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2025-01-17
Tedeschi masochisti: vogliono svendere le fabbriche d’auto ai nemici di Pechino
(Getty Images)
Bruxelles fa un altro regalo alla Cina. Il passaggio forzato ai motori elettrici non solo sta favorendo Pechino che su questa tecnologia è avanti anni luce e gode dei sussidi governativi ma sta anche portando alla chiusura stabilimenti storici, favorendone il passaggio alle case produttrici di Pechino. Queste avrebbero un duplice vantaggio: potrebbero rilevare fabbriche importanti a prezzi insperati fino a qualche anno fa e soprattutto aggirare in questo modo le tariffe imposte dalla Ue sulle auto prodotte oltre la Grande Muraglia. Un bel risultato, non c’è che dire. È quanto sta succedendo alla Volkswagen che su questo terreno rischia di anticipare quello che a stretto giro riguarderà anche altre case automobilistiche europee. La casa tedesca da tempo si dibatte in una crisi profonda che l’ha portata a tagli draconiani del personale, dei salari e finanche degli stabilimenti. Al centro della riorganizzazione ci sono i due siti di Dresda e Osnabrück. Lo stabilimento di Dresda, che produce l’ID3 elettrica e impiega 340 lavoratori, vedrà la fine delle attività nel 2025, mentre quello di Osnabrück, dove si assemblano 2.300 T-Roc Cabriolet all’anno, sarà operativo fino al 2027. Ebbene, entrambe sarebbero entrate nel focus di interesse di funzionari e aziende cinesi. Una fonte vicina al governo di Pechino, citata da Reuters, ha spiegato che l’acquisizione di una fabbrica in Germania potrebbe rafforzare l’influenza della Cina nel settore automobilistico europeo.
La costruzione di veicoli elettrici direttamente in Germania consentirebbe ai cinesi di acquisire una maggiore competitività nei confronti delle case automobilistiche europee, già messe sotto pressione dalla rapida ascesa di produttori asiatici. Bypassando i dazi all’ingresso nella Ue e venendo meno i costi della logistica, i cinesi sarebbero in una posizione di forte vantaggio.
Secondo quanto riportato da Reuters, in base alle indiscrezioni riferite da una fonte interna all’azienda tedesca, Volkswagen sarebbe disposta a vendere il sito di Osnabrück, potenzialmente per un valore stimato tra i 100 e i 300 milioni di euro, come alternativa più conveniente alla chiusura totale.
Il motivo della riservatezza è che si tratta di un’operazione sensibile che avrebbe una valenza superiore a quella di una semplice cessione. Diventerebbe l’emblema della crisi profonda di un asset importante dell’economia tedesca e una resa nei confronti di un «nemico». C’è poi da considerare il ruolo dei sindacati che avrebbero già manifestato alcune resistenze. I lavoratori, rappresentati da Stephan Soldanski, sarebbero però disponibili a produrre per joint venture cinesi, purché gli standard e il marchio Volkswagen siano mantenuti. È evidente che si sentono tra l’incudine della chiusura e il martello di passare in mani straniere con tutto ciò che questo significherebbe anche in termini di relazione i sindacali. Le fabbriche tedesche hanno una lunga tradizione per quanto riguarda il ruolo del sindacato anche nelle strategie. Va anche tenuto presente un altro aspetto di tipo geopolitico. I rapporti economici tra Germania e Cina si sono raffreddati e ciò complica ulteriormente le decisioni strategiche di investimento.
Anche perché le difficoltà della Volkswagen hanno origine proprio in Cina che per la casa tedesca ha da sempre rappresentato un mercato di sbocco importante. Questo trend però si è invertito, da quando la politica di Pechino è orientata a spingere i consumi verso i prodotti nazionali che sono anche più concorrenziali. Il ceto medio alto, acquirente privilegiato del made in Europa, sta riscoprendo, anche sotto il pressing di un abile marketing, i marchi domestici. Lo dimostrano i dati commerciali aggregati, pubblicati dal gruppo Volkswagen per l’intero 2024: le vendite globali, pari a 9.027.400 unità, risultano in calo del 2,3% e la causa principale è la contrazione quasi a doppia cifra registrata nel Paese del Dragone, tuttora fonte di quasi un terzo dei volumi. In Cina, Wolfsburg ha venduto 2.928.100 veicoli, il 9,5% in meno rispetto al 2023. L’area dell’Asia Pacifico fa anche peggio (-17,6%), ma si tratta di numeri relativamente bassi (295.200 unità). Il fenomeno è evidente nei due marchi di punta: Volkswagen ha chiuso l’anno con 4.796.900 unità commercializzate e un -1,4% (anche in questo caso pesa la Cina, con un calo dell’8,3%) e Porsche con 310.700 vendite e una flessione del 3% e anche qui c’entra la Cina, dove la Casa di Zuffenhausen ha portato a casa un raggelante - 28%.
Un arretramento nel quale il Gruppo è in compagnia degli altri marchi premium, Bmw, Mercedes e Audi che hanno archiviato il 2024 sul mercato del Dragone, rispettivamente con -13,4%, -7% e -11%.
Eppure questi dati e ora le indiscrezioni della Reuters sull’interesse cinese per uno stabilimento di Volkswagen, non hanno sollecitato alcuna reazione da parte della Commissione europea. Dove è finita la difesa dei gioielli europei? Dove la tutela della produzione e di marchi storici? Eppure si potrebbe porre anche un problema di sicurezza. L’ingresso in uno stabilimento chiave, significa avere accesso alle tecnologie, significa costruire una piattaforma per una progressiva colonizzazione ad ampio raggio. Ursula von der Leyen non pervenuta.
Surplus record per Xi Jinping. Trump può usare l’Ue per fermarlo
Si susseguono le audizioni dei membri del nuovo governo americano davanti al Congresso, mentre la nuova amministrazione, guidata dal presidente eletto Donald Trump, è in procinto di assumere le proprie funzioni dal prossimo 20 gennaio. In questi giorni è stato ascoltato in Senato, Chris Wright, scelto per il ruolo di segretario all’energia, che ha detto ai senatori che promuoverà tutte le fonti di energia americana. Nella sua audizione, invece, il designato segretario di Stato americano Marco Rubio ha sparato a zero sulla Germania. Sulla vicenda del gasdotto Nord Stream 2 ha detto: «Si scopre che Trump aveva ragione al 100% e che questa dipendenza dall’energia russa rappresentava una grave perdita di deterrenza contro la Russia», riferendosi ad un discorso di Trump alle Nazioni Unite nel 2018, quando i diplomatici tedeschi presenti furono ripresi mentre ridevano ascoltando le dichiarazioni dell’allora Presidente americano sul raddoppio del gasdotto che portava il gas russo in Germania. Secondo Rubio, proprio grazie a questo Vladimir Putin si è sentito incoraggiato a invadere l’Ucraina. «Il problema non è ancora risolto», ha detto Rubio. Il riferimento è alle importazioni di gas dalla Russia da parte dell’Europa (50 miliardi di Smc nel 2024) e in particolare all’import di Gnl russo, che Trump punta a sostituire con Gnl americano.
L’equilibrio del mercato mondiale del gas è molto instabile, soprattutto perché la Germania «non vuole impegnarsi su contratti di lungo termine per comprare Gnl, poiché questo contrasta con gli obiettivi climatici di riduzione delle emissioni», come ha detto un ricercatore del centro studi tedesco Swp al quotidiano Handelsblatt. Proprio l’assenza di contratti a lungo termine porta volatilità sui mercati, come si è visto negli ultimi mesi: se il mercato resta guidato dai contratti spot di Gnl i rialzi improvvisi sono pressoché inevitabili.
Ma dalle parole dei due neo-segretari americani appare esserci in gioco molto di più del gas russo. Trump potrebbe infatti usare la leva dell’energia per fare pressione sull’Ue affinché allenti i rapporti con la Cina. Ciò riguarda i prodotti industriali per la produzione di energia rinnovabile (pannelli solari, turbine eoliche) ma anche l’auto elettrica, compresi i materiali per le batterie, e i semiconduttori per l’intelligenza artificiale.
È certo intenzione di Trump riequilibrare la bilancia commerciale statunitense, in forte deficit verso Europa e Cina, ma anche creare uno scudo strategico rispetto all’influenza cinese. I dazi paventati sinora sono l’inizio di un percorso. L’inevitabile frattura nella globalizzazione che ne seguirebbe vedrebbe una sfera di influenza occidentale separata, almeno sui beni industriali più rilevanti.
La Cina nel 2024 ha fatto registrare il maggiore surplus commerciale della storia (1.000 miliardi di dollari), ma la incipiente frammentazione della globalizzazione in sfere di influenza potrebbe provocare contraccolpi seri su Pechino, considerata l’enorme capacità produttiva che potrebbe restare inutilizzata.
Per quanto la prospettiva di una guerra commerciale possa preoccupare, però, per l’industria europea potrebbe trattarsi di un elemento di rinascita: l’allontanamento dalla fabbrica del mondo a basso costo (la Cina appunto) obbligherebbe l’Europa a ricostituire la propria industria. Sarebbero necessari ingenti investimenti, anche pubblici, e molte delle regole green che hanno fatto crollare la produzione industriale Ue dovrebbero essere sospese o fermate del tutto.
Un rilancio dell’industria europea non potrà che tradursi in prezzi più alti di quelli cui siamo stati abituati con i prodotti cinesi a basso costo. Ne discende che l’inflazione sarà strutturalmente più alta e per le banche centrali saranno anni di passione, considerata l’esigenza di salari più alti. Resta la grande questione europea: il rigore sui bilanci pubblici cozza frontalmente con le esigenze di massicci investimenti e con il rilancio dei consumi interni. L’Ue, però, appare molto indietro nell’analisi e ingessata nel fallimentare paradigma dell’austerità.
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Volkswagen pronta a cedere i siti in crisi. Dopo averle regalato il mercato con i diktat green, ora l’Europa apre le porte alla Cina.The Donald disposto a giocare con la leva energetica per dividere l’Unione dall’Asia.Lo speciale contiene due articoli.Bruxelles fa un altro regalo alla Cina. Il passaggio forzato ai motori elettrici non solo sta favorendo Pechino che su questa tecnologia è avanti anni luce e gode dei sussidi governativi ma sta anche portando alla chiusura stabilimenti storici, favorendone il passaggio alle case produttrici di Pechino. Queste avrebbero un duplice vantaggio: potrebbero rilevare fabbriche importanti a prezzi insperati fino a qualche anno fa e soprattutto aggirare in questo modo le tariffe imposte dalla Ue sulle auto prodotte oltre la Grande Muraglia. Un bel risultato, non c’è che dire. È quanto sta succedendo alla Volkswagen che su questo terreno rischia di anticipare quello che a stretto giro riguarderà anche altre case automobilistiche europee. La casa tedesca da tempo si dibatte in una crisi profonda che l’ha portata a tagli draconiani del personale, dei salari e finanche degli stabilimenti. Al centro della riorganizzazione ci sono i due siti di Dresda e Osnabrück. Lo stabilimento di Dresda, che produce l’ID3 elettrica e impiega 340 lavoratori, vedrà la fine delle attività nel 2025, mentre quello di Osnabrück, dove si assemblano 2.300 T-Roc Cabriolet all’anno, sarà operativo fino al 2027. Ebbene, entrambe sarebbero entrate nel focus di interesse di funzionari e aziende cinesi. Una fonte vicina al governo di Pechino, citata da Reuters, ha spiegato che l’acquisizione di una fabbrica in Germania potrebbe rafforzare l’influenza della Cina nel settore automobilistico europeo.La costruzione di veicoli elettrici direttamente in Germania consentirebbe ai cinesi di acquisire una maggiore competitività nei confronti delle case automobilistiche europee, già messe sotto pressione dalla rapida ascesa di produttori asiatici. Bypassando i dazi all’ingresso nella Ue e venendo meno i costi della logistica, i cinesi sarebbero in una posizione di forte vantaggio. Secondo quanto riportato da Reuters, in base alle indiscrezioni riferite da una fonte interna all’azienda tedesca, Volkswagen sarebbe disposta a vendere il sito di Osnabrück, potenzialmente per un valore stimato tra i 100 e i 300 milioni di euro, come alternativa più conveniente alla chiusura totale.Il motivo della riservatezza è che si tratta di un’operazione sensibile che avrebbe una valenza superiore a quella di una semplice cessione. Diventerebbe l’emblema della crisi profonda di un asset importante dell’economia tedesca e una resa nei confronti di un «nemico». C’è poi da considerare il ruolo dei sindacati che avrebbero già manifestato alcune resistenze. I lavoratori, rappresentati da Stephan Soldanski, sarebbero però disponibili a produrre per joint venture cinesi, purché gli standard e il marchio Volkswagen siano mantenuti. È evidente che si sentono tra l’incudine della chiusura e il martello di passare in mani straniere con tutto ciò che questo significherebbe anche in termini di relazione i sindacali. Le fabbriche tedesche hanno una lunga tradizione per quanto riguarda il ruolo del sindacato anche nelle strategie. Va anche tenuto presente un altro aspetto di tipo geopolitico. I rapporti economici tra Germania e Cina si sono raffreddati e ciò complica ulteriormente le decisioni strategiche di investimento.Anche perché le difficoltà della Volkswagen hanno origine proprio in Cina che per la casa tedesca ha da sempre rappresentato un mercato di sbocco importante. Questo trend però si è invertito, da quando la politica di Pechino è orientata a spingere i consumi verso i prodotti nazionali che sono anche più concorrenziali. Il ceto medio alto, acquirente privilegiato del made in Europa, sta riscoprendo, anche sotto il pressing di un abile marketing, i marchi domestici. Lo dimostrano i dati commerciali aggregati, pubblicati dal gruppo Volkswagen per l’intero 2024: le vendite globali, pari a 9.027.400 unità, risultano in calo del 2,3% e la causa principale è la contrazione quasi a doppia cifra registrata nel Paese del Dragone, tuttora fonte di quasi un terzo dei volumi. In Cina, Wolfsburg ha venduto 2.928.100 veicoli, il 9,5% in meno rispetto al 2023. L’area dell’Asia Pacifico fa anche peggio (-17,6%), ma si tratta di numeri relativamente bassi (295.200 unità). Il fenomeno è evidente nei due marchi di punta: Volkswagen ha chiuso l’anno con 4.796.900 unità commercializzate e un -1,4% (anche in questo caso pesa la Cina, con un calo dell’8,3%) e Porsche con 310.700 vendite e una flessione del 3% e anche qui c’entra la Cina, dove la Casa di Zuffenhausen ha portato a casa un raggelante - 28%.Un arretramento nel quale il Gruppo è in compagnia degli altri marchi premium, Bmw, Mercedes e Audi che hanno archiviato il 2024 sul mercato del Dragone, rispettivamente con -13,4%, -7% e -11%.Eppure questi dati e ora le indiscrezioni della Reuters sull’interesse cinese per uno stabilimento di Volkswagen, non hanno sollecitato alcuna reazione da parte della Commissione europea. Dove è finita la difesa dei gioielli europei? Dove la tutela della produzione e di marchi storici? Eppure si potrebbe porre anche un problema di sicurezza. L’ingresso in uno stabilimento chiave, significa avere accesso alle tecnologie, significa costruire una piattaforma per una progressiva colonizzazione ad ampio raggio. Ursula von der Leyen non pervenuta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cina-europa-2670876147.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="surplus-record-per-xi-jinping-trump-puo-usare-lue-per-fermarlo" data-post-id="2670876147" data-published-at="1737124416" data-use-pagination="False"> Surplus record per Xi Jinping. Trump può usare l’Ue per fermarlo Si susseguono le audizioni dei membri del nuovo governo americano davanti al Congresso, mentre la nuova amministrazione, guidata dal presidente eletto Donald Trump, è in procinto di assumere le proprie funzioni dal prossimo 20 gennaio. In questi giorni è stato ascoltato in Senato, Chris Wright, scelto per il ruolo di segretario all’energia, che ha detto ai senatori che promuoverà tutte le fonti di energia americana. Nella sua audizione, invece, il designato segretario di Stato americano Marco Rubio ha sparato a zero sulla Germania. Sulla vicenda del gasdotto Nord Stream 2 ha detto: «Si scopre che Trump aveva ragione al 100% e che questa dipendenza dall’energia russa rappresentava una grave perdita di deterrenza contro la Russia», riferendosi ad un discorso di Trump alle Nazioni Unite nel 2018, quando i diplomatici tedeschi presenti furono ripresi mentre ridevano ascoltando le dichiarazioni dell’allora Presidente americano sul raddoppio del gasdotto che portava il gas russo in Germania. Secondo Rubio, proprio grazie a questo Vladimir Putin si è sentito incoraggiato a invadere l’Ucraina. «Il problema non è ancora risolto», ha detto Rubio. Il riferimento è alle importazioni di gas dalla Russia da parte dell’Europa (50 miliardi di Smc nel 2024) e in particolare all’import di Gnl russo, che Trump punta a sostituire con Gnl americano. L’equilibrio del mercato mondiale del gas è molto instabile, soprattutto perché la Germania «non vuole impegnarsi su contratti di lungo termine per comprare Gnl, poiché questo contrasta con gli obiettivi climatici di riduzione delle emissioni», come ha detto un ricercatore del centro studi tedesco Swp al quotidiano Handelsblatt. Proprio l’assenza di contratti a lungo termine porta volatilità sui mercati, come si è visto negli ultimi mesi: se il mercato resta guidato dai contratti spot di Gnl i rialzi improvvisi sono pressoché inevitabili. Ma dalle parole dei due neo-segretari americani appare esserci in gioco molto di più del gas russo. Trump potrebbe infatti usare la leva dell’energia per fare pressione sull’Ue affinché allenti i rapporti con la Cina. Ciò riguarda i prodotti industriali per la produzione di energia rinnovabile (pannelli solari, turbine eoliche) ma anche l’auto elettrica, compresi i materiali per le batterie, e i semiconduttori per l’intelligenza artificiale. È certo intenzione di Trump riequilibrare la bilancia commerciale statunitense, in forte deficit verso Europa e Cina, ma anche creare uno scudo strategico rispetto all’influenza cinese. I dazi paventati sinora sono l’inizio di un percorso. L’inevitabile frattura nella globalizzazione che ne seguirebbe vedrebbe una sfera di influenza occidentale separata, almeno sui beni industriali più rilevanti. La Cina nel 2024 ha fatto registrare il maggiore surplus commerciale della storia (1.000 miliardi di dollari), ma la incipiente frammentazione della globalizzazione in sfere di influenza potrebbe provocare contraccolpi seri su Pechino, considerata l’enorme capacità produttiva che potrebbe restare inutilizzata. Per quanto la prospettiva di una guerra commerciale possa preoccupare, però, per l’industria europea potrebbe trattarsi di un elemento di rinascita: l’allontanamento dalla fabbrica del mondo a basso costo (la Cina appunto) obbligherebbe l’Europa a ricostituire la propria industria. Sarebbero necessari ingenti investimenti, anche pubblici, e molte delle regole green che hanno fatto crollare la produzione industriale Ue dovrebbero essere sospese o fermate del tutto. Un rilancio dell’industria europea non potrà che tradursi in prezzi più alti di quelli cui siamo stati abituati con i prodotti cinesi a basso costo. Ne discende che l’inflazione sarà strutturalmente più alta e per le banche centrali saranno anni di passione, considerata l’esigenza di salari più alti. Resta la grande questione europea: il rigore sui bilanci pubblici cozza frontalmente con le esigenze di massicci investimenti e con il rilancio dei consumi interni. L’Ue, però, appare molto indietro nell’analisi e ingessata nel fallimentare paradigma dell’austerità.
Guido Crosetto (Ansa)
Il progetto è contenuto in uno schema di Disegno di legge dal titolo «Disposizioni per la costituzione di Forze di riserva, in materia di personale militare nonché delega al governo per la revisione dello strumento militare», che abbiamo avuto modo di visionare.
Naturalmente, lo schema dovrà innanzitutto essere presentato dal ministro Guido Crosetto in Consiglio dei ministri: una volta licenziato dal Cdm, passerà all’esame del Parlamento, che potrà apportare eventuali modifiche. Dalla Difesa apprendiamo che a illustrare i contenuti del Ddl saranno anche esponenti di vertice delle Forze armate, attraverso specifiche audizioni. Veniamo ai dettagli. Per incrementare la capacità operativa dello strumento militare nazionale, si legge nello schema del Ddl, è istituita la riserva operativa, al fine di disporre di un adeguato bacino di personale addestrato e prontamente impiegabile, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, anche in tempo di pace. Ne farà parte personale militare in congedo da non più di cinque anni, che potrà essere richiamato in servizio, ma chi vorrà potrà fare domanda per una proroga. Il personale della riserva operativa può essere richiamato in servizio annualmente per lo svolgimento delle attività di addestramento finalizzate allo sviluppo e al mantenimento della prontezza operativa, secondo modalità definite dalla Forza armata di appartenenza. La riserva volontaria specialistica nasce invece al fine di disporre di un adeguato bacino di personale in possesso di peculiari competenze professionali, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, sin dal tempo di pace, per l’assolvimento dei compiti di cui all’articolo 89.
È costituita da ufficiali, marescialli, sergenti e graduati di complemento. Chi ne fa parte, può essere richiamato in servizio, a domanda, per specifiche esigenze della Forza armata di appartenenza o del Corpo unico della Sanità militare. Infine, la riserva territoriale: stando allo schema del Ddl, questo personale è impiegato in attività addestrative, operative e logistiche, limitatamente al territorio nazionale, presso comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione. Questa riserva ha l’obiettivo di avere a disposizione un bacino di personale radicato sul territorio nazionale, rapidamente impiegabile a supporto delle esigenze funzionali delle Forze armate, incluso quello a supporto delle Forze di polizia, alla gestione delle emergenze e delle calamità, al soccorso e all’assistenza. Per partecipare alle procedure selettive per il reclutamento dei volontari della riserva territoriale occorre avere un’età non inferiore a 25 anni e non superiore a 35, e un diploma di terza media. I vincitori delle procedure selettive sono ammessi alla ferma prefissata di dodici mesi e sono disponibili, limitatamente al territorio nazionale, per l’assegnazione a comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione.
Come dicevamo l’obiettivo è raggiungere gradualmente le 40.000 unità in più, a seconda delle risorse disponibili (un membro della riserva operativa richiamato in servizio, ad esempio, viene pagato 130 euro per ogni giornata di lavoro) e delle effettive capacità di reclutamento, con questo cronoprogramma: un massimo di 5.071 unità per il 2028, 5.321 per il 2029, 7.001 per il 2030, 7.444 per il 2031, 7.500 per il 2032 e 7.663 per il 2033. Questo aumento, a regime, porterebbe le forze armate italiane a superare le 200.000 unità. Intanto l’Italia si appresta a tagliare in maniera consistente rispetto a quanto previsto la somma da chiedere in prestito al fondo Safe (Security Action for Europe), uno strumento finanziario europeo da 150 miliardi di euro nato per sostenere gli Stati membri negli investimenti nel settore della difesa e negli appalti congiunti. Al nostro Paese è stata riservata una quota di prestiti agevolati pari a 14,9 miliardi di euro, ma l’intenzione del governo è ridurre i prestiti previsti a circa 5 miliardi di euro per dare priorità alle misure contro il caro energia. Del resto, come ha spesso ripetuto il premier Giorgia Meloni, se non si affronta la drammatica crescita dei prezzi dei carburanti, in Italia resterà ben poco da difendere.
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Volodymyr Zelensky (Getty Images)
Non gli bastano le centinaia di miliardi sborsati dall’Ue, macché: secondo quanto riferisce Politico.eu avrebbe chiesto ulteriori 20 miliardi di dollari. E stavolta li ha chiesti alla Nato. Proprio così. Venti miliardi cash che dovrebbero uscire dalle casse dell’Alleanza atlantica e finire diritti diritti all’esercito di Kiev, cessi d’oro permettendo. E a cosa serviranno questi soldi? A difendere la democrazia? Macché: ad attaccare la Russia. Sono gli stessi ucraini, alti funzionari della difesa, ad ammetterlo: «Tutti vedono che la Russia sta bruciando, noi vogliamo che bruci ancor di più». Quindi la Nato paghi subito e senza fare storie perché, dicono, «la finestra di opportunità potrebbe chiudersi». Chiaro, no? Per non chiudere le finestre d’opportunità, bisogna aprire i portafogli.
Il Parlamento europeo ha calcolato che fra febbraio 2022 e febbraio 2026 nelle casse ucraine siano finiti circa 200 miliardi di euro. Di questi oltre 15 miliardi sono stati pagati dai cittadini italiani. Poi poche settimane fa, dopo un lungo tiramolla, c’è stato un ulteriore stanziamento di 90 miliardi di euro. Uno pensa: si accontenteranno. Invece no. Invece, come quei figli spendaccioni, che più gli aumenti la paghetta e più scialano, e non ne hanno mai abbastanza, Zelensky è tornato a bussare quattrini. Vuole 20 miliardi di dollari, cioè 17,3 miliardi di euro al cambio attuale. E stavolta li chiede alla Nato che ovviamente li chiederà agli Stati membri. Risultato: pagano sempre i cittadini. Compresi i cittadini italiani che già non sono felici di dover versare più soldi alla Nato (il famoso 5 per cento del Pil), mentre la sanità è a pezzi e le pensioni restano da fame. Se poi gli dici che devono dare ancor più soldi alla Nato per dare ancor più soldi a Zelensky, perché deve andare a bombardare Mosca, che diranno secondo voi?
Eppure stando alle indiscrezioni autorevolmente riportate da Politico.eu, sembra tutto apparecchiato. La proposta verrà ufficialmente presentata il 18 giugno in occasione della prossima riunione del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, noto anche come «formato Ramstein». E poi sarà discussa nel vertice dei leader della Nato che si terrà a luglio ad Ankara, al quale parteciperà il questuante Zelensky.
«A ciascun alleato verrà chiesto un contributo tra i 2 e i 6 miliardi di dollari per raggiungere l’obiettivo di 20 miliardi», dicono gli alti funzionari ucraini aggiungendo, bontà loro, che «potrà trattarsi di aiuti o di prestiti». In pratica: i Paesi della Nato potranno scegliere se donare i soldi a fondo perduto o fingere che i soldi siano prestati, anche se non torneranno mai indietro. Non è meraviglioso? In compenso a Kiev sanno già come spenderli quei soldi, sempre al netto dei cessi d’oro, s’intende: acquisteranno «più droni, munizioni, apparecchiature per la guerra elettronica e soprattutto strumenti con capacità a lungo raggio». Ovvio: la Russia brucia, ora brucerà di più. E intanto bruciano anche un po’ dei nostri risparmi.
Comunque sembra tutto deciso. E, per portarsi avanti, ieri Zelensky ha annunciato aumenti di stipendio per i militari ucraini, che saranno operativi, retroattivamente, dal 1 giugno. Si alza il livello minimo della retribuzione, vengono «introdotti nuovi contratti molto più vantaggiosi» e anche premi di produzione legati al numero di combattimenti cui i soldati parteciperanno. In pratica più ne ammazzi, più bonus avrai in busta paga. «L’Ucraina ha le risorse per aumentare gli stipendi nelle Forze armate», ha annunciato trionfante Zelensky con apposito video. Dimenticando di dire che quelle risorse l’Ucraina ce l’ha perché gliele abbiamo gentilmente offerte noi…
Ora però non resta che aspettare il momento in cui i Paesi Nato gli offriranno il resto. E sarà bello sentire come lo spiegheranno ai loro cittadini: scusate, cari italiani, lo sappiamo che abbiamo già dato una barcata di miliardi a quel signore di Kiev, lo sappiamo che grazie ai nostri soldi lui può fare contratti vantaggiosi ai militari ucraini mentre gli stipendi nostri continuano a essere miseri, lo sappiamo che abbiamo già applicato venti pacchetti di sanzioni alla Russia che hanno fatto più male a noi che a loro, lo sappiamo che, come Ue, abbiamo appena stanziato 90 miliardi per sostenere gli eroici combattenti ucraini, ma adesso, scusateci, dobbiamo aggiungerne un’altra ventina, tutti insieme, e a noi italiani ne toccano non meno di due. Abbiate pazienza, ma così va il mondo oggi: lacrime, sangue e oro a Kiev. Non siete contenti? Lo sappiamo. Ma già che ci siamo vorremmo farvi una confidenza: sapete quello che vi abbiamo sempre detto, cioè che i vostri soldi servono per difendere l’Ucraina? Ecco: non è così. Quei soldi oggi non servono per difendere l’Ucraina: servono per attaccare la Russia. Dunque pagate e bombardate con noi: è il momento del lungo raggio, non del braccio corto.
Eppure vi ricordate quanta prudenza c’era all’inizio della guerra, quando cominciarono i primi finanziamenti all’Ucraina? «Daremo solo armi difensive», si diceva. Poi dopo un po’ la correzione: no, daremo anche armi offensive, ma solo leggere. Poi: no, daremo armi offensive e anche pesanti. Cioè i carri armati. Poi anche i super carri armati. Poi i missili a corto raggio. Poi a medio raggio. Poi a lungo raggio e pure i caccia. Ora si arriva direttamente al finanziamento Nato per «far bruciare la Russia». In pratica: si trascina la Nato in guerra per interposto quattrino. Non è uno scherzo: passo dopo passo ci siamo arrivati. Se la richiesta sarà avanzata e accettata, in effetti, la Nato parteciperà di fatto all’attacco alla Russia, in modo esplicito, senza per altro che una dichiarazione di guerra sia mai stata presentata e votata dai Parlamenti degli stati membri. Il prossimo che dice che così difendiamo la democrazia merita altri 20 miliardi. Ma di calci nel sedere.
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Donald Trump (Ansa)
I rapporti transatlantici potrebbero essere presto rimodellati. «Gli alleati europei non sono stati d’aiuto adesso, ma possono essere molto d’aiuto in futuro, dopo l’intesa con l’Iran», ha dichiarato ieri Donald Trump. Nelle stesse ore, il New York Times riferiva che gli Stati Uniti sarebbero pronti a ridurre gli aerei e le navi da guerra messe a disposizione per le operazioni militari della Nato in Europa. «I funzionari del Dipartimento della Guerra hanno comunicato agli alleati che gli Stati Uniti ridimensioneranno il proprio contributo al Modello di Forza Nato, in linea con le direttive di condivisione degli oneri previste dalla Strategia di Difesa Nazionale 2026 e con la visione del Dipartimento per una Nato 3.0», aveva del resto già dichiarato il Pentagono la settimana scorsa. Non solo. Il Comandante supremo delle Forze alleate in Europa, Alexus G. Grynkewich, ha anche annunciato ieri una graduale riduzione delle truppe Nato in Kosovo.
Sempre ieri, il ministero della Difesa di Canberra ha annunciato che, in base all’Aukus, a partire dal prossimo anno quattro sottomarini a propulsione nucleare, comandati dagli Stati Uniti, opereranno a rotazione nella costa occidentale australiana. Secondo quanto reso noto da alcuni funzionari americani, questo permetterà a Washington di avere maggiore proiezione sul Mar cinese meridionale: il che consentirà alla Casa Bianca di aumentare il proprio margine di manovra soprattutto per quanto riguarda la crescente tensione tra Pechino e Taipei. Era inoltre fine maggio, quando, nell’ambito del Quadrilateral security dialogue, i ministri degli esteri di Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno concordato di realizzare congiuntamente un porto nelle Fiji, oltre a firmare accordi in materia di minerali strategici e di sicurezza energetica.
Si tratta di mosse significative. Il Quadrilateral security dialogue è un formato che venne rilanciato nel 2017 ai tempi della prima amministrazione Trump e che, durante il primo anno della sua seconda presidenza, era sembrato finire parzialmente nel dimenticatoio a causa delle tensioni commerciali tra Washington e Nuova Delhi. L’Aukus è invece un patto di sicurezza tra Usa, Australia e Regno Unito, che fu sottoscritto da Joe Biden nel settembre 2021. Ebbene, Trump ha adesso intenzione di far leva su entrambe queste partnership per aumentare la deterrenza statunitense nei confronti di Pechino. Tutto questo, mentre, come abbiamo visto, la Casa Bianca si prepara a ridurre la propria presenza militare in Europa.
Emergono quindi almeno due considerazioni. Innanzitutto, è chiaro come, dal punto di vista strategico, per gli Stati Uniti il Vecchio continente stia sempre più diventando di secondaria importanza rispetto all’Indo-Pacifico. Parliamo di un trend che era già iniziato ai tempi della presidenza di Barack Obama e che si è rafforzato nel corso degli ultimi anni. Trump, a maggior ragione nel pieno del difficile sforzo diplomatico per porre fine al conflitto iraniano, ha bisogno di alleati proattivi, che si assumano maggiori responsabilità e che permettano di ridurre oneri e costi agli Stati Uniti. Tutto questo, in nome della priorità strategica di Washington, che è il contenimento della Cina.
In secondo luogo, il presidente americano ha intenzione di usare il sostegno militare anche come strumento di ricompensa o punizione nei rapporti altalenanti con gli alleati. Da una parte, anche a causa dei suoi rapporti non idilliaci con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Trump ha annunciato a maggio l’intenzione di ritirare 5.000 soldati americani dalla Germania; dall’altra, l’inquilino della Casa Bianca ha tuttavia detto di volerne inviare altrettanti in Polonia in nome della sua solida relazione politica con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Insomma, il Vecchio continente non può più dare nulla per scontato. E le ben note manovre filocinesi di leader, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, rischiano soltanto di complicare (anziché rilanciare) le relazioni transatlantiche.
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Francesco Cafiso, sassofonista siciliano che ha conquistato il mondo da giovanissimo senza dimenticare le sue radici, presenta il suo Vittoria Jazz Festival. Ricorda l’incontro che gli ha cambiato la vita, a 13 anni, con Wynton Marsalis. E rende omaggio al concittadino Arturo Di Modica, papà del Toro di Wall Street.