I cittadini vanno protetti, ma creare nuovi reati è un precedente rischioso

Caro direttore, caro Del Debbio, perché il nostro codice penale, il codice Rocco del 1930, quello che con disprezzo negli anni Settanta era chiamato «codice fascista», resiste più che bene da quasi un secolo? Azzardo una risposta da modestissimo laureato in legge che ama il diritto e la cultura delle garanzie: perché è fatto bene. Molto bene.
Il nostro codice penale prevede praticamente tutti i reati possibili e immaginabili e ha resistito così tanto, anche alla riforma Conso-Grevi, per almeno cinque motivi. Il primo è che un codice flessibile e quindi, con un ampio ventaglio di aggravanti e scriminanti, che nel tempo i Parlamenti hanno aggiunto, si adatta alla realtà che cambia. Per esempio: arrivano i computer e arriva la previsione del reato commesso con l’abuso di mezzi informatici. Il secondo motivo è che con il giochetto dei minimi e dei massimi edittali, perfino un governo di sinistra può intervenire rapidamente per alzare le pene di un reato che in una certa fase ritiene «politicamente» grave. Il quarto motivo della straordinaria resistenza del nostro codice penale (scritto all’epoca da giuristi raffinati, non da avvocati di provincia o da pm invasati a caccia di fama) è che attraverso la recidiva, la ex legge Cirielli, colpisce duramente chi reitera il reato. L’ultimo motivo è che prevede una serie di reati cosiddetti «dormienti», spesso di opinione o contro la personalità dello Stato, che il governo di turno può attivare a discrezione.
Quello che spaventa, vedendo per esempio le nuove incriminazioni che stanno studiando in Regno Unito o che sono di moda in Europa su temi come i protocolli sanitari, ma anche le depenalizzazioni che attentano alla difesa della vita di anziani e malati, è che il «nuovo» diritto penale venga partorito non dalla «nuova realtà», ma dalla sociologia del diritto. A costo di passare per positivista, quando leggo che «contro i nuovi reati occorrono nuove leggi», mi viene un piccolo brivido lungo la schiena. I «nuovi reati» sono reato quando il Parlamento decide che sono reati. Parafrasando Vujadin Boskov sui rigori, reato è quando Parlamento fischia. E anche se condivisibile nel merito, non è il decreto del governo lo strumento più adatto.
Sui media sta tracimando la cronaca nera, con un portato sempre più evidente di morbosità e sociologia d’accatto. Nelle trasmissioni televisive del pomeriggio salgono in cattedra presunti esperti a caccia di notorietà, criminologi con laurea presa chissà dove e avvocati dei quali bisognerebbe verificare titoli e mandato difensivo, pronti a sostenere tutto e il contrario di tutto. Poi passa il politico di turno, che magari ne sa come noi di agronomia, e promette «una legge apposita», naturalmente «per dare risposte alla gente». Ma come insegna il caso dell’omicidio stradale, che è stato applicato per primo di mercoledì a una povera mamma distratta e a un politico del lago Maggiore, e invece era pensato per colpire i ragazzi e per fermare «le stragi del sabato sera», la realtà non si cura delle emergenze mediatiche, vere o percepite.
È giustissimo difendere i cittadini dalle occupazioni abusive ed è sacrosanto dare la massima tutela legale a chi veste la divisa e ci difende ogni giorno da abusi e violenze. Ma non essendo «emergenze», e avendo questo governo una vasta e stabile maggioranza parlamentare, non era questo il modo di procedere. Se in futuro vi fosse un governo di altro colore, magari con un ministro degli Interni che non è un prefetto e un ministro di Giustizia che non è un magistrato, e si verificassero in un anno quattro gravi reati commessi da poliziotti, siamo sicuri che non si alzerebbe qualche anima bella a chiedere il reato di «ragazzicidio al posto di blocco»? Ovviamente sarebbe stupido e inutile, perché anche in questo caso ci sono già le opportune aggravanti per chi abusa della divisa. Già, basterebbe aprire il codice e studiarlo. Ma non si acchiappano i voti del popolino, studiando.





