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2026-05-04
Com’è facile comprare banconote contraffatte in offerta sul dark web
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La vendita di denaro falso è una delle attività criminali più diffuse e, al tempo stesso, più sottovalutate nel dibattito pubblico. Non si tratta solo di piccoli truffatori che immettono banconote contraffatte nel circuito commerciale: dietro questo fenomeno esistono reti organizzate, spesso transnazionali, che sfruttano tecnologia avanzata, canali digitali e sistemi di pagamento difficilmente tracciabili. Il commercio di banconote false avviene principalmente attraverso il dark web, piattaforme criptate e, sempre più spesso, anche tramite social network e app di messaggistica. I venditori propongono «pacchetti» di contanti contraffatti con sconti progressivi: più si acquista, meno si paga. In alcuni casi, 1.000 euro falsi o mille dollari possono essere venduti per poche centinaia di euro reali. Le organizzazioni criminali utilizzano stampanti professionali, inchiostri speciali e tecniche sofisticate per replicare elementi di sicurezza sempre più complessi. Tuttavia, la qualità varia: accanto a copie grossolane esistono falsi di alta fattura, difficili da individuare a occhio nudo. «Buongiorno, sono interessato all’acquisto di 50.000 euro in banconote da 50, 100, 20 e 10 euro. Tuttavia, vorrei sapere quale qualità potete garantire, che tipo di pagamento prevedete e i tempi di consegna. Resto in attesa di una vostra risposta». Così inizia, su Tor Market, il nostro viaggio nel dark web alla ricerca di soldi falsi. Nel sito si possono acquistare non solo euro falsi, ma anche dollari americani, dollari australiani, dollari canadesi e rupie indiane. La risposta arriva dopo pochi minuti: «Salve, noi utilizziamo la nuova tecnologia 2026! Stampiamo e vendiamo banconote contraffatte di qualità Grade-A di tutte le valute in tutto il mondo. Le nostre banconote sono stampate utilizzando fibra di cotone (80-99%), originariamente derivata da comuni stracci di lino bianco, fibra di legno (1-3%), biossido di titanio (2-3,5% del peso totale della fibra di legno), poliammide epicloridrina (0,5-2% del peso totale della fibra di cotone), cloruro di alluminio, resina melamminica-formaldeide e colla animale. Superano i test Uv e della penna allo iodio e possono quindi essere utilizzate in negozi, banche locali, casinò, sportelli Atm e cambiavalute. Le nostre banconote contengono le seguenti caratteristiche di sicurezza che le rendono apparentemente autentiche».
Le organizzazioni criminali che operano nel settore non sono improvvisate. Si tratta spesso di reti transnazionali che utilizzano tecnologie avanzate per replicare gli elementi di sicurezza delle banconote: filigrane, ologrammi, inchiostri speciali. Accanto a falsi di bassa qualità, facilmente individuabili, circolano copie sempre più sofisticate, difficili da riconoscere senza strumenti adeguati. Non a caso, i tagli più contraffatti restano quelli da 20 e 50 euro, più semplici da spendere e meno soggetti a controlli approfonditi. Il cuore del business, però, non è solo la produzione, ma la distribuzione. La vendita di denaro falso si è progressivamente spostata online, sfruttando piattaforme criptate, circuiti del dark web e canali di messaggistica difficilmente monitorabili. Qui le banconote vengono offerte in veri e propri «listini»: mille euro falsi oppure dollari americani possono essere acquistati per poche centinaia di euro reali, con sconti crescenti al crescere dei volumi. Il pagamento avviene quasi sempre in criptovalute come Bitcoin, che garantiscono un certo grado di anonimato e rendono più complesso il lavoro delle forze di polizia. Una volta acquistato, il denaro contraffatto viene immesso nel circuito economico attraverso canali difficili da tracciare. Piccoli esercizi commerciali, mercati affollati, locali notturni: sono questi i contesti in cui le banconote false riescono più facilmente a passare inosservate.
In altri casi, il contante viene utilizzato all’interno di economie parallele, legate al traffico di droga o ad altre attività illegali, dove i controlli sono praticamente assenti. Il dato economico complessivo, seppur difficile da quantificare con precisione, è significativo. Considerando un valore medio di 50 euro per banconota, si può stimare che ogni anno vengano intercettati oltre 20 milioni di euro falsi nell’Eurozona. Ma si tratta solo della punta dell’iceberg: una parte consistente sfugge inevitabilmente ai controlli. A rendere il fenomeno ancora più insidioso è la sua evoluzione tecnologica. L’accesso a strumenti di stampa sempre più avanzati e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale stanno abbassando la soglia d’ingresso per nuovi attori criminali. In questo contesto, la digitalizzazione dei pagamenti non ha eliminato il contante, che continua a essere ampiamente utilizzato e, proprio per questo, resta un obiettivo privilegiato. La geografia del denaro falso non ha più confini netti, ma segue rotte precise. Le indagini europee e internazionali delineano una mappa ricorrente, fatta di hub produttivi, snodi logistici e canali di distribuzione che attraversano più continenti. L’Europa orientale – in particolare Bulgaria, Romania e Ucraina – resta uno dei principali poli di produzione. Qui i costi contenuti e la disponibilità di competenze tecniche favoriscono la nascita di laboratori clandestini capaci di realizzare falsi anche sofisticati. Diverso il ruolo di Italia e Spagna, che si configurano soprattutto come piattaforme di distribuzione: il denaro contraffatto arriva, viene smistato e immesso nei circuiti economici. In Italia, diverse inchieste hanno individuato centri attivi tra Campania e Lazio, spesso collegati alla criminalità organizzata. A fare da cerniera tra Europa e Medio Oriente è la Turchia, utilizzata come crocevia per il transito delle banconote. Sul fronte sud, il Nord Africa – con Marocco e Algeria – svolge un ruolo chiave nella diffusione locale e nel passaggio verso l’Europa. Più a est, la Cina è spesso associata alla produzione di materiali, strumenti e, in alcuni casi, di banconote di qualità elevata.
Il fenomeno resta globale. Anche il dollaro è un bersaglio prioritario, con reti attive in Sud America e nel Sud-Est asiatico, come evidenziato dall’Us Secret Service. In questo scenario, l’Italia rappresenta un caso emblematico. Il Paese ha una lunga storia legata alla contraffazione di valuta: negli anni, le forze dell’ordine hanno smantellato vere e proprie «fabbriche» di banconote false. Alcune organizzazioni hanno raggiunto livelli tali da costruirsi una reputazione internazionale per la qualità dei falsi, poi esportati in tutta Europa. Nel mondo della contraffazione esiste una storia che, più di altre, restituisce il livello raggiunto da alcune reti criminali: quella della cosiddetta «superdollar», la banconota da 100 dollari falsa quasi indistinguibile dall’originale. Non si tratta del classico falso grossolano, ma di un prodotto realizzato con una cura maniacale: carta simile a quella autentica, inchiostri sofisticati e dettagli di sicurezza riprodotti con precisione tale da mettere in difficoltà persino gli esperti. Secondo diverse indagini dell’Us Secret Service, la qualità di queste banconote ha alimentato per anni sospetti su una possibile produzione sostenuta da strutture ben più avanzate rispetto alla criminalità tradizionale. Ma il vero elemento sorprendente non è solo tecnico: è strategico. A differenza dei falsi comuni, immessi sul mercato in grandi quantità, la «superdollar» veniva utilizzata con estrema cautela: piccole dosi, distribuite nel tempo, per evitare di attirare l’attenzione e mantenere intatto il valore del falso.
Così i nuovi dollari sfidano l'IA
Negli Stati Uniti il denaro falso continua a circolare, ma i numeri raccontano una realtà molto distante dall’allarme spesso percepito. Non siamo di fronte a un fenomeno fuori controllo, bensì a una minaccia costante ma contenuta, monitorata con attenzione dalle autorità federali e progressivamente ridimensionata grazie all’evoluzione tecnologica. Secondo le stime della Federal reserve, il valore complessivo delle banconote contraffatte in circolazione oscilla tra i 15 e i 30 milioni di dollari. Una cifra che può sembrare rilevante, ma che cambia radicalmente significato se confrontata con la massa monetaria statunitense: oltre 2.000 miliardi di dollari in contanti. In termini pratici, si parla di una banconota falsa ogni decine di migliaia di esemplari autentici.
Il rischio, per il cittadino medio, resta quindi estremamente basso. Il contrasto operativo è affidato in gran parte allo United States Secret Service, che ogni anno sequestra decine di milioni di dollari contraffatti. Le operazioni colpiscono soprattutto reti organizzate, spesso legate a circuiti internazionali, ma non mancano casi più rudimentali. In diverse città americane sono state smantellate tipografie clandestine capaci di produrre migliaia di banconote, soprattutto da 20 e 100 dollari, i tagli più utilizzati nella vita quotidiana e quindi più facili da «spendere» senza destare sospetti.
Un caso emblematico riguarda un sequestro avvenuto nel Midwest, dove le autorità hanno individuato una rete che distribuiva dollari falsi attraverso piccoli esercizi commerciali e distributori automatici. In un’altra operazione sulla costa Ovest, invece, è stato scoperto un sistema più sofisticato che utilizzava stampanti ad alta definizione e carta trattata chimicamente per imitare le caratteristiche tattili delle banconote originali. Nonostante questi episodi, il trend generale è in calo. Le nuove banconote statunitensi integrano elementi di sicurezza sempre più avanzati: filigrane tridimensionali, inchiostri cangianti, microstampe e bande di sicurezza difficili da replicare. A questo si aggiunge il ruolo crescente della tecnologia digitale: software di analisi, scanner intelligenti e sistemi di tracciamento permettono di individuare le anomalie con maggiore rapidità.
Ma la vera trasformazione riguarda il fronte della falsificazione. Se in passato il rischio principale era legato alle tipografie clandestine, oggi emergono nuove minacce ibride. L’Intelligenza artificiale consente di migliorare la qualità delle riproduzioni, mentre le reti criminali sfruttano il web e le criptovalute per distribuire e monetizzare il falso con maggiore discrezione. Non è un caso che le autorità stiano spostando sempre più risorse sul monitoraggio digitale, dove il confine tra contraffazione, frode e cybercrime diventa sempre più sottile.
In definitiva, il denaro falso negli Stati Uniti esiste e continua a rappresentare un problema operativo per forze dell’ordine e commercianti. Tuttavia, i dati indicano con chiarezza che si tratta di un fenomeno marginale rispetto alla dimensione complessiva dell’economia. La vera sfida, oggi, non è tanto la quantità di banconote contraffatte in circolazione, quanto la capacità delle organizzazioni criminali di adattarsi a un contesto tecnologico che continua ad essere in rapida evoluzione.
La «fabbrica di euro» è l’Est Europa, Madrid e Roma hub di smistamento
Il denaro falso continua a circolare nei sistemi economici europei, ma i dati restituiscono un quadro meno allarmante rispetto alla percezione diffusa. Non si tratta di un’emergenza sistemica, bensì di un fenomeno stabile, attentamente monitorato e, negli ultimi anni, in progressiva riduzione. Resta però una minaccia concreta per cittadini ed esercenti, soprattutto nei contesti di pagamento rapido. Secondo la Bce, nel 2025 sono state ritirate circa 444.000 banconote contraffatte, in calo rispetto alle oltre 550.000 individuate nel 2024. Numeri che, se considerati isolatamente, possono apparire rilevanti, ma che cambiano significato se rapportati alla massa di denaro autentico in circolazione: decine di miliardi di banconote. In termini proporzionali, si parla di circa 14 falsi per ogni milione di esemplari veri, una probabilità estremamente bassa per il singolo cittadino.Il fenomeno, tuttavia, non è scomparso: si è trasformato, adattandosi alle logiche delle organizzazioni criminali. I tagli più colpiti restano quelli da 20 e 50 euro, che rappresentano circa l’80% delle banconote false intercettate. La scelta è strategica: sono i tagli più utilizzati nella quotidianità e quindi più facili da immettere in circolazione senza attirare controlli. Al contrario, le banconote da 100 e 200 euro risultano meno appetibili, perché più soggette a verifiche. Dal punto di vista geografico, oltre il 95% dei falsi viene individuato all’interno dell’area euro. Questo conferma l’esistenza di reti criminali radicate in Europa, spesso con basi operative nei Paesi dell’Est, ma capaci di operare su scala transnazionale. La contraffazione non è più un’attività artigianale isolata, bensì un sistema organizzato e flessibile. In questo scenario, l’Intelligenza artificiale rappresenta un fattore di evoluzione. I modelli di generazione di immagini ad alta risoluzione consentono di riprodurre con crescente precisione dettagli complessi: sfumature cromatiche, microelementi grafici e texture. Software avanzati permettono di simulare effetti ottici e imperfezioni tipiche delle banconote autentiche. Il risultato non è perfetto, ma spesso sufficiente a superare controlli superficiali.Anche la fase di stampa ha subito una trasformazione: le tipografie clandestine sono state in parte sostituite da stampanti di alta gamma, abbinate a sistemi di elaborazione digitale. Questo consente produzioni più rapide e meno costose. L’Intelligenza artificiale interviene inoltre nel miglioramento continuo: analizza gli errori, corregge i difetti e aumenta progressivamente la qualità delle copie. La tecnologia gioca un ruolo anche nella distribuzione. Le reti criminali utilizzano piattaforme digitali, chat criptate e social network per vendere banconote false a intermediari di basso livello. In alcuni casi, sistemi automatizzati selezionano i potenziali acquirenti e gestiscono i contatti, riducendo il rischio di infiltrazioni e rendendo la filiera più difficile da intercettare. Le indagini condotte negli ultimi anni in diversi Paesi europei confermano questo salto qualitativo. In Italia, a Napoli, è stata smantellata una delle principali centrali di produzione di euro falsi, con il sequestro di migliaia di banconote da 20 e 50 euro pronte per la distribuzione. Il laboratorio disponeva di macchinari sofisticati, capaci di riprodurre con buona precisione gli elementi di sicurezza.In Spagna, la Guardia Civil ha individuato una rete attiva lungo la costa mediterranea, dove i falsi venivano immessi soprattutto nel circuito turistico, sfruttando l’elevato volume di transazioni e la minore attenzione nei pagamenti in contanti. In Germania, invece, un’operazione coordinata ha portato alla scoperta di un sistema di vendita online, con banconote contraffatte cedute a prezzo ridotto a intermediari incaricati di inserirle nel mercato. Questi casi dimostrano come la contraffazione sia oggi un vero business criminale, capace di adattarsi sia ai contesti economici sia all’innovazione tecnologica. Nonostante ciò, le banconote della serie «Europa» mantengono un elevato livello di sicurezza. Filigrane, ologrammi dinamici, numeri in rilievo ed elementi visibili sotto luce ultravioletta rendono estremamente complessa una riproduzione completa e convincente.I falsari, infatti, non puntano alla perfezione assoluta, ma a copie «abbastanza credibili» da non destare sospetti immediati. È su questa soglia di ambiguità che si gioca la partita. Per questo il contrasto si basa su un doppio livello: da un lato l’aggiornamento continuo dei sistemi di controllo, dall’altro la prevenzione. Le autorità europee e nazionali investono nella formazione degli operatori e nella diffusione di pratiche di verifica semplici ma efficaci: controllare al tatto, osservare in controluce, verificare gli elementi di sicurezza. In definitiva, il denaro falso rappresenta una minaccia reale ma contenuta. I numeri indicano che il sistema regge, ma la presenza costante di reti criminali e l’evoluzione tecnologica impongono attenzione. La sfida resta aperta e si gioca ogni giorno tra innovazione e vigilanza quotidiana.
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Non è opera di piccoli truffatori, ma di reti internazionali in grado di usare tecnologia ultra sofisticata. Coi «pacchetti sconto» più acquisti (meglio se in Bitcoin), meno paghi. Bulgaria, Romania e Ucraina sono i principali poli di produzione, grazie ai costi contenuti e alle competenze tecniche. I numeri del fenomeno restano limitati, ma per gli Stati la filiera è sempre più difficile da intercettare.Filigrane tridimensionali, inchiostri cangianti, microstampe e bande di sicurezza non replicabili: il denaro americano è diventato sempre più difficile da imitare. Lo speciale contiene tre articoli. La vendita di denaro falso è una delle attività criminali più diffuse e, al tempo stesso, più sottovalutate nel dibattito pubblico. Non si tratta solo di piccoli truffatori che immettono banconote contraffatte nel circuito commerciale: dietro questo fenomeno esistono reti organizzate, spesso transnazionali, che sfruttano tecnologia avanzata, canali digitali e sistemi di pagamento difficilmente tracciabili. Il commercio di banconote false avviene principalmente attraverso il dark web, piattaforme criptate e, sempre più spesso, anche tramite social network e app di messaggistica. I venditori propongono «pacchetti» di contanti contraffatti con sconti progressivi: più si acquista, meno si paga. In alcuni casi, 1.000 euro falsi o mille dollari possono essere venduti per poche centinaia di euro reali. Le organizzazioni criminali utilizzano stampanti professionali, inchiostri speciali e tecniche sofisticate per replicare elementi di sicurezza sempre più complessi. Tuttavia, la qualità varia: accanto a copie grossolane esistono falsi di alta fattura, difficili da individuare a occhio nudo. «Buongiorno, sono interessato all’acquisto di 50.000 euro in banconote da 50, 100, 20 e 10 euro. Tuttavia, vorrei sapere quale qualità potete garantire, che tipo di pagamento prevedete e i tempi di consegna. Resto in attesa di una vostra risposta». Così inizia, su Tor Market, il nostro viaggio nel dark web alla ricerca di soldi falsi. Nel sito si possono acquistare non solo euro falsi, ma anche dollari americani, dollari australiani, dollari canadesi e rupie indiane. La risposta arriva dopo pochi minuti: «Salve, noi utilizziamo la nuova tecnologia 2026! Stampiamo e vendiamo banconote contraffatte di qualità Grade-A di tutte le valute in tutto il mondo. Le nostre banconote sono stampate utilizzando fibra di cotone (80-99%), originariamente derivata da comuni stracci di lino bianco, fibra di legno (1-3%), biossido di titanio (2-3,5% del peso totale della fibra di legno), poliammide epicloridrina (0,5-2% del peso totale della fibra di cotone), cloruro di alluminio, resina melamminica-formaldeide e colla animale. Superano i test Uv e della penna allo iodio e possono quindi essere utilizzate in negozi, banche locali, casinò, sportelli Atm e cambiavalute. Le nostre banconote contengono le seguenti caratteristiche di sicurezza che le rendono apparentemente autentiche».Le organizzazioni criminali che operano nel settore non sono improvvisate. Si tratta spesso di reti transnazionali che utilizzano tecnologie avanzate per replicare gli elementi di sicurezza delle banconote: filigrane, ologrammi, inchiostri speciali. Accanto a falsi di bassa qualità, facilmente individuabili, circolano copie sempre più sofisticate, difficili da riconoscere senza strumenti adeguati. Non a caso, i tagli più contraffatti restano quelli da 20 e 50 euro, più semplici da spendere e meno soggetti a controlli approfonditi. Il cuore del business, però, non è solo la produzione, ma la distribuzione. La vendita di denaro falso si è progressivamente spostata online, sfruttando piattaforme criptate, circuiti del dark web e canali di messaggistica difficilmente monitorabili. Qui le banconote vengono offerte in veri e propri «listini»: mille euro falsi oppure dollari americani possono essere acquistati per poche centinaia di euro reali, con sconti crescenti al crescere dei volumi. Il pagamento avviene quasi sempre in criptovalute come Bitcoin, che garantiscono un certo grado di anonimato e rendono più complesso il lavoro delle forze di polizia. Una volta acquistato, il denaro contraffatto viene immesso nel circuito economico attraverso canali difficili da tracciare. Piccoli esercizi commerciali, mercati affollati, locali notturni: sono questi i contesti in cui le banconote false riescono più facilmente a passare inosservate.In altri casi, il contante viene utilizzato all’interno di economie parallele, legate al traffico di droga o ad altre attività illegali, dove i controlli sono praticamente assenti. Il dato economico complessivo, seppur difficile da quantificare con precisione, è significativo. Considerando un valore medio di 50 euro per banconota, si può stimare che ogni anno vengano intercettati oltre 20 milioni di euro falsi nell’Eurozona. Ma si tratta solo della punta dell’iceberg: una parte consistente sfugge inevitabilmente ai controlli. A rendere il fenomeno ancora più insidioso è la sua evoluzione tecnologica. L’accesso a strumenti di stampa sempre più avanzati e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale stanno abbassando la soglia d’ingresso per nuovi attori criminali. In questo contesto, la digitalizzazione dei pagamenti non ha eliminato il contante, che continua a essere ampiamente utilizzato e, proprio per questo, resta un obiettivo privilegiato. La geografia del denaro falso non ha più confini netti, ma segue rotte precise. Le indagini europee e internazionali delineano una mappa ricorrente, fatta di hub produttivi, snodi logistici e canali di distribuzione che attraversano più continenti. L’Europa orientale – in particolare Bulgaria, Romania e Ucraina – resta uno dei principali poli di produzione. Qui i costi contenuti e la disponibilità di competenze tecniche favoriscono la nascita di laboratori clandestini capaci di realizzare falsi anche sofisticati. Diverso il ruolo di Italia e Spagna, che si configurano soprattutto come piattaforme di distribuzione: il denaro contraffatto arriva, viene smistato e immesso nei circuiti economici. In Italia, diverse inchieste hanno individuato centri attivi tra Campania e Lazio, spesso collegati alla criminalità organizzata. A fare da cerniera tra Europa e Medio Oriente è la Turchia, utilizzata come crocevia per il transito delle banconote. Sul fronte sud, il Nord Africa – con Marocco e Algeria – svolge un ruolo chiave nella diffusione locale e nel passaggio verso l’Europa. Più a est, la Cina è spesso associata alla produzione di materiali, strumenti e, in alcuni casi, di banconote di qualità elevata.Il fenomeno resta globale. Anche il dollaro è un bersaglio prioritario, con reti attive in Sud America e nel Sud-Est asiatico, come evidenziato dall’Us Secret Service. In questo scenario, l’Italia rappresenta un caso emblematico. Il Paese ha una lunga storia legata alla contraffazione di valuta: negli anni, le forze dell’ordine hanno smantellato vere e proprie «fabbriche» di banconote false. Alcune organizzazioni hanno raggiunto livelli tali da costruirsi una reputazione internazionale per la qualità dei falsi, poi esportati in tutta Europa. Nel mondo della contraffazione esiste una storia che, più di altre, restituisce il livello raggiunto da alcune reti criminali: quella della cosiddetta «superdollar», la banconota da 100 dollari falsa quasi indistinguibile dall’originale. Non si tratta del classico falso grossolano, ma di un prodotto realizzato con una cura maniacale: carta simile a quella autentica, inchiostri sofisticati e dettagli di sicurezza riprodotti con precisione tale da mettere in difficoltà persino gli esperti. Secondo diverse indagini dell’Us Secret Service, la qualità di queste banconote ha alimentato per anni sospetti su una possibile produzione sostenuta da strutture ben più avanzate rispetto alla criminalità tradizionale. Ma il vero elemento sorprendente non è solo tecnico: è strategico. A differenza dei falsi comuni, immessi sul mercato in grandi quantità, la «superdollar» veniva utilizzata con estrema cautela: piccole dosi, distribuite nel tempo, per evitare di attirare l’attenzione e mantenere intatto il valore del falso.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/come-facile-comprare-banconote-contraffatte-in-offerta-sul-dark-web-2676847209.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cosi-i-nuovi-dollari-sfidano-l-ia" data-post-id="2676847209" data-published-at="1777902148" data-use-pagination="False"> Così i nuovi dollari sfidano l'IA Negli Stati Uniti il denaro falso continua a circolare, ma i numeri raccontano una realtà molto distante dall’allarme spesso percepito. Non siamo di fronte a un fenomeno fuori controllo, bensì a una minaccia costante ma contenuta, monitorata con attenzione dalle autorità federali e progressivamente ridimensionata grazie all’evoluzione tecnologica. Secondo le stime della Federal reserve, il valore complessivo delle banconote contraffatte in circolazione oscilla tra i 15 e i 30 milioni di dollari. Una cifra che può sembrare rilevante, ma che cambia radicalmente significato se confrontata con la massa monetaria statunitense: oltre 2.000 miliardi di dollari in contanti. In termini pratici, si parla di una banconota falsa ogni decine di migliaia di esemplari autentici.Il rischio, per il cittadino medio, resta quindi estremamente basso. Il contrasto operativo è affidato in gran parte allo United States Secret Service, che ogni anno sequestra decine di milioni di dollari contraffatti. Le operazioni colpiscono soprattutto reti organizzate, spesso legate a circuiti internazionali, ma non mancano casi più rudimentali. In diverse città americane sono state smantellate tipografie clandestine capaci di produrre migliaia di banconote, soprattutto da 20 e 100 dollari, i tagli più utilizzati nella vita quotidiana e quindi più facili da «spendere» senza destare sospetti.Un caso emblematico riguarda un sequestro avvenuto nel Midwest, dove le autorità hanno individuato una rete che distribuiva dollari falsi attraverso piccoli esercizi commerciali e distributori automatici. In un’altra operazione sulla costa Ovest, invece, è stato scoperto un sistema più sofisticato che utilizzava stampanti ad alta definizione e carta trattata chimicamente per imitare le caratteristiche tattili delle banconote originali. Nonostante questi episodi, il trend generale è in calo. Le nuove banconote statunitensi integrano elementi di sicurezza sempre più avanzati: filigrane tridimensionali, inchiostri cangianti, microstampe e bande di sicurezza difficili da replicare. A questo si aggiunge il ruolo crescente della tecnologia digitale: software di analisi, scanner intelligenti e sistemi di tracciamento permettono di individuare le anomalie con maggiore rapidità.Ma la vera trasformazione riguarda il fronte della falsificazione. Se in passato il rischio principale era legato alle tipografie clandestine, oggi emergono nuove minacce ibride. L’Intelligenza artificiale consente di migliorare la qualità delle riproduzioni, mentre le reti criminali sfruttano il web e le criptovalute per distribuire e monetizzare il falso con maggiore discrezione. Non è un caso che le autorità stiano spostando sempre più risorse sul monitoraggio digitale, dove il confine tra contraffazione, frode e cybercrime diventa sempre più sottile.In definitiva, il denaro falso negli Stati Uniti esiste e continua a rappresentare un problema operativo per forze dell’ordine e commercianti. Tuttavia, i dati indicano con chiarezza che si tratta di un fenomeno marginale rispetto alla dimensione complessiva dell’economia. La vera sfida, oggi, non è tanto la quantità di banconote contraffatte in circolazione, quanto la capacità delle organizzazioni criminali di adattarsi a un contesto tecnologico che continua ad essere in rapida evoluzione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/come-facile-comprare-banconote-contraffatte-in-offerta-sul-dark-web-2676847209.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-fabbrica-di-euro-e-lest-europa-madrid-e-roma-hub-di-smistamento" data-post-id="2676847209" data-published-at="1777902148" data-use-pagination="False"> La «fabbrica di euro» è l’Est Europa, Madrid e Roma hub di smistamento Il denaro falso continua a circolare nei sistemi economici europei, ma i dati restituiscono un quadro meno allarmante rispetto alla percezione diffusa. Non si tratta di un’emergenza sistemica, bensì di un fenomeno stabile, attentamente monitorato e, negli ultimi anni, in progressiva riduzione. Resta però una minaccia concreta per cittadini ed esercenti, soprattutto nei contesti di pagamento rapido. Secondo la Bce, nel 2025 sono state ritirate circa 444.000 banconote contraffatte, in calo rispetto alle oltre 550.000 individuate nel 2024. Numeri che, se considerati isolatamente, possono apparire rilevanti, ma che cambiano significato se rapportati alla massa di denaro autentico in circolazione: decine di miliardi di banconote. In termini proporzionali, si parla di circa 14 falsi per ogni milione di esemplari veri, una probabilità estremamente bassa per il singolo cittadino.Il fenomeno, tuttavia, non è scomparso: si è trasformato, adattandosi alle logiche delle organizzazioni criminali. I tagli più colpiti restano quelli da 20 e 50 euro, che rappresentano circa l’80% delle banconote false intercettate. La scelta è strategica: sono i tagli più utilizzati nella quotidianità e quindi più facili da immettere in circolazione senza attirare controlli. Al contrario, le banconote da 100 e 200 euro risultano meno appetibili, perché più soggette a verifiche. Dal punto di vista geografico, oltre il 95% dei falsi viene individuato all’interno dell’area euro. Questo conferma l’esistenza di reti criminali radicate in Europa, spesso con basi operative nei Paesi dell’Est, ma capaci di operare su scala transnazionale. La contraffazione non è più un’attività artigianale isolata, bensì un sistema organizzato e flessibile. In questo scenario, l’Intelligenza artificiale rappresenta un fattore di evoluzione. I modelli di generazione di immagini ad alta risoluzione consentono di riprodurre con crescente precisione dettagli complessi: sfumature cromatiche, microelementi grafici e texture. Software avanzati permettono di simulare effetti ottici e imperfezioni tipiche delle banconote autentiche. Il risultato non è perfetto, ma spesso sufficiente a superare controlli superficiali.Anche la fase di stampa ha subito una trasformazione: le tipografie clandestine sono state in parte sostituite da stampanti di alta gamma, abbinate a sistemi di elaborazione digitale. Questo consente produzioni più rapide e meno costose. L’Intelligenza artificiale interviene inoltre nel miglioramento continuo: analizza gli errori, corregge i difetti e aumenta progressivamente la qualità delle copie. La tecnologia gioca un ruolo anche nella distribuzione. Le reti criminali utilizzano piattaforme digitali, chat criptate e social network per vendere banconote false a intermediari di basso livello. In alcuni casi, sistemi automatizzati selezionano i potenziali acquirenti e gestiscono i contatti, riducendo il rischio di infiltrazioni e rendendo la filiera più difficile da intercettare. Le indagini condotte negli ultimi anni in diversi Paesi europei confermano questo salto qualitativo. In Italia, a Napoli, è stata smantellata una delle principali centrali di produzione di euro falsi, con il sequestro di migliaia di banconote da 20 e 50 euro pronte per la distribuzione. Il laboratorio disponeva di macchinari sofisticati, capaci di riprodurre con buona precisione gli elementi di sicurezza.In Spagna, la Guardia Civil ha individuato una rete attiva lungo la costa mediterranea, dove i falsi venivano immessi soprattutto nel circuito turistico, sfruttando l’elevato volume di transazioni e la minore attenzione nei pagamenti in contanti. In Germania, invece, un’operazione coordinata ha portato alla scoperta di un sistema di vendita online, con banconote contraffatte cedute a prezzo ridotto a intermediari incaricati di inserirle nel mercato. Questi casi dimostrano come la contraffazione sia oggi un vero business criminale, capace di adattarsi sia ai contesti economici sia all’innovazione tecnologica. Nonostante ciò, le banconote della serie «Europa» mantengono un elevato livello di sicurezza. Filigrane, ologrammi dinamici, numeri in rilievo ed elementi visibili sotto luce ultravioletta rendono estremamente complessa una riproduzione completa e convincente.I falsari, infatti, non puntano alla perfezione assoluta, ma a copie «abbastanza credibili» da non destare sospetti immediati. È su questa soglia di ambiguità che si gioca la partita. Per questo il contrasto si basa su un doppio livello: da un lato l’aggiornamento continuo dei sistemi di controllo, dall’altro la prevenzione. Le autorità europee e nazionali investono nella formazione degli operatori e nella diffusione di pratiche di verifica semplici ma efficaci: controllare al tatto, osservare in controluce, verificare gli elementi di sicurezza. In definitiva, il denaro falso rappresenta una minaccia reale ma contenuta. I numeri indicano che il sistema regge, ma la presenza costante di reti criminali e l’evoluzione tecnologica impongono attenzione. La sfida resta aperta e si gioca ogni giorno tra innovazione e vigilanza quotidiana.
La sede del Ministero della Cultura (Ansa)
«Marcell*, come here». Da scrivere rigorosamente con l’asterisco perché 66 anni dopo, l’umida e felliniana passeggiata di Anita Ekberg con sciabordio sarà un trionfo genderfluid. Accade stasera nella Roma pervasa da ogni tipo di gay pride (domani l’apoteosi con la sfilatissima), dove anche la fontana di Trevi diventa arcobaleno per un colpo di mano del serissimo (un tempo) Istituto centrale per la grafica, emanazione diretta del ministero della Cultura. L’evento a chiare tinte Lgtbq+ è annunciato con un fremito di emozione dal vertice dell’Icg: «Sarà una serata d’arte, di musica e di inclusione, con un mix di linguaggi diversi e prospettive contemporanee, nel segno della libertà espressiva e del dialogo tra patrimonio culturale e pubblici diversificati con una particolare attenzione ai giovani e agli under 30».
Tutto più liquido dell’acqua verdognola dove baluginano le monete dei turisti. Tutto così sfacciatamente queer. Tutto per effetto di un blitz sotterraneo che sta mettendo in imbarazzo il ministro Alessandro Giuli, avvenuto a sua insaputa. A orchestrare la sorpresa è stato il direttore dell’istituto, Fabio De Chirico, dirigente del ministero, inventore del «Grafica Pride» e ferreo custode delle istanze progressiste, già intruppato nei boys della lunga stagione di Dario Franceschini. È il destino delle stanze del potere dove si affastellano nella penombra i relitti politici di altre ere geologiche. Non fai in tempo a voltarti da una parte che dietro l’angolo c’è qualcuno con la pulsione che rese famoso Stefano Ricucci: «Fare i fro… col ministro degli altri».
Così, improvvisamente, scopriamo che esiste il Grafica Pride. E che un ente pubblico con scopi culturali del tutto estranei alla propaganda ideologica si autonomina sponsor della sarabanda genderfluid. Come se Leonardo decidesse di dipingere in giugno i carri armati di rosa e la Zecca di Stato prendesse l’iniziativa di emettere valori bollati con la bandiera arcobaleno sormontata da simboli intersexual. Quasi tutto a spese dei contribuenti, come sottolinea Pro Vita & Famiglia, «visto che gli eventi (congressi, convegni, mostre) vengono sostenuti da finanziamento pubblico che per il 2026 ammonta a quasi 89.000 euro. E che il bilancio dell’Istituto centrale di grafica ha un avanzo di bilancio di 8,3 milioni di euro».
Dicevamo del blitz in penombra. Per rendere gaia la fontana progettata dall’architetto Nicola Salvi quasi 300 anni fa su richiesta di papa Clemente XII era necessario non farlo sapere al consiglio d’amministrazione, composto - oltre che dal frondista De Chirico - dai consiglieri designati dal Mic e dal Consiglio superiore dei Beni culturali Gianfranco Ferroni, Angelo Mellone, Paolo Corsini e Marco Tortoioli Ricci (quest’ultimo indicato dalla conferenza Stato-Regioni). Immediatamente dopo essere venuti a conoscenza del bizzarro Pride di complemento, i primi tre si sono dissociati. Ma ormai l’arcobaleno aleggiava sulla fontana.
Informato della deriva Village People, il ministro Giuli, parlando con La Verità, ha preso le distanze. «Sono stupefatto. Al di là del fatto che risulti più o meno inappuntabile sotto il profilo procedurale, ritengo l’iniziativa incoerente con le mie aspettative rispetto al lavoro dell’Istituto centrale di grafica. Sono anche stupito dal fatto che l’iniziativa non abbia coinvolto né la direzione generale dei musei, né il capo dipartimento, né il capo di gabinetto del ministero, né il ministro stesso. Il direttore ha il dovere di mantenere collegamenti con i suoi diretti superiori, soprattutto quando si tratta di iniziative che escono dal perimetro della missione dell’istituto. Non si tratta di essere pro gender o no gender, si tratta di avere una maggiore consapevolezza istituzionale. Ben venga un confronto su tutto ma ci sono luoghi più appropriati. E questo non è neanche un confronto, è l’adesione a una manifestazione profilata in un senso preciso, con un chiaro riverbero politico. Ciò detto, il ministro non censura, esprime la propria opinione e verifica che tutto sia fatto nel rispetto delle procedure». Stay tuned, qualche testa rischia di rotolare.
Il programma è tutto un programma, perfetto per un governo di sinistra ultrawoke. La serata con l’asterisco comincia con la presentazione del volume «Musei, genere e queerness», dove De Chirico dialoga con Viviana Gravano (storica dell’arte contemporanea che lavora da anni sui temi del postcoloniale e sugli studi di genere) e Annalisa Sacchi, docente di Estetica del teatro all’Università Iuav di Venezia dove ha istituito un percorso di «studi performativi e di genere», concentrato sulla sessualità e sulle «prospettive critiche decoloniali».
La kermesse viene annunciata così: «Un’occasione per riflettere sul ruolo dei musei come spazi aperti e inclusivi, capaci di accogliere nuove narrazioni e di interrogare il rapporto tra istituzioni culturali, identità, genere e rappresentazione». È un imperdibile viaggio dentro «queerness e museologia», con la pretesa di mettere la bandiera del Pride sugli spazi espositivi permanenti italiani. Chi si presenta col salvagente davanti al monumento simbolo della romanità per non annegare nel conformismo fluido, avrà un’ulteriore sorpresa: una performance dal titolo «L’amore che non osa dire il suo nome», con la drag queen Ilythia Gothier, famosa per il video su Tik Tok nel quale teorizza: «Non posso vivere una vita senza tacco a stiletto». Sarà accompagnata dalla collega Céline Esprit.
Nessun dubbio sull’estrazione ideologica, ancora meno sulla trappola per il ministro. Mentre la fontana di Trevi si prepara alla notte transgender, la speranza di noi cinefili da basso impero vira verso la commedia: e se nottetempo Totò la vendesse a un turista trumpiano?
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Giuseppe Conte e Ursula von der Leyen (Ansa)
In totale, secondo il calcolo del quotidiano confindustriale, i Paesi che hanno beneficiato dei finanziamenti dovranno versare nelle casse dell’Unione 37 miliardi e siccome il nostro Paese partecipa alle spese con una percentuale che oscilla fra il 12 e il 13%, l’Italia dovrà staccare un assegno di circa cinque miliardi. Non solo: a questi si aggiunge un’altra quindicina di miliardi previsti dal Quadro finanziario pluriennale dell’Unione europea, per un totale di una ventina di miliardi. In pratica, sul bilancio pubblico graverà per effetto del Pnrr e degli impegni previsti da Bruxelles l’equivalente di una manovra. Non ci vuole molto a capire che questo si tradurrà in minori spese per i prossimi anni o in maggiori tasse: se mancano 20 miliardi, infatti, in qualche modo si deve rimediare. Dunque, o si tagliano gli investimenti in alcuni settori che vanno dall’istruzione alla sanità, cioè i grandi capitoli di spesa del bilancio statale, oppure per recuperare il necessario occorre inventarsi qualche nuova tassa.
Qualcuno potrebbe chiedersi come sia possibile che il costo del Pnrr sia stato scoperto solo ora. In realtà, la sgradevole notizia di un prestito con gli interessi non è una novità. Infatti, prima citavo Giuseppe Liturri non a caso: negli ultimi anni credo che sulla Verità abbia scritto decine di articoli dedicati all’argomento, spiegando che quella montagna di quattrini non era gratis e che se avesse voluto, l’Italia avrebbe potuto trovare credito altrove senza sottostare agli obblighi di Bruxelles e, soprattutto, senza accettare denaro i cui costi erano oscuri. Purtroppo, gli interventi di Liturri sono stati ignorati dai giornaloni, che hanno preferito far credere all’opinione pubblica che la generosa Ue avesse deciso di donarci centinaia di miliardi. Quando Il Sole 24 Ore liquida la cosa dicendo che la questione dei costi del finanziamento del Pnrr era nota, «almeno lontano dai livelli più modesti di qualche propaganda politica», allude, senza dirlo, al fatto che i 5 stelle hanno accreditato per anni l’idea che i fondi fossero una gentile concessione senza oneri. Come se chi ottiene un prestito in banca non solo si rallegri con sé stesso fingendo di ignorare di essersi indebitato, ma faccia credere alle maestranze di essere più ricco di prima.
Giornali, opinionisti e politici a lungo hanno ignorato le ricadute dell’apertura di credito e oggi la Ue presenta il conto. Ma le cattive notizie non finiscono qui. L’articolo del Sole 24 Ore non è dettato da un calcolo fatto in redazione, ma dall’intervento della responsabile dell’Ufficio parlamentare di bilancio, authority autonoma che ogni anno presenta i conti a Camera e Senato. E da quelli comunicati nei giorni scorsi si evince che l’Europa vuole più soldi dagli Stati, ma questi soldi non serviranno per finanziare nuovi impegni, bensì in parte per estinguere i debiti precedenti. Tradotto: «La maggior parte dell’incremento di dotazione non si traduce in nuova capacità di spesa». Quindi pagheremo di più per ricevere meno. E questo andrà a scapito di agricoltura e coesione. Per il nostro Paese le risorse passerebbero da 81,7 a 72,3 miliardi, il 12% in meno.
Chissà se i grillini continueranno a definire tutto ciò un successo. Come per il Superbonus, un «successo» in rosso.
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Andrea Orcel (Imagoeconomica)
La nuova proposta secondo quanto rivela Il Sole 24 Ore sarebbe quella di acquistare la partecipazione in Generali pagandola con azioni Unicredit. Uno scambio di carta contro carta, elegante nella forma ma meno gradito nella sostanza alla holding della famiglia Del Vecchio, che guarderebbe con maggiore interesse a soluzioni capaci di generare liquidità immediata. E qui il negoziato si inceppa: da una parte chi vuole utilizzare il proprio titolo come valuta strategica, dall’altra chi preferisce monetizzare. Per gli eredi Del Vecchio, il pagamento in contante è essenziale considerando che la successione del fondatore é ancora aperta e Leonardo Maria vuole assumere il controllo acquistando le quote dei fratelli.
Ma il punto politico-finanziario del dossier non si esaurisce nello scontro tra carta e contante. Il vero tema è la geometria complessiva del controllo o, meglio, del presidio del gruppo assicurativo. In questo schema, infatti, Unicredit non si muoverebbe in contrapposizione ad altri grandi attori del sistema, ma dentro un equilibrio più ampio che coinvolge anche Intesa Sanpaolo. Secondo le letture che circolano negli ambienti finanziari, l’attivismo di Piazza Gae Aulenti non sarebbe ostile rispetto alla banca guidata da Carlo Messina. Il capo di Intesa ha già rafforzato la presenza in Generali con circa il 3%. Ora attraverso le dinamiche legate all’operazione su Mps e alla partecipazione in Mediobanca, potrebbe arrivare a influenzare indirettamente la quota di maggioranza relativa del 13,3%.
Numeri e incastri che, messi uno accanto all’altro, disegnano un quadro in cui i due grandi poli bancari italiani si ritrovano, a condividere la stessa area di influenza sul Leone. E qui che risiko assume contorni quasi gastronomici. Perché se lo schema dovesse consolidarsi, qualcuno nei salotti della finanza ha già ribattezzato il nuovo equilibrio come il «patto della carbonara». O in alternativa della «cacio e pepe» considerando le radici romane dei due banchieri: pochi ingredienti, tutti essenziali, ma capaci di reggere l’intera ricetta del potere finanziario italiano. Una sintesi ironica, ma non troppo lontana dalla realtà di un sistema in cui le grandi banche non si scontrano, ma si osservano, si bilanciano e, quando serve, si distribuiscono le posizioni strategiche con una logica più di presidio che di conquista. In questo contesto, l’intervento di Unicredit su Generali resta dunque aperto, sospeso tra valutazioni di prezzo, struttura dell’operazione e disponibilità di Delfin a trasformare una partecipazione industriale in liquidità o in leva finanziaria. Nessun commento ufficiale da parte della banca, solo un silenzio che sembra confermare l’esistenza del dossier.
Sul fronte istituzionale, intanto, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ribadisce la linea della prudenza sul disimpegno dello Stato da Mps, che procederà senza fretta e senza svendite. Sul grande risiko bancario rivendica la neutralità del governo, pur ricordando che il Golden Power resta uno strumento pienamente attivo. Poi, quasi a chiudere il quadro con una nota di colore politico, arriva la sua battuta destinata a restare: «Se c’è Italia-Germania tifo Italia, se c’è Italia-Francia tifo Italia». Una frase che sintetizza, meglio di molte analisi, l’idea di fondo: le regole restano regole, ma quando si parla di asset strategici, il tifo - quello per l’Italia - non va mai in panchina.
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Il cantiere di via Zecca Vecchia a Milano
Al centro dell’indagine coordinata dalla Procura vi è il maxi-progetto per la realizzazione di una struttura alberghiera da quasi 200 stanze, con cinque piani fuori terra e cinque interrati. Secondo l’accusa, si tratta di un’operazione illegittima, poiché l’intervento, con una Superficie Lorda di Pavimento (Slp) di oltre 7.200 metri quadrati, viola palesemente i limiti edificatori dell’area, fissati a 2.550.
Il Tribunale del Riesame ha dato piena ragione alla tesi accusatoria. Nelle motivazioni si legge che l’intervento non può essere qualificato come una «ristrutturazione», bensì come una vera e propria «nuova costruzione». Per le sue dimensioni e il suo impatto, avrebbe richiesto un Piano Attuativo, uno strumento urbanistico complesso mai approvato, e non un semplice permesso di costruire convenzionato. I giudici hanno quindi ritenuto pienamente sussistente il fumus commissi delicti, ovvero la plausibilità del reato contestato, validando l’intero lavoro investigativo della Procura.
Perché, allora, il cantiere è stato dissequestrato? La decisione si fonda su un aspetto puramente cautelare: la mancanza del cosiddetto «periculum in mora», cioè il pericolo attuale e concreto che il reato prosegua o si aggravi. I giudici hanno osservato che i lavori di costruzione non sono mai partiti e, soprattutto, non è stato rilasciato alcun permesso. L’elemento decisivo è stato il «preavviso di diniego» emesso dallo stesso Comune di Milano il 30 aprile 2026: un atto che, di fatto, blocca il progetto e rende il rischio di un’edificazione imminente non più attuale.
La Procura esce dunque da questa fase con un impianto accusatorio rafforzato in vista del processo di merito. La partita, infatti, non è chiusa. L’annullamento del sequestro è legato a una situazione contingente. Qualora il quadro dovesse cambiare, ad esempio con un improvviso via libera da parte del Comune, la Procura potrà richiedere nuovamente il vincolo sull’area, forte di una pronuncia che ha già riconosciuto la solidità delle sue tesi.
Il sindaco di Milano dovrebbe riflettere su questa ordinanza e avviare un esame autocritico serio di quanto avvenuto nel settore urbanistico a Milano negli ultimi dieci anni.
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