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2025-01-17
Tedeschi masochisti: vogliono svendere le fabbriche d’auto ai nemici di Pechino
(Getty Images)
Bruxelles fa un altro regalo alla Cina. Il passaggio forzato ai motori elettrici non solo sta favorendo Pechino che su questa tecnologia è avanti anni luce e gode dei sussidi governativi ma sta anche portando alla chiusura stabilimenti storici, favorendone il passaggio alle case produttrici di Pechino. Queste avrebbero un duplice vantaggio: potrebbero rilevare fabbriche importanti a prezzi insperati fino a qualche anno fa e soprattutto aggirare in questo modo le tariffe imposte dalla Ue sulle auto prodotte oltre la Grande Muraglia. Un bel risultato, non c’è che dire. È quanto sta succedendo alla Volkswagen che su questo terreno rischia di anticipare quello che a stretto giro riguarderà anche altre case automobilistiche europee. La casa tedesca da tempo si dibatte in una crisi profonda che l’ha portata a tagli draconiani del personale, dei salari e finanche degli stabilimenti. Al centro della riorganizzazione ci sono i due siti di Dresda e Osnabrück. Lo stabilimento di Dresda, che produce l’ID3 elettrica e impiega 340 lavoratori, vedrà la fine delle attività nel 2025, mentre quello di Osnabrück, dove si assemblano 2.300 T-Roc Cabriolet all’anno, sarà operativo fino al 2027. Ebbene, entrambe sarebbero entrate nel focus di interesse di funzionari e aziende cinesi. Una fonte vicina al governo di Pechino, citata da Reuters, ha spiegato che l’acquisizione di una fabbrica in Germania potrebbe rafforzare l’influenza della Cina nel settore automobilistico europeo.
La costruzione di veicoli elettrici direttamente in Germania consentirebbe ai cinesi di acquisire una maggiore competitività nei confronti delle case automobilistiche europee, già messe sotto pressione dalla rapida ascesa di produttori asiatici. Bypassando i dazi all’ingresso nella Ue e venendo meno i costi della logistica, i cinesi sarebbero in una posizione di forte vantaggio.
Secondo quanto riportato da Reuters, in base alle indiscrezioni riferite da una fonte interna all’azienda tedesca, Volkswagen sarebbe disposta a vendere il sito di Osnabrück, potenzialmente per un valore stimato tra i 100 e i 300 milioni di euro, come alternativa più conveniente alla chiusura totale.
Il motivo della riservatezza è che si tratta di un’operazione sensibile che avrebbe una valenza superiore a quella di una semplice cessione. Diventerebbe l’emblema della crisi profonda di un asset importante dell’economia tedesca e una resa nei confronti di un «nemico». C’è poi da considerare il ruolo dei sindacati che avrebbero già manifestato alcune resistenze. I lavoratori, rappresentati da Stephan Soldanski, sarebbero però disponibili a produrre per joint venture cinesi, purché gli standard e il marchio Volkswagen siano mantenuti. È evidente che si sentono tra l’incudine della chiusura e il martello di passare in mani straniere con tutto ciò che questo significherebbe anche in termini di relazione i sindacali. Le fabbriche tedesche hanno una lunga tradizione per quanto riguarda il ruolo del sindacato anche nelle strategie. Va anche tenuto presente un altro aspetto di tipo geopolitico. I rapporti economici tra Germania e Cina si sono raffreddati e ciò complica ulteriormente le decisioni strategiche di investimento.
Anche perché le difficoltà della Volkswagen hanno origine proprio in Cina che per la casa tedesca ha da sempre rappresentato un mercato di sbocco importante. Questo trend però si è invertito, da quando la politica di Pechino è orientata a spingere i consumi verso i prodotti nazionali che sono anche più concorrenziali. Il ceto medio alto, acquirente privilegiato del made in Europa, sta riscoprendo, anche sotto il pressing di un abile marketing, i marchi domestici. Lo dimostrano i dati commerciali aggregati, pubblicati dal gruppo Volkswagen per l’intero 2024: le vendite globali, pari a 9.027.400 unità, risultano in calo del 2,3% e la causa principale è la contrazione quasi a doppia cifra registrata nel Paese del Dragone, tuttora fonte di quasi un terzo dei volumi. In Cina, Wolfsburg ha venduto 2.928.100 veicoli, il 9,5% in meno rispetto al 2023. L’area dell’Asia Pacifico fa anche peggio (-17,6%), ma si tratta di numeri relativamente bassi (295.200 unità). Il fenomeno è evidente nei due marchi di punta: Volkswagen ha chiuso l’anno con 4.796.900 unità commercializzate e un -1,4% (anche in questo caso pesa la Cina, con un calo dell’8,3%) e Porsche con 310.700 vendite e una flessione del 3% e anche qui c’entra la Cina, dove la Casa di Zuffenhausen ha portato a casa un raggelante - 28%.
Un arretramento nel quale il Gruppo è in compagnia degli altri marchi premium, Bmw, Mercedes e Audi che hanno archiviato il 2024 sul mercato del Dragone, rispettivamente con -13,4%, -7% e -11%.
Eppure questi dati e ora le indiscrezioni della Reuters sull’interesse cinese per uno stabilimento di Volkswagen, non hanno sollecitato alcuna reazione da parte della Commissione europea. Dove è finita la difesa dei gioielli europei? Dove la tutela della produzione e di marchi storici? Eppure si potrebbe porre anche un problema di sicurezza. L’ingresso in uno stabilimento chiave, significa avere accesso alle tecnologie, significa costruire una piattaforma per una progressiva colonizzazione ad ampio raggio. Ursula von der Leyen non pervenuta.
Surplus record per Xi Jinping. Trump può usare l’Ue per fermarlo
Si susseguono le audizioni dei membri del nuovo governo americano davanti al Congresso, mentre la nuova amministrazione, guidata dal presidente eletto Donald Trump, è in procinto di assumere le proprie funzioni dal prossimo 20 gennaio. In questi giorni è stato ascoltato in Senato, Chris Wright, scelto per il ruolo di segretario all’energia, che ha detto ai senatori che promuoverà tutte le fonti di energia americana. Nella sua audizione, invece, il designato segretario di Stato americano Marco Rubio ha sparato a zero sulla Germania. Sulla vicenda del gasdotto Nord Stream 2 ha detto: «Si scopre che Trump aveva ragione al 100% e che questa dipendenza dall’energia russa rappresentava una grave perdita di deterrenza contro la Russia», riferendosi ad un discorso di Trump alle Nazioni Unite nel 2018, quando i diplomatici tedeschi presenti furono ripresi mentre ridevano ascoltando le dichiarazioni dell’allora Presidente americano sul raddoppio del gasdotto che portava il gas russo in Germania. Secondo Rubio, proprio grazie a questo Vladimir Putin si è sentito incoraggiato a invadere l’Ucraina. «Il problema non è ancora risolto», ha detto Rubio. Il riferimento è alle importazioni di gas dalla Russia da parte dell’Europa (50 miliardi di Smc nel 2024) e in particolare all’import di Gnl russo, che Trump punta a sostituire con Gnl americano.
L’equilibrio del mercato mondiale del gas è molto instabile, soprattutto perché la Germania «non vuole impegnarsi su contratti di lungo termine per comprare Gnl, poiché questo contrasta con gli obiettivi climatici di riduzione delle emissioni», come ha detto un ricercatore del centro studi tedesco Swp al quotidiano Handelsblatt. Proprio l’assenza di contratti a lungo termine porta volatilità sui mercati, come si è visto negli ultimi mesi: se il mercato resta guidato dai contratti spot di Gnl i rialzi improvvisi sono pressoché inevitabili.
Ma dalle parole dei due neo-segretari americani appare esserci in gioco molto di più del gas russo. Trump potrebbe infatti usare la leva dell’energia per fare pressione sull’Ue affinché allenti i rapporti con la Cina. Ciò riguarda i prodotti industriali per la produzione di energia rinnovabile (pannelli solari, turbine eoliche) ma anche l’auto elettrica, compresi i materiali per le batterie, e i semiconduttori per l’intelligenza artificiale.
È certo intenzione di Trump riequilibrare la bilancia commerciale statunitense, in forte deficit verso Europa e Cina, ma anche creare uno scudo strategico rispetto all’influenza cinese. I dazi paventati sinora sono l’inizio di un percorso. L’inevitabile frattura nella globalizzazione che ne seguirebbe vedrebbe una sfera di influenza occidentale separata, almeno sui beni industriali più rilevanti.
La Cina nel 2024 ha fatto registrare il maggiore surplus commerciale della storia (1.000 miliardi di dollari), ma la incipiente frammentazione della globalizzazione in sfere di influenza potrebbe provocare contraccolpi seri su Pechino, considerata l’enorme capacità produttiva che potrebbe restare inutilizzata.
Per quanto la prospettiva di una guerra commerciale possa preoccupare, però, per l’industria europea potrebbe trattarsi di un elemento di rinascita: l’allontanamento dalla fabbrica del mondo a basso costo (la Cina appunto) obbligherebbe l’Europa a ricostituire la propria industria. Sarebbero necessari ingenti investimenti, anche pubblici, e molte delle regole green che hanno fatto crollare la produzione industriale Ue dovrebbero essere sospese o fermate del tutto.
Un rilancio dell’industria europea non potrà che tradursi in prezzi più alti di quelli cui siamo stati abituati con i prodotti cinesi a basso costo. Ne discende che l’inflazione sarà strutturalmente più alta e per le banche centrali saranno anni di passione, considerata l’esigenza di salari più alti. Resta la grande questione europea: il rigore sui bilanci pubblici cozza frontalmente con le esigenze di massicci investimenti e con il rilancio dei consumi interni. L’Ue, però, appare molto indietro nell’analisi e ingessata nel fallimentare paradigma dell’austerità.
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Volkswagen pronta a cedere i siti in crisi. Dopo averle regalato il mercato con i diktat green, ora l’Europa apre le porte alla Cina.The Donald disposto a giocare con la leva energetica per dividere l’Unione dall’Asia.Lo speciale contiene due articoli.Bruxelles fa un altro regalo alla Cina. Il passaggio forzato ai motori elettrici non solo sta favorendo Pechino che su questa tecnologia è avanti anni luce e gode dei sussidi governativi ma sta anche portando alla chiusura stabilimenti storici, favorendone il passaggio alle case produttrici di Pechino. Queste avrebbero un duplice vantaggio: potrebbero rilevare fabbriche importanti a prezzi insperati fino a qualche anno fa e soprattutto aggirare in questo modo le tariffe imposte dalla Ue sulle auto prodotte oltre la Grande Muraglia. Un bel risultato, non c’è che dire. È quanto sta succedendo alla Volkswagen che su questo terreno rischia di anticipare quello che a stretto giro riguarderà anche altre case automobilistiche europee. La casa tedesca da tempo si dibatte in una crisi profonda che l’ha portata a tagli draconiani del personale, dei salari e finanche degli stabilimenti. Al centro della riorganizzazione ci sono i due siti di Dresda e Osnabrück. Lo stabilimento di Dresda, che produce l’ID3 elettrica e impiega 340 lavoratori, vedrà la fine delle attività nel 2025, mentre quello di Osnabrück, dove si assemblano 2.300 T-Roc Cabriolet all’anno, sarà operativo fino al 2027. Ebbene, entrambe sarebbero entrate nel focus di interesse di funzionari e aziende cinesi. Una fonte vicina al governo di Pechino, citata da Reuters, ha spiegato che l’acquisizione di una fabbrica in Germania potrebbe rafforzare l’influenza della Cina nel settore automobilistico europeo.La costruzione di veicoli elettrici direttamente in Germania consentirebbe ai cinesi di acquisire una maggiore competitività nei confronti delle case automobilistiche europee, già messe sotto pressione dalla rapida ascesa di produttori asiatici. Bypassando i dazi all’ingresso nella Ue e venendo meno i costi della logistica, i cinesi sarebbero in una posizione di forte vantaggio. Secondo quanto riportato da Reuters, in base alle indiscrezioni riferite da una fonte interna all’azienda tedesca, Volkswagen sarebbe disposta a vendere il sito di Osnabrück, potenzialmente per un valore stimato tra i 100 e i 300 milioni di euro, come alternativa più conveniente alla chiusura totale.Il motivo della riservatezza è che si tratta di un’operazione sensibile che avrebbe una valenza superiore a quella di una semplice cessione. Diventerebbe l’emblema della crisi profonda di un asset importante dell’economia tedesca e una resa nei confronti di un «nemico». C’è poi da considerare il ruolo dei sindacati che avrebbero già manifestato alcune resistenze. I lavoratori, rappresentati da Stephan Soldanski, sarebbero però disponibili a produrre per joint venture cinesi, purché gli standard e il marchio Volkswagen siano mantenuti. È evidente che si sentono tra l’incudine della chiusura e il martello di passare in mani straniere con tutto ciò che questo significherebbe anche in termini di relazione i sindacali. Le fabbriche tedesche hanno una lunga tradizione per quanto riguarda il ruolo del sindacato anche nelle strategie. Va anche tenuto presente un altro aspetto di tipo geopolitico. I rapporti economici tra Germania e Cina si sono raffreddati e ciò complica ulteriormente le decisioni strategiche di investimento.Anche perché le difficoltà della Volkswagen hanno origine proprio in Cina che per la casa tedesca ha da sempre rappresentato un mercato di sbocco importante. Questo trend però si è invertito, da quando la politica di Pechino è orientata a spingere i consumi verso i prodotti nazionali che sono anche più concorrenziali. Il ceto medio alto, acquirente privilegiato del made in Europa, sta riscoprendo, anche sotto il pressing di un abile marketing, i marchi domestici. Lo dimostrano i dati commerciali aggregati, pubblicati dal gruppo Volkswagen per l’intero 2024: le vendite globali, pari a 9.027.400 unità, risultano in calo del 2,3% e la causa principale è la contrazione quasi a doppia cifra registrata nel Paese del Dragone, tuttora fonte di quasi un terzo dei volumi. In Cina, Wolfsburg ha venduto 2.928.100 veicoli, il 9,5% in meno rispetto al 2023. L’area dell’Asia Pacifico fa anche peggio (-17,6%), ma si tratta di numeri relativamente bassi (295.200 unità). Il fenomeno è evidente nei due marchi di punta: Volkswagen ha chiuso l’anno con 4.796.900 unità commercializzate e un -1,4% (anche in questo caso pesa la Cina, con un calo dell’8,3%) e Porsche con 310.700 vendite e una flessione del 3% e anche qui c’entra la Cina, dove la Casa di Zuffenhausen ha portato a casa un raggelante - 28%.Un arretramento nel quale il Gruppo è in compagnia degli altri marchi premium, Bmw, Mercedes e Audi che hanno archiviato il 2024 sul mercato del Dragone, rispettivamente con -13,4%, -7% e -11%.Eppure questi dati e ora le indiscrezioni della Reuters sull’interesse cinese per uno stabilimento di Volkswagen, non hanno sollecitato alcuna reazione da parte della Commissione europea. Dove è finita la difesa dei gioielli europei? Dove la tutela della produzione e di marchi storici? Eppure si potrebbe porre anche un problema di sicurezza. L’ingresso in uno stabilimento chiave, significa avere accesso alle tecnologie, significa costruire una piattaforma per una progressiva colonizzazione ad ampio raggio. Ursula von der Leyen non pervenuta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cina-europa-2670876147.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="surplus-record-per-xi-jinping-trump-puo-usare-lue-per-fermarlo" data-post-id="2670876147" data-published-at="1737124416" data-use-pagination="False"> Surplus record per Xi Jinping. Trump può usare l’Ue per fermarlo Si susseguono le audizioni dei membri del nuovo governo americano davanti al Congresso, mentre la nuova amministrazione, guidata dal presidente eletto Donald Trump, è in procinto di assumere le proprie funzioni dal prossimo 20 gennaio. In questi giorni è stato ascoltato in Senato, Chris Wright, scelto per il ruolo di segretario all’energia, che ha detto ai senatori che promuoverà tutte le fonti di energia americana. Nella sua audizione, invece, il designato segretario di Stato americano Marco Rubio ha sparato a zero sulla Germania. Sulla vicenda del gasdotto Nord Stream 2 ha detto: «Si scopre che Trump aveva ragione al 100% e che questa dipendenza dall’energia russa rappresentava una grave perdita di deterrenza contro la Russia», riferendosi ad un discorso di Trump alle Nazioni Unite nel 2018, quando i diplomatici tedeschi presenti furono ripresi mentre ridevano ascoltando le dichiarazioni dell’allora Presidente americano sul raddoppio del gasdotto che portava il gas russo in Germania. Secondo Rubio, proprio grazie a questo Vladimir Putin si è sentito incoraggiato a invadere l’Ucraina. «Il problema non è ancora risolto», ha detto Rubio. Il riferimento è alle importazioni di gas dalla Russia da parte dell’Europa (50 miliardi di Smc nel 2024) e in particolare all’import di Gnl russo, che Trump punta a sostituire con Gnl americano. L’equilibrio del mercato mondiale del gas è molto instabile, soprattutto perché la Germania «non vuole impegnarsi su contratti di lungo termine per comprare Gnl, poiché questo contrasta con gli obiettivi climatici di riduzione delle emissioni», come ha detto un ricercatore del centro studi tedesco Swp al quotidiano Handelsblatt. Proprio l’assenza di contratti a lungo termine porta volatilità sui mercati, come si è visto negli ultimi mesi: se il mercato resta guidato dai contratti spot di Gnl i rialzi improvvisi sono pressoché inevitabili. Ma dalle parole dei due neo-segretari americani appare esserci in gioco molto di più del gas russo. Trump potrebbe infatti usare la leva dell’energia per fare pressione sull’Ue affinché allenti i rapporti con la Cina. Ciò riguarda i prodotti industriali per la produzione di energia rinnovabile (pannelli solari, turbine eoliche) ma anche l’auto elettrica, compresi i materiali per le batterie, e i semiconduttori per l’intelligenza artificiale. È certo intenzione di Trump riequilibrare la bilancia commerciale statunitense, in forte deficit verso Europa e Cina, ma anche creare uno scudo strategico rispetto all’influenza cinese. I dazi paventati sinora sono l’inizio di un percorso. L’inevitabile frattura nella globalizzazione che ne seguirebbe vedrebbe una sfera di influenza occidentale separata, almeno sui beni industriali più rilevanti. La Cina nel 2024 ha fatto registrare il maggiore surplus commerciale della storia (1.000 miliardi di dollari), ma la incipiente frammentazione della globalizzazione in sfere di influenza potrebbe provocare contraccolpi seri su Pechino, considerata l’enorme capacità produttiva che potrebbe restare inutilizzata. Per quanto la prospettiva di una guerra commerciale possa preoccupare, però, per l’industria europea potrebbe trattarsi di un elemento di rinascita: l’allontanamento dalla fabbrica del mondo a basso costo (la Cina appunto) obbligherebbe l’Europa a ricostituire la propria industria. Sarebbero necessari ingenti investimenti, anche pubblici, e molte delle regole green che hanno fatto crollare la produzione industriale Ue dovrebbero essere sospese o fermate del tutto. Un rilancio dell’industria europea non potrà che tradursi in prezzi più alti di quelli cui siamo stati abituati con i prodotti cinesi a basso costo. Ne discende che l’inflazione sarà strutturalmente più alta e per le banche centrali saranno anni di passione, considerata l’esigenza di salari più alti. Resta la grande questione europea: il rigore sui bilanci pubblici cozza frontalmente con le esigenze di massicci investimenti e con il rilancio dei consumi interni. L’Ue, però, appare molto indietro nell’analisi e ingessata nel fallimentare paradigma dell’austerità.
Ford Puma Gen-E
Il modello è equipaggiato con una serie avanzata di Adas (Advanced driver assistance systems) abbastanza affidabile: pre-collision assist per intervenire in situazioni critiche; lane keeping system per mantenere la traiettoria; cruise control adattivo con riconoscimento dei segnali stradali; camera a 360°. Il motore promette, secondo la Casa, 523 km di autonomia nel ciclo urbano e 376 km in quello combinato. Dalle prove fatte, se nel ciclo urbano più o meno ci siamo, per quello misto il valore è leggermente inferiore al dichiarato. Onesta la velocità di ricarica: il produttore dichiara dal 10 all’80% in soli 23 minuti, a patto che si utilizzi una stazione di ricarica da 100 kW.
I PRO
Innanzitutto, la linea: la Puma è un’auto che piace agli italiani: lo scorso anno ha venduto, in tutte le sue motorizzazioni, oltre 25.000 esemplari. Non ci sono parti in plastica non verniciata all’esterno e questo, se da un lato rende più filante la linea, dall’altro espone le zone più critiche, come passaruota e fascioni anteriori e posteriori, a rischio di grattata. L’abitacolo è fatto bene: comodi ed esteticamente belli i sedili, gradevole il rivestimento in finta pelle di parte del cruscotto. Molto luminose le luci a led per illuminare l’abitacolo. Sorprende la capacità di carico: tra bagagliaio, profondissimo box immediatamente sotto (basta alzare il pianale per accedervi) e box ricavato nella parte anteriore, si raggiungono oltre 550 litri di spazio. Abbattendo i sedili posteriori (nella configurazione 60-40) si possono superare i 1.300 litri. Comodo e completo il grande quadro strumenti digitale da 12,8 pollici dietro al volante: tutte le informazioni sono al posto giusto e facilmente adocchiabili. Buona l’abitabilità: gli ingegneri Ford hanno saputo realizzare un piccolo capolavoro sfruttando ogni centimetro di spazio per rendere gradevole il soggiorno a bordo. Fanno egregiamente il loro lavoro i fari a led. Comodo il tunnel centrale a due piani, con tanti spazi dove riporre oggetti pure voluminosi e l’ormai immancabile piastra per la ricarica wireless dello smartphone.
I CONTRO
I tasti fisici sono ridotti al lumicino: ce ne sono soltanto quattro, il più utilizzabile è quello delle frecce d’emergenza. Per il resto, ci si deve affidare al grande display touch da 12 pollici centrale che non è immediatamente intuitivo: per trovare i vari comandi, ci si deve distrarre un po’ troppo dalla guida. Scomoda anche la manopola per la gestione delle luci: troppo nascosta dietro al volante e alla leva dei tergicristalli. Se si è un po’ alti, vedere che comando è impostato è un’impresa. Croccanti, come dicono gli esperti di auto, alcune plastiche all’interno. Divertente, ma forse troppo a rischio «deposito di polvere» la grande soundbar integrata sopra il cruscotto del sistema audio firmato da Bang & Olufsen da 575 watt. Altra pecca, l’utilizzo del nero lucido sul tunnel centrale: troppo a rischio graffio.
CONCLUSIONI
Le conclusioni si traggono sempre guardando il prezzo. La Puma Gen-E parte, con il modello base, da 27.250 euro (prezzo in promozione, il listino schizza a 33.250 euro) con già una buona dotazione di serie (fari proiettori e luci diurne a led, cerchi in lega da 17 pollici, gigabox posteriore, climatizzatore automatico). Per il modello definito «Premium» si spendono 2.000 euro in più. Grazie al cumulo tra incentivo statale (fino a 11.000 euro con rottamazione e Isee basso) e lo sconto Ford, il prezzo d’attacco può scendere sotto i 18.000 euro. Una quota che rende l’acquisto molto, molto interessante.
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Cassa Depositi e Prestiti archivia il 2025 con risultati senza precedenti, consolidando il suo ruolo di pilastro strategico per l’economia italiana. Nel primo anno del Piano Strategico 2025-2027, la Cassa ha raggiunto l’utile netto più alto della sua storia, toccando quota 3,4 miliardi di euro, in crescita del 3% rispetto all’anno precedente.
Un dato che non è solo un record finanziario, ma il motore di una potenza di fuoco che ha permesso di impegnare risorse per circa 29,5 miliardi di euro, attivando investimenti complessivi per oltre 73 miliardi grazie a un effetto leva di 2,5 volte.
«Il primo anno del nuovo Piano si chiude con un risultato storico che conferma l’efficacia della nostra strategia», ha sottolineato l’amministratore delegato Dario Scannapieco, in conferenza stampa durante la presentazione dei dati 2025 a Roma.
«Euphoria» (Sky)
Dopo quattro anni torna Euphoria con otto nuovi episodi su Sky. La terza stagione segue Rue cinque anni dopo, tra dipendenze e tentativi di rinascita, mentre i personaggi affrontano il passaggio all’età adulta e la possibilità di un futuro diverso.
Dopo quattro anni di silenzio, il gran ritorno. Euphoria, venticinque nomination agli Emmy e nove vittorie, è pronta a debuttare su Sky, con otto episodi inediti. La terza stagione dello show, incensato unanimemente per la capacità di esporre la realtà dei giovani, quella scomoda e poco patinata, sarà disponibile a partire dalla prima serata di lunedì 13 aprile. Giorno storico che, per chi abbia seguito lo show fin dal principio, legandosi a personaggi che poco hanno di iperbolico o cinematografico.
Rue Bennett, personaggio che ha eletto Zendaya icona globale, è un'adolescente tossica. Sulla carta, dovrebbe rappresentare un'eccezione, diversa dalla miriade di adolescenti che cerca di imbroccare la strada giusta per il mondo dei grandi. Eppure, nelle sue fragilità, opportunamente romanzate per tener viva la narrazione televisiva, riesce a ricalcare le difficoltà dei ragazzi di oggi: la fatica nel costruire un'identità propria, estranea alle pressioni della società e al bisogno quasi epidermico di sentirsi parte di un tutto, le insicurezze, la scarsa fiducia nel domani. Rue Bennett è una tossicodipendente dei sobborghi californiani, figlia di una madre che non ha granché da offrirle. Ed è, però, quel che tanti, tantissimi adolescenti sono.
Euphoria l'ha trovata così, la sua forza: ricalcando con mano pesante la vita vera, le difficoltà comuni a tanti, quelle che, spesso, vengono derubricate a facezie. Ha individuato i problemi dei giovani e, su questi, ha costruito un impianto narrativo che potesse farli sentire visti, ascoltati, capiti. Dunque, mai soli. Anche in età semi-adulta.La terza stagione dello show, difatti, prosegue oltre l'adolescenza, e Rue la trova in Messico, cinque anni più tardi rispetto ai fatti narrati nelle prime stagioni. Cresciuta, ma non cambiata, ha ancora problemi di droga e dipendenza. Ha debiti e una vita segnata dall'improvvisazione, quella che di romantico ha poco. I suoi amici sono cresciuti. Qualcuno sembra avercela fatta, qualcun altro no. Uno è a un passo dalle nozze, un altro iscritto ad una scuola d'arte. Sono distanti, ma chiamati, tutti, a confrontarsi con la fede: non quella religiosa, ma quella che porta a credere che un domani migliore sia cosa possibile e che le risorse per attuarlo siano intrinseche all'essere umano. Anche a Rue, chiamata a scegliere fra paura e coraggio.
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