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2025-12-02
L’ex vice dell’Antimafia attacca: «Spioni, De Raho fuori controllo»
Federico Cafiero De Raho (Imagoeconomica)
Il pm Giuseppe De Falco riassume: «Quindi Roberti, De Raho e poi Melillo (Giovanni, attuale capo della Procura nazionale antimafia, ndr) cambia?». La risposta di Russo: «Melillo in realtà credo che abbia affiancato a Laudati un paio di sostituti. Adesso non glielo so dire questo, tecnicamente. Sicuramente Melillo, accortosi di questa cosa, ha cambiato, anche perché è scoppiata la…». Russo non termina la frase su Antonio Laudati, il magistrato al centro dell’inchiesta insieme con il tenente della Guardia di finanza Pasquale Striano, ma il riferimento va dritto nella direzione del caos causato dalle Segnalazioni di operazioni sospette (Sos) che finivano in atti d’impulso investigativo e che poi finivano sul Domani o alle Procure della Repubblica. È il primo snodo: Russo individua nel tandem Laudati-Striano il cuore del problema e sostiene che quel cortocircuito fosse noto ai vertici. La Verità il 15 novembre 2024, quando la documentazione era ancora parziale, era riuscita a ricostruire i contenuti di una relazione con la quale Russo avrebbe segnalato al capo il cortocircuito, collegandolo direttamente al tenente Striano, del quale chiedeva un allontanamento. Nel verbale davanti ai magistrati romani Russo ha rincarato la dose. Spiegando che, prima ancora di stilare la relazione, aveva preparato un provvedimento che avrebbe dovuto spezzare quel meccanismo.
Il provvedimento è datato 6 dicembre 2019 ed è controfirmato da De Raho. È il secondo snodo, che fotografa l’esistenza del problema e la volontà (almeno formale) di affrontarlo.
«Durante questo periodo di tempo», aggiunge Russo, «io vedevo ancora cose che non mi piacevano. Ora non me le ricordo ma le ho scritte, e predisposi una relazione che consegnai a Cafiero, dicendo “Guarda, adesso la misura è colma. Ti chiedo formalmente di allontanare Striano“. Lui mi dice “Ma perché?” e gli dico “Te le ho scritte, perché abbiamo fatto il provvedimento a dicembre, non è bastato”». A quel punto De Raho l’avrebbe rassicurato: «“Ci sono queste cose”, lui dice, “ho capito, lascia che lo risolva io, vedo io”». Ma è lo stesso Russo a ricordare: «De Raho è stato sentito e lui nega di aver mai visto questa relazione». Quella relazione, però, esiste, perché, riferisce Russo, «la Dna l’ha mandata a Perugia».
La ritrovò Melillo negli scatoloni del trasloco. «Non fu firmata, non fu protocollata», spiega ancora Russo, aggiungendo: «Devo dire la verità, e questo l’ho detto a Cantone (Raffaele, procuratore di Perugia che aveva già sentito Russo, ndr), uscii dalla stanza (di De Raho, ndr) non soddisfatto perché era stato un gesto che mi dispiaceva, quello di andare a chiedere la rimozione di Striano, sapevo che era un collaboratore di Laudati molto apprezzato, molto brillante, eccetera, quindi non era una cosa che uno faceva a cuor leggero, però non mi diede soddisfazione il procuratore nazionale». Ma quando De Raho, ormai parlamentare, viene ascoltato, oppone una linea sistematica: distanza, estraneità, impossibilità. Sulle richieste di approfondimenti: «Io lo escludo al di là del ricordo, che non ricordo, lo escludo». Sulle segnalazioni dell’Ufficio finanziario di Bankitalia non pertinenti: «Noi non avevamo la possibilità di acquisire segnalazioni non pertinenti». E ancora: «Non è mai avvenuto che qualcuno sia venuto a parlarmi di approfondimenti da fare sulle segnalazioni per operazioni sospette». E sugli accessi abusivi: «Sono tutti accessi avvenuti quando io ero già andato via da oltre sei mesi». Il quadro è netto: De Raho sostiene di non aver mai ricevuto sollecitazioni, mai visto relazioni, mai autorizzato approfondimenti anomali. Striano? «Non l’ho mai visto personalmente e non so come sia arrivato alla Dna». Ma c’è ancora un passaggio importante nel verbale di De Raho, col quale l’ex procuratore nazionale antimafia sembra rimandare la palla nel campo del suo aggiunto: «Vi era, nell’ambito delle attività di questo ufficio, il coordinatore Russo, che aveva una sorta di compito di direttive e vigilanza». E subito dopo: «Abbiamo, da un lato, il responsabile Laudati e dall’altro abbiamo il procuratore aggiunto (Russo, ndr), che è il coordinatore del Contrasto patrimoniale (quello dell’area nella quale rientrava il Gruppo Sos, ndr) che deve dare le direttive».
Insomma, per De Raho era Russo il magistrato rimasto col cerino in mano. Negli atti raccolti dalla Procura di Perugia e trasmessi a Roma, però, c’è un verbale che contiene delle dichiarazioni che sembrano fissarsi come un chiodo proprio tra le parole di e quelle di De Raho. È il racconto di Gennaro Salese, maresciallo dei carabinieri in servizio alla Dna, coordinatore del Gruppo ricerche. Afferma che Russo gli disse «che De Raho aveva ritenuto di non adottare alcun provvedimento nei confronti di Striano […]». E aggiunge che l’aggiunto «era amareggiato». Non solo. Racconta l’intreccio interno: «Mi disse (Russo, ndr) che, a suo parere, Laudati era intervenuto direttamente parlando con De Raho». E infatti Salese aggiunge che, dopo la relazione redatta da Russo, «il Gruppo Sos continuò ad operare autonomamente». «Posso dire», ha messo a verbale, «che […] era stato adottato un provvedimento con il quale si stabiliva che le stesse modalità di lavoro del Gruppo ricerche dovevano essere estese al Gruppo Sos. ivi compresa la supervisione delle informative da parte mia».
Ma ecco la rivelazione: «Di fatto ciò non è mai avvenuto e anzi ricordo che per un certo periodo il personale del Gruppo Sos non firmava le pratiche che sottoponeva direttamente al magistrato referente, ovvero il dottor Laudati il quale, a quel punto, le consegnava ai magistrati referenti o direttamente al procuratore. In ogni caso dopo i fatti esposti nella relazione il Gruppo Sos continuò ad operare autonomamente sempre sotto la supervisione del dottor Laudati». Nulla era cambiato.
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Giovanni Russo avrebbe scritto al suo capo che il finanziere Pasquale Striano andava allontanato dalla Direzione nazionale antimafia.«Procuratore, il problema è questo qua. In un assetto così gerarchizzato ma nello stesso tempo così stretto come la Direzione nazionale antimafia […] tutti i soggetti apicali in qualche modo sono fuori controllo». Giovanni Russo, già procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia, braccio destro di Federico Cafiero De Raho (ora parlamentare pentastellato) lo precisa il 21 maggio 2025 davanti ai magistrati della Procura di Roma titolari dell’inchiesta sulle spiate nelle banche dati investigative ai danni di esponenti del mondo della politica, delle istituzioni e non solo, che ha prodotto 56 capi d’imputazione per le 23 persone indagate. Russo non risparmia «Franco Roberti», poi diventato parlamentare europeo del Pd. Il pm Giuseppe De Falco riassume: «Quindi Roberti, De Raho e poi Melillo (Giovanni, attuale capo della Procura nazionale antimafia, ndr) cambia?». La risposta di Russo: «Melillo in realtà credo che abbia affiancato a Laudati un paio di sostituti. Adesso non glielo so dire questo, tecnicamente. Sicuramente Melillo, accortosi di questa cosa, ha cambiato, anche perché è scoppiata la…». Russo non termina la frase su Antonio Laudati, il magistrato al centro dell’inchiesta insieme con il tenente della Guardia di finanza Pasquale Striano, ma il riferimento va dritto nella direzione del caos causato dalle Segnalazioni di operazioni sospette (Sos) che finivano in atti d’impulso investigativo e che poi finivano sul Domani o alle Procure della Repubblica. È il primo snodo: Russo individua nel tandem Laudati-Striano il cuore del problema e sostiene che quel cortocircuito fosse noto ai vertici. La Verità il 15 novembre 2024, quando la documentazione era ancora parziale, era riuscita a ricostruire i contenuti di una relazione con la quale Russo avrebbe segnalato al capo il cortocircuito, collegandolo direttamente al tenente Striano, del quale chiedeva un allontanamento. Nel verbale davanti ai magistrati romani Russo ha rincarato la dose. Spiegando che, prima ancora di stilare la relazione, aveva preparato un provvedimento che avrebbe dovuto spezzare quel meccanismo.Il provvedimento è datato 6 dicembre 2019 ed è controfirmato da De Raho. È il secondo snodo, che fotografa l’esistenza del problema e la volontà (almeno formale) di affrontarlo.«Durante questo periodo di tempo», aggiunge Russo, «io vedevo ancora cose che non mi piacevano. Ora non me le ricordo ma le ho scritte, e predisposi una relazione che consegnai a Cafiero, dicendo “Guarda, adesso la misura è colma. Ti chiedo formalmente di allontanare Striano“. Lui mi dice “Ma perché?” e gli dico “Te le ho scritte, perché abbiamo fatto il provvedimento a dicembre, non è bastato”». A quel punto De Raho l’avrebbe rassicurato: «“Ci sono queste cose”, lui dice, “ho capito, lascia che lo risolva io, vedo io”». Ma è lo stesso Russo a ricordare: «De Raho è stato sentito e lui nega di aver mai visto questa relazione». Quella relazione, però, esiste, perché, riferisce Russo, «la Dna l’ha mandata a Perugia». La ritrovò Melillo negli scatoloni del trasloco. «Non fu firmata, non fu protocollata», spiega ancora Russo, aggiungendo: «Devo dire la verità, e questo l’ho detto a Cantone (Raffaele, procuratore di Perugia che aveva già sentito Russo, ndr), uscii dalla stanza (di De Raho, ndr) non soddisfatto perché era stato un gesto che mi dispiaceva, quello di andare a chiedere la rimozione di Striano, sapevo che era un collaboratore di Laudati molto apprezzato, molto brillante, eccetera, quindi non era una cosa che uno faceva a cuor leggero, però non mi diede soddisfazione il procuratore nazionale». Ma quando De Raho, ormai parlamentare, viene ascoltato, oppone una linea sistematica: distanza, estraneità, impossibilità. Sulle richieste di approfondimenti: «Io lo escludo al di là del ricordo, che non ricordo, lo escludo». Sulle segnalazioni dell’Ufficio finanziario di Bankitalia non pertinenti: «Noi non avevamo la possibilità di acquisire segnalazioni non pertinenti». E ancora: «Non è mai avvenuto che qualcuno sia venuto a parlarmi di approfondimenti da fare sulle segnalazioni per operazioni sospette». E sugli accessi abusivi: «Sono tutti accessi avvenuti quando io ero già andato via da oltre sei mesi». Il quadro è netto: De Raho sostiene di non aver mai ricevuto sollecitazioni, mai visto relazioni, mai autorizzato approfondimenti anomali. Striano? «Non l’ho mai visto personalmente e non so come sia arrivato alla Dna». Ma c’è ancora un passaggio importante nel verbale di De Raho, col quale l’ex procuratore nazionale antimafia sembra rimandare la palla nel campo del suo aggiunto: «Vi era, nell’ambito delle attività di questo ufficio, il coordinatore Russo, che aveva una sorta di compito di direttive e vigilanza». E subito dopo: «Abbiamo, da un lato, il responsabile Laudati e dall’altro abbiamo il procuratore aggiunto (Russo, ndr), che è il coordinatore del Contrasto patrimoniale (quello dell’area nella quale rientrava il Gruppo Sos, ndr) che deve dare le direttive». Insomma, per De Raho era Russo il magistrato rimasto col cerino in mano. Negli atti raccolti dalla Procura di Perugia e trasmessi a Roma, però, c’è un verbale che contiene delle dichiarazioni che sembrano fissarsi come un chiodo proprio tra le parole di e quelle di De Raho. È il racconto di Gennaro Salese, maresciallo dei carabinieri in servizio alla Dna, coordinatore del Gruppo ricerche. Afferma che Russo gli disse «che De Raho aveva ritenuto di non adottare alcun provvedimento nei confronti di Striano […]». E aggiunge che l’aggiunto «era amareggiato». Non solo. Racconta l’intreccio interno: «Mi disse (Russo, ndr) che, a suo parere, Laudati era intervenuto direttamente parlando con De Raho». E infatti Salese aggiunge che, dopo la relazione redatta da Russo, «il Gruppo Sos continuò ad operare autonomamente». «Posso dire», ha messo a verbale, «che […] era stato adottato un provvedimento con il quale si stabiliva che le stesse modalità di lavoro del Gruppo ricerche dovevano essere estese al Gruppo Sos. ivi compresa la supervisione delle informative da parte mia». Ma ecco la rivelazione: «Di fatto ciò non è mai avvenuto e anzi ricordo che per un certo periodo il personale del Gruppo Sos non firmava le pratiche che sottoponeva direttamente al magistrato referente, ovvero il dottor Laudati il quale, a quel punto, le consegnava ai magistrati referenti o direttamente al procuratore. In ogni caso dopo i fatti esposti nella relazione il Gruppo Sos continuò ad operare autonomamente sempre sotto la supervisione del dottor Laudati». Nulla era cambiato.
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
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Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
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Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
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