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2025-12-02
L’ex vice dell’Antimafia attacca: «Spioni, De Raho fuori controllo»
Federico Cafiero De Raho (Imagoeconomica)
Il pm Giuseppe De Falco riassume: «Quindi Roberti, De Raho e poi Melillo (Giovanni, attuale capo della Procura nazionale antimafia, ndr) cambia?». La risposta di Russo: «Melillo in realtà credo che abbia affiancato a Laudati un paio di sostituti. Adesso non glielo so dire questo, tecnicamente. Sicuramente Melillo, accortosi di questa cosa, ha cambiato, anche perché è scoppiata la…». Russo non termina la frase su Antonio Laudati, il magistrato al centro dell’inchiesta insieme con il tenente della Guardia di finanza Pasquale Striano, ma il riferimento va dritto nella direzione del caos causato dalle Segnalazioni di operazioni sospette (Sos) che finivano in atti d’impulso investigativo e che poi finivano sul Domani o alle Procure della Repubblica. È il primo snodo: Russo individua nel tandem Laudati-Striano il cuore del problema e sostiene che quel cortocircuito fosse noto ai vertici. La Verità il 15 novembre 2024, quando la documentazione era ancora parziale, era riuscita a ricostruire i contenuti di una relazione con la quale Russo avrebbe segnalato al capo il cortocircuito, collegandolo direttamente al tenente Striano, del quale chiedeva un allontanamento. Nel verbale davanti ai magistrati romani Russo ha rincarato la dose. Spiegando che, prima ancora di stilare la relazione, aveva preparato un provvedimento che avrebbe dovuto spezzare quel meccanismo.
Il provvedimento è datato 6 dicembre 2019 ed è controfirmato da De Raho. È il secondo snodo, che fotografa l’esistenza del problema e la volontà (almeno formale) di affrontarlo.
«Durante questo periodo di tempo», aggiunge Russo, «io vedevo ancora cose che non mi piacevano. Ora non me le ricordo ma le ho scritte, e predisposi una relazione che consegnai a Cafiero, dicendo “Guarda, adesso la misura è colma. Ti chiedo formalmente di allontanare Striano“. Lui mi dice “Ma perché?” e gli dico “Te le ho scritte, perché abbiamo fatto il provvedimento a dicembre, non è bastato”». A quel punto De Raho l’avrebbe rassicurato: «“Ci sono queste cose”, lui dice, “ho capito, lascia che lo risolva io, vedo io”». Ma è lo stesso Russo a ricordare: «De Raho è stato sentito e lui nega di aver mai visto questa relazione». Quella relazione, però, esiste, perché, riferisce Russo, «la Dna l’ha mandata a Perugia».
La ritrovò Melillo negli scatoloni del trasloco. «Non fu firmata, non fu protocollata», spiega ancora Russo, aggiungendo: «Devo dire la verità, e questo l’ho detto a Cantone (Raffaele, procuratore di Perugia che aveva già sentito Russo, ndr), uscii dalla stanza (di De Raho, ndr) non soddisfatto perché era stato un gesto che mi dispiaceva, quello di andare a chiedere la rimozione di Striano, sapevo che era un collaboratore di Laudati molto apprezzato, molto brillante, eccetera, quindi non era una cosa che uno faceva a cuor leggero, però non mi diede soddisfazione il procuratore nazionale». Ma quando De Raho, ormai parlamentare, viene ascoltato, oppone una linea sistematica: distanza, estraneità, impossibilità. Sulle richieste di approfondimenti: «Io lo escludo al di là del ricordo, che non ricordo, lo escludo». Sulle segnalazioni dell’Ufficio finanziario di Bankitalia non pertinenti: «Noi non avevamo la possibilità di acquisire segnalazioni non pertinenti». E ancora: «Non è mai avvenuto che qualcuno sia venuto a parlarmi di approfondimenti da fare sulle segnalazioni per operazioni sospette». E sugli accessi abusivi: «Sono tutti accessi avvenuti quando io ero già andato via da oltre sei mesi». Il quadro è netto: De Raho sostiene di non aver mai ricevuto sollecitazioni, mai visto relazioni, mai autorizzato approfondimenti anomali. Striano? «Non l’ho mai visto personalmente e non so come sia arrivato alla Dna». Ma c’è ancora un passaggio importante nel verbale di De Raho, col quale l’ex procuratore nazionale antimafia sembra rimandare la palla nel campo del suo aggiunto: «Vi era, nell’ambito delle attività di questo ufficio, il coordinatore Russo, che aveva una sorta di compito di direttive e vigilanza». E subito dopo: «Abbiamo, da un lato, il responsabile Laudati e dall’altro abbiamo il procuratore aggiunto (Russo, ndr), che è il coordinatore del Contrasto patrimoniale (quello dell’area nella quale rientrava il Gruppo Sos, ndr) che deve dare le direttive».
Insomma, per De Raho era Russo il magistrato rimasto col cerino in mano. Negli atti raccolti dalla Procura di Perugia e trasmessi a Roma, però, c’è un verbale che contiene delle dichiarazioni che sembrano fissarsi come un chiodo proprio tra le parole di e quelle di De Raho. È il racconto di Gennaro Salese, maresciallo dei carabinieri in servizio alla Dna, coordinatore del Gruppo ricerche. Afferma che Russo gli disse «che De Raho aveva ritenuto di non adottare alcun provvedimento nei confronti di Striano […]». E aggiunge che l’aggiunto «era amareggiato». Non solo. Racconta l’intreccio interno: «Mi disse (Russo, ndr) che, a suo parere, Laudati era intervenuto direttamente parlando con De Raho». E infatti Salese aggiunge che, dopo la relazione redatta da Russo, «il Gruppo Sos continuò ad operare autonomamente». «Posso dire», ha messo a verbale, «che […] era stato adottato un provvedimento con il quale si stabiliva che le stesse modalità di lavoro del Gruppo ricerche dovevano essere estese al Gruppo Sos. ivi compresa la supervisione delle informative da parte mia».
Ma ecco la rivelazione: «Di fatto ciò non è mai avvenuto e anzi ricordo che per un certo periodo il personale del Gruppo Sos non firmava le pratiche che sottoponeva direttamente al magistrato referente, ovvero il dottor Laudati il quale, a quel punto, le consegnava ai magistrati referenti o direttamente al procuratore. In ogni caso dopo i fatti esposti nella relazione il Gruppo Sos continuò ad operare autonomamente sempre sotto la supervisione del dottor Laudati». Nulla era cambiato.
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Giovanni Russo avrebbe scritto al suo capo che il finanziere Pasquale Striano andava allontanato dalla Direzione nazionale antimafia.«Procuratore, il problema è questo qua. In un assetto così gerarchizzato ma nello stesso tempo così stretto come la Direzione nazionale antimafia […] tutti i soggetti apicali in qualche modo sono fuori controllo». Giovanni Russo, già procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia, braccio destro di Federico Cafiero De Raho (ora parlamentare pentastellato) lo precisa il 21 maggio 2025 davanti ai magistrati della Procura di Roma titolari dell’inchiesta sulle spiate nelle banche dati investigative ai danni di esponenti del mondo della politica, delle istituzioni e non solo, che ha prodotto 56 capi d’imputazione per le 23 persone indagate. Russo non risparmia «Franco Roberti», poi diventato parlamentare europeo del Pd. Il pm Giuseppe De Falco riassume: «Quindi Roberti, De Raho e poi Melillo (Giovanni, attuale capo della Procura nazionale antimafia, ndr) cambia?». La risposta di Russo: «Melillo in realtà credo che abbia affiancato a Laudati un paio di sostituti. Adesso non glielo so dire questo, tecnicamente. Sicuramente Melillo, accortosi di questa cosa, ha cambiato, anche perché è scoppiata la…». Russo non termina la frase su Antonio Laudati, il magistrato al centro dell’inchiesta insieme con il tenente della Guardia di finanza Pasquale Striano, ma il riferimento va dritto nella direzione del caos causato dalle Segnalazioni di operazioni sospette (Sos) che finivano in atti d’impulso investigativo e che poi finivano sul Domani o alle Procure della Repubblica. È il primo snodo: Russo individua nel tandem Laudati-Striano il cuore del problema e sostiene che quel cortocircuito fosse noto ai vertici. La Verità il 15 novembre 2024, quando la documentazione era ancora parziale, era riuscita a ricostruire i contenuti di una relazione con la quale Russo avrebbe segnalato al capo il cortocircuito, collegandolo direttamente al tenente Striano, del quale chiedeva un allontanamento. Nel verbale davanti ai magistrati romani Russo ha rincarato la dose. Spiegando che, prima ancora di stilare la relazione, aveva preparato un provvedimento che avrebbe dovuto spezzare quel meccanismo.Il provvedimento è datato 6 dicembre 2019 ed è controfirmato da De Raho. È il secondo snodo, che fotografa l’esistenza del problema e la volontà (almeno formale) di affrontarlo.«Durante questo periodo di tempo», aggiunge Russo, «io vedevo ancora cose che non mi piacevano. Ora non me le ricordo ma le ho scritte, e predisposi una relazione che consegnai a Cafiero, dicendo “Guarda, adesso la misura è colma. Ti chiedo formalmente di allontanare Striano“. Lui mi dice “Ma perché?” e gli dico “Te le ho scritte, perché abbiamo fatto il provvedimento a dicembre, non è bastato”». A quel punto De Raho l’avrebbe rassicurato: «“Ci sono queste cose”, lui dice, “ho capito, lascia che lo risolva io, vedo io”». Ma è lo stesso Russo a ricordare: «De Raho è stato sentito e lui nega di aver mai visto questa relazione». Quella relazione, però, esiste, perché, riferisce Russo, «la Dna l’ha mandata a Perugia». La ritrovò Melillo negli scatoloni del trasloco. «Non fu firmata, non fu protocollata», spiega ancora Russo, aggiungendo: «Devo dire la verità, e questo l’ho detto a Cantone (Raffaele, procuratore di Perugia che aveva già sentito Russo, ndr), uscii dalla stanza (di De Raho, ndr) non soddisfatto perché era stato un gesto che mi dispiaceva, quello di andare a chiedere la rimozione di Striano, sapevo che era un collaboratore di Laudati molto apprezzato, molto brillante, eccetera, quindi non era una cosa che uno faceva a cuor leggero, però non mi diede soddisfazione il procuratore nazionale». Ma quando De Raho, ormai parlamentare, viene ascoltato, oppone una linea sistematica: distanza, estraneità, impossibilità. Sulle richieste di approfondimenti: «Io lo escludo al di là del ricordo, che non ricordo, lo escludo». Sulle segnalazioni dell’Ufficio finanziario di Bankitalia non pertinenti: «Noi non avevamo la possibilità di acquisire segnalazioni non pertinenti». E ancora: «Non è mai avvenuto che qualcuno sia venuto a parlarmi di approfondimenti da fare sulle segnalazioni per operazioni sospette». E sugli accessi abusivi: «Sono tutti accessi avvenuti quando io ero già andato via da oltre sei mesi». Il quadro è netto: De Raho sostiene di non aver mai ricevuto sollecitazioni, mai visto relazioni, mai autorizzato approfondimenti anomali. Striano? «Non l’ho mai visto personalmente e non so come sia arrivato alla Dna». Ma c’è ancora un passaggio importante nel verbale di De Raho, col quale l’ex procuratore nazionale antimafia sembra rimandare la palla nel campo del suo aggiunto: «Vi era, nell’ambito delle attività di questo ufficio, il coordinatore Russo, che aveva una sorta di compito di direttive e vigilanza». E subito dopo: «Abbiamo, da un lato, il responsabile Laudati e dall’altro abbiamo il procuratore aggiunto (Russo, ndr), che è il coordinatore del Contrasto patrimoniale (quello dell’area nella quale rientrava il Gruppo Sos, ndr) che deve dare le direttive». Insomma, per De Raho era Russo il magistrato rimasto col cerino in mano. Negli atti raccolti dalla Procura di Perugia e trasmessi a Roma, però, c’è un verbale che contiene delle dichiarazioni che sembrano fissarsi come un chiodo proprio tra le parole di e quelle di De Raho. È il racconto di Gennaro Salese, maresciallo dei carabinieri in servizio alla Dna, coordinatore del Gruppo ricerche. Afferma che Russo gli disse «che De Raho aveva ritenuto di non adottare alcun provvedimento nei confronti di Striano […]». E aggiunge che l’aggiunto «era amareggiato». Non solo. Racconta l’intreccio interno: «Mi disse (Russo, ndr) che, a suo parere, Laudati era intervenuto direttamente parlando con De Raho». E infatti Salese aggiunge che, dopo la relazione redatta da Russo, «il Gruppo Sos continuò ad operare autonomamente». «Posso dire», ha messo a verbale, «che […] era stato adottato un provvedimento con il quale si stabiliva che le stesse modalità di lavoro del Gruppo ricerche dovevano essere estese al Gruppo Sos. ivi compresa la supervisione delle informative da parte mia». Ma ecco la rivelazione: «Di fatto ciò non è mai avvenuto e anzi ricordo che per un certo periodo il personale del Gruppo Sos non firmava le pratiche che sottoponeva direttamente al magistrato referente, ovvero il dottor Laudati il quale, a quel punto, le consegnava ai magistrati referenti o direttamente al procuratore. In ogni caso dopo i fatti esposti nella relazione il Gruppo Sos continuò ad operare autonomamente sempre sotto la supervisione del dottor Laudati». Nulla era cambiato.
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Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia cerca sempre di dare un aiuto». E Poi: «Giorgia è un’ottima leader ed è una mia amica». Le dichiarazioni che Donald Trump ha rilasciato al Corriere della Sera a sostegno del presidente del Consiglio Giorgia Meloni hanno provocato moltissime proteste da parte dell’opposizione.«L’Italia non è parte del conflitto, non intende essere parte del conflitto. Noi ci stiamo limitando a rafforzare la nostra presenza nei Paesi del Golfo che sono stati attaccati dall’Iran con missili, con droni, ma solo a scopo difensivo». La risposta di Meloni a chi accusa l’esecutivo di essere entrato in guerra arriva su Rete 4 in un’intervista rilasciata a Mario Giordano, nella puntata di ieri di Fuori dal coro. «Una decisione che nasce dal bisogno che noi abbiamo di proteggere le decine di migliaia di italiani che sono presenti nell’area, oltre che i nostri contingenti militari», ha puntualizzato il premier, spiegando che «noi abbiamo circa 2.000 soldati dislocati in quella regione. Dopodiché quelle sono anche nazioni con le quali noi abbiamo sicuramente ottimi rapporti, ma che sono anche vitali per i nostri interessi energetici». E poi ha ribadito: «Però non intendiamo entrare in guerra e non ci entreremo».
Sulle parole del presidente degli Stati Uniti era già intervenuto anche il ministro degli Interni Antonio Tajani. «Quella del presidente Donald Trump al Corriere della sera è una dichiarazione più politica e non credo che ci sia nulla da chiarire». E poi sulle contestazioni arrivate da Pd, Avs e Movimento 5 stelle ha detto: «Le opposizioni fanno la loro parte, mi pare che adesso in questo momento non ci sia nulla da commentare», ha spiegato. «Tutto quello che si sta facendo si è fatto, si farà, è stato detto in Parlamento, quindi, non c’è null’altro per quanto mi riguarda da aggiungere».
Sulla guerra, Meloni da Giordano ha insistito: «La guerra ovviamente non piace a nessuno e nessuno sottovaluta i rischi e le difficoltà che ne seguono, però neanche l’alternativa è rassicurante. Che è la ragione per cui noi ci siamo spesi moltissimo per arrivare a un accordo sul nucleare iraniano, cioè per avere certezza che l’Iran rinuncia all’atomica, che però sono falliti. E quindi adesso, secondo me, la priorità è capire se ci siano i margini per riprendere quei negoziati. E se ci fossero, ovviamente l’Italia intende lavorare su questo, cioè al ritorno della diplomazia».
Sull’Iran, poi, attacca le opposizioni che accusa di fare «propaganda spicciola» e si chiede «se davvero sia questo il momento». Anche perché «noi dobbiamo fare i conti con un quadro nel quale sono oggettivamente saltate le regole del diritto internazionale».
La guerra preoccupa anche per le possibili conseguenze a livello di terrorismo ma Meloni ha rassicurato: «Non ci sono particolari allarmi in questo momento, ma sicuramente noi, a scopo di prevenzione, siamo mobilitatissimi», anche perché, ha spiegato, «il Comitato antiterrorismo e il Comitato nazionale difesa e sicurezza, sono praticamente convocati a oltranza». Guerra, terrorismo e rincaro dei prezzi inevitabile. Questo preoccupa le persone e il premier ha consigliato «prudenza» a chi specula «perché non escludo di aumentare le tasse a quelle aziende che si dovessero rendere responsabili della speculazione e dell’aumento dei prezzi». Sui rincari della benzina ha detto che intende valutare «di attivare le cosiddette accise mobili, un meccanismo che esiste dal 2008 e che noi abbiamo reso più efficace con il nostro provvedimento sui carburanti nel 2023», perché «se i prezzi dovessero aumentare in modo stabile, questo meccanismo consentirebbe di utilizzare la parte di maggiore Iva che arriva dall’aumento per calmierare i prezzi riducendo le accise».
Inevitabile un passaggio sul referendum a poco meno di due settimane dal voto: «Se non partiamo dalla base, non possiamo risolvere i problemi. Sono convinta che la riforma della giustizia interviene anche su materie come immigrazione e sicurezza». Meloni, infatti, ha ricordato che questi due temi viaggiano su tre livelli: le leggi «messe a disposizione» anche dal governo, il lavoro delle forze dell’ordine e la «magistratura che fa rispettare le leggi». «Se uno dei tre livelli non funziona il meccanismo si inceppa e io conosco moltissimi casi nei quali il meccanismo si è inceppato», ha spiegato Meloni, citando le «devastazioni dei centri sociali a Roma e a Torino, dove non c’è stato alcun seguito giudiziario e addirittura i giudici hanno annullato il Daspo fatto agli antagonisti».
Sull’immigrazione ha ricordato «le continue interpretazioni forzate delle norme per impedirci di governare il fenomeno dell’immigrazione». Infine, un appello per il Sì al referendum del 22 e del 23 marzo: «Non avremo altre occasioni» di riformare la giustizia. «Se vogliamo far camminare questa nazione, dobbiamo avere il coraggio di modernizzarla. Di cambiare quello che non funziona».
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Il tribunale dei minori de L'Aquila (Ansa)
I toni utilizzati nell’ordinanza sono durissimi, puntano a descrivere la donna come ostile e fanatica. Sembra quasi che lo scopo di certe affermazioni sia quello di gettare zizzania fra i genitori e, forse, non è un caso che da un paio di giorni circolino sui giornali strane ricostruzioni riguardanti presunte liti fra i coniugi o addirittura un possibile affidamento esclusivo dei bambini al padre. Di fronte a tutto ciò è davvero difficile pensare che il tribunale possa rivedere le sue posizioni o riconsiderare i suoi provvedimenti senza qualche tipo di pressione esterna.
Una pressione che può arrivare soltanto dall’opinione pubblica e, appunto, dalla politica. E per fortuna sembra che qualcosa di importante abbia iniziato a muoversi. Parlando con La Verità, Matteo Salvini sembra cogliere il diffusissimo malumore popolare che da settimane monta attorno a questa vicenda. «Prima hanno portato via tre bambini e una mamma alla loro casa, lasciando solo il papà, adesso dividono i bambini dalla madre. Qui mi sembra si stia esagerando. Molti esperti, a partire dall’Autorità garante per l’infanzia, oltre che grandissima parte dell’opinione pubblica, fanno enorme fatica a comprendere l’accanimento verso una famiglia che certamente non contemplava violenze o abusi», dice il leader leghista. Che coglie il punto della questione: «È come se i magistrati non volessero ammettere errori o forzature. Ci auguriamo vivamente non sia così: il loro ruolo non può e non deve contemplare reazioni arroganti o permalose, e qui c’è in gioco il destino di una famiglia».
La sensazione, molto concreta, è che da settimane il tribunale aquilano e le varie istituzioni coinvolte nel caso della famiglia nel bosco si siano irrigidite su posizioni auto difensive, anche a costo di far passare in secondo piano il benessere dei bambini Trevallion. «Anziché trovare una soluzione, è evidente che questa vicenda si stia addirittura complicando», continua Salvini. «E trovo insopportabile l’ipocrisia di chi prova a difendere queste scelte che appaiono sproporzionate e irragionevoli, quando ci sono migliaia di casi in Italia di famiglie rom che vivono in condizioni igienico sanitarie ben peggiori, senza scolarizzazione e in un ambiente troppo spesso caratterizzato da violenze e illegalità. Ma per i rom i giudici e gli assistenti sociali sembrano meno solerti. La magistratura spero sia equilibrata: va bene che il referendum sulla giustizia potrà spazzare via le correnti e un sistema di potere che non funziona e non fa bene alla democrazia, ma conto che queste ansie non ricadano su tre bambini innocenti e sui loro genitori». Il leader della Lega ha deciso di prendere di petto la questione. «Sono determinato a chiedere, già nelle prossime ore, un incontro al Garante dell’infanzia nazionale e a quello della regione Abruzzo», annuncia. «Altro che festa della donna e festa della mamma, qui ci sono persone senza cuore e senza anima che fanno soffrire mamme e bambini».
Salvini fa sapere anche, tramite nota della Lega, di essere intenzionato a scendere in Abruzzo con l’obiettivo di «fare tutto il possibile perché i bimbi, dopo mesi di allontanamento forzato dalla loro casa e dai loro genitori, vengano dissequestrati e la famiglia possa tornare a vivere insieme».
Ieri sera sulla vicenda è intervenuta anche Giorgia Meloni, in una lunga intervista concessa a Mario Giordano a Fuori dal coro. «A me il caso della famiglia nel bosco lascia senza parole», ha detto il presidente del Consiglio. «Si era deciso di affidare ai servizi sociali questi tre bambini che vivano con i genitori nella natura, ma almeno stavano con la madre. Adesso si è deciso di allontanare la madre dalla struttura protetta. E penso che questa non sia una decisione che fa stare meglio questi bambini. Penso, anzi, che infligga loro un altro pesantissimo trauma. E noi dobbiamo assistere inermi a queste decisioni che sono secondo me figlie anche di letture ideologiche. Lo Stato», ha ribadito Meloni, «non ti può togliere i figli perché non condivide il tuo stile di vita, tra l’altro quando nulla si dice a chi i figli li fa vivere nel degrado - penso ai campi rom - o li manda ad accattonare o a rubare. E nessuno può fare nulla». Al di là della valutazione sulla vicenda, però, il presidente del Consiglio ha dato una notizia importante: ha annunciato che «il ministro Nordio sta mandando una ispezione» al tribunale dell’Aquila. A quanto pare, dunque, verrà finalmente preso un provvedimento molto atteso da quanti, in queste settimane, hanno assistito con sgomento alle decisioni dei giudici riguardo ai Trevallion. La politica, dunque, offre l’ultima speranza: la visita di Salvini, l’ispezione che Nordio sta approntando. Vedremo se serviranno a riportare un minimo di buonsenso tra le istituzioni abruzzesi.
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