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2022-04-11
Commissari, straordinarie le 400 poltrone
Domenico Arcuri (Ansa)
Vengono nominati per gestire grandi calamità e cantieri lumaca, enti locali allo sbando, aziende in crisi. Dovrebbero lavorare per un tempo limitato e sbrogliare emergenze con poteri maggiori, accentrati o in deroga. C’è poco da stupirsi, in un Paese in cui l’emergenza è la regola. Il problema è che, tranne qualche eccezione, questi super dirigenti spesso non sbloccano, velocizzano né risolvono nulla e dunque rappresentano uno spreco nello spreco. Pensiamo all’ex Ilva, il cui commissariamento iniziò nel 2013 con il decreto legge 61 ed è ancora aperto. In nove anni si sono succeduti 6 commissari straordinari (il primo fu Enrico Bondi, già commissario di Parmalat e poi nominato da Mario Monti a sovrintendere la spending review prima di essere spedito a Taranto), un sub commissario e un commissario straordinario per gli interventi urgenti di bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione di Taranto, la dottoressa Vera Corbelli, alla quale è stato anche conferito l’incarico di commissario straordinario per la messa in sicurezza e gestione dei rifiuti pericolosi e radioattivi del vicino deposito ex Cemerad a Statte.
Per qualcuno quella di «sbroglia emergenze» è quasi una professione: l’ex capo della Protezione civile Guido Bertolaso, per esempio, è stato commissario almeno una dozzina di volte, tra cui i rifiuti in Campania, il rischio bionucleare, i mondiali di ciclismo del 2008, il terremoto dell’Aquila e il G8 in Abruzzo. La moltiplicazione dei commissari registra un’attività pari al loro nome: straordinaria. Nel 2020 la presidenza del Consiglio e il ministero dello Sviluppo economico ne elencavano 384: 36 commissari straordinari del governo, 160 di aziende in crisi, 188 di Comuni.
Al momento il governo elenca 7 commissari di indirizzo politico (tra cui il coordinamento antiracket e la ricerca delle persone scomparse), 48 di indirizzo tecnico-settoriale (dal Mose di Venezia all’area di Castel Volturno), 37 per interventi infrastrutturali prioritari (strade, ferrovie, porti, acquedotti, metropolitane). Aggiungiamo 13 commissari straordinari delle Camere di commercio, i 249 nominati dal ministero dello Sviluppo economico per 159 aziende in crisi (da Parmalat a Merloni) e quelli dei Comuni sciolti o senza sindaco (oltre 200) e si supera quota 400. Ora si aggiunge anche il Pnrr: nello scorso agosto erano già 102 le opere commissariate per un valore complessivo di 96 miliardi di euro. Tra le aziende, ex Ilva a parte, l’esempio più noto è quello di Alitalia, affidata dal 2011 ai commissari Giovanni Fiori, Gianluca Brancadoro, Stefano Ambrosini. I commissari che gestiscono aziende alla deriva fino a qualche anno fa incassavano assegni con cifre a sei zeri. L’anno scorso il ministro Giancarlo Giorgetti ha firmato un decreto che riduce i costi, rivede l’assegnazione degli acconti e lega i compensi al raggiungimento di risultati.
La sanità è commissariata in Calabria dal 2007 e in Molise dal 2009; c’è un commissario «per la demolizione, la rimozione, lo smaltimento e il conferimento in discarica dei materiali di risulta, il risanamento, la bonifica e la riqualificazione urbana e ambientale delle aree ove insistono le baraccopoli della città di Messina» creata in seguito al terremoto del 1908 e uno per il nuovo ospedale di Siracusa. Salta all’occhio il nome del sindaco di Roma Roberto Gualtieri che, tra un’emergenza rifiuti e una dei trasporti, ha accettato l’incarico di «assicurare gli interventi funzionali alle celebrazioni del Giubileo 2025 nel territorio di Roma capitale». Esistono commissari per la Tav, per le iniziative di solidarietà per le vittime dei reati di mafia e per le opere delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026. Giovanni Legnini è commissario straordinario per la ricostruzione nei territori interessati dal sisma del 24 agosto 2016 (Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria) e di quello del 2017 a Ischia. Ruoli per il quale percepisce, come molti suoi colleghi, 50.000 euro annui lordi a titolo di indennità fissa (liquidata mensilmente), ai quali se ne aggiungono altrettanti a titolo di parte variabile liquidata in un’unica soluzione alla scadenza del mandato. Esiste perfino il commissario straordinario del governo per il risanamento delle gestioni e il rilancio delle attività delle fondazioni lirico-sinfoniche.
Il commissario straordinario è una sorta di supereroe. Ovunque ci sia un’emergenza o un’inefficienza lui interviene e, in teoria, risolve. I più famosi degli ultimi due anni sono i commissari straordinari per l’emergenza Covid-19. L’ultimo è stato il generale Francesco Figliuolo, il cui incarico è terminato il 17 marzo. Il suo predecessore, Domenico Arcuri, agli incarichi legati alla pandemia (vaccinazione e ripartenza delle scuole) univa anche la poltrona di amministratore delegato di Invitalia e in aggiunta ebbe il compito di gestire anche la crisi dell’acciaieria ex Ilva in Puglia. Troppi pensieri per la testa, al punto che Arcuri è finito coinvolto in inchieste come quella sull’acquisto delle mascherine, in cui è stato indagato per abuso d’ufficio.
«Altro che emergenze: è il segno che la burocrazia è al capolinea»

Carlo Cottarelli (Ansa)
Il professor Carlo Cottarelli ha un passato da commissario straordinario: fu incaricato di occuparsi di spending review. Ma due anni fa anche lui mise in dubbio l’utilità di questa figura: lo fece quando l’allora commissario straordinario per le misure anti Covid, Domenico Arcuri, fu nominato anche commissario straordinario per la ripartenza delle scuole. E non ha cambiato idea.
La nomina di tanti commissari non è l’ammissione di un fallimento dello stato?
«Effettivamente sono tanti e rappresentano un segnale che le cose fatte senza i commissari sono considerate di minore importanza, con tempi più lenti, e non si capisce perché debba essere così. Quando i commissari diventano così tanti, finiscono per rappresentare la normalità. Allora ci si chiede perché si mantengono le regole precedenti, cioè le regole ordinarie?».
I commissari dovrebbero essere la normalità della pubblica amministrazione?
«In molti casi i commissari sono membri della pubblica amministrazione che ricevono poteri in più. Se la burocrazia fosse sempre gestita così, molte cose sarebbero più semplici e veloci».
Però, nominare i commissari straordinari significa certificare che la pubblica amministrazione non funziona…
«Esatto. La soluzione è usare l’approccio commissariale per gestire la cosa pubblica».
Il commissario straordinario dovrebbe gestire una situazione straordinaria o critica. Ci sono però commissari che hanno doppio o triplo incarico: come fanno a occuparsi contemporaneamente di tante emergenze?
«Questo conferma che l’approccio commissariale non viene più utilizzato per cose davvero straordinarie, ma per gestire la normalità. Una persona si può occupare di più cose perché nessuna è veramente straordinaria. È diverso se l’intervento viene fatto davvero “una tantum”, per esempio nel caso del ponte di Genova. E comunque, il commissario per la ricostruzione del ponte Morandi è il sindaco che, ovviamente, aveva anche altro da fare».
Chi valuta l’operato dei commissari?
«La risposta è tristemente semplice: è un problema generale della pubblica amministrazione, dove non si premia molto il merito e non si valutano comportamenti e operato».
I governi nominano commissari straordinari giusto per far vedere che si danno da fare?
«Ci sono due motivi per nominare un commissario. Il primo è affidare questi poteri, ormai considerati normali, per realizzare opere pubbliche: in questo caso, la straordinarietà diventa normalità. L’altro è sottolineare l’importanza di un certo progetto. In questo caso, però, bisogna usarlo con parsimonia perché l’abuso sottrae valore al progetto».
Perché accettò di fare il commissario alla spending review?
«Quando me lo chiesero, domandai perché ci fosse bisogno di nominarne uno. La risposta fu: “Vogliamo dare un particolare rilievo, alzare il profilo della revisione della spesa e pensiamo di poterlo fare attraverso un commissario”. Va detto che la mia posizione era diversa, anche giuridicamente, rispetto a quella degli altri commissari straordinari. Era stata votata un’apposita legge per creare la posizione del commissario straordinario per la spending review. Tra l’altro, in inglese…».
Alcuni commissari, come quelli delle Camere di commercio, non percepiscono stipendio, altri sì. Sono spese in più che gravano sui contribuenti…
«Sì, però un calcolo preciso non c’è. Il generale Figliuolo, ad esempio, l’ha fatto gratis. Se i commissari sono già membri della pubblica amministrazione, non dovrebbero percepire indennità aggiuntive».
Invece Arcuri si fece pagare.
«Era dirigente di un’azienda pubblica, non parte della pubblica amministrazione. Forse quella è la differenza».
Spesso vengono nominati commissari straordinari professionisti che non hanno competenze specifiche legate al ruolo che vanno ad assumere. In Calabria in 14 anni, ben pochi commissari straordinari alla sanità avevano competenze in ambito sanitario e non hanno risolto granché.
«Nominare persone competenti dovrebbe essere la base. Non entro nel caso specifico della Calabria perché non lo conosco a fondo».
Quindi per lei il commissario straordinario è inutile perché dovrebbe diventare parte integrante del processo esecutivo delle opere…
«Esatto. Se ai commissari si danno i poteri ritenuti appropriati per fare le opere pubbliche, devono diventare la routine. Facciamo diventare normali questi poteri per i vertici amministrativi e finiamola di nominare ogni volta un commissario. Anche perché le persone sono spesso le stesse».
Però il commissario straordinario, rispetto a un dirigente o un funzionario ministeriale, può essere mandato via senza troppi problemi.
«Ma quei poteri vengono tolti a uno per darli a un altro. Il punto è proprio questo: se i poteri affidati sono considerati adeguati per far muovere le opere pubbliche, dovrebbero essere gli stessi per tutti senza la necessità di una nomina straordinaria. Deve essere la routine. Se un funzionario non è adeguato a svolgere quel ruolo, il ministro può revocargli l’incarico e affidargliene uno più adatto alle sue competenze. Per le opere pubbliche ci vogliono poteri più semplici, meno burocrazia e più flessibilità».
«Sanità calabrese, 14 anni inutili»
Dal primo commissariamento della sanità in Calabria sono trascorsi 14 anni e si sono susseguiti altrettanti tra commissari e sub commissari. Facciamo il punto con l’avvocato Bruno Calvetta, già direttore generale e amministrativo della Regione Calabria, di diverse aziende sanitarie e ospedaliere in Calabria e in Lombardia, ora segretario generale delle Camere di commercio della Calabria centrale.
Che cosa hanno lasciato i commissari straordinari nominati in Calabria?
«Purtroppo, il vuoto. Nulla è cambiato in 14 anni di commissariamento, cominciato nel dicembre 2007. La sanità calabrese continua a versare in condizioni drammatiche. Il debito non è stato ripianato. Quanto ai livelli essenziali di assistenza, la Calabria è inadempiente: si trova al penultimo posto nella griglia di valutazione con 125 punti quando il livello minimo nazionale è fissato in 160 punti. Il Veneto, ad esempio, ne ha 222».
A quanto ammontano i debiti?
«La Corte dei Conti, nella sua relazione annuale, riferendosi alla sanità calabrese scrive: “Il debito ingiustificato è un mostro che sta divorando la sanità a danno dei cittadini e dei contribuenti e che determina, inevitabilmente, sottrazione di risorse alla cura della salute”. Il disavanzo in 14 anni è rimasto invariato, segno evidente dell’inadeguatezza della funzione commissariale e dei commissari che si sono susseguiti e, quindi, dell’inutilità di una figura che dovrebbe essere superata».
Chi è stato mandato a fare il commissario alla sanità in Calabria?
«Alti ufficiali di diverse forze dell’ordine, meritevoli nelle loro funzioni d’origine; liberi professionisti con scarsa esperienza in sanità; alti funzionari del ministero dell’Interno, nominati al di là di specifiche competenze ed esperienze in materia di gestione dei servizi sanitari. Oggi il commissariamento è uno strumento di governance pubblica non più al passo con i tempi».
Quali sono stati gli effetti di 14 anni di commissariamento della sanità calabrese?
«Un disavanzo di 113 milioni di euro all’anno; livelli essenziali di assistenza sotto la soglia; una mobilità verso altre regioni per oltre 200 milioni di euro. Ci sono ospedali e presidi territoriali chiusi e senza programmazione; investimenti pari a zero; mancato utilizzo dei fondi Por 2014/2020 per 100 milioni di euro. La spesa corrente di ogni azienda anche se assoggettata a piano di rientro è in continua crescita. Ultimo, ma non meno importante: al mancato pagamento dei debiti pregressi delle singole aziende, che complessivamente valgono circa 550 milioni di euro, si aggiungono gli interessi per mancato pagamento».
Nominare i commissari, insomma, non ha risolto nulla.
«No. È una catena assurda: il governo centrale nomina il commissario ad acta per il piano di rientro dal disavanzo sanitario; questi, a sua volta, nomina altri commissari straordinari per gestire le aziende sanitarie, e tali commissari potrebbero a loro volta essere sprovvisti di competenze specifiche o dei requisiti richiesti dalla legge per svolgere le funzioni di direttore generale».
I commissari straordinari dovrebbero essere nominati nel momento in cui ci sono criticità e situazioni emergenziali. Invece?
«Appunto, oggi viene esasperato l’utilizzo di questo istituto normativo. Uno strumento che già non è molto coerente con l’assetto democratico, in quanto assegna pieni poteri a un soggetto singolo, viene impiegato normalmente per rimuovere criticità. Ora il Pnrr aggiungerà altri problemi».
Quali?
«Nel Pnrr vengono poste diverse condizionalità che potrebbero complicare la realizzazione degli obiettivi previsti con la conseguenza del blocco delle risorse. Bruxelles ci dice che dobbiamo rimuovere gli ostacoli che impedirebbero il raggiungimento degli obiettivi, quindi dobbiamo adeguare il nostro ordinamento».
E per fare ciò che ci chiede l’Europa, la soluzione è nominare commissari straordinari?
«Il rischio c’è. Ma a parer mio, occorre rafforzare gli organi decisori ordinari, come le direzioni generali dei dipartimenti e sostenerle con competenze tecniche. Non vedo come potrebbe far meglio un commissario straordinario, una figura che si dedica temporaneamente a una certa funzione, magari ne svolge un’altra contemporaneamente e, come accade per le Camere di commercio, addirittura senza remunerazione».
Chi controlla e chi valuta poi l’operato del commissario straordinario?
«Di fatto, chi lo nomina. Nel caso della sanità calabrese è sempre il ministero della Salute che nomina e ha il potere di revoca o riconferma. Nonostante le buone intenzioni, la Calabria dimostra il fallimento di questo sistema».
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I professionisti dovrebbero gestire calamità, aziende fallite e Comuni solo per breve tempo. Invece affidare «superpoteri» è la normalità. Procedure aperte da 14 anni e in eredità disastri come nel caso Arcuri.L’ex coordinatore per la spending review Carlo Cottarelli: «Le pratiche per le opere pubbliche devono essere semplificate. Se si possono avere più incarichi, vuol dire che nessuno di essi richiede davvero competenze particolari».Bruno Calvetta, ex dirigente di Regione Calabria: «La gestione speciale dura dal 2007 ma non è cambiato nulla. Ospedali malgovernati, debiti non ripianati e fuga dei pazienti in altre regioni».Lo speciale contiene tre articoli.Vengono nominati per gestire grandi calamità e cantieri lumaca, enti locali allo sbando, aziende in crisi. Dovrebbero lavorare per un tempo limitato e sbrogliare emergenze con poteri maggiori, accentrati o in deroga. C’è poco da stupirsi, in un Paese in cui l’emergenza è la regola. Il problema è che, tranne qualche eccezione, questi super dirigenti spesso non sbloccano, velocizzano né risolvono nulla e dunque rappresentano uno spreco nello spreco. Pensiamo all’ex Ilva, il cui commissariamento iniziò nel 2013 con il decreto legge 61 ed è ancora aperto. In nove anni si sono succeduti 6 commissari straordinari (il primo fu Enrico Bondi, già commissario di Parmalat e poi nominato da Mario Monti a sovrintendere la spending review prima di essere spedito a Taranto), un sub commissario e un commissario straordinario per gli interventi urgenti di bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione di Taranto, la dottoressa Vera Corbelli, alla quale è stato anche conferito l’incarico di commissario straordinario per la messa in sicurezza e gestione dei rifiuti pericolosi e radioattivi del vicino deposito ex Cemerad a Statte. Per qualcuno quella di «sbroglia emergenze» è quasi una professione: l’ex capo della Protezione civile Guido Bertolaso, per esempio, è stato commissario almeno una dozzina di volte, tra cui i rifiuti in Campania, il rischio bionucleare, i mondiali di ciclismo del 2008, il terremoto dell’Aquila e il G8 in Abruzzo. La moltiplicazione dei commissari registra un’attività pari al loro nome: straordinaria. Nel 2020 la presidenza del Consiglio e il ministero dello Sviluppo economico ne elencavano 384: 36 commissari straordinari del governo, 160 di aziende in crisi, 188 di Comuni. Al momento il governo elenca 7 commissari di indirizzo politico (tra cui il coordinamento antiracket e la ricerca delle persone scomparse), 48 di indirizzo tecnico-settoriale (dal Mose di Venezia all’area di Castel Volturno), 37 per interventi infrastrutturali prioritari (strade, ferrovie, porti, acquedotti, metropolitane). Aggiungiamo 13 commissari straordinari delle Camere di commercio, i 249 nominati dal ministero dello Sviluppo economico per 159 aziende in crisi (da Parmalat a Merloni) e quelli dei Comuni sciolti o senza sindaco (oltre 200) e si supera quota 400. Ora si aggiunge anche il Pnrr: nello scorso agosto erano già 102 le opere commissariate per un valore complessivo di 96 miliardi di euro. Tra le aziende, ex Ilva a parte, l’esempio più noto è quello di Alitalia, affidata dal 2011 ai commissari Giovanni Fiori, Gianluca Brancadoro, Stefano Ambrosini. I commissari che gestiscono aziende alla deriva fino a qualche anno fa incassavano assegni con cifre a sei zeri. L’anno scorso il ministro Giancarlo Giorgetti ha firmato un decreto che riduce i costi, rivede l’assegnazione degli acconti e lega i compensi al raggiungimento di risultati.La sanità è commissariata in Calabria dal 2007 e in Molise dal 2009; c’è un commissario «per la demolizione, la rimozione, lo smaltimento e il conferimento in discarica dei materiali di risulta, il risanamento, la bonifica e la riqualificazione urbana e ambientale delle aree ove insistono le baraccopoli della città di Messina» creata in seguito al terremoto del 1908 e uno per il nuovo ospedale di Siracusa. Salta all’occhio il nome del sindaco di Roma Roberto Gualtieri che, tra un’emergenza rifiuti e una dei trasporti, ha accettato l’incarico di «assicurare gli interventi funzionali alle celebrazioni del Giubileo 2025 nel territorio di Roma capitale». Esistono commissari per la Tav, per le iniziative di solidarietà per le vittime dei reati di mafia e per le opere delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026. Giovanni Legnini è commissario straordinario per la ricostruzione nei territori interessati dal sisma del 24 agosto 2016 (Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria) e di quello del 2017 a Ischia. Ruoli per il quale percepisce, come molti suoi colleghi, 50.000 euro annui lordi a titolo di indennità fissa (liquidata mensilmente), ai quali se ne aggiungono altrettanti a titolo di parte variabile liquidata in un’unica soluzione alla scadenza del mandato. Esiste perfino il commissario straordinario del governo per il risanamento delle gestioni e il rilancio delle attività delle fondazioni lirico-sinfoniche. Il commissario straordinario è una sorta di supereroe. Ovunque ci sia un’emergenza o un’inefficienza lui interviene e, in teoria, risolve. I più famosi degli ultimi due anni sono i commissari straordinari per l’emergenza Covid-19. L’ultimo è stato il generale Francesco Figliuolo, il cui incarico è terminato il 17 marzo. Il suo predecessore, Domenico Arcuri, agli incarichi legati alla pandemia (vaccinazione e ripartenza delle scuole) univa anche la poltrona di amministratore delegato di Invitalia e in aggiunta ebbe il compito di gestire anche la crisi dell’acciaieria ex Ilva in Puglia. Troppi pensieri per la testa, al punto che Arcuri è finito coinvolto in inchieste come quella sull’acquisto delle mascherine, in cui è stato indagato per abuso d’ufficio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/commissari-straordinarie-400-poltrone-2657132004.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altro-che-emergenze-e-il-segno-che-la-burocrazia-e-al-capolinea" data-post-id="2657132004" data-published-at="1649657589" data-use-pagination="False"> «Altro che emergenze: è il segno che la burocrazia è al capolinea» Carlo Cottarelli (Ansa) Il professor Carlo Cottarelli ha un passato da commissario straordinario: fu incaricato di occuparsi di spending review. Ma due anni fa anche lui mise in dubbio l’utilità di questa figura: lo fece quando l’allora commissario straordinario per le misure anti Covid, Domenico Arcuri, fu nominato anche commissario straordinario per la ripartenza delle scuole. E non ha cambiato idea. La nomina di tanti commissari non è l’ammissione di un fallimento dello stato? «Effettivamente sono tanti e rappresentano un segnale che le cose fatte senza i commissari sono considerate di minore importanza, con tempi più lenti, e non si capisce perché debba essere così. Quando i commissari diventano così tanti, finiscono per rappresentare la normalità. Allora ci si chiede perché si mantengono le regole precedenti, cioè le regole ordinarie?». I commissari dovrebbero essere la normalità della pubblica amministrazione? «In molti casi i commissari sono membri della pubblica amministrazione che ricevono poteri in più. Se la burocrazia fosse sempre gestita così, molte cose sarebbero più semplici e veloci». Però, nominare i commissari straordinari significa certificare che la pubblica amministrazione non funziona… «Esatto. La soluzione è usare l’approccio commissariale per gestire la cosa pubblica». Il commissario straordinario dovrebbe gestire una situazione straordinaria o critica. Ci sono però commissari che hanno doppio o triplo incarico: come fanno a occuparsi contemporaneamente di tante emergenze? «Questo conferma che l’approccio commissariale non viene più utilizzato per cose davvero straordinarie, ma per gestire la normalità. Una persona si può occupare di più cose perché nessuna è veramente straordinaria. È diverso se l’intervento viene fatto davvero “una tantum”, per esempio nel caso del ponte di Genova. E comunque, il commissario per la ricostruzione del ponte Morandi è il sindaco che, ovviamente, aveva anche altro da fare». Chi valuta l’operato dei commissari? «La risposta è tristemente semplice: è un problema generale della pubblica amministrazione, dove non si premia molto il merito e non si valutano comportamenti e operato». I governi nominano commissari straordinari giusto per far vedere che si danno da fare? «Ci sono due motivi per nominare un commissario. Il primo è affidare questi poteri, ormai considerati normali, per realizzare opere pubbliche: in questo caso, la straordinarietà diventa normalità. L’altro è sottolineare l’importanza di un certo progetto. In questo caso, però, bisogna usarlo con parsimonia perché l’abuso sottrae valore al progetto». Perché accettò di fare il commissario alla spending review? «Quando me lo chiesero, domandai perché ci fosse bisogno di nominarne uno. La risposta fu: “Vogliamo dare un particolare rilievo, alzare il profilo della revisione della spesa e pensiamo di poterlo fare attraverso un commissario”. Va detto che la mia posizione era diversa, anche giuridicamente, rispetto a quella degli altri commissari straordinari. Era stata votata un’apposita legge per creare la posizione del commissario straordinario per la spending review. Tra l’altro, in inglese…». Alcuni commissari, come quelli delle Camere di commercio, non percepiscono stipendio, altri sì. Sono spese in più che gravano sui contribuenti… «Sì, però un calcolo preciso non c’è. Il generale Figliuolo, ad esempio, l’ha fatto gratis. Se i commissari sono già membri della pubblica amministrazione, non dovrebbero percepire indennità aggiuntive». Invece Arcuri si fece pagare. «Era dirigente di un’azienda pubblica, non parte della pubblica amministrazione. Forse quella è la differenza». Spesso vengono nominati commissari straordinari professionisti che non hanno competenze specifiche legate al ruolo che vanno ad assumere. In Calabria in 14 anni, ben pochi commissari straordinari alla sanità avevano competenze in ambito sanitario e non hanno risolto granché. «Nominare persone competenti dovrebbe essere la base. Non entro nel caso specifico della Calabria perché non lo conosco a fondo». Quindi per lei il commissario straordinario è inutile perché dovrebbe diventare parte integrante del processo esecutivo delle opere… «Esatto. Se ai commissari si danno i poteri ritenuti appropriati per fare le opere pubbliche, devono diventare la routine. Facciamo diventare normali questi poteri per i vertici amministrativi e finiamola di nominare ogni volta un commissario. Anche perché le persone sono spesso le stesse». Però il commissario straordinario, rispetto a un dirigente o un funzionario ministeriale, può essere mandato via senza troppi problemi. «Ma quei poteri vengono tolti a uno per darli a un altro. Il punto è proprio questo: se i poteri affidati sono considerati adeguati per far muovere le opere pubbliche, dovrebbero essere gli stessi per tutti senza la necessità di una nomina straordinaria. Deve essere la routine. Se un funzionario non è adeguato a svolgere quel ruolo, il ministro può revocargli l’incarico e affidargliene uno più adatto alle sue competenze. Per le opere pubbliche ci vogliono poteri più semplici, meno burocrazia e più flessibilità». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/commissari-straordinarie-400-poltrone-2657132004.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="sanita-calabrese-14-anni-inutili" data-post-id="2657132004" data-published-at="1649657589" data-use-pagination="False"> «Sanità calabrese, 14 anni inutili» Dal primo commissariamento della sanità in Calabria sono trascorsi 14 anni e si sono susseguiti altrettanti tra commissari e sub commissari. Facciamo il punto con l’avvocato Bruno Calvetta, già direttore generale e amministrativo della Regione Calabria, di diverse aziende sanitarie e ospedaliere in Calabria e in Lombardia, ora segretario generale delle Camere di commercio della Calabria centrale. Che cosa hanno lasciato i commissari straordinari nominati in Calabria? «Purtroppo, il vuoto. Nulla è cambiato in 14 anni di commissariamento, cominciato nel dicembre 2007. La sanità calabrese continua a versare in condizioni drammatiche. Il debito non è stato ripianato. Quanto ai livelli essenziali di assistenza, la Calabria è inadempiente: si trova al penultimo posto nella griglia di valutazione con 125 punti quando il livello minimo nazionale è fissato in 160 punti. Il Veneto, ad esempio, ne ha 222». A quanto ammontano i debiti? «La Corte dei Conti, nella sua relazione annuale, riferendosi alla sanità calabrese scrive: “Il debito ingiustificato è un mostro che sta divorando la sanità a danno dei cittadini e dei contribuenti e che determina, inevitabilmente, sottrazione di risorse alla cura della salute”. Il disavanzo in 14 anni è rimasto invariato, segno evidente dell’inadeguatezza della funzione commissariale e dei commissari che si sono susseguiti e, quindi, dell’inutilità di una figura che dovrebbe essere superata». Chi è stato mandato a fare il commissario alla sanità in Calabria? «Alti ufficiali di diverse forze dell’ordine, meritevoli nelle loro funzioni d’origine; liberi professionisti con scarsa esperienza in sanità; alti funzionari del ministero dell’Interno, nominati al di là di specifiche competenze ed esperienze in materia di gestione dei servizi sanitari. Oggi il commissariamento è uno strumento di governance pubblica non più al passo con i tempi». Quali sono stati gli effetti di 14 anni di commissariamento della sanità calabrese? «Un disavanzo di 113 milioni di euro all’anno; livelli essenziali di assistenza sotto la soglia; una mobilità verso altre regioni per oltre 200 milioni di euro. Ci sono ospedali e presidi territoriali chiusi e senza programmazione; investimenti pari a zero; mancato utilizzo dei fondi Por 2014/2020 per 100 milioni di euro. La spesa corrente di ogni azienda anche se assoggettata a piano di rientro è in continua crescita. Ultimo, ma non meno importante: al mancato pagamento dei debiti pregressi delle singole aziende, che complessivamente valgono circa 550 milioni di euro, si aggiungono gli interessi per mancato pagamento». Nominare i commissari, insomma, non ha risolto nulla. «No. È una catena assurda: il governo centrale nomina il commissario ad acta per il piano di rientro dal disavanzo sanitario; questi, a sua volta, nomina altri commissari straordinari per gestire le aziende sanitarie, e tali commissari potrebbero a loro volta essere sprovvisti di competenze specifiche o dei requisiti richiesti dalla legge per svolgere le funzioni di direttore generale». I commissari straordinari dovrebbero essere nominati nel momento in cui ci sono criticità e situazioni emergenziali. Invece? «Appunto, oggi viene esasperato l’utilizzo di questo istituto normativo. Uno strumento che già non è molto coerente con l’assetto democratico, in quanto assegna pieni poteri a un soggetto singolo, viene impiegato normalmente per rimuovere criticità. Ora il Pnrr aggiungerà altri problemi». Quali? «Nel Pnrr vengono poste diverse condizionalità che potrebbero complicare la realizzazione degli obiettivi previsti con la conseguenza del blocco delle risorse. Bruxelles ci dice che dobbiamo rimuovere gli ostacoli che impedirebbero il raggiungimento degli obiettivi, quindi dobbiamo adeguare il nostro ordinamento». E per fare ciò che ci chiede l’Europa, la soluzione è nominare commissari straordinari? «Il rischio c’è. Ma a parer mio, occorre rafforzare gli organi decisori ordinari, come le direzioni generali dei dipartimenti e sostenerle con competenze tecniche. Non vedo come potrebbe far meglio un commissario straordinario, una figura che si dedica temporaneamente a una certa funzione, magari ne svolge un’altra contemporaneamente e, come accade per le Camere di commercio, addirittura senza remunerazione». Chi controlla e chi valuta poi l’operato del commissario straordinario? «Di fatto, chi lo nomina. Nel caso della sanità calabrese è sempre il ministero della Salute che nomina e ha il potere di revoca o riconferma. Nonostante le buone intenzioni, la Calabria dimostra il fallimento di questo sistema».
Antonio Decaro e Roberto Fico (Ansa)
Roberto Fico ha nominato dieci assessori e si è tenuto molte deleghe, tra cui quelle al Bilancio e alla Sanità. E poi si è tenuto tutti i poteri sulla sicurezza, la legalità e l’immigrazione, che probabilmente non saranno ceduti neppure in un secondo tempo. Chi gli ha parlato in queste ore, ha visto l’ex presidente della Camera molto determinato a giocarsi in prima persona anche la carta del governatore «anticamorra». Il vicepresidente della giunta sarà il piddino Mario Casillo, che è anche assessore ai Tasporti e alla mobilità, mentre le deleghe strategiche a Territorio e patrimonio andranno all’ex sindaco di Portici, Vincenzo Cuomo. Che, però, dovrà attendere 15 giorni perché devono passarne 20 dalle dimissioni dalla carica di primo cittadino. Per aggirare la faccenda, non senza polemiche, Fico ha spiegato che Cuomo entrerà nel pieno delle sue funzioni il 21 gennaio, nonostante il decreto di nomina della giunta sia già stato firmato. Del resto, senza questo ex funzionario Asl democristiano non si può davvero partire perché è stato senatore ed è stato sindaco più volte, sempre con percentuali bulgare. Sulle altre deleghe e, soprattutto, sugli incarichi da assegnare, il fuoco brucia sotto le ceneri. In giunta hanno ottenuto un assessore ciascuno Clemente Mastella, i renziani, la lista A testa alta di Vincenzo De Luca e Avs. Stanno già meditando come rifarsi. Ma soprattutto, fatto incredibile, si parla già di rimpasto e ampliamento a 12 assessori nel 2027, quando ci saranno le politiche e alcuni assessori potrebbero tentare lo sbarco a Roma.
I conti con il passato non si chiuderanno facilmente neppure in Puglia, dove l’ex presidente Emiliano va verso un posto nella giunta di Antonio Decaro come assessore alle Crisi industriali. Il tutto in attesa di un posto a Montecitorio e con la possibilità di tenere sotto controllo l’infinito dossier Iva e le varie inchieste. Per farlo felice, Decaro scorporerà la delega dall’Ambiente. La composizione della giunta sarà ufficializzata la prossima settimana e le trattative nel centrosinistra sono complicate anche dal fatto che lo statuto della Puglia prevede che gli esterni al Consiglio non possano essere più di due (su 12). Emiliano non è stato ricandidato per il veto dell’ex sindaco di Bari Decaro e, se non fosse nominato assessore, gli toccherebbe tornare a vestire la toga da magistrato. Visto che è stato eletto per l’ultima volta nel 2020, non gli si applica la riforma Cartabia del 2022 che vieta le cosiddette «porte girevoli» tra magistratura e politica. In attesa, via libera al rientro dalla finestra.
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La vittoria di Giorgia Meloni che non ha rivendicato il femminismo ha mandato in crisi il paradigma dominante. Il saggio «Belle Ciao! Come Giorgia Meloni e la destra hanno mandato in tilt il femminismo» di Barbara Saltamartini critica i dogmi del femminismo progressista, contesta l’idea di un’unica voce legittimata a parlare per le donne e rilegge Giorgia Meloni come espressione di una tradizione femminile di destra rimossa dal racconto ufficiale. Il libro denuncia un’ideologia che ha mercificato la libertà e cancellato la differenza sessuale, rilanciando identità, maternità e comunità come valori politici. Un testo provocatorio che segna una rottura culturale.
Beppe Sala (Getty Images)
Ed è ovviamente molto difficile dare torto al primo cittadino milanese o non condividere il suo sdegno. Chi sta da clandestino sul territorio italiano deve essere riaccompagnato alla frontiera il più velocemente possibile, soprattutto se ha commesso dei reati. Non è, questa, una visione particolarmente destrorsa della realtà: è semplice utilizzo del buonsenso, condiviso dalla stragrande maggioranza degli italiani. Da qualche giorno sembra che perfino gli esponenti del Pd e della sinistra italica si siano collocati su questa posizione, tanto da pretendere più sicurezza, più controllo del territorio e più espulsioni.
Ad esempio Mattia Palazzi, sindaco pd di Mantova, spiega al Corriere della Sera che urge rispedire indietro gli stranieri delinquenti. «È chiaro che gli accordi per i rimpatri verso alcuni Paesi non funzionano», dice. «Intanto, cittadini e forze dell’ordine hanno spesso a che fare con persone soggette a ordini di espulsione per precedenti penali, con il risultato che i medesimi reati vengono reiterati. La situazione sta peggiorando, la sicurezza non può essere motivo di propaganda. Serve un patto politico bipartisan per garantire i rimpatri e più agenti a controllo delle città. L’esperimento Albania è fallito, non risolve i nodi aperti. Serve realismo, non propaganda».
Anche queste parole sono molto condivisibili: serve realismo non propaganda. Serve realismo sul tema dei rimpatri e su quello della protezione dei cittadini. Argomento su cui si sta scatenando il Pd dell’Emilia Romagna. Luigi Tosiani, segretario regionale dem, usa toni forti: «Agitare il tema della sicurezza come una clava può, forse, portare qualche punto in più nei sondaggi, poi però si va al governo e i problemi restano tutti lì, peggiorano, senza soluzioni concrete».
L’esponente pd si riferisce al fatto che a Bologna un povero capotreno di 34 anni è stato massacrato a coltellate nei pressi della stazione. Per il feroce assassinio è sospettato un altro straniero, Marin Jelenic, un croato di 36 anni con una lunga serie di precedenti. Tra maggio e settembre, Jelenic è stato identificato dalle forze dell’ordine numerose volte sempre a Milano, nelle stazioni Centrale e Lambrate. Era stato fermato pure il 22 dicembre, e come sempre aveva in tasca un coltello. Proprio in virtù di quel controllo di polizia si era visto appioppare un decreto di allontanamento dall’Italia. Non si trattava di una espulsione, ma di un provvedimento che riguarda i cittadini comunitari: Jelenic avrebbe dovuto lasciare il nostro territorio entro 10 giorni, cioè ai primi di gennaio. Come tragicamente noto, si è ben guardato dal farlo.
A quanto pare, dunque, non riusciamo ad allontanare dall’Italia nemmeno gli europei. E dunque è giusto indignarsi e protestare, e persino chiamare in causa il governo di destra, il quale ha ridotto il numero di stranieri in ingresso ma fatica, come tutti, sugli allontanamenti.
Detto questo, suona un po’ ridicolo il sussiego con cui ora la sinistra italica brama espulsioni e regole ferree. Che rimpatriare gli stranieri sia difficile è noto da molto tempo, motivo per cui sarebbe consigliabile farne entrare il meno possibile. Tema su cui però i nostri progressisti sono stati di opinione decisamente contraria per anni e anni (e continuano ad esserlo, ci risulta). Non solo. La sinistra è sempre in prima fila a protestare quando qualcuno osa parlare di espulsioni. Tanto che si è messa, pervertendo il termine inglese, a chiamarle deportazioni, giusto per evocare ancora una volta il nazismo. Tanto per non fare nomi, il sindaco Sala che adesso strepita per le espulsioni mai fatte è lo stesso che qualche mese fa fece di tutto per impedire che nella sua città si tenesse un convegno (un convegno!) sulla remigrazione. Di rimandare indietro gli stranieri non voleva nemmeno sentir parlare.
Ancora ieri, su Repubblica, Annalisa Cuzzocrea spiegava quanto sia inutile insistere sull’approccio securitario. A suo dire il problema sta solo nel fatto che non si spendono abbastanza soldi per l’integrazione, come se la violenza di soggetti tipo Velazco potesse essere attribuita al disagio sociale e alla povertà invece che alla propensione al crimine individuale.
Si punzecchi allora il governo, per carità, ma con un minimo di decenza se possibile. Chi si oppone ai rimpatri e contemporaneamente insiste per spalancare le frontiere, dovrebbe evitare di blaterare di sicurezza e di lamentarsi se in giro ci sono criminali stranieri. La sinistra, in sostanza, farebbe meglio a tacere.
Anzi, dovrebbe congratularsi con sé stessa per aver ottenuto ciò che ha richiesto.
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