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2023-05-10
Il Pd apre al modello tedesco e il M5s si sfila
Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
Stavolta potrebbe non essere un fuoco di paglia. Se è vero che ogni inizio di legislatura ha vissuto, negli ultimi 35 anni, un momento che sembrava propizio alle riforme e che poi è rapidamente svanito, è altrettanto vero che stavolta ci sono delle novità oggettive che inducono all’ottimismo. A partire dalla cornice scelta dal premier, Giorgia Meloni, per gli incontri con l’opposizione e per le relative dichiarazioni alla stampa: la biblioteca del presidente e la Sala della Regina di Montecitorio (dove sono stati sistemati i giornalisti) che richiamano la solennità delle consultazioni per la formazione del governo. Poi c’è il metodo, col tentativo del governo di non partire da una proposta preconfezionata ma di arrivare a un testo quanto più condiviso possibile da parte di quello che una volta si sarebbe chiamato «arco costituzionale».
Ma è proprio sul merito delle ricette proposte dalle varie forze politiche, che hanno sfilato ieri alla Camera per tutta la giornata, che sta la complessità della questione. Tra distinguo (anche all’interno della maggioranza) paletti e veti camuffati, è difficile discernere la reale volontà di qualcuno (vedi l’accoppiata Pd-M5s) di lavorare per un accordo da quella di buttare la palla in tribuna. Non ignorando il rischio ostruzionismo da parte dei giallorossi, il premier anche ieri - prima e durante gli incontri - ha tenuto a ribadire la propria apertura su più di una soluzione che garantisca maggiore stabilità dei governi e rappresentanza dei cittadini, purché non ci siano «intenti dilatori».
Nel perimetro del centrodestra, come detto, per ora non c’è piena identità di vedute, e lo ha fatto notare in modo chiaro il capogruppo alla Camera della Lega, Riccardo Molinari, commentando le indiscrezioni secondo cui Palazzo Chigi stia spingendo per il premierato, in luogo del presidenzialismo, cosa che potrebbe raccogliere maggiori adesioni nel campo dell’opposizione ma che evidentemente va verificata dentro la maggioranza: «Nel programma del centrodestra», ha detto Molinari, «c’era l’elezione diretta del presidente della Repubblica e quindi quello è l’accordo che c’è. Se il premier Meloni vuol proporre altro, la Lega chiede garanzie per il ruolo del Parlamento». Se a ciò si aggiunge il fatto che il leader del Carroccio, Matteo Salvini, ha sottolineato attraverso un’apposita «velina» il proprio impegno per essere presente nella delegazione governativa agli incontri, si intuisce che la partita delle riforme si sta giocando anche nel campo della maggioranza.
Dall’altra parte, tra i maggiori indiziati per una possibile strategia ostruzionistica c’è sicuramente Giuseppe Conte, che è stato il primo ad essere incontrato da Meloni. Nel merito, Conte ha dichiarato la propria contrarietà sia al presidenzialismo che al premierato, mentre nel metodo ha indicato una via che non brilla per snellezza: «Siamo disponibili», ha detto Conte, «al dialogo in una commissione parlamentare costituita ad hoc». Il presidente del M5s ha poi consegnato al premier «undici proposte specifiche, volte a evitare cambi di casacca, a promuovere anche una maggiore partecipazione dei cittadini grazie al rafforzamento degli istituti referendari propositivi». La segretaria dem, Elly Schlein, che è stata l’ultima a confrontarsi con Meloni, ha premesso che per lei le riforme non sono la priorità e come previsto ha opposto un fermo «niet» al presidenzialismo. Poi è entrata più nello specifico rispetto al suo compagno d’opposizione, partendo dalla legge elettorale e prospettando un modello «alla tedesca» con la sfiducia costruttiva: «Per prima cosa», ha detto, «dobbiamo cambiare questa legge elettorale e poi per rafforzare la stabilità ed evitare crisi al buio, guardiamo al modello tedesco e si può ragionare della sfiducia costruttiva ad esempio». Quanto allo strumento legislativo, per Schlein «saranno loro a stabilirlo», ma «sarebbe difficile discutere di riforme costituzionali impegnative se loro continuassero ad andare dritti su alcune riforme altrettanto importanti a cui noi siamo contrari come l’autonomia differenziata».
Più morbidi e dialoganti, come si attendeva, gli esponenti del Terzo polo, la cui delegazione - dopo il burrascoso divorzio tra Azione e Iv - si è presentata «bicefala» con relative doppie dichiarazioni di Carlo Calenda e Maria Elena Boschi. Relativamente pochi i paletti posti da Calenda al premier: ok al premierato anche se «modello sindaco d’Italia» (il che presuppone una preferenza per il doppio turno alla francese, che comunque è nel novero delle opzioni offerte dal governo) no al presidenzialismo per non inficiare il ruolo super partes del capo dello Stato. Sia Calenda che Boschi hanno insistito sulla necessità di superare l’attuale bicameralismo paritario, e in particolare l’ex ministro dello Sviluppo economico ha voluto mettere in evidenza sia la propria disponibilità che quella del presidente del Consiglio, definita «in ascolto e aperta al dialogo».
A completare il quadro, +Europa e l’Alleanza Verdi-Sinistra: il partito di Riccardo Magi ha chiesto una Bicamerale per le riforme basata su un principio strettamente proporzionale, mentre Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli hanno respinto al mittente tutte le ipotesi sul tavolo chiamando a raccolta le opposizioni per una grande Union Sacrée a difesa della Costituzione.
La Meloni tiene vivo il dialogo
Nessuna preclusione, nessun aut aut, soddisfazione per la partecipazione di tutte le forze politiche di opposizione al confronto: fonti di governo presenti agli incontri di ieri segnalano alla Verità che la giornata dedicata ai colloqui tra il premier, Giorgia Meloni, e le delegazioni delle minoranze sul tema delle riforme è stata dedicata «innanzitutto all’ascolto». Non solo: al di là della questione della leadership, quella che attira di più l’interesse degli addetti ai lavori, ieri al tavolo si sono affrontati praticamente tutti i temi legati alla prospettiva di una riforma dell’architettura istituzionale del nostro Paese. «L’approccio che noi sosteniamo», ci viene spiegato, «è quello dell’ascolto, e negli incontri sono stati per lo più i nostri interlocutori a parlare e a esprimere le loro posizioni, che tra l’altro non sono omogenee. La cosa importante è che si è discusso di tutto: del bicameralismo, dei meccanismi per garantire la stabilità delle legislature, e quindi del vincolo di mandato, dei rapporti tra Stato centrale e autonomie. In sostanza, si punta a riformare l’architettura istituzionale nel suo complesso».
La maggioranza di centrodestra non ha preclusioni sulla prospettiva di mantenere al vertice della Repubblica un capo dello Stato che abbia un ruolo di garanzia e che faccia da contrappeso, eventualmente, a un premier eletto direttamente dal popolo e con più poteri: «Né da parte della maggioranza né del presidente Meloni», aggiunge il nostro interlocutore, «c’è alcuna preclusione sul mantenimento dell’elezione del presidente della Repubblica da parte delle Camere. Siamo all’inizio di un confronto».
Le ipotesi in campo, per quel che riguarda la leadership, sono tre: il presidenzialismo doc, con l’elezione diretta del presidente della Repubblica, che ha anche le funzioni di capo del governo; il semipresidenzialismo alla francese, con il capo dello Stato eletto direttamente dai cittadini che nomina il primo ministro; e infine il premierato, con il presidente del Consiglio che viene eletto direttamente dal popolo e un presidente della Repubblica che invece viene eletto dal Parlamento e mantiene un ruolo di garanzia. In questo ultimo caso, le funzioni del premier verrebbero però rafforzate, a partire dall’attribuzione del potere di nomina e di revoca dei ministri.
«Nella normale dinamica democratica», ha sottolineato la Meloni prima di iniziare le consultazioni, «quando si affrontano temi che sono di interesse della Repubblica lo si deve fare con il cuore aperto, dopodiché sono scelte che si devono fare da entrambe le parti». Ho sentito dire in questa interlocuzione: voi volete rafforzare il governo ma avete già la maggioranza», ha detto la Meloni alla segretaria del Pd, Elly Schlein, nel corso della consultazione, «guardate questa non è una riforma che stiamo facendo per noi stessi: se dovesse andare bene, se dovesse andare in porto, se dovesse superare le sue articolate fasi, passare il referendum, è per entrare forse in vigore nella prossima legislatura. Forse».
«Sapete che nel nostro programma», dice la Meloni al termine delle consultazioni, «ci sono le riforme istituzionali, per garantire la stabilità dei governi e delle legislature e il rispetto della volontà degli elettori. Non abbiamo proposto una nostra soluzione preconfezionata, ma cerchiamo una convergenza ampia. La giornata di dialogo è stata proficua: il nostro obiettivo è, fermo restando l’impegno preso con i cittadini, di garantire una democrazia più matura, eliminando i problemi di instabilità, e sulla base delle posizioni che sono state espresse dalle opposizioni, molto variegate tra loro, elaboreremo una nostra proposta. Non siamo innamorati di un sistema nello specifico, non ci siamo presentati con una nostra proposta perché riteniamo importante dialogare con tutte le forze politiche. Il dialogo è stato aperto», aggiunge il premier, «franco e collaborativo, e ringrazio di questo le forze politiche che hanno partecipato. È molto importante ottenere una condivisione più ampia possibile, ma non a costo di non mantenere l’impegno preso con i cittadini».
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Opposizione divisa alle consultazioni con l’esecutivo. Giuseppe Conte: «Ci vuole una commissione». Elly Schlein: «Sì alla sfiducia costruttiva». Mentre il Terzo polo dà credito al centrodestra. Anche la Lega pone delle condizioni: «Chiediamo garanzie per il Parlamento».Il capo del governo incassa l’apertura dei dem: «Non abbiamo un modello predefinito». Sul tavolo presidenzialismo, semipresidenzialismo e premierato. Ma pure l’autonomia.Lo speciale contiene due articoli.Stavolta potrebbe non essere un fuoco di paglia. Se è vero che ogni inizio di legislatura ha vissuto, negli ultimi 35 anni, un momento che sembrava propizio alle riforme e che poi è rapidamente svanito, è altrettanto vero che stavolta ci sono delle novità oggettive che inducono all’ottimismo. A partire dalla cornice scelta dal premier, Giorgia Meloni, per gli incontri con l’opposizione e per le relative dichiarazioni alla stampa: la biblioteca del presidente e la Sala della Regina di Montecitorio (dove sono stati sistemati i giornalisti) che richiamano la solennità delle consultazioni per la formazione del governo. Poi c’è il metodo, col tentativo del governo di non partire da una proposta preconfezionata ma di arrivare a un testo quanto più condiviso possibile da parte di quello che una volta si sarebbe chiamato «arco costituzionale». Ma è proprio sul merito delle ricette proposte dalle varie forze politiche, che hanno sfilato ieri alla Camera per tutta la giornata, che sta la complessità della questione. Tra distinguo (anche all’interno della maggioranza) paletti e veti camuffati, è difficile discernere la reale volontà di qualcuno (vedi l’accoppiata Pd-M5s) di lavorare per un accordo da quella di buttare la palla in tribuna. Non ignorando il rischio ostruzionismo da parte dei giallorossi, il premier anche ieri - prima e durante gli incontri - ha tenuto a ribadire la propria apertura su più di una soluzione che garantisca maggiore stabilità dei governi e rappresentanza dei cittadini, purché non ci siano «intenti dilatori». Nel perimetro del centrodestra, come detto, per ora non c’è piena identità di vedute, e lo ha fatto notare in modo chiaro il capogruppo alla Camera della Lega, Riccardo Molinari, commentando le indiscrezioni secondo cui Palazzo Chigi stia spingendo per il premierato, in luogo del presidenzialismo, cosa che potrebbe raccogliere maggiori adesioni nel campo dell’opposizione ma che evidentemente va verificata dentro la maggioranza: «Nel programma del centrodestra», ha detto Molinari, «c’era l’elezione diretta del presidente della Repubblica e quindi quello è l’accordo che c’è. Se il premier Meloni vuol proporre altro, la Lega chiede garanzie per il ruolo del Parlamento». Se a ciò si aggiunge il fatto che il leader del Carroccio, Matteo Salvini, ha sottolineato attraverso un’apposita «velina» il proprio impegno per essere presente nella delegazione governativa agli incontri, si intuisce che la partita delle riforme si sta giocando anche nel campo della maggioranza. Dall’altra parte, tra i maggiori indiziati per una possibile strategia ostruzionistica c’è sicuramente Giuseppe Conte, che è stato il primo ad essere incontrato da Meloni. Nel merito, Conte ha dichiarato la propria contrarietà sia al presidenzialismo che al premierato, mentre nel metodo ha indicato una via che non brilla per snellezza: «Siamo disponibili», ha detto Conte, «al dialogo in una commissione parlamentare costituita ad hoc». Il presidente del M5s ha poi consegnato al premier «undici proposte specifiche, volte a evitare cambi di casacca, a promuovere anche una maggiore partecipazione dei cittadini grazie al rafforzamento degli istituti referendari propositivi». La segretaria dem, Elly Schlein, che è stata l’ultima a confrontarsi con Meloni, ha premesso che per lei le riforme non sono la priorità e come previsto ha opposto un fermo «niet» al presidenzialismo. Poi è entrata più nello specifico rispetto al suo compagno d’opposizione, partendo dalla legge elettorale e prospettando un modello «alla tedesca» con la sfiducia costruttiva: «Per prima cosa», ha detto, «dobbiamo cambiare questa legge elettorale e poi per rafforzare la stabilità ed evitare crisi al buio, guardiamo al modello tedesco e si può ragionare della sfiducia costruttiva ad esempio». Quanto allo strumento legislativo, per Schlein «saranno loro a stabilirlo», ma «sarebbe difficile discutere di riforme costituzionali impegnative se loro continuassero ad andare dritti su alcune riforme altrettanto importanti a cui noi siamo contrari come l’autonomia differenziata».Più morbidi e dialoganti, come si attendeva, gli esponenti del Terzo polo, la cui delegazione - dopo il burrascoso divorzio tra Azione e Iv - si è presentata «bicefala» con relative doppie dichiarazioni di Carlo Calenda e Maria Elena Boschi. Relativamente pochi i paletti posti da Calenda al premier: ok al premierato anche se «modello sindaco d’Italia» (il che presuppone una preferenza per il doppio turno alla francese, che comunque è nel novero delle opzioni offerte dal governo) no al presidenzialismo per non inficiare il ruolo super partes del capo dello Stato. Sia Calenda che Boschi hanno insistito sulla necessità di superare l’attuale bicameralismo paritario, e in particolare l’ex ministro dello Sviluppo economico ha voluto mettere in evidenza sia la propria disponibilità che quella del presidente del Consiglio, definita «in ascolto e aperta al dialogo». A completare il quadro, +Europa e l’Alleanza Verdi-Sinistra: il partito di Riccardo Magi ha chiesto una Bicamerale per le riforme basata su un principio strettamente proporzionale, mentre Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli hanno respinto al mittente tutte le ipotesi sul tavolo chiamando a raccolta le opposizioni per una grande Union Sacrée a difesa della Costituzione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/consultazioni-governo-meloni-2659987630.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-meloni-tiene-vivo-il-dialogo" data-post-id="2659987630" data-published-at="1683667779" data-use-pagination="False"> La Meloni tiene vivo il dialogo Nessuna preclusione, nessun aut aut, soddisfazione per la partecipazione di tutte le forze politiche di opposizione al confronto: fonti di governo presenti agli incontri di ieri segnalano alla Verità che la giornata dedicata ai colloqui tra il premier, Giorgia Meloni, e le delegazioni delle minoranze sul tema delle riforme è stata dedicata «innanzitutto all’ascolto». Non solo: al di là della questione della leadership, quella che attira di più l’interesse degli addetti ai lavori, ieri al tavolo si sono affrontati praticamente tutti i temi legati alla prospettiva di una riforma dell’architettura istituzionale del nostro Paese. «L’approccio che noi sosteniamo», ci viene spiegato, «è quello dell’ascolto, e negli incontri sono stati per lo più i nostri interlocutori a parlare e a esprimere le loro posizioni, che tra l’altro non sono omogenee. La cosa importante è che si è discusso di tutto: del bicameralismo, dei meccanismi per garantire la stabilità delle legislature, e quindi del vincolo di mandato, dei rapporti tra Stato centrale e autonomie. In sostanza, si punta a riformare l’architettura istituzionale nel suo complesso». La maggioranza di centrodestra non ha preclusioni sulla prospettiva di mantenere al vertice della Repubblica un capo dello Stato che abbia un ruolo di garanzia e che faccia da contrappeso, eventualmente, a un premier eletto direttamente dal popolo e con più poteri: «Né da parte della maggioranza né del presidente Meloni», aggiunge il nostro interlocutore, «c’è alcuna preclusione sul mantenimento dell’elezione del presidente della Repubblica da parte delle Camere. Siamo all’inizio di un confronto». Le ipotesi in campo, per quel che riguarda la leadership, sono tre: il presidenzialismo doc, con l’elezione diretta del presidente della Repubblica, che ha anche le funzioni di capo del governo; il semipresidenzialismo alla francese, con il capo dello Stato eletto direttamente dai cittadini che nomina il primo ministro; e infine il premierato, con il presidente del Consiglio che viene eletto direttamente dal popolo e un presidente della Repubblica che invece viene eletto dal Parlamento e mantiene un ruolo di garanzia. In questo ultimo caso, le funzioni del premier verrebbero però rafforzate, a partire dall’attribuzione del potere di nomina e di revoca dei ministri. «Nella normale dinamica democratica», ha sottolineato la Meloni prima di iniziare le consultazioni, «quando si affrontano temi che sono di interesse della Repubblica lo si deve fare con il cuore aperto, dopodiché sono scelte che si devono fare da entrambe le parti». Ho sentito dire in questa interlocuzione: voi volete rafforzare il governo ma avete già la maggioranza», ha detto la Meloni alla segretaria del Pd, Elly Schlein, nel corso della consultazione, «guardate questa non è una riforma che stiamo facendo per noi stessi: se dovesse andare bene, se dovesse andare in porto, se dovesse superare le sue articolate fasi, passare il referendum, è per entrare forse in vigore nella prossima legislatura. Forse». «Sapete che nel nostro programma», dice la Meloni al termine delle consultazioni, «ci sono le riforme istituzionali, per garantire la stabilità dei governi e delle legislature e il rispetto della volontà degli elettori. Non abbiamo proposto una nostra soluzione preconfezionata, ma cerchiamo una convergenza ampia. La giornata di dialogo è stata proficua: il nostro obiettivo è, fermo restando l’impegno preso con i cittadini, di garantire una democrazia più matura, eliminando i problemi di instabilità, e sulla base delle posizioni che sono state espresse dalle opposizioni, molto variegate tra loro, elaboreremo una nostra proposta. Non siamo innamorati di un sistema nello specifico, non ci siamo presentati con una nostra proposta perché riteniamo importante dialogare con tutte le forze politiche. Il dialogo è stato aperto», aggiunge il premier, «franco e collaborativo, e ringrazio di questo le forze politiche che hanno partecipato. È molto importante ottenere una condivisione più ampia possibile, ma non a costo di non mantenere l’impegno preso con i cittadini».
Persone guardano i loro telefoni per strada durante un'interruzione di corrente a L'Avana (Ansa)
Ci stanno pensando i cubani, in effetti, a protestare per le strade inneggiando alla libertà e urlando «abbasso il comunismo», dopo il crollo quasi totale del National electric system (Sen) mercoledì scorso, che ha lasciato gran parte del Paese senza elettricità. La disconnessione dell’impianto di Guiteras, il più grande di Cuba, ha innescato una reazione a catena che ha destabilizzato la rete elettrica nazionale che, sebbene gradualmente ripristinata, continua a funzionare a singhiozzo: le interruzioni di corrente superano le 20 ore al giorno e interessano abitazioni private, approvvigionamento idrico, trasporti e conservazione degli alimenti.
La crisi energetica è dovuta a una combinazione di fattori strutturali: centrali termoelettriche vetuste e malfunzionanti, scarsa manutenzione, carenza di carburante. Il sistema elettrico cubano è in agonia, non essendo in grado di fornire quotidianamente più di 1.500/1.600 megawatt. Il colpo finale lo ha dato la pressione esercitata dagli Stati Uniti sui Paesi e sulle società che forniscono carburante al regime, dopo la cattura di Nicolás Maduro che per anni ne aveva garantito la sopravvivenza.
Il 29 gennaio, Trump ha firmato un ordine esecutivo che definisce il governo cubano una «minaccia straordinaria» alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, misura che consente sanzioni economiche volte a limitare la fornitura di petrolio all’isola. Allo stesso tempo, i membri del Congresso cubano-americani e gli attivisti esiliati insistono sulla pressione interna ed esterna e stanno esortando i cubani a protestare per accelerare il crollo del regime.
«Non hanno soldi. Non hanno più niente in questo momento», ha detto Trump ai giornalisti, «abbiamo tagliato tutto il petrolio, tutto il denaro, tutto ciò che arrivava dal Venezuela». È da gennaio, inoltre, che l’amministrazione Trump è alla ricerca di alti funzionari del governo cubano che possano favorire il crollo del regime comunista «entro la fine dell’anno», forti del fatto che l’economia di Cuba è vicina al collasso e che il governo non è mai stato così fragile dopo aver perso l’appoggio vitale di Maduro. Dall’altra sponda del mar dei Caraibi, il procuratore federale della Florida Jason Reding Quinones ha creato un gruppo di lavoro che include funzionari del dipartimento del Tesoro, dell’Fbi e della Dea per raccogliere prove per mettere in piedi procedimenti penali contro i leader del governo cubano e del Partito comunista per potenziali crimini legati a droghe, immigrazione e altre violazioni: lo stesso fratello di Fidel Castro, Raul, 94 anni, è stato recentemente incriminato dal dipartimento di Giustizia Usa per il suo coinvolgimento diretto nell’abbattimento di due aerei civili nientemeno che nel 1996.
Dopo l’arresto di Maduro e l’insediamento a capo del Paese della sua più flessibile vicepresidente, Delcy Rodriguez - operazione lampo che ha consentito la deposizione di un leader ostile assicurando agli Usa l’accesso a vaste riserve petrolifere senza spargimento di sangue americano - ora l’amministrazione Trump è alla ricerca del/della «Delcy of Cuba».
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Siamo d’accordissimo: la festa della donna non si celebra solo l’8 marzo. Si dovrebbe aggiungere che la donna è di per sé una festa, ma noi ci adeguiamo un po’ alla moda della consuetudine: mimose e promesse di rispetto che invece deve diventare codice quotidiano! Per darvi un’idea sfiziosa e veloce che serve a portare a tavola un omaggio alla femminilità ecco questo appetizer che può essere un’ottima entrata, un compagno dell’aperitivo, un felice intermezzo.
Ingredienti – 4 uova XXL, 120 gr di tonno sott’olio peso sgocciolato, un cucchiaio di capperi sotto sale, due filetti di acciughe, 70 gr di maionese già fatta, un ciuffo di prezzemolo.
Procedimento – Mettete a lessare le uova partendo da acqua fredda, dalla presa del bollore cuocete per 8 minuti. Dissalate bene i capperi. Nel frattempo fate un trito finissimo di prezzemolo, capperi e acciughe. Sgocciolate bene il tonno. Quando le uova sono a punto, freddatele, sgusciatele e con l’aiuto di un coltello ben affilato e bagnato dividetele a metà per la lunghezza. Estraete i tuorli e raccoglieteli in una ciottola dove li sbriciolerete con le mani. In un'altra ciotola unite tonno, maionese e battuto di prezzemolo acciughe e capperi con un’esigua parte dei rossi d’uovo sbriciolati. Mescolate bene e poi riempite con questo composto le metà delle uova che sistemerete nel vassoio di portata cospargendole poi con i rossi d’uovo sbriciolati che vi daranno uno scenografico effetto mimosa.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di amalgamare tutti gli ingredienti per la farcitura delle uova.
Abbinamento – Per la sua solarità abbiamo scelto dalla Sicilia un Grillo spumante metodo Martinotti. Per esaltare la territorialità scegliete spumanti da vitigni autoctoni: una Passerina, un Bellone, un Durello, un Torbato. S’intende che vanno benissimo tutti i Prosecco. Abbinate comunque spumanti di non eccessiva struttura.
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Il ministro della Difesa Guido Crosetto e il ministro degli Esteri Antonio Tajani durante le comunicazioni del governo sulla crisi in Iran (Ansa)
«Noi lavoriamo, per quanto possibile, all’obiettivo di ridurre le tensioni e verificare se vi sia ancora una possibilità di riprendere i negoziati», ha proseguito, sottolineando di essersi confrontata con Friedrich Merz, Emmanuel Macron e Keir Starmer per evitare «un’ulteriore escalation». Tutto questo, mentre Guido Crosetto ha convocato una riunione d’emergenza con i vertici militari e i rappresentanti dell’industria delle armi per «rafforzare le difese».
Nel frattempo, Donald Trump continua ad aumentare la pressione militare sull’Iran. «Oggi l’Iran sarà colpito duramente!», ha tuonato ieri su Truth. «A causa del cattivo comportamento dell’Iran, sto prendendo seriamente in considerazione la distruzione completa e la morte certa di aree e gruppi di persone che fino a questo momento non erano stati considerati come obiettivi», ha aggiunto. L’inquilino della Casa Bianca ha anche rivendicato il merito del fatto che il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, si sia scusato con i Paesi del Golfo per gli attacchi di Teheran nei loro confronti. «L’Iran, che è stato colpito a morte, si è scusato e si è arreso ai suoi vicini mediorientali, promettendo che non sparerà più contro di loro. Questa promessa è stata fatta solo a causa dell’incessante attacco di Usa e Israele», ha affermato, per poi proseguire: «L’Iran non è più il bullo del Medio Oriente».
Sempre ieri, il presidente americano ha anche reso noto che gli Usa hanno distrutto 42 navi della Marina iraniana e annientato le telecomunicazioni del regime. È d’altronde in questo quadro che Washington non solo starebbe schierando in Medio Oriente dei sistemi antidrone già testati in Ucraina ma sarebbe anche pronta a inviare nella regione una terza portaerei: la George H.W. Bush. Sempre ieri, Trump ha altresì parlato dei sei soldati statunitensi rimasti uccisi durante l’operazione contro l’Iran. «Andrò a Dover, in una situazione molto triste, per salutare le famiglie degli eroi che tornano dall’Iran e che tornano a casa in un modo diverso da come pensavano», ha detto prima di recarsi nella base di Dover, in Delaware, dove si sarebbe tenuta la cerimonia per il rientro delle salme.
Tuttavia, per quanto continui a martellare militarmente l’Iran, il presidente non sembra intenzionato ad attuare un regime change alla Bush jr. Secondo il Washington Post, un rapporto redatto dal National Intelligence Council statunitense prima dell’attacco, avrebbe sottolineato l’improbabilità di conseguire un cambio di regime, anche in presenza di un’offensiva su larga scala. Inoltre, parlando l’altro ieri con la Cnn, Trump ha aperto a due possibilità, e cioè che il prossimo governo di Teheran sia guidato da un religioso e che il futuro assetto istituzionale del Paese non sia di natura democratica. La stessa Casa Bianca ha chiarito che, quando il presidente ha parlato di «resa incondizionata» dell’Iran, si riferiva alla necessità di farlo cessare di essere una minaccia per gli Usa.
Ciò detto, secondo Nbc News, Trump avrebbe privatamente aperto all’ipotesi di inviare soldati statunitensi in territorio iraniano. Tuttavia, stando alla testata, l’idea non sarebbe quella di un’invasione su larga scala. In realtà, il presidente starebbe pensando di schierare un «piccolo contingente» da usare «per specifici scopi strategici». Non solo. Secondo Nbc News, Trump auspicherebbe anche che il prossimo governo iraniano cooperi con Washington nella produzione di petrolio, secondo il modello messo in campo a Caracas dopo la cattura di Nicolas Maduro.
L’inquilino della Casa Bianca sembra quindi propenso a una soluzione venezuelana: in altre parole, dopo aver decapitato e sdentato il regime khomeinista, punta a scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Un simile scenario, per quanto non facile da attuare, garantirebbe a Washington di evitare costose operazioni di nation building. È anche in quest’ottica che, alcuni giorni fa, Trump ha chiesto di essere «coinvolto» nella scelta del successore di Ali Khamenei a Guida suprema dell’Iran. Il punto è che Israele sembra scettico sulla soluzione venezuelana, preferendo un regime change classico. «Siamo ottimisti sulla capacità di far crollare il regime», ha detto ieri un funzionario dello Stato ebraico. Questo pare confermare che Trump e Netanyahu non siano attualmente in sintonia sul futuro politico dell’Iran.
Nel frattempo, il ministero della Difesa britannico ha reso noto che il Regno Unito ha messo a disposizione degli Usa le sue basi per «specifiche operazioni difensive volte a impedire all’Iran di lanciare missili nella regione». Il via libera di Londra è arrivato dopo che, negli scorsi giorni, Trump si era lamentato della scarsa assistenza fornita da Starmer alla Casa Bianca nell’operazione contro Teheran.
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