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2025-01-17
Tedeschi masochisti: vogliono svendere le fabbriche d’auto ai nemici di Pechino
(Getty Images)
Bruxelles fa un altro regalo alla Cina. Il passaggio forzato ai motori elettrici non solo sta favorendo Pechino che su questa tecnologia è avanti anni luce e gode dei sussidi governativi ma sta anche portando alla chiusura stabilimenti storici, favorendone il passaggio alle case produttrici di Pechino. Queste avrebbero un duplice vantaggio: potrebbero rilevare fabbriche importanti a prezzi insperati fino a qualche anno fa e soprattutto aggirare in questo modo le tariffe imposte dalla Ue sulle auto prodotte oltre la Grande Muraglia. Un bel risultato, non c’è che dire. È quanto sta succedendo alla Volkswagen che su questo terreno rischia di anticipare quello che a stretto giro riguarderà anche altre case automobilistiche europee. La casa tedesca da tempo si dibatte in una crisi profonda che l’ha portata a tagli draconiani del personale, dei salari e finanche degli stabilimenti. Al centro della riorganizzazione ci sono i due siti di Dresda e Osnabrück. Lo stabilimento di Dresda, che produce l’ID3 elettrica e impiega 340 lavoratori, vedrà la fine delle attività nel 2025, mentre quello di Osnabrück, dove si assemblano 2.300 T-Roc Cabriolet all’anno, sarà operativo fino al 2027. Ebbene, entrambe sarebbero entrate nel focus di interesse di funzionari e aziende cinesi. Una fonte vicina al governo di Pechino, citata da Reuters, ha spiegato che l’acquisizione di una fabbrica in Germania potrebbe rafforzare l’influenza della Cina nel settore automobilistico europeo.
La costruzione di veicoli elettrici direttamente in Germania consentirebbe ai cinesi di acquisire una maggiore competitività nei confronti delle case automobilistiche europee, già messe sotto pressione dalla rapida ascesa di produttori asiatici. Bypassando i dazi all’ingresso nella Ue e venendo meno i costi della logistica, i cinesi sarebbero in una posizione di forte vantaggio.
Secondo quanto riportato da Reuters, in base alle indiscrezioni riferite da una fonte interna all’azienda tedesca, Volkswagen sarebbe disposta a vendere il sito di Osnabrück, potenzialmente per un valore stimato tra i 100 e i 300 milioni di euro, come alternativa più conveniente alla chiusura totale.
Il motivo della riservatezza è che si tratta di un’operazione sensibile che avrebbe una valenza superiore a quella di una semplice cessione. Diventerebbe l’emblema della crisi profonda di un asset importante dell’economia tedesca e una resa nei confronti di un «nemico». C’è poi da considerare il ruolo dei sindacati che avrebbero già manifestato alcune resistenze. I lavoratori, rappresentati da Stephan Soldanski, sarebbero però disponibili a produrre per joint venture cinesi, purché gli standard e il marchio Volkswagen siano mantenuti. È evidente che si sentono tra l’incudine della chiusura e il martello di passare in mani straniere con tutto ciò che questo significherebbe anche in termini di relazione i sindacali. Le fabbriche tedesche hanno una lunga tradizione per quanto riguarda il ruolo del sindacato anche nelle strategie. Va anche tenuto presente un altro aspetto di tipo geopolitico. I rapporti economici tra Germania e Cina si sono raffreddati e ciò complica ulteriormente le decisioni strategiche di investimento.
Anche perché le difficoltà della Volkswagen hanno origine proprio in Cina che per la casa tedesca ha da sempre rappresentato un mercato di sbocco importante. Questo trend però si è invertito, da quando la politica di Pechino è orientata a spingere i consumi verso i prodotti nazionali che sono anche più concorrenziali. Il ceto medio alto, acquirente privilegiato del made in Europa, sta riscoprendo, anche sotto il pressing di un abile marketing, i marchi domestici. Lo dimostrano i dati commerciali aggregati, pubblicati dal gruppo Volkswagen per l’intero 2024: le vendite globali, pari a 9.027.400 unità, risultano in calo del 2,3% e la causa principale è la contrazione quasi a doppia cifra registrata nel Paese del Dragone, tuttora fonte di quasi un terzo dei volumi. In Cina, Wolfsburg ha venduto 2.928.100 veicoli, il 9,5% in meno rispetto al 2023. L’area dell’Asia Pacifico fa anche peggio (-17,6%), ma si tratta di numeri relativamente bassi (295.200 unità). Il fenomeno è evidente nei due marchi di punta: Volkswagen ha chiuso l’anno con 4.796.900 unità commercializzate e un -1,4% (anche in questo caso pesa la Cina, con un calo dell’8,3%) e Porsche con 310.700 vendite e una flessione del 3% e anche qui c’entra la Cina, dove la Casa di Zuffenhausen ha portato a casa un raggelante - 28%.
Un arretramento nel quale il Gruppo è in compagnia degli altri marchi premium, Bmw, Mercedes e Audi che hanno archiviato il 2024 sul mercato del Dragone, rispettivamente con -13,4%, -7% e -11%.
Eppure questi dati e ora le indiscrezioni della Reuters sull’interesse cinese per uno stabilimento di Volkswagen, non hanno sollecitato alcuna reazione da parte della Commissione europea. Dove è finita la difesa dei gioielli europei? Dove la tutela della produzione e di marchi storici? Eppure si potrebbe porre anche un problema di sicurezza. L’ingresso in uno stabilimento chiave, significa avere accesso alle tecnologie, significa costruire una piattaforma per una progressiva colonizzazione ad ampio raggio. Ursula von der Leyen non pervenuta.
Surplus record per Xi Jinping. Trump può usare l’Ue per fermarlo
Si susseguono le audizioni dei membri del nuovo governo americano davanti al Congresso, mentre la nuova amministrazione, guidata dal presidente eletto Donald Trump, è in procinto di assumere le proprie funzioni dal prossimo 20 gennaio. In questi giorni è stato ascoltato in Senato, Chris Wright, scelto per il ruolo di segretario all’energia, che ha detto ai senatori che promuoverà tutte le fonti di energia americana. Nella sua audizione, invece, il designato segretario di Stato americano Marco Rubio ha sparato a zero sulla Germania. Sulla vicenda del gasdotto Nord Stream 2 ha detto: «Si scopre che Trump aveva ragione al 100% e che questa dipendenza dall’energia russa rappresentava una grave perdita di deterrenza contro la Russia», riferendosi ad un discorso di Trump alle Nazioni Unite nel 2018, quando i diplomatici tedeschi presenti furono ripresi mentre ridevano ascoltando le dichiarazioni dell’allora Presidente americano sul raddoppio del gasdotto che portava il gas russo in Germania. Secondo Rubio, proprio grazie a questo Vladimir Putin si è sentito incoraggiato a invadere l’Ucraina. «Il problema non è ancora risolto», ha detto Rubio. Il riferimento è alle importazioni di gas dalla Russia da parte dell’Europa (50 miliardi di Smc nel 2024) e in particolare all’import di Gnl russo, che Trump punta a sostituire con Gnl americano.
L’equilibrio del mercato mondiale del gas è molto instabile, soprattutto perché la Germania «non vuole impegnarsi su contratti di lungo termine per comprare Gnl, poiché questo contrasta con gli obiettivi climatici di riduzione delle emissioni», come ha detto un ricercatore del centro studi tedesco Swp al quotidiano Handelsblatt. Proprio l’assenza di contratti a lungo termine porta volatilità sui mercati, come si è visto negli ultimi mesi: se il mercato resta guidato dai contratti spot di Gnl i rialzi improvvisi sono pressoché inevitabili.
Ma dalle parole dei due neo-segretari americani appare esserci in gioco molto di più del gas russo. Trump potrebbe infatti usare la leva dell’energia per fare pressione sull’Ue affinché allenti i rapporti con la Cina. Ciò riguarda i prodotti industriali per la produzione di energia rinnovabile (pannelli solari, turbine eoliche) ma anche l’auto elettrica, compresi i materiali per le batterie, e i semiconduttori per l’intelligenza artificiale.
È certo intenzione di Trump riequilibrare la bilancia commerciale statunitense, in forte deficit verso Europa e Cina, ma anche creare uno scudo strategico rispetto all’influenza cinese. I dazi paventati sinora sono l’inizio di un percorso. L’inevitabile frattura nella globalizzazione che ne seguirebbe vedrebbe una sfera di influenza occidentale separata, almeno sui beni industriali più rilevanti.
La Cina nel 2024 ha fatto registrare il maggiore surplus commerciale della storia (1.000 miliardi di dollari), ma la incipiente frammentazione della globalizzazione in sfere di influenza potrebbe provocare contraccolpi seri su Pechino, considerata l’enorme capacità produttiva che potrebbe restare inutilizzata.
Per quanto la prospettiva di una guerra commerciale possa preoccupare, però, per l’industria europea potrebbe trattarsi di un elemento di rinascita: l’allontanamento dalla fabbrica del mondo a basso costo (la Cina appunto) obbligherebbe l’Europa a ricostituire la propria industria. Sarebbero necessari ingenti investimenti, anche pubblici, e molte delle regole green che hanno fatto crollare la produzione industriale Ue dovrebbero essere sospese o fermate del tutto.
Un rilancio dell’industria europea non potrà che tradursi in prezzi più alti di quelli cui siamo stati abituati con i prodotti cinesi a basso costo. Ne discende che l’inflazione sarà strutturalmente più alta e per le banche centrali saranno anni di passione, considerata l’esigenza di salari più alti. Resta la grande questione europea: il rigore sui bilanci pubblici cozza frontalmente con le esigenze di massicci investimenti e con il rilancio dei consumi interni. L’Ue, però, appare molto indietro nell’analisi e ingessata nel fallimentare paradigma dell’austerità.
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Volkswagen pronta a cedere i siti in crisi. Dopo averle regalato il mercato con i diktat green, ora l’Europa apre le porte alla Cina.The Donald disposto a giocare con la leva energetica per dividere l’Unione dall’Asia.Lo speciale contiene due articoli.Bruxelles fa un altro regalo alla Cina. Il passaggio forzato ai motori elettrici non solo sta favorendo Pechino che su questa tecnologia è avanti anni luce e gode dei sussidi governativi ma sta anche portando alla chiusura stabilimenti storici, favorendone il passaggio alle case produttrici di Pechino. Queste avrebbero un duplice vantaggio: potrebbero rilevare fabbriche importanti a prezzi insperati fino a qualche anno fa e soprattutto aggirare in questo modo le tariffe imposte dalla Ue sulle auto prodotte oltre la Grande Muraglia. Un bel risultato, non c’è che dire. È quanto sta succedendo alla Volkswagen che su questo terreno rischia di anticipare quello che a stretto giro riguarderà anche altre case automobilistiche europee. La casa tedesca da tempo si dibatte in una crisi profonda che l’ha portata a tagli draconiani del personale, dei salari e finanche degli stabilimenti. Al centro della riorganizzazione ci sono i due siti di Dresda e Osnabrück. Lo stabilimento di Dresda, che produce l’ID3 elettrica e impiega 340 lavoratori, vedrà la fine delle attività nel 2025, mentre quello di Osnabrück, dove si assemblano 2.300 T-Roc Cabriolet all’anno, sarà operativo fino al 2027. Ebbene, entrambe sarebbero entrate nel focus di interesse di funzionari e aziende cinesi. Una fonte vicina al governo di Pechino, citata da Reuters, ha spiegato che l’acquisizione di una fabbrica in Germania potrebbe rafforzare l’influenza della Cina nel settore automobilistico europeo.La costruzione di veicoli elettrici direttamente in Germania consentirebbe ai cinesi di acquisire una maggiore competitività nei confronti delle case automobilistiche europee, già messe sotto pressione dalla rapida ascesa di produttori asiatici. Bypassando i dazi all’ingresso nella Ue e venendo meno i costi della logistica, i cinesi sarebbero in una posizione di forte vantaggio. Secondo quanto riportato da Reuters, in base alle indiscrezioni riferite da una fonte interna all’azienda tedesca, Volkswagen sarebbe disposta a vendere il sito di Osnabrück, potenzialmente per un valore stimato tra i 100 e i 300 milioni di euro, come alternativa più conveniente alla chiusura totale.Il motivo della riservatezza è che si tratta di un’operazione sensibile che avrebbe una valenza superiore a quella di una semplice cessione. Diventerebbe l’emblema della crisi profonda di un asset importante dell’economia tedesca e una resa nei confronti di un «nemico». C’è poi da considerare il ruolo dei sindacati che avrebbero già manifestato alcune resistenze. I lavoratori, rappresentati da Stephan Soldanski, sarebbero però disponibili a produrre per joint venture cinesi, purché gli standard e il marchio Volkswagen siano mantenuti. È evidente che si sentono tra l’incudine della chiusura e il martello di passare in mani straniere con tutto ciò che questo significherebbe anche in termini di relazione i sindacali. Le fabbriche tedesche hanno una lunga tradizione per quanto riguarda il ruolo del sindacato anche nelle strategie. Va anche tenuto presente un altro aspetto di tipo geopolitico. I rapporti economici tra Germania e Cina si sono raffreddati e ciò complica ulteriormente le decisioni strategiche di investimento.Anche perché le difficoltà della Volkswagen hanno origine proprio in Cina che per la casa tedesca ha da sempre rappresentato un mercato di sbocco importante. Questo trend però si è invertito, da quando la politica di Pechino è orientata a spingere i consumi verso i prodotti nazionali che sono anche più concorrenziali. Il ceto medio alto, acquirente privilegiato del made in Europa, sta riscoprendo, anche sotto il pressing di un abile marketing, i marchi domestici. Lo dimostrano i dati commerciali aggregati, pubblicati dal gruppo Volkswagen per l’intero 2024: le vendite globali, pari a 9.027.400 unità, risultano in calo del 2,3% e la causa principale è la contrazione quasi a doppia cifra registrata nel Paese del Dragone, tuttora fonte di quasi un terzo dei volumi. In Cina, Wolfsburg ha venduto 2.928.100 veicoli, il 9,5% in meno rispetto al 2023. L’area dell’Asia Pacifico fa anche peggio (-17,6%), ma si tratta di numeri relativamente bassi (295.200 unità). Il fenomeno è evidente nei due marchi di punta: Volkswagen ha chiuso l’anno con 4.796.900 unità commercializzate e un -1,4% (anche in questo caso pesa la Cina, con un calo dell’8,3%) e Porsche con 310.700 vendite e una flessione del 3% e anche qui c’entra la Cina, dove la Casa di Zuffenhausen ha portato a casa un raggelante - 28%.Un arretramento nel quale il Gruppo è in compagnia degli altri marchi premium, Bmw, Mercedes e Audi che hanno archiviato il 2024 sul mercato del Dragone, rispettivamente con -13,4%, -7% e -11%.Eppure questi dati e ora le indiscrezioni della Reuters sull’interesse cinese per uno stabilimento di Volkswagen, non hanno sollecitato alcuna reazione da parte della Commissione europea. Dove è finita la difesa dei gioielli europei? Dove la tutela della produzione e di marchi storici? Eppure si potrebbe porre anche un problema di sicurezza. L’ingresso in uno stabilimento chiave, significa avere accesso alle tecnologie, significa costruire una piattaforma per una progressiva colonizzazione ad ampio raggio. Ursula von der Leyen non pervenuta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cina-europa-2670876147.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="surplus-record-per-xi-jinping-trump-puo-usare-lue-per-fermarlo" data-post-id="2670876147" data-published-at="1737124416" data-use-pagination="False"> Surplus record per Xi Jinping. Trump può usare l’Ue per fermarlo Si susseguono le audizioni dei membri del nuovo governo americano davanti al Congresso, mentre la nuova amministrazione, guidata dal presidente eletto Donald Trump, è in procinto di assumere le proprie funzioni dal prossimo 20 gennaio. In questi giorni è stato ascoltato in Senato, Chris Wright, scelto per il ruolo di segretario all’energia, che ha detto ai senatori che promuoverà tutte le fonti di energia americana. Nella sua audizione, invece, il designato segretario di Stato americano Marco Rubio ha sparato a zero sulla Germania. Sulla vicenda del gasdotto Nord Stream 2 ha detto: «Si scopre che Trump aveva ragione al 100% e che questa dipendenza dall’energia russa rappresentava una grave perdita di deterrenza contro la Russia», riferendosi ad un discorso di Trump alle Nazioni Unite nel 2018, quando i diplomatici tedeschi presenti furono ripresi mentre ridevano ascoltando le dichiarazioni dell’allora Presidente americano sul raddoppio del gasdotto che portava il gas russo in Germania. Secondo Rubio, proprio grazie a questo Vladimir Putin si è sentito incoraggiato a invadere l’Ucraina. «Il problema non è ancora risolto», ha detto Rubio. Il riferimento è alle importazioni di gas dalla Russia da parte dell’Europa (50 miliardi di Smc nel 2024) e in particolare all’import di Gnl russo, che Trump punta a sostituire con Gnl americano. L’equilibrio del mercato mondiale del gas è molto instabile, soprattutto perché la Germania «non vuole impegnarsi su contratti di lungo termine per comprare Gnl, poiché questo contrasta con gli obiettivi climatici di riduzione delle emissioni», come ha detto un ricercatore del centro studi tedesco Swp al quotidiano Handelsblatt. Proprio l’assenza di contratti a lungo termine porta volatilità sui mercati, come si è visto negli ultimi mesi: se il mercato resta guidato dai contratti spot di Gnl i rialzi improvvisi sono pressoché inevitabili. Ma dalle parole dei due neo-segretari americani appare esserci in gioco molto di più del gas russo. Trump potrebbe infatti usare la leva dell’energia per fare pressione sull’Ue affinché allenti i rapporti con la Cina. Ciò riguarda i prodotti industriali per la produzione di energia rinnovabile (pannelli solari, turbine eoliche) ma anche l’auto elettrica, compresi i materiali per le batterie, e i semiconduttori per l’intelligenza artificiale. È certo intenzione di Trump riequilibrare la bilancia commerciale statunitense, in forte deficit verso Europa e Cina, ma anche creare uno scudo strategico rispetto all’influenza cinese. I dazi paventati sinora sono l’inizio di un percorso. L’inevitabile frattura nella globalizzazione che ne seguirebbe vedrebbe una sfera di influenza occidentale separata, almeno sui beni industriali più rilevanti. La Cina nel 2024 ha fatto registrare il maggiore surplus commerciale della storia (1.000 miliardi di dollari), ma la incipiente frammentazione della globalizzazione in sfere di influenza potrebbe provocare contraccolpi seri su Pechino, considerata l’enorme capacità produttiva che potrebbe restare inutilizzata. Per quanto la prospettiva di una guerra commerciale possa preoccupare, però, per l’industria europea potrebbe trattarsi di un elemento di rinascita: l’allontanamento dalla fabbrica del mondo a basso costo (la Cina appunto) obbligherebbe l’Europa a ricostituire la propria industria. Sarebbero necessari ingenti investimenti, anche pubblici, e molte delle regole green che hanno fatto crollare la produzione industriale Ue dovrebbero essere sospese o fermate del tutto. Un rilancio dell’industria europea non potrà che tradursi in prezzi più alti di quelli cui siamo stati abituati con i prodotti cinesi a basso costo. Ne discende che l’inflazione sarà strutturalmente più alta e per le banche centrali saranno anni di passione, considerata l’esigenza di salari più alti. Resta la grande questione europea: il rigore sui bilanci pubblici cozza frontalmente con le esigenze di massicci investimenti e con il rilancio dei consumi interni. L’Ue, però, appare molto indietro nell’analisi e ingessata nel fallimentare paradigma dell’austerità.
A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.
Laura Boldrini (Ansa)
La missione guidata da Laura Boldrini nei campi sahrawi si inserisce in un contesto altamente sensibile, tra accuse sul ruolo dell’Algeria nella destabilizzazione del Sahara e del Sahel e la controversa posizione del Fronte Polisario, che alimentano tensioni politiche e diplomatiche.
La recente missione istituzionale del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nei campi sahrawi di Tindouf arriva in uno dei momenti più delicati per la sicurezza del Sahel. Una visita che rischia di trasformarsi in un errore politico e diplomatico. Dietro la narrativa umanitaria sul Fronte Polisario e sulla causa sahrawi si muovono infatti accuse pesantissime che chiamano in causa il ruolo dell’Algeria e dell’Iran nella destabilizzazione del Sahara e del Mali attraverso reti jihadiste, infiltrazioni dei servizi segreti e gruppi armati utilizzati come strumenti geopolitici.
La delegazione guidata da Laura Boldrini ha visitato i campi profughi di Tindouf, in Algeria, per incontrare esponenti del Fronte Polisario, movimento nato nel 1973 e sostenuto da Algeri. Prima della visita ai campi, i parlamentari italiani hanno visto anche le autorità algerine, compreso il vicepresidente del Parlamento. Formalmente si è trattato di una missione dedicata ai diritti umani e alla situazione del popolo sahrawi. Politicamente, però, il viaggio rischia di essere interpretato come una legittimazione di un sistema opaco attorno al quale ruotano accuse di collusioni con reti jihadiste e traffici nel Sahel.
A rendere ancora più controversa questa visita è la recente posizione degli Stati Uniti. Washington ha infatti condannato gli attacchi attribuiti al Fronte Polisario contro la città di Smara, nel Sahara Occidentale, sostenendo che tali azioni compromettano gli sforzi diplomatici e minaccino la stabilità regionale. In un messaggio pubblicato su X, la missione americana presso le Nazioni Unite ha denunciato violenze «contrarie allo spirito dei recenti negoziati», chiedendo una soluzione definitiva del conflitto nel Sahara. Nel frattempo anche l’Unione Europea ha rafforzato il sostegno al piano di autonomia proposto dal Marocco come base per la soluzione della controversia. Durante una visita ufficiale a Rabat, l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha dichiarato che «una vera autonomia potrebbe rappresentare una delle soluzioni più realistiche» per arrivare a una soluzione politica definitiva. Kallas ha inoltre invitato tutte le parti a partecipare ai negoziati «senza precondizioni e sulla base del piano di autonomia presentato dal Marocco».
La posizione europea, approvata dai 27 Stati membri, è stata formalizzata in un comunicato congiunto diffuso al termine dell’incontro con il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita. Bruxelles ha inoltre accolto favorevolmente la Risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sostiene il rilancio del processo politico sulla base dell’iniziativa marocchina di autonomia sotto sovranità di Rabat. Un orientamento che rappresenta un ulteriore isolamento politico del Fronte Polisario e della linea sostenuta dall’Algeria. A denunciare il ruolo ambiguo di Algeri è soprattutto l’antropologo britannico Jeremy H. Keenan, autore di The Dark Sahara, testo che descrive il rapporto tra servizi segreti algerini e terrorismo islamista nel Nord Africa. Secondo Keenan, dalla fine degli anni Novanta il Mali settentrionale sarebbe stato trasformato in un laboratorio di destabilizzazione controllata.
In quel periodo numerosi militanti del GIA, il Gruppo Islamico Armato protagonista della guerra civile algerina, sarebbero stati progressivamente spinti verso il Sahara. Non come una forza militare visibile, ma come una presenza destinata a radicarsi tra le comunità tuareg attraverso matrimoni, commerci e traffici illegali. L’obiettivo sarebbe stato creare nel Sahel un ecosistema instabile ma controllabile. Per Keenan la svolta avvenne dopo l’11 settembre 2001. Il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika comprese che la guerra globale al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti poteva diventare un’enorme opportunità strategica. L’Algeria usciva dal Decennio Nero, segnato da massacri, accuse contro esercito e servizi segreti, isolamento internazionale e sanzioni. Aveva bisogno di ricostruire la propria immagine e ottenere nuove forniture militari occidentali.
Secondo Keenan, Algeri doveva presentarsi come un partner indispensabile nella lotta al terrorismo. Ma per riuscirci era necessario che la minaccia jihadista si espandesse nel Sahara. Le accuse diventano ancora più gravi quando Keenan affronta il ruolo del DRS, i servizi segreti algerini. Nel suo libro sostiene che il DRS non si sarebbe limitato a infiltrare i gruppi islamisti, ma avrebbe contribuito direttamente alla loro creazione e manipolazione. Arriva persino a sostenere che Djamel Zitouni, storico leader del GIA, fosse controllato dai servizi algerini.
Keenan cita anche le dichiarazioni di John Schindler, ex funzionario dell’intelligence americana, secondo cui il GIA sarebbe stato in larga parte una creazione del DRS, utilizzata per screditare gli islamisti attraverso massacri indiscriminati e attentati. Questo schema, sostiene Keenan, sarebbe stato successivamente esportato nel Sahel attraverso il GSPC, poi trasformato in AQMI, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Secondo questa ricostruzione, l’Algeria avrebbe favorito anche l’ascesa di gruppi come MUJAO e Ansar al-Din per colpire politicamente i movimenti tuareg laici e autonomisti. Nel 2003 il rapimento di 32 turisti europei nel Sahara da parte del gruppo guidato da Amari Saifi, noto come «El Para», ex militare delle forze speciali algerine, segnò un punto di svolta. L’episodio venne utilizzato per presentare il Sahara come nuovo fronte di Al-Qaeda e favorì il dispiegamento occidentale nel Sahel attraverso l’Iniziativa Pan-Sahel, antenata dell’AFRICOM americano.
Le conseguenze furono devastanti soprattutto per le popolazioni tuareg. Il turismo sahariano crollò, intere economie locali vennero distrutte e le comunità nomadi finirono associate al terrorismo internazionale. Nel 2012, dopo la caduta di Gheddafi in Libia e il ritorno nel Sahel di combattenti tuareg armati, scoppiò la nuova rivolta dell’Azawad. Il MNLA proclamò l’indipendenza del nord del Mali, ma poco dopo AQMI, Ansar al-Din e MUJAO presero il controllo delle principali città del nord. Per Keenan anche questa dinamica sarebbe stata favorita dal DRS algerino per impedire il consolidamento di un’entità tuareg autonoma. Dietro la partita militare si muovevano anche enormi interessi energetici. I bacini di Taoudeni e Gao, ricchi di petrolio, gas, oro e uranio, rappresentano una delle grandi poste strategiche del Sahara. Secondo Keenan, Algeri avrebbe utilizzato la propria influenza politica per favorire Sonatrach e ottenere concessioni energetiche nel nord del Mali. È in questo contesto che la visita della delegazione italiana nei campi di Tindouf appare profondamente inopportuna. Quei campi non sono semplicemente un simbolo umanitario, ma uno dei centri nevralgici di una crisi geopolitica e securitaria che da anni alimenta instabilità nel Sahel. Mentre il Mali sprofonda nel caos, i gruppi jihadisti proliferano e il Sahel continua a trasformarsi in una delle aree più instabili del pianeta, una visita istituzionale italiana nei campi controllati dal Polisario rischia dunque di assumere un significato politico ben diverso da quello ufficialmente dichiarato.
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Ansa
Prefetto e i vertici delle forze dell’ordine hanno valutato bene contesto, circostanze e condizioni e ieri hanno comunicato agli organizzatori dell’iniziativa che il raduno degli esponenti di estrema destra, quindi, non si terrà più in piazza Galvani, nel centro storico, ma in piazza della Pace. Le motivazioni della scelta sono ben chiare: l’obiettivo è quello di evitare possibili scontri e momenti di tensione e conflitti ideologici che potrebbero degenerare. Quello che si potrebbe temere è che ci possano essere anche delle contro manifestazioni da parte di collettivi che non gradiscono l’operato del raduno della Remigrazione. In realtà, al momento, non si ha notizia di eventuali proteste da parte di altri movimenti. Però sia la scelta della precedente location che, adesso, lo spostamento del luogo hanno sollevato un mare di polemiche.
Collettivi e movimenti di sinistra non volevano la manifestazione nel centro storico; mentre gli organizzatori non sono soddisfatti di questo spostamento. Ieri mattina, sono stati convocati in Questura e hanno appreso del cambiamento del luogo dell’evento, nonostante ne avessero avuto conferma. La manifestazione è in programma per le 16 di sabato e prevede la formazione di un presidio finalizzato alla raccolta firme per la legge sulla remigrazione. Stefano Colato, referente per Bologna del comitato «Remigrazione e Riconquista», ha spiegato perché è stata scelta quella piazza: «Non c’è stato praticamente margine di trattativa, ci hanno consegnato una lista di prescrizioni per qualsiasi posto a parte piazza della Pace. Ci hanno assegnato d’ufficio quella piazza». In realtà, dopo il divieto di riunirsi in piazza Galvani, nel centro storico, gli organizzatori avevano proposto di spostarsi in altri luoghi della città come piazza Minghetti o piazza Carducci. Ma nessuna loro richiesta è stata accolta. E come ha precisato Colato non c’è stato modo di far accogliere la loro richiesta: «Ripeto: non c’è stato margine di trattativa. Il motivo della necessità dello spostamento? Ragioni di ordine pubblico, ci è stato detto». Da quanto è emerso i partecipanti non dovrebbero essere tantissimi, tra i cento e i centocinquanta.
In realtà, l’organizzazione del raduno della Remigrazione ha sollevato non poche polemiche e creato diverse tensioni perché, da quanto è emerso nel corso di una riunione, il sindaco di Bologna Matteo Lepore e la sua Giunta avrebbero espresso più volte il loro disaccordo allo svolgimento della manifestazione. Il loro timore è che questo evento possa degenerare causando momenti di violenza e aggressioni fisiche. Alla fine, quindi, al termine del vertice in Prefettura, si è deciso di proseguire sul terreno della prudenza e cercare una location che possa garantire la sicurezza e tutelare l’incolumità pubblica. Tutto si dovrà svolgere senza alcun rischio ed evitando qualsiasi tipi di disordine. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, è rimasto molto «deluso» dallo spostamento della location dell’evento e all’agenzia Dire ha spiegato il perché: «Con lo spostamento della manifestazione per la remigrazione prevista sabato a Bologna in piazza Galvani, ma appunto traslocata in piazza della Pace, si è fatta una scelta che premia i prepotenti. Si crea un precedente per il quale manifestazioni che qualcuno sostiene essere foriere di problemi di ordine pubblico non si possono svolgere come previsto. Da ora in poi anche le manifestazioni dei Pro Pal e dei violenti, quelli davvero violenti, vengano decentrate. Altrimenti passerebbe il messaggio che è la sinistra che decide chi può dire cosa e dove, il che è inaccettabile».
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Silvia Salis (Imagoeconomica)
A Genova esistono due sindaci. Entrambi vanno ai concerti indossando camicia di jeans e occhialoni. Entrambi hanno sempre la piega perfetta. Entrambi sono il punto di riferimento della sinistra che piace. Sono praticamente la stessa persona. Si fanno chiamare addirittura con lo stesso nome e cognome. Poi però, quando ci sono di mezzo gli alpini, sembrano due persone diverse. Diventano dottor Jekyll e Silvia Salis. Già perché - sfogliando il numero di aprile dell’Alpino, il giornale dell’Associazione nazionale delle penne nere - leggiamo: «L’Adunata è una grande manifestazione di portata nazionale, capace di richiamare migliaia di persone e di trasformare una città in un luogo di incontro e condivisione. Ed è anche il riconoscimento di una storia collettiva fatta di servizio, disciplina, solidarietà e profondo senso della comunità. Gli alpini rappresentano da sempre un patrimonio umano e morale del nostro Paese». Bene, bravo, bis. Proseguiamo la lettura, con il sindaco di Genova che ricorda come questo patrimonio umano e morale sia stato fondamentale «nelle prove più dure» della vita del nostro Paese. Anzi: la Salis si spinge oltre e afferma che quel senso del dovere e quel forte senso morale albergano ancora nel cuore delle penne nere di oggi. «È una presenza operosa e affidabile che merita rispetto e gratitudine». E ancora: «Accogliere l’Adunata significa per noi riconoscere e onorare una tradizione che richiama il senso del dovere, il legame con il Paese e la sua storia, e la responsabilità verso il bene comune». Infine un saluto, che sa di benvenuto: «Genova vi accoglie con amicizia e con la consapevolezza del valore che la vostra presenza porta con sé». Questo è il primo sindaco della città. Quello che prende la penna e che decide di scrivere all’Associazione nazionale alpini per elogiarla. C’è poi un altro sindaco che, invece, dice e soprattutto fa l’opposto. Proprio due giorni fa, la Salis, durante il consiglio comunale, è scesa in campo a favore di Non una di meno, confermando di fatto le accuse delle femministe: «Voglio dirvi che le vostre preoccupazioni non sono rimaste inascoltate. Nessuna donna, mai, dovrebbe sentirsi insicura a camminare per le strade della propria città. Le molestie, anche quelle verbali o travestite da “goliardia”, non sono folklore: sono violenza. Su questo, a Genova, la tolleranza è e sarà sempre pari a zero».
Ora, mettiamo per un attimo da parte le parole e guardiamo i numeri. Nel 2022, durante l’adunata degli Alpini a Rimini, Non una di meno raccolse oltre 500 segnalazione di molestie. A leggere le cronache di quei giorni sembrava quasi che, più che le penne nere, fossero arrivati in città dei giovani in piena tempesta ormonale, incapaci di gestire i propri appetiti. Palpeggiamenti, apprezzamenti non richiesti e volgarità di ogni tipo contro le passanti. Dopo mesi di polemiche e di accuse, però, venne fatta una sola denuncia, che fu peraltro archiviata. Molto rumore per nulla, quindi. Del resto, le adunate degli Alpini sono accompagnate da polemiche unicamente quando a scendere in campo sono Non una di meno o altre associazioni femministe, che trovano un’ottima sponda in gruppi come l’Unione sindacale di base, che ha addirittura messo a disposizione il proprio sportello per le lavoratrici che avranno a che fare con gli Alpini durante il raduno: «Non accetteremo che, dietro la retorica dell’evento e del turismo, si nascondano condizioni di lavoro degradanti e rischiose». Ora, se proprio dovessimo andare a cercare della retorica la troveremmo unicamente nel comunicato dell’Usb. Una retorica che sa tanto di vecchio, di lotta di classe (e di sessi), che francamente ha fatto il suo tempo.
In questa strana diarchia che governa Genova, dev’essere stato il sindaco più ostile agli Alpini ad aver approvato, attraverso ordinanze, la decisione di smantellare il piccolo campo che un gruppo di penne nere aveva allestito in via Cecchi, alla Foce. Tende, canti e bandiere, in pieno stile alpino. Che però sono durate molto poco. La polizia locale infatti, con incredibile solerzia, s’è presentata e ha sgombrato il tutto in un «ta-pum». Un po’ come solitamente non viene fatto per i campi rom o per i capannelli di spacciatori che girano tra i carruggi della città. Oppure per le tante bocca di rosa che aspettano i loro clienti affacciate alle porte della loro casa nella città vecchia.
Chissà se uno dei due sindaci ha mai preso in considerazione l’idea di fare un po’ di ordine in città. Almeno per occupare il tempo tra un concerto e l’altro.
Ha collaborato Enzo Blessent
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