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2024-04-27
I colossi dei farmaci si cannibalizzano a colpi di cause per i soldi dei vaccini
Getty Images
Come era ampiamente prevedibile, più la comunità scientifica caldeggia l’uso dei vaccini a mRna per combattere e addirittura prevenire tutte le patologie, dal cancro al diabete, più il valore sul mercato di questi prodotti farmaceutici ancora sperimentali sale. Nessuno dei colossi farmaceutici vuol stare a guardare: il grosso del business è il fatturato previsto per i prossimi decenni, se dovesse definitivamente passare, a livello globale, il protocollo sanitario di vaccinare tutti i cittadini sani anziché curare soltanto i malati.
È per questo che non giunge inattesa la notizia che la casa farmaceutica britannica Gsk (GlaxoSmithKline) ha citato in giudizio Pfizer e Biontech reclamando parte dei profitti delle vendite dei vaccini contro il Covid-19. Nella denuncia, depositata presso la corte federale del Delaware negli Stati Uniti, Glaxo ha affermato di aver ottenuto i brevetti di quelle scoperte nel 2015, quando aveva acquisito da Novartis parte dell’attività sui vaccini. Il successo tecnico e finanziario ottenuto con i vaccini anti covid dalle due aziende «si basa sulla tecnologia delle invenzioni brevettate di Gsk», ha scritto l’azienda nella denuncia. Secondo Gsk, Pfizer e Biontech hanno beneficiato della ricerca sull’mRna condotta più di un decennio prima della pandemia e dunque violano i diritti di brevetto dell’azienda britannica, che si dichiara benevolmente «disposta a concedere in licenza questi brevetti a condizioni commercialmente ragionevoli e a garantire che i pazienti possano continuare ad accedere alle vaccinazioni», come ha spiegato ieri un portavoce dell’azienda. Gsk, che ha sede a Londra, ha chiesto al tribunale un importo non specificato per danni pecuniari oltre a una tassa di licenza per i brevetti in corso, rivendicandone parte dei diritti.
Le pretese di Gsk non sono del tutto prive di fondamento: è alla fine degli anni 2000, in effetti, che diverse grandi aziende farmaceutiche entrano nel campo dell’mRna. In una ricostruzione pubblicata dalla rivista Nature alla fine del 2021, nel 2008 sia Novartis che Shire hanno istituito unità di ricerca sull’mRna. BioNTech è stata fondata nello stesso anno e altre start-up sono presto entrate nel giro dopo l’accelerata impressa nel 2012 dal Darpa americano (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti incaricata dello sviluppo di nuove tecnologie per uso militare, che ha cominciato a finanziare i ricercatori del settore. Da allora, l’mRna è diventato un asset, un’arma, uno strumento diplomatico.
Moderna si è strutturata su questo specifico progetto: nel 2015 ha raccolto più di 1 miliardo di dollari con la promessa di sfruttare l’mRna per indurre le cellule del corpo ad «auto curare» le malattie causate da proteine mancanti o difettose. Quando quel progetto non è andato a buon fine, Moderna, guidata dall’amministratore delegato Stéphane Bancel, ha scelto di dare la priorità a un obiettivo meno ambizioso: la produzione di vaccini.
Ora che quella tecnologia è stata sdoganata, nonostante i milioni di segnalazioni di eventi avversi post vaccinazione anti covid, e che la comunità scientifica ha promesso di volerla usare contro patologie come il cancro e il diabete, le varie aziende si stanno contendendo i crediti e la detenzione dei redditizi brevetti. Gran parte della proprietà intellettuale fondamentale, tuttavia, risale alle intuizioni del 1989 di Phillip Felgner della Vical, start-up biofarmaceutica di San Diego, in California, che aveva assunto Robert Malone otto anni prima delle scoperte di Katalin Karikò e Drew Weissman sull’alterazione di parte del codice mRna.
Ecco perché oggi le cause sui brevetti mRna si stanno moltiplicando (e non è casuale che quello a vettore virale di Astrazeneca sia stato «cannibalizzato»). Quella più clamorosa, depositata alla corte distrettuale del Massachusetts e a un tribunale regionale tedesco, è stata intentata da Moderna contro Pfizer nel 2022 «per proteggere la piattaforma tecnologica innovativa mRna in cui ha investito miliardi». «Pfizer e Biontech hanno illegalmente copiato le invenzioni di Moderna e hanno continuato a usarle senza permesso», ha affermato il legale dell’azienda. Dieci giorni fa, il tribunale ha accolto la mozione di Pfizer/Biontech di sospendere la causa, in attesa di una revisione del Patent Trial and Appeal Board. Moderna è in lite legale anche con il National Institutes of Health (Nih, l’agenzia di ricerca biomedica del governo americano), sempre per una questione di brevetto. La stessa azienda è accusata di violazione del brevetto da due piccole aziende Usa, Arbutus Biopharma e Genevant Sciences e potrebbe rivelarsi molto fastidiosa per Moderna. A giugno dello scorso anno anche la Promosome Llc ha citato in giudizio Moderna accusandola di aver violato un brevetto relativo alla tecnologia dell’Rna messaggero. Non è andata a buon fine, invece, la causa intentata da Alnylam Pharmaceuticals, Inc. contro Moderna.
La posta in gioco sono gli stratosferici profitti generati in pandemia e quelli che tutti attendono con i nuovi vaccini: soltanto tra il 2021 e i primi nove mesi del 2022 le multinazionali farmaceutiche Pfizer, Biontech, Moderna e Sinovac hanno registrato profitti per circa 90 miliardi di dollari dalla vendita di vaccini e farmaci contro il Covid. Con buona pace di chi in pandemia è stato sfiorato dall’idea che le loro fossero campagne sanitarie per salvare il mondo e non campagne marketing.
Non va alla visita in lockdown: multa
Anna P. residente a Montegrotto, provincia di Padova, tre giorni fa si è vista recapitare una raccomandata con l’ingiunzione di pagare la sanzione per mancata disdetta di un appuntamento sanitario durante la pandemia. La somma richiesta è di 14,25 euro (più 7 euro di spese), ma quello che ha fatto arrabbiare la signora non è l’importo, bensì la beffa dopo il danno. Perché se è giusto responsabilizzare il cittadino, è vergognoso imputargli una colpa che non ha.
Era il marito di Anna ad avere bisogno di una visita internistica, prenotata il 2 dicembre 2019 e fissata per l’8 giugno 2020, quando alcune misure restrittive furono allentate, ma restava fortemente limitato e sconsigliato l’accesso agli ospedali. Le strutture sanitarie erano concentrate sull’emergenza Covid, «risultava inutile chiamare per cancellare la visita perché tanto nessuno ti rispondeva oppure ti chiudevano la telefonata», ha raccontato la signora al Mattino di Padova.
Probabilmente sarebbe saltato comunque l’appuntamento, visto che all’inizio della fase 2 le agende delle aziende sanitarie furono riorganizzate in base all’urgenza e al quadro clinico dei pazienti, sta di fatto che dopo quattro anni l’Azienda ospedale università di Padova ha reclamato nei termini di 30 giorni il pagamento della sanzione.
Per questo Anna ha scritto al presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, manifestando il suo disappunto. «Ci siamo già dimenticati di quello che abbiamo vissuto?», chiede. Del confinamento a casa nel terrore di avvicinarsi a un ospedale per non finire contagiati e dove potevano entrare solo i pazienti con Covid grave, destinati alle cure intensive. L’indicazione martellante era di evitare ambulatori, pronto soccorsi, reparti: soprattutto nel primo anno della pandemia milioni di italiani hanno subito la pressione di non rivolgersi a un dottore.
Le restrizioni sulla disponibilità del medico specialista e di medicina generale hanno compromesso la salute di malati oncologici, cardiopatici, di persone con patologie non riconducibili al virus di Wuhan, esponendoli all’impossibilità di ottenere cure mediche, controlli, prescrizione di farmaci.
Il marito di Anna avrà colto il messaggio di rimandare ad altra data una visita, stante il perdurare dell’emergenza e le regole rigide. In ogni caso, non c’era modo di contattare un ospedale per farsela cancellare. Appare dunque una vessazione far applicare a distanza di quattro anni una multa per un appuntamento sanitario prenotato e non disdetto, o disdetto in ritardo. In altre Regioni, come l’Emilia-Romagna, la Toscana o la Provincia autonoma di Bolzano, queste sanzioni erano state sospese ad avvio del periodo pandemico, nel febbraio 2020, e furono riprese solo nell’estate del 2021.
La signora di Montegrotto ha scritto a Zaia di essere indignata, anche perché nella raccomandata si evidenzia che «in caso di mancato pagamento, entro i termini, si procederà al recupero del credito». Un tono minaccioso che rende ancora più indigesta la missiva, inopportuna nel pretendere un importo considerato dovuto dopo tutte le limitazioni imposte ai cittadini in epoca pandemica. «Mi chiedo quanti siano gli altri casi simili al mio», aggiunge nella lettera.
Intanto la signora, che ha bisogno di un’altra visita, l’avrà solo nel 2025 perché non c’è posto.
«I numerosi interventi e investimenti messi in campo per diminuire le liste d’attesa nella sanità veneta stanno dando importanti risultati. Non tutto è risolto, ma i passi avanti sono vistosi e, con l’applicazione della nuova delibera attualmente all’attenzione del Consiglio regionale, altri verranno», ha fatto sapere l’assessore alla Sanità della Regione Veneto, Manuela Lanzarin.
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L’ultimo caso è quello di Gsk contro Pfizer, accusata di violare i brevetti mRna. La tecnologia, usata per i sieri anti Sars-Cov-2, garantirà per anni affari d’oro alle aziende. Che moltiplicano le denunce alle avversarie.La prestazione, fissata per giugno del 2020 all’ospedale di Padova, non fu disdetta: durante l’emergenza, nessuno rispondeva. Ma ora l’Asl manda il conto alla paziente.Lo speciale contiene due articoli.Come era ampiamente prevedibile, più la comunità scientifica caldeggia l’uso dei vaccini a mRna per combattere e addirittura prevenire tutte le patologie, dal cancro al diabete, più il valore sul mercato di questi prodotti farmaceutici ancora sperimentali sale. Nessuno dei colossi farmaceutici vuol stare a guardare: il grosso del business è il fatturato previsto per i prossimi decenni, se dovesse definitivamente passare, a livello globale, il protocollo sanitario di vaccinare tutti i cittadini sani anziché curare soltanto i malati. È per questo che non giunge inattesa la notizia che la casa farmaceutica britannica Gsk (GlaxoSmithKline) ha citato in giudizio Pfizer e Biontech reclamando parte dei profitti delle vendite dei vaccini contro il Covid-19. Nella denuncia, depositata presso la corte federale del Delaware negli Stati Uniti, Glaxo ha affermato di aver ottenuto i brevetti di quelle scoperte nel 2015, quando aveva acquisito da Novartis parte dell’attività sui vaccini. Il successo tecnico e finanziario ottenuto con i vaccini anti covid dalle due aziende «si basa sulla tecnologia delle invenzioni brevettate di Gsk», ha scritto l’azienda nella denuncia. Secondo Gsk, Pfizer e Biontech hanno beneficiato della ricerca sull’mRna condotta più di un decennio prima della pandemia e dunque violano i diritti di brevetto dell’azienda britannica, che si dichiara benevolmente «disposta a concedere in licenza questi brevetti a condizioni commercialmente ragionevoli e a garantire che i pazienti possano continuare ad accedere alle vaccinazioni», come ha spiegato ieri un portavoce dell’azienda. Gsk, che ha sede a Londra, ha chiesto al tribunale un importo non specificato per danni pecuniari oltre a una tassa di licenza per i brevetti in corso, rivendicandone parte dei diritti. Le pretese di Gsk non sono del tutto prive di fondamento: è alla fine degli anni 2000, in effetti, che diverse grandi aziende farmaceutiche entrano nel campo dell’mRna. In una ricostruzione pubblicata dalla rivista Nature alla fine del 2021, nel 2008 sia Novartis che Shire hanno istituito unità di ricerca sull’mRna. BioNTech è stata fondata nello stesso anno e altre start-up sono presto entrate nel giro dopo l’accelerata impressa nel 2012 dal Darpa americano (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti incaricata dello sviluppo di nuove tecnologie per uso militare, che ha cominciato a finanziare i ricercatori del settore. Da allora, l’mRna è diventato un asset, un’arma, uno strumento diplomatico. Moderna si è strutturata su questo specifico progetto: nel 2015 ha raccolto più di 1 miliardo di dollari con la promessa di sfruttare l’mRna per indurre le cellule del corpo ad «auto curare» le malattie causate da proteine mancanti o difettose. Quando quel progetto non è andato a buon fine, Moderna, guidata dall’amministratore delegato Stéphane Bancel, ha scelto di dare la priorità a un obiettivo meno ambizioso: la produzione di vaccini.Ora che quella tecnologia è stata sdoganata, nonostante i milioni di segnalazioni di eventi avversi post vaccinazione anti covid, e che la comunità scientifica ha promesso di volerla usare contro patologie come il cancro e il diabete, le varie aziende si stanno contendendo i crediti e la detenzione dei redditizi brevetti. Gran parte della proprietà intellettuale fondamentale, tuttavia, risale alle intuizioni del 1989 di Phillip Felgner della Vical, start-up biofarmaceutica di San Diego, in California, che aveva assunto Robert Malone otto anni prima delle scoperte di Katalin Karikò e Drew Weissman sull’alterazione di parte del codice mRna. Ecco perché oggi le cause sui brevetti mRna si stanno moltiplicando (e non è casuale che quello a vettore virale di Astrazeneca sia stato «cannibalizzato»). Quella più clamorosa, depositata alla corte distrettuale del Massachusetts e a un tribunale regionale tedesco, è stata intentata da Moderna contro Pfizer nel 2022 «per proteggere la piattaforma tecnologica innovativa mRna in cui ha investito miliardi». «Pfizer e Biontech hanno illegalmente copiato le invenzioni di Moderna e hanno continuato a usarle senza permesso», ha affermato il legale dell’azienda. Dieci giorni fa, il tribunale ha accolto la mozione di Pfizer/Biontech di sospendere la causa, in attesa di una revisione del Patent Trial and Appeal Board. Moderna è in lite legale anche con il National Institutes of Health (Nih, l’agenzia di ricerca biomedica del governo americano), sempre per una questione di brevetto. La stessa azienda è accusata di violazione del brevetto da due piccole aziende Usa, Arbutus Biopharma e Genevant Sciences e potrebbe rivelarsi molto fastidiosa per Moderna. A giugno dello scorso anno anche la Promosome Llc ha citato in giudizio Moderna accusandola di aver violato un brevetto relativo alla tecnologia dell’Rna messaggero. Non è andata a buon fine, invece, la causa intentata da Alnylam Pharmaceuticals, Inc. contro Moderna.La posta in gioco sono gli stratosferici profitti generati in pandemia e quelli che tutti attendono con i nuovi vaccini: soltanto tra il 2021 e i primi nove mesi del 2022 le multinazionali farmaceutiche Pfizer, Biontech, Moderna e Sinovac hanno registrato profitti per circa 90 miliardi di dollari dalla vendita di vaccini e farmaci contro il Covid. 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Perché se è giusto responsabilizzare il cittadino, è vergognoso imputargli una colpa che non ha. Era il marito di Anna ad avere bisogno di una visita internistica, prenotata il 2 dicembre 2019 e fissata per l’8 giugno 2020, quando alcune misure restrittive furono allentate, ma restava fortemente limitato e sconsigliato l’accesso agli ospedali. Le strutture sanitarie erano concentrate sull’emergenza Covid, «risultava inutile chiamare per cancellare la visita perché tanto nessuno ti rispondeva oppure ti chiudevano la telefonata», ha raccontato la signora al Mattino di Padova. Probabilmente sarebbe saltato comunque l’appuntamento, visto che all’inizio della fase 2 le agende delle aziende sanitarie furono riorganizzate in base all’urgenza e al quadro clinico dei pazienti, sta di fatto che dopo quattro anni l’Azienda ospedale università di Padova ha reclamato nei termini di 30 giorni il pagamento della sanzione. Per questo Anna ha scritto al presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, manifestando il suo disappunto. «Ci siamo già dimenticati di quello che abbiamo vissuto?», chiede. Del confinamento a casa nel terrore di avvicinarsi a un ospedale per non finire contagiati e dove potevano entrare solo i pazienti con Covid grave, destinati alle cure intensive. L’indicazione martellante era di evitare ambulatori, pronto soccorsi, reparti: soprattutto nel primo anno della pandemia milioni di italiani hanno subito la pressione di non rivolgersi a un dottore. Le restrizioni sulla disponibilità del medico specialista e di medicina generale hanno compromesso la salute di malati oncologici, cardiopatici, di persone con patologie non riconducibili al virus di Wuhan, esponendoli all’impossibilità di ottenere cure mediche, controlli, prescrizione di farmaci. Il marito di Anna avrà colto il messaggio di rimandare ad altra data una visita, stante il perdurare dell’emergenza e le regole rigide. In ogni caso, non c’era modo di contattare un ospedale per farsela cancellare. Appare dunque una vessazione far applicare a distanza di quattro anni una multa per un appuntamento sanitario prenotato e non disdetto, o disdetto in ritardo. In altre Regioni, come l’Emilia-Romagna, la Toscana o la Provincia autonoma di Bolzano, queste sanzioni erano state sospese ad avvio del periodo pandemico, nel febbraio 2020, e furono riprese solo nell’estate del 2021. La signora di Montegrotto ha scritto a Zaia di essere indignata, anche perché nella raccomandata si evidenzia che «in caso di mancato pagamento, entro i termini, si procederà al recupero del credito». Un tono minaccioso che rende ancora più indigesta la missiva, inopportuna nel pretendere un importo considerato dovuto dopo tutte le limitazioni imposte ai cittadini in epoca pandemica. «Mi chiedo quanti siano gli altri casi simili al mio», aggiunge nella lettera. Intanto la signora, che ha bisogno di un’altra visita, l’avrà solo nel 2025 perché non c’è posto. «I numerosi interventi e investimenti messi in campo per diminuire le liste d’attesa nella sanità veneta stanno dando importanti risultati. Non tutto è risolto, ma i passi avanti sono vistosi e, con l’applicazione della nuova delibera attualmente all’attenzione del Consiglio regionale, altri verranno», ha fatto sapere l’assessore alla Sanità della Regione Veneto, Manuela Lanzarin.
Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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