Ansa
L’organo di autogoverno dei giudici discute su una direttiva europea. È un passo avanti.
Da alcune settimane il Consiglio superiore della magistratura sta discutendo nuove linee guida sulla comunicazione giudiziaria destinate a incidere profondamente sul rapporto tra Procure, mezzi di informazione e opinione pubblica. Il confronto nasce dall’esigenza di adeguare la prassi degli uffici giudiziari ai principi introdotti dalla Direttiva (Ue) 2016/343 del Parlamento europeo e del Consiglio del 9 marzo 2016, relativa al rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali, ma si è rapidamente trasformato in un dibattito molto più ampio sul ruolo assunto negli anni dalla comunicazione delle indagini penali.
Al centro della discussione vi sono limiti alla diffusione degli atti, modalità delle conferenze stampa, pubblicazione delle ordinanze cautelari, obblighi di rettifica e maggiore attenzione agli esiti liberatori dei procedimenti. Proprio la rigidità di alcune delle prime proposte elaborate dalla VII Commissione del Csm ha però provocato forti polemiche, al punto da indurre lo stesso organo di autogoverno a ipotizzare un rinvio e una revisione del testo. Ed è significativo che un tema per lungo tempo liquidato come una pretesa «difensiva» o come un attacco alla libertà di stampa venga oggi affrontato apertamente anche all’interno della magistratura.
L’elemento più interessante della vicenda non è tanto il rinvio della delibera del Csm, quanto il fatto che anche dentro l’organo di autogoverno della magistratura stia emergendo la consapevolezza che il tema della comunicazione giudiziaria non possa più essere affrontato con slogan o contrapposizioni ideologiche. Per anni chiunque provasse a denunciare il rapporto distorto tra indagini, fughe di notizie e processo mediatico veniva accusato di voler introdurre forme di censura o di limitare la libertà di stampa. Oggi, invece, perfino il Csm sembra prendere atto che un problema esiste davvero.
Naturalmente occorre evitare equivoci. Nessuno mette in discussione il diritto di cronaca, che resta presidio essenziale della democrazia. Né sarebbe accettabile immaginare Procure silenziate o giornalisti impossibilitati a raccontare fatti di interesse pubblico. Ma altro è il diritto di informare, altro è la trasformazione dell’indagine in una forma di esposizione preventiva della persona sottoposta a procedimento. Per troppo tempo il sistema ha tollerato una comunicazione giudiziaria costruita quasi esclusivamente nella fase dell’accusa, spesso attraverso la diffusione selettiva di atti, intercettazioni o ordinanze cautelari, senza che vi fosse analoga attenzione agli sviluppi successivi dei procedimenti.
È precisamente qui che si colloca il nodo della presunzione di innocenza. Perché il problema non nasce dal fatto che si raccontino le indagini, ma dal modo in cui vengono raccontate. Quando l’informazione si concentra soltanto sull’impianto accusatorio e il proscioglimento arriva anni dopo nel silenzio generale, il danno reputazionale è ormai irreversibile. Ed è difficile negare che in Italia si sia progressivamente consolidato un circuito nel quale una parte della comunicazione giudiziaria ha finito per anticipare il giudizio, sovrapponendo il processo mediatico a quello dibattimentale.
Non è un caso che proprio l’Europa abbia imposto un cambio di paradigma. La Direttiva (Ue) 2016/343 ha introdotto principi molto chiari sul modo in cui le autorità pubbliche devono comunicare procedimenti penali ancora in corso. E la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte ribadito che il rapporto tra autorità investigative e informazione deve essere governato da criteri di proporzionalità, necessità e tutela della dignità della persona coinvolta.
In questa prospettiva appare significativo che anche il Csm stia tentando - pur tra molte contraddizioni - di rivedere alcune impostazioni iniziali. L’idea di evitare la diffusione integrale delle ordinanze, di garantire visibilità anche agli esiti liberatori, di limitare forme di comunicazione «spettacolarizzate» non rappresenta un attacco alla stampa. Rappresenta piuttosto il tentativo, forse tardivo, di riportare equilibrio in un sistema che per anni ha conosciuto evidenti degenerazioni.
Il vero rischio, semmai, è un altro: affrontare il problema in modo burocratico e difensivo, come se bastasse qualche linea guida per risolvere una questione che è prima di tutto culturale e istituzionale. Perché il tema non riguarda soltanto le Procure o i giornalisti. Riguarda il modello stesso di giurisdizione che si vuole costruire. Un processo accusatorio fondato sull’articolo 111 della Costituzione dovrebbe avere nel dibattimento il luogo centrale della formazione della prova, non nello spazio mediatico anticipato dalle conferenze stampa o dalla pubblicazione di atti d’indagine.
Per questa ragione il dibattito aperto dentro il Csm non dovrebbe essere liquidato come un semplice scontro corporativo. È invece il segnale di una crisi più profonda: quella di un sistema che sta lentamente prendendo atto dell’insostenibilità di un modello comunicativo che, in alcune stagioni, ha finito per alterare non soltanto il rapporto tra informazione e giustizia, ma anche la stessa percezione pubblica della colpevolezza.
Continua a leggereRiduci
I Carabinieri hanno arrestato 4 persone. Decisive le impronte rilevate dal Ris di Parma e l'analisi dei tracciati Gps. Gli indagati sono legati anche al misterioso caso dei coniugi mummificati a Verona.
Un'articolata e complessa indagine ha permesso di assicurare alla giustizia i presunti responsabili della violenta rapina in abitazione consumata la notte tra l'11 e il 12 marzo 2025 ai danni di due coniugi a Malo (VI). Il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Vicenza, Matteo Mantovani, su richiesta del Sostituto Procuratore. Hans Roderich Blattner che ha coordinato le indagini, ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di quattro individui. Gli indagati sono ritenuti gravemente indiziati, a vario titolo, dei reati di concorso in rapina pluriaggravata e furto. L'operazione è scattata alle prime ore di oggi tra Torrebelvicino (VI), Pontedera (PI) e Pisa. Ha visto l'impiego di oltre 100 Carabinieri dei Comandi Provinciali di Vicenza e Pisa, supportati da due squadre delle Aliquote di Primo Intervento (Api), dalle Squadre Operative di Supporto (Sos) e da unità cinofile.
L'incubo per la coppia di coniugi ha avuto inizio intorno alle 23:40, quando un commando composto da quattro uomini, vestiti di nero e con il volto coperto da passamontagna ha fatto irruzione nella villa, cogliendo di sorpresa il proprietario mentre faceva uscire il cane in giardino. Le vittime sono state brutalmente immobilizzate e legate ai polsi e alle caviglie con fili del telefono e lacci di scarpe. Il marito è stato inoltre torturato con getti d’acqua gelata. Sotto la costante minaccia di un bisturi puntato al volto della donna, i rapinatori hanno costretto i coniugi a consegnare le chiavi delle casseforti, razziando un bottino stimato in non meno di 50.000 euro. Tra i beni sottratti figurano orologi di lusso ( Piaget, Baume & Mercier e Longines), gioielli e pietre preziose risalenti agli anni '60. Le indagini, condotte in perfetta sinergia dal Nucleo Investigativo di Vicenza e dalla Compagnia di Schio, hanno svelato un piano criminale meticolosamente architettato. Il commando, partito dalla provincia di Pisa, si è mosso a bordo di un'autovettura DR5 noleggiata in aeroporto. Per il noleggio sono state utilizzate patenti e documenti serbi contraffatti, intestati all'identità fittizia di un inesistente Elia Simic, sui quali era stata applicata la foto di un soggetto all'epoca latitante. Per eludere i controlli, il gruppo ha comunicato esclusivamente tramite schede telefoniche "dedicate", intestate a prestanome stranieri. Una volta giunti nel Vicentino, i criminali hanno asportato le targhe da un'auto in sosta a Schio per applicarle tramite fascette da elettricista al veicolo a noleggio, muovendosi così verso l'obiettivo. L'incrocio tra i dati dei sistemi di videosorveglianza stradale, i tracciati Gps satellitari della vettura e l'analisi tempestiva delle celle telefoniche ha permesso agli inquirenti di ricostruire l'esatto percorso dei malviventi. La svolta scientifica è arrivata grazie al Ris (Reparto Investigazioni Scientifiche) di Parma, che attraverso complessi riscontri tecnici è riuscito a esaltare e identificare le impronte digitali lasciate da due dei trasfertisti toscani sulla scena del crimine. L’attività investigativa ha così svelato anche il ruolo chiave di un quarto complice, un uomo residente a Torrebelvicino (VI).
L'indagato ha funto da basista sul territorio, fornendo supporto logistico e un rifugio sicuro alla banda prima e dopo il colpo, mettendosi anche alla guida dell'auto nell'area scledense. Considerata la scaltrezza, la gravità dei fatti, l'uso di armi e il concreto e attualissimo pericolo di reiterazione dei reati – essendo tutti gli indagati gravati da plurimi precedenti e privi di stabile attività lavorativa – il Gip ha ritenuto inidonea qualsiasi misura alternativa, ordinando la custodia in carcere. Nel corso delle indagini sulla rapina di Malo, i Carabinieri hanno scoperto un inquietante retroscena. Due degli indagati, insieme ad altri due complici toscani, la sera del 18 marzo 2025 si erano introdotti in una villa a Verona, violando i sigilli giudiziari. Si tratta dell'abitazione in cui, appena tre giorni prima, erano stati rinvenuti i cadaveri mummificati di due coniugi, motivo per cui l’intera proprietà era sotto sequestro. Quella sera, l'allarme lanciato da alcuni cittadini aveva provocato il pronto intervento delle Forze dell'Ordine, costringendo i malfattori a fuggire a piedi e ad abbandonare sul posto sia gli attrezzi da scasso sia l'auto (di proprietà del padre di uno degli indagati, che per precostituirsi un alibi ne aveva denunciato il furto al 112 quella sera stessa). Anche in quell'occasione, dopo essersi nascosti in zona, i fuggitivi avevano contattato il basista di Torrebelvicino. Quest'ultimo era partito nella notte alla volta di Verona per recuperarli e ospitarli a casa sua, in attesa che un'auto «di staffetta» arrivasse dalla Toscana per riportarli a Pisa.
Sebbene nella villa di Verona siano stati trovati chiari segni di rovistamento rispetto al sopralluogo giudiziario di pochi giorni prima, ad oggi non è stato possibile stabilire se siano stati effettivamente rubati dei preziosi: i due coniugi deceduti vivevano infatti in estremo isolamento sociale e non avevano parenti prossimi in grado di fornire un inventario dei beni. «Si rappresenta che la misura è stata adottata di iniziativa da parte del Comando procedente e che per il principio della presunzione di innocenza, la colpevolezza delle persone sottoposte ad indagine in relazione alla vicenda sarà definitivamente accertata solo ove intervenga sentenza irrevocabile di condanna o forme analoghe»
Continua a leggereRiduci
Paolo Storari (Imagoeconomica)
Dopo aver messo in amministrazione giudiziaria Glovo, gigante delle consegne a domicilio accusato di sfruttamento, il magistrato Paolo Storari ha ottenuto aumenti fino a 200 euro per i rider. È quello che dovrebbe fare il sindacato, se non fosse impegnato a far politica.
Altro che Landini. In Italia c’è un unico vero sindacalista: si chiama Paolo Storari. Il suo mestiere, in realtà, sarebbe quello di magistrato, ma che ci volete fare? Da un po’ di tempo, visto che nessuno lo fa, visto che la Cgil è troppo impegnata a fare politica per potersi anche occupare di chi lavora, e il suo segretario si dedica a far la guerra alla Meloni, mica ai salari da fame, tocca a un pubblico ministero tutelare i lavoratori. E lo fa con successo: la Glovo, uno dei giganti delle consegne a domicilio, finita sotto controllo giudiziario a febbraio con l’accusa di caporalato, ha annunciato infatti che alzerà le paghe ai rider. Minimo 3 euro a consegna e da 10 a 14 euro l’ora. In pratica i fattorini potranno guadagnare fino a 200 euro in più al mese. Roba degna di Lama-Carniti-Benvenuto dei tempi d’oro, quelli della lotta dura senza paura.
Ecco: però questo risultato sindacalmente rilevante non l’ha ottenuto un sindacalista. (Maurizio Landini dov’eri? A sfilare contro la Meloni? A indignarti per la Flotilla? A chiedere più immigrati in Italia?) Questo risultato l’ha ottenuto un magistrato. E l’ha ottenuto in un modo che forse non appartiene all’ortodossia sindacale ma si è rivelato assai efficace: Storari infatti, come dicevamo, ha messo sotto controllo giudiziario la società, accusandola di caporalato per lo sfruttamento dei lavoratori con paghe «sotto la soglia di povertà», e poi ha lasciato intendere di essere pronto a revocare il provvedimento qualora fossero cambiate le cose. E Glovo che ha fatto? Ovviamente ha cambiato le cose. E forse qualcuno storcerà il naso a vedere il codice penale usato come se fosse uno sciopero con picchetto, ma da oggi 40.000 rider non saranno più schiavi, ma lavoratori dignitosamente pagati. Se aspettavamo Landini, col fischio.
Per altro il «metodo Storari», come ben sappiamo, non è stato applicato soltanto a Glovo. Poche settimane dopo lo stesso intervento (società accusata di caporalato e messa sotto amministrazione giudiziaria) è stato applicato a Deliveroo. Si arriverà allo stesso risultato? Vedremo. Nel caso bisogna cominciare a preparare l’invito a Storari per il corteo del prossimo Primo maggio. Magari anche un posto d’onore sul palco del concertone. Negli ultimi anni, infatti, le inchieste della Procura di Milano hanno toccato la moda (Armani, Valentino, Dior, Tod’s, Loro Piana, etc), la logistica e le spedizioni (Brt, Ups, Dhl), Uber, Amazon, la grande distribuzione (Carrefour e Iperal) ottenendo risultati clamorosi: almeno 50.000 persone assunte, oltre 600 milioni recuperati per il fisco. Inoltre ad Armani, Valentino e Loro Piana la misura dell’amministrazione giudiziaria è stata revocata in anticipo perché le aziende di moda hanno messo in atto controlli sulla loro filiera e sui laboratori irregolari che ne facevano parte. Controlli che, evidentemente, fino a quel punto erano mancati senza che nessuno dicesse nulla. Ovvio, Landini era troppo impegnato a incipriarsi nei salotti tv per occuparsi di ciò.
Lo so che il cosiddetto «metodo Storari» ha suscitato molte perplessità e polemiche. Qualcuno ha parlato di «invasione di campo» della magistratura in terreni che non sono propriamente i suoi. In effetti: la magistratura dovrebbe occuparsi di perseguire i reati (e qui in effetti sono stati individuati: caporalato, sfruttamento…), ma non dovrebbe occuparsi dell’aumento dei salari. Il problema è che dell’aumento dei salari non si occupa nessuno perché Maurizio Landini ha altro per la testa. La sua carriera politica, le comparsate tv, la lotta a Giorgia Meloni, gli immigrati, la Flotilla, appunto. Dunque più che di «invasione» bisognerebbe parlare di «supplenza». Dove c’è un vuoto qualcuno lo riempie. In questo caso un magistrato. Grazie al quale da oggi 40.000 lavoratori Glovo saranno pagati in modo dignitoso anziché come schiavi.
È un male? No, è un bene. E per questo penso che Storari dovrebbe essere nominato sindacalista dell’anno, dovrebbero dargli la Palma d’oro versione Triplice, l’Oscar Cgil, la targa d’oro Di Vittorio. Però non può sfuggire che anche questo è sintomo di un mondo al contrario, vannaccianamente parlando. Pensateci: abbiamo sindacati che sono strutture pachidermiche e costose e che da anni ormai si occupano di tutto, tranne che dei lavoratori e dei loro stipendi, e una magistratura che invece fa le vertenze sindacali al posto dei sindacati. E lo so che ormai la speranza di un Paese normale si è persa da tempo, ma lasciateci sognare: ci piacerebbe vedere un giorno Maurizio Landini che si batte per ottenere, anziché l’invito da Floris, l’aumento per i rider di Glovo, e magari anche per quelli di Deliveroo, e condizioni di lavoro accettabili nei laboratori che producono per Armani e Loro Piana. Così magari i pm, smessi i panni di sindacalisti supplenti, potrebbero tornare a fare i pm.
Continua a leggereRiduci
Ansa
L’aspirante stragista ha preso il passaporto grazie al padre. E pure se fosse accusato di terrorismo non potrebbe perderlo.
Se non sarà per sua scelta, Salim El Koudri, il cittadino italo-marocchino che sabato ha tentato una strage a Modena, non perderà la cittadinanza italiana, acquisita nel 2009 in contemporanea con il padre Mohammed. «È italiano come me e lei», conferma un autorevole esponente della maggioranza. Questa è la legge anche per chi commette reati gravissimi e un’eventuale modifica della norma non potrà essere retroattiva, per non divenire incostituzionale. In Italia chi ha acquisito la cittadinanza da minorenne ed è figlio di un cittadino italiano, anche naturalizzato, resta italiano per sempre.
Oggi, alla data di acquisto o riacquisto della cittadinanza da parte del genitore, «il minore deve risiedere legalmente in Italia da almeno due anni continuativi o, se di età inferiore ai due anni, dalla nascita», ma quando Salim è venuto al mondo (nel marzo del 1995, a Seriate) questa non era una condizione necessaria. Bastava essere figli minori di un cittadino italiano. Ma anche coloro che possono essere privati della cittadinanza (per esempio gli stranieri naturalizzati) rischiano di perderla solo dopo una condanna definitiva per reati collegati al terrorismo e all’eversione. Non, per esempio, per una strage non finalizzata a sovvertire l’ordine costituito.
Il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, di Forza Italia, ieri, è stato chiarissimo. «Per chi, invece, ha una cittadinanza che non deriva da un processo di integrazione o concessione è inutile parlare di revoca a fronte di un reato perché non è possibile. Per chi invece acquisisce la cittadinanza al termine di un percorso legale, amministrativo e poi si macchia di reati gravi contro la personalità dello Stato o contro la persona, la revoca della cittadinanza deve essere una pena non a discrezione del giudice».
Sulla questione si è espresso anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il quale si è detto «concettualmente d’accordo» sulla proposta di Matteo Salvini di revocare la cittadinanza a stranieri che compiono reati. Quindi ha aggiunto: «All’epoca in cui facevo il capo di Gabinetto con il ministro Salvini, ma anche durante questo mio mandato di ministro, abbiamo ritoccato la normativa sulla cittadinanza e quella acquisita successivamente è stata riformata. Nella normativa è già previsto che una serie di reati di particolare gravità possano portare alla revoca».
La legge che regola la concessione della cittadinanza è la 91 del 1992 (eravamo agli sgoccioli della Prima Repubblica) e all’articolo 14 recitava già allora: «I figli minori di chi acquista o riacquista la cittadinanza italiana, se convivono con esso, acquistano la cittadinanza italiana, ma, divenuti maggiorenni, possono rinunciarvi, se in possesso di altra cittadinanza (è il caso di El Koudri, ndr)». Successivamente sono intervenute le limitazioni di cui abbiamo scritto. Il minore, in presenza di tali condizioni, acquista la cittadinanza dal giorno successivo al giuramento del genitore. Per i giuramenti resi dopo il 22 maggio 2025, come detto, è necessario verificare, per i figli minorenni, la residenza legale in Italia «da almeno due anni continuativi» prima della naturalizzazione del genitore.
Chi non ha ottenuto la cittadinanza grazie all’articolo 14, ma attraverso altre vie, può perderla (con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del ministro dell’Interno) solo in presenza di condanne definitive per reati commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordinamento costituzionale per i quali la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore a 5 anni, nonché per condotte collaterali e di supporto a reati con finalità di terrorismo, come l’assistenza agli associati di una banda armata.
La revoca della cittadinanza è applicabile a chi diviene italiano con il cosiddetto ius soli differito, cioè a chi nasce in Italia e, risiedendo da sempre nel nostro Paese, a 18 anni richiede la cittadinanza. Ma può perdere l’«italianità» anche chi la ottiene attraverso la naturalizzazione, ovvero dopo 10 anni di residenza e un percorso in cui il richiedente lavori nel nostro Paese in modo regolare e senza violare le leggi. Per i rifugiati politici e i cittadini comunitari l’attesa è inferiore (rispettivamente 5 e 4 anni). Possono essere privati della cittadinanza anche coloro che diventano italiani attraverso il matrimonio (oggi per avere questo riconoscimento occorre dimostrare una convivenza di 2 anni in Italia e di 3 all’estero).
In passato la cittadinanza veniva acquisita il giorno del sì, ma i tempi sono cambiati e, anche in questo caso, la concessione è diventata meno automatica. I nuovi paletti sono stati inseriti nel periodo in cui si è deciso di fronteggiare le storture del cosiddetto ius sanguinis, che aveva portato a concedere la cittadinanza a chiunque potesse dimostrare di avere un avo originario del Belpaese.
Adesso è necessario avere (avuto) almeno un padre o un nonno che abbiano (avuto) come unico passaporto quello italiano. Anche per evitare una crescita abnorme del corpo elettorale. Se il voto degli italiani all’estero avesse continuato a gonfiarsi si sarebbe presentato un problema di tenuta costituzionale. Infatti, gli elettori residenti fuori dall’Italia avrebbero potuto incidere ancora di più di quanto non facciano oggi sulle sorti del Belpaese, vivendo, però, altrove. Non è difficile prevedere che nella prossima campagna elettorale una delle proposte che finirà al centro del dibattito politico e di alcuni programmi elettorali sarà quella di aumentare il numero dei reati che portano alla perdita automatica della cittadinanza, come ha già auspicato Salvini.
Continua a leggereRiduci






