse, perché quelle sono già state stanziate».Il sottosegretario all'Economia, Alessio Villarosa (M5s), risponde così ai conduttori del programma radiofonico Un giorno da pecora, che gli chiedono se è vero che la vicenda sarà oggetto di una interrogazione parlamentare: «So dell'interrogazione parlamentare», ammette Villarosa, «non so se verrà depositata ma so che ci stanno lavorando». Il dossier Tria è diventato, nello spazio di un weekend, il più spinoso per l'esecutivo grilloleghista: «Quanto emerso da alcune indiscrezioni di stampa sulla consigliera Claudia Bugno», sottolinea il senatore pentastellato Gianluigi Paragone, «deve essere immediatamente chiarito, e Tria deve farlo a sua volta. È in ballo la trasparenza e l'opportunità delle scelte che vengono compiute».Anche nella Lega si sta facendo strada la convinzione che il ministro dell'Economia non sia da considerare un «intoccabile». Del resto, Tria si trova al governo per una congiuntura astrale favorevole: tutti ricordano come è avvenuta la sua nomina. È diventato il timoniere dell'economia italiana il 31 maggio 2018 dopo che - tre giorni prima - il capo dello Stato, Sergio Mattarella, aveva rifiutato di nominare Paolo Savona, indicato da Lega e grillini. A causa di quel «no», era arrivato l'incarico a Carlo Cottarelli. La prospettiva di un governo tecnico o di elezioni anticipate aveva però convinto Salvini e Di Maio a trovare un'alternativa a Savona: il nome di Tria, gradito al governatore della Bce, Mario Draghi, che invece si era opposto strenuamente alla nomina di Savona, era venuto fuori quindi come ripiego, un boccone amaro ingoiato da Salvini e Di Maio pur di dare vita al governo del cambiamento.Tria, in questi 10 mesi di permanenza alla guida del Mef, si è caratterizzato come «tecnico». Sempre sensibile agli umori del Quirinale e della Bce, ha difeso burocrati e dirigenti del Mef di area Pd anche quando la maggioranza ha sollevato dubbi e perplessità sul loro operato, ed è considerato il più filo cinese dei ministri del governo italiano. «Mi risulta che Tria abbia un rapporto accademico con la Cina da anni», disse a Startmag.it l'ex ministro Giorgio La Malfa lo scorso agosto, quando Tria si recò in Cina per un viaggio diplomatico, durante il quale discusse approfonditamente della Via della Seta con il direttore del Silk Fund Road, Wang Yanzhi. «L'Italia può essere lo sbocco naturale europeo della Via marittima della Seta», disse Tria. Fino alle Europee il ministro resterà al suo posto, però se il voto del 26 maggio provocherà la necessità di un riequilibrio degli assetti dell'esecutivo, potrebbe essere il primo grosso nome a saltare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-chiede-spiegazioni-al-ministro-lega-e-m5s-pronti-a-sostituirlo-2633416574.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-figliastro-di-tria-lavoro-anche-in-una-societa-che-cura-eventi-istituzionali" data-post-id="2633416574" data-published-at="1774188672" data-use-pagination="False"> Il figliastro di Tria lavorò anche in una società che cura eventi istituzionali L'affaire Ciapetti si ingrossa. Mentre il ministro Giovanni Tria, la sua consigliera Claudia Bugno, il di lei marito Pier Andrea Chevallard tacciono ostinatamente, la (breve) storia lavorativa di Niccolò Ciapetti, figliastro del titolare del Mef, continua a riservare sorprese. Per esempio il trentunenne esperto di marketing dichiara di aver lavorato, tra luglio e ottobre 2018 (dopo la formazione dell'esecutivo Lega-M5s), presso il Triumph Group di Roma, azienda specializzata nell'organizzazione di eventi istituzionali, tanto che nel loro sito indicano come «principali clienti» anche la presidenza del Consiglio e il ministero dell'Economia e delle Finanze. La fondatrice Maria Criscuolo ci risponde con cortesia: «Sulla collaborazione di Ciapetti le posso dire poco perché faccio il presidente e non mi occupo delle singole questioni. È vero che abbiamo lavorato per tanti anni con il governo, ma non con l'ultimo. Non abbiamo avuto il piacere di collaborare con il premier Conte, né con i suoi ministri, nemmeno con Tria». Magari la speranza era quella di sbloccare questa impasse. Criscuolo nega. «Il nome Ciapetti non mi dice proprio niente. In una società come la nostra o lei arriva con un cognome molto chiaro, come Tronchetti Provera, e allora può venire in mente “ah è il parente", oppure passa inosservato. Non mi sono occupata io di lui. In questi mesi sono stata in giro per il mondo. Se conosco personalmente Tria? Sì, il professore stava all'università. Sono 34 anni che lavoro nel mondo degli eventi e in quello governativo, il ministro l'ho incontrato, come ho incontrato tante altre persone». Ai primi di novembre - come abbiamo svelato domenica - Ciapetti è stato assunto dalla Tinexta, società quotata in Borsa e con un codice etico stringente, almeno sulla carta. L'amministratore delegato è Chevallard, marito della consigliera di Tria, Claudia Bugno. Né lui, né lei hanno voluto rispondere alle nostre domande. Per questo ci siamo rivolti alla responsabile stampa della società Carla Piro Mander chiedendo di poter avere informazioni in nome della trasparenza che dovrebbe essere garantita agli azionisti di una società quotata. «Buongiorno, felice di sentirla», è stato l'esordio della signora. Di fronte a tanta cordialità abbiamo chiesto senza remore di conoscere le modalità di selezione e assunzione di Ciapetti e il tipo di contratto. «Mi deve dare qualche momento di tempo per farle avere le risposte» ha replicato la Piro Mander. «Un comunicato ufficiale? Non è ancora stato diramato, ma non vuol dire che adesso non mi metta a lavorare per prepararlo. Sinceramente non c'è nulla su cui arroccarci». Chevallard o qualcun altro devono averle fatto cambiare idea, tanto che la responsabile delle relazioni con i media non ci ha più risposto. Veniamo al codice etico di Tinexta che «si pone come finalità la moralizzazione dei rapporti interni ed esterni all'azienda». In base ad esso la società «non accetta e non tollera alcun tipo di corruzione e, pertanto, non intratterrà alcun tipo di rapporto con chi non intenda allinearsi con tali principi». Vengono messi all'indice quasi tutti i reati del codice penale, societari, associativi, di terrorismo, contro la persona, il patrimonio e l'ambiente. Ogni dipendente «non deve tacere l'esistenza di un interesse, in una determinata operazione, proprio o di terzi, in conflitto con quello della società, né deve, in presenza di quell'interesse, partecipare al compimento dell'operazione» e «non deve compiere od omettere atti (…) a seguito della dazione o della promessa di denaro o altra utilità per sé o per altri». Sta di fatto che nell'agosto del 2018 Tria ha scelto come consigliera retribuita la moglie dell'ad di Tinexta e che la società, dopo tre mesi, ha assunto come dipendente Ciapetti. Sapevano gli otto consiglieri d'amministrazione di chi fosse il figliastro? Ne era informato il potente presidente Enrico Salza, uomo molto influente nella politica torinese? E il suo vice Riccardo Ranalli? E tutti loro erano a conoscenza del fatto che la moglie dell'ad era da poco più di due mesi la consigliera di Tria? Domande per ora senza risposta. Alla Consob, alla cui vigilanza è sottoposta la Tinexta, società quotata, ritengono che non dovrebbero esserci profili sanzionabili nell'assunzione del figliastro di Tria. Anche all'Autorità anticorruzione dichiarano di non avere giurisdizione sulla materia essendo la Tinexta una società privata. E la Procura di Roma aprirà un fascicolo? Un magistrato esperto nei reati della pubblica amministrazione ci spiega: «Se ci fosse un nesso causale concretamente dimostrabile tra le due assunzioni ci troveremmo di fronte a un caso di corruzione, altrimenti non c'è nulla da contestare». Al momento le uniche forche caudine che sembra rischiare Tria sono quelle parlamentari, dove i pentastellati sono determinati a chiedere chiarezza su questi incroci pericolosi tra il ministro e la Bugno, da pochi giorni designata dal ministero per il board della Stmicroelectronics, una società strategica partecipata dal Mef e quotata in tre Borse (Milano, Parigi e New York). Ma la trasparenza in casa Tria e Chevallard non sembra all'ordine del giorno. Per esempio le loro mogli non hanno accettato di pubblicare i loro patrimoni quando i mariti hanno dovuto esibire i propri. La cosa ovviamente ci ha incuriosito e siamo andati a controllare le proprietà immobiliari delle due signore. Alla moglie di Tria, la sessantasettenne ciociara Maristella Vicini (è originaria di Roccasecca, in provincia di Frosinone), già docente di lobbismo, risultano intestati diversi immobili: 7 vani alla Balduina, l'usufrutto e parte della proprietà di diversi immobili alla Giustiniana, 16 vani dietro a Corso Italia, oltre alla comproprietà di una palazzina con 24,5 vani a Roccasecca dove va spesso a passare i week end con il marito; la Bugno, invece, possiede una villa di 16,5 vani a Villasimius in Sardegna, ha la comproprietà di 10 vani ai Parioli ed è intestataria di un sesto di 11 vani nell'elegante quartiere Trieste e di un casale (diviso in tre) e terreni nella bella campagna umbra di Narni. E Ciapetti, il giovanotto al centro dell'intrigo? Sognava, dopo anni di studi e precariato, che fosse arrivata per lui l'ora del posto fisso. Per altro a due passi da casa (risulta residente dietro Villa Borghese e per raggiungere gli uffici della Tinexta deve percorrere 500 metri). Ma dopo tutte le polemiche scaturite dallo scoop della Verità sorge il dubbio che se non sarà lui a lasciare il nuovo impiego, potrebbe doverlo fare il suo patrigno. L'affaire Ciapetti continua.
Beppe Sala e Elly Schlein (Ansa)
A Milano non si parla d’altro. E il sindaco, secondo quanto riferito da più interlocutori, avrebbe confidato agli amici più stretti l’idea di una candidatura al Parlamento il prossimo anno. Non sarebbe una semplice uscita di scena dopo due mandati, ma un passaggio politico con effetti immediati sia a Roma sia a Palazzo Marino. Per Sala c’è una spinta politica evidente: dopo dieci anni da sindaco, continua a considerarsi una figura spendibile anche in chiave nazionale, soprattutto in un’area riformista e civica che nel centrosinistra cerca ancora una rappresentanza. Sullo sfondo, però, restano anche i dossier giudiziari aperti, dall’urbanistica allo stadio di San Siro fino al capitolo Olimpiadi, che nella politica milanese accompagnano inevitabilmente ogni lettura sulla sua possibile corsa a Roma.
Il referendum di oggi può incidere proprio su questo. Non tanto per le ricadute sul governo, quanto per quelle nel Pd e nel centrosinistra. Se il No dovesse prevalere, Schlein ne uscirebbe rafforzata e il partito avrebbe più forza nel controllare linea politica e liste. Se invece il risultato aprisse una fase più incerta, tornerebbe più forte la discussione su chi possa parlare anche oltre il perimetro tradizionale dem. Ed è in questo spazio che Sala pensa di poter giocare la sua partita.
Il problema, per lui, è che la strada verso Roma passa da un Pd che non gli garantisce un appoggio compatto. I rapporti con il partito si sono raffreddati già nei mesi dell’inchiesta urbanistica e del confronto sul «Salva Milano».
Sala aveva chiesto ai dem di chiarire la loro posizione; il sostegno è arrivato, ma mai in forma piena e incondizionata. E anche il rapporto con Schlein è rimasto segnato da una distanza politica evidente: il sindaco non è mai stato davvero organico alla linea della segretaria, e la segretaria non ha mai investito fino in fondo su di lui.
Intanto, a Milano, il centrosinistra si sta già muovendo per il dopo Sala. Le parole di ieri della vicesindaca Anna Scavuzzo, che ha parlato di una «alterità» nel modo di guardare la città e di «incongruenze» rimaste fin qui dentro la discussione interna, non certificano una rottura, ma raccontano una presa di distanza politica dal primo cittadino che ormai è sempre più evidente. È il segnale di una maggioranza che non esplode, ma che comincia a scaricarlo.
Lo stesso vale per il fronte che si muove attorno a Pierfrancesco Majorino e Francesco Laforgia. L’operazione «Gente di Milano», iniziata ieri, viene presentata come un laboratorio di ascolto, non come l’avvio della campagna elettorale. Ma il messaggio politico è chiaro: il Pd milanese non aspetta le mosse di Sala e sta già costruendo il terreno della successione. Majorino rivendica le primarie entro la fine dell’anno, Laforgia parla della necessità di rilanciare l’esperienza di governo del centrosinistra.
Per questo, se davvero si arriverà alla partita delle liste, Sala entrerà in una trattativa difficile. Non come uomo di apparato, ma come figura forte e insieme scomoda: conosciuta quanto basta per essere utile, autonoma al punto da non essere facilmente controllabile, esposta al punto da dividere. Più Schlein uscirà forte dal referendum, più la selezione delle candidature sarà centralizzata. Più invece si aprirà una fase di ridefinizione interna, più un profilo come quello del sindaco di Milano potrà tentare di giocare la carta nazionale.
Poi c’è il nodo più concreto: il calendario. Sala è stato rieletto nell’ottobre 2021 e Milano deve votare, in via ordinaria, nella primavera 2027. Ma se il sindaco decidesse di candidarsi alle politiche (se la legislatura dovesse finire in anticipo) prima della fine del mandato, il problema non sarebbe solo politico. Per un sindaco di un Comune sopra i 20.000 abitanti la candidatura al Parlamento richiede le dimissioni. E per Milano c’è una data chiave: il 24 febbraio. Se la cessazione effettiva dalla carica maturasse entro quella soglia, il Comune voterebbe comunque nella primavera 2027. Se invece maturasse dopo, la città rischierebbe il commissariamento. Con in più il rischio politico di un commissario nominato dal governo di centrodestra, con accesso pieno alla gestione di Palazzo Marino durante la campagna elettorale: uno scenario che il Pd difficilmente potrebbe permettersi.
È questo l’incastro che rende la partita di Sala molto più delicata di un normale trasloco da Palazzo Marino a Roma. Perché la sua eventuale candidatura non inciderebbe solo sugli equilibri del Pd o sulla geografia del centrosinistra. Aprirebbe anche un problema immediato per Milano, proprio mentre nella maggioranza si moltiplicano i segnali di autonomia e il partito comincia a preparare il dopo.
Il referendum non decide da solo il destino di Sala, ma ne condiziona il contesto: il punto, ormai, è se troverà davvero lo spazio per andare a Roma e a quale prezzo politico per sé e per Milano.
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Giorgia Meloni ospite di Pulp Podcast con Fedez e Mr. Marra (Getty Images)
Li ha raccolti Domenico Giordano - political data analyst di Arcadiacom.it e consigliere nazionale di AssoComPol, l’Associazione italiana di comunicazione politica -, il quale spiega alla Verità: «Il contatore complessivo delle interazioni, da lunedì 16 a sabato 21, fa segnare al momento 9.3 milioni di reaction. A questo dato, occorre sommare poi le visualizzazioni della puntata e quelle ottenute dai reel di sezionamento del contenuto originario pubblicati sia dall’account ufficiale del format che da Giorgia Meloni».
Per capire di cosa stiamo parlando, bisogna tenere mente a che i video postati sugli account Instagram e Youtube di Pulp podcast segnano attualmente 13.2 milioni, mentre quelli incassati dagli account ufficiali della premier (che passano da Instagram a Linkedin) sono 18.4 milioni in totale, di cui 9.3 milioni arrivano dall’account Instagram e 6.1 da TikTok.
«Molto spesso ci si domanda quanto l’audience digitale, solo all’apparenza volatile e liquida, converta in termini attenzione e di potenziale consenso rispetto al contenuto», afferma Giordano, che prosegue: «Per dare una risposta a questo interrogativo per nulla marginale, in particolare a ridosso di una polarizzazione elettorale, possiamo utilizzare come metro di misura non tanto i like, il mi piace al video o al carosello, quanto, invece, la crescita delle fanbase. Nel momento in cui scelgo di iniziare a seguire un account e i contenuti che vengono pubblicati, manifesto una comunanza di interessi e di valori». Ancora una volta sono i numeri a parlare e li snocciola Giordano: «L’account Instagram di Meloni ha aumentato negli ultimi 5 giorni i follower di ben 17.000 nuovi iscritti, la pagina Facebook è cresciuta di 8.100 nuovi follower, l’account X di altri 7.900 e Youtube di 2.000. In totale, senza contare gli incrementi registrati Linkedin, Telegram, Whatsapp e TikTok, i nuovi follower di Meloni sono 35.000».
Anche gli account social di Pulp hanno goduto di questo beneficio: «Il canale Instagram ha registrato una crescita di 15.000 nuovi follower. Insisto su Instagram e TikTok, più che su Youtube, perché poi, se andiamo a censire da un punto di vista socio-grafico l’utente che si è ingaggiato in Rete sulla questione, possiamo notare due aspetti molto interessati: è ampia la quota percentuale di utenti donna, in media del 43,72%, che si sono ingaggiate nelle conversazioni online».
A essere ingaggiati, secondo i numeri raccolti da Arcadia, soprattutto i giovani. Il 28% di chi ha usufruito di questi contenuti ha, infatti, meno di 24 anni.
Questi i numeri, nudi e crudi. Giordano nota, poi, come siano «anacronistiche tutte le polemiche che in questi giorni. La piattaformizzazione della nostra quotidianità impone regole, tempi e formati che non puoi fermare con una legge, una norma, come quella ad esempio, del tutto medioevale, del silenzio elettorale». Una piccola (ma nemmeno troppo) rivoluzione nella comunicazione politica: «La partecipazione al podcast è stata in termini di comunicazione molto efficace, in particolare rispetto ad altri media. Con la formula podcast i due driver della polarizzazione social, l’autenticità e l’intimità, sono stati ampiamente valorizzati. Poi, se vogliamo fare una seconda analisi di metacomunicazione, è chiaro che la commistione Fedez+Mr. Marra, che è ontologicamente disruptive, la fai convivere con la percezione istituzionale della politica e la cali nel contesto social no filter, allora è chiaro che hai trovato la formula perfetta dell’audience», conclude Giordano.
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(IStock)
Follia pura. Nessuna logica economica. Sprezzo della realtà. Menefreghismo totale nei confronti delle conseguenze di queste misure. Poiché gas, benzina e gasolio sono aumentati un secondo dopo l’attacco all’Iran, da parte di Israele e degli Stati Uniti, dovrebbe risultare chiaro ed evidente anche a un cretino che gli aumenti sono stati compiuti da compagnie che hanno speculato: non ne hanno aumentato il prezzo perché lo hanno pagato di più, ma perché hanno rubato soldi ai consumatori vendendo gas, benzina e gasolio che avevano già e che non avevano pagato a prezzi alti perché la Guerra non c’era ancora.
Chiaro? Cosa avrebbe dovuto fare l’Europa? Avviare tempestivamente, cioè il giorno dopo gli aumenti ingiustificati, un’azione del Commissario della concorrenza per impedire intese tra compagnie petrolifere per alzare il prezzo e speculare su famiglie imprese. Avrebbe dovuto poi, una volta riportato il gas al suo valore naturale di mercato, invitare tutti gli Stati membri a stoccare il più possibile in modo da prevenire, nel caso di prolungamento della guerra, l’aumento del prezzo e quindi dell’inflazione. Poiché sono degli imbelli, cioè degli inermi e privi di alcun coraggio, non hanno agito nei tempi giusti facendo le cose giuste, ma nei tempi sbagliati facendo le cose sbagliate.
Essendoci di mezzo il gas, evidentemente non hanno usato il cervello che avrebbe prodotto un ragionamento, un flatus vocis, ma hanno usato quella parte del corpo che produce appunto il gas e non si esprime attraverso la bocca col ragionamento, ma produce esclusivamente un «flatus culi». Lo stoccaggio, cioè l’immagazzinamento, la conservazione e il deposito del gas era stato considerato dalla Ue un buono strumento di prevenzione dell’aumento dei costi e lo aveva esortato fino al 90% delle possibilità. Non si capisce perché ora indichi nell’80% il limite massimo. Ma che cacchio di ragionamento hanno fatto? Per fare i conti leggono la mano dei benzinai? Fanno le carte agli autotrasportatori? Fanno delle sedute spiritiche? No, perché non c’è in natura altra spiegazione, almeno di stampo economico. L’Ansa ci informa che «in una lettera visionata dal Financial Times, il commissario per l’energia Dan Jorgensen ha istruito i ministri dell’energia dell’Ue a non affrettarsi a reintegrare le riserve di gas dei loro Paesi e a usare la “flessibilità” per ridurre la domanda da parte di famiglie e industrie in un momento in cui l’offerta è tesa». Nella missiva la percentuale di stoccaggio consigliata come obiettivo è pari all’80%, il 10% in meno rispetto al target finora indicato. Ma se al posto di Jorgensen avessero messo Dan Peterson, certamente avrebbe fatto cose più ragionevoli.
Quel genio che porta indegnamente il nome di Peterson ha poi esortato a consumare di meno. A parte che le temperature si stanno alzando e quindi il consumo di gas e gasolio diminuiranno automaticamente, ma questo è già un ragionamento eccessivo per le menti gassose. Chi dovrebbe diminuire l’uso di gas? Le imprese? Così produrrebbero di meno e si creerebbe ulteriori disoccupazione? Le famiglie? Caro Dan, le famiglie ci pensano da sole a ridurre l’uso di gas, di benzina e di gasolio, purtroppo. Lei dovrebbe pensare a come non farglielo ridurre, non invitarli a ridurlo, famiglie o imprese che siano. Ma possibile mai che in queste poche esortazioni riportate dal Financial Times non ne abbia azzeccata una. Ma sa che lei non passerebbe neanche l’esame di microeconomia che di solito si affronta il primo anno di università, dove spiegano il formarsi dei prezzi e le regole della concorrenza? In uno studio condotto dai ricercatori del I-Aer si legge che «l’analisi, condotta su 457 piccole e medie imprese italiane, evidenzia un segnale molto chiaro: il 58% delle aziende ha deciso di congelare temporaneamente gli investimenti previsti per il 2026, mentre il 46% sta valutando di rinviare nuove assunzioni per preservare liquidità e margini in uno scenario di forte volatilità energetica». Ma lei in un’impresa, per capire come funziona, c’è mai stato? E come funziona l’economia di una famiglia lo sa o no? Perché delle due l’una: o glielo hanno spiegato e non ci ha capito una mazza, o vive talmente fuori dalla realtà che proprio la ignora. Le due ipotesi non sono incompatibili nello stesso soggetto. E questo è il caso del nostro commissario europeo per l’Energia.
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Da quando è esploso il conflitto con l’Iran, i titoli di Stato italiani hanno ripreso a muoversi come ai vecchi tempi. Nervosi, suscettibili, pronti a diventare, ancora una volta, l’anello debole dell’eurozona. I rendimenti sono saliti di scatto superando la soglia del 3,9%. Se il picco si consolida il Tesoro dovrà pagare 3,5 miliardi di interessi in più. In un mese, da quando è cominciata la guerra, c’è stata una impennata dei rendimenti del 20,9%. Un indice di paura che non ha eguali fra le grandi economie avanzate, come dimostra la tabella accanto. Lo spread è tornato a farsi notare: 92 punti base. Nulla di drammatico ancora. Ma abbastanza per far drizzare le antenne a chi, negli ultimi anni, si era abituato a considerarlo un rifugio sicuro e ben remunerato. Il punto, però, è che questa volta non è colpa dell’Italia. O almeno non direttamente. Non ci sono manovre sballate, né conti pubblici fuori controllo. Il problema è più sottile e proprio per questo più insidioso: si chiama «carry trade». Un nome elegante per una strategia molto semplice e diffusa.
Funziona così: si prende in prestito denaro a tassi contenuti, e lo si investe in titoli che rendono di più. Come i Btp. Il guadagno è nello spread, nella differenza di rendimento. Finché il mare è calmo, è una macchina da soldi perfetta. Ma appena arriva la tempesta, tutti corrono al salvagente. Esattamente quello che sta succedendo adesso. Spiegano gli strateghi di Natixis che «l’allargamento sembra essere dovuto principalmente alla continua liquidazione delle posizioni di carry trade e all’elevata volatilità, piuttosto che a un deterioramento dei fondamentali». In altre parole, non è l’Italia che va male, sono gli investitori che stanno smontando in fretta e furia le loro scommesse.
Laura Cooper di Nuveen mette il dito nella piaga vera: l’Italia paga la sua maggiore dipendenza energetica. «Il mercato sembra sempre più attento ai rischi derivanti da un’eccessiva concentrazione di posizioni lunghe in Italia, aggravati dalla forte dipendenza del Paese dal petrolio e dal gas». Se il conflitto dovesse durare, il rischio è che crescita e conti pubblici tornino sotto pressione. A quel punto, la narrativa rassicurante degli ultimi anni potrebbe incrinarsi. Intendiamoci: siamo ancora lontani dalle zone rosse. Quattro anni fa lo spread viaggiava sopra i 250 punti. Oggi siamo sotto i 100. Ma i mercati non ragionano per livelli assoluti, bensì per direzione e velocità. E la direzione, in questo momento, non è delle migliori. Anche perché sullo sfondo si muove un altro gigante, molto meno disciplinato dell’Italia e molto meno osservato con sospetto: gli Stati Uniti. Qui i numeri non sono nervosi, sono semplicemente fuori scala. Il debito federale ha superato i 39.000 miliardi di dollari. In otto mesi è aumentato di 2.000 miliardi. Dal 2018 è quasi raddoppiato. E secondo le stime, continuerà a crescere di oltre 2.400 miliardi l’anno, fino a sfondare quota 64.000 miliardi nel 2036.
Il rapporto debito/Pil è al 124%. Un livello che, se appartenesse a un Paese europeo, scatenerebbe editoriali indignati, riunioni straordinarie e probabilmente qualche crisi di governo. Ma siccome si tratta di Washington, tutto scorre. O quasi. Perché ieri il presidente della Fed, Jerome Powell, non ha mancato, ancora una volta, di mettere sotto accusa le scelte di Trump. Lo ha fatto in maniera indiretta citando Paul Volker, mitico capo della Fed negli anni Ottanta che non ebbe paura di sfidare un inquilino della Casa Bianca del calibro di Ronald Reagan stringendo i tassi fino al soffocamento pur di fermare l’inflazione. Allora come oggi a innescarla era stato il petrolio. Perché la verità è che il mercato globale dei titoli di Stato è sempre più interconnesso. E quando il debito americano accelera in modo così vistoso, inevitabilmente influenza anche il resto del mondo. I rendimenti salgono, il costo del denaro cambia, e le strategie diventano improvvisamente molto più rischiose. In questo quadro, l’Italia si ritrova esposta due volte: per la sua struttura economica e per il suo ruolo nei portafogli degli investitori. È un asset che rende di più, e proprio per questo viene comprato e venduto più velocemente. È il solito gioco. Finché funziona, sembra semplice. Quando si inceppa, si scopre quanto fosse fragile. La sensazione, oggi, è che i titoli di Stato siano tornati in guerra. Non solo per effetto delle bombe in Medio Oriente, ma per le tensioni accumulate negli anni. L’Italia, ancora una volta, si ritrova nel posto meno comodo: quello dove i movimenti si vedono prima e si sentono di più.
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