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2024-04-27
I colossi dei farmaci si cannibalizzano a colpi di cause per i soldi dei vaccini
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Come era ampiamente prevedibile, più la comunità scientifica caldeggia l’uso dei vaccini a mRna per combattere e addirittura prevenire tutte le patologie, dal cancro al diabete, più il valore sul mercato di questi prodotti farmaceutici ancora sperimentali sale. Nessuno dei colossi farmaceutici vuol stare a guardare: il grosso del business è il fatturato previsto per i prossimi decenni, se dovesse definitivamente passare, a livello globale, il protocollo sanitario di vaccinare tutti i cittadini sani anziché curare soltanto i malati.
È per questo che non giunge inattesa la notizia che la casa farmaceutica britannica Gsk (GlaxoSmithKline) ha citato in giudizio Pfizer e Biontech reclamando parte dei profitti delle vendite dei vaccini contro il Covid-19. Nella denuncia, depositata presso la corte federale del Delaware negli Stati Uniti, Glaxo ha affermato di aver ottenuto i brevetti di quelle scoperte nel 2015, quando aveva acquisito da Novartis parte dell’attività sui vaccini. Il successo tecnico e finanziario ottenuto con i vaccini anti covid dalle due aziende «si basa sulla tecnologia delle invenzioni brevettate di Gsk», ha scritto l’azienda nella denuncia. Secondo Gsk, Pfizer e Biontech hanno beneficiato della ricerca sull’mRna condotta più di un decennio prima della pandemia e dunque violano i diritti di brevetto dell’azienda britannica, che si dichiara benevolmente «disposta a concedere in licenza questi brevetti a condizioni commercialmente ragionevoli e a garantire che i pazienti possano continuare ad accedere alle vaccinazioni», come ha spiegato ieri un portavoce dell’azienda. Gsk, che ha sede a Londra, ha chiesto al tribunale un importo non specificato per danni pecuniari oltre a una tassa di licenza per i brevetti in corso, rivendicandone parte dei diritti.
Le pretese di Gsk non sono del tutto prive di fondamento: è alla fine degli anni 2000, in effetti, che diverse grandi aziende farmaceutiche entrano nel campo dell’mRna. In una ricostruzione pubblicata dalla rivista Nature alla fine del 2021, nel 2008 sia Novartis che Shire hanno istituito unità di ricerca sull’mRna. BioNTech è stata fondata nello stesso anno e altre start-up sono presto entrate nel giro dopo l’accelerata impressa nel 2012 dal Darpa americano (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti incaricata dello sviluppo di nuove tecnologie per uso militare, che ha cominciato a finanziare i ricercatori del settore. Da allora, l’mRna è diventato un asset, un’arma, uno strumento diplomatico.
Moderna si è strutturata su questo specifico progetto: nel 2015 ha raccolto più di 1 miliardo di dollari con la promessa di sfruttare l’mRna per indurre le cellule del corpo ad «auto curare» le malattie causate da proteine mancanti o difettose. Quando quel progetto non è andato a buon fine, Moderna, guidata dall’amministratore delegato Stéphane Bancel, ha scelto di dare la priorità a un obiettivo meno ambizioso: la produzione di vaccini.
Ora che quella tecnologia è stata sdoganata, nonostante i milioni di segnalazioni di eventi avversi post vaccinazione anti covid, e che la comunità scientifica ha promesso di volerla usare contro patologie come il cancro e il diabete, le varie aziende si stanno contendendo i crediti e la detenzione dei redditizi brevetti. Gran parte della proprietà intellettuale fondamentale, tuttavia, risale alle intuizioni del 1989 di Phillip Felgner della Vical, start-up biofarmaceutica di San Diego, in California, che aveva assunto Robert Malone otto anni prima delle scoperte di Katalin Karikò e Drew Weissman sull’alterazione di parte del codice mRna.
Ecco perché oggi le cause sui brevetti mRna si stanno moltiplicando (e non è casuale che quello a vettore virale di Astrazeneca sia stato «cannibalizzato»). Quella più clamorosa, depositata alla corte distrettuale del Massachusetts e a un tribunale regionale tedesco, è stata intentata da Moderna contro Pfizer nel 2022 «per proteggere la piattaforma tecnologica innovativa mRna in cui ha investito miliardi». «Pfizer e Biontech hanno illegalmente copiato le invenzioni di Moderna e hanno continuato a usarle senza permesso», ha affermato il legale dell’azienda. Dieci giorni fa, il tribunale ha accolto la mozione di Pfizer/Biontech di sospendere la causa, in attesa di una revisione del Patent Trial and Appeal Board. Moderna è in lite legale anche con il National Institutes of Health (Nih, l’agenzia di ricerca biomedica del governo americano), sempre per una questione di brevetto. La stessa azienda è accusata di violazione del brevetto da due piccole aziende Usa, Arbutus Biopharma e Genevant Sciences e potrebbe rivelarsi molto fastidiosa per Moderna. A giugno dello scorso anno anche la Promosome Llc ha citato in giudizio Moderna accusandola di aver violato un brevetto relativo alla tecnologia dell’Rna messaggero. Non è andata a buon fine, invece, la causa intentata da Alnylam Pharmaceuticals, Inc. contro Moderna.
La posta in gioco sono gli stratosferici profitti generati in pandemia e quelli che tutti attendono con i nuovi vaccini: soltanto tra il 2021 e i primi nove mesi del 2022 le multinazionali farmaceutiche Pfizer, Biontech, Moderna e Sinovac hanno registrato profitti per circa 90 miliardi di dollari dalla vendita di vaccini e farmaci contro il Covid. Con buona pace di chi in pandemia è stato sfiorato dall’idea che le loro fossero campagne sanitarie per salvare il mondo e non campagne marketing.
Non va alla visita in lockdown: multa
Anna P. residente a Montegrotto, provincia di Padova, tre giorni fa si è vista recapitare una raccomandata con l’ingiunzione di pagare la sanzione per mancata disdetta di un appuntamento sanitario durante la pandemia. La somma richiesta è di 14,25 euro (più 7 euro di spese), ma quello che ha fatto arrabbiare la signora non è l’importo, bensì la beffa dopo il danno. Perché se è giusto responsabilizzare il cittadino, è vergognoso imputargli una colpa che non ha.
Era il marito di Anna ad avere bisogno di una visita internistica, prenotata il 2 dicembre 2019 e fissata per l’8 giugno 2020, quando alcune misure restrittive furono allentate, ma restava fortemente limitato e sconsigliato l’accesso agli ospedali. Le strutture sanitarie erano concentrate sull’emergenza Covid, «risultava inutile chiamare per cancellare la visita perché tanto nessuno ti rispondeva oppure ti chiudevano la telefonata», ha raccontato la signora al Mattino di Padova.
Probabilmente sarebbe saltato comunque l’appuntamento, visto che all’inizio della fase 2 le agende delle aziende sanitarie furono riorganizzate in base all’urgenza e al quadro clinico dei pazienti, sta di fatto che dopo quattro anni l’Azienda ospedale università di Padova ha reclamato nei termini di 30 giorni il pagamento della sanzione.
Per questo Anna ha scritto al presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, manifestando il suo disappunto. «Ci siamo già dimenticati di quello che abbiamo vissuto?», chiede. Del confinamento a casa nel terrore di avvicinarsi a un ospedale per non finire contagiati e dove potevano entrare solo i pazienti con Covid grave, destinati alle cure intensive. L’indicazione martellante era di evitare ambulatori, pronto soccorsi, reparti: soprattutto nel primo anno della pandemia milioni di italiani hanno subito la pressione di non rivolgersi a un dottore.
Le restrizioni sulla disponibilità del medico specialista e di medicina generale hanno compromesso la salute di malati oncologici, cardiopatici, di persone con patologie non riconducibili al virus di Wuhan, esponendoli all’impossibilità di ottenere cure mediche, controlli, prescrizione di farmaci.
Il marito di Anna avrà colto il messaggio di rimandare ad altra data una visita, stante il perdurare dell’emergenza e le regole rigide. In ogni caso, non c’era modo di contattare un ospedale per farsela cancellare. Appare dunque una vessazione far applicare a distanza di quattro anni una multa per un appuntamento sanitario prenotato e non disdetto, o disdetto in ritardo. In altre Regioni, come l’Emilia-Romagna, la Toscana o la Provincia autonoma di Bolzano, queste sanzioni erano state sospese ad avvio del periodo pandemico, nel febbraio 2020, e furono riprese solo nell’estate del 2021.
La signora di Montegrotto ha scritto a Zaia di essere indignata, anche perché nella raccomandata si evidenzia che «in caso di mancato pagamento, entro i termini, si procederà al recupero del credito». Un tono minaccioso che rende ancora più indigesta la missiva, inopportuna nel pretendere un importo considerato dovuto dopo tutte le limitazioni imposte ai cittadini in epoca pandemica. «Mi chiedo quanti siano gli altri casi simili al mio», aggiunge nella lettera.
Intanto la signora, che ha bisogno di un’altra visita, l’avrà solo nel 2025 perché non c’è posto.
«I numerosi interventi e investimenti messi in campo per diminuire le liste d’attesa nella sanità veneta stanno dando importanti risultati. Non tutto è risolto, ma i passi avanti sono vistosi e, con l’applicazione della nuova delibera attualmente all’attenzione del Consiglio regionale, altri verranno», ha fatto sapere l’assessore alla Sanità della Regione Veneto, Manuela Lanzarin.
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L’ultimo caso è quello di Gsk contro Pfizer, accusata di violare i brevetti mRna. La tecnologia, usata per i sieri anti Sars-Cov-2, garantirà per anni affari d’oro alle aziende. Che moltiplicano le denunce alle avversarie.La prestazione, fissata per giugno del 2020 all’ospedale di Padova, non fu disdetta: durante l’emergenza, nessuno rispondeva. Ma ora l’Asl manda il conto alla paziente.Lo speciale contiene due articoli.Come era ampiamente prevedibile, più la comunità scientifica caldeggia l’uso dei vaccini a mRna per combattere e addirittura prevenire tutte le patologie, dal cancro al diabete, più il valore sul mercato di questi prodotti farmaceutici ancora sperimentali sale. Nessuno dei colossi farmaceutici vuol stare a guardare: il grosso del business è il fatturato previsto per i prossimi decenni, se dovesse definitivamente passare, a livello globale, il protocollo sanitario di vaccinare tutti i cittadini sani anziché curare soltanto i malati. È per questo che non giunge inattesa la notizia che la casa farmaceutica britannica Gsk (GlaxoSmithKline) ha citato in giudizio Pfizer e Biontech reclamando parte dei profitti delle vendite dei vaccini contro il Covid-19. Nella denuncia, depositata presso la corte federale del Delaware negli Stati Uniti, Glaxo ha affermato di aver ottenuto i brevetti di quelle scoperte nel 2015, quando aveva acquisito da Novartis parte dell’attività sui vaccini. Il successo tecnico e finanziario ottenuto con i vaccini anti covid dalle due aziende «si basa sulla tecnologia delle invenzioni brevettate di Gsk», ha scritto l’azienda nella denuncia. Secondo Gsk, Pfizer e Biontech hanno beneficiato della ricerca sull’mRna condotta più di un decennio prima della pandemia e dunque violano i diritti di brevetto dell’azienda britannica, che si dichiara benevolmente «disposta a concedere in licenza questi brevetti a condizioni commercialmente ragionevoli e a garantire che i pazienti possano continuare ad accedere alle vaccinazioni», come ha spiegato ieri un portavoce dell’azienda. Gsk, che ha sede a Londra, ha chiesto al tribunale un importo non specificato per danni pecuniari oltre a una tassa di licenza per i brevetti in corso, rivendicandone parte dei diritti. Le pretese di Gsk non sono del tutto prive di fondamento: è alla fine degli anni 2000, in effetti, che diverse grandi aziende farmaceutiche entrano nel campo dell’mRna. In una ricostruzione pubblicata dalla rivista Nature alla fine del 2021, nel 2008 sia Novartis che Shire hanno istituito unità di ricerca sull’mRna. BioNTech è stata fondata nello stesso anno e altre start-up sono presto entrate nel giro dopo l’accelerata impressa nel 2012 dal Darpa americano (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti incaricata dello sviluppo di nuove tecnologie per uso militare, che ha cominciato a finanziare i ricercatori del settore. Da allora, l’mRna è diventato un asset, un’arma, uno strumento diplomatico. Moderna si è strutturata su questo specifico progetto: nel 2015 ha raccolto più di 1 miliardo di dollari con la promessa di sfruttare l’mRna per indurre le cellule del corpo ad «auto curare» le malattie causate da proteine mancanti o difettose. Quando quel progetto non è andato a buon fine, Moderna, guidata dall’amministratore delegato Stéphane Bancel, ha scelto di dare la priorità a un obiettivo meno ambizioso: la produzione di vaccini.Ora che quella tecnologia è stata sdoganata, nonostante i milioni di segnalazioni di eventi avversi post vaccinazione anti covid, e che la comunità scientifica ha promesso di volerla usare contro patologie come il cancro e il diabete, le varie aziende si stanno contendendo i crediti e la detenzione dei redditizi brevetti. Gran parte della proprietà intellettuale fondamentale, tuttavia, risale alle intuizioni del 1989 di Phillip Felgner della Vical, start-up biofarmaceutica di San Diego, in California, che aveva assunto Robert Malone otto anni prima delle scoperte di Katalin Karikò e Drew Weissman sull’alterazione di parte del codice mRna. Ecco perché oggi le cause sui brevetti mRna si stanno moltiplicando (e non è casuale che quello a vettore virale di Astrazeneca sia stato «cannibalizzato»). Quella più clamorosa, depositata alla corte distrettuale del Massachusetts e a un tribunale regionale tedesco, è stata intentata da Moderna contro Pfizer nel 2022 «per proteggere la piattaforma tecnologica innovativa mRna in cui ha investito miliardi». «Pfizer e Biontech hanno illegalmente copiato le invenzioni di Moderna e hanno continuato a usarle senza permesso», ha affermato il legale dell’azienda. Dieci giorni fa, il tribunale ha accolto la mozione di Pfizer/Biontech di sospendere la causa, in attesa di una revisione del Patent Trial and Appeal Board. Moderna è in lite legale anche con il National Institutes of Health (Nih, l’agenzia di ricerca biomedica del governo americano), sempre per una questione di brevetto. La stessa azienda è accusata di violazione del brevetto da due piccole aziende Usa, Arbutus Biopharma e Genevant Sciences e potrebbe rivelarsi molto fastidiosa per Moderna. A giugno dello scorso anno anche la Promosome Llc ha citato in giudizio Moderna accusandola di aver violato un brevetto relativo alla tecnologia dell’Rna messaggero. Non è andata a buon fine, invece, la causa intentata da Alnylam Pharmaceuticals, Inc. contro Moderna.La posta in gioco sono gli stratosferici profitti generati in pandemia e quelli che tutti attendono con i nuovi vaccini: soltanto tra il 2021 e i primi nove mesi del 2022 le multinazionali farmaceutiche Pfizer, Biontech, Moderna e Sinovac hanno registrato profitti per circa 90 miliardi di dollari dalla vendita di vaccini e farmaci contro il Covid. Con buona pace di chi in pandemia è stato sfiorato dall’idea che le loro fossero campagne sanitarie per salvare il mondo e non campagne marketing.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/colossi-farmaci-cannibalizzano-cause-vaccini-2667909519.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-va-alla-visita-in-lockdown-multa" data-post-id="2667909519" data-published-at="1714189479" data-use-pagination="False"> Non va alla visita in lockdown: multa Anna P. residente a Montegrotto, provincia di Padova, tre giorni fa si è vista recapitare una raccomandata con l’ingiunzione di pagare la sanzione per mancata disdetta di un appuntamento sanitario durante la pandemia. La somma richiesta è di 14,25 euro (più 7 euro di spese), ma quello che ha fatto arrabbiare la signora non è l’importo, bensì la beffa dopo il danno. Perché se è giusto responsabilizzare il cittadino, è vergognoso imputargli una colpa che non ha. Era il marito di Anna ad avere bisogno di una visita internistica, prenotata il 2 dicembre 2019 e fissata per l’8 giugno 2020, quando alcune misure restrittive furono allentate, ma restava fortemente limitato e sconsigliato l’accesso agli ospedali. Le strutture sanitarie erano concentrate sull’emergenza Covid, «risultava inutile chiamare per cancellare la visita perché tanto nessuno ti rispondeva oppure ti chiudevano la telefonata», ha raccontato la signora al Mattino di Padova. Probabilmente sarebbe saltato comunque l’appuntamento, visto che all’inizio della fase 2 le agende delle aziende sanitarie furono riorganizzate in base all’urgenza e al quadro clinico dei pazienti, sta di fatto che dopo quattro anni l’Azienda ospedale università di Padova ha reclamato nei termini di 30 giorni il pagamento della sanzione. Per questo Anna ha scritto al presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, manifestando il suo disappunto. «Ci siamo già dimenticati di quello che abbiamo vissuto?», chiede. Del confinamento a casa nel terrore di avvicinarsi a un ospedale per non finire contagiati e dove potevano entrare solo i pazienti con Covid grave, destinati alle cure intensive. L’indicazione martellante era di evitare ambulatori, pronto soccorsi, reparti: soprattutto nel primo anno della pandemia milioni di italiani hanno subito la pressione di non rivolgersi a un dottore. Le restrizioni sulla disponibilità del medico specialista e di medicina generale hanno compromesso la salute di malati oncologici, cardiopatici, di persone con patologie non riconducibili al virus di Wuhan, esponendoli all’impossibilità di ottenere cure mediche, controlli, prescrizione di farmaci. Il marito di Anna avrà colto il messaggio di rimandare ad altra data una visita, stante il perdurare dell’emergenza e le regole rigide. In ogni caso, non c’era modo di contattare un ospedale per farsela cancellare. Appare dunque una vessazione far applicare a distanza di quattro anni una multa per un appuntamento sanitario prenotato e non disdetto, o disdetto in ritardo. In altre Regioni, come l’Emilia-Romagna, la Toscana o la Provincia autonoma di Bolzano, queste sanzioni erano state sospese ad avvio del periodo pandemico, nel febbraio 2020, e furono riprese solo nell’estate del 2021. La signora di Montegrotto ha scritto a Zaia di essere indignata, anche perché nella raccomandata si evidenzia che «in caso di mancato pagamento, entro i termini, si procederà al recupero del credito». Un tono minaccioso che rende ancora più indigesta la missiva, inopportuna nel pretendere un importo considerato dovuto dopo tutte le limitazioni imposte ai cittadini in epoca pandemica. «Mi chiedo quanti siano gli altri casi simili al mio», aggiunge nella lettera. Intanto la signora, che ha bisogno di un’altra visita, l’avrà solo nel 2025 perché non c’è posto. «I numerosi interventi e investimenti messi in campo per diminuire le liste d’attesa nella sanità veneta stanno dando importanti risultati. Non tutto è risolto, ma i passi avanti sono vistosi e, con l’applicazione della nuova delibera attualmente all’attenzione del Consiglio regionale, altri verranno», ha fatto sapere l’assessore alla Sanità della Regione Veneto, Manuela Lanzarin.
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Erano solo illeciti amministrativi, bastava un’ammenda disposta ad esempio dal prefetto e notificata attraverso un verbale. Ha dovuto intervenire la Cassazione, e a Belluno un giudice che conosce il Codice penale, annullando i capi di imputazione perché «per la legge il fatto non è reato».
Intanto, due cittadini sono stati sotto procedimento penale quattro anni prima di essere assolti, spendendo soldi in avvocati e rovinandosi la vita. «I procedimenti non dovevano nemmeno essere avviati, i miei assistiti non dovevano neppure essere iscritti nel registro degli indagati», commenta l’avvocato Alberto Poli, che adesso chiederà allo Stato il pagamento di quanto hanno dovuto ingiustamente sborsare.
La Cassazione è intervenuta nel ricorso presentato contro la condanna alla pena pecuniaria di 150 euro, inflitta il 21 marzo 2025 dal giudice di Treviso Laura Contini a un professore di storia e di latino di Rovigo, Moreno Ferrari, per il reato dell’articolo 650 del Codice penale, che punisce l’inosservanza dei provvedimenti dell’autorità. Il professore, il 19 giugno 2021, in qualità di organizzatore di una manifestazione sulle politiche per il contenimento dell’emergenza sanitaria, non avrebbe osservato le prescrizioni imposte dal questore della provincia di Treviso.
«Ometteva di avvisare i partecipanti con ogni mezzo a propria disposizione del divieto di assembramento e dell’obbligo dell’uso dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie». Ferrari aveva fatto appello, convertito in ricorso in Cassazione. Gli Ermellini l’hanno ritenuto fondato, disponendo l’annullamento «senza rinvio» della sentenza impugnata «perché il fatto non è previsto dalla legge come reato».
I giudici della Suprema Corte ricordano, infatti, che la disposizione dell’art. 3, comma 4, del decreto legge 23 febbraio 2020 che qualificava reato punibile ai sensi dell’art. 650 c.p. il mancato rispetto delle misure di contenimento emanate per fronteggiare lo stato di emergenza dovuto alla diffusione del Covid-19 «è stata sostituita dall’art. 4, comma 1, del d.l. 25 marzo 2020, n.19, in vigore dal giorno successivo e convertito con modificazioni dalla legge 22 maggio 2020, n.35, che ha depenalizzato, trasformandola in illecito amministrativo, la condotta di mancato rispetto delle citate misure di contenimento».
Ma il pm di Treviso, Daniela Brunetti, e il giudice Contini non sapevano che non è reato? Perché hanno avviato un processo, con diverse udienze e perché si è arrivati a una sentenza di condanna? Se la legge del 2020 stabiliva che «le disposizioni del presente articolo che sostituiscono sanzioni penali con sanzioni amministrative si applicano anche alle violazioni commesse anteriormente alla data di entrata in vigore del presente decreto», figuriamoci se non andava depenalizzato quanto sarebbe stato commesso un anno dopo, a giugno 2021.
La Cassazione non si limita a sottolineare che Procura e tribunale hanno preso un abbaglio, ma aggiunge che «è, peraltro, consolidato l’orientamento di questa Corte, al di là dell’esplicita previsione normativa ora illustrata, che la contravvenzione di cui all’art. 650 cod. penale, anche per l’espressa clausola di sussidiarietà, può ritenersi integrata solo qualora la condotta contestata sia relativa alla violazione di provvedimenti emessi per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica o d’ordine pubblico o di igiene legittimamente adottati rispetto a situazioni non previste da una norma specifica, mentre va esclusa la sua applicazione per l’inottemperanza ad ordinanze applicative di leggi o regolamenti considerato che in queste ipotesi l’omissione è sanzionata, come il caso in esame, in via amministrativa».
Giudice e pm bocciati in pieno, ma intanto un cittadino ha dovuto subire un processo e presentare ricorso contro una sentenza assurda, che nemmeno riconosceva le attenuanti generiche. Senza contare che non era compito del professore far rispettare ai partecipanti l’utilizzo della mascherina (li aveva comunque avvertiti) e che egli godeva di un’esenzione terapeutica.
Per fortuna, a Belluno, il giudice Domenico Riposati è arrivato alle stesse conclusioni della Cassazione, ritenendo in primo grado che ciò di cui era imputata una mamma «non è reato». Patrizia Baldovin, il 14 febbraio 2022 aveva chiesto di non far indossare la mascherina al bimbo più piccolo che allora frequentava la terza elementare. Davanti al rifiuto della scuola, li aveva riportati a casa ma anche alla signora è stata imputata la violazione dell’art. 650 c.p.
La condotta penalmente perseguibile sarebbe consistita nell’aver accompagnato i figli minorenni presso un istituto scolastico senza dispositivi di protezione delle vie respiratorie, in violazione dell’ordinanza ministeriale dell’8 febbraio 2022 emanata per ragioni di igiene e sanità pubblica. Ma sempre la legge 35 del 2020 riportata dalla Cassazione, «escludeva l’applicazione dell’art. 650 per le violazioni delle misure di contenimento Covid-19, prevedendo, invece, una sanzione amministrativa pecuniaria», ribadisce l’avvocato Poli.
Si trattava di un illecito amministrativo, il giudice di Belluno ad aprile di quest’anno ha assolto la mamma ma la domanda rimane la stessa: perché si è messo in piedi un processo penale sapendo che non si trattava di un reato?
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Matteo Maria Zuppi (Imagoeconomica)
Nemmeno venti giorni fa, il Papa ha difeso il celibato dei sacerdoti. Ieri, il capo dei vescovi italiani, il cardinale Matteo Maria Zuppi, capofila del cattoprogressismo bolognese, ha dato l’impressione di pensarla diversamente: al Salone del libro, intervistato da Aldo Cazzullo, ha sostenuto che «probabilmente sì», la Chiesa cattolica aprirà ai preti sposati. «Ci sono già», ha aggiunto. «Qualcuno sorride e dice: “Sì, però…”. No no, è tutto regolare. Ci sono nelle Chiese orientali cattoliche, nelle Chiese di rito bizantino, come gli ucraini cattolici, i rumeni cattolici, gli albanesi cattolici». Il presidente della Conferenza episcopale, qui, ha omesso un paio di dettagli cruciali. Il primo è che, in quelle comunità, tra cui i maroniti e i melchiti, si possono ordinare uomini già coniugati, ma dopo l’ordinazione nessuno è autorizzato a contrarre matrimonio; inoltre, i vescovi sono scelti quasi sempre tra i celibi. In più, la prassi non è una innovazione modernista - tale apparirebbe in Occidente - bensì una antica e consolidata usanza. Dopodiché, bisogna tenere conto che già prima dell’editto di Costantino del 313, con cui l’Impero romano pose fine alle persecuzioni, i concili proibirono ai ministri i rapporti con le mogli e la generazione dei figli. «Continenza» e «castità» vennero qualificate come virtù di ascendenza apostolica dal Concilio di Cartagine del 390. La regola del celibato - una regola, non un dogma - fu introdotta dal Concilio Lateranense IV, nel 1215, dopo una lunga lotta contro il concubinato, comportamento che turbava i fedeli e che era stato duramente contrastato già durante il pontificato di Gregorio VII.
Questa ricchezza e questa fecondità storiche vengono ridotte, nel ragionamento di Zuppi, a una questione di apertura e inclusività: «L’importante», ha predicato ieri il porporato, «è che la Chiesa non si chiuda, perché questa è la visione che papa Francesco ci ha trasmesso con forza: una Chiesa missionaria, che non vive per sé stessa. Non si tratta semplicemente di cambiare le regole del club, ma di capire che cosa sia meglio perché la Chiesa raggiunga tutti, comunichi il Vangelo e risponda alla domanda spirituale e umana delle persone». È il pretesto per aprire una breccia nel muro? Già dai tempi del Sinodo per l’Amazzonia ricordato ieri dal cardinale, si proponeva di utilizzare i «viri probati», cioè uomini sposati ma di condotta esemplare e fede matura, «per garantire l’Eucarestia dove non ci sono preti». Tipico metodo bergogliano: avviare un processo e lasciare che, da un fiocco di neve, pian piano si origini una valanga.
Solo che il Papa è cambiato. E quello americano ha le idee chiare. Il 26 aprile scorso, ai nuovi sacerdoti ordinati nella Basilica di San Pietro, ha trasmesso un messaggio difficilmente equivocabile: «Come l’amore degli sposi», ha detto Leone XIV, «così l’amore che ispira il celibato per il Regno di Dio va custodito e sempre rinnovato». Custodire, rinnovare. Zuppi, purtroppo, si infila nel ginepraio delle distinzioni tra «situazioni molto diverse dal Nord Europa all’Africa, dall’America Latina all’Asia»; e nelle formulette sentimentali, per cui «il problema è il dono di sé» e, quindi, basta andare dove porta il cuore. Il paradosso dello spirito progressista sta nella sua torsione finale: l’innovazione rischia di tramutarsi nel ritorno al passato più deteriore. Tipo quello di preti che giacevano con le donne e che scandalizzavano il popolo, inducendo il pontefice a intervenire.
Ieri, tra l’altro, il porporato ha pensato bene di mettersi anche a battere cassa: ha svelato che il Papa argentino era preoccupato «che noi non facessimo le cose perché avevamo pochi soldi. Cioè la Chiesa con l’8 per mille ha una sua… Poi non basta, davvero non basta». Cazzullo gli ha chiesto quanto guadagni un vescovo: «Millequattro e qualcosa», ha risposto lui. Chissà: vuol chiedere un adeguamento all’inflazione?
Fatto sta che la questione del celibato sacerdotale, nell’ultimo periodo, è diventata un tema pop. Alberto Ravagnani, il «don» noto per i dibattiti social con Fedez, ha abbandonato la tonaca, in polemica con il divieto di intrattenere relazioni sentimentali. Alla sua «scelta» ha dedicato pure un libro. Giovanni Gatto, parroco in una frazione dell’Aquila, era finito sulle cronache nazionali per l’annuncio rivolto al suo vescovo e al Papa in persona: «Ho capito che non riesco più a fare il prete e quindi a stare solo». Leone, però, già a febbraio aveva spiegato come stanno le cose: «Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico - essere alter Christus - lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate». Zuppi condivide?
Le veglie gay dividono l’episcopato
Oggi, i gruppi Lgbt del mondo intero celebrano l’ennesima Giornata internazionale contro l’omofobia, in attesa dei pride di giugno. Nel Belpaese, poi, già da alcuni anni, ogni maggio, il mese di Maria è anche il mese delle «veglie e dei culti contro l’omobitransfobia»: una locuzione che è divenuta uno slogan e una moralistica clava per i «cattolici arcobaleno» di Gionata, l’avanguardia catto-gay italiana. Secondo il loro conteggio, «sono oltre sessanta» le veglie che si terranno (o che si sono già tenute) durante questo mese in Europa, di cui ben 54 in Italia. La lista di parrocchie, conventi e santuari coinvolti è lunga: da Milano a Reggio Calabria, da Genova a Bolzano, da Catania a Cagliari, da Avellino a Padova e perfino a Bologna, nella diocesi di cui è ordinario il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana. È utile indicare i nomi di quei vescovi che non solo hanno concesso dei luoghi di culto a queste discusse cerimonie - la cui cifra di fondo è l’ambiguità semantica e concettuale - ma si sono esposti in prima persona, presiedendo, approvando e omaggiando queste coloratissime manifestazioni.Si va da monsignor Enrico Solmi, vescovo di Parma, a monsignor Nicolò Anselmi, vescovo di Rimini; da monsignor Gherardo Gambelli, arcivescovo di Firenze, a monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena; da monsignor Gero Marino, vescovo di Savona, a monsignor Andrea Andreozzi, vescovo di Fano; da monsignor Sandro Salvucci, arcivescovo di Pesaro, a monsignor Domenico Pompili, vescovo di Verona; da monsignor Giuseppe Satriano, arcivescovo di Bari, a monsignor Livio Corazza, vescovo di Forlì e a monsignor Andrea Migliavacca, vescovo di Arezzo. Pensare che, proprio per evitare «gravi fraintendimenti» dottrinali ed etici sul punto, papa Karol Woytjla chiese ai vescovi italiani di ritirare «ogni appoggio» a «qualunque organizzazione» che volesse «sovvertire l’insegnamento della Chiesa». Vietando espressamente l’uso degli «edifici appartenenti alla Chiesa da parte di questi gruppi» (Lettera ai vescovi sulla cura delle persone omosessuali, 1986, n. 17).Toni Brandi, il battagliero presidente di Pro vita e famiglia, ha scritto un’accorata lettera ai vescovi italiani, comunicando «sentimenti di confusione» dinnanzi alle «veglie arcobaleno», che in nome della lotta all’omofobia, sembrano «incentivare comportamenti contrari alla dottrina cristiana» e «ispirati ai princìpi dell’ideologia gender». «Con sentimenti di filiale devozione», Pro vita e famiglia «implora» dunque i vescovi affinché non si dia spazio nelle chiese cattoliche delle loro diocesi ad «alcuna iniziativa» contraria al Vangelo e ai chiari «insegnamenti di papa Francesco e di papa Leone». I vescovi delle diocesi di Venezia, Vicenza, Cuneo, Reggio Calabria, Parma, Bolzano e Latina hanno risposto (o hanno fatto rispondere) al presidente Brandi. Cercando di rassicurarlo sulla «non eterodossia» delle veglie di preghiera da loro presiedute e associandosi volentieri a Pro vita sia nella difesa della famiglia e della morale, sia nella disapprovazione netta della funesta «ideologia del gender». Ma il problema è lungi dall’essere risolto.
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