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2025-01-17
Tedeschi masochisti: vogliono svendere le fabbriche d’auto ai nemici di Pechino
(Getty Images)
Bruxelles fa un altro regalo alla Cina. Il passaggio forzato ai motori elettrici non solo sta favorendo Pechino che su questa tecnologia è avanti anni luce e gode dei sussidi governativi ma sta anche portando alla chiusura stabilimenti storici, favorendone il passaggio alle case produttrici di Pechino. Queste avrebbero un duplice vantaggio: potrebbero rilevare fabbriche importanti a prezzi insperati fino a qualche anno fa e soprattutto aggirare in questo modo le tariffe imposte dalla Ue sulle auto prodotte oltre la Grande Muraglia. Un bel risultato, non c’è che dire. È quanto sta succedendo alla Volkswagen che su questo terreno rischia di anticipare quello che a stretto giro riguarderà anche altre case automobilistiche europee. La casa tedesca da tempo si dibatte in una crisi profonda che l’ha portata a tagli draconiani del personale, dei salari e finanche degli stabilimenti. Al centro della riorganizzazione ci sono i due siti di Dresda e Osnabrück. Lo stabilimento di Dresda, che produce l’ID3 elettrica e impiega 340 lavoratori, vedrà la fine delle attività nel 2025, mentre quello di Osnabrück, dove si assemblano 2.300 T-Roc Cabriolet all’anno, sarà operativo fino al 2027. Ebbene, entrambe sarebbero entrate nel focus di interesse di funzionari e aziende cinesi. Una fonte vicina al governo di Pechino, citata da Reuters, ha spiegato che l’acquisizione di una fabbrica in Germania potrebbe rafforzare l’influenza della Cina nel settore automobilistico europeo.
La costruzione di veicoli elettrici direttamente in Germania consentirebbe ai cinesi di acquisire una maggiore competitività nei confronti delle case automobilistiche europee, già messe sotto pressione dalla rapida ascesa di produttori asiatici. Bypassando i dazi all’ingresso nella Ue e venendo meno i costi della logistica, i cinesi sarebbero in una posizione di forte vantaggio.
Secondo quanto riportato da Reuters, in base alle indiscrezioni riferite da una fonte interna all’azienda tedesca, Volkswagen sarebbe disposta a vendere il sito di Osnabrück, potenzialmente per un valore stimato tra i 100 e i 300 milioni di euro, come alternativa più conveniente alla chiusura totale.
Il motivo della riservatezza è che si tratta di un’operazione sensibile che avrebbe una valenza superiore a quella di una semplice cessione. Diventerebbe l’emblema della crisi profonda di un asset importante dell’economia tedesca e una resa nei confronti di un «nemico». C’è poi da considerare il ruolo dei sindacati che avrebbero già manifestato alcune resistenze. I lavoratori, rappresentati da Stephan Soldanski, sarebbero però disponibili a produrre per joint venture cinesi, purché gli standard e il marchio Volkswagen siano mantenuti. È evidente che si sentono tra l’incudine della chiusura e il martello di passare in mani straniere con tutto ciò che questo significherebbe anche in termini di relazione i sindacali. Le fabbriche tedesche hanno una lunga tradizione per quanto riguarda il ruolo del sindacato anche nelle strategie. Va anche tenuto presente un altro aspetto di tipo geopolitico. I rapporti economici tra Germania e Cina si sono raffreddati e ciò complica ulteriormente le decisioni strategiche di investimento.
Anche perché le difficoltà della Volkswagen hanno origine proprio in Cina che per la casa tedesca ha da sempre rappresentato un mercato di sbocco importante. Questo trend però si è invertito, da quando la politica di Pechino è orientata a spingere i consumi verso i prodotti nazionali che sono anche più concorrenziali. Il ceto medio alto, acquirente privilegiato del made in Europa, sta riscoprendo, anche sotto il pressing di un abile marketing, i marchi domestici. Lo dimostrano i dati commerciali aggregati, pubblicati dal gruppo Volkswagen per l’intero 2024: le vendite globali, pari a 9.027.400 unità, risultano in calo del 2,3% e la causa principale è la contrazione quasi a doppia cifra registrata nel Paese del Dragone, tuttora fonte di quasi un terzo dei volumi. In Cina, Wolfsburg ha venduto 2.928.100 veicoli, il 9,5% in meno rispetto al 2023. L’area dell’Asia Pacifico fa anche peggio (-17,6%), ma si tratta di numeri relativamente bassi (295.200 unità). Il fenomeno è evidente nei due marchi di punta: Volkswagen ha chiuso l’anno con 4.796.900 unità commercializzate e un -1,4% (anche in questo caso pesa la Cina, con un calo dell’8,3%) e Porsche con 310.700 vendite e una flessione del 3% e anche qui c’entra la Cina, dove la Casa di Zuffenhausen ha portato a casa un raggelante - 28%.
Un arretramento nel quale il Gruppo è in compagnia degli altri marchi premium, Bmw, Mercedes e Audi che hanno archiviato il 2024 sul mercato del Dragone, rispettivamente con -13,4%, -7% e -11%.
Eppure questi dati e ora le indiscrezioni della Reuters sull’interesse cinese per uno stabilimento di Volkswagen, non hanno sollecitato alcuna reazione da parte della Commissione europea. Dove è finita la difesa dei gioielli europei? Dove la tutela della produzione e di marchi storici? Eppure si potrebbe porre anche un problema di sicurezza. L’ingresso in uno stabilimento chiave, significa avere accesso alle tecnologie, significa costruire una piattaforma per una progressiva colonizzazione ad ampio raggio. Ursula von der Leyen non pervenuta.
Surplus record per Xi Jinping. Trump può usare l’Ue per fermarlo
Si susseguono le audizioni dei membri del nuovo governo americano davanti al Congresso, mentre la nuova amministrazione, guidata dal presidente eletto Donald Trump, è in procinto di assumere le proprie funzioni dal prossimo 20 gennaio. In questi giorni è stato ascoltato in Senato, Chris Wright, scelto per il ruolo di segretario all’energia, che ha detto ai senatori che promuoverà tutte le fonti di energia americana. Nella sua audizione, invece, il designato segretario di Stato americano Marco Rubio ha sparato a zero sulla Germania. Sulla vicenda del gasdotto Nord Stream 2 ha detto: «Si scopre che Trump aveva ragione al 100% e che questa dipendenza dall’energia russa rappresentava una grave perdita di deterrenza contro la Russia», riferendosi ad un discorso di Trump alle Nazioni Unite nel 2018, quando i diplomatici tedeschi presenti furono ripresi mentre ridevano ascoltando le dichiarazioni dell’allora Presidente americano sul raddoppio del gasdotto che portava il gas russo in Germania. Secondo Rubio, proprio grazie a questo Vladimir Putin si è sentito incoraggiato a invadere l’Ucraina. «Il problema non è ancora risolto», ha detto Rubio. Il riferimento è alle importazioni di gas dalla Russia da parte dell’Europa (50 miliardi di Smc nel 2024) e in particolare all’import di Gnl russo, che Trump punta a sostituire con Gnl americano.
L’equilibrio del mercato mondiale del gas è molto instabile, soprattutto perché la Germania «non vuole impegnarsi su contratti di lungo termine per comprare Gnl, poiché questo contrasta con gli obiettivi climatici di riduzione delle emissioni», come ha detto un ricercatore del centro studi tedesco Swp al quotidiano Handelsblatt. Proprio l’assenza di contratti a lungo termine porta volatilità sui mercati, come si è visto negli ultimi mesi: se il mercato resta guidato dai contratti spot di Gnl i rialzi improvvisi sono pressoché inevitabili.
Ma dalle parole dei due neo-segretari americani appare esserci in gioco molto di più del gas russo. Trump potrebbe infatti usare la leva dell’energia per fare pressione sull’Ue affinché allenti i rapporti con la Cina. Ciò riguarda i prodotti industriali per la produzione di energia rinnovabile (pannelli solari, turbine eoliche) ma anche l’auto elettrica, compresi i materiali per le batterie, e i semiconduttori per l’intelligenza artificiale.
È certo intenzione di Trump riequilibrare la bilancia commerciale statunitense, in forte deficit verso Europa e Cina, ma anche creare uno scudo strategico rispetto all’influenza cinese. I dazi paventati sinora sono l’inizio di un percorso. L’inevitabile frattura nella globalizzazione che ne seguirebbe vedrebbe una sfera di influenza occidentale separata, almeno sui beni industriali più rilevanti.
La Cina nel 2024 ha fatto registrare il maggiore surplus commerciale della storia (1.000 miliardi di dollari), ma la incipiente frammentazione della globalizzazione in sfere di influenza potrebbe provocare contraccolpi seri su Pechino, considerata l’enorme capacità produttiva che potrebbe restare inutilizzata.
Per quanto la prospettiva di una guerra commerciale possa preoccupare, però, per l’industria europea potrebbe trattarsi di un elemento di rinascita: l’allontanamento dalla fabbrica del mondo a basso costo (la Cina appunto) obbligherebbe l’Europa a ricostituire la propria industria. Sarebbero necessari ingenti investimenti, anche pubblici, e molte delle regole green che hanno fatto crollare la produzione industriale Ue dovrebbero essere sospese o fermate del tutto.
Un rilancio dell’industria europea non potrà che tradursi in prezzi più alti di quelli cui siamo stati abituati con i prodotti cinesi a basso costo. Ne discende che l’inflazione sarà strutturalmente più alta e per le banche centrali saranno anni di passione, considerata l’esigenza di salari più alti. Resta la grande questione europea: il rigore sui bilanci pubblici cozza frontalmente con le esigenze di massicci investimenti e con il rilancio dei consumi interni. L’Ue, però, appare molto indietro nell’analisi e ingessata nel fallimentare paradigma dell’austerità.
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Volkswagen pronta a cedere i siti in crisi. Dopo averle regalato il mercato con i diktat green, ora l’Europa apre le porte alla Cina.The Donald disposto a giocare con la leva energetica per dividere l’Unione dall’Asia.Lo speciale contiene due articoli.Bruxelles fa un altro regalo alla Cina. Il passaggio forzato ai motori elettrici non solo sta favorendo Pechino che su questa tecnologia è avanti anni luce e gode dei sussidi governativi ma sta anche portando alla chiusura stabilimenti storici, favorendone il passaggio alle case produttrici di Pechino. Queste avrebbero un duplice vantaggio: potrebbero rilevare fabbriche importanti a prezzi insperati fino a qualche anno fa e soprattutto aggirare in questo modo le tariffe imposte dalla Ue sulle auto prodotte oltre la Grande Muraglia. Un bel risultato, non c’è che dire. È quanto sta succedendo alla Volkswagen che su questo terreno rischia di anticipare quello che a stretto giro riguarderà anche altre case automobilistiche europee. La casa tedesca da tempo si dibatte in una crisi profonda che l’ha portata a tagli draconiani del personale, dei salari e finanche degli stabilimenti. Al centro della riorganizzazione ci sono i due siti di Dresda e Osnabrück. Lo stabilimento di Dresda, che produce l’ID3 elettrica e impiega 340 lavoratori, vedrà la fine delle attività nel 2025, mentre quello di Osnabrück, dove si assemblano 2.300 T-Roc Cabriolet all’anno, sarà operativo fino al 2027. Ebbene, entrambe sarebbero entrate nel focus di interesse di funzionari e aziende cinesi. Una fonte vicina al governo di Pechino, citata da Reuters, ha spiegato che l’acquisizione di una fabbrica in Germania potrebbe rafforzare l’influenza della Cina nel settore automobilistico europeo.La costruzione di veicoli elettrici direttamente in Germania consentirebbe ai cinesi di acquisire una maggiore competitività nei confronti delle case automobilistiche europee, già messe sotto pressione dalla rapida ascesa di produttori asiatici. Bypassando i dazi all’ingresso nella Ue e venendo meno i costi della logistica, i cinesi sarebbero in una posizione di forte vantaggio. Secondo quanto riportato da Reuters, in base alle indiscrezioni riferite da una fonte interna all’azienda tedesca, Volkswagen sarebbe disposta a vendere il sito di Osnabrück, potenzialmente per un valore stimato tra i 100 e i 300 milioni di euro, come alternativa più conveniente alla chiusura totale.Il motivo della riservatezza è che si tratta di un’operazione sensibile che avrebbe una valenza superiore a quella di una semplice cessione. Diventerebbe l’emblema della crisi profonda di un asset importante dell’economia tedesca e una resa nei confronti di un «nemico». C’è poi da considerare il ruolo dei sindacati che avrebbero già manifestato alcune resistenze. I lavoratori, rappresentati da Stephan Soldanski, sarebbero però disponibili a produrre per joint venture cinesi, purché gli standard e il marchio Volkswagen siano mantenuti. È evidente che si sentono tra l’incudine della chiusura e il martello di passare in mani straniere con tutto ciò che questo significherebbe anche in termini di relazione i sindacali. Le fabbriche tedesche hanno una lunga tradizione per quanto riguarda il ruolo del sindacato anche nelle strategie. Va anche tenuto presente un altro aspetto di tipo geopolitico. I rapporti economici tra Germania e Cina si sono raffreddati e ciò complica ulteriormente le decisioni strategiche di investimento.Anche perché le difficoltà della Volkswagen hanno origine proprio in Cina che per la casa tedesca ha da sempre rappresentato un mercato di sbocco importante. Questo trend però si è invertito, da quando la politica di Pechino è orientata a spingere i consumi verso i prodotti nazionali che sono anche più concorrenziali. Il ceto medio alto, acquirente privilegiato del made in Europa, sta riscoprendo, anche sotto il pressing di un abile marketing, i marchi domestici. Lo dimostrano i dati commerciali aggregati, pubblicati dal gruppo Volkswagen per l’intero 2024: le vendite globali, pari a 9.027.400 unità, risultano in calo del 2,3% e la causa principale è la contrazione quasi a doppia cifra registrata nel Paese del Dragone, tuttora fonte di quasi un terzo dei volumi. In Cina, Wolfsburg ha venduto 2.928.100 veicoli, il 9,5% in meno rispetto al 2023. L’area dell’Asia Pacifico fa anche peggio (-17,6%), ma si tratta di numeri relativamente bassi (295.200 unità). Il fenomeno è evidente nei due marchi di punta: Volkswagen ha chiuso l’anno con 4.796.900 unità commercializzate e un -1,4% (anche in questo caso pesa la Cina, con un calo dell’8,3%) e Porsche con 310.700 vendite e una flessione del 3% e anche qui c’entra la Cina, dove la Casa di Zuffenhausen ha portato a casa un raggelante - 28%.Un arretramento nel quale il Gruppo è in compagnia degli altri marchi premium, Bmw, Mercedes e Audi che hanno archiviato il 2024 sul mercato del Dragone, rispettivamente con -13,4%, -7% e -11%.Eppure questi dati e ora le indiscrezioni della Reuters sull’interesse cinese per uno stabilimento di Volkswagen, non hanno sollecitato alcuna reazione da parte della Commissione europea. Dove è finita la difesa dei gioielli europei? Dove la tutela della produzione e di marchi storici? Eppure si potrebbe porre anche un problema di sicurezza. L’ingresso in uno stabilimento chiave, significa avere accesso alle tecnologie, significa costruire una piattaforma per una progressiva colonizzazione ad ampio raggio. Ursula von der Leyen non pervenuta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cina-europa-2670876147.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="surplus-record-per-xi-jinping-trump-puo-usare-lue-per-fermarlo" data-post-id="2670876147" data-published-at="1737124416" data-use-pagination="False"> Surplus record per Xi Jinping. Trump può usare l’Ue per fermarlo Si susseguono le audizioni dei membri del nuovo governo americano davanti al Congresso, mentre la nuova amministrazione, guidata dal presidente eletto Donald Trump, è in procinto di assumere le proprie funzioni dal prossimo 20 gennaio. In questi giorni è stato ascoltato in Senato, Chris Wright, scelto per il ruolo di segretario all’energia, che ha detto ai senatori che promuoverà tutte le fonti di energia americana. Nella sua audizione, invece, il designato segretario di Stato americano Marco Rubio ha sparato a zero sulla Germania. Sulla vicenda del gasdotto Nord Stream 2 ha detto: «Si scopre che Trump aveva ragione al 100% e che questa dipendenza dall’energia russa rappresentava una grave perdita di deterrenza contro la Russia», riferendosi ad un discorso di Trump alle Nazioni Unite nel 2018, quando i diplomatici tedeschi presenti furono ripresi mentre ridevano ascoltando le dichiarazioni dell’allora Presidente americano sul raddoppio del gasdotto che portava il gas russo in Germania. Secondo Rubio, proprio grazie a questo Vladimir Putin si è sentito incoraggiato a invadere l’Ucraina. «Il problema non è ancora risolto», ha detto Rubio. Il riferimento è alle importazioni di gas dalla Russia da parte dell’Europa (50 miliardi di Smc nel 2024) e in particolare all’import di Gnl russo, che Trump punta a sostituire con Gnl americano. L’equilibrio del mercato mondiale del gas è molto instabile, soprattutto perché la Germania «non vuole impegnarsi su contratti di lungo termine per comprare Gnl, poiché questo contrasta con gli obiettivi climatici di riduzione delle emissioni», come ha detto un ricercatore del centro studi tedesco Swp al quotidiano Handelsblatt. Proprio l’assenza di contratti a lungo termine porta volatilità sui mercati, come si è visto negli ultimi mesi: se il mercato resta guidato dai contratti spot di Gnl i rialzi improvvisi sono pressoché inevitabili. Ma dalle parole dei due neo-segretari americani appare esserci in gioco molto di più del gas russo. Trump potrebbe infatti usare la leva dell’energia per fare pressione sull’Ue affinché allenti i rapporti con la Cina. Ciò riguarda i prodotti industriali per la produzione di energia rinnovabile (pannelli solari, turbine eoliche) ma anche l’auto elettrica, compresi i materiali per le batterie, e i semiconduttori per l’intelligenza artificiale. È certo intenzione di Trump riequilibrare la bilancia commerciale statunitense, in forte deficit verso Europa e Cina, ma anche creare uno scudo strategico rispetto all’influenza cinese. I dazi paventati sinora sono l’inizio di un percorso. L’inevitabile frattura nella globalizzazione che ne seguirebbe vedrebbe una sfera di influenza occidentale separata, almeno sui beni industriali più rilevanti. La Cina nel 2024 ha fatto registrare il maggiore surplus commerciale della storia (1.000 miliardi di dollari), ma la incipiente frammentazione della globalizzazione in sfere di influenza potrebbe provocare contraccolpi seri su Pechino, considerata l’enorme capacità produttiva che potrebbe restare inutilizzata. Per quanto la prospettiva di una guerra commerciale possa preoccupare, però, per l’industria europea potrebbe trattarsi di un elemento di rinascita: l’allontanamento dalla fabbrica del mondo a basso costo (la Cina appunto) obbligherebbe l’Europa a ricostituire la propria industria. Sarebbero necessari ingenti investimenti, anche pubblici, e molte delle regole green che hanno fatto crollare la produzione industriale Ue dovrebbero essere sospese o fermate del tutto. Un rilancio dell’industria europea non potrà che tradursi in prezzi più alti di quelli cui siamo stati abituati con i prodotti cinesi a basso costo. Ne discende che l’inflazione sarà strutturalmente più alta e per le banche centrali saranno anni di passione, considerata l’esigenza di salari più alti. Resta la grande questione europea: il rigore sui bilanci pubblici cozza frontalmente con le esigenze di massicci investimenti e con il rilancio dei consumi interni. L’Ue, però, appare molto indietro nell’analisi e ingessata nel fallimentare paradigma dell’austerità.
Un vuoto che ha pesato sui soci: in una email inviata agli associati, The Core ha comunicato che l’evento del 19 maggio al Teatro Franco Parenti non si sarebbe più tenuto, rinviando di fatto il confronto con la community. Ma ad attenderle, questa volta, non ci saranno solo banchieri, imprenditori, avvocati, giornalisti e professionisti che chiedono risposte: c’è anche un fascicolo aperto alla Procura di Milano.
In seguito all’esposto depositato dallo studio Pizzoccaro di Brescia, promosso da diversi soci, la Procura ha aperto un procedimento: gli accertamenti sono in corso. Anche perché sarebbero già state depositate almeno 23 denunce-querele, con accuse che vanno dalla truffa alla bancarotta, fino ad altri profili legati alla gestione delle quote versate e al reticolo societario costruito intorno al progetto. Il nodo, in sintesi, è capire se The Core sia stato soltanto un club mai nato o una promessa commerciale tenuta in vita anche quando la sede promessa era ormai perduta.
La vicenda ruota attorno a 1 euro. Il 30 maggio 2025 Core Milan Llc dà in pegno a Reinvest il 100% di Core Matteotti srl, la società legata all’immobile di corso Matteotti 14, a garanzia di un finanziamento da 500.000 euro. Il 18 luglio la stessa società viene ceduta a Reinvest per 1 euro: prezzo simbolico, perché il veicolo era gravato da debiti, morosità e obblighi non rispettati. Reinvest si accolla così il risanamento e le somme non pagate dal mondo Core.
Da quel momento Jennie e Dangene Enterprise non controllano più la società chiave del progetto. Tentano di rientrare con una sublocazione, ma anche quella salta: canone da 4,5 milioni l’anno, garanzie per 10,2 milioni mai consegnate, risoluzione del contratto il 6 febbraio 2026 per inadempimento.
Intanto i soci avevano già pagato. The Core ha parlato di 700 aderenti, con quote tra 8.000 e 26.000 euro più Iva e quote iniziali più alte. Secondo chi segue il dossier, le richieste di restituzione potrebbero arrivare ad almeno 20 milioni; se non saranno pagate, tra le ipotesi c’è anche un’istanza di liquidazione giudiziale, l’ex fallimento.
Le fondatrici continuano a rassicurare i membri: nella comunicazione del 14 maggio scrivono che Core Llc avrebbe investito oltre 10 milioni di euro e che Milano resta «strategica e prioritaria», con apertura entro 12-14 mesi dalla ripresa del cantiere. Ma la versione si scontra con gli atti: a quella data il rapporto su corso Matteotti 14 risulta già risolto.
Oltre poi ai ritardi nei pagamenti ai fornitori, anche il piano B sembra essersi arenato. Dopo l’uscita di scena di corso Matteotti, erano circolate ipotesi su corso Magenta e soprattutto via Meravigli. Ma quest’ultimo tentativo, secondo quanto risulta alla Verità, si sarebbe chiuso ancora prima di cominciare: l’agente immobiliare avrebbe deciso di non incontrare le due fondatrici. Un altro segnale che rende sempre più fragile la narrazione del rilancio.
Ora il ritorno a Milano di Jennie e Dangene Enterprise rischia di diventare il primo vero faccia a faccia con i soci. Anche perché ormai i discorsi vertono tutti su querele, richieste di rimborso, possibili azioni fallimentari e ora anche un fascicolo aperto in Procura. Un club può anche non aprire. Ma se la società chiave viene prima data in pegno, poi ceduta per 1 euro, se la sublocazione salta per mancata garanzia e, nel frattempo, ai soci si continua a raccontare la favola che tutto va bene, allora la vicenda passa da progetto fallito a possibile caso giudiziario.
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Un'immagine della Manifestazione nazionale per la vita svoltasi ieri a Roma (Ansa)
Tuttavia il tema è serio, e non si può liquidare semplicemente sostenendo che sia più «vero» chi è più estremo, più granitico, più scorretto nei toni. O, al contrario, che lo sia chi ha più successo, chi è più maturo perché capace di compromessi e meno avvezzo a infantili radicalismi. Queste, diciamocelo, sono schermaglie utili più che altro ad animare i social e i talk show. Quindi sorvoliamo.
Dovremmo chiederci, per cominciare, che cosa possa distinguere ancora, oggi, la destra dalla sinistra. Rispetto ai tempi in cui ne dibattevano Norberto Bobbio e Marcello Veneziani, il contesto è radicalmente mutato. Fra destra e sinistra ci sono più sovrapposizioni, più intrecci. Il cosiddetto sovranismo ha sbriciolato le barriere robuste che sorgevano attorno alle due categorie, ha mescolato gli approcci economici e stabilito singolari convergenze di critica alle istituzioni europee, al sistema finanziario, al globalismo. A dimostrarlo, più che il successo di movimenti trasversali che in effetti faticano a emergere, è il dilatarsi del fronte che il sistema dominante considera nemico. Oggi vengono considerati allo stesso modo «fascisti» (cioè nemici assoluti, da distruggere con ferocia) sia gli esponenti della destra poi sociale sia quelli della sinistra critica, considerati con disprezzo rossobruni. Critiche al politicamente corretto, al wokismo e alle sue derive deliranti arrivano sia da destra sia da sinistra. Analoghe sovrapposizioni si notano sul versante opposto, tra coloro che si definiscono «liberali». Il che, di nuovo, rende piuttosto complicato stabilire distinzioni e stilare classifiche basate sulla purezza. Apparentemente, dunque, non se ne esce: se è difficile distinguere fra destra e sinistra, figuriamoci se è semplice stabilire che cosa sia la «vera destra». Come regolarsi, allora? Beh, una chiave di lettura forse c’è, e ci perdonerà chi la trova banale.
A marcare la differenza reale, oggi, è soltanto la visione del mondo. Meglio: la concezione della vita. Tanti possono criticare, da prospettive diverse, il sistema dominante. Ma potremmo azzardarci a sostenere che a distinguere la destra sia la visione verticale della vita contrapposta a quella orizzontale della sinistra. La destra tende a stabilire un ordine verticale che non è tanto gerarchico quanto qualitativo. La qualità aumenta tanto più si sale, e a forza di salire si giunge a un livello trascendente. O comunque si riconosce che tale livello esiste, ed è da questo livello che derivano le leggi che governano l’esistente e, se vogliamo, pure la sovranità. Questo ordine verticale attribuisce alla vita un valore che non può essere negato e cancellato dall’uomo. Stabilisce dei limiti che l’uomo, gli piaccia o meno, non può varcare se non vuole autodistruggersi. È tale ordine a rendere «magnifica» l’umanità, che senza di esso giace priva di senso e di scopo. Che cosa è dunque la vera destra, che cosa potrebbe essere? Quella che rispetta e aderisce maggiormente a questo ordine. Quella che esprime una visione a cui la sinistra - per costituzione, per antropologia - non potrà mai adeguarsi. Poiché essa glorifica la spinta dal basso verso l’alto e non può fare diversamente. La «vera destra» contesterà dunque il pensiero dominante, ma da un punto di osservazione completamente diverso, radicalmente anti progressista, che deve manifestarsi e concretizzarsi in scelte ben precise a proposito delle questioni fondative che riguardano l’essere umano.
Ieri, a Roma, si è tenuta la Manifestazione per la vita, e quelle questioni le ha poste con urgenza davanti agli occhi di tutti. Fine vita e suicidio assistito, aborto, transumanesimo, attenzione ai deboli e ai fragili. Non c’è nemmeno bisogno di lambiccarsi troppo: le linee di faglia sono tutte lì, e non si può restare indifferenti. Tutti possono criticare l’immigrazione di massa o affermare che l’Unione europea va cambiata. Tutti possono, se vogliono, difendere la sovranità nazionale, parteggiare per questa o per quell’altra postura geopolitica. Ma altro rileva di più. Riteniamo che i corpi siano un bene di consumo come gli altri oppure no? Riteniamo che la vita debba essere sempre disponibile o pensiamo che vada difesa sempre e comunque? Riteniamo che esistano categorie di esseri umani che non meritano di venire o al mondo o non meritano di restarci? Pensiamo che esistano limiti che l’uomo non dovrebbe superare? È a queste domande che una «vera destra» dovrebbe rispondere senza particolari tentennamenti, sulla base di una antropologia magari non univoca ma chiara. Non eliminando il dubbio o negando la libertà di pensiero e espressione o cancellando le sfumature, ma rimarcando che esistono spazi non negoziabili. Purtroppo, notiamo che di questi tempi la chiarezza è poca, e l’antropologia molto confusa. Eppure, volendo, fugare ogni dubbio sarebbe perfino semplice: con la vita o contro? Basta rispondere.
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Elly Schlein (Getty Images)
Nell’uno o nell’altro caso l’obiettivo è lo stesso: togliere voti all’attuale maggioranza, in vista delle future elezioni politiche.
Tuttavia, dal mio punto di vista il vero pericolo per l’elettore moderato o radicale non arriva da destra, fosse anche quella estrema dell’ex ufficiale, ma da sinistra. Mi spiego. Ho letto ieri sul giornale diretto da Marco Travaglio che il Pd sta già predisponendo l’organigramma del governo a guida Schlein, senza dimenticare gli incarichi istituzionali che la sinistra dovrà ricoprire in caso di vittoria. Nell’articolo del Fatto quotidiano non tutte le caselle risultano occupate, dunque ho provato a immaginare quali potrebbero essere ministri e presidenti di un prossimo esecutivo formato dal cosiddetto campo largo. L’elenco che segue è da film horror, ma non credo che le ipotesi che ho messo nero su bianco si discostino molto da quelle che potrebbero essere le scelte dei compagni.
Cominciamo dal presidente del Consiglio che, è vero, dev’essere incaricato da Sergio Mattarella, ma che per il capo dello Stato potrebbe rivelarsi una scelta obbligata nel caso di un candidato premier espresso dalla coalizione. Primarie a parte, mi pare evidente che i nomi più in vista della galassia giallorossa siano quelli di Elly Schlein e di Giuseppe Conte e dunque, a seconda di chi sia il prescelto da elettori o maggiorenti di partito, da questi due nomi non si scappa. Al momento, sono più propenso a credere che se non si affiderà la decisione ai gazebo, a spuntarla sarà la segretaria del Pd e dunque il presidente della Repubblica sarà costretto ad affidare a lei la guida dell’Italia. Ma se a Palazzo Chigi andranno Schlein e il suo cerchio magico, composto da Marco Furfaro e Chiara Braga, chi occuperà gli altri posti chiave? Comincio da quelli più in vista. Se non opterà per la presidenza del Senato, occupando la poltrona della seconda carica dello Stato (in modo da essere pronto per la prima quando Mattarella libererà il Quirinale), Conte potrebbe andare all’Economia. Anche se non si è laureato alla Bocconi come Giancarlo Giorgetti, in fatto di bilancio ha già dato ampia prova di saperci fare sia con il Reddito di cittadinanza che con il Superbonus e dunque lo si può definire l’uomo giusto al posto giusto.
Al lavoro vedrei bene Maurizio Landini, che presto lascerà l’incarico di segretario della Cgil e al ministero di via Veneto potrebbe mettere in pratica le sue teorie su occupazione e retribuzione, trovando risorse per entrambe con la patrimoniale, di cui la stessa Schlein ha di recente parlato. All’Interno, incarico importante perché ormai è chiaro che sulla sicurezza i governi si giocano il consenso, i candidati ideali mi paiono Pierfrancesco Majorino oppure Sandro Ruotolo, entrambi assai vicini a quell’area movimentista che in questi anni non si è fatta sfuggire una manifestazione: con loro al Viminale almeno potremmo sperare di evitarci i cortei in centro anche il sabato pomeriggio. All’Immigrazione invece non credo ci sia alternativa: la persona più indicata è Nostra Signora dell’Accoglienza, la madonna addolorata del Pd, ovvero Laura Boldrini, già funzionaria di organismi Onu poi trasformata in presidente della Camera da quel simpatico zuzzurellone di Pier Luigi Bersani. Alla Salute ovviamente non potrà non andare Roberto Speranza, che ai tempi del Covid tutti quanti ricordiamo per la straordinaria capacità di aver predetto la fine della pandemia con due anni di anticipo, salvo essere costretto a ritirare, alla seconda ondata del virus, il libro in cui sanciva il trionfo sulla malattia. Alla Famiglia credo non ci sia partita: il politico più qualificato per ricoprire il delicato incarico non può che essere Alessandro Zan. Così come alle Politiche abitative non potrà che andare un’onorevole sensibile agli alloggi come Ilaria Salis (che però avrebbe competenza anche per la Giustizia). Alle Grandi opere, ministero che dovrebbe inglobare pure quello dell’Ambiente in quanto non si può fare un ponte o un viadotto senza avere contezza del Green deal, il candidato naturale è Angelo Bonelli, quello che a una delle prime uscite di Giorgia Meloni si presentò in Parlamento armato di pietre. Non per scagliarle contro la premier, ma per denunciare il prosciugamento dell’Adige, che per fortuna continua a scorrere lieto fra Trento e Verona. Al governo non potrà mancare un posto per l’altro componente della coppia di fatto di Alleanza Verdi e Sinistra, Nicola Fratoianni, che senza indugio verrà schierato alla Difesa. Infine, la compagine verrà completata da un ministro della Giustizia davvero competente e qui la partita potrà essere giocata da Roberto Scarpinato o Federico De Raho, che vantando un curriculum in toga ma anche un’esperienza da commissari antimafia per conto dei 5 stelle, avranno finalmente la possibilità di fare luce sui misteri d’Italia.
Ho dimenticato qualcuno? Ah, sì. Paola Taverna all’Istruzione (del resto se c’è stata Lucia Azzolina, che ha di meno l’ex impiegata del Quarticciolo?). E agli Affari esteri Matteo Renzi (a cui, oltre a fare soldi, piace tanto viaggiare); Teresa Bellanova all’Agricoltura (del resto, come ha risolto lei il problema del capolarato non lo ha risolto nessuno). Manca qualcosa? Certo: il futuro presidente della Repubblica nel 2029. Ma lì la casella è già occupata: resta Mattarella per un altro settennato. In fondo, non c’è due senza tre.
Vi sentite male? Se ci pensate, la sporca dozzina di Vannacci è niente al confronto della dozzina di impresentabili del campo largo.
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Alberto Stasi (Ansa)
Stasi è tornato nel penitenziario milanese per portare via i suoi effetti personali. Era già fuori per una licenza. Sarebbe dovuto tornare domenica sera. Ma la decisione del Tribunale di sorveglianza di Milano di accogliere la richiesta per l’affidamento in prova ai servizi sociali (ottenuto con il parere positivo della Procura generale) ha cambiato tutto nel giro di poche ore. E, così, si è presentato a Bollate per raccogliere gli ultimi pezzi della sua vita da detenuto. Tre valigie con vestiti, documenti ed effetti personali accumulati negli anni. Al compagno di cella ha lasciato il ventilatore e il frigorifero. Piccoli oggetti che fuori sembrano dettagli insignificanti e che invece in un carcere diventano comfort, abitudini, elementi di sopravvivenza quotidiana.
Poi i saluti: il direttore Giorgio Leggieri, gli agenti della polizia penitenziaria, gli educatori, i detenuti. La liturgia silenziosa di chi esce dal carcere dopo aver passato una fetta della propria vita all’interno di quelle mura. Subito dopo ha incontrato la madre Elisabetta Ligabò, come accade quasi ogni sabato da anni. La nuova vita dell’ex bocconiano condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi riparte da un alloggio che ha preso in affitto nel Milanese. Continuerà a lavorare come contabile, ma non dovrà più fare ritorno ogni sera a Bollate.
Non tornerà nemmeno a vivere a Garlasco. Nessun divieto specifico però: potrà muoversi liberamente in Lombardia e anche tornare nel paese del delitto. Anche se la libertà resta piena di condizioni: obbligo di residenza, orari da rispettare, controlli periodici, divieto di frequentare pregiudicati e impossibilità di uscire dalla Lombardia senza autorizzazione del magistrato di sorveglianza. Perfino una vacanza dovrà essere autorizzata con il parere dell’Uepe, l’Ufficio locale di esecuzione penale esterna. «Non c’è niente di diverso, di particolare rispetto alla misura che gli è stata concessa», ha assicurato l’avvocato Giada Bocellari.
Ma è qui che si inserisce un dettaglio che colpisce. Rileggendo l’ultimo interrogatorio reso davanti ai magistrati di Pavia (che risale a soli cinque mesi fa), infatti, il carcere compare più volte nei dialoghi. Stasi richiama il giorno in cui è stato fermato per collocare gli avvenimenti nel tempo. E fa lo stesso per ricordare il momento preciso in cui si sono interrotti i rapporti con i Poggi: «Dopo che sono stato fermato e portato al Piccolini, al carcere
di Vigevano». Ma non è una ossessione. È una costante delle sue giornate. Una routine. Durante una pausa informale, che è stata fonoregistrata ed è finita nella trascrizione, è l’avvocato Antonio De Rensis a chiedergli: «A che ora torni in carcere?». Una frase pronunciata quasi automaticamente. E lui si preoccupa della burocrazia penitenziaria: «Mi devo far dare la giustificazione». È probabilmente il passaggio che racconta meglio cosa sia diventata la detenzione per Alberto dopo oltre dieci anni: un’abitudine da detenuto modello. Un luogo da cui uscire per lavorare e in cui rientrare la sera come accade a chiunque torni a casa dopo l’ufficio. Una vita sospesa tra libertà e carcere, scandita da automatismi penitenziari diventati normalità.
Adesso quella routine si è interrotta. O almeno ha cambiato forma. Il presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano, Marcello Bortolato, ha voluto precisare che il beneficio non è stato concesso automaticamente. «La valutazione per la concessione dell’affidamento è fatta esclusivamente sugli atti di osservazione e sui comportamenti dentro e fuori dal carcere e tenendo conto dei pareri degli organi competenti». E ancora: «Non è automatico, altrimenti il beneficio verrebbe concesso a tutti i detenuti che hanno meno di quattro anni da scontare». Hanno pesato la buona condotta, il lavoro stabile, il comportamento tenuto durante la semilibertà, le relazioni positive con il personale penitenziario, il basso profilo mediatico mantenuto in questi anni, il risarcimento che continua a versare alla famiglia Poggi e il percorso costruito all’interno di Bollate. Un percorso che ha convinto i magistrati di sorveglianza a concedergli la misura alternativa.
Intanto i suoi difensori lavorano alla richiesta di revisione del processo. «Verrà presentata quando la difesa sarà pronta. È un lavoro lungo e tecnico, che richiede grande attenzione e che va fatto bene», ha spiegato Bocellari. Qualcosa però è cambiato anche per i difensori: «Ora», ammette la Bocellari, «siamo in grado di lavorare con più serenità perché Alberto è a tutti gli effetti un uomo che può riprendere in maniera sostanzialmente normale la propria vita».
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