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2024-04-27
I colossi dei farmaci si cannibalizzano a colpi di cause per i soldi dei vaccini
Getty Images
Come era ampiamente prevedibile, più la comunità scientifica caldeggia l’uso dei vaccini a mRna per combattere e addirittura prevenire tutte le patologie, dal cancro al diabete, più il valore sul mercato di questi prodotti farmaceutici ancora sperimentali sale. Nessuno dei colossi farmaceutici vuol stare a guardare: il grosso del business è il fatturato previsto per i prossimi decenni, se dovesse definitivamente passare, a livello globale, il protocollo sanitario di vaccinare tutti i cittadini sani anziché curare soltanto i malati.
È per questo che non giunge inattesa la notizia che la casa farmaceutica britannica Gsk (GlaxoSmithKline) ha citato in giudizio Pfizer e Biontech reclamando parte dei profitti delle vendite dei vaccini contro il Covid-19. Nella denuncia, depositata presso la corte federale del Delaware negli Stati Uniti, Glaxo ha affermato di aver ottenuto i brevetti di quelle scoperte nel 2015, quando aveva acquisito da Novartis parte dell’attività sui vaccini. Il successo tecnico e finanziario ottenuto con i vaccini anti covid dalle due aziende «si basa sulla tecnologia delle invenzioni brevettate di Gsk», ha scritto l’azienda nella denuncia. Secondo Gsk, Pfizer e Biontech hanno beneficiato della ricerca sull’mRna condotta più di un decennio prima della pandemia e dunque violano i diritti di brevetto dell’azienda britannica, che si dichiara benevolmente «disposta a concedere in licenza questi brevetti a condizioni commercialmente ragionevoli e a garantire che i pazienti possano continuare ad accedere alle vaccinazioni», come ha spiegato ieri un portavoce dell’azienda. Gsk, che ha sede a Londra, ha chiesto al tribunale un importo non specificato per danni pecuniari oltre a una tassa di licenza per i brevetti in corso, rivendicandone parte dei diritti.
Le pretese di Gsk non sono del tutto prive di fondamento: è alla fine degli anni 2000, in effetti, che diverse grandi aziende farmaceutiche entrano nel campo dell’mRna. In una ricostruzione pubblicata dalla rivista Nature alla fine del 2021, nel 2008 sia Novartis che Shire hanno istituito unità di ricerca sull’mRna. BioNTech è stata fondata nello stesso anno e altre start-up sono presto entrate nel giro dopo l’accelerata impressa nel 2012 dal Darpa americano (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti incaricata dello sviluppo di nuove tecnologie per uso militare, che ha cominciato a finanziare i ricercatori del settore. Da allora, l’mRna è diventato un asset, un’arma, uno strumento diplomatico.
Moderna si è strutturata su questo specifico progetto: nel 2015 ha raccolto più di 1 miliardo di dollari con la promessa di sfruttare l’mRna per indurre le cellule del corpo ad «auto curare» le malattie causate da proteine mancanti o difettose. Quando quel progetto non è andato a buon fine, Moderna, guidata dall’amministratore delegato Stéphane Bancel, ha scelto di dare la priorità a un obiettivo meno ambizioso: la produzione di vaccini.
Ora che quella tecnologia è stata sdoganata, nonostante i milioni di segnalazioni di eventi avversi post vaccinazione anti covid, e che la comunità scientifica ha promesso di volerla usare contro patologie come il cancro e il diabete, le varie aziende si stanno contendendo i crediti e la detenzione dei redditizi brevetti. Gran parte della proprietà intellettuale fondamentale, tuttavia, risale alle intuizioni del 1989 di Phillip Felgner della Vical, start-up biofarmaceutica di San Diego, in California, che aveva assunto Robert Malone otto anni prima delle scoperte di Katalin Karikò e Drew Weissman sull’alterazione di parte del codice mRna.
Ecco perché oggi le cause sui brevetti mRna si stanno moltiplicando (e non è casuale che quello a vettore virale di Astrazeneca sia stato «cannibalizzato»). Quella più clamorosa, depositata alla corte distrettuale del Massachusetts e a un tribunale regionale tedesco, è stata intentata da Moderna contro Pfizer nel 2022 «per proteggere la piattaforma tecnologica innovativa mRna in cui ha investito miliardi». «Pfizer e Biontech hanno illegalmente copiato le invenzioni di Moderna e hanno continuato a usarle senza permesso», ha affermato il legale dell’azienda. Dieci giorni fa, il tribunale ha accolto la mozione di Pfizer/Biontech di sospendere la causa, in attesa di una revisione del Patent Trial and Appeal Board. Moderna è in lite legale anche con il National Institutes of Health (Nih, l’agenzia di ricerca biomedica del governo americano), sempre per una questione di brevetto. La stessa azienda è accusata di violazione del brevetto da due piccole aziende Usa, Arbutus Biopharma e Genevant Sciences e potrebbe rivelarsi molto fastidiosa per Moderna. A giugno dello scorso anno anche la Promosome Llc ha citato in giudizio Moderna accusandola di aver violato un brevetto relativo alla tecnologia dell’Rna messaggero. Non è andata a buon fine, invece, la causa intentata da Alnylam Pharmaceuticals, Inc. contro Moderna.
La posta in gioco sono gli stratosferici profitti generati in pandemia e quelli che tutti attendono con i nuovi vaccini: soltanto tra il 2021 e i primi nove mesi del 2022 le multinazionali farmaceutiche Pfizer, Biontech, Moderna e Sinovac hanno registrato profitti per circa 90 miliardi di dollari dalla vendita di vaccini e farmaci contro il Covid. Con buona pace di chi in pandemia è stato sfiorato dall’idea che le loro fossero campagne sanitarie per salvare il mondo e non campagne marketing.
Non va alla visita in lockdown: multa
Anna P. residente a Montegrotto, provincia di Padova, tre giorni fa si è vista recapitare una raccomandata con l’ingiunzione di pagare la sanzione per mancata disdetta di un appuntamento sanitario durante la pandemia. La somma richiesta è di 14,25 euro (più 7 euro di spese), ma quello che ha fatto arrabbiare la signora non è l’importo, bensì la beffa dopo il danno. Perché se è giusto responsabilizzare il cittadino, è vergognoso imputargli una colpa che non ha.
Era il marito di Anna ad avere bisogno di una visita internistica, prenotata il 2 dicembre 2019 e fissata per l’8 giugno 2020, quando alcune misure restrittive furono allentate, ma restava fortemente limitato e sconsigliato l’accesso agli ospedali. Le strutture sanitarie erano concentrate sull’emergenza Covid, «risultava inutile chiamare per cancellare la visita perché tanto nessuno ti rispondeva oppure ti chiudevano la telefonata», ha raccontato la signora al Mattino di Padova.
Probabilmente sarebbe saltato comunque l’appuntamento, visto che all’inizio della fase 2 le agende delle aziende sanitarie furono riorganizzate in base all’urgenza e al quadro clinico dei pazienti, sta di fatto che dopo quattro anni l’Azienda ospedale università di Padova ha reclamato nei termini di 30 giorni il pagamento della sanzione.
Per questo Anna ha scritto al presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, manifestando il suo disappunto. «Ci siamo già dimenticati di quello che abbiamo vissuto?», chiede. Del confinamento a casa nel terrore di avvicinarsi a un ospedale per non finire contagiati e dove potevano entrare solo i pazienti con Covid grave, destinati alle cure intensive. L’indicazione martellante era di evitare ambulatori, pronto soccorsi, reparti: soprattutto nel primo anno della pandemia milioni di italiani hanno subito la pressione di non rivolgersi a un dottore.
Le restrizioni sulla disponibilità del medico specialista e di medicina generale hanno compromesso la salute di malati oncologici, cardiopatici, di persone con patologie non riconducibili al virus di Wuhan, esponendoli all’impossibilità di ottenere cure mediche, controlli, prescrizione di farmaci.
Il marito di Anna avrà colto il messaggio di rimandare ad altra data una visita, stante il perdurare dell’emergenza e le regole rigide. In ogni caso, non c’era modo di contattare un ospedale per farsela cancellare. Appare dunque una vessazione far applicare a distanza di quattro anni una multa per un appuntamento sanitario prenotato e non disdetto, o disdetto in ritardo. In altre Regioni, come l’Emilia-Romagna, la Toscana o la Provincia autonoma di Bolzano, queste sanzioni erano state sospese ad avvio del periodo pandemico, nel febbraio 2020, e furono riprese solo nell’estate del 2021.
La signora di Montegrotto ha scritto a Zaia di essere indignata, anche perché nella raccomandata si evidenzia che «in caso di mancato pagamento, entro i termini, si procederà al recupero del credito». Un tono minaccioso che rende ancora più indigesta la missiva, inopportuna nel pretendere un importo considerato dovuto dopo tutte le limitazioni imposte ai cittadini in epoca pandemica. «Mi chiedo quanti siano gli altri casi simili al mio», aggiunge nella lettera.
Intanto la signora, che ha bisogno di un’altra visita, l’avrà solo nel 2025 perché non c’è posto.
«I numerosi interventi e investimenti messi in campo per diminuire le liste d’attesa nella sanità veneta stanno dando importanti risultati. Non tutto è risolto, ma i passi avanti sono vistosi e, con l’applicazione della nuova delibera attualmente all’attenzione del Consiglio regionale, altri verranno», ha fatto sapere l’assessore alla Sanità della Regione Veneto, Manuela Lanzarin.
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L’ultimo caso è quello di Gsk contro Pfizer, accusata di violare i brevetti mRna. La tecnologia, usata per i sieri anti Sars-Cov-2, garantirà per anni affari d’oro alle aziende. Che moltiplicano le denunce alle avversarie.La prestazione, fissata per giugno del 2020 all’ospedale di Padova, non fu disdetta: durante l’emergenza, nessuno rispondeva. Ma ora l’Asl manda il conto alla paziente.Lo speciale contiene due articoli.Come era ampiamente prevedibile, più la comunità scientifica caldeggia l’uso dei vaccini a mRna per combattere e addirittura prevenire tutte le patologie, dal cancro al diabete, più il valore sul mercato di questi prodotti farmaceutici ancora sperimentali sale. Nessuno dei colossi farmaceutici vuol stare a guardare: il grosso del business è il fatturato previsto per i prossimi decenni, se dovesse definitivamente passare, a livello globale, il protocollo sanitario di vaccinare tutti i cittadini sani anziché curare soltanto i malati. È per questo che non giunge inattesa la notizia che la casa farmaceutica britannica Gsk (GlaxoSmithKline) ha citato in giudizio Pfizer e Biontech reclamando parte dei profitti delle vendite dei vaccini contro il Covid-19. Nella denuncia, depositata presso la corte federale del Delaware negli Stati Uniti, Glaxo ha affermato di aver ottenuto i brevetti di quelle scoperte nel 2015, quando aveva acquisito da Novartis parte dell’attività sui vaccini. Il successo tecnico e finanziario ottenuto con i vaccini anti covid dalle due aziende «si basa sulla tecnologia delle invenzioni brevettate di Gsk», ha scritto l’azienda nella denuncia. Secondo Gsk, Pfizer e Biontech hanno beneficiato della ricerca sull’mRna condotta più di un decennio prima della pandemia e dunque violano i diritti di brevetto dell’azienda britannica, che si dichiara benevolmente «disposta a concedere in licenza questi brevetti a condizioni commercialmente ragionevoli e a garantire che i pazienti possano continuare ad accedere alle vaccinazioni», come ha spiegato ieri un portavoce dell’azienda. Gsk, che ha sede a Londra, ha chiesto al tribunale un importo non specificato per danni pecuniari oltre a una tassa di licenza per i brevetti in corso, rivendicandone parte dei diritti. Le pretese di Gsk non sono del tutto prive di fondamento: è alla fine degli anni 2000, in effetti, che diverse grandi aziende farmaceutiche entrano nel campo dell’mRna. In una ricostruzione pubblicata dalla rivista Nature alla fine del 2021, nel 2008 sia Novartis che Shire hanno istituito unità di ricerca sull’mRna. BioNTech è stata fondata nello stesso anno e altre start-up sono presto entrate nel giro dopo l’accelerata impressa nel 2012 dal Darpa americano (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti incaricata dello sviluppo di nuove tecnologie per uso militare, che ha cominciato a finanziare i ricercatori del settore. Da allora, l’mRna è diventato un asset, un’arma, uno strumento diplomatico. Moderna si è strutturata su questo specifico progetto: nel 2015 ha raccolto più di 1 miliardo di dollari con la promessa di sfruttare l’mRna per indurre le cellule del corpo ad «auto curare» le malattie causate da proteine mancanti o difettose. Quando quel progetto non è andato a buon fine, Moderna, guidata dall’amministratore delegato Stéphane Bancel, ha scelto di dare la priorità a un obiettivo meno ambizioso: la produzione di vaccini.Ora che quella tecnologia è stata sdoganata, nonostante i milioni di segnalazioni di eventi avversi post vaccinazione anti covid, e che la comunità scientifica ha promesso di volerla usare contro patologie come il cancro e il diabete, le varie aziende si stanno contendendo i crediti e la detenzione dei redditizi brevetti. Gran parte della proprietà intellettuale fondamentale, tuttavia, risale alle intuizioni del 1989 di Phillip Felgner della Vical, start-up biofarmaceutica di San Diego, in California, che aveva assunto Robert Malone otto anni prima delle scoperte di Katalin Karikò e Drew Weissman sull’alterazione di parte del codice mRna. Ecco perché oggi le cause sui brevetti mRna si stanno moltiplicando (e non è casuale che quello a vettore virale di Astrazeneca sia stato «cannibalizzato»). Quella più clamorosa, depositata alla corte distrettuale del Massachusetts e a un tribunale regionale tedesco, è stata intentata da Moderna contro Pfizer nel 2022 «per proteggere la piattaforma tecnologica innovativa mRna in cui ha investito miliardi». «Pfizer e Biontech hanno illegalmente copiato le invenzioni di Moderna e hanno continuato a usarle senza permesso», ha affermato il legale dell’azienda. Dieci giorni fa, il tribunale ha accolto la mozione di Pfizer/Biontech di sospendere la causa, in attesa di una revisione del Patent Trial and Appeal Board. Moderna è in lite legale anche con il National Institutes of Health (Nih, l’agenzia di ricerca biomedica del governo americano), sempre per una questione di brevetto. La stessa azienda è accusata di violazione del brevetto da due piccole aziende Usa, Arbutus Biopharma e Genevant Sciences e potrebbe rivelarsi molto fastidiosa per Moderna. A giugno dello scorso anno anche la Promosome Llc ha citato in giudizio Moderna accusandola di aver violato un brevetto relativo alla tecnologia dell’Rna messaggero. Non è andata a buon fine, invece, la causa intentata da Alnylam Pharmaceuticals, Inc. contro Moderna.La posta in gioco sono gli stratosferici profitti generati in pandemia e quelli che tutti attendono con i nuovi vaccini: soltanto tra il 2021 e i primi nove mesi del 2022 le multinazionali farmaceutiche Pfizer, Biontech, Moderna e Sinovac hanno registrato profitti per circa 90 miliardi di dollari dalla vendita di vaccini e farmaci contro il Covid. Con buona pace di chi in pandemia è stato sfiorato dall’idea che le loro fossero campagne sanitarie per salvare il mondo e non campagne marketing.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/colossi-farmaci-cannibalizzano-cause-vaccini-2667909519.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-va-alla-visita-in-lockdown-multa" data-post-id="2667909519" data-published-at="1714189479" data-use-pagination="False"> Non va alla visita in lockdown: multa Anna P. residente a Montegrotto, provincia di Padova, tre giorni fa si è vista recapitare una raccomandata con l’ingiunzione di pagare la sanzione per mancata disdetta di un appuntamento sanitario durante la pandemia. La somma richiesta è di 14,25 euro (più 7 euro di spese), ma quello che ha fatto arrabbiare la signora non è l’importo, bensì la beffa dopo il danno. Perché se è giusto responsabilizzare il cittadino, è vergognoso imputargli una colpa che non ha. Era il marito di Anna ad avere bisogno di una visita internistica, prenotata il 2 dicembre 2019 e fissata per l’8 giugno 2020, quando alcune misure restrittive furono allentate, ma restava fortemente limitato e sconsigliato l’accesso agli ospedali. Le strutture sanitarie erano concentrate sull’emergenza Covid, «risultava inutile chiamare per cancellare la visita perché tanto nessuno ti rispondeva oppure ti chiudevano la telefonata», ha raccontato la signora al Mattino di Padova. Probabilmente sarebbe saltato comunque l’appuntamento, visto che all’inizio della fase 2 le agende delle aziende sanitarie furono riorganizzate in base all’urgenza e al quadro clinico dei pazienti, sta di fatto che dopo quattro anni l’Azienda ospedale università di Padova ha reclamato nei termini di 30 giorni il pagamento della sanzione. Per questo Anna ha scritto al presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, manifestando il suo disappunto. «Ci siamo già dimenticati di quello che abbiamo vissuto?», chiede. Del confinamento a casa nel terrore di avvicinarsi a un ospedale per non finire contagiati e dove potevano entrare solo i pazienti con Covid grave, destinati alle cure intensive. L’indicazione martellante era di evitare ambulatori, pronto soccorsi, reparti: soprattutto nel primo anno della pandemia milioni di italiani hanno subito la pressione di non rivolgersi a un dottore. Le restrizioni sulla disponibilità del medico specialista e di medicina generale hanno compromesso la salute di malati oncologici, cardiopatici, di persone con patologie non riconducibili al virus di Wuhan, esponendoli all’impossibilità di ottenere cure mediche, controlli, prescrizione di farmaci. Il marito di Anna avrà colto il messaggio di rimandare ad altra data una visita, stante il perdurare dell’emergenza e le regole rigide. In ogni caso, non c’era modo di contattare un ospedale per farsela cancellare. Appare dunque una vessazione far applicare a distanza di quattro anni una multa per un appuntamento sanitario prenotato e non disdetto, o disdetto in ritardo. In altre Regioni, come l’Emilia-Romagna, la Toscana o la Provincia autonoma di Bolzano, queste sanzioni erano state sospese ad avvio del periodo pandemico, nel febbraio 2020, e furono riprese solo nell’estate del 2021. La signora di Montegrotto ha scritto a Zaia di essere indignata, anche perché nella raccomandata si evidenzia che «in caso di mancato pagamento, entro i termini, si procederà al recupero del credito». Un tono minaccioso che rende ancora più indigesta la missiva, inopportuna nel pretendere un importo considerato dovuto dopo tutte le limitazioni imposte ai cittadini in epoca pandemica. «Mi chiedo quanti siano gli altri casi simili al mio», aggiunge nella lettera. Intanto la signora, che ha bisogno di un’altra visita, l’avrà solo nel 2025 perché non c’è posto. «I numerosi interventi e investimenti messi in campo per diminuire le liste d’attesa nella sanità veneta stanno dando importanti risultati. Non tutto è risolto, ma i passi avanti sono vistosi e, con l’applicazione della nuova delibera attualmente all’attenzione del Consiglio regionale, altri verranno», ha fatto sapere l’assessore alla Sanità della Regione Veneto, Manuela Lanzarin.
Idris Elba (Ansa)
Il naso lungo e dritto scendeva fino a un labbro superiore corto, sotto il quale c’era una bocca larga e finemente disegnata ma crudele. La linea della mascella era dritta e ferma». Così Ian Fleming descrive James Bond in Dalla Russia con amore. È la prima volta che appare, così nel dettaglio, il viso di 007. Un uomo qualunque, tanto che lo scrittore britannico aveva deciso di battezzarlo con il nome di un ornitologo. Non appariscente, quindi. Un uomo con un volto e un fisico normali. Che passa inosservato, o quasi, come si conviene a un agente segreto. Più simile al primo attore che lo ha impersonificato, Sean Connery, che all’ultimo, Daniel Craig.
Ma adesso che anche Craig è uscito di scena, chi lo sostituirà? Qualcuno ha proposto una donna, del resto già intravista in No time to die. «È solo un numero», risponde Lashana Lynch a un esterrefatto Craig dopo che quest’ultimo è venuto a sapere che non è più lui 007, ma lei. Qualcun altro, invece, ha fatto il nome di un attore afro, Idris Elba, il quale però ha messo le cose in chiaro in un’intervista concessa a Gq: «Bond è talmente irreale che un pizzico di realismo ci sta bene, ma non cerchiamo di renderlo politicamente corretto. Credo che si debba rimanere fedeli alla propria essenza. Non bisogna cercare di assecondare i gusti del pubblico. Bisogna essere semplicemente Bond».
Non ci sarà quindi, almeno secondo Elba, alcun 007 afro. E neppure politicamente corretto. Anche perché non avrebbe senso. Il personaggio inventato da Fleming, infatti, è un bianco squisitamente britannico. Un uomo disposto a rischiare la pelle per la regina e per quel che resta dell’impero britannico. E il cui profilo, già nei primi film, è stato parecchio ammorbidito. Su Bond, infatti, Fleming ha riversato tutto sé stesso. Le proprie paure, le proprie passioni. E pure le proprie perversioni. Nei libri è addirittura un sadico, proprio come il suo inventore. Indossa vestiti su misura, realizzati dai migliori sarti di Londra. Beve il Vesper Martini in onore della donna che ha amato, Vesper Lynd appunto, e che gli è stata strappata («la puttana è morta», dirà alla fine di Casinò royale, mentre invece stava morendo dentro lui). Nei romanzi si parla di cocktail e di buon vino, ma non si fa mai riferimento alla birra, che pure appare in uno degli ultimi film, il già citato No time to die, ma solo per una questione di pubblicità (povero James, costretto a sorseggiare con la bottiglia verde in bella vista pur di campare). C’è tanto caviale su pane tostato e ideali ormai vecchi e sepolti. C’è un uomo che è ben lontano dalla figura del super eroe che emerge dai film. Soffre di accidia, si abbatte ed è ferito più volte. Viene addirittura spedito in un centro per disintossicarsi di tutto il cibo e i drink che ha nel corpo ed è costretto a bere strani intrugli dietetici. E infine, dopo essersi innamorato, pensa addirittura di smettere di fare l’agente segreto. Bond è tutto questo. Un personaggio della letteratura inglese del Dopoguerra. E ne conserva i dolori e le speranze. È figlio dei bombardamenti su Londra e della noia di Fleming, l’uomo che voleva essere James Bond.
Sbagliava il personaggio della Lynch a dire, in No time to die, che 007 è solo un numero. È un pezzo di storia britannica. Un brandello di Union Jack che si ostina a resistere, anche se rovinato dal tempo.
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Franco Prodi (Imagoeconomica)
Oppure quando, per fronteggiare alcune crisi degli anni Settanta, nonché l’abbandono del nucleare, si costruirono alcune centrali a policombustibile che, con semplici modifiche ai bruciatori, avrebbero potuto generare elettricità da questo o quel combustibile (gas naturale, petrolio, carbone), a seconda della convenienza, e poi, arrivò la sinistra e dispose ogni impedimento per l’uso del carbone? Scelte scriteriate che ogni tanto si fanno a casa nostra, direte. D’accordo sullo «scriteriate», un po’ meno su «ogni tanto», ché l’elenco è ben lungo. Ecco un altro esempio fresco di questi giorni: per misteriosi motivi la Regione Puglia sta smantellando un modernissimo sistema di radar che avrebbe giovato al monitoraggio degli eventi meteorologici. Il che è tanto più misterioso, posto che quelli che stanno commettendo il delitto sono gli stessi che piangono perché non si fa abbastanza per contrastare quegli eventi. Quei radar li aveva predisposti il professor Franco Prodi.
Professor Prodi, alla Regione Puglia stanno rottamando alcuni radar di avanzato livello tecnologico che lei stesso aveva voluto. È così?
«Sì, è così. La fisica dell’Atmosfera è centrale nel sistema clima, ma studia anche il meteo e i sistemi di precipitazione. Lo strumento principale della ricerca sperimentale è il radar meteorologico. Era il 2010 quando preparavo un progetto in risposta ad un bando della Regione Puglia su fondi europei. Il progetto si chiamava “Rivona. Rischi per il volo e nowcasting aeroportuale”, e risultò vincitore del bando. Tra il 2012 e il 2014, realizzammo quanto il progetto prometteva: installazione di due radar meteorologici di avanzate caratteristiche, collocati a distanza ottimale dall’aeroporto di Brindisi (a Torchiarolo e a Mesagne), su direzioni a 90 gradi fra loro, multiparametrici, Doppler e sincronizzabili».
Cosa ci facevate con quei radar?
«Per esempio, col radar basato in Torchiarolo studiammo i temporali e i sistemi precipitanti, e presentammo interessanti risultati alle conferenze di radarmeteorologia a Breckenridge (Colorado) e a Norman (Oklahoma)».
Per quanto tempo sono stati utilizzati?
«Non per molto. Per ragioni misteriose, sebbene fino al 2010 io avessi diretto l’Isac (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima) del Cnr, decisero di assegnare quelle apparecchiature radar ai ricercatori della sezione di Roma dell’Isac, fino ad allora totalmente estranei al progetto stesso. Purtroppo, questi si rivelarono presto incapaci di gestire quelle strumentazioni - e non posso dargliene una colpa, visto che non l’avevano progettato loro - tanto che dalla data del loro coinvolgimento dal radar di Torchiarolo non uscì più alcuna immagine».
E l’altro radar, quello di Mesagne?
«Sebbene noi lo avessimo consegnato completato, esso non fu mai neanche attivato, per la stessa ragione per la quale l’altro fu messo da parte».
Le conseguenze?
«Anche se il mio gruppo aveva disegnato specificatamente il progetto per la sicurezza dei voli, quei radar e i metodi della radarmeteorologia avrebbero avuto ricadute benefiche importanti in tutti gli altri settori, nella gestione dei rischi meteorologici (alluvioni, temporali distruttivi e grandine), in agricoltura per l’irrigazione, nella gestione dei bacini idroelettrici, nel traffico terrestre, marittimo e ferroviario».
E oggi cosa sta succedendo?
«Un fatto gravissimo. Utilizzando fondi del Pnrr, la Regione Puglia, attraverso la cessione in comodato dell’area di Torchiarolo, sta consentendo l’installazione, da parte della Protezione civile regionale, di un radar di caratteristiche inferiori al radar esistente. Sembrerebbe per restare nei tempi di scadenza (fine giugno) previsti per l’utilizzo di quei fondi Pnrr. In pratica, pur di spendere denaro pubblico disponibile, si sta ignorando che attrezzatura migliore di quella che si vorrebbe installare nuova esiste già».
Ma non avrebbero potuto installare il nuovo radar in altra zona e continuare a beneficiare di quelli più avanzati che esistono già?
«Esatto. Il radar della Protezione civile potrebbe tuttora essere installato in altra località. Una adatta potrebbe essere Grottaglie: la Regione avrebbe tre radar e non commetterebbe il delitto di rottamarne due che sono di grande valore tecnico-scientifico».
Da quel che capisco, chi li ha avuti in carico non sembra sappia usarli. Ma i proprietari dei radar avanzati non hanno battuto ciglio?
«Il proprietario è il Cnr, ma a quanto pare la direzione Isac-Cnr ha preferito subire l’umiliazione. Ed è un’umiliazione alla scienza in generale, cosa cui ormai siamo abituati da quando i decisori politici, soprattutto quelli locali brillano di insipienza. Pensi che hanno venduto la cosa all’opinione pubblica come un miglioramento del progetto che stanno smantellando».
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 giugno 2026. La capogruppo di Fdi in Commissione Covid Alice Buonguerrieri rivela gli ultimi clamorosi sviluppi emersi dalle audizioni.
Papa Leone XIV (Getty Images)
Se poi compiamo il drammatico e rattristante atto di paragonare questo discorso ad altri cui siamo abituati in Italia, e non solo, tenuti o scritti da vescovi italiani, soprattutto ad alto livello, per non parlare del livello della predicazione, l’omiletica, che spesso raggiunge livelli indegni per l’importanza che essa ha nella Chiesa, ebbene, fatto questo paragone impietoso, la figura di Leone XIV ci appare veramente come un dono del Cielo.
Non solo per noi italiani, e non solo riguardo ai ministri della Chiesa, ma anche rispetto a molti dei sedicenti intellettuali del nostro tempo. Il Pontefice, in questo panorama intellettuale e culturale inconsistente e desolante, risulta essere, ai miei occhi, l’autorità morale e il riferimento intellettuale e spirituale più alto del mondo.
Del discorso ha già scritto egregiamente ieri sulla Verità Martino Cervo. Io mi limiterò ad alcuni concetti espressi in questo mirabile scritto del Vescovo di Roma. Parto dal più importante, già citato da Cervo, e cioè il riferimento alla Scuola di Salamanca, una scuola del Cinquecento spagnolo, El Siglo de oro, dove la Spagna raggiunse un livello di espansione economica e geopolitica ragguardevole. Allora come ora si prospettava, però, l’esigenza di coniugare questi fenomeni economici e geopolitici «trovandosi», come scrive il pontefice, «di fronte a responsabilità storiche di portata universale». Queste responsabilità erano legate sostanzialmente alla colonizzazione del Nuovo Mondo e alla legittimità della colonizzazione stessa e delle condizioni cui erano sottoposte quelle popolazioni. La Scuola di Salamanca fu la più influente scuola, sorta nel XVI secolo, di filosofi, teologi e giuristi appartenenti a vari ordini: francescani, gesuiti, domenicani. In sostanza si deve a loro, e in particolare al frate Francisco de Vitoria, la messa al centro dei diritti umani ponendo le basi - questo fatto è riconosciuto universalmente - per il moderno diritto internazionale, quello che, riprendendo un’espressione di San Tommaso D’Aquino, veniva chiamato lo ius gentium.
Perché il Papa si è riferito esplicitamente a questa scuola, cosa che non avevano fatto altri Papi e che in Italia, a parte alcuni lodevoli studiosi, non è praticamente mai stata studiata soprattutto in ambito cattolico (cosa grave)? Scrive lui stesso: «La ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così nel discernimento storico la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere [...]. Tuttavia, quell’interrogativo aprì un orizzonte intellettuale e morale che andò ben oltre il proprio contesto storico. L’intuizione del totus orbis, di una comunità umana più ampia di qualsiasi potere particolare, consentiva di affermare l’esistenza di legami giuridici e morali tra i popoli [...] quell’anelito continua a risuonare anche oggi: che la dignità, la giustizia e il bene comune siano la misura delle relazioni sociali, a livello sia nazionale che internazionale».
Quale profondità e quale attualità in questa Scuola a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento spagnolo. Quale contemporaneità di questo pensiero. E tristemente, ammettiamolo, quale ignoranza ingiustificata, da parte della comunità cattolica, di questa Scuola.
Un altro punto fondamentale sempre legato a questi studiosi è la rivendicazione del primato della persona umana nei confronti dello Stato e di ogni forma di pubblico potere. Dice il Papa: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato […] Essa appartiene a ogni essere umano per il fatto di esistere e per questo deve orientare ogni ordinamento giuridico positivo». Ma attenzione al seguente passaggio che richiama tutti alla primazia del diritto sulla legge, del diritto sul potere, del diritto sullo Stato: «La fede cristiana la proclama a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo. Quando questa convinzione rimane viva, il diritto diventa tutela di tutti e garanzia contro l’imposizione di interessi e programmi particolari». In altre parole, ben prima della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, i maestri di Salamanca avevano individuato nei diritti dell’uomo il limite invalicabile di qualsiasi potere, di qualsiasi azione politica, di qualsiasi legge. L’ordinamento giuridico positivo, cioè il sistema delle leggi nazionali e internazionali, non può andare contro questi diritti inscritti nella natura umana: essi non sono concessi e sottoposti a e da nessun potere politico. Quanta sapienza e quanta necessità di riscoprire oggi questi fondamenti: basti pensare a quanta violazione dei diritti avviene negli Stati (ad esempio la Cina) e quali violazioni del diritto internazionale: vedi le guerre in corso.
Capite la differenza rispetto a una predicazione su questi temi che spesso alza la vela a seconda di dove il vento spira e che quindi risulta misera e non incide nelle coscienze? Queste ultime sentono la superficialità e riconoscono, quando c’è, la profondità di un pensiero come quello espresso presso il Palacio de las Cortes, dove il Papa ha incontrato il Parlamento spagnolo. Purtroppo, nella Chiesa si è fatta avanti un’idea di predicazione che, per evitare di sembrare anacronistica, è diventata più sociologica che teologica, che usa le parole più scontate del nostro tempo e non ha il coraggio di andare, come fa invece questo Papa con gentilezza e tatto rari, oltre il linguaggio scontato. Ci ricorda molto Ratzinger e Wojtyla, ma anche Paolo VI. È vero che la Chiesa deve aggiornare il proprio linguaggio. Del resto, in 21 secoli di storia lo ha sempre fatto. Ma non si può né si deve aggiornare il linguaggio in modo tale che un linguaggio sciatto, sociologico, politicamente ammiccante, tendente a lisciare il pelo all’inconsistenza della cultura contemporanea tradisca, alla fine, i contenuti della tradizione. Altrimenti l’aggiornamento fa rima con tradimento.
In questa fase, lo ripeto, Papa Leone XIV appare modellato appositamente sull’esigenza profonda di consistenza che caratterizza la nostra epoca contemporanea.
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