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2021-01-01
La Cina avanza nei Caraibi e tallona gli Usa
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A prima vista, potrebbe sembrare paradossale che la potenza cinese si concentri su quest'area: differentemente infatti da altre zone su cui Pechino punta, qui non abbiamo a che fare con territori particolarmente ricchi di risorse minerali. In realtà, la strategia del Dragone segue altre considerazioni. In primo luogo – come recentemente sottolineato dal New York Times – agli occhi dei cinesi, i Caraibi rappresentano un importantissimo hub logistico, bancario e commerciale. In secondo luogo, l'area riveste un valore anche in materia di sicurezza sul piano militare, vista la sua vicinanza geografica agli Stati Uniti d'America. È quindi in tal senso che emerge anche il significato geopolitico della linea cinese nei Caraibi sotto almeno due punti di vista. In primis, Pechino – con la sua strategia caraibica – lancia una (pur contenuta) sfida a Washington, per mettere gli americani parzialmente sotto pressione. In secondo luogo, rafforzando la propria influenza in quest'area, Pechino sta anche cercando di fiaccare Taiwan sul piano politico e diplomatico: il Dragone mira infatti a portare dalla sua parte quei Paesi che riconoscono ancora formalmente l'isola.
Chiariti quindi i suoi principali obiettivi, resta da vedere in che modo la Repubblica Popolare sta portando concretamente avanti la propria linea caraibica. La principale strategia adottata è quella in un certo senso usuale: fare leva sul debito. Secondo l'Inter-American Dialogue, Pechino ha concesso prestiti a basso interesse ai Paesi caraibici per un totale di 6 miliardi di dollari nell'arco di quindici anni. In secondo luogo, non va neppure trascurato che svariate aziende cinesi abbiano effettuato, nell'area, investimenti in differenti settori: porti, logistica, minerali, petrolio, zucchero, turismo e tecnologia. In particolare, secondo Evan Ellis – professore presso lo Us Army War College – gli scambi commerciali tra Cina e Caraibi sarebbero aumentati di otto volte tra il 2002 e il 2019. Tra l'altro, oltre a debito e investimenti, un ulteriore aspetto della strategia cinese nell'area è quello legato all'ormai nota “diplomazia della mascherina", con cui Pechino si è impegnata a fornire assistenza sanitaria in loco nel corso della pandemia. Infine, un ultimo canale attraverso cui la Repubblica Popolare sta rafforzando i propri legami con i Caraibi è da ricercarsi nel settore della sicurezza: negli ultimi anni, la Cina ha infatti fornito materiale alle locali forze militari e di polizia.
In questo quadro, il caso esemplare è costituito dalla Giamaica, il Paese caraibico che ha ricevuto maggiore attenzione da Pechino in questi anni: nell'ultimo quindicennio, la Repubblica Popolare ha difatti concesso in loco 2,1 miliardi di dollari in prestiti, per la realizzazione di infrastrutture. E' del resto alla luce di ciò che, lo scorso gennaio, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha criticato – proprio dalla Giamaica – gli ingenti flussi di denaro cinese diretti verso i Caraibi. Una presa di posizione che evidenzia le preoccupazioni nutrite dagli Stati Uniti. Non è del resto un mistero che Washington consideri tradizionalmente i Caraibi una sorta di cortile casalingo. Ragion per cui la sempre maggiore presenza cinese in loco non può che irritare lo Zio Sam. In tal senso, il Dipartimento di Stato americano ha avviato recentemente una politica per cercare di arginare l'influenza cinese nell'area. Tuttavia, secondo quanto riportato da The Diplomat, si tratterebbe di una linea fondamentalmente troppo morbida, senza impatti significativi sul piano economico-commerciale: l'iniziativa americana si concentra principalmente infatti nei settori dell'ambiente e dell'istruzione. Certo: è pur vero che, lo scorso settembre, il Congresso abbia votato per rinnovare il Caribbean Basin Trade Partnership Act del 2000. Tuttavia, almeno al momento, non sembrerebbero essersi verificate conseguenze significative.
La situazione resta comunque preoccupante e l'area caraibica rischia di alimentare ulteriormente le tensioni tra Washington e Pechino. Basti pensare che, appena due settimane fa, è stato rivelato che la Cina potrebbe aver utilizzato reti di telefonia mobile nei Caraibi per condurre attività di spionaggio ai danni degli americani. Tutti questi fattori lasciano quindi intendere che l'area possa ospitare un nuovo fronte dello scontro tra Stati Uniti e Cina. Il punto sarà allora capire come la presidenza di Joe Biden deciderà di muoversi nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Gli scenari sui suoi rapporti con il Dragone, per ora, restano ambigui. E da lì bisognerà necessariamente passare, per vedere se Washington sceglierà di adottare in futuro una condotta maggiormente interventista e anticinese nei Caraibi.
La Via della Seta arriva fino a Cuba
Nell’ambito della strategia con cui la Cina sta incrementando la propria influenza sull’area caraibica non manca certo Cuba. Nel corso degli ultimi anni, i rapporti tra l’isola e la Repubblica Popolare si sono infatti rafforzati. In primis, guardiamo al lato economico-commerciale. Pechino è diventata uno dei principali partner commerciali di Cuba. E, anche in questo senso, nel 2018 l’isola ha aderito alla Belt and Road Initiative. In tutto questo, non va neppure trascurato che il Dragone abbia localmente investito in svariati settori: da quello automobilistico a quello farmaceutico. Oltre agli investimenti, una parte importante sembra svolgerla anche la leva del debito. Basti pensare che, l’anno scorso, è stato aperto un porto container a Santiago de Cuba: un’iniziativa infrastrutturale finanziata da prestiti cinesi per un valore complessivo di 120 milioni di dollari. Inoltre, come nel resto dell’area caraibica, anche qui Pechino ha fatto valere la cosiddetta “diplomazia della mascherina”, fornendo all’isola – durante la crisi pandemica – circa ottanta tonnellate di forniture mediche.
Dal canto suo, il regime castrista ha assicurato un appoggio politico al Dragone. Lo scorso ottobre, Cuba ha per esempio difeso ed elogiato alle Nazioni Unite la controversa politica, adottata dal governo cinese nello Xinjiang. Da tutto questo, è chiaro a che cosa punti Pechino nel rafforzare i propri legami con l’isola. In primo luogo, questa linea va inserita nel più ampio contesto della strategia cinese nei Caraibi: una strategia che punta non solo alla conquista di un importante hub logistico, ma che va vista anche come frutto della competizione geopolitica con gli Stati Uniti. In secondo luogo, è evidente che – attraverso Cuba – Pechino punti a rafforzare il proprio potere contrattuale in sede di Nazioni Unite: una strategia che l’imperialismo cinese persegue anche in altre aree del globo (a partire dall’Africa).
Del resto, questo progressivo avvicinamento tra Pechino e L’Avana è, in un certo senso, anche frutto di condizioni economiche e geopolitiche strutturali. La crisi economica venezuelana ha indirettamente rappresentato un colpo anche per Cuba, mentre non va trascurato come – negli ultimi anni – le relazioni dell’isola con gli Stati Uniti si siano irrigidite. In particolare, l’amministrazione Trump ha optato per la linea dura, anche in considerazione di calcoli elettorali interni (non dimentichiamo infatti che buona parte dell’elettorato ispanico della Florida nutra storicamente sentimenti anticastristi). Tutto questo ha fatto dunque sì che L’Avana si spostasse sempre più nell’orbita cinese.
Il punto sarà adesso capire se questo rapporto tenderà a cementarsi o se – al contrario – si assisterà ad un allentamento. L’incognita è d’altronde determinata dal cambio della guardia alla Casa Bianca, visto che non è ancora chiaro quale tipo di linea seguirà Joe Biden sulla questione. Da una parte, va ricordato che Biden sia stato vicepresidente in un’amministrazione – quella di Barack Obama – che nel 2016 aveva avviato una distensione con L’Avana: un fattore che spinge alcuni a ritenere che tale disgelo possa adesso essere rispolverato, col risultato eventuale di allontanare Cuba da Pechino. Dall’altra parte, è pur vero che nel nascente gabinetto presidenziale figurino dei falchi (almeno sulla carta) non troppo accondiscendenti con il castrismo (si pensi soltanto al consigliere per la sicurezza nazionale in pectore, Jake Sullivan): un fattore, quest’ultimo, che potrebbe rendere problematica una ripresa della distensione obamiana nei confronti dell’isola.
La situazione resta comunque preoccupante e l’area caraibica rischia di alimentare ulteriormente le tensioni tra Washington e Pechino. Basti pensare che, appena due settimane fa, è stato rivelato che la Cina potrebbe aver utilizzato reti di telefonia mobile nei Caraibi per condurre attività di spionaggio ai danni degli americani. Tutti questi fattori lasciano quindi intendere che l’area possa ospitare un nuovo fronte dello scontro tra Stati Uniti e Cina. Il punto sarà allora capire come la presidenza di Joe Biden deciderà di muoversi nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Gli scenari sui suoi rapporti con il Dragone, per ora, restano ambigui. E da lì bisognerà necessariamente passare, per vedere se Washington sceglierà di adottare in futuro una condotta maggiormente interventista e anticinese nei Caraibi.
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Un aspetto particolarmente significativo della strategia internazionale cinese riguarda i Caraibi. Sono anni che Pechino appare fortemente interessata ad incrementare in loco la propria influenza: una linea che il Dragone ha adottato per avvicinarsi ai paradisi fiscaliLa Via della Seta porta fino a Cuba. L'anno scorso è stato aperto un porto container a Santiago de Cuba: un'iniziativa infrastrutturale finanziata da prestiti cinesi per un valore complessivo di 120 milioni di dollari. Lo speciale comprende due articoli.A prima vista, potrebbe sembrare paradossale che la potenza cinese si concentri su quest'area: differentemente infatti da altre zone su cui Pechino punta, qui non abbiamo a che fare con territori particolarmente ricchi di risorse minerali. In realtà, la strategia del Dragone segue altre considerazioni. In primo luogo – come recentemente sottolineato dal New York Times – agli occhi dei cinesi, i Caraibi rappresentano un importantissimo hub logistico, bancario e commerciale. In secondo luogo, l'area riveste un valore anche in materia di sicurezza sul piano militare, vista la sua vicinanza geografica agli Stati Uniti d'America. È quindi in tal senso che emerge anche il significato geopolitico della linea cinese nei Caraibi sotto almeno due punti di vista. In primis, Pechino – con la sua strategia caraibica – lancia una (pur contenuta) sfida a Washington, per mettere gli americani parzialmente sotto pressione. In secondo luogo, rafforzando la propria influenza in quest'area, Pechino sta anche cercando di fiaccare Taiwan sul piano politico e diplomatico: il Dragone mira infatti a portare dalla sua parte quei Paesi che riconoscono ancora formalmente l'isola. Chiariti quindi i suoi principali obiettivi, resta da vedere in che modo la Repubblica Popolare sta portando concretamente avanti la propria linea caraibica. La principale strategia adottata è quella in un certo senso usuale: fare leva sul debito. Secondo l'Inter-American Dialogue, Pechino ha concesso prestiti a basso interesse ai Paesi caraibici per un totale di 6 miliardi di dollari nell'arco di quindici anni. In secondo luogo, non va neppure trascurato che svariate aziende cinesi abbiano effettuato, nell'area, investimenti in differenti settori: porti, logistica, minerali, petrolio, zucchero, turismo e tecnologia. In particolare, secondo Evan Ellis – professore presso lo Us Army War College – gli scambi commerciali tra Cina e Caraibi sarebbero aumentati di otto volte tra il 2002 e il 2019. Tra l'altro, oltre a debito e investimenti, un ulteriore aspetto della strategia cinese nell'area è quello legato all'ormai nota “diplomazia della mascherina", con cui Pechino si è impegnata a fornire assistenza sanitaria in loco nel corso della pandemia. Infine, un ultimo canale attraverso cui la Repubblica Popolare sta rafforzando i propri legami con i Caraibi è da ricercarsi nel settore della sicurezza: negli ultimi anni, la Cina ha infatti fornito materiale alle locali forze militari e di polizia. In questo quadro, il caso esemplare è costituito dalla Giamaica, il Paese caraibico che ha ricevuto maggiore attenzione da Pechino in questi anni: nell'ultimo quindicennio, la Repubblica Popolare ha difatti concesso in loco 2,1 miliardi di dollari in prestiti, per la realizzazione di infrastrutture. E' del resto alla luce di ciò che, lo scorso gennaio, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha criticato – proprio dalla Giamaica – gli ingenti flussi di denaro cinese diretti verso i Caraibi. Una presa di posizione che evidenzia le preoccupazioni nutrite dagli Stati Uniti. Non è del resto un mistero che Washington consideri tradizionalmente i Caraibi una sorta di cortile casalingo. Ragion per cui la sempre maggiore presenza cinese in loco non può che irritare lo Zio Sam. In tal senso, il Dipartimento di Stato americano ha avviato recentemente una politica per cercare di arginare l'influenza cinese nell'area. Tuttavia, secondo quanto riportato da The Diplomat, si tratterebbe di una linea fondamentalmente troppo morbida, senza impatti significativi sul piano economico-commerciale: l'iniziativa americana si concentra principalmente infatti nei settori dell'ambiente e dell'istruzione. Certo: è pur vero che, lo scorso settembre, il Congresso abbia votato per rinnovare il Caribbean Basin Trade Partnership Act del 2000. Tuttavia, almeno al momento, non sembrerebbero essersi verificate conseguenze significative. La situazione resta comunque preoccupante e l'area caraibica rischia di alimentare ulteriormente le tensioni tra Washington e Pechino. Basti pensare che, appena due settimane fa, è stato rivelato che la Cina potrebbe aver utilizzato reti di telefonia mobile nei Caraibi per condurre attività di spionaggio ai danni degli americani. Tutti questi fattori lasciano quindi intendere che l'area possa ospitare un nuovo fronte dello scontro tra Stati Uniti e Cina. Il punto sarà allora capire come la presidenza di Joe Biden deciderà di muoversi nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Gli scenari sui suoi rapporti con il Dragone, per ora, restano ambigui. E da lì bisognerà necessariamente passare, per vedere se Washington sceglierà di adottare in futuro una condotta maggiormente interventista e anticinese nei Caraibi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cina-nei-caraibi-tallona-usa-2649689564.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-via-della-seta-arriva-fino-a-cuba" data-post-id="2649689564" data-published-at="1609259583" data-use-pagination="False"> La Via della Seta arriva fino a Cuba Nell’ambito della strategia con cui la Cina sta incrementando la propria influenza sull’area caraibica non manca certo Cuba. Nel corso degli ultimi anni, i rapporti tra l’isola e la Repubblica Popolare si sono infatti rafforzati. In primis, guardiamo al lato economico-commerciale. Pechino è diventata uno dei principali partner commerciali di Cuba. E, anche in questo senso, nel 2018 l’isola ha aderito alla Belt and Road Initiative. In tutto questo, non va neppure trascurato che il Dragone abbia localmente investito in svariati settori: da quello automobilistico a quello farmaceutico. Oltre agli investimenti, una parte importante sembra svolgerla anche la leva del debito. Basti pensare che, l’anno scorso, è stato aperto un porto container a Santiago de Cuba: un’iniziativa infrastrutturale finanziata da prestiti cinesi per un valore complessivo di 120 milioni di dollari. Inoltre, come nel resto dell’area caraibica, anche qui Pechino ha fatto valere la cosiddetta “diplomazia della mascherina”, fornendo all’isola – durante la crisi pandemica – circa ottanta tonnellate di forniture mediche. Dal canto suo, il regime castrista ha assicurato un appoggio politico al Dragone. Lo scorso ottobre, Cuba ha per esempio difeso ed elogiato alle Nazioni Unite la controversa politica, adottata dal governo cinese nello Xinjiang. Da tutto questo, è chiaro a che cosa punti Pechino nel rafforzare i propri legami con l’isola. In primo luogo, questa linea va inserita nel più ampio contesto della strategia cinese nei Caraibi: una strategia che punta non solo alla conquista di un importante hub logistico, ma che va vista anche come frutto della competizione geopolitica con gli Stati Uniti. In secondo luogo, è evidente che – attraverso Cuba – Pechino punti a rafforzare il proprio potere contrattuale in sede di Nazioni Unite: una strategia che l’imperialismo cinese persegue anche in altre aree del globo (a partire dall’Africa). Del resto, questo progressivo avvicinamento tra Pechino e L’Avana è, in un certo senso, anche frutto di condizioni economiche e geopolitiche strutturali. La crisi economica venezuelana ha indirettamente rappresentato un colpo anche per Cuba, mentre non va trascurato come – negli ultimi anni – le relazioni dell’isola con gli Stati Uniti si siano irrigidite. In particolare, l’amministrazione Trump ha optato per la linea dura, anche in considerazione di calcoli elettorali interni (non dimentichiamo infatti che buona parte dell’elettorato ispanico della Florida nutra storicamente sentimenti anticastristi). Tutto questo ha fatto dunque sì che L’Avana si spostasse sempre più nell’orbita cinese. Il punto sarà adesso capire se questo rapporto tenderà a cementarsi o se – al contrario – si assisterà ad un allentamento. L’incognita è d’altronde determinata dal cambio della guardia alla Casa Bianca, visto che non è ancora chiaro quale tipo di linea seguirà Joe Biden sulla questione. Da una parte, va ricordato che Biden sia stato vicepresidente in un’amministrazione – quella di Barack Obama – che nel 2016 aveva avviato una distensione con L’Avana: un fattore che spinge alcuni a ritenere che tale disgelo possa adesso essere rispolverato, col risultato eventuale di allontanare Cuba da Pechino. Dall’altra parte, è pur vero che nel nascente gabinetto presidenziale figurino dei falchi (almeno sulla carta) non troppo accondiscendenti con il castrismo (si pensi soltanto al consigliere per la sicurezza nazionale in pectore, Jake Sullivan): un fattore, quest’ultimo, che potrebbe rendere problematica una ripresa della distensione obamiana nei confronti dell’isola.La situazione resta comunque preoccupante e l’area caraibica rischia di alimentare ulteriormente le tensioni tra Washington e Pechino. Basti pensare che, appena due settimane fa, è stato rivelato che la Cina potrebbe aver utilizzato reti di telefonia mobile nei Caraibi per condurre attività di spionaggio ai danni degli americani. Tutti questi fattori lasciano quindi intendere che l’area possa ospitare un nuovo fronte dello scontro tra Stati Uniti e Cina. Il punto sarà allora capire come la presidenza di Joe Biden deciderà di muoversi nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Gli scenari sui suoi rapporti con il Dragone, per ora, restano ambigui. E da lì bisognerà necessariamente passare, per vedere se Washington sceglierà di adottare in futuro una condotta maggiormente interventista e anticinese nei Caraibi.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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Ecco #DimmiLaVerità del 5 giugno 2026. Il presidente della Commissione Attività Produttive, Alberto Gusmeroli, illustra le proposte della Lega per i contribuenti in difficoltà col fisco.
Un momento delle celebrazioni a Reggio Calabria (Arma dei Carabinieri)
Reggio Calabria ha ospitato per la prima volta le celebrazioni per il 212° anniversario della fondazione dell’Arma dei Carabinieri. Sul Lungomare Falcomatà, affacciato sullo Stretto di Messina, si è svolta la cerimonia alla presenza del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dei ministri Guido Crosetto e Matteo Piantedosi, del Comandante Generale dell’Arma, generale Salvatore Luongo, e delle massime autorità civili, militari e religiose.
La ricorrenza cade il 5 giugno, giorno in cui nel 1920 la Bandiera dell’Arma fu insignita della prima Medaglia d’Oro al Valor Militare per il contributo dei Carabinieri nella Prima guerra mondiale. Quest’anno la celebrazione assume un significato particolare anche in vista dell’80° anniversario della Repubblica Italiana.
Tema dell’edizione 2026 è stato lo «sguardo» dei Carabinieri, inteso come attenzione costante verso le esigenze delle comunità e presenza quotidiana sul territorio.
La cerimonia si è aperta con il giuramento degli allievi del 144° corso, intitolato al carabiniere Lorenzo Gennari, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. Nel suo intervento, il comandante della Scuola Allievi di Reggio Calabria, colonnello Enrico Pigozzo, ha ricordato ai giovani militari che «qui si entra per imparare, di qui si esce per servire».
Dopo il messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è intervenuto il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha sottolineato il ruolo dei Carabinieri come simbolo della presenza dello Stato e punto di riferimento per i cittadini. Rivolgendosi agli allievi che hanno appena prestato giuramento, il ministro ha ricordato il valore del servizio e del sacrificio richiesti dalla professione militare.
Uno dei momenti centrali della cerimonia è stata la consegna della Medaglia d’Oro al Valor Civile alla Bandiera di Guerra dell’Arma per l’attività svolta dal Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro, che quest’anno celebra il centenario della sua istituzione. L’onorificenza premia il contributo fornito nel contrasto allo sfruttamento del lavoro e alle organizzazioni criminali attive nel settore dell’immigrazione illegale.
Consegnate anche numerose ricompense individuali. Tra queste la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria al maresciallo Carlo Legrottaglie, ucciso durante un intervento a Francavilla Fontana il 12 giugno 2025, e la Medaglia d’Argento al Valor Militare al brigadiere Costanzo Giuseppe Garibaldi, che nello stesso episodio affrontò gli autori dell’agguato.
Riconoscimenti sono stati conferiti anche ai militari intervenuti nell’esplosione avvenuta a Roma il 4 luglio 2025 presso un distributore di carburante e ai carabinieri impegnati nella protezione dell’ambasciatore italiano a Damasco durante gli scontri armati dell’8 dicembre 2024.
Nel corso della manifestazione sono stati premiati inoltre gli atleti del Centro Sportivo Carabinieri protagonisti delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026. La Croce d’Oro al Merito dell’Arma è stata conferita ad Armin Zöggeler e Federica Brignone, mentre diversi altri atleti hanno ricevuto avanzamenti straordinari per meriti eccezionali.
Consegnato infine il tradizionale «Premio Annuale» a sei comandanti di Stazione e di Nucleo Forestale distintisi per l’attività svolta a favore delle rispettive comunità.
La cerimonia si è conclusa con la sfilata dei reparti, dei mezzi dell’Arma e dei cavalli del Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari. Grande emozione anche per la dimostrazione operativa del GIS, che ha simulato un intervento di liberazione ostaggi a bordo di una nave mediante l’impiego di un elicottero AW139, e per l’aviolancio finale dei paracadutisti del 1° Reggimento Tuscania.
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