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2021-01-01
La Cina avanza nei Caraibi e tallona gli Usa
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A prima vista, potrebbe sembrare paradossale che la potenza cinese si concentri su quest'area: differentemente infatti da altre zone su cui Pechino punta, qui non abbiamo a che fare con territori particolarmente ricchi di risorse minerali. In realtà, la strategia del Dragone segue altre considerazioni. In primo luogo – come recentemente sottolineato dal New York Times – agli occhi dei cinesi, i Caraibi rappresentano un importantissimo hub logistico, bancario e commerciale. In secondo luogo, l'area riveste un valore anche in materia di sicurezza sul piano militare, vista la sua vicinanza geografica agli Stati Uniti d'America. È quindi in tal senso che emerge anche il significato geopolitico della linea cinese nei Caraibi sotto almeno due punti di vista. In primis, Pechino – con la sua strategia caraibica – lancia una (pur contenuta) sfida a Washington, per mettere gli americani parzialmente sotto pressione. In secondo luogo, rafforzando la propria influenza in quest'area, Pechino sta anche cercando di fiaccare Taiwan sul piano politico e diplomatico: il Dragone mira infatti a portare dalla sua parte quei Paesi che riconoscono ancora formalmente l'isola.
Chiariti quindi i suoi principali obiettivi, resta da vedere in che modo la Repubblica Popolare sta portando concretamente avanti la propria linea caraibica. La principale strategia adottata è quella in un certo senso usuale: fare leva sul debito. Secondo l'Inter-American Dialogue, Pechino ha concesso prestiti a basso interesse ai Paesi caraibici per un totale di 6 miliardi di dollari nell'arco di quindici anni. In secondo luogo, non va neppure trascurato che svariate aziende cinesi abbiano effettuato, nell'area, investimenti in differenti settori: porti, logistica, minerali, petrolio, zucchero, turismo e tecnologia. In particolare, secondo Evan Ellis – professore presso lo Us Army War College – gli scambi commerciali tra Cina e Caraibi sarebbero aumentati di otto volte tra il 2002 e il 2019. Tra l'altro, oltre a debito e investimenti, un ulteriore aspetto della strategia cinese nell'area è quello legato all'ormai nota “diplomazia della mascherina", con cui Pechino si è impegnata a fornire assistenza sanitaria in loco nel corso della pandemia. Infine, un ultimo canale attraverso cui la Repubblica Popolare sta rafforzando i propri legami con i Caraibi è da ricercarsi nel settore della sicurezza: negli ultimi anni, la Cina ha infatti fornito materiale alle locali forze militari e di polizia.
In questo quadro, il caso esemplare è costituito dalla Giamaica, il Paese caraibico che ha ricevuto maggiore attenzione da Pechino in questi anni: nell'ultimo quindicennio, la Repubblica Popolare ha difatti concesso in loco 2,1 miliardi di dollari in prestiti, per la realizzazione di infrastrutture. E' del resto alla luce di ciò che, lo scorso gennaio, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha criticato – proprio dalla Giamaica – gli ingenti flussi di denaro cinese diretti verso i Caraibi. Una presa di posizione che evidenzia le preoccupazioni nutrite dagli Stati Uniti. Non è del resto un mistero che Washington consideri tradizionalmente i Caraibi una sorta di cortile casalingo. Ragion per cui la sempre maggiore presenza cinese in loco non può che irritare lo Zio Sam. In tal senso, il Dipartimento di Stato americano ha avviato recentemente una politica per cercare di arginare l'influenza cinese nell'area. Tuttavia, secondo quanto riportato da The Diplomat, si tratterebbe di una linea fondamentalmente troppo morbida, senza impatti significativi sul piano economico-commerciale: l'iniziativa americana si concentra principalmente infatti nei settori dell'ambiente e dell'istruzione. Certo: è pur vero che, lo scorso settembre, il Congresso abbia votato per rinnovare il Caribbean Basin Trade Partnership Act del 2000. Tuttavia, almeno al momento, non sembrerebbero essersi verificate conseguenze significative.
La situazione resta comunque preoccupante e l'area caraibica rischia di alimentare ulteriormente le tensioni tra Washington e Pechino. Basti pensare che, appena due settimane fa, è stato rivelato che la Cina potrebbe aver utilizzato reti di telefonia mobile nei Caraibi per condurre attività di spionaggio ai danni degli americani. Tutti questi fattori lasciano quindi intendere che l'area possa ospitare un nuovo fronte dello scontro tra Stati Uniti e Cina. Il punto sarà allora capire come la presidenza di Joe Biden deciderà di muoversi nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Gli scenari sui suoi rapporti con il Dragone, per ora, restano ambigui. E da lì bisognerà necessariamente passare, per vedere se Washington sceglierà di adottare in futuro una condotta maggiormente interventista e anticinese nei Caraibi.
La Via della Seta arriva fino a Cuba
Nell’ambito della strategia con cui la Cina sta incrementando la propria influenza sull’area caraibica non manca certo Cuba. Nel corso degli ultimi anni, i rapporti tra l’isola e la Repubblica Popolare si sono infatti rafforzati. In primis, guardiamo al lato economico-commerciale. Pechino è diventata uno dei principali partner commerciali di Cuba. E, anche in questo senso, nel 2018 l’isola ha aderito alla Belt and Road Initiative. In tutto questo, non va neppure trascurato che il Dragone abbia localmente investito in svariati settori: da quello automobilistico a quello farmaceutico. Oltre agli investimenti, una parte importante sembra svolgerla anche la leva del debito. Basti pensare che, l’anno scorso, è stato aperto un porto container a Santiago de Cuba: un’iniziativa infrastrutturale finanziata da prestiti cinesi per un valore complessivo di 120 milioni di dollari. Inoltre, come nel resto dell’area caraibica, anche qui Pechino ha fatto valere la cosiddetta “diplomazia della mascherina”, fornendo all’isola – durante la crisi pandemica – circa ottanta tonnellate di forniture mediche.
Dal canto suo, il regime castrista ha assicurato un appoggio politico al Dragone. Lo scorso ottobre, Cuba ha per esempio difeso ed elogiato alle Nazioni Unite la controversa politica, adottata dal governo cinese nello Xinjiang. Da tutto questo, è chiaro a che cosa punti Pechino nel rafforzare i propri legami con l’isola. In primo luogo, questa linea va inserita nel più ampio contesto della strategia cinese nei Caraibi: una strategia che punta non solo alla conquista di un importante hub logistico, ma che va vista anche come frutto della competizione geopolitica con gli Stati Uniti. In secondo luogo, è evidente che – attraverso Cuba – Pechino punti a rafforzare il proprio potere contrattuale in sede di Nazioni Unite: una strategia che l’imperialismo cinese persegue anche in altre aree del globo (a partire dall’Africa).
Del resto, questo progressivo avvicinamento tra Pechino e L’Avana è, in un certo senso, anche frutto di condizioni economiche e geopolitiche strutturali. La crisi economica venezuelana ha indirettamente rappresentato un colpo anche per Cuba, mentre non va trascurato come – negli ultimi anni – le relazioni dell’isola con gli Stati Uniti si siano irrigidite. In particolare, l’amministrazione Trump ha optato per la linea dura, anche in considerazione di calcoli elettorali interni (non dimentichiamo infatti che buona parte dell’elettorato ispanico della Florida nutra storicamente sentimenti anticastristi). Tutto questo ha fatto dunque sì che L’Avana si spostasse sempre più nell’orbita cinese.
Il punto sarà adesso capire se questo rapporto tenderà a cementarsi o se – al contrario – si assisterà ad un allentamento. L’incognita è d’altronde determinata dal cambio della guardia alla Casa Bianca, visto che non è ancora chiaro quale tipo di linea seguirà Joe Biden sulla questione. Da una parte, va ricordato che Biden sia stato vicepresidente in un’amministrazione – quella di Barack Obama – che nel 2016 aveva avviato una distensione con L’Avana: un fattore che spinge alcuni a ritenere che tale disgelo possa adesso essere rispolverato, col risultato eventuale di allontanare Cuba da Pechino. Dall’altra parte, è pur vero che nel nascente gabinetto presidenziale figurino dei falchi (almeno sulla carta) non troppo accondiscendenti con il castrismo (si pensi soltanto al consigliere per la sicurezza nazionale in pectore, Jake Sullivan): un fattore, quest’ultimo, che potrebbe rendere problematica una ripresa della distensione obamiana nei confronti dell’isola.
La situazione resta comunque preoccupante e l’area caraibica rischia di alimentare ulteriormente le tensioni tra Washington e Pechino. Basti pensare che, appena due settimane fa, è stato rivelato che la Cina potrebbe aver utilizzato reti di telefonia mobile nei Caraibi per condurre attività di spionaggio ai danni degli americani. Tutti questi fattori lasciano quindi intendere che l’area possa ospitare un nuovo fronte dello scontro tra Stati Uniti e Cina. Il punto sarà allora capire come la presidenza di Joe Biden deciderà di muoversi nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Gli scenari sui suoi rapporti con il Dragone, per ora, restano ambigui. E da lì bisognerà necessariamente passare, per vedere se Washington sceglierà di adottare in futuro una condotta maggiormente interventista e anticinese nei Caraibi.
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Un aspetto particolarmente significativo della strategia internazionale cinese riguarda i Caraibi. Sono anni che Pechino appare fortemente interessata ad incrementare in loco la propria influenza: una linea che il Dragone ha adottato per avvicinarsi ai paradisi fiscaliLa Via della Seta porta fino a Cuba. L'anno scorso è stato aperto un porto container a Santiago de Cuba: un'iniziativa infrastrutturale finanziata da prestiti cinesi per un valore complessivo di 120 milioni di dollari. Lo speciale comprende due articoli.A prima vista, potrebbe sembrare paradossale che la potenza cinese si concentri su quest'area: differentemente infatti da altre zone su cui Pechino punta, qui non abbiamo a che fare con territori particolarmente ricchi di risorse minerali. In realtà, la strategia del Dragone segue altre considerazioni. In primo luogo – come recentemente sottolineato dal New York Times – agli occhi dei cinesi, i Caraibi rappresentano un importantissimo hub logistico, bancario e commerciale. In secondo luogo, l'area riveste un valore anche in materia di sicurezza sul piano militare, vista la sua vicinanza geografica agli Stati Uniti d'America. È quindi in tal senso che emerge anche il significato geopolitico della linea cinese nei Caraibi sotto almeno due punti di vista. In primis, Pechino – con la sua strategia caraibica – lancia una (pur contenuta) sfida a Washington, per mettere gli americani parzialmente sotto pressione. In secondo luogo, rafforzando la propria influenza in quest'area, Pechino sta anche cercando di fiaccare Taiwan sul piano politico e diplomatico: il Dragone mira infatti a portare dalla sua parte quei Paesi che riconoscono ancora formalmente l'isola. Chiariti quindi i suoi principali obiettivi, resta da vedere in che modo la Repubblica Popolare sta portando concretamente avanti la propria linea caraibica. La principale strategia adottata è quella in un certo senso usuale: fare leva sul debito. Secondo l'Inter-American Dialogue, Pechino ha concesso prestiti a basso interesse ai Paesi caraibici per un totale di 6 miliardi di dollari nell'arco di quindici anni. In secondo luogo, non va neppure trascurato che svariate aziende cinesi abbiano effettuato, nell'area, investimenti in differenti settori: porti, logistica, minerali, petrolio, zucchero, turismo e tecnologia. In particolare, secondo Evan Ellis – professore presso lo Us Army War College – gli scambi commerciali tra Cina e Caraibi sarebbero aumentati di otto volte tra il 2002 e il 2019. Tra l'altro, oltre a debito e investimenti, un ulteriore aspetto della strategia cinese nell'area è quello legato all'ormai nota “diplomazia della mascherina", con cui Pechino si è impegnata a fornire assistenza sanitaria in loco nel corso della pandemia. Infine, un ultimo canale attraverso cui la Repubblica Popolare sta rafforzando i propri legami con i Caraibi è da ricercarsi nel settore della sicurezza: negli ultimi anni, la Cina ha infatti fornito materiale alle locali forze militari e di polizia. In questo quadro, il caso esemplare è costituito dalla Giamaica, il Paese caraibico che ha ricevuto maggiore attenzione da Pechino in questi anni: nell'ultimo quindicennio, la Repubblica Popolare ha difatti concesso in loco 2,1 miliardi di dollari in prestiti, per la realizzazione di infrastrutture. E' del resto alla luce di ciò che, lo scorso gennaio, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha criticato – proprio dalla Giamaica – gli ingenti flussi di denaro cinese diretti verso i Caraibi. Una presa di posizione che evidenzia le preoccupazioni nutrite dagli Stati Uniti. Non è del resto un mistero che Washington consideri tradizionalmente i Caraibi una sorta di cortile casalingo. Ragion per cui la sempre maggiore presenza cinese in loco non può che irritare lo Zio Sam. In tal senso, il Dipartimento di Stato americano ha avviato recentemente una politica per cercare di arginare l'influenza cinese nell'area. Tuttavia, secondo quanto riportato da The Diplomat, si tratterebbe di una linea fondamentalmente troppo morbida, senza impatti significativi sul piano economico-commerciale: l'iniziativa americana si concentra principalmente infatti nei settori dell'ambiente e dell'istruzione. Certo: è pur vero che, lo scorso settembre, il Congresso abbia votato per rinnovare il Caribbean Basin Trade Partnership Act del 2000. Tuttavia, almeno al momento, non sembrerebbero essersi verificate conseguenze significative. La situazione resta comunque preoccupante e l'area caraibica rischia di alimentare ulteriormente le tensioni tra Washington e Pechino. Basti pensare che, appena due settimane fa, è stato rivelato che la Cina potrebbe aver utilizzato reti di telefonia mobile nei Caraibi per condurre attività di spionaggio ai danni degli americani. Tutti questi fattori lasciano quindi intendere che l'area possa ospitare un nuovo fronte dello scontro tra Stati Uniti e Cina. Il punto sarà allora capire come la presidenza di Joe Biden deciderà di muoversi nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Gli scenari sui suoi rapporti con il Dragone, per ora, restano ambigui. E da lì bisognerà necessariamente passare, per vedere se Washington sceglierà di adottare in futuro una condotta maggiormente interventista e anticinese nei Caraibi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cina-nei-caraibi-tallona-usa-2649689564.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-via-della-seta-arriva-fino-a-cuba" data-post-id="2649689564" data-published-at="1609259583" data-use-pagination="False"> La Via della Seta arriva fino a Cuba Nell’ambito della strategia con cui la Cina sta incrementando la propria influenza sull’area caraibica non manca certo Cuba. Nel corso degli ultimi anni, i rapporti tra l’isola e la Repubblica Popolare si sono infatti rafforzati. In primis, guardiamo al lato economico-commerciale. Pechino è diventata uno dei principali partner commerciali di Cuba. E, anche in questo senso, nel 2018 l’isola ha aderito alla Belt and Road Initiative. In tutto questo, non va neppure trascurato che il Dragone abbia localmente investito in svariati settori: da quello automobilistico a quello farmaceutico. Oltre agli investimenti, una parte importante sembra svolgerla anche la leva del debito. Basti pensare che, l’anno scorso, è stato aperto un porto container a Santiago de Cuba: un’iniziativa infrastrutturale finanziata da prestiti cinesi per un valore complessivo di 120 milioni di dollari. Inoltre, come nel resto dell’area caraibica, anche qui Pechino ha fatto valere la cosiddetta “diplomazia della mascherina”, fornendo all’isola – durante la crisi pandemica – circa ottanta tonnellate di forniture mediche. Dal canto suo, il regime castrista ha assicurato un appoggio politico al Dragone. Lo scorso ottobre, Cuba ha per esempio difeso ed elogiato alle Nazioni Unite la controversa politica, adottata dal governo cinese nello Xinjiang. Da tutto questo, è chiaro a che cosa punti Pechino nel rafforzare i propri legami con l’isola. In primo luogo, questa linea va inserita nel più ampio contesto della strategia cinese nei Caraibi: una strategia che punta non solo alla conquista di un importante hub logistico, ma che va vista anche come frutto della competizione geopolitica con gli Stati Uniti. In secondo luogo, è evidente che – attraverso Cuba – Pechino punti a rafforzare il proprio potere contrattuale in sede di Nazioni Unite: una strategia che l’imperialismo cinese persegue anche in altre aree del globo (a partire dall’Africa). Del resto, questo progressivo avvicinamento tra Pechino e L’Avana è, in un certo senso, anche frutto di condizioni economiche e geopolitiche strutturali. La crisi economica venezuelana ha indirettamente rappresentato un colpo anche per Cuba, mentre non va trascurato come – negli ultimi anni – le relazioni dell’isola con gli Stati Uniti si siano irrigidite. In particolare, l’amministrazione Trump ha optato per la linea dura, anche in considerazione di calcoli elettorali interni (non dimentichiamo infatti che buona parte dell’elettorato ispanico della Florida nutra storicamente sentimenti anticastristi). Tutto questo ha fatto dunque sì che L’Avana si spostasse sempre più nell’orbita cinese. Il punto sarà adesso capire se questo rapporto tenderà a cementarsi o se – al contrario – si assisterà ad un allentamento. L’incognita è d’altronde determinata dal cambio della guardia alla Casa Bianca, visto che non è ancora chiaro quale tipo di linea seguirà Joe Biden sulla questione. Da una parte, va ricordato che Biden sia stato vicepresidente in un’amministrazione – quella di Barack Obama – che nel 2016 aveva avviato una distensione con L’Avana: un fattore che spinge alcuni a ritenere che tale disgelo possa adesso essere rispolverato, col risultato eventuale di allontanare Cuba da Pechino. Dall’altra parte, è pur vero che nel nascente gabinetto presidenziale figurino dei falchi (almeno sulla carta) non troppo accondiscendenti con il castrismo (si pensi soltanto al consigliere per la sicurezza nazionale in pectore, Jake Sullivan): un fattore, quest’ultimo, che potrebbe rendere problematica una ripresa della distensione obamiana nei confronti dell’isola.La situazione resta comunque preoccupante e l’area caraibica rischia di alimentare ulteriormente le tensioni tra Washington e Pechino. Basti pensare che, appena due settimane fa, è stato rivelato che la Cina potrebbe aver utilizzato reti di telefonia mobile nei Caraibi per condurre attività di spionaggio ai danni degli americani. Tutti questi fattori lasciano quindi intendere che l’area possa ospitare un nuovo fronte dello scontro tra Stati Uniti e Cina. Il punto sarà allora capire come la presidenza di Joe Biden deciderà di muoversi nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Gli scenari sui suoi rapporti con il Dragone, per ora, restano ambigui. E da lì bisognerà necessariamente passare, per vedere se Washington sceglierà di adottare in futuro una condotta maggiormente interventista e anticinese nei Caraibi.
Getty Images
A pochi giorni dall’adunata nazionale, prevista da venerdì 8 a domenica 10 maggio, ancora si grida attenti agli assatanati calpestando l’immagine e l’onore degli Alpini. «Abbiamo pensato di fornire alle donne e alle persone della comunità Lgbtqia+ strumenti per affrontare queste giornate di potenziali disagi, molestie e cat calling», ovvero apprezzamenti e commenti volgari, scrive l’associazione del Terzo settore, assieme a Non una di meno, Unione donne Italia (Udi) e Centro antiviolenza Mascherona.
Invitano alla mobilitazione, a non abbassare la guardia, nemmeno fosse in arrivo un raduno internazionale di incel o di adepti della manosfera, comunità di uomini che odiano le donne. «Per reagire sul momento», scrivono, «automunitevi di fischietto. Può servire da deterrente e per attirare l’attenzione di chi vi sta intorno». Inoltre, raccomandano di andare nei loro centri «se avete subito comportamenti inappropriati o molestie/violenze e sentite la necessità di un supporto».
Così pure di segnalare molestie perché, spiegano, «intendiamo monitorare e raccogliere testimonianze per dare ascolto e visibilità a esperienze troppo spesso sottovalutate». Aspettiamoci un libro nero post adunata degli alpini, con nostri contributi veicolati dalla sinistra compiacente. Donne ed Lgbt sarebbero infatti oltremodo preoccupati: «La città verrà occupata da un’associazione di ex militari in un’Italia sempre più militarizzata, dove l’esercito si insinua nelle scuole e il linguaggio bellico cerca di pervadere le menti dei più giovani», è l’allarmismo che si vuole veicolare. Purtroppo, potranno esserci infiltrati solo per creare problemi e confermare che i timori erano fondati.
L’attacco agli Alpini così prosegue: «Dietro alla narrazione simpatica e solidale che parla di uomini pronti a intervenire per alluvioni e terremoti, dietro all’immagine di allegre compagnie di vecchietti goliardi, si nasconde quella cultura che da sempre vogliamo cambiare. Perché il militarismo è ideologia basata sulla forza, sull’autorità gerarchica, sul machismo». Insuperabile il delirio conclusivo: «Il fascino della divisa indora il suo scopo, quello di essere pronti a combattere in nome della Patria e degli interessi nazionali. Anche questo è patriarcato».
Insomma, penne nere sporche (perché si dice che insozzeranno Genova) e cattive, in quanto godrebbero di privilegio sociale. Poveri Alpini, loro che sono sempre così orgogliosi delle manifestazioni che organizzano, occasione di incontro, di rimpatriata ma anche all’insegna di motti che ne sottolineano i valori solidi, la capacità di sacrificio e lo spirito comunitario.
«Esprimo piena solidarietà agli Alpini per i manifesti offensivi comparsi oggi a Genova. Le penne nere sono memoria viva della nostra Nazione, presidio di valori ed esempio di solidarietà», ha dichiarato sui social il presidente del Senato, Ignazio La Russa, la cui «condanna per questi gesti vergognosi è ferma e senza ambiguità».
In una nota, Edoardo Rixi, deputato della Lega e viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha così protestato: «Distorcere la realtà, generalizzare e infangare una storia costruita su sacrificio e solidarietà significa superare il limite del rispetto e della civiltà. Genova è una città che conosce bene il valore della presenza degli Alpini, soprattutto nei momenti più difficili».
A provocare questo clima di rifiuto delle penne nere era stata Lorena Lucattini, direttore della Procura di Genova, già candidata al consiglio comunale per Avs alle ultime elezioni comunali, che aveva affidato ai social un violento attacco. «Ci siamo ereditati questa pagliacciata del raduno degli Alpini, che ci occupano scuole e palestre, almeno si pagassero gli alberghi! Bloccano una città per tre giorni, la sporcano, bevono, fanno casino, ma a cosa servono questi raduni a spese della collettività. Non vedo l’ora se ne vadano ancora prima che arrivino», aveva scritto, tra un post sul Liguria Pride e la condivisione di un elogio al premier spagnolo Pedro Sánchez che «avrebbe ridato dignità alla parola “sinistra”»
Dopo le reazioni indignate da ogni parte d’Italia, la funzionaria ha inviato una lettera di scuse all’Associazione nazionale alpini (Ana), definendo «breve ed infelice» il suo commento su Facebook. «Con questa mia intendo esprimere le mie scuse circa l’uso improprio del termine “pagliacciata” utilizzato per lamentarmi dei disagi che i cittadini genovesi potrebbero subire», si legge nel documento pubblicato dall’Ana sulla sua pagina social.
Spiega: «Non avevo intenzione alcuna di offendere il valoroso corpo degli Alpini, di cui ben conosco gli interventi nel caso di bisogno […] spero che l’incontro con la città di Genova dimostrerà ancora di più il mio torto». Tra i tantissimi commenti sempre di critica a Lucattini malgrado la lettera, un utente osserva: «Non una parola di scuse sull’affermazione “bevono, sporcano, si pagassero gli alberghi”. Scuse tardive e su suggerimento, non sue».
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Nella basilica di Santa Giustina a Padova le esequie del pilota e atleta paralimpico bolognese scomparso il 1°maggio, grande esempio per tutti di forza e resilienza. Le toccanti parole del figlio Niccolò, l'omaggio al feretro all'esterno della chiesa.