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2025-01-17
Tedeschi masochisti: vogliono svendere le fabbriche d’auto ai nemici di Pechino
(Getty Images)
Bruxelles fa un altro regalo alla Cina. Il passaggio forzato ai motori elettrici non solo sta favorendo Pechino che su questa tecnologia è avanti anni luce e gode dei sussidi governativi ma sta anche portando alla chiusura stabilimenti storici, favorendone il passaggio alle case produttrici di Pechino. Queste avrebbero un duplice vantaggio: potrebbero rilevare fabbriche importanti a prezzi insperati fino a qualche anno fa e soprattutto aggirare in questo modo le tariffe imposte dalla Ue sulle auto prodotte oltre la Grande Muraglia. Un bel risultato, non c’è che dire. È quanto sta succedendo alla Volkswagen che su questo terreno rischia di anticipare quello che a stretto giro riguarderà anche altre case automobilistiche europee. La casa tedesca da tempo si dibatte in una crisi profonda che l’ha portata a tagli draconiani del personale, dei salari e finanche degli stabilimenti. Al centro della riorganizzazione ci sono i due siti di Dresda e Osnabrück. Lo stabilimento di Dresda, che produce l’ID3 elettrica e impiega 340 lavoratori, vedrà la fine delle attività nel 2025, mentre quello di Osnabrück, dove si assemblano 2.300 T-Roc Cabriolet all’anno, sarà operativo fino al 2027. Ebbene, entrambe sarebbero entrate nel focus di interesse di funzionari e aziende cinesi. Una fonte vicina al governo di Pechino, citata da Reuters, ha spiegato che l’acquisizione di una fabbrica in Germania potrebbe rafforzare l’influenza della Cina nel settore automobilistico europeo.
La costruzione di veicoli elettrici direttamente in Germania consentirebbe ai cinesi di acquisire una maggiore competitività nei confronti delle case automobilistiche europee, già messe sotto pressione dalla rapida ascesa di produttori asiatici. Bypassando i dazi all’ingresso nella Ue e venendo meno i costi della logistica, i cinesi sarebbero in una posizione di forte vantaggio.
Secondo quanto riportato da Reuters, in base alle indiscrezioni riferite da una fonte interna all’azienda tedesca, Volkswagen sarebbe disposta a vendere il sito di Osnabrück, potenzialmente per un valore stimato tra i 100 e i 300 milioni di euro, come alternativa più conveniente alla chiusura totale.
Il motivo della riservatezza è che si tratta di un’operazione sensibile che avrebbe una valenza superiore a quella di una semplice cessione. Diventerebbe l’emblema della crisi profonda di un asset importante dell’economia tedesca e una resa nei confronti di un «nemico». C’è poi da considerare il ruolo dei sindacati che avrebbero già manifestato alcune resistenze. I lavoratori, rappresentati da Stephan Soldanski, sarebbero però disponibili a produrre per joint venture cinesi, purché gli standard e il marchio Volkswagen siano mantenuti. È evidente che si sentono tra l’incudine della chiusura e il martello di passare in mani straniere con tutto ciò che questo significherebbe anche in termini di relazione i sindacali. Le fabbriche tedesche hanno una lunga tradizione per quanto riguarda il ruolo del sindacato anche nelle strategie. Va anche tenuto presente un altro aspetto di tipo geopolitico. I rapporti economici tra Germania e Cina si sono raffreddati e ciò complica ulteriormente le decisioni strategiche di investimento.
Anche perché le difficoltà della Volkswagen hanno origine proprio in Cina che per la casa tedesca ha da sempre rappresentato un mercato di sbocco importante. Questo trend però si è invertito, da quando la politica di Pechino è orientata a spingere i consumi verso i prodotti nazionali che sono anche più concorrenziali. Il ceto medio alto, acquirente privilegiato del made in Europa, sta riscoprendo, anche sotto il pressing di un abile marketing, i marchi domestici. Lo dimostrano i dati commerciali aggregati, pubblicati dal gruppo Volkswagen per l’intero 2024: le vendite globali, pari a 9.027.400 unità, risultano in calo del 2,3% e la causa principale è la contrazione quasi a doppia cifra registrata nel Paese del Dragone, tuttora fonte di quasi un terzo dei volumi. In Cina, Wolfsburg ha venduto 2.928.100 veicoli, il 9,5% in meno rispetto al 2023. L’area dell’Asia Pacifico fa anche peggio (-17,6%), ma si tratta di numeri relativamente bassi (295.200 unità). Il fenomeno è evidente nei due marchi di punta: Volkswagen ha chiuso l’anno con 4.796.900 unità commercializzate e un -1,4% (anche in questo caso pesa la Cina, con un calo dell’8,3%) e Porsche con 310.700 vendite e una flessione del 3% e anche qui c’entra la Cina, dove la Casa di Zuffenhausen ha portato a casa un raggelante - 28%.
Un arretramento nel quale il Gruppo è in compagnia degli altri marchi premium, Bmw, Mercedes e Audi che hanno archiviato il 2024 sul mercato del Dragone, rispettivamente con -13,4%, -7% e -11%.
Eppure questi dati e ora le indiscrezioni della Reuters sull’interesse cinese per uno stabilimento di Volkswagen, non hanno sollecitato alcuna reazione da parte della Commissione europea. Dove è finita la difesa dei gioielli europei? Dove la tutela della produzione e di marchi storici? Eppure si potrebbe porre anche un problema di sicurezza. L’ingresso in uno stabilimento chiave, significa avere accesso alle tecnologie, significa costruire una piattaforma per una progressiva colonizzazione ad ampio raggio. Ursula von der Leyen non pervenuta.
Surplus record per Xi Jinping. Trump può usare l’Ue per fermarlo
Si susseguono le audizioni dei membri del nuovo governo americano davanti al Congresso, mentre la nuova amministrazione, guidata dal presidente eletto Donald Trump, è in procinto di assumere le proprie funzioni dal prossimo 20 gennaio. In questi giorni è stato ascoltato in Senato, Chris Wright, scelto per il ruolo di segretario all’energia, che ha detto ai senatori che promuoverà tutte le fonti di energia americana. Nella sua audizione, invece, il designato segretario di Stato americano Marco Rubio ha sparato a zero sulla Germania. Sulla vicenda del gasdotto Nord Stream 2 ha detto: «Si scopre che Trump aveva ragione al 100% e che questa dipendenza dall’energia russa rappresentava una grave perdita di deterrenza contro la Russia», riferendosi ad un discorso di Trump alle Nazioni Unite nel 2018, quando i diplomatici tedeschi presenti furono ripresi mentre ridevano ascoltando le dichiarazioni dell’allora Presidente americano sul raddoppio del gasdotto che portava il gas russo in Germania. Secondo Rubio, proprio grazie a questo Vladimir Putin si è sentito incoraggiato a invadere l’Ucraina. «Il problema non è ancora risolto», ha detto Rubio. Il riferimento è alle importazioni di gas dalla Russia da parte dell’Europa (50 miliardi di Smc nel 2024) e in particolare all’import di Gnl russo, che Trump punta a sostituire con Gnl americano.
L’equilibrio del mercato mondiale del gas è molto instabile, soprattutto perché la Germania «non vuole impegnarsi su contratti di lungo termine per comprare Gnl, poiché questo contrasta con gli obiettivi climatici di riduzione delle emissioni», come ha detto un ricercatore del centro studi tedesco Swp al quotidiano Handelsblatt. Proprio l’assenza di contratti a lungo termine porta volatilità sui mercati, come si è visto negli ultimi mesi: se il mercato resta guidato dai contratti spot di Gnl i rialzi improvvisi sono pressoché inevitabili.
Ma dalle parole dei due neo-segretari americani appare esserci in gioco molto di più del gas russo. Trump potrebbe infatti usare la leva dell’energia per fare pressione sull’Ue affinché allenti i rapporti con la Cina. Ciò riguarda i prodotti industriali per la produzione di energia rinnovabile (pannelli solari, turbine eoliche) ma anche l’auto elettrica, compresi i materiali per le batterie, e i semiconduttori per l’intelligenza artificiale.
È certo intenzione di Trump riequilibrare la bilancia commerciale statunitense, in forte deficit verso Europa e Cina, ma anche creare uno scudo strategico rispetto all’influenza cinese. I dazi paventati sinora sono l’inizio di un percorso. L’inevitabile frattura nella globalizzazione che ne seguirebbe vedrebbe una sfera di influenza occidentale separata, almeno sui beni industriali più rilevanti.
La Cina nel 2024 ha fatto registrare il maggiore surplus commerciale della storia (1.000 miliardi di dollari), ma la incipiente frammentazione della globalizzazione in sfere di influenza potrebbe provocare contraccolpi seri su Pechino, considerata l’enorme capacità produttiva che potrebbe restare inutilizzata.
Per quanto la prospettiva di una guerra commerciale possa preoccupare, però, per l’industria europea potrebbe trattarsi di un elemento di rinascita: l’allontanamento dalla fabbrica del mondo a basso costo (la Cina appunto) obbligherebbe l’Europa a ricostituire la propria industria. Sarebbero necessari ingenti investimenti, anche pubblici, e molte delle regole green che hanno fatto crollare la produzione industriale Ue dovrebbero essere sospese o fermate del tutto.
Un rilancio dell’industria europea non potrà che tradursi in prezzi più alti di quelli cui siamo stati abituati con i prodotti cinesi a basso costo. Ne discende che l’inflazione sarà strutturalmente più alta e per le banche centrali saranno anni di passione, considerata l’esigenza di salari più alti. Resta la grande questione europea: il rigore sui bilanci pubblici cozza frontalmente con le esigenze di massicci investimenti e con il rilancio dei consumi interni. L’Ue, però, appare molto indietro nell’analisi e ingessata nel fallimentare paradigma dell’austerità.
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Volkswagen pronta a cedere i siti in crisi. Dopo averle regalato il mercato con i diktat green, ora l’Europa apre le porte alla Cina.The Donald disposto a giocare con la leva energetica per dividere l’Unione dall’Asia.Lo speciale contiene due articoli.Bruxelles fa un altro regalo alla Cina. Il passaggio forzato ai motori elettrici non solo sta favorendo Pechino che su questa tecnologia è avanti anni luce e gode dei sussidi governativi ma sta anche portando alla chiusura stabilimenti storici, favorendone il passaggio alle case produttrici di Pechino. Queste avrebbero un duplice vantaggio: potrebbero rilevare fabbriche importanti a prezzi insperati fino a qualche anno fa e soprattutto aggirare in questo modo le tariffe imposte dalla Ue sulle auto prodotte oltre la Grande Muraglia. Un bel risultato, non c’è che dire. È quanto sta succedendo alla Volkswagen che su questo terreno rischia di anticipare quello che a stretto giro riguarderà anche altre case automobilistiche europee. La casa tedesca da tempo si dibatte in una crisi profonda che l’ha portata a tagli draconiani del personale, dei salari e finanche degli stabilimenti. Al centro della riorganizzazione ci sono i due siti di Dresda e Osnabrück. Lo stabilimento di Dresda, che produce l’ID3 elettrica e impiega 340 lavoratori, vedrà la fine delle attività nel 2025, mentre quello di Osnabrück, dove si assemblano 2.300 T-Roc Cabriolet all’anno, sarà operativo fino al 2027. Ebbene, entrambe sarebbero entrate nel focus di interesse di funzionari e aziende cinesi. Una fonte vicina al governo di Pechino, citata da Reuters, ha spiegato che l’acquisizione di una fabbrica in Germania potrebbe rafforzare l’influenza della Cina nel settore automobilistico europeo.La costruzione di veicoli elettrici direttamente in Germania consentirebbe ai cinesi di acquisire una maggiore competitività nei confronti delle case automobilistiche europee, già messe sotto pressione dalla rapida ascesa di produttori asiatici. Bypassando i dazi all’ingresso nella Ue e venendo meno i costi della logistica, i cinesi sarebbero in una posizione di forte vantaggio. Secondo quanto riportato da Reuters, in base alle indiscrezioni riferite da una fonte interna all’azienda tedesca, Volkswagen sarebbe disposta a vendere il sito di Osnabrück, potenzialmente per un valore stimato tra i 100 e i 300 milioni di euro, come alternativa più conveniente alla chiusura totale.Il motivo della riservatezza è che si tratta di un’operazione sensibile che avrebbe una valenza superiore a quella di una semplice cessione. Diventerebbe l’emblema della crisi profonda di un asset importante dell’economia tedesca e una resa nei confronti di un «nemico». C’è poi da considerare il ruolo dei sindacati che avrebbero già manifestato alcune resistenze. I lavoratori, rappresentati da Stephan Soldanski, sarebbero però disponibili a produrre per joint venture cinesi, purché gli standard e il marchio Volkswagen siano mantenuti. È evidente che si sentono tra l’incudine della chiusura e il martello di passare in mani straniere con tutto ciò che questo significherebbe anche in termini di relazione i sindacali. Le fabbriche tedesche hanno una lunga tradizione per quanto riguarda il ruolo del sindacato anche nelle strategie. Va anche tenuto presente un altro aspetto di tipo geopolitico. I rapporti economici tra Germania e Cina si sono raffreddati e ciò complica ulteriormente le decisioni strategiche di investimento.Anche perché le difficoltà della Volkswagen hanno origine proprio in Cina che per la casa tedesca ha da sempre rappresentato un mercato di sbocco importante. Questo trend però si è invertito, da quando la politica di Pechino è orientata a spingere i consumi verso i prodotti nazionali che sono anche più concorrenziali. Il ceto medio alto, acquirente privilegiato del made in Europa, sta riscoprendo, anche sotto il pressing di un abile marketing, i marchi domestici. Lo dimostrano i dati commerciali aggregati, pubblicati dal gruppo Volkswagen per l’intero 2024: le vendite globali, pari a 9.027.400 unità, risultano in calo del 2,3% e la causa principale è la contrazione quasi a doppia cifra registrata nel Paese del Dragone, tuttora fonte di quasi un terzo dei volumi. In Cina, Wolfsburg ha venduto 2.928.100 veicoli, il 9,5% in meno rispetto al 2023. L’area dell’Asia Pacifico fa anche peggio (-17,6%), ma si tratta di numeri relativamente bassi (295.200 unità). Il fenomeno è evidente nei due marchi di punta: Volkswagen ha chiuso l’anno con 4.796.900 unità commercializzate e un -1,4% (anche in questo caso pesa la Cina, con un calo dell’8,3%) e Porsche con 310.700 vendite e una flessione del 3% e anche qui c’entra la Cina, dove la Casa di Zuffenhausen ha portato a casa un raggelante - 28%.Un arretramento nel quale il Gruppo è in compagnia degli altri marchi premium, Bmw, Mercedes e Audi che hanno archiviato il 2024 sul mercato del Dragone, rispettivamente con -13,4%, -7% e -11%.Eppure questi dati e ora le indiscrezioni della Reuters sull’interesse cinese per uno stabilimento di Volkswagen, non hanno sollecitato alcuna reazione da parte della Commissione europea. Dove è finita la difesa dei gioielli europei? Dove la tutela della produzione e di marchi storici? Eppure si potrebbe porre anche un problema di sicurezza. L’ingresso in uno stabilimento chiave, significa avere accesso alle tecnologie, significa costruire una piattaforma per una progressiva colonizzazione ad ampio raggio. Ursula von der Leyen non pervenuta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cina-europa-2670876147.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="surplus-record-per-xi-jinping-trump-puo-usare-lue-per-fermarlo" data-post-id="2670876147" data-published-at="1737124416" data-use-pagination="False"> Surplus record per Xi Jinping. Trump può usare l’Ue per fermarlo Si susseguono le audizioni dei membri del nuovo governo americano davanti al Congresso, mentre la nuova amministrazione, guidata dal presidente eletto Donald Trump, è in procinto di assumere le proprie funzioni dal prossimo 20 gennaio. In questi giorni è stato ascoltato in Senato, Chris Wright, scelto per il ruolo di segretario all’energia, che ha detto ai senatori che promuoverà tutte le fonti di energia americana. Nella sua audizione, invece, il designato segretario di Stato americano Marco Rubio ha sparato a zero sulla Germania. Sulla vicenda del gasdotto Nord Stream 2 ha detto: «Si scopre che Trump aveva ragione al 100% e che questa dipendenza dall’energia russa rappresentava una grave perdita di deterrenza contro la Russia», riferendosi ad un discorso di Trump alle Nazioni Unite nel 2018, quando i diplomatici tedeschi presenti furono ripresi mentre ridevano ascoltando le dichiarazioni dell’allora Presidente americano sul raddoppio del gasdotto che portava il gas russo in Germania. Secondo Rubio, proprio grazie a questo Vladimir Putin si è sentito incoraggiato a invadere l’Ucraina. «Il problema non è ancora risolto», ha detto Rubio. Il riferimento è alle importazioni di gas dalla Russia da parte dell’Europa (50 miliardi di Smc nel 2024) e in particolare all’import di Gnl russo, che Trump punta a sostituire con Gnl americano. L’equilibrio del mercato mondiale del gas è molto instabile, soprattutto perché la Germania «non vuole impegnarsi su contratti di lungo termine per comprare Gnl, poiché questo contrasta con gli obiettivi climatici di riduzione delle emissioni», come ha detto un ricercatore del centro studi tedesco Swp al quotidiano Handelsblatt. Proprio l’assenza di contratti a lungo termine porta volatilità sui mercati, come si è visto negli ultimi mesi: se il mercato resta guidato dai contratti spot di Gnl i rialzi improvvisi sono pressoché inevitabili. Ma dalle parole dei due neo-segretari americani appare esserci in gioco molto di più del gas russo. Trump potrebbe infatti usare la leva dell’energia per fare pressione sull’Ue affinché allenti i rapporti con la Cina. Ciò riguarda i prodotti industriali per la produzione di energia rinnovabile (pannelli solari, turbine eoliche) ma anche l’auto elettrica, compresi i materiali per le batterie, e i semiconduttori per l’intelligenza artificiale. È certo intenzione di Trump riequilibrare la bilancia commerciale statunitense, in forte deficit verso Europa e Cina, ma anche creare uno scudo strategico rispetto all’influenza cinese. I dazi paventati sinora sono l’inizio di un percorso. L’inevitabile frattura nella globalizzazione che ne seguirebbe vedrebbe una sfera di influenza occidentale separata, almeno sui beni industriali più rilevanti. La Cina nel 2024 ha fatto registrare il maggiore surplus commerciale della storia (1.000 miliardi di dollari), ma la incipiente frammentazione della globalizzazione in sfere di influenza potrebbe provocare contraccolpi seri su Pechino, considerata l’enorme capacità produttiva che potrebbe restare inutilizzata. Per quanto la prospettiva di una guerra commerciale possa preoccupare, però, per l’industria europea potrebbe trattarsi di un elemento di rinascita: l’allontanamento dalla fabbrica del mondo a basso costo (la Cina appunto) obbligherebbe l’Europa a ricostituire la propria industria. Sarebbero necessari ingenti investimenti, anche pubblici, e molte delle regole green che hanno fatto crollare la produzione industriale Ue dovrebbero essere sospese o fermate del tutto. Un rilancio dell’industria europea non potrà che tradursi in prezzi più alti di quelli cui siamo stati abituati con i prodotti cinesi a basso costo. Ne discende che l’inflazione sarà strutturalmente più alta e per le banche centrali saranno anni di passione, considerata l’esigenza di salari più alti. Resta la grande questione europea: il rigore sui bilanci pubblici cozza frontalmente con le esigenze di massicci investimenti e con il rilancio dei consumi interni. L’Ue, però, appare molto indietro nell’analisi e ingessata nel fallimentare paradigma dell’austerità.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.