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2021-01-01
La Cina avanza nei Caraibi e tallona gli Usa
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A prima vista, potrebbe sembrare paradossale che la potenza cinese si concentri su quest'area: differentemente infatti da altre zone su cui Pechino punta, qui non abbiamo a che fare con territori particolarmente ricchi di risorse minerali. In realtà, la strategia del Dragone segue altre considerazioni. In primo luogo – come recentemente sottolineato dal New York Times – agli occhi dei cinesi, i Caraibi rappresentano un importantissimo hub logistico, bancario e commerciale. In secondo luogo, l'area riveste un valore anche in materia di sicurezza sul piano militare, vista la sua vicinanza geografica agli Stati Uniti d'America. È quindi in tal senso che emerge anche il significato geopolitico della linea cinese nei Caraibi sotto almeno due punti di vista. In primis, Pechino – con la sua strategia caraibica – lancia una (pur contenuta) sfida a Washington, per mettere gli americani parzialmente sotto pressione. In secondo luogo, rafforzando la propria influenza in quest'area, Pechino sta anche cercando di fiaccare Taiwan sul piano politico e diplomatico: il Dragone mira infatti a portare dalla sua parte quei Paesi che riconoscono ancora formalmente l'isola.
Chiariti quindi i suoi principali obiettivi, resta da vedere in che modo la Repubblica Popolare sta portando concretamente avanti la propria linea caraibica. La principale strategia adottata è quella in un certo senso usuale: fare leva sul debito. Secondo l'Inter-American Dialogue, Pechino ha concesso prestiti a basso interesse ai Paesi caraibici per un totale di 6 miliardi di dollari nell'arco di quindici anni. In secondo luogo, non va neppure trascurato che svariate aziende cinesi abbiano effettuato, nell'area, investimenti in differenti settori: porti, logistica, minerali, petrolio, zucchero, turismo e tecnologia. In particolare, secondo Evan Ellis – professore presso lo Us Army War College – gli scambi commerciali tra Cina e Caraibi sarebbero aumentati di otto volte tra il 2002 e il 2019. Tra l'altro, oltre a debito e investimenti, un ulteriore aspetto della strategia cinese nell'area è quello legato all'ormai nota “diplomazia della mascherina", con cui Pechino si è impegnata a fornire assistenza sanitaria in loco nel corso della pandemia. Infine, un ultimo canale attraverso cui la Repubblica Popolare sta rafforzando i propri legami con i Caraibi è da ricercarsi nel settore della sicurezza: negli ultimi anni, la Cina ha infatti fornito materiale alle locali forze militari e di polizia.
In questo quadro, il caso esemplare è costituito dalla Giamaica, il Paese caraibico che ha ricevuto maggiore attenzione da Pechino in questi anni: nell'ultimo quindicennio, la Repubblica Popolare ha difatti concesso in loco 2,1 miliardi di dollari in prestiti, per la realizzazione di infrastrutture. E' del resto alla luce di ciò che, lo scorso gennaio, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha criticato – proprio dalla Giamaica – gli ingenti flussi di denaro cinese diretti verso i Caraibi. Una presa di posizione che evidenzia le preoccupazioni nutrite dagli Stati Uniti. Non è del resto un mistero che Washington consideri tradizionalmente i Caraibi una sorta di cortile casalingo. Ragion per cui la sempre maggiore presenza cinese in loco non può che irritare lo Zio Sam. In tal senso, il Dipartimento di Stato americano ha avviato recentemente una politica per cercare di arginare l'influenza cinese nell'area. Tuttavia, secondo quanto riportato da The Diplomat, si tratterebbe di una linea fondamentalmente troppo morbida, senza impatti significativi sul piano economico-commerciale: l'iniziativa americana si concentra principalmente infatti nei settori dell'ambiente e dell'istruzione. Certo: è pur vero che, lo scorso settembre, il Congresso abbia votato per rinnovare il Caribbean Basin Trade Partnership Act del 2000. Tuttavia, almeno al momento, non sembrerebbero essersi verificate conseguenze significative.
La situazione resta comunque preoccupante e l'area caraibica rischia di alimentare ulteriormente le tensioni tra Washington e Pechino. Basti pensare che, appena due settimane fa, è stato rivelato che la Cina potrebbe aver utilizzato reti di telefonia mobile nei Caraibi per condurre attività di spionaggio ai danni degli americani. Tutti questi fattori lasciano quindi intendere che l'area possa ospitare un nuovo fronte dello scontro tra Stati Uniti e Cina. Il punto sarà allora capire come la presidenza di Joe Biden deciderà di muoversi nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Gli scenari sui suoi rapporti con il Dragone, per ora, restano ambigui. E da lì bisognerà necessariamente passare, per vedere se Washington sceglierà di adottare in futuro una condotta maggiormente interventista e anticinese nei Caraibi.
La Via della Seta arriva fino a Cuba
Nell’ambito della strategia con cui la Cina sta incrementando la propria influenza sull’area caraibica non manca certo Cuba. Nel corso degli ultimi anni, i rapporti tra l’isola e la Repubblica Popolare si sono infatti rafforzati. In primis, guardiamo al lato economico-commerciale. Pechino è diventata uno dei principali partner commerciali di Cuba. E, anche in questo senso, nel 2018 l’isola ha aderito alla Belt and Road Initiative. In tutto questo, non va neppure trascurato che il Dragone abbia localmente investito in svariati settori: da quello automobilistico a quello farmaceutico. Oltre agli investimenti, una parte importante sembra svolgerla anche la leva del debito. Basti pensare che, l’anno scorso, è stato aperto un porto container a Santiago de Cuba: un’iniziativa infrastrutturale finanziata da prestiti cinesi per un valore complessivo di 120 milioni di dollari. Inoltre, come nel resto dell’area caraibica, anche qui Pechino ha fatto valere la cosiddetta “diplomazia della mascherina”, fornendo all’isola – durante la crisi pandemica – circa ottanta tonnellate di forniture mediche.
Dal canto suo, il regime castrista ha assicurato un appoggio politico al Dragone. Lo scorso ottobre, Cuba ha per esempio difeso ed elogiato alle Nazioni Unite la controversa politica, adottata dal governo cinese nello Xinjiang. Da tutto questo, è chiaro a che cosa punti Pechino nel rafforzare i propri legami con l’isola. In primo luogo, questa linea va inserita nel più ampio contesto della strategia cinese nei Caraibi: una strategia che punta non solo alla conquista di un importante hub logistico, ma che va vista anche come frutto della competizione geopolitica con gli Stati Uniti. In secondo luogo, è evidente che – attraverso Cuba – Pechino punti a rafforzare il proprio potere contrattuale in sede di Nazioni Unite: una strategia che l’imperialismo cinese persegue anche in altre aree del globo (a partire dall’Africa).
Del resto, questo progressivo avvicinamento tra Pechino e L’Avana è, in un certo senso, anche frutto di condizioni economiche e geopolitiche strutturali. La crisi economica venezuelana ha indirettamente rappresentato un colpo anche per Cuba, mentre non va trascurato come – negli ultimi anni – le relazioni dell’isola con gli Stati Uniti si siano irrigidite. In particolare, l’amministrazione Trump ha optato per la linea dura, anche in considerazione di calcoli elettorali interni (non dimentichiamo infatti che buona parte dell’elettorato ispanico della Florida nutra storicamente sentimenti anticastristi). Tutto questo ha fatto dunque sì che L’Avana si spostasse sempre più nell’orbita cinese.
Il punto sarà adesso capire se questo rapporto tenderà a cementarsi o se – al contrario – si assisterà ad un allentamento. L’incognita è d’altronde determinata dal cambio della guardia alla Casa Bianca, visto che non è ancora chiaro quale tipo di linea seguirà Joe Biden sulla questione. Da una parte, va ricordato che Biden sia stato vicepresidente in un’amministrazione – quella di Barack Obama – che nel 2016 aveva avviato una distensione con L’Avana: un fattore che spinge alcuni a ritenere che tale disgelo possa adesso essere rispolverato, col risultato eventuale di allontanare Cuba da Pechino. Dall’altra parte, è pur vero che nel nascente gabinetto presidenziale figurino dei falchi (almeno sulla carta) non troppo accondiscendenti con il castrismo (si pensi soltanto al consigliere per la sicurezza nazionale in pectore, Jake Sullivan): un fattore, quest’ultimo, che potrebbe rendere problematica una ripresa della distensione obamiana nei confronti dell’isola.
La situazione resta comunque preoccupante e l’area caraibica rischia di alimentare ulteriormente le tensioni tra Washington e Pechino. Basti pensare che, appena due settimane fa, è stato rivelato che la Cina potrebbe aver utilizzato reti di telefonia mobile nei Caraibi per condurre attività di spionaggio ai danni degli americani. Tutti questi fattori lasciano quindi intendere che l’area possa ospitare un nuovo fronte dello scontro tra Stati Uniti e Cina. Il punto sarà allora capire come la presidenza di Joe Biden deciderà di muoversi nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Gli scenari sui suoi rapporti con il Dragone, per ora, restano ambigui. E da lì bisognerà necessariamente passare, per vedere se Washington sceglierà di adottare in futuro una condotta maggiormente interventista e anticinese nei Caraibi.
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Un aspetto particolarmente significativo della strategia internazionale cinese riguarda i Caraibi. Sono anni che Pechino appare fortemente interessata ad incrementare in loco la propria influenza: una linea che il Dragone ha adottato per avvicinarsi ai paradisi fiscaliLa Via della Seta porta fino a Cuba. L'anno scorso è stato aperto un porto container a Santiago de Cuba: un'iniziativa infrastrutturale finanziata da prestiti cinesi per un valore complessivo di 120 milioni di dollari. Lo speciale comprende due articoli.A prima vista, potrebbe sembrare paradossale che la potenza cinese si concentri su quest'area: differentemente infatti da altre zone su cui Pechino punta, qui non abbiamo a che fare con territori particolarmente ricchi di risorse minerali. In realtà, la strategia del Dragone segue altre considerazioni. In primo luogo – come recentemente sottolineato dal New York Times – agli occhi dei cinesi, i Caraibi rappresentano un importantissimo hub logistico, bancario e commerciale. In secondo luogo, l'area riveste un valore anche in materia di sicurezza sul piano militare, vista la sua vicinanza geografica agli Stati Uniti d'America. È quindi in tal senso che emerge anche il significato geopolitico della linea cinese nei Caraibi sotto almeno due punti di vista. In primis, Pechino – con la sua strategia caraibica – lancia una (pur contenuta) sfida a Washington, per mettere gli americani parzialmente sotto pressione. In secondo luogo, rafforzando la propria influenza in quest'area, Pechino sta anche cercando di fiaccare Taiwan sul piano politico e diplomatico: il Dragone mira infatti a portare dalla sua parte quei Paesi che riconoscono ancora formalmente l'isola. Chiariti quindi i suoi principali obiettivi, resta da vedere in che modo la Repubblica Popolare sta portando concretamente avanti la propria linea caraibica. La principale strategia adottata è quella in un certo senso usuale: fare leva sul debito. Secondo l'Inter-American Dialogue, Pechino ha concesso prestiti a basso interesse ai Paesi caraibici per un totale di 6 miliardi di dollari nell'arco di quindici anni. In secondo luogo, non va neppure trascurato che svariate aziende cinesi abbiano effettuato, nell'area, investimenti in differenti settori: porti, logistica, minerali, petrolio, zucchero, turismo e tecnologia. In particolare, secondo Evan Ellis – professore presso lo Us Army War College – gli scambi commerciali tra Cina e Caraibi sarebbero aumentati di otto volte tra il 2002 e il 2019. Tra l'altro, oltre a debito e investimenti, un ulteriore aspetto della strategia cinese nell'area è quello legato all'ormai nota “diplomazia della mascherina", con cui Pechino si è impegnata a fornire assistenza sanitaria in loco nel corso della pandemia. Infine, un ultimo canale attraverso cui la Repubblica Popolare sta rafforzando i propri legami con i Caraibi è da ricercarsi nel settore della sicurezza: negli ultimi anni, la Cina ha infatti fornito materiale alle locali forze militari e di polizia. In questo quadro, il caso esemplare è costituito dalla Giamaica, il Paese caraibico che ha ricevuto maggiore attenzione da Pechino in questi anni: nell'ultimo quindicennio, la Repubblica Popolare ha difatti concesso in loco 2,1 miliardi di dollari in prestiti, per la realizzazione di infrastrutture. E' del resto alla luce di ciò che, lo scorso gennaio, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha criticato – proprio dalla Giamaica – gli ingenti flussi di denaro cinese diretti verso i Caraibi. Una presa di posizione che evidenzia le preoccupazioni nutrite dagli Stati Uniti. Non è del resto un mistero che Washington consideri tradizionalmente i Caraibi una sorta di cortile casalingo. Ragion per cui la sempre maggiore presenza cinese in loco non può che irritare lo Zio Sam. In tal senso, il Dipartimento di Stato americano ha avviato recentemente una politica per cercare di arginare l'influenza cinese nell'area. Tuttavia, secondo quanto riportato da The Diplomat, si tratterebbe di una linea fondamentalmente troppo morbida, senza impatti significativi sul piano economico-commerciale: l'iniziativa americana si concentra principalmente infatti nei settori dell'ambiente e dell'istruzione. Certo: è pur vero che, lo scorso settembre, il Congresso abbia votato per rinnovare il Caribbean Basin Trade Partnership Act del 2000. Tuttavia, almeno al momento, non sembrerebbero essersi verificate conseguenze significative. La situazione resta comunque preoccupante e l'area caraibica rischia di alimentare ulteriormente le tensioni tra Washington e Pechino. Basti pensare che, appena due settimane fa, è stato rivelato che la Cina potrebbe aver utilizzato reti di telefonia mobile nei Caraibi per condurre attività di spionaggio ai danni degli americani. Tutti questi fattori lasciano quindi intendere che l'area possa ospitare un nuovo fronte dello scontro tra Stati Uniti e Cina. Il punto sarà allora capire come la presidenza di Joe Biden deciderà di muoversi nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Gli scenari sui suoi rapporti con il Dragone, per ora, restano ambigui. E da lì bisognerà necessariamente passare, per vedere se Washington sceglierà di adottare in futuro una condotta maggiormente interventista e anticinese nei Caraibi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cina-nei-caraibi-tallona-usa-2649689564.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-via-della-seta-arriva-fino-a-cuba" data-post-id="2649689564" data-published-at="1609259583" data-use-pagination="False"> La Via della Seta arriva fino a Cuba Nell’ambito della strategia con cui la Cina sta incrementando la propria influenza sull’area caraibica non manca certo Cuba. Nel corso degli ultimi anni, i rapporti tra l’isola e la Repubblica Popolare si sono infatti rafforzati. In primis, guardiamo al lato economico-commerciale. Pechino è diventata uno dei principali partner commerciali di Cuba. E, anche in questo senso, nel 2018 l’isola ha aderito alla Belt and Road Initiative. In tutto questo, non va neppure trascurato che il Dragone abbia localmente investito in svariati settori: da quello automobilistico a quello farmaceutico. Oltre agli investimenti, una parte importante sembra svolgerla anche la leva del debito. Basti pensare che, l’anno scorso, è stato aperto un porto container a Santiago de Cuba: un’iniziativa infrastrutturale finanziata da prestiti cinesi per un valore complessivo di 120 milioni di dollari. Inoltre, come nel resto dell’area caraibica, anche qui Pechino ha fatto valere la cosiddetta “diplomazia della mascherina”, fornendo all’isola – durante la crisi pandemica – circa ottanta tonnellate di forniture mediche. Dal canto suo, il regime castrista ha assicurato un appoggio politico al Dragone. Lo scorso ottobre, Cuba ha per esempio difeso ed elogiato alle Nazioni Unite la controversa politica, adottata dal governo cinese nello Xinjiang. Da tutto questo, è chiaro a che cosa punti Pechino nel rafforzare i propri legami con l’isola. In primo luogo, questa linea va inserita nel più ampio contesto della strategia cinese nei Caraibi: una strategia che punta non solo alla conquista di un importante hub logistico, ma che va vista anche come frutto della competizione geopolitica con gli Stati Uniti. In secondo luogo, è evidente che – attraverso Cuba – Pechino punti a rafforzare il proprio potere contrattuale in sede di Nazioni Unite: una strategia che l’imperialismo cinese persegue anche in altre aree del globo (a partire dall’Africa). Del resto, questo progressivo avvicinamento tra Pechino e L’Avana è, in un certo senso, anche frutto di condizioni economiche e geopolitiche strutturali. La crisi economica venezuelana ha indirettamente rappresentato un colpo anche per Cuba, mentre non va trascurato come – negli ultimi anni – le relazioni dell’isola con gli Stati Uniti si siano irrigidite. In particolare, l’amministrazione Trump ha optato per la linea dura, anche in considerazione di calcoli elettorali interni (non dimentichiamo infatti che buona parte dell’elettorato ispanico della Florida nutra storicamente sentimenti anticastristi). Tutto questo ha fatto dunque sì che L’Avana si spostasse sempre più nell’orbita cinese. Il punto sarà adesso capire se questo rapporto tenderà a cementarsi o se – al contrario – si assisterà ad un allentamento. L’incognita è d’altronde determinata dal cambio della guardia alla Casa Bianca, visto che non è ancora chiaro quale tipo di linea seguirà Joe Biden sulla questione. Da una parte, va ricordato che Biden sia stato vicepresidente in un’amministrazione – quella di Barack Obama – che nel 2016 aveva avviato una distensione con L’Avana: un fattore che spinge alcuni a ritenere che tale disgelo possa adesso essere rispolverato, col risultato eventuale di allontanare Cuba da Pechino. Dall’altra parte, è pur vero che nel nascente gabinetto presidenziale figurino dei falchi (almeno sulla carta) non troppo accondiscendenti con il castrismo (si pensi soltanto al consigliere per la sicurezza nazionale in pectore, Jake Sullivan): un fattore, quest’ultimo, che potrebbe rendere problematica una ripresa della distensione obamiana nei confronti dell’isola.La situazione resta comunque preoccupante e l’area caraibica rischia di alimentare ulteriormente le tensioni tra Washington e Pechino. Basti pensare che, appena due settimane fa, è stato rivelato che la Cina potrebbe aver utilizzato reti di telefonia mobile nei Caraibi per condurre attività di spionaggio ai danni degli americani. Tutti questi fattori lasciano quindi intendere che l’area possa ospitare un nuovo fronte dello scontro tra Stati Uniti e Cina. Il punto sarà allora capire come la presidenza di Joe Biden deciderà di muoversi nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Gli scenari sui suoi rapporti con il Dragone, per ora, restano ambigui. E da lì bisognerà necessariamente passare, per vedere se Washington sceglierà di adottare in futuro una condotta maggiormente interventista e anticinese nei Caraibi.
Operazioni di soccorso a Osoppo (Udine) la mattina del 7 maggio 1976 (Getty Images)
L’«Orcolat», il mostro mitologico della tradizione popolare carnica, si era risvegliato con tutta la sua ferocia da un lungo sonno durato dal 25 gennaio 1348, l’anno del flagello della peste nera. Quel giorno un devastante sisma con epicentro nella vicina Carinzia colpì il Friuli con una magnitudo di circa 6,6 gradi Richter, che causò gravissimi danni a Gemona, San Daniele, Tolmezzo e Venzone. Altre volte nei secoli quell’essere spaventoso terrorizzò il Friuli: nel 1511, 1690, 1776, 1928 con eventi sismici meno potenti ma non meno terrorizzanti.
Giovedì 6 maggio 1976 alle ore 21:06 quando l’ultima luce del giorno ancora accarezzava i monti, le colline e la pianura friulana, l’«Orcolat» si svegliò di colpo dal suo antro sul monte San Simeone, in Carnia.
Il rilievo che affaccia sull’abitato di Venzone fu l’epicentro di un terremoto della magnitudo di 6,4 gradi Richter che generò una lunga scossa della durata di 59 secondi, in grado di radere al suolo quasi completamente 45 comuni e di danneggiarne gravemente altri 92, seminando morte e distruzione su un’area di oltre 5.000 km/q. Le vittime del sisma del maggio 1976 furono 990, di cui 400 solo a Gemona del Friuli, uno dei simboli del dramma di 50 anni fa. E poi Buja, Venzone, Trasaghis, Osoppo, Artegna, Bordano e tanti altri centri abitati in pochi istanti non esistevano più. I feriti furono 4.000 e Il numero dei sinistrati altrettanto impressionante: oltre 100.000 su un totale di 600.000 persone danneggiate dal sisma. 18.000 le abitazioni colpite. La rete elettrica e quella idrica erano interrotte. Migliaia di persone, soprattutto nei paesi di montagna, rimasero isolate e minacciate dalle frane. Le strade erano interrotte in più punti. La macchina dei soccorsi si mosse subito, grazie anche alla presenza massiccia dell’Esercito nella regione. Le caserme furono immediatamente mobilitate, nonostante i militari fossero stati gravemente colpiti, con 32 soldati morti e 242 feriti nei crolli. Già nella notte tra il 6 e il 7 maggio si mossero verso le zone maggiormente colpite le brigate «Mantova», «Ariete» e «Julia» che con tutti gli uomini e i mezzi a disposizione scavarono disperatamente per cercare di estrarre dalle macerie i vivi e i morti. Le caserme ed i loro magazzini furono aperti e messi a disposizione come primo riparo per i superstiti. Il giorno seguente nelle zone terremotate giunsero il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il premier Aldo Moro e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Mentre da tutta Italia affluivano gli aiuti (l’esercito arriverà ed impiegare più di 14.000 uomini) il governo nominò Commissario straordinario per l’emergenza in Friuli il sottosegretario all’Interno, il varesino Giuseppe Zamberletti. Fu sotto la sua supervisione che nacque il cosiddetto «modello Friuli», considerato in seguito come un modello di efficienza nell’assistenza alla popolazione e nella ricostruzione integrale delle zone devastate dal sisma. Zamberletti, che rimase in Friuli per tutta la durata delle operazioni, concepì nel 1976 il principio che negli anni successivi sarà alla base della futura Protezione Civile. Considerata l’efficienza delle amministrazioni locali e dello spirito di resilienza dei friulani che da subito, pur colpiti da lutti e perdite materiali, si misero al lavoro, il commissario organizzò un sistema gestionale che prevedeva un organico misto tra istituzioni locali (i sindaci e le associazioni) e militari. Per la prima volta le forze armate vennero messe ai comandi delle amministrazioni civili, con il merito di aumentare l’efficienza dei soccorsi e la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni e delle forze armate. Zamberletti, sentiti i sindaci e le rappresentanze civili, capì che i friulani volevano ricostruire ciò che avevano perso esattamente com’era prima del sisma e negli stessi luoghi, evitando la costruzione di nuovi comuni in pianura come avvenuto pochi anni prima in occasione del sisma del Belice. Quando gli americani, che inviarono subito aiuti materiali dalla vicina base di Aviano, offrirono finanziamenti per circa 100 milioni di dollari, Zamberletti ne affidò la gestione all’Associazione Nazionale Alpini, come garanzia di onestà morale di una realtà profondamente radicata e amata dai friulani. Gli Alpini in congedo affluirono come volontari da tutta Italia, organizzando da subito una febbrile opera di ricostruzione con la costituzione di 11 cantieri, coordinati da un ingegnere o da un geometra, ognuno formato da circa 100 persone. Tutte le industrie locali misero a disposizione uomini e materiali che andarono ad alimentare le risorse già attivate dall’Esercito.
Nei tre mesi successivi, mentre erano ancora in atto le operazioni di sgombero e messa in sicurezza di abitazioni e infrastrutture, dalle tendopoli i friulani cominciavano a credere in un rapido ritorno alla normalità. Le speranze furono bruscamente interrotte il 15 settembre 1976 quando un violento sciame sismico colpì nuovamente generando altre vittime e altri crolli. Il nuovo sisma generò un esodo della popolazione che generò un’emergenza nell’emergenza. Zamberletti e i vertici delle autorità preposte al soccorso si trovarono in gravi difficoltà nella gestione dello sfollamento. Fu in questa occasione che il commissario e sottosegretario della Dc prese alcune decisioni radicali, che per sua stessa ammissione misero a rischio la sua figura all’interno del governo e del partito. Per fare rapidamente fronte alla seconda emergenza relativa allo sgombero della popolazione di giovani e anziani, visto anche l’avvicinarsi della stagione fredda, Zamberletti ordinò la requisizione di abitazioni e di roulottes per poter dare rifugio a chi non poteva rientrare nella propria casa, dando garanzie di restituzione ed eventuale risarcimento che fecero temere un’emorragia di voti nella Dc. L’appello ebbe successo e 15.000 caravan giunsero in breve tempo nei luoghi sinistrati, per poter accogliere chi doveva restare per non paralizzare il lavoro soprattutto nei campi. Ancora una volta i militari furono decisivi per la riuscita delle operazioni. In particolare grazie al generale Giovanni De Acutis, allora comandante della Brigata alpina «Julia», che fu decisivo nella logistica per il trasferimento dei terremotati nelle zone del litorale friulano, dove le temperature erano più miti. Ad una diffidenza iniziale di fronte ai mezzi offerti dal commissario all’emergenza, alla vista delle penne nere le famiglie di montagna si affidarono senza esitazione, salendo sui pullman per raggiungere le località di sfollamento.
La ricostruzione dei paesi fu il fiore all’occhiello della determinazione e della forza dei friulani. Come dichiarato fermamente fin dai primi giorni dopo il sisma del 6 maggio 1976, gli abitanti rifiutarono lo spostamento in centri abitati ricostruiti ex novo in luoghi diversi. Tutto avrebbe dovuto essere ricostruito «com’era, dov’era». Zamberletti e le autorità assecondarono il desiderio, appoggiando una difficile ricostruzione tecnicamente chiamata «anastilosi». In termini semplificati, si trattava di una meticolosa operazione di catalogazione delle macerie, applicata alle abitazioni storiche e alle chiese prevalentemente in pietra che, una volta numerate, furono riposizionate singolarmente nella stessa posizione precedente il crollo. Uno degli esempi più significativi fu la ricostruzione del duomo di Venzone, le cui macerie furono stese sul letto del fiume Tagliamento e numerate ad una ad una.
L’opera di ricostruzione dei comuni proseguì per un decennio sotto la supervisione della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia dopo il termine del mandato a Giuseppe Zamberletti, che, per la sua opera e per il successivo ruolo nella costituzione della Protezione Civile, sarà insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al Merito nel 1996. Il commissario straordinario è ancora oggi ricordato con gratitudine dai friulani, assieme agli Alpini in armi e in congedo che in quei drammatici mesi di 50 anni fa aiutarono la popolazione a sconfiggere l’«Orcolat», cancellando le ferite del terremoto con il lavoro e la dignità caratteristiche di quel popolo che, soffocando il dolore, dimostrò in silenzio un amore sconfinato per la propria terra, sapendo ringraziare per sempre chi venne per aiutare.
In una frase, coniata in quei giorni dal prete e linguista don Francesco Placereani, sta tutta la determinazione dei friulani dimostrata nell’affrontare la catastrofe del 1976: «Il Friûl al à di vignî fûr dal taramot pal cjâf, no pai pîts» («Il Friuli deve venir fuori dal terremoto con la testa, non con i piedi»). E così è stato.
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