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2023-05-10
Il Pd apre al modello tedesco e il M5s si sfila
Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
Stavolta potrebbe non essere un fuoco di paglia. Se è vero che ogni inizio di legislatura ha vissuto, negli ultimi 35 anni, un momento che sembrava propizio alle riforme e che poi è rapidamente svanito, è altrettanto vero che stavolta ci sono delle novità oggettive che inducono all’ottimismo. A partire dalla cornice scelta dal premier, Giorgia Meloni, per gli incontri con l’opposizione e per le relative dichiarazioni alla stampa: la biblioteca del presidente e la Sala della Regina di Montecitorio (dove sono stati sistemati i giornalisti) che richiamano la solennità delle consultazioni per la formazione del governo. Poi c’è il metodo, col tentativo del governo di non partire da una proposta preconfezionata ma di arrivare a un testo quanto più condiviso possibile da parte di quello che una volta si sarebbe chiamato «arco costituzionale».
Ma è proprio sul merito delle ricette proposte dalle varie forze politiche, che hanno sfilato ieri alla Camera per tutta la giornata, che sta la complessità della questione. Tra distinguo (anche all’interno della maggioranza) paletti e veti camuffati, è difficile discernere la reale volontà di qualcuno (vedi l’accoppiata Pd-M5s) di lavorare per un accordo da quella di buttare la palla in tribuna. Non ignorando il rischio ostruzionismo da parte dei giallorossi, il premier anche ieri - prima e durante gli incontri - ha tenuto a ribadire la propria apertura su più di una soluzione che garantisca maggiore stabilità dei governi e rappresentanza dei cittadini, purché non ci siano «intenti dilatori».
Nel perimetro del centrodestra, come detto, per ora non c’è piena identità di vedute, e lo ha fatto notare in modo chiaro il capogruppo alla Camera della Lega, Riccardo Molinari, commentando le indiscrezioni secondo cui Palazzo Chigi stia spingendo per il premierato, in luogo del presidenzialismo, cosa che potrebbe raccogliere maggiori adesioni nel campo dell’opposizione ma che evidentemente va verificata dentro la maggioranza: «Nel programma del centrodestra», ha detto Molinari, «c’era l’elezione diretta del presidente della Repubblica e quindi quello è l’accordo che c’è. Se il premier Meloni vuol proporre altro, la Lega chiede garanzie per il ruolo del Parlamento». Se a ciò si aggiunge il fatto che il leader del Carroccio, Matteo Salvini, ha sottolineato attraverso un’apposita «velina» il proprio impegno per essere presente nella delegazione governativa agli incontri, si intuisce che la partita delle riforme si sta giocando anche nel campo della maggioranza.
Dall’altra parte, tra i maggiori indiziati per una possibile strategia ostruzionistica c’è sicuramente Giuseppe Conte, che è stato il primo ad essere incontrato da Meloni. Nel merito, Conte ha dichiarato la propria contrarietà sia al presidenzialismo che al premierato, mentre nel metodo ha indicato una via che non brilla per snellezza: «Siamo disponibili», ha detto Conte, «al dialogo in una commissione parlamentare costituita ad hoc». Il presidente del M5s ha poi consegnato al premier «undici proposte specifiche, volte a evitare cambi di casacca, a promuovere anche una maggiore partecipazione dei cittadini grazie al rafforzamento degli istituti referendari propositivi». La segretaria dem, Elly Schlein, che è stata l’ultima a confrontarsi con Meloni, ha premesso che per lei le riforme non sono la priorità e come previsto ha opposto un fermo «niet» al presidenzialismo. Poi è entrata più nello specifico rispetto al suo compagno d’opposizione, partendo dalla legge elettorale e prospettando un modello «alla tedesca» con la sfiducia costruttiva: «Per prima cosa», ha detto, «dobbiamo cambiare questa legge elettorale e poi per rafforzare la stabilità ed evitare crisi al buio, guardiamo al modello tedesco e si può ragionare della sfiducia costruttiva ad esempio». Quanto allo strumento legislativo, per Schlein «saranno loro a stabilirlo», ma «sarebbe difficile discutere di riforme costituzionali impegnative se loro continuassero ad andare dritti su alcune riforme altrettanto importanti a cui noi siamo contrari come l’autonomia differenziata».
Più morbidi e dialoganti, come si attendeva, gli esponenti del Terzo polo, la cui delegazione - dopo il burrascoso divorzio tra Azione e Iv - si è presentata «bicefala» con relative doppie dichiarazioni di Carlo Calenda e Maria Elena Boschi. Relativamente pochi i paletti posti da Calenda al premier: ok al premierato anche se «modello sindaco d’Italia» (il che presuppone una preferenza per il doppio turno alla francese, che comunque è nel novero delle opzioni offerte dal governo) no al presidenzialismo per non inficiare il ruolo super partes del capo dello Stato. Sia Calenda che Boschi hanno insistito sulla necessità di superare l’attuale bicameralismo paritario, e in particolare l’ex ministro dello Sviluppo economico ha voluto mettere in evidenza sia la propria disponibilità che quella del presidente del Consiglio, definita «in ascolto e aperta al dialogo».
A completare il quadro, +Europa e l’Alleanza Verdi-Sinistra: il partito di Riccardo Magi ha chiesto una Bicamerale per le riforme basata su un principio strettamente proporzionale, mentre Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli hanno respinto al mittente tutte le ipotesi sul tavolo chiamando a raccolta le opposizioni per una grande Union Sacrée a difesa della Costituzione.
La Meloni tiene vivo il dialogo
Nessuna preclusione, nessun aut aut, soddisfazione per la partecipazione di tutte le forze politiche di opposizione al confronto: fonti di governo presenti agli incontri di ieri segnalano alla Verità che la giornata dedicata ai colloqui tra il premier, Giorgia Meloni, e le delegazioni delle minoranze sul tema delle riforme è stata dedicata «innanzitutto all’ascolto». Non solo: al di là della questione della leadership, quella che attira di più l’interesse degli addetti ai lavori, ieri al tavolo si sono affrontati praticamente tutti i temi legati alla prospettiva di una riforma dell’architettura istituzionale del nostro Paese. «L’approccio che noi sosteniamo», ci viene spiegato, «è quello dell’ascolto, e negli incontri sono stati per lo più i nostri interlocutori a parlare e a esprimere le loro posizioni, che tra l’altro non sono omogenee. La cosa importante è che si è discusso di tutto: del bicameralismo, dei meccanismi per garantire la stabilità delle legislature, e quindi del vincolo di mandato, dei rapporti tra Stato centrale e autonomie. In sostanza, si punta a riformare l’architettura istituzionale nel suo complesso».
La maggioranza di centrodestra non ha preclusioni sulla prospettiva di mantenere al vertice della Repubblica un capo dello Stato che abbia un ruolo di garanzia e che faccia da contrappeso, eventualmente, a un premier eletto direttamente dal popolo e con più poteri: «Né da parte della maggioranza né del presidente Meloni», aggiunge il nostro interlocutore, «c’è alcuna preclusione sul mantenimento dell’elezione del presidente della Repubblica da parte delle Camere. Siamo all’inizio di un confronto».
Le ipotesi in campo, per quel che riguarda la leadership, sono tre: il presidenzialismo doc, con l’elezione diretta del presidente della Repubblica, che ha anche le funzioni di capo del governo; il semipresidenzialismo alla francese, con il capo dello Stato eletto direttamente dai cittadini che nomina il primo ministro; e infine il premierato, con il presidente del Consiglio che viene eletto direttamente dal popolo e un presidente della Repubblica che invece viene eletto dal Parlamento e mantiene un ruolo di garanzia. In questo ultimo caso, le funzioni del premier verrebbero però rafforzate, a partire dall’attribuzione del potere di nomina e di revoca dei ministri.
«Nella normale dinamica democratica», ha sottolineato la Meloni prima di iniziare le consultazioni, «quando si affrontano temi che sono di interesse della Repubblica lo si deve fare con il cuore aperto, dopodiché sono scelte che si devono fare da entrambe le parti». Ho sentito dire in questa interlocuzione: voi volete rafforzare il governo ma avete già la maggioranza», ha detto la Meloni alla segretaria del Pd, Elly Schlein, nel corso della consultazione, «guardate questa non è una riforma che stiamo facendo per noi stessi: se dovesse andare bene, se dovesse andare in porto, se dovesse superare le sue articolate fasi, passare il referendum, è per entrare forse in vigore nella prossima legislatura. Forse».
«Sapete che nel nostro programma», dice la Meloni al termine delle consultazioni, «ci sono le riforme istituzionali, per garantire la stabilità dei governi e delle legislature e il rispetto della volontà degli elettori. Non abbiamo proposto una nostra soluzione preconfezionata, ma cerchiamo una convergenza ampia. La giornata di dialogo è stata proficua: il nostro obiettivo è, fermo restando l’impegno preso con i cittadini, di garantire una democrazia più matura, eliminando i problemi di instabilità, e sulla base delle posizioni che sono state espresse dalle opposizioni, molto variegate tra loro, elaboreremo una nostra proposta. Non siamo innamorati di un sistema nello specifico, non ci siamo presentati con una nostra proposta perché riteniamo importante dialogare con tutte le forze politiche. Il dialogo è stato aperto», aggiunge il premier, «franco e collaborativo, e ringrazio di questo le forze politiche che hanno partecipato. È molto importante ottenere una condivisione più ampia possibile, ma non a costo di non mantenere l’impegno preso con i cittadini».
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Opposizione divisa alle consultazioni con l’esecutivo. Giuseppe Conte: «Ci vuole una commissione». Elly Schlein: «Sì alla sfiducia costruttiva». Mentre il Terzo polo dà credito al centrodestra. Anche la Lega pone delle condizioni: «Chiediamo garanzie per il Parlamento».Il capo del governo incassa l’apertura dei dem: «Non abbiamo un modello predefinito». Sul tavolo presidenzialismo, semipresidenzialismo e premierato. Ma pure l’autonomia.Lo speciale contiene due articoli.Stavolta potrebbe non essere un fuoco di paglia. Se è vero che ogni inizio di legislatura ha vissuto, negli ultimi 35 anni, un momento che sembrava propizio alle riforme e che poi è rapidamente svanito, è altrettanto vero che stavolta ci sono delle novità oggettive che inducono all’ottimismo. A partire dalla cornice scelta dal premier, Giorgia Meloni, per gli incontri con l’opposizione e per le relative dichiarazioni alla stampa: la biblioteca del presidente e la Sala della Regina di Montecitorio (dove sono stati sistemati i giornalisti) che richiamano la solennità delle consultazioni per la formazione del governo. Poi c’è il metodo, col tentativo del governo di non partire da una proposta preconfezionata ma di arrivare a un testo quanto più condiviso possibile da parte di quello che una volta si sarebbe chiamato «arco costituzionale». Ma è proprio sul merito delle ricette proposte dalle varie forze politiche, che hanno sfilato ieri alla Camera per tutta la giornata, che sta la complessità della questione. Tra distinguo (anche all’interno della maggioranza) paletti e veti camuffati, è difficile discernere la reale volontà di qualcuno (vedi l’accoppiata Pd-M5s) di lavorare per un accordo da quella di buttare la palla in tribuna. Non ignorando il rischio ostruzionismo da parte dei giallorossi, il premier anche ieri - prima e durante gli incontri - ha tenuto a ribadire la propria apertura su più di una soluzione che garantisca maggiore stabilità dei governi e rappresentanza dei cittadini, purché non ci siano «intenti dilatori». Nel perimetro del centrodestra, come detto, per ora non c’è piena identità di vedute, e lo ha fatto notare in modo chiaro il capogruppo alla Camera della Lega, Riccardo Molinari, commentando le indiscrezioni secondo cui Palazzo Chigi stia spingendo per il premierato, in luogo del presidenzialismo, cosa che potrebbe raccogliere maggiori adesioni nel campo dell’opposizione ma che evidentemente va verificata dentro la maggioranza: «Nel programma del centrodestra», ha detto Molinari, «c’era l’elezione diretta del presidente della Repubblica e quindi quello è l’accordo che c’è. Se il premier Meloni vuol proporre altro, la Lega chiede garanzie per il ruolo del Parlamento». Se a ciò si aggiunge il fatto che il leader del Carroccio, Matteo Salvini, ha sottolineato attraverso un’apposita «velina» il proprio impegno per essere presente nella delegazione governativa agli incontri, si intuisce che la partita delle riforme si sta giocando anche nel campo della maggioranza. Dall’altra parte, tra i maggiori indiziati per una possibile strategia ostruzionistica c’è sicuramente Giuseppe Conte, che è stato il primo ad essere incontrato da Meloni. Nel merito, Conte ha dichiarato la propria contrarietà sia al presidenzialismo che al premierato, mentre nel metodo ha indicato una via che non brilla per snellezza: «Siamo disponibili», ha detto Conte, «al dialogo in una commissione parlamentare costituita ad hoc». Il presidente del M5s ha poi consegnato al premier «undici proposte specifiche, volte a evitare cambi di casacca, a promuovere anche una maggiore partecipazione dei cittadini grazie al rafforzamento degli istituti referendari propositivi». La segretaria dem, Elly Schlein, che è stata l’ultima a confrontarsi con Meloni, ha premesso che per lei le riforme non sono la priorità e come previsto ha opposto un fermo «niet» al presidenzialismo. Poi è entrata più nello specifico rispetto al suo compagno d’opposizione, partendo dalla legge elettorale e prospettando un modello «alla tedesca» con la sfiducia costruttiva: «Per prima cosa», ha detto, «dobbiamo cambiare questa legge elettorale e poi per rafforzare la stabilità ed evitare crisi al buio, guardiamo al modello tedesco e si può ragionare della sfiducia costruttiva ad esempio». Quanto allo strumento legislativo, per Schlein «saranno loro a stabilirlo», ma «sarebbe difficile discutere di riforme costituzionali impegnative se loro continuassero ad andare dritti su alcune riforme altrettanto importanti a cui noi siamo contrari come l’autonomia differenziata».Più morbidi e dialoganti, come si attendeva, gli esponenti del Terzo polo, la cui delegazione - dopo il burrascoso divorzio tra Azione e Iv - si è presentata «bicefala» con relative doppie dichiarazioni di Carlo Calenda e Maria Elena Boschi. Relativamente pochi i paletti posti da Calenda al premier: ok al premierato anche se «modello sindaco d’Italia» (il che presuppone una preferenza per il doppio turno alla francese, che comunque è nel novero delle opzioni offerte dal governo) no al presidenzialismo per non inficiare il ruolo super partes del capo dello Stato. Sia Calenda che Boschi hanno insistito sulla necessità di superare l’attuale bicameralismo paritario, e in particolare l’ex ministro dello Sviluppo economico ha voluto mettere in evidenza sia la propria disponibilità che quella del presidente del Consiglio, definita «in ascolto e aperta al dialogo». A completare il quadro, +Europa e l’Alleanza Verdi-Sinistra: il partito di Riccardo Magi ha chiesto una Bicamerale per le riforme basata su un principio strettamente proporzionale, mentre Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli hanno respinto al mittente tutte le ipotesi sul tavolo chiamando a raccolta le opposizioni per una grande Union Sacrée a difesa della Costituzione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/consultazioni-governo-meloni-2659987630.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-meloni-tiene-vivo-il-dialogo" data-post-id="2659987630" data-published-at="1683667779" data-use-pagination="False"> La Meloni tiene vivo il dialogo Nessuna preclusione, nessun aut aut, soddisfazione per la partecipazione di tutte le forze politiche di opposizione al confronto: fonti di governo presenti agli incontri di ieri segnalano alla Verità che la giornata dedicata ai colloqui tra il premier, Giorgia Meloni, e le delegazioni delle minoranze sul tema delle riforme è stata dedicata «innanzitutto all’ascolto». Non solo: al di là della questione della leadership, quella che attira di più l’interesse degli addetti ai lavori, ieri al tavolo si sono affrontati praticamente tutti i temi legati alla prospettiva di una riforma dell’architettura istituzionale del nostro Paese. «L’approccio che noi sosteniamo», ci viene spiegato, «è quello dell’ascolto, e negli incontri sono stati per lo più i nostri interlocutori a parlare e a esprimere le loro posizioni, che tra l’altro non sono omogenee. La cosa importante è che si è discusso di tutto: del bicameralismo, dei meccanismi per garantire la stabilità delle legislature, e quindi del vincolo di mandato, dei rapporti tra Stato centrale e autonomie. In sostanza, si punta a riformare l’architettura istituzionale nel suo complesso». La maggioranza di centrodestra non ha preclusioni sulla prospettiva di mantenere al vertice della Repubblica un capo dello Stato che abbia un ruolo di garanzia e che faccia da contrappeso, eventualmente, a un premier eletto direttamente dal popolo e con più poteri: «Né da parte della maggioranza né del presidente Meloni», aggiunge il nostro interlocutore, «c’è alcuna preclusione sul mantenimento dell’elezione del presidente della Repubblica da parte delle Camere. Siamo all’inizio di un confronto». Le ipotesi in campo, per quel che riguarda la leadership, sono tre: il presidenzialismo doc, con l’elezione diretta del presidente della Repubblica, che ha anche le funzioni di capo del governo; il semipresidenzialismo alla francese, con il capo dello Stato eletto direttamente dai cittadini che nomina il primo ministro; e infine il premierato, con il presidente del Consiglio che viene eletto direttamente dal popolo e un presidente della Repubblica che invece viene eletto dal Parlamento e mantiene un ruolo di garanzia. In questo ultimo caso, le funzioni del premier verrebbero però rafforzate, a partire dall’attribuzione del potere di nomina e di revoca dei ministri. «Nella normale dinamica democratica», ha sottolineato la Meloni prima di iniziare le consultazioni, «quando si affrontano temi che sono di interesse della Repubblica lo si deve fare con il cuore aperto, dopodiché sono scelte che si devono fare da entrambe le parti». Ho sentito dire in questa interlocuzione: voi volete rafforzare il governo ma avete già la maggioranza», ha detto la Meloni alla segretaria del Pd, Elly Schlein, nel corso della consultazione, «guardate questa non è una riforma che stiamo facendo per noi stessi: se dovesse andare bene, se dovesse andare in porto, se dovesse superare le sue articolate fasi, passare il referendum, è per entrare forse in vigore nella prossima legislatura. Forse». «Sapete che nel nostro programma», dice la Meloni al termine delle consultazioni, «ci sono le riforme istituzionali, per garantire la stabilità dei governi e delle legislature e il rispetto della volontà degli elettori. Non abbiamo proposto una nostra soluzione preconfezionata, ma cerchiamo una convergenza ampia. La giornata di dialogo è stata proficua: il nostro obiettivo è, fermo restando l’impegno preso con i cittadini, di garantire una democrazia più matura, eliminando i problemi di instabilità, e sulla base delle posizioni che sono state espresse dalle opposizioni, molto variegate tra loro, elaboreremo una nostra proposta. Non siamo innamorati di un sistema nello specifico, non ci siamo presentati con una nostra proposta perché riteniamo importante dialogare con tutte le forze politiche. Il dialogo è stato aperto», aggiunge il premier, «franco e collaborativo, e ringrazio di questo le forze politiche che hanno partecipato. È molto importante ottenere una condivisione più ampia possibile, ma non a costo di non mantenere l’impegno preso con i cittadini».
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
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Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
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Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
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