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2021-01-01
La Cina avanza nei Caraibi e tallona gli Usa
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A prima vista, potrebbe sembrare paradossale che la potenza cinese si concentri su quest'area: differentemente infatti da altre zone su cui Pechino punta, qui non abbiamo a che fare con territori particolarmente ricchi di risorse minerali. In realtà, la strategia del Dragone segue altre considerazioni. In primo luogo – come recentemente sottolineato dal New York Times – agli occhi dei cinesi, i Caraibi rappresentano un importantissimo hub logistico, bancario e commerciale. In secondo luogo, l'area riveste un valore anche in materia di sicurezza sul piano militare, vista la sua vicinanza geografica agli Stati Uniti d'America. È quindi in tal senso che emerge anche il significato geopolitico della linea cinese nei Caraibi sotto almeno due punti di vista. In primis, Pechino – con la sua strategia caraibica – lancia una (pur contenuta) sfida a Washington, per mettere gli americani parzialmente sotto pressione. In secondo luogo, rafforzando la propria influenza in quest'area, Pechino sta anche cercando di fiaccare Taiwan sul piano politico e diplomatico: il Dragone mira infatti a portare dalla sua parte quei Paesi che riconoscono ancora formalmente l'isola.
Chiariti quindi i suoi principali obiettivi, resta da vedere in che modo la Repubblica Popolare sta portando concretamente avanti la propria linea caraibica. La principale strategia adottata è quella in un certo senso usuale: fare leva sul debito. Secondo l'Inter-American Dialogue, Pechino ha concesso prestiti a basso interesse ai Paesi caraibici per un totale di 6 miliardi di dollari nell'arco di quindici anni. In secondo luogo, non va neppure trascurato che svariate aziende cinesi abbiano effettuato, nell'area, investimenti in differenti settori: porti, logistica, minerali, petrolio, zucchero, turismo e tecnologia. In particolare, secondo Evan Ellis – professore presso lo Us Army War College – gli scambi commerciali tra Cina e Caraibi sarebbero aumentati di otto volte tra il 2002 e il 2019. Tra l'altro, oltre a debito e investimenti, un ulteriore aspetto della strategia cinese nell'area è quello legato all'ormai nota “diplomazia della mascherina", con cui Pechino si è impegnata a fornire assistenza sanitaria in loco nel corso della pandemia. Infine, un ultimo canale attraverso cui la Repubblica Popolare sta rafforzando i propri legami con i Caraibi è da ricercarsi nel settore della sicurezza: negli ultimi anni, la Cina ha infatti fornito materiale alle locali forze militari e di polizia.
In questo quadro, il caso esemplare è costituito dalla Giamaica, il Paese caraibico che ha ricevuto maggiore attenzione da Pechino in questi anni: nell'ultimo quindicennio, la Repubblica Popolare ha difatti concesso in loco 2,1 miliardi di dollari in prestiti, per la realizzazione di infrastrutture. E' del resto alla luce di ciò che, lo scorso gennaio, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha criticato – proprio dalla Giamaica – gli ingenti flussi di denaro cinese diretti verso i Caraibi. Una presa di posizione che evidenzia le preoccupazioni nutrite dagli Stati Uniti. Non è del resto un mistero che Washington consideri tradizionalmente i Caraibi una sorta di cortile casalingo. Ragion per cui la sempre maggiore presenza cinese in loco non può che irritare lo Zio Sam. In tal senso, il Dipartimento di Stato americano ha avviato recentemente una politica per cercare di arginare l'influenza cinese nell'area. Tuttavia, secondo quanto riportato da The Diplomat, si tratterebbe di una linea fondamentalmente troppo morbida, senza impatti significativi sul piano economico-commerciale: l'iniziativa americana si concentra principalmente infatti nei settori dell'ambiente e dell'istruzione. Certo: è pur vero che, lo scorso settembre, il Congresso abbia votato per rinnovare il Caribbean Basin Trade Partnership Act del 2000. Tuttavia, almeno al momento, non sembrerebbero essersi verificate conseguenze significative.
La situazione resta comunque preoccupante e l'area caraibica rischia di alimentare ulteriormente le tensioni tra Washington e Pechino. Basti pensare che, appena due settimane fa, è stato rivelato che la Cina potrebbe aver utilizzato reti di telefonia mobile nei Caraibi per condurre attività di spionaggio ai danni degli americani. Tutti questi fattori lasciano quindi intendere che l'area possa ospitare un nuovo fronte dello scontro tra Stati Uniti e Cina. Il punto sarà allora capire come la presidenza di Joe Biden deciderà di muoversi nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Gli scenari sui suoi rapporti con il Dragone, per ora, restano ambigui. E da lì bisognerà necessariamente passare, per vedere se Washington sceglierà di adottare in futuro una condotta maggiormente interventista e anticinese nei Caraibi.
La Via della Seta arriva fino a Cuba
Nell’ambito della strategia con cui la Cina sta incrementando la propria influenza sull’area caraibica non manca certo Cuba. Nel corso degli ultimi anni, i rapporti tra l’isola e la Repubblica Popolare si sono infatti rafforzati. In primis, guardiamo al lato economico-commerciale. Pechino è diventata uno dei principali partner commerciali di Cuba. E, anche in questo senso, nel 2018 l’isola ha aderito alla Belt and Road Initiative. In tutto questo, non va neppure trascurato che il Dragone abbia localmente investito in svariati settori: da quello automobilistico a quello farmaceutico. Oltre agli investimenti, una parte importante sembra svolgerla anche la leva del debito. Basti pensare che, l’anno scorso, è stato aperto un porto container a Santiago de Cuba: un’iniziativa infrastrutturale finanziata da prestiti cinesi per un valore complessivo di 120 milioni di dollari. Inoltre, come nel resto dell’area caraibica, anche qui Pechino ha fatto valere la cosiddetta “diplomazia della mascherina”, fornendo all’isola – durante la crisi pandemica – circa ottanta tonnellate di forniture mediche.
Dal canto suo, il regime castrista ha assicurato un appoggio politico al Dragone. Lo scorso ottobre, Cuba ha per esempio difeso ed elogiato alle Nazioni Unite la controversa politica, adottata dal governo cinese nello Xinjiang. Da tutto questo, è chiaro a che cosa punti Pechino nel rafforzare i propri legami con l’isola. In primo luogo, questa linea va inserita nel più ampio contesto della strategia cinese nei Caraibi: una strategia che punta non solo alla conquista di un importante hub logistico, ma che va vista anche come frutto della competizione geopolitica con gli Stati Uniti. In secondo luogo, è evidente che – attraverso Cuba – Pechino punti a rafforzare il proprio potere contrattuale in sede di Nazioni Unite: una strategia che l’imperialismo cinese persegue anche in altre aree del globo (a partire dall’Africa).
Del resto, questo progressivo avvicinamento tra Pechino e L’Avana è, in un certo senso, anche frutto di condizioni economiche e geopolitiche strutturali. La crisi economica venezuelana ha indirettamente rappresentato un colpo anche per Cuba, mentre non va trascurato come – negli ultimi anni – le relazioni dell’isola con gli Stati Uniti si siano irrigidite. In particolare, l’amministrazione Trump ha optato per la linea dura, anche in considerazione di calcoli elettorali interni (non dimentichiamo infatti che buona parte dell’elettorato ispanico della Florida nutra storicamente sentimenti anticastristi). Tutto questo ha fatto dunque sì che L’Avana si spostasse sempre più nell’orbita cinese.
Il punto sarà adesso capire se questo rapporto tenderà a cementarsi o se – al contrario – si assisterà ad un allentamento. L’incognita è d’altronde determinata dal cambio della guardia alla Casa Bianca, visto che non è ancora chiaro quale tipo di linea seguirà Joe Biden sulla questione. Da una parte, va ricordato che Biden sia stato vicepresidente in un’amministrazione – quella di Barack Obama – che nel 2016 aveva avviato una distensione con L’Avana: un fattore che spinge alcuni a ritenere che tale disgelo possa adesso essere rispolverato, col risultato eventuale di allontanare Cuba da Pechino. Dall’altra parte, è pur vero che nel nascente gabinetto presidenziale figurino dei falchi (almeno sulla carta) non troppo accondiscendenti con il castrismo (si pensi soltanto al consigliere per la sicurezza nazionale in pectore, Jake Sullivan): un fattore, quest’ultimo, che potrebbe rendere problematica una ripresa della distensione obamiana nei confronti dell’isola.
La situazione resta comunque preoccupante e l’area caraibica rischia di alimentare ulteriormente le tensioni tra Washington e Pechino. Basti pensare che, appena due settimane fa, è stato rivelato che la Cina potrebbe aver utilizzato reti di telefonia mobile nei Caraibi per condurre attività di spionaggio ai danni degli americani. Tutti questi fattori lasciano quindi intendere che l’area possa ospitare un nuovo fronte dello scontro tra Stati Uniti e Cina. Il punto sarà allora capire come la presidenza di Joe Biden deciderà di muoversi nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Gli scenari sui suoi rapporti con il Dragone, per ora, restano ambigui. E da lì bisognerà necessariamente passare, per vedere se Washington sceglierà di adottare in futuro una condotta maggiormente interventista e anticinese nei Caraibi.
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Un aspetto particolarmente significativo della strategia internazionale cinese riguarda i Caraibi. Sono anni che Pechino appare fortemente interessata ad incrementare in loco la propria influenza: una linea che il Dragone ha adottato per avvicinarsi ai paradisi fiscaliLa Via della Seta porta fino a Cuba. L'anno scorso è stato aperto un porto container a Santiago de Cuba: un'iniziativa infrastrutturale finanziata da prestiti cinesi per un valore complessivo di 120 milioni di dollari. Lo speciale comprende due articoli.A prima vista, potrebbe sembrare paradossale che la potenza cinese si concentri su quest'area: differentemente infatti da altre zone su cui Pechino punta, qui non abbiamo a che fare con territori particolarmente ricchi di risorse minerali. In realtà, la strategia del Dragone segue altre considerazioni. In primo luogo – come recentemente sottolineato dal New York Times – agli occhi dei cinesi, i Caraibi rappresentano un importantissimo hub logistico, bancario e commerciale. In secondo luogo, l'area riveste un valore anche in materia di sicurezza sul piano militare, vista la sua vicinanza geografica agli Stati Uniti d'America. È quindi in tal senso che emerge anche il significato geopolitico della linea cinese nei Caraibi sotto almeno due punti di vista. In primis, Pechino – con la sua strategia caraibica – lancia una (pur contenuta) sfida a Washington, per mettere gli americani parzialmente sotto pressione. In secondo luogo, rafforzando la propria influenza in quest'area, Pechino sta anche cercando di fiaccare Taiwan sul piano politico e diplomatico: il Dragone mira infatti a portare dalla sua parte quei Paesi che riconoscono ancora formalmente l'isola. Chiariti quindi i suoi principali obiettivi, resta da vedere in che modo la Repubblica Popolare sta portando concretamente avanti la propria linea caraibica. La principale strategia adottata è quella in un certo senso usuale: fare leva sul debito. Secondo l'Inter-American Dialogue, Pechino ha concesso prestiti a basso interesse ai Paesi caraibici per un totale di 6 miliardi di dollari nell'arco di quindici anni. In secondo luogo, non va neppure trascurato che svariate aziende cinesi abbiano effettuato, nell'area, investimenti in differenti settori: porti, logistica, minerali, petrolio, zucchero, turismo e tecnologia. In particolare, secondo Evan Ellis – professore presso lo Us Army War College – gli scambi commerciali tra Cina e Caraibi sarebbero aumentati di otto volte tra il 2002 e il 2019. Tra l'altro, oltre a debito e investimenti, un ulteriore aspetto della strategia cinese nell'area è quello legato all'ormai nota “diplomazia della mascherina", con cui Pechino si è impegnata a fornire assistenza sanitaria in loco nel corso della pandemia. Infine, un ultimo canale attraverso cui la Repubblica Popolare sta rafforzando i propri legami con i Caraibi è da ricercarsi nel settore della sicurezza: negli ultimi anni, la Cina ha infatti fornito materiale alle locali forze militari e di polizia. In questo quadro, il caso esemplare è costituito dalla Giamaica, il Paese caraibico che ha ricevuto maggiore attenzione da Pechino in questi anni: nell'ultimo quindicennio, la Repubblica Popolare ha difatti concesso in loco 2,1 miliardi di dollari in prestiti, per la realizzazione di infrastrutture. E' del resto alla luce di ciò che, lo scorso gennaio, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha criticato – proprio dalla Giamaica – gli ingenti flussi di denaro cinese diretti verso i Caraibi. Una presa di posizione che evidenzia le preoccupazioni nutrite dagli Stati Uniti. Non è del resto un mistero che Washington consideri tradizionalmente i Caraibi una sorta di cortile casalingo. Ragion per cui la sempre maggiore presenza cinese in loco non può che irritare lo Zio Sam. In tal senso, il Dipartimento di Stato americano ha avviato recentemente una politica per cercare di arginare l'influenza cinese nell'area. Tuttavia, secondo quanto riportato da The Diplomat, si tratterebbe di una linea fondamentalmente troppo morbida, senza impatti significativi sul piano economico-commerciale: l'iniziativa americana si concentra principalmente infatti nei settori dell'ambiente e dell'istruzione. Certo: è pur vero che, lo scorso settembre, il Congresso abbia votato per rinnovare il Caribbean Basin Trade Partnership Act del 2000. Tuttavia, almeno al momento, non sembrerebbero essersi verificate conseguenze significative. La situazione resta comunque preoccupante e l'area caraibica rischia di alimentare ulteriormente le tensioni tra Washington e Pechino. Basti pensare che, appena due settimane fa, è stato rivelato che la Cina potrebbe aver utilizzato reti di telefonia mobile nei Caraibi per condurre attività di spionaggio ai danni degli americani. Tutti questi fattori lasciano quindi intendere che l'area possa ospitare un nuovo fronte dello scontro tra Stati Uniti e Cina. Il punto sarà allora capire come la presidenza di Joe Biden deciderà di muoversi nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Gli scenari sui suoi rapporti con il Dragone, per ora, restano ambigui. E da lì bisognerà necessariamente passare, per vedere se Washington sceglierà di adottare in futuro una condotta maggiormente interventista e anticinese nei Caraibi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cina-nei-caraibi-tallona-usa-2649689564.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-via-della-seta-arriva-fino-a-cuba" data-post-id="2649689564" data-published-at="1609259583" data-use-pagination="False"> La Via della Seta arriva fino a Cuba Nell’ambito della strategia con cui la Cina sta incrementando la propria influenza sull’area caraibica non manca certo Cuba. Nel corso degli ultimi anni, i rapporti tra l’isola e la Repubblica Popolare si sono infatti rafforzati. In primis, guardiamo al lato economico-commerciale. Pechino è diventata uno dei principali partner commerciali di Cuba. E, anche in questo senso, nel 2018 l’isola ha aderito alla Belt and Road Initiative. In tutto questo, non va neppure trascurato che il Dragone abbia localmente investito in svariati settori: da quello automobilistico a quello farmaceutico. Oltre agli investimenti, una parte importante sembra svolgerla anche la leva del debito. Basti pensare che, l’anno scorso, è stato aperto un porto container a Santiago de Cuba: un’iniziativa infrastrutturale finanziata da prestiti cinesi per un valore complessivo di 120 milioni di dollari. Inoltre, come nel resto dell’area caraibica, anche qui Pechino ha fatto valere la cosiddetta “diplomazia della mascherina”, fornendo all’isola – durante la crisi pandemica – circa ottanta tonnellate di forniture mediche. Dal canto suo, il regime castrista ha assicurato un appoggio politico al Dragone. Lo scorso ottobre, Cuba ha per esempio difeso ed elogiato alle Nazioni Unite la controversa politica, adottata dal governo cinese nello Xinjiang. Da tutto questo, è chiaro a che cosa punti Pechino nel rafforzare i propri legami con l’isola. In primo luogo, questa linea va inserita nel più ampio contesto della strategia cinese nei Caraibi: una strategia che punta non solo alla conquista di un importante hub logistico, ma che va vista anche come frutto della competizione geopolitica con gli Stati Uniti. In secondo luogo, è evidente che – attraverso Cuba – Pechino punti a rafforzare il proprio potere contrattuale in sede di Nazioni Unite: una strategia che l’imperialismo cinese persegue anche in altre aree del globo (a partire dall’Africa). Del resto, questo progressivo avvicinamento tra Pechino e L’Avana è, in un certo senso, anche frutto di condizioni economiche e geopolitiche strutturali. La crisi economica venezuelana ha indirettamente rappresentato un colpo anche per Cuba, mentre non va trascurato come – negli ultimi anni – le relazioni dell’isola con gli Stati Uniti si siano irrigidite. In particolare, l’amministrazione Trump ha optato per la linea dura, anche in considerazione di calcoli elettorali interni (non dimentichiamo infatti che buona parte dell’elettorato ispanico della Florida nutra storicamente sentimenti anticastristi). Tutto questo ha fatto dunque sì che L’Avana si spostasse sempre più nell’orbita cinese. Il punto sarà adesso capire se questo rapporto tenderà a cementarsi o se – al contrario – si assisterà ad un allentamento. L’incognita è d’altronde determinata dal cambio della guardia alla Casa Bianca, visto che non è ancora chiaro quale tipo di linea seguirà Joe Biden sulla questione. Da una parte, va ricordato che Biden sia stato vicepresidente in un’amministrazione – quella di Barack Obama – che nel 2016 aveva avviato una distensione con L’Avana: un fattore che spinge alcuni a ritenere che tale disgelo possa adesso essere rispolverato, col risultato eventuale di allontanare Cuba da Pechino. Dall’altra parte, è pur vero che nel nascente gabinetto presidenziale figurino dei falchi (almeno sulla carta) non troppo accondiscendenti con il castrismo (si pensi soltanto al consigliere per la sicurezza nazionale in pectore, Jake Sullivan): un fattore, quest’ultimo, che potrebbe rendere problematica una ripresa della distensione obamiana nei confronti dell’isola.La situazione resta comunque preoccupante e l’area caraibica rischia di alimentare ulteriormente le tensioni tra Washington e Pechino. Basti pensare che, appena due settimane fa, è stato rivelato che la Cina potrebbe aver utilizzato reti di telefonia mobile nei Caraibi per condurre attività di spionaggio ai danni degli americani. Tutti questi fattori lasciano quindi intendere che l’area possa ospitare un nuovo fronte dello scontro tra Stati Uniti e Cina. Il punto sarà allora capire come la presidenza di Joe Biden deciderà di muoversi nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Gli scenari sui suoi rapporti con il Dragone, per ora, restano ambigui. E da lì bisognerà necessariamente passare, per vedere se Washington sceglierà di adottare in futuro una condotta maggiormente interventista e anticinese nei Caraibi.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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