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2024-04-27
I colossi dei farmaci si cannibalizzano a colpi di cause per i soldi dei vaccini
Getty Images
Come era ampiamente prevedibile, più la comunità scientifica caldeggia l’uso dei vaccini a mRna per combattere e addirittura prevenire tutte le patologie, dal cancro al diabete, più il valore sul mercato di questi prodotti farmaceutici ancora sperimentali sale. Nessuno dei colossi farmaceutici vuol stare a guardare: il grosso del business è il fatturato previsto per i prossimi decenni, se dovesse definitivamente passare, a livello globale, il protocollo sanitario di vaccinare tutti i cittadini sani anziché curare soltanto i malati.
È per questo che non giunge inattesa la notizia che la casa farmaceutica britannica Gsk (GlaxoSmithKline) ha citato in giudizio Pfizer e Biontech reclamando parte dei profitti delle vendite dei vaccini contro il Covid-19. Nella denuncia, depositata presso la corte federale del Delaware negli Stati Uniti, Glaxo ha affermato di aver ottenuto i brevetti di quelle scoperte nel 2015, quando aveva acquisito da Novartis parte dell’attività sui vaccini. Il successo tecnico e finanziario ottenuto con i vaccini anti covid dalle due aziende «si basa sulla tecnologia delle invenzioni brevettate di Gsk», ha scritto l’azienda nella denuncia. Secondo Gsk, Pfizer e Biontech hanno beneficiato della ricerca sull’mRna condotta più di un decennio prima della pandemia e dunque violano i diritti di brevetto dell’azienda britannica, che si dichiara benevolmente «disposta a concedere in licenza questi brevetti a condizioni commercialmente ragionevoli e a garantire che i pazienti possano continuare ad accedere alle vaccinazioni», come ha spiegato ieri un portavoce dell’azienda. Gsk, che ha sede a Londra, ha chiesto al tribunale un importo non specificato per danni pecuniari oltre a una tassa di licenza per i brevetti in corso, rivendicandone parte dei diritti.
Le pretese di Gsk non sono del tutto prive di fondamento: è alla fine degli anni 2000, in effetti, che diverse grandi aziende farmaceutiche entrano nel campo dell’mRna. In una ricostruzione pubblicata dalla rivista Nature alla fine del 2021, nel 2008 sia Novartis che Shire hanno istituito unità di ricerca sull’mRna. BioNTech è stata fondata nello stesso anno e altre start-up sono presto entrate nel giro dopo l’accelerata impressa nel 2012 dal Darpa americano (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti incaricata dello sviluppo di nuove tecnologie per uso militare, che ha cominciato a finanziare i ricercatori del settore. Da allora, l’mRna è diventato un asset, un’arma, uno strumento diplomatico.
Moderna si è strutturata su questo specifico progetto: nel 2015 ha raccolto più di 1 miliardo di dollari con la promessa di sfruttare l’mRna per indurre le cellule del corpo ad «auto curare» le malattie causate da proteine mancanti o difettose. Quando quel progetto non è andato a buon fine, Moderna, guidata dall’amministratore delegato Stéphane Bancel, ha scelto di dare la priorità a un obiettivo meno ambizioso: la produzione di vaccini.
Ora che quella tecnologia è stata sdoganata, nonostante i milioni di segnalazioni di eventi avversi post vaccinazione anti covid, e che la comunità scientifica ha promesso di volerla usare contro patologie come il cancro e il diabete, le varie aziende si stanno contendendo i crediti e la detenzione dei redditizi brevetti. Gran parte della proprietà intellettuale fondamentale, tuttavia, risale alle intuizioni del 1989 di Phillip Felgner della Vical, start-up biofarmaceutica di San Diego, in California, che aveva assunto Robert Malone otto anni prima delle scoperte di Katalin Karikò e Drew Weissman sull’alterazione di parte del codice mRna.
Ecco perché oggi le cause sui brevetti mRna si stanno moltiplicando (e non è casuale che quello a vettore virale di Astrazeneca sia stato «cannibalizzato»). Quella più clamorosa, depositata alla corte distrettuale del Massachusetts e a un tribunale regionale tedesco, è stata intentata da Moderna contro Pfizer nel 2022 «per proteggere la piattaforma tecnologica innovativa mRna in cui ha investito miliardi». «Pfizer e Biontech hanno illegalmente copiato le invenzioni di Moderna e hanno continuato a usarle senza permesso», ha affermato il legale dell’azienda. Dieci giorni fa, il tribunale ha accolto la mozione di Pfizer/Biontech di sospendere la causa, in attesa di una revisione del Patent Trial and Appeal Board. Moderna è in lite legale anche con il National Institutes of Health (Nih, l’agenzia di ricerca biomedica del governo americano), sempre per una questione di brevetto. La stessa azienda è accusata di violazione del brevetto da due piccole aziende Usa, Arbutus Biopharma e Genevant Sciences e potrebbe rivelarsi molto fastidiosa per Moderna. A giugno dello scorso anno anche la Promosome Llc ha citato in giudizio Moderna accusandola di aver violato un brevetto relativo alla tecnologia dell’Rna messaggero. Non è andata a buon fine, invece, la causa intentata da Alnylam Pharmaceuticals, Inc. contro Moderna.
La posta in gioco sono gli stratosferici profitti generati in pandemia e quelli che tutti attendono con i nuovi vaccini: soltanto tra il 2021 e i primi nove mesi del 2022 le multinazionali farmaceutiche Pfizer, Biontech, Moderna e Sinovac hanno registrato profitti per circa 90 miliardi di dollari dalla vendita di vaccini e farmaci contro il Covid. Con buona pace di chi in pandemia è stato sfiorato dall’idea che le loro fossero campagne sanitarie per salvare il mondo e non campagne marketing.
Non va alla visita in lockdown: multa
Anna P. residente a Montegrotto, provincia di Padova, tre giorni fa si è vista recapitare una raccomandata con l’ingiunzione di pagare la sanzione per mancata disdetta di un appuntamento sanitario durante la pandemia. La somma richiesta è di 14,25 euro (più 7 euro di spese), ma quello che ha fatto arrabbiare la signora non è l’importo, bensì la beffa dopo il danno. Perché se è giusto responsabilizzare il cittadino, è vergognoso imputargli una colpa che non ha.
Era il marito di Anna ad avere bisogno di una visita internistica, prenotata il 2 dicembre 2019 e fissata per l’8 giugno 2020, quando alcune misure restrittive furono allentate, ma restava fortemente limitato e sconsigliato l’accesso agli ospedali. Le strutture sanitarie erano concentrate sull’emergenza Covid, «risultava inutile chiamare per cancellare la visita perché tanto nessuno ti rispondeva oppure ti chiudevano la telefonata», ha raccontato la signora al Mattino di Padova.
Probabilmente sarebbe saltato comunque l’appuntamento, visto che all’inizio della fase 2 le agende delle aziende sanitarie furono riorganizzate in base all’urgenza e al quadro clinico dei pazienti, sta di fatto che dopo quattro anni l’Azienda ospedale università di Padova ha reclamato nei termini di 30 giorni il pagamento della sanzione.
Per questo Anna ha scritto al presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, manifestando il suo disappunto. «Ci siamo già dimenticati di quello che abbiamo vissuto?», chiede. Del confinamento a casa nel terrore di avvicinarsi a un ospedale per non finire contagiati e dove potevano entrare solo i pazienti con Covid grave, destinati alle cure intensive. L’indicazione martellante era di evitare ambulatori, pronto soccorsi, reparti: soprattutto nel primo anno della pandemia milioni di italiani hanno subito la pressione di non rivolgersi a un dottore.
Le restrizioni sulla disponibilità del medico specialista e di medicina generale hanno compromesso la salute di malati oncologici, cardiopatici, di persone con patologie non riconducibili al virus di Wuhan, esponendoli all’impossibilità di ottenere cure mediche, controlli, prescrizione di farmaci.
Il marito di Anna avrà colto il messaggio di rimandare ad altra data una visita, stante il perdurare dell’emergenza e le regole rigide. In ogni caso, non c’era modo di contattare un ospedale per farsela cancellare. Appare dunque una vessazione far applicare a distanza di quattro anni una multa per un appuntamento sanitario prenotato e non disdetto, o disdetto in ritardo. In altre Regioni, come l’Emilia-Romagna, la Toscana o la Provincia autonoma di Bolzano, queste sanzioni erano state sospese ad avvio del periodo pandemico, nel febbraio 2020, e furono riprese solo nell’estate del 2021.
La signora di Montegrotto ha scritto a Zaia di essere indignata, anche perché nella raccomandata si evidenzia che «in caso di mancato pagamento, entro i termini, si procederà al recupero del credito». Un tono minaccioso che rende ancora più indigesta la missiva, inopportuna nel pretendere un importo considerato dovuto dopo tutte le limitazioni imposte ai cittadini in epoca pandemica. «Mi chiedo quanti siano gli altri casi simili al mio», aggiunge nella lettera.
Intanto la signora, che ha bisogno di un’altra visita, l’avrà solo nel 2025 perché non c’è posto.
«I numerosi interventi e investimenti messi in campo per diminuire le liste d’attesa nella sanità veneta stanno dando importanti risultati. Non tutto è risolto, ma i passi avanti sono vistosi e, con l’applicazione della nuova delibera attualmente all’attenzione del Consiglio regionale, altri verranno», ha fatto sapere l’assessore alla Sanità della Regione Veneto, Manuela Lanzarin.
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L’ultimo caso è quello di Gsk contro Pfizer, accusata di violare i brevetti mRna. La tecnologia, usata per i sieri anti Sars-Cov-2, garantirà per anni affari d’oro alle aziende. Che moltiplicano le denunce alle avversarie.La prestazione, fissata per giugno del 2020 all’ospedale di Padova, non fu disdetta: durante l’emergenza, nessuno rispondeva. Ma ora l’Asl manda il conto alla paziente.Lo speciale contiene due articoli.Come era ampiamente prevedibile, più la comunità scientifica caldeggia l’uso dei vaccini a mRna per combattere e addirittura prevenire tutte le patologie, dal cancro al diabete, più il valore sul mercato di questi prodotti farmaceutici ancora sperimentali sale. Nessuno dei colossi farmaceutici vuol stare a guardare: il grosso del business è il fatturato previsto per i prossimi decenni, se dovesse definitivamente passare, a livello globale, il protocollo sanitario di vaccinare tutti i cittadini sani anziché curare soltanto i malati. È per questo che non giunge inattesa la notizia che la casa farmaceutica britannica Gsk (GlaxoSmithKline) ha citato in giudizio Pfizer e Biontech reclamando parte dei profitti delle vendite dei vaccini contro il Covid-19. Nella denuncia, depositata presso la corte federale del Delaware negli Stati Uniti, Glaxo ha affermato di aver ottenuto i brevetti di quelle scoperte nel 2015, quando aveva acquisito da Novartis parte dell’attività sui vaccini. Il successo tecnico e finanziario ottenuto con i vaccini anti covid dalle due aziende «si basa sulla tecnologia delle invenzioni brevettate di Gsk», ha scritto l’azienda nella denuncia. Secondo Gsk, Pfizer e Biontech hanno beneficiato della ricerca sull’mRna condotta più di un decennio prima della pandemia e dunque violano i diritti di brevetto dell’azienda britannica, che si dichiara benevolmente «disposta a concedere in licenza questi brevetti a condizioni commercialmente ragionevoli e a garantire che i pazienti possano continuare ad accedere alle vaccinazioni», come ha spiegato ieri un portavoce dell’azienda. Gsk, che ha sede a Londra, ha chiesto al tribunale un importo non specificato per danni pecuniari oltre a una tassa di licenza per i brevetti in corso, rivendicandone parte dei diritti. Le pretese di Gsk non sono del tutto prive di fondamento: è alla fine degli anni 2000, in effetti, che diverse grandi aziende farmaceutiche entrano nel campo dell’mRna. In una ricostruzione pubblicata dalla rivista Nature alla fine del 2021, nel 2008 sia Novartis che Shire hanno istituito unità di ricerca sull’mRna. BioNTech è stata fondata nello stesso anno e altre start-up sono presto entrate nel giro dopo l’accelerata impressa nel 2012 dal Darpa americano (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti incaricata dello sviluppo di nuove tecnologie per uso militare, che ha cominciato a finanziare i ricercatori del settore. Da allora, l’mRna è diventato un asset, un’arma, uno strumento diplomatico. Moderna si è strutturata su questo specifico progetto: nel 2015 ha raccolto più di 1 miliardo di dollari con la promessa di sfruttare l’mRna per indurre le cellule del corpo ad «auto curare» le malattie causate da proteine mancanti o difettose. Quando quel progetto non è andato a buon fine, Moderna, guidata dall’amministratore delegato Stéphane Bancel, ha scelto di dare la priorità a un obiettivo meno ambizioso: la produzione di vaccini.Ora che quella tecnologia è stata sdoganata, nonostante i milioni di segnalazioni di eventi avversi post vaccinazione anti covid, e che la comunità scientifica ha promesso di volerla usare contro patologie come il cancro e il diabete, le varie aziende si stanno contendendo i crediti e la detenzione dei redditizi brevetti. Gran parte della proprietà intellettuale fondamentale, tuttavia, risale alle intuizioni del 1989 di Phillip Felgner della Vical, start-up biofarmaceutica di San Diego, in California, che aveva assunto Robert Malone otto anni prima delle scoperte di Katalin Karikò e Drew Weissman sull’alterazione di parte del codice mRna. Ecco perché oggi le cause sui brevetti mRna si stanno moltiplicando (e non è casuale che quello a vettore virale di Astrazeneca sia stato «cannibalizzato»). Quella più clamorosa, depositata alla corte distrettuale del Massachusetts e a un tribunale regionale tedesco, è stata intentata da Moderna contro Pfizer nel 2022 «per proteggere la piattaforma tecnologica innovativa mRna in cui ha investito miliardi». «Pfizer e Biontech hanno illegalmente copiato le invenzioni di Moderna e hanno continuato a usarle senza permesso», ha affermato il legale dell’azienda. Dieci giorni fa, il tribunale ha accolto la mozione di Pfizer/Biontech di sospendere la causa, in attesa di una revisione del Patent Trial and Appeal Board. Moderna è in lite legale anche con il National Institutes of Health (Nih, l’agenzia di ricerca biomedica del governo americano), sempre per una questione di brevetto. La stessa azienda è accusata di violazione del brevetto da due piccole aziende Usa, Arbutus Biopharma e Genevant Sciences e potrebbe rivelarsi molto fastidiosa per Moderna. A giugno dello scorso anno anche la Promosome Llc ha citato in giudizio Moderna accusandola di aver violato un brevetto relativo alla tecnologia dell’Rna messaggero. Non è andata a buon fine, invece, la causa intentata da Alnylam Pharmaceuticals, Inc. contro Moderna.La posta in gioco sono gli stratosferici profitti generati in pandemia e quelli che tutti attendono con i nuovi vaccini: soltanto tra il 2021 e i primi nove mesi del 2022 le multinazionali farmaceutiche Pfizer, Biontech, Moderna e Sinovac hanno registrato profitti per circa 90 miliardi di dollari dalla vendita di vaccini e farmaci contro il Covid. Con buona pace di chi in pandemia è stato sfiorato dall’idea che le loro fossero campagne sanitarie per salvare il mondo e non campagne marketing.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/colossi-farmaci-cannibalizzano-cause-vaccini-2667909519.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-va-alla-visita-in-lockdown-multa" data-post-id="2667909519" data-published-at="1714189479" data-use-pagination="False"> Non va alla visita in lockdown: multa Anna P. residente a Montegrotto, provincia di Padova, tre giorni fa si è vista recapitare una raccomandata con l’ingiunzione di pagare la sanzione per mancata disdetta di un appuntamento sanitario durante la pandemia. La somma richiesta è di 14,25 euro (più 7 euro di spese), ma quello che ha fatto arrabbiare la signora non è l’importo, bensì la beffa dopo il danno. Perché se è giusto responsabilizzare il cittadino, è vergognoso imputargli una colpa che non ha. Era il marito di Anna ad avere bisogno di una visita internistica, prenotata il 2 dicembre 2019 e fissata per l’8 giugno 2020, quando alcune misure restrittive furono allentate, ma restava fortemente limitato e sconsigliato l’accesso agli ospedali. Le strutture sanitarie erano concentrate sull’emergenza Covid, «risultava inutile chiamare per cancellare la visita perché tanto nessuno ti rispondeva oppure ti chiudevano la telefonata», ha raccontato la signora al Mattino di Padova. Probabilmente sarebbe saltato comunque l’appuntamento, visto che all’inizio della fase 2 le agende delle aziende sanitarie furono riorganizzate in base all’urgenza e al quadro clinico dei pazienti, sta di fatto che dopo quattro anni l’Azienda ospedale università di Padova ha reclamato nei termini di 30 giorni il pagamento della sanzione. Per questo Anna ha scritto al presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, manifestando il suo disappunto. «Ci siamo già dimenticati di quello che abbiamo vissuto?», chiede. Del confinamento a casa nel terrore di avvicinarsi a un ospedale per non finire contagiati e dove potevano entrare solo i pazienti con Covid grave, destinati alle cure intensive. L’indicazione martellante era di evitare ambulatori, pronto soccorsi, reparti: soprattutto nel primo anno della pandemia milioni di italiani hanno subito la pressione di non rivolgersi a un dottore. Le restrizioni sulla disponibilità del medico specialista e di medicina generale hanno compromesso la salute di malati oncologici, cardiopatici, di persone con patologie non riconducibili al virus di Wuhan, esponendoli all’impossibilità di ottenere cure mediche, controlli, prescrizione di farmaci. Il marito di Anna avrà colto il messaggio di rimandare ad altra data una visita, stante il perdurare dell’emergenza e le regole rigide. In ogni caso, non c’era modo di contattare un ospedale per farsela cancellare. Appare dunque una vessazione far applicare a distanza di quattro anni una multa per un appuntamento sanitario prenotato e non disdetto, o disdetto in ritardo. In altre Regioni, come l’Emilia-Romagna, la Toscana o la Provincia autonoma di Bolzano, queste sanzioni erano state sospese ad avvio del periodo pandemico, nel febbraio 2020, e furono riprese solo nell’estate del 2021. La signora di Montegrotto ha scritto a Zaia di essere indignata, anche perché nella raccomandata si evidenzia che «in caso di mancato pagamento, entro i termini, si procederà al recupero del credito». Un tono minaccioso che rende ancora più indigesta la missiva, inopportuna nel pretendere un importo considerato dovuto dopo tutte le limitazioni imposte ai cittadini in epoca pandemica. «Mi chiedo quanti siano gli altri casi simili al mio», aggiunge nella lettera. Intanto la signora, che ha bisogno di un’altra visita, l’avrà solo nel 2025 perché non c’è posto. «I numerosi interventi e investimenti messi in campo per diminuire le liste d’attesa nella sanità veneta stanno dando importanti risultati. Non tutto è risolto, ma i passi avanti sono vistosi e, con l’applicazione della nuova delibera attualmente all’attenzione del Consiglio regionale, altri verranno», ha fatto sapere l’assessore alla Sanità della Regione Veneto, Manuela Lanzarin.
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L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.
Alessandro Zan (Getty Images)
Il testo, ha riferito Alessandro Zan, sancirà «tutele speciali per chi è oggetto di stalking, violenza domestica, crimini d’odio». «Il giudice», ha aggiunto l’onorevole, «dovrà tenere conto delle motivazioni discriminatorie di un reato», il che rafforzerà la posizione di chi subisce abusi «dal momento della denuncia al risarcimento dei danni. I dati della vittima, come la residenza, non saranno disponibili all’imputato, salvo decisione del giudice. Verrà introdotta la possibilità di denuncia anche attraverso organizzazioni riconosciute», qualora la persona offesa abbia paura di procedere da sola; e nascerà «un numero unico europeo per le vittime. Ci sarà una formazione obbligatoria per gli operatori, dalla polizia al personale sanitario. Sostegno alla denuncia anche per migranti con status irregolare».
Vista in questa chiave, la direttiva Ue, cui Roma dovrebbe poi conformarsi, riporterebbe in vita soltanto la parte giuridicamente meno discussa del ddl Zan: l’idea originaria di estendere ad altre categorie protette le disposizioni della legge Mancino del 1993. In realtà, i motivi principali per cui quell’iniziativa normativa creò scompiglio erano più seri. Innanzitutto, l’articolo 1 del testo avrebbe introdotto la definizione legale di identità di genere, intesa come «autopercezione», a prescindere dal dato biologico. Zan, così, tentava un’operazione subdola: imporre e blindare l’ideologia Lgbt, sfruttando il potere di una maggioranza politica.
Ancora peggio era il combinato degli articoli 2 e 3, contenenti le modifiche al Codice penale che avrebbero creato fattispecie basate sull’omotransfobia, e dell’articolo 4, che avrebbe dovuto salvaguardare la libertà di espressione, ma si fondava su una formulazione vaga e insidiosa: garantendo la legittimità delle opinioni solo fintantoché non fossero state «idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti», il cavillo spalancava le porte all’arbitrio dei magistrati nel determinare un eventuale collegamento tra manifestazione delle idee e condotte delittuose altrui. Per intenderci: pubblico un libro in cui difendo la famiglia tradizionale; un invasato picchia un omosessuale dichiarando di essersi sentito ispirato da quel volume; potrei essere condannato, perché ciò che ho scritto si sarebbe rivelato «idoneo» a indurre un’altra persona a commettere un reato?
Era controverso anche l’articolo 7, che istituiva la Giornata nazionale contro omofobia, lesbofobia, bifobia e transfobia, con l’obbligo per le scuole di predisporre attività di sensibilizzazione. Il lavaggio del cervello tra i banchi.
A parte l’odore di incostituzionalità del ddl, contro quell’iniziativa si schierò apertamente la Chiesa, evocando addirittura potenziali violazioni del Concordato. Si spiega la freddezza con cui lo accolsero gli esponenti cattolici del Pd. Alla fine, il progetto sfumò in Aula, vittima della tagliola e di uno scrutinio segreto.
Ora, archiviata la delusione, il signor Pride, l’uomo la cui società era arrivata a incassare oltre un milione di euro l’anno grazie alla carnevalata sull’orgoglio gay che organizzava a Padova, torna alla carica. Riesumando il bavaglio e rilanciando la crociata per le nozze omosex, in occasione del decennale dall’approvazione delle unioni civili.
Ieri, anche Matteo Renzi, all’epoca presidente del Consiglio, sui social ha celebrato la ricorrenza, rivendicando di aver posto la fiducia sul provvedimento: «Era un azzardo politico, ma era anche un dovere morale», ha twittato. «Chi si ama non è mai un problema per la società». Oggi, però, quel traguardo - che non ha portato benissimo alla sua madrina, Monica Cirinnà, ormai sparita dai radar - viene considerato «insufficiente». Avs ha ricordato, ad esempio, che la maggioranza «non ebbe il coraggio di mettere nero su bianco che quelle stesse coppie potessero essere anche genitori». Per dirla con Zan, la battaglia del futuro dovrà essere quella «per il matrimonio egualitario». Un altro motivo per mobilitare le masse di attivisti e tenere aperto un circo redditizio.
Le unioni civili, dunque, non bastano più: «È importante andare oltre», ha proclamato l’onorevole dem. Bisogna «approvare il matrimonio egualitario e riformare il diritto di famiglia». Di più: «Serve garantire l’adozione alle persone single e alle coppie dello stesso sesso e consentire l’accesso alla procreazione medicalmente assistita. Su questo», ha insistito Zan, «esiste una proposta di legge a mia firma insieme a Elly Schlein».
Pure stavolta, ci sarebbe un ostacolo: una Costituzione che «riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». E non proprio sul matrimonio arcobaleno. Certo, i magistrati già stanno contribuendo a smontarla: la Corte d’Appello di Bari ha appena riconosciuto che un bimbo di 4 anni, nato in Germania da una donna e un uomo, è figlio anche del marito di costui. Genitore 1, genitore 2, genitore 3.
Schlein e compagni avevano arruolato la Carta «più bella del mondo» per fermare la riforma della giustizia; adesso, la fanno ridiventare carta straccia.
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