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2025-04-21
«Conte Biancamano»: il transatlantico italiano tra l’Art déco e lo sbarco in Normandia
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Il transatlantico italiano SS «Conte Biancamano» in navigazione negli anni Trenta
Un transatlantico dalle tante vite. Così si potrebbe descrivere la storia del «Conte Biancamano», uno dei gioielli della navigazione italiana varato il 23 aprile 1925 nei cantieri William Beardman & Co. Di Dalmuir (Glasgow). Fu l’ultimo grande scafo costruito all’estero per una società italiana, in questo caso il Lloyd Sabaudo di Genova. Il nuovo transatlantico, che stazzava oltre 23.000 tonnellate, raggiungeva i 20 nodi di crociera (circa 37 Km/h). Lungo 198,9 metri poteva ospitare un totale di 1750 passeggeri (280 in prima classe, 420 in seconda, 390 in terza e 660 nei cameroni comuni). L’equipaggio era di 500 membri. Il viaggio inaugurale, sulla tratta Genova-Napoli-New York, iniziò dal capoluogo ligure il 20 novembre 1925.
Il fiore all’occhiello del nuovo transatlantico erano i saloni della prima classe. Fu Adolfo Coppedè, membro del famigerato atelier fiorentino che sfornò ebanisti, pittori ed architetti (il fratello Gino Coppedè fu l’artefice dell’omonimo quartiere liberty di Roma) ad occuparsi dell’arredo del «Conte Biancamano». Il risultato fu un arredo sontuoso, caratterizzato da una interpretazione art déco di motivi neobarocchi, in particolare nella grande sala da ballo dove si svolgevano le serate di gala a bordo del transatlantico.
La nave effettuò servizio di linea con il Lloyd Sabaudo fino al 1935, quando fu momentaneamente impiegata per il trasporto di truppe in occasione della guerra d’Etiopia. Rientrato in servizio nel 1937, passò alla società Lloyd Triestino, che lo impiegò sulla rotta per Shanghai. Il 21 gennaio 1940 al largo di Marsiglia, fu protagonista nel salvataggio dei 633 naufraghi della motonave «Orazio», colpita da un grave incendio.
Il 10 giugno 1940 l’Italia entrò in guerra mentre il «Conte Biancamano» si trovava all’ancora a Balboa, nel canale di Panama. Il 25 giugno successivo fu internato a Cristobal, poi requisito dagli americani in seguito alla dichiarazione di guerra il 21 marzo 1941, mentre l’equipaggio veniva internato a Ellis Island, New York. Nel marzo del 1942 iniziava la nuova vita in grigioverde del transatlantico italiano. Ribattezzato dalla Marina Usa «Uss Hermitage» (AP-54) iniziò nel novembre di quell’anno un lungo viaggio attraverso i mari della Seconda guerra mondiale. Dapprima in Nordafrica, dove sbarcò a Casablanca un totale di 6.000 soldati americani. Proseguì quindi verso il Pacifico, comandato dal Capitano Donald F.Patterson, verso i porti di Pago Pago, Brisbane, Sydney, Honolulu. Durante il ritorno verso Occidente, imbarcò in India 707 profughi polacchi che sbarcò in seguito in California.
Il 16 giugno 1944 il «Conte Biancamano», con a bordo oltre 6.000 soldati salpò da New York in direzione della Normandia, che appena 10 giorni prima era stata teatro del D-Day. Armato con un cannone da 127/38 e sei bocche antiaeree da 76/40, raggiunse il porto di Le Havre. Per 10 volte percorse la Manica tra Liverpool, Belfast e il porto francese. L’8 maggio 1945 si trovava a Le Havre quando la guerra finì. Non terminarono i suoi viaggi per la Marina degli Stati Uniti. Per tutto il 1945 e parte del 1946 la nave italiana rimpatriò migliaia di reduci prelevati fino sulle coste giapponesi. Fu radiata dai registri della Marina militare solo il 20 luglio 1946. L’anno seguente, nel maggio del 1947 il transatlantico fu restituito all’Italia e tornò a chiamarsi «Conte Biancamano» dopo aver navigato per oltre 230.000 miglia nautiche con la livrea della Us Navy.
Il sontuoso interno di Coppedé fu perso per sempre a causa della guerra. Ma i proprietari della nave, affidata al suo ritorno in Italia nuovamente al Lloyd Triestino, pensarono per il «Conte Biancamano» un nuovo intervento da parte di artisti di primissimo piano. Uno su tutti fu il grande architetto Giò Ponti, che curò i nuovi interni del transatlantico italiano in chiave moderna, con contributi sia nell’arredo che nelle decorazioni. Famosa rimarrà una poltrona in vimini da lui disegnata, che prenderà il nome dalla nave. Oltre a Giò ponti anche Mario Sironi contribuì al rinnovamento del transatlantico con dipinti ed un arazzo. Le sculture erano dell’affermato artista Marcello Mascherini, mentre altre decorazioni furono commissionate a Massimo Campigli e Giuseppe Santomaso. Il «Conte Biancamano», una galleria d'arte galleggiante, fu utilizzato sulle rotte atlantiche e rimase in servizio fino al 28 aprile 1960, quando attraccò a Napoli dopo l’ultima traversata oceanica. Il 16 agosto fu trasferito alla Spezia per la demolizione. Per iniziativa del Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano, fu preservato il ponte comando che si trova ancora oggi esposto al pubblico, assieme ad alcune opere d’arte della nave, restaurate nel 2023.
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Varato nell’aprile 1925, i suoi sontuosi saloni liberty erano firmati da Adolfo Coppedè. Preda di guerra dal 1941, fu usato appena dopo il D-Day dagli americani. Restituito nel 1947, fu riarredato da maestri del calibro di Giò Ponti e Mario Sironi.Un transatlantico dalle tante vite. Così si potrebbe descrivere la storia del «Conte Biancamano», uno dei gioielli della navigazione italiana varato il 23 aprile 1925 nei cantieri William Beardman & Co. Di Dalmuir (Glasgow). Fu l’ultimo grande scafo costruito all’estero per una società italiana, in questo caso il Lloyd Sabaudo di Genova. Il nuovo transatlantico, che stazzava oltre 23.000 tonnellate, raggiungeva i 20 nodi di crociera (circa 37 Km/h). Lungo 198,9 metri poteva ospitare un totale di 1750 passeggeri (280 in prima classe, 420 in seconda, 390 in terza e 660 nei cameroni comuni). L’equipaggio era di 500 membri. Il viaggio inaugurale, sulla tratta Genova-Napoli-New York, iniziò dal capoluogo ligure il 20 novembre 1925.Il fiore all’occhiello del nuovo transatlantico erano i saloni della prima classe. Fu Adolfo Coppedè, membro del famigerato atelier fiorentino che sfornò ebanisti, pittori ed architetti (il fratello Gino Coppedè fu l’artefice dell’omonimo quartiere liberty di Roma) ad occuparsi dell’arredo del «Conte Biancamano». Il risultato fu un arredo sontuoso, caratterizzato da una interpretazione art déco di motivi neobarocchi, in particolare nella grande sala da ballo dove si svolgevano le serate di gala a bordo del transatlantico.La nave effettuò servizio di linea con il Lloyd Sabaudo fino al 1935, quando fu momentaneamente impiegata per il trasporto di truppe in occasione della guerra d’Etiopia. Rientrato in servizio nel 1937, passò alla società Lloyd Triestino, che lo impiegò sulla rotta per Shanghai. Il 21 gennaio 1940 al largo di Marsiglia, fu protagonista nel salvataggio dei 633 naufraghi della motonave «Orazio», colpita da un grave incendio.Il 10 giugno 1940 l’Italia entrò in guerra mentre il «Conte Biancamano» si trovava all’ancora a Balboa, nel canale di Panama. Il 25 giugno successivo fu internato a Cristobal, poi requisito dagli americani in seguito alla dichiarazione di guerra il 21 marzo 1941, mentre l’equipaggio veniva internato a Ellis Island, New York. Nel marzo del 1942 iniziava la nuova vita in grigioverde del transatlantico italiano. Ribattezzato dalla Marina Usa «Uss Hermitage» (AP-54) iniziò nel novembre di quell’anno un lungo viaggio attraverso i mari della Seconda guerra mondiale. Dapprima in Nordafrica, dove sbarcò a Casablanca un totale di 6.000 soldati americani. Proseguì quindi verso il Pacifico, comandato dal Capitano Donald F.Patterson, verso i porti di Pago Pago, Brisbane, Sydney, Honolulu. Durante il ritorno verso Occidente, imbarcò in India 707 profughi polacchi che sbarcò in seguito in California.Il 16 giugno 1944 il «Conte Biancamano», con a bordo oltre 6.000 soldati salpò da New York in direzione della Normandia, che appena 10 giorni prima era stata teatro del D-Day. Armato con un cannone da 127/38 e sei bocche antiaeree da 76/40, raggiunse il porto di Le Havre. Per 10 volte percorse la Manica tra Liverpool, Belfast e il porto francese. L’8 maggio 1945 si trovava a Le Havre quando la guerra finì. Non terminarono i suoi viaggi per la Marina degli Stati Uniti. Per tutto il 1945 e parte del 1946 la nave italiana rimpatriò migliaia di reduci prelevati fino sulle coste giapponesi. Fu radiata dai registri della Marina militare solo il 20 luglio 1946. L’anno seguente, nel maggio del 1947 il transatlantico fu restituito all’Italia e tornò a chiamarsi «Conte Biancamano» dopo aver navigato per oltre 230.000 miglia nautiche con la livrea della Us Navy.Il sontuoso interno di Coppedé fu perso per sempre a causa della guerra. Ma i proprietari della nave, affidata al suo ritorno in Italia nuovamente al Lloyd Triestino, pensarono per il «Conte Biancamano» un nuovo intervento da parte di artisti di primissimo piano. Uno su tutti fu il grande architetto Giò Ponti, che curò i nuovi interni del transatlantico italiano in chiave moderna, con contributi sia nell’arredo che nelle decorazioni. Famosa rimarrà una poltrona in vimini da lui disegnata, che prenderà il nome dalla nave. Oltre a Giò ponti anche Mario Sironi contribuì al rinnovamento del transatlantico con dipinti ed un arazzo. Le sculture erano dell’affermato artista Marcello Mascherini, mentre altre decorazioni furono commissionate a Massimo Campigli e Giuseppe Santomaso. Il «Conte Biancamano», una galleria d'arte galleggiante, fu utilizzato sulle rotte atlantiche e rimase in servizio fino al 28 aprile 1960, quando attraccò a Napoli dopo l’ultima traversata oceanica. Il 16 agosto fu trasferito alla Spezia per la demolizione. Per iniziativa del Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano, fu preservato il ponte comando che si trova ancora oggi esposto al pubblico, assieme ad alcune opere d’arte della nave, restaurate nel 2023.
Bombardamenti nel Sud del Libano. Nel riquadro, padre Pierre El Raii (Ansa)
I cristiani sono una colonna portante dello Stato libanese e per prassi istituzionale il presidente è sempre un cristiano maronita e anche Joseph Aoun non fa eccezione. Oggi i cristiani rappresentano tra il 30 ed il 40% della popolazione, ma non hanno mai fatto mancare la loro partecipazione alla vita politica di Beirut. Monsignor Gallagher ha fatto sapere al responsabile degli Esteri del Paese mediorientale che tutti i canali diplomatici sarebbero stati avviati. Mentre la guerra va avanti l’Assemblea dei Patriarchi e dei Vescovi cattolici in Libano ha rilasciato una dichiarazione dove chiede l’immediata cessazione della spirale di violenza attualmente in atto in Medio Oriente e sollecita un ritorno al dialogo costruttivo e a un’azione diplomatica responsabile, fondata sul perseguimento del bene comune dei popoli che anelano a una vita pacifica fondata sulla giustizia e sulla dignità. «Viviamo ancora una volta l’incubo della guerra- dichiara il vescovo Cesar Essayan, vicario apostolico di Beirut- con i droni sopra le nostre teste, le scuole chiuse e la gente terrorizzata. Non è stato un caso che il Libano sia stata tappa del primo viaggio apostolico di Papa Leone XIV, il pontefice sa bene cosa abbiamo vissuto e cosa stiamo vivendo e sono certo che stia lavorando silenziosamente per il bene dei nostri paesi.». Il vescovo Essayan si è anche impegnato in prima persona per raggiungere un’unità di intenti, sostenendo l’Assemblea dei Patriarchi e dei Vescovi cattolici. «La pace non è un’opzione secondaria o temporanea, ma un dovere umano e una responsabilità collettiva - continua il vicario apostolico - questa violenza minaccia la dignità della persona umana, che è un dono di Dio, e mina i fondamenti della giustizia e della stabilità. Facciamo appello ai leader politici libanesi affinché facciano di tutto per proteggere il popolo e imploriamo la comunità internazionale di fare ogni sforzo possibile per prevenire un’ulteriore escalation e stabilire soluzioni giuste che salvaguardino i diritti dei popoli e proteggano la dignità umana. Noi cristiani viviamo in Medio Oriente da millenni, ma siamo stati perseguitati da sempre, basta vedere quello che è successo in Siria».
Papa Leone XIV ha espresso profondo dolore per tutte le vittime dei bombardamenti di questi giorni in Medio Oriente, per i tanti innocenti, tra cui molti bambini, e per chi prestava loro soccorso, come padre Pierre El-Raii, ribadendo la sua costante attenzione a ciò che sta accadendo . «Purtroppo anche la Chiesa è vittima di questa situazione. Non siamo esenti, non siamo immuni dalle sofferenze della popolazione» ha invece commentato il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. Intanto i militari italiani dalla missione Unifil delle Nazioni Unite hanno scortato in salvo gli abitanti di Alma Shaab, un villaggio cristiano nel distretto di Tiro sul confine israeliano, dopo le minacce di essere evacuati a forza. I cristiani che vivono nel vicino abitato di Rmeish per il momento hanno invece deciso di restare nelle proprie case, nonostante il pericolo, come hanno già fatto nell’ultimo conflitto terminato nel 2024.
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«Voglio che i bambini tornino a casa, ma fino a che questo non succede preferisco che restino qui». Lo ha detto Nathan Trevallion, il papà dei cosiddetti bimbi del bosco, lasciando la casa famiglia dove i figli sono stati accolti.
«Ringrazio tutti per la solidarietà – ha aggiunto – chiedo però con rispetto di non organizzare presidi o proteste davanti alla casa famiglia o alle abitazioni private».