2021-03-05
Cade la mascherina di Speranza. Dalla Cina milioni di tarocchi
Roberto Speranza (Stefano Carofei/Pool/Insidefoto/Mondadori Portfolio via Getty Images)
Siccome lo scandalo dei 70 milioni pagati da Domenico Arcuri a improbabili procacciatori di mascherine non ci bastava, non ci facciamo mancare neppure uno scandalo sui dispositivi di protezione che non proteggono. Sì, milioni di pezzi sono arrivati lo scorso anno dalla Cina tramite aziende riconvertite in fretta e furia per servire la pubblica amministrazione, ma senza che né le imprese né, soprattutto, le mascherine avessero i requisiti richiesti.
Del resto, come hanno rivelato le intercettazioni telefoniche nell'inchiesta che vede indagati Mario Benotti e alcuni suoi svelti colleghi, la pandemia è un boccone troppo grosso per non fare gola a tanti pescecani. Dunque, nella primavera dell'anno scorso in molti si sono dati da fare per reperire i dispositivi di protezione e oggi la magistratura comincia a tirare le somme di tanto attivismo. Ieri, un gruppo di finanzieri ha messo i braccialetti a tre persone, accusandole di truffa aggravata ai danni della Protezione civile del Lazio. In pratica, tramite una società che rilasciava certificati di idoneità senza andare troppo per il sottile, il gruppetto avrebbe importato camici e mascherine non idonei contro il Covid, spacciandoli però per sicuri. In carcere sono finiti due italiani e un imprenditore croato e tutto ruota ancora una volta, come per l'inchiesta che riguarda Benotti e compagni, attorno al commissario straordinario all'emergenza, ovvero quell'Arcuri a cui Mario Draghi ha appena fatto fare le valigie. Già, perché come nel caso dell'intermediazione da sogno per le mascherine, ovvero per quei 70 milioni che si sono spartiti i procacciatori di 800 milioni di dispositivi di protezione, l'affare è stato possibile perché l'amministratore delegato di Invitalia ha consentito l'accesso alla struttura commissariale. Benotti si messaggiava con Arcuri, contattandolo un migliaio di volte per telefono e dimostrando una certa confidenza. Mentre Vittorio Farina, uno degli arrestati, in virtù di una conoscenza personale avrebbe goduto direttamente di incontri con il manager. L'imprenditore, dopo un appuntamento, avrebbe rassicurato i suoi soci: «Domenico mi ha promesso che se gli arriva la lettera, autorizza quell'acquisto (…) la dovrebbe fare oggi, oggi la deve fare e oggi pomeriggio ci deve dare l'ordine». Del resto, l'emergenza giustificava una certa snellezza delle procedure, e cinque milioni di mascherine e quasi mezzo milione di camici da destinare a infermieri e medici potevano fare comodo. Però, c'era quel piccolo particolare del certificato di garanzia, ovvero del marchio europeo che doveva garantire i requisiti della merce. E allora, per rimuovere il piccolo ostacolo, Andelko Aleksic, altro arrestato, pare abbia pensato di fabbricare in casa la patente di conformità del prodotto. Gli inquirenti lo hanno intercettato mentre ordinava al telefono i documenti per i camici senza preoccuparsi dei rischi per la salute. «Tanto so' tutti falsi 'sti certificati». E come no? Chissenefrega di un pezzo di carta: basta scriverci sopra quel che serve a consentire l'acquisto. L'ex commissario all'emergenza pandemica, secondo gli inquirenti, è stato oggetto di un traffico d'influenze, e non è indagato. Insomma, Arcuri è una vittima, come nel caso di Benotti non ha capito che qualcuno si approfittava di lui e trafficava per influenzarlo. Pover'uomo: chi avrebbe mai detto che un manager di comprovata esperienza si facesse raggirare così. Una volta non si è accorto di 70 milioni di intermediazione, un'altra prende per buoni timbri e cartelline che Aleksic si fabbricava da solo. Nel caso dei soldi, la faccenda è certamente grave, ma in quello delle mascherine tarocche lo è ancor di più, in quanto qualcuno è riuscito a spacciare dispositivi di protezione che non proteggevano, mettendo a repentaglio la salute dei cittadini. I tre imprenditori arrestati ieri non sarebbero però i soli ad aver giocato con la pelle degli italiani. A Gorizia, le forze dell'ordine hanno sequestrato altri pacchi di mascherine non a norma e, dopo i test svolti da una società altoatesina, perfino l'Antifrode dell'Unione europea si è svegliata, aprendo un'indagine sulle Ffp2 certificate da una società turca senza che avessero i requisiti. Ma se le segnalazioni hanno aperto gli occhi perfino di Bruxelles, l'unico che continua a tenerli chiusi è Roberto Speranza, colui che ha reso obbligatorie le mascherine, ha giurato sui dispositivi di protezione in circolazione in Italia. «Esiste un procedimento autorizzativo molto rigoroso. Quindi io mi sento di dire con assoluta certezza che i controlli e le verifiche sono fatti con la massima attenzione e che le mascherine in commercio sono sicure». Il tempo di finire la frase, e in meno di 24 ore il ministro è stato smentito, dimostrando ancora una volta di non sapere ciò che dice. Dopo aver scritto un libro sulla guarigione dal Covid mandandolo in libreria proprio in occasione della seconda ondata, Speranza ha dato un'altra prova di straordinario tempismo. Se è un modo per dimostrare la propria inadeguatezza, possiamo rassicurarlo: ci ha convinti.
Siccome lo scandalo dei 70 milioni pagati da Domenico Arcuri a improbabili procacciatori di mascherine non ci bastava, non ci facciamo mancare neppure uno scandalo sui dispositivi di protezione che non proteggono. Sì, milioni di pezzi sono arrivati lo scorso anno dalla Cina tramite aziende riconvertite in fretta e furia per servire la pubblica amministrazione, ma senza che né le imprese né, soprattutto, le mascherine avessero i requisiti richiesti. Del resto, come hanno rivelato le intercettazioni telefoniche nell'inchiesta che vede indagati Mario Benotti e alcuni suoi svelti colleghi, la pandemia è un boccone troppo grosso per non fare gola a tanti pescecani. Dunque, nella primavera dell'anno scorso in molti si sono dati da fare per reperire i dispositivi di protezione e oggi la magistratura comincia a tirare le somme di tanto attivismo. Ieri, un gruppo di finanzieri ha messo i braccialetti a tre persone, accusandole di truffa aggravata ai danni della Protezione civile del Lazio. In pratica, tramite una società che rilasciava certificati di idoneità senza andare troppo per il sottile, il gruppetto avrebbe importato camici e mascherine non idonei contro il Covid, spacciandoli però per sicuri. In carcere sono finiti due italiani e un imprenditore croato e tutto ruota ancora una volta, come per l'inchiesta che riguarda Benotti e compagni, attorno al commissario straordinario all'emergenza, ovvero quell'Arcuri a cui Mario Draghi ha appena fatto fare le valigie. Già, perché come nel caso dell'intermediazione da sogno per le mascherine, ovvero per quei 70 milioni che si sono spartiti i procacciatori di 800 milioni di dispositivi di protezione, l'affare è stato possibile perché l'amministratore delegato di Invitalia ha consentito l'accesso alla struttura commissariale. Benotti si messaggiava con Arcuri, contattandolo un migliaio di volte per telefono e dimostrando una certa confidenza. Mentre Vittorio Farina, uno degli arrestati, in virtù di una conoscenza personale avrebbe goduto direttamente di incontri con il manager. L'imprenditore, dopo un appuntamento, avrebbe rassicurato i suoi soci: «Domenico mi ha promesso che se gli arriva la lettera, autorizza quell'acquisto (…) la dovrebbe fare oggi, oggi la deve fare e oggi pomeriggio ci deve dare l'ordine». Del resto, l'emergenza giustificava una certa snellezza delle procedure, e cinque milioni di mascherine e quasi mezzo milione di camici da destinare a infermieri e medici potevano fare comodo. Però, c'era quel piccolo particolare del certificato di garanzia, ovvero del marchio europeo che doveva garantire i requisiti della merce. E allora, per rimuovere il piccolo ostacolo, Andelko Aleksic, altro arrestato, pare abbia pensato di fabbricare in casa la patente di conformità del prodotto. Gli inquirenti lo hanno intercettato mentre ordinava al telefono i documenti per i camici senza preoccuparsi dei rischi per la salute. «Tanto so' tutti falsi 'sti certificati». E come no? Chissenefrega di un pezzo di carta: basta scriverci sopra quel che serve a consentire l'acquisto. L'ex commissario all'emergenza pandemica, secondo gli inquirenti, è stato oggetto di un traffico d'influenze, e non è indagato. Insomma, Arcuri è una vittima, come nel caso di Benotti non ha capito che qualcuno si approfittava di lui e trafficava per influenzarlo. Pover'uomo: chi avrebbe mai detto che un manager di comprovata esperienza si facesse raggirare così. Una volta non si è accorto di 70 milioni di intermediazione, un'altra prende per buoni timbri e cartelline che Aleksic si fabbricava da solo. Nel caso dei soldi, la faccenda è certamente grave, ma in quello delle mascherine tarocche lo è ancor di più, in quanto qualcuno è riuscito a spacciare dispositivi di protezione che non proteggevano, mettendo a repentaglio la salute dei cittadini. I tre imprenditori arrestati ieri non sarebbero però i soli ad aver giocato con la pelle degli italiani. A Gorizia, le forze dell'ordine hanno sequestrato altri pacchi di mascherine non a norma e, dopo i test svolti da una società altoatesina, perfino l'Antifrode dell'Unione europea si è svegliata, aprendo un'indagine sulle Ffp2 certificate da una società turca senza che avessero i requisiti. Ma se le segnalazioni hanno aperto gli occhi perfino di Bruxelles, l'unico che continua a tenerli chiusi è Roberto Speranza, colui che ha reso obbligatorie le mascherine, ha giurato sui dispositivi di protezione in circolazione in Italia. «Esiste un procedimento autorizzativo molto rigoroso. Quindi io mi sento di dire con assoluta certezza che i controlli e le verifiche sono fatti con la massima attenzione e che le mascherine in commercio sono sicure». Il tempo di finire la frase, e in meno di 24 ore il ministro è stato smentito, dimostrando ancora una volta di non sapere ciò che dice. Dopo aver scritto un libro sulla guarigione dal Covid mandandolo in libreria proprio in occasione della seconda ondata, Speranza ha dato un'altra prova di straordinario tempismo. Se è un modo per dimostrare la propria inadeguatezza, possiamo rassicurarlo: ci ha convinti.
Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
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Philippe Donnet (Ansa)
Partiamo dai numeri, che sono quelli che alla fine contano davvero. Generali chiude il primo anno del nuovo piano con risultati che non si erano mai visti. L’utile netto sale a 4,17 miliardi, in crescita del 12%. Il risultato operativo supera per la prima volta la soglia degli 8 miliardi, fermandosi poco sopra quota 8,1 con un incremento vicino al 10%. Insomma, il Leone continua a ruggire. Donnet, che guida una nave grande in mari agitati, spiega che Generali è abituata a «navigare bene nella tempesta». E tempeste, nel mondo finanziario e geopolitico, non mancano certo. Il messaggio agli azionisti è semplice: continuiamo a guadagnare bene e continueremo a darvi soddisfazioni. La maniera migliore per ricucire i rapporti con i grandi azionisti come Caltagirone e gli eredi Del Vecchio.
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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