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2021-01-01
La Cina avanza nei Caraibi e tallona gli Usa
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A prima vista, potrebbe sembrare paradossale che la potenza cinese si concentri su quest'area: differentemente infatti da altre zone su cui Pechino punta, qui non abbiamo a che fare con territori particolarmente ricchi di risorse minerali. In realtà, la strategia del Dragone segue altre considerazioni. In primo luogo – come recentemente sottolineato dal New York Times – agli occhi dei cinesi, i Caraibi rappresentano un importantissimo hub logistico, bancario e commerciale. In secondo luogo, l'area riveste un valore anche in materia di sicurezza sul piano militare, vista la sua vicinanza geografica agli Stati Uniti d'America. È quindi in tal senso che emerge anche il significato geopolitico della linea cinese nei Caraibi sotto almeno due punti di vista. In primis, Pechino – con la sua strategia caraibica – lancia una (pur contenuta) sfida a Washington, per mettere gli americani parzialmente sotto pressione. In secondo luogo, rafforzando la propria influenza in quest'area, Pechino sta anche cercando di fiaccare Taiwan sul piano politico e diplomatico: il Dragone mira infatti a portare dalla sua parte quei Paesi che riconoscono ancora formalmente l'isola.
Chiariti quindi i suoi principali obiettivi, resta da vedere in che modo la Repubblica Popolare sta portando concretamente avanti la propria linea caraibica. La principale strategia adottata è quella in un certo senso usuale: fare leva sul debito. Secondo l'Inter-American Dialogue, Pechino ha concesso prestiti a basso interesse ai Paesi caraibici per un totale di 6 miliardi di dollari nell'arco di quindici anni. In secondo luogo, non va neppure trascurato che svariate aziende cinesi abbiano effettuato, nell'area, investimenti in differenti settori: porti, logistica, minerali, petrolio, zucchero, turismo e tecnologia. In particolare, secondo Evan Ellis – professore presso lo Us Army War College – gli scambi commerciali tra Cina e Caraibi sarebbero aumentati di otto volte tra il 2002 e il 2019. Tra l'altro, oltre a debito e investimenti, un ulteriore aspetto della strategia cinese nell'area è quello legato all'ormai nota “diplomazia della mascherina", con cui Pechino si è impegnata a fornire assistenza sanitaria in loco nel corso della pandemia. Infine, un ultimo canale attraverso cui la Repubblica Popolare sta rafforzando i propri legami con i Caraibi è da ricercarsi nel settore della sicurezza: negli ultimi anni, la Cina ha infatti fornito materiale alle locali forze militari e di polizia.
In questo quadro, il caso esemplare è costituito dalla Giamaica, il Paese caraibico che ha ricevuto maggiore attenzione da Pechino in questi anni: nell'ultimo quindicennio, la Repubblica Popolare ha difatti concesso in loco 2,1 miliardi di dollari in prestiti, per la realizzazione di infrastrutture. E' del resto alla luce di ciò che, lo scorso gennaio, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha criticato – proprio dalla Giamaica – gli ingenti flussi di denaro cinese diretti verso i Caraibi. Una presa di posizione che evidenzia le preoccupazioni nutrite dagli Stati Uniti. Non è del resto un mistero che Washington consideri tradizionalmente i Caraibi una sorta di cortile casalingo. Ragion per cui la sempre maggiore presenza cinese in loco non può che irritare lo Zio Sam. In tal senso, il Dipartimento di Stato americano ha avviato recentemente una politica per cercare di arginare l'influenza cinese nell'area. Tuttavia, secondo quanto riportato da The Diplomat, si tratterebbe di una linea fondamentalmente troppo morbida, senza impatti significativi sul piano economico-commerciale: l'iniziativa americana si concentra principalmente infatti nei settori dell'ambiente e dell'istruzione. Certo: è pur vero che, lo scorso settembre, il Congresso abbia votato per rinnovare il Caribbean Basin Trade Partnership Act del 2000. Tuttavia, almeno al momento, non sembrerebbero essersi verificate conseguenze significative.
La situazione resta comunque preoccupante e l'area caraibica rischia di alimentare ulteriormente le tensioni tra Washington e Pechino. Basti pensare che, appena due settimane fa, è stato rivelato che la Cina potrebbe aver utilizzato reti di telefonia mobile nei Caraibi per condurre attività di spionaggio ai danni degli americani. Tutti questi fattori lasciano quindi intendere che l'area possa ospitare un nuovo fronte dello scontro tra Stati Uniti e Cina. Il punto sarà allora capire come la presidenza di Joe Biden deciderà di muoversi nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Gli scenari sui suoi rapporti con il Dragone, per ora, restano ambigui. E da lì bisognerà necessariamente passare, per vedere se Washington sceglierà di adottare in futuro una condotta maggiormente interventista e anticinese nei Caraibi.
La Via della Seta arriva fino a Cuba
Nell’ambito della strategia con cui la Cina sta incrementando la propria influenza sull’area caraibica non manca certo Cuba. Nel corso degli ultimi anni, i rapporti tra l’isola e la Repubblica Popolare si sono infatti rafforzati. In primis, guardiamo al lato economico-commerciale. Pechino è diventata uno dei principali partner commerciali di Cuba. E, anche in questo senso, nel 2018 l’isola ha aderito alla Belt and Road Initiative. In tutto questo, non va neppure trascurato che il Dragone abbia localmente investito in svariati settori: da quello automobilistico a quello farmaceutico. Oltre agli investimenti, una parte importante sembra svolgerla anche la leva del debito. Basti pensare che, l’anno scorso, è stato aperto un porto container a Santiago de Cuba: un’iniziativa infrastrutturale finanziata da prestiti cinesi per un valore complessivo di 120 milioni di dollari. Inoltre, come nel resto dell’area caraibica, anche qui Pechino ha fatto valere la cosiddetta “diplomazia della mascherina”, fornendo all’isola – durante la crisi pandemica – circa ottanta tonnellate di forniture mediche.
Dal canto suo, il regime castrista ha assicurato un appoggio politico al Dragone. Lo scorso ottobre, Cuba ha per esempio difeso ed elogiato alle Nazioni Unite la controversa politica, adottata dal governo cinese nello Xinjiang. Da tutto questo, è chiaro a che cosa punti Pechino nel rafforzare i propri legami con l’isola. In primo luogo, questa linea va inserita nel più ampio contesto della strategia cinese nei Caraibi: una strategia che punta non solo alla conquista di un importante hub logistico, ma che va vista anche come frutto della competizione geopolitica con gli Stati Uniti. In secondo luogo, è evidente che – attraverso Cuba – Pechino punti a rafforzare il proprio potere contrattuale in sede di Nazioni Unite: una strategia che l’imperialismo cinese persegue anche in altre aree del globo (a partire dall’Africa).
Del resto, questo progressivo avvicinamento tra Pechino e L’Avana è, in un certo senso, anche frutto di condizioni economiche e geopolitiche strutturali. La crisi economica venezuelana ha indirettamente rappresentato un colpo anche per Cuba, mentre non va trascurato come – negli ultimi anni – le relazioni dell’isola con gli Stati Uniti si siano irrigidite. In particolare, l’amministrazione Trump ha optato per la linea dura, anche in considerazione di calcoli elettorali interni (non dimentichiamo infatti che buona parte dell’elettorato ispanico della Florida nutra storicamente sentimenti anticastristi). Tutto questo ha fatto dunque sì che L’Avana si spostasse sempre più nell’orbita cinese.
Il punto sarà adesso capire se questo rapporto tenderà a cementarsi o se – al contrario – si assisterà ad un allentamento. L’incognita è d’altronde determinata dal cambio della guardia alla Casa Bianca, visto che non è ancora chiaro quale tipo di linea seguirà Joe Biden sulla questione. Da una parte, va ricordato che Biden sia stato vicepresidente in un’amministrazione – quella di Barack Obama – che nel 2016 aveva avviato una distensione con L’Avana: un fattore che spinge alcuni a ritenere che tale disgelo possa adesso essere rispolverato, col risultato eventuale di allontanare Cuba da Pechino. Dall’altra parte, è pur vero che nel nascente gabinetto presidenziale figurino dei falchi (almeno sulla carta) non troppo accondiscendenti con il castrismo (si pensi soltanto al consigliere per la sicurezza nazionale in pectore, Jake Sullivan): un fattore, quest’ultimo, che potrebbe rendere problematica una ripresa della distensione obamiana nei confronti dell’isola.
La situazione resta comunque preoccupante e l’area caraibica rischia di alimentare ulteriormente le tensioni tra Washington e Pechino. Basti pensare che, appena due settimane fa, è stato rivelato che la Cina potrebbe aver utilizzato reti di telefonia mobile nei Caraibi per condurre attività di spionaggio ai danni degli americani. Tutti questi fattori lasciano quindi intendere che l’area possa ospitare un nuovo fronte dello scontro tra Stati Uniti e Cina. Il punto sarà allora capire come la presidenza di Joe Biden deciderà di muoversi nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Gli scenari sui suoi rapporti con il Dragone, per ora, restano ambigui. E da lì bisognerà necessariamente passare, per vedere se Washington sceglierà di adottare in futuro una condotta maggiormente interventista e anticinese nei Caraibi.
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Un aspetto particolarmente significativo della strategia internazionale cinese riguarda i Caraibi. Sono anni che Pechino appare fortemente interessata ad incrementare in loco la propria influenza: una linea che il Dragone ha adottato per avvicinarsi ai paradisi fiscaliLa Via della Seta porta fino a Cuba. L'anno scorso è stato aperto un porto container a Santiago de Cuba: un'iniziativa infrastrutturale finanziata da prestiti cinesi per un valore complessivo di 120 milioni di dollari. Lo speciale comprende due articoli.A prima vista, potrebbe sembrare paradossale che la potenza cinese si concentri su quest'area: differentemente infatti da altre zone su cui Pechino punta, qui non abbiamo a che fare con territori particolarmente ricchi di risorse minerali. In realtà, la strategia del Dragone segue altre considerazioni. In primo luogo – come recentemente sottolineato dal New York Times – agli occhi dei cinesi, i Caraibi rappresentano un importantissimo hub logistico, bancario e commerciale. In secondo luogo, l'area riveste un valore anche in materia di sicurezza sul piano militare, vista la sua vicinanza geografica agli Stati Uniti d'America. È quindi in tal senso che emerge anche il significato geopolitico della linea cinese nei Caraibi sotto almeno due punti di vista. In primis, Pechino – con la sua strategia caraibica – lancia una (pur contenuta) sfida a Washington, per mettere gli americani parzialmente sotto pressione. In secondo luogo, rafforzando la propria influenza in quest'area, Pechino sta anche cercando di fiaccare Taiwan sul piano politico e diplomatico: il Dragone mira infatti a portare dalla sua parte quei Paesi che riconoscono ancora formalmente l'isola. Chiariti quindi i suoi principali obiettivi, resta da vedere in che modo la Repubblica Popolare sta portando concretamente avanti la propria linea caraibica. La principale strategia adottata è quella in un certo senso usuale: fare leva sul debito. Secondo l'Inter-American Dialogue, Pechino ha concesso prestiti a basso interesse ai Paesi caraibici per un totale di 6 miliardi di dollari nell'arco di quindici anni. In secondo luogo, non va neppure trascurato che svariate aziende cinesi abbiano effettuato, nell'area, investimenti in differenti settori: porti, logistica, minerali, petrolio, zucchero, turismo e tecnologia. In particolare, secondo Evan Ellis – professore presso lo Us Army War College – gli scambi commerciali tra Cina e Caraibi sarebbero aumentati di otto volte tra il 2002 e il 2019. Tra l'altro, oltre a debito e investimenti, un ulteriore aspetto della strategia cinese nell'area è quello legato all'ormai nota “diplomazia della mascherina", con cui Pechino si è impegnata a fornire assistenza sanitaria in loco nel corso della pandemia. Infine, un ultimo canale attraverso cui la Repubblica Popolare sta rafforzando i propri legami con i Caraibi è da ricercarsi nel settore della sicurezza: negli ultimi anni, la Cina ha infatti fornito materiale alle locali forze militari e di polizia. In questo quadro, il caso esemplare è costituito dalla Giamaica, il Paese caraibico che ha ricevuto maggiore attenzione da Pechino in questi anni: nell'ultimo quindicennio, la Repubblica Popolare ha difatti concesso in loco 2,1 miliardi di dollari in prestiti, per la realizzazione di infrastrutture. E' del resto alla luce di ciò che, lo scorso gennaio, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha criticato – proprio dalla Giamaica – gli ingenti flussi di denaro cinese diretti verso i Caraibi. Una presa di posizione che evidenzia le preoccupazioni nutrite dagli Stati Uniti. Non è del resto un mistero che Washington consideri tradizionalmente i Caraibi una sorta di cortile casalingo. Ragion per cui la sempre maggiore presenza cinese in loco non può che irritare lo Zio Sam. In tal senso, il Dipartimento di Stato americano ha avviato recentemente una politica per cercare di arginare l'influenza cinese nell'area. Tuttavia, secondo quanto riportato da The Diplomat, si tratterebbe di una linea fondamentalmente troppo morbida, senza impatti significativi sul piano economico-commerciale: l'iniziativa americana si concentra principalmente infatti nei settori dell'ambiente e dell'istruzione. Certo: è pur vero che, lo scorso settembre, il Congresso abbia votato per rinnovare il Caribbean Basin Trade Partnership Act del 2000. Tuttavia, almeno al momento, non sembrerebbero essersi verificate conseguenze significative. La situazione resta comunque preoccupante e l'area caraibica rischia di alimentare ulteriormente le tensioni tra Washington e Pechino. Basti pensare che, appena due settimane fa, è stato rivelato che la Cina potrebbe aver utilizzato reti di telefonia mobile nei Caraibi per condurre attività di spionaggio ai danni degli americani. Tutti questi fattori lasciano quindi intendere che l'area possa ospitare un nuovo fronte dello scontro tra Stati Uniti e Cina. Il punto sarà allora capire come la presidenza di Joe Biden deciderà di muoversi nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Gli scenari sui suoi rapporti con il Dragone, per ora, restano ambigui. E da lì bisognerà necessariamente passare, per vedere se Washington sceglierà di adottare in futuro una condotta maggiormente interventista e anticinese nei Caraibi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cina-nei-caraibi-tallona-usa-2649689564.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-via-della-seta-arriva-fino-a-cuba" data-post-id="2649689564" data-published-at="1609259583" data-use-pagination="False"> La Via della Seta arriva fino a Cuba Nell’ambito della strategia con cui la Cina sta incrementando la propria influenza sull’area caraibica non manca certo Cuba. Nel corso degli ultimi anni, i rapporti tra l’isola e la Repubblica Popolare si sono infatti rafforzati. In primis, guardiamo al lato economico-commerciale. Pechino è diventata uno dei principali partner commerciali di Cuba. E, anche in questo senso, nel 2018 l’isola ha aderito alla Belt and Road Initiative. In tutto questo, non va neppure trascurato che il Dragone abbia localmente investito in svariati settori: da quello automobilistico a quello farmaceutico. Oltre agli investimenti, una parte importante sembra svolgerla anche la leva del debito. Basti pensare che, l’anno scorso, è stato aperto un porto container a Santiago de Cuba: un’iniziativa infrastrutturale finanziata da prestiti cinesi per un valore complessivo di 120 milioni di dollari. Inoltre, come nel resto dell’area caraibica, anche qui Pechino ha fatto valere la cosiddetta “diplomazia della mascherina”, fornendo all’isola – durante la crisi pandemica – circa ottanta tonnellate di forniture mediche. Dal canto suo, il regime castrista ha assicurato un appoggio politico al Dragone. Lo scorso ottobre, Cuba ha per esempio difeso ed elogiato alle Nazioni Unite la controversa politica, adottata dal governo cinese nello Xinjiang. Da tutto questo, è chiaro a che cosa punti Pechino nel rafforzare i propri legami con l’isola. In primo luogo, questa linea va inserita nel più ampio contesto della strategia cinese nei Caraibi: una strategia che punta non solo alla conquista di un importante hub logistico, ma che va vista anche come frutto della competizione geopolitica con gli Stati Uniti. In secondo luogo, è evidente che – attraverso Cuba – Pechino punti a rafforzare il proprio potere contrattuale in sede di Nazioni Unite: una strategia che l’imperialismo cinese persegue anche in altre aree del globo (a partire dall’Africa). Del resto, questo progressivo avvicinamento tra Pechino e L’Avana è, in un certo senso, anche frutto di condizioni economiche e geopolitiche strutturali. La crisi economica venezuelana ha indirettamente rappresentato un colpo anche per Cuba, mentre non va trascurato come – negli ultimi anni – le relazioni dell’isola con gli Stati Uniti si siano irrigidite. In particolare, l’amministrazione Trump ha optato per la linea dura, anche in considerazione di calcoli elettorali interni (non dimentichiamo infatti che buona parte dell’elettorato ispanico della Florida nutra storicamente sentimenti anticastristi). Tutto questo ha fatto dunque sì che L’Avana si spostasse sempre più nell’orbita cinese. Il punto sarà adesso capire se questo rapporto tenderà a cementarsi o se – al contrario – si assisterà ad un allentamento. L’incognita è d’altronde determinata dal cambio della guardia alla Casa Bianca, visto che non è ancora chiaro quale tipo di linea seguirà Joe Biden sulla questione. Da una parte, va ricordato che Biden sia stato vicepresidente in un’amministrazione – quella di Barack Obama – che nel 2016 aveva avviato una distensione con L’Avana: un fattore che spinge alcuni a ritenere che tale disgelo possa adesso essere rispolverato, col risultato eventuale di allontanare Cuba da Pechino. Dall’altra parte, è pur vero che nel nascente gabinetto presidenziale figurino dei falchi (almeno sulla carta) non troppo accondiscendenti con il castrismo (si pensi soltanto al consigliere per la sicurezza nazionale in pectore, Jake Sullivan): un fattore, quest’ultimo, che potrebbe rendere problematica una ripresa della distensione obamiana nei confronti dell’isola.La situazione resta comunque preoccupante e l’area caraibica rischia di alimentare ulteriormente le tensioni tra Washington e Pechino. Basti pensare che, appena due settimane fa, è stato rivelato che la Cina potrebbe aver utilizzato reti di telefonia mobile nei Caraibi per condurre attività di spionaggio ai danni degli americani. Tutti questi fattori lasciano quindi intendere che l’area possa ospitare un nuovo fronte dello scontro tra Stati Uniti e Cina. Il punto sarà allora capire come la presidenza di Joe Biden deciderà di muoversi nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Gli scenari sui suoi rapporti con il Dragone, per ora, restano ambigui. E da lì bisognerà necessariamente passare, per vedere se Washington sceglierà di adottare in futuro una condotta maggiormente interventista e anticinese nei Caraibi.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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