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2021-02-24
Bonaccini apre alla Lega e fa a pezzi il Pd
Stefano Bonaccini (Ansa)
Anche quella di oggi rischia di non essere affatto una buona giornata per gli «aperturisti», che culminerà con l'intervento in Aula di Roberto Speranza, alle 17. È prevedibile che il ministro della Salute non cercherà provocazioni politiche, ma sembra altrettanto chiaro che si attesterà su una strenua difesa - e se possibile sulla richiesta di inasprimento - della sua tradizionale linea «chiusurista». Il mantra di Speranza sarà, secondo le indiscrezioni circolate ieri: «Non è il momento di abbassare la guardia». Certo, però, balza agli occhi un'evidenza piuttosto bizzarra per chiunque sia affezionato a una politica fact-based e data-driven, cioè basata sui fatti e sui dati. Più che di indici in peggioramento, siamo in presenza di timori e incertezze (magari giustificate, nessuno può escluderlo) sulle varianti e sul loro eventuale sviluppo. Ma, se si adottasse una logica del genere per tutto il tempo necessario alla campagna vaccinale, e quindi se si accentuassero le restrizioni davanti ad ogni eventuale o potenziale variante, allora l'Italia avrebbe davanti altri 8-9 mesi di lockdown strisciante. Un incubo, oltre che un'apocalisse economica.
E ieri il Cts ha sparso altra paura, consegnando a Draghi, a quanto pare, la richiesta di non riaprire palestre e piscine: segnale assai cupo, anche perché già mesi fa, quando quelle strutture erano aperte, si attenevano a protocolli molto rigorosi. Sta di fatto che, in vista della relazione di Speranza di oggi, Mario Draghi ha convocato ieri sera una riunione con alcuni ministri in rappresentanza dei partiti della coalizione (Giancarlo Giorgetti, Stefano Patuanelli, Roberto Speranza, Dario Franceschini, Maria Stella Gelmini, Elena Bonetti), a cui hanno partecipato anche i vertici del Cts Silvio Brusaferro, Agostino Miozzo e Franco Locatelli.
Ma allora cosa c'è di diverso nell'approccio al Covid tra Giuseppe Conte e Draghi? Giuridicamente, è apprezzabile che l'altro ieri Draghi sia partito con un decreto-legge (firmato ieri da Sergio Mattarella), quindi con un atto necessariamente sottoposto a scrutinio parlamentare. Dei dpcm verranno (il primo già molto presto, dopo il dibattito parlamentare di oggi), ma sembra probabile che si tenderà a non abusarne. Ancora, è abissale la differenza tra la nuova fase draghiana e tra la comunicazione martellante, ansiogena, ossessiva, orchestrata da Rocco Casalino, tra pagine Facebook, caccia al like, conferenze a orari improbabili (e poi regolarmente rinviate per sdraiarsi sui palinsesti tv), più il circo dell'improvvisa «apparizione» delle bozze prima di ogni provvedimento. In qualche misura, si è passati a un approccio eccessivo in senso inverso: mutismo, riserbo assoluto, gran silenzio. Peraltro, è abbastanza curioso che gli stessi media che esaltavano il primo approccio ora si dichiarino innamorati del secondo: potenza dell'italica propensione al servo encomio. Come si diceva, invece, il più preoccupante elemento di continuità sta nell'approccio «chiusurista». Su questo, finora, i ministri di centrodestra registrano una sconfitta secca, confermata anche dai retroscena sul Cdm di lunedì, con le posizioni «aperturiste» schiacciate in sandwich tra i no iniziali di Speranza e Andrea Orlando e il no finale, sia pure più sfumato e transitorio, di Draghi stesso, preoccupato di valutare nei prossimi giorni l'impatto delle varianti.
Se, dentro questa cornice di sconfortante continuità, vogliamo cercare un elemento di ottimismo che possa non precludere esiti diversi, c'è da sottolineare il fatto che ora quasi tutti sembrino orientati a escludere chiusure troppo estese. Sembra farsi strada (e questo sarebbe ragionevole) l'idea di chiusure mirate, riservate ai singoli focolai: lo chiede in particolare Matteo Salvini (che ieri ha esplicitamente detto: «Se c'è un problema a Brescia, non chiudi tutta Italia da Bolzano a Catania»). Un'inversione di rotta sembra annunciarsi, e questo è certamente l'aspetto più consolante, in materia di vaccini. Come questo giornale sollecitava da mesi, pare farsi strada il modello britannico. Negli ultimi giorni, sia la rivista The Lancet sia le autorità mediche Uk hanno confermato che posporre nel tempo il richiamo potrebbe perfino giovare. Allora, diventa possibile ipotizzare che l'Italia usi a tappeto (per la prima iniezione) tutte le dosi in arrivo: sono attesi 5 milioni di dosi Astrazeneca entro fine marzo (e, sempre entro fine marzo, le dosi complessivamente giunte da inizio anno arriveranno al numero di 15 milioni, soprattutto tra Pfizer e Astrazeneca), mentre da aprile a giugno (considerando Pfizer, Astrazeneca, Johnson & Johnson, Moderna, ecc) sono attese altre 52 milioni di dosi. La strategia del governo sembra essere quella di usarle a raffica per la prima vaccinazione, riservando al richiamo sia le consegne successive sia l'eventuale produzione nazionale da avviare (tema su cui è al lavoro il dicastero di Giorgetti). Adottando questo modello, il tema delle dosi non sarebbe più un problema insormontabile, mentre tornerebbe in gioco l'irrobustimento di un'adeguata macchina organizzativa. Ed è su questa sfida logistica che il governo Draghi sarà rapidamente giudicato.
Bonaccini spacca il Pd «Sui ristoranti ha ragione Salvini»
Stefano Bonaccini lancia l'opa su quel che resta del Pd, e lo fa nella maniera più clamorosa: una virata a dritta (ovvero a destra, per chi non è appassionato di vela) che fa suonare l'allarme rosso nella sinistra dem, capitanata dal ministro del Lavoro Andrea Orlando. Il presidente dell'Emilia Romagna, ieri mattina, sgancia la bomba: «La proposta di Matteo Salvini», dice Bonaccini a L'Aria che tira, su La7, «sui ristoranti aperti anche a cena è ragionevole, laddove nel territorio non si hanno troppi rischi di contagio. Dove le cose vanno in maniera migliore», aggiunge Bonaccini, «si può ragionare, con controlli più serrati, dove ci sono meno rischi, per dare ossigeno a qualche attività».
Apriti cielo: Bonaccini sulla linea del leader del centrodestra? Lo stesso Bonaccini che fino a tre giorni fa chiedeva la zona arancione per tutta Italia, facendo imbestialire, oltre a Salvini, milioni di imprenditori? Proprio lui: il presidente dell'Emilia Romagna, che è anche il leader della Conferenza delle Regioni, cambia linea e si converte sulla via del congresso dem, che sembra sempre più vicino. Passano un paio d'ore, e Salvini, diabolicamente, sui social newtork rilancia le parole di Bonaccini, con tanto di card con fotografia stilizzata del governatore dem, omaggio grafico che solitamente il leader della Lega riserva agli intellettuali di centrodestra: «Fa piacere», commenta Salvini, «trovare consenso trasversale su una proposta di assoluto buonsenso, che salvaguardi sia il diritto alla salute che il diritto al lavoro».
La sinistra del Pd schiuma rabbia: a esprimere apertamente il suo dissenso nei confronti della svolta di Bonaccini è Marco Miccoli, responsabile nazionale Lavoro del Pd, vicinissimo a Orlando: «Dico a Bonaccini», scrive Miccoli su Facebook, «che le proposte di Salvini non sono mai ragionevoli, sono sempre strumentali. Siamo in una fase difficile e la politica deve saper coniugare le esigenze del Paese a quelle della lotta alla pandemia. Più che a Salvini mi affiderei ai tecnici e alla scienza».
È evidente il tentativo di Bonaccini di smarcarsi dall'ala sinistra del partito, quella che guarda all'alleanza strategica con il M5s e Leu, ancora nostalgica dei bei (?) tempi di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, e di candidarsi alla guida del partito con una piattaforma politica opposta, che contempli il riavvicinamento con Matteo Renzi, con il quale il presidente dell'Emilia-Romagna conserva rapporti eccellenti, così come con Carlo Calenda. È bene ricordare che in occasione delle regionali del gennaio 2020, quando Bonaccini, senza allearsi con il M5s, ha battuto la candidata leghista Lucia Borgonzoni, né Italia viva né Azione hanno presentato i loro simboli, ma hanno preferito irrobustire con i loro candidati la lista «Bonaccini presidente».
«Bonaccini», dice alla Verità un dirigente dem di peso, «è in corsa per la segreteria del Pd dal giorno dopo la vittoria delle regionali. La sua idea è quella di un asse del Nord, con sindaci come Giorgio Gori e Dario Nardella, e con agganci importanti in Base riformista, la corrente di ex renziani guidata da Lorenzo Guerini e Luca Lotti. Bonaccini nasce bersaniano, ma parliamo del pleistocene: si è subito avvicinato a Renzi, che nel 2014, quando era premier, fece ritirare Matteo Richetti, a lui all'epoca legatissimo, dalle primarie per il candidato alla presidenza dell'Emilia Romagna per il Pd, con la famosa frase “avete fatto un bel casino", riferita alla doppia candidatura. Bonaccini», aggiunge la fonte, «si prepara a sfidare Andrea Orlando al congresso». Sfida che arriverà molto presto: il mandato di Nicola Zingaretti scade tra due anni, ma in realtà lo stesso segretario ammette che il redde rationem è assai vicino: «Il congresso? Io credo», dice Zinga a Radio Immagina, «che noi all'assemblea nazionale che avremo fra qualche giorno decideremo, non c'è dubbio che va riaperto un dibattito sull'identità del Pd, sulle scelte fondamentali, sull'Italia, oggi si può fare a testa alta».
La piattaforma con la quale Bonaccini si candiderà alla leadership è già pronta: vocazione maggioritaria, addio alleanza strategica con un M5s disintegrato, apertura al centro, attenzione ai ceti produttivi. Ovviamente, da segretario, Bonaccini sarebbe protagonista dell'elezione del prossimo presidente della Repubblica e, d'intesa con Salvini, bloccherebbe ogni tentativo di ritornare al proporzionale. «Adesso dobbiamo aiutare il Paese», sottolinea Bonaccini, «e cercare di mettere da parte le divisioni. Verrà il tempo in cui la Lega e il Pd torneranno a dividersi». Verrà il tempo: nella primavera del prossimo anno, quando Bonaccini e Salvini si sfideranno per la premiership, come spera (o sogna) il governatore dell'Emilia Romagna, Regione che confina con la Toscana, dove la segretaria regionale, Simona Bonafè, esponente di Base riformista, ha appena epurato gli esponenti zingarettiani dalla segretaria, a partire dal suo vice, Valerio Fabiani. Il congresso del Pd è già iniziato, anzi non è mai finito.
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Rispetto all'era Conte, il premier tenta il cambio di passo, ma sulle aperture il governo è ancora timido. Sui vaccini, l'ex banchiere guarda al modello inglese. Il Cts frena sulla ripartenza di palestre e piscineIl governatore plaude alla Lega e si mette contro mezzo partito L'obbiettivo è riconquistare il Nord per puntare alla segreteriaLo speciale contiene due articoliAnche quella di oggi rischia di non essere affatto una buona giornata per gli «aperturisti», che culminerà con l'intervento in Aula di Roberto Speranza, alle 17. È prevedibile che il ministro della Salute non cercherà provocazioni politiche, ma sembra altrettanto chiaro che si attesterà su una strenua difesa - e se possibile sulla richiesta di inasprimento - della sua tradizionale linea «chiusurista». Il mantra di Speranza sarà, secondo le indiscrezioni circolate ieri: «Non è il momento di abbassare la guardia». Certo, però, balza agli occhi un'evidenza piuttosto bizzarra per chiunque sia affezionato a una politica fact-based e data-driven, cioè basata sui fatti e sui dati. Più che di indici in peggioramento, siamo in presenza di timori e incertezze (magari giustificate, nessuno può escluderlo) sulle varianti e sul loro eventuale sviluppo. Ma, se si adottasse una logica del genere per tutto il tempo necessario alla campagna vaccinale, e quindi se si accentuassero le restrizioni davanti ad ogni eventuale o potenziale variante, allora l'Italia avrebbe davanti altri 8-9 mesi di lockdown strisciante. Un incubo, oltre che un'apocalisse economica. E ieri il Cts ha sparso altra paura, consegnando a Draghi, a quanto pare, la richiesta di non riaprire palestre e piscine: segnale assai cupo, anche perché già mesi fa, quando quelle strutture erano aperte, si attenevano a protocolli molto rigorosi. Sta di fatto che, in vista della relazione di Speranza di oggi, Mario Draghi ha convocato ieri sera una riunione con alcuni ministri in rappresentanza dei partiti della coalizione (Giancarlo Giorgetti, Stefano Patuanelli, Roberto Speranza, Dario Franceschini, Maria Stella Gelmini, Elena Bonetti), a cui hanno partecipato anche i vertici del Cts Silvio Brusaferro, Agostino Miozzo e Franco Locatelli. Ma allora cosa c'è di diverso nell'approccio al Covid tra Giuseppe Conte e Draghi? Giuridicamente, è apprezzabile che l'altro ieri Draghi sia partito con un decreto-legge (firmato ieri da Sergio Mattarella), quindi con un atto necessariamente sottoposto a scrutinio parlamentare. Dei dpcm verranno (il primo già molto presto, dopo il dibattito parlamentare di oggi), ma sembra probabile che si tenderà a non abusarne. Ancora, è abissale la differenza tra la nuova fase draghiana e tra la comunicazione martellante, ansiogena, ossessiva, orchestrata da Rocco Casalino, tra pagine Facebook, caccia al like, conferenze a orari improbabili (e poi regolarmente rinviate per sdraiarsi sui palinsesti tv), più il circo dell'improvvisa «apparizione» delle bozze prima di ogni provvedimento. In qualche misura, si è passati a un approccio eccessivo in senso inverso: mutismo, riserbo assoluto, gran silenzio. Peraltro, è abbastanza curioso che gli stessi media che esaltavano il primo approccio ora si dichiarino innamorati del secondo: potenza dell'italica propensione al servo encomio. Come si diceva, invece, il più preoccupante elemento di continuità sta nell'approccio «chiusurista». Su questo, finora, i ministri di centrodestra registrano una sconfitta secca, confermata anche dai retroscena sul Cdm di lunedì, con le posizioni «aperturiste» schiacciate in sandwich tra i no iniziali di Speranza e Andrea Orlando e il no finale, sia pure più sfumato e transitorio, di Draghi stesso, preoccupato di valutare nei prossimi giorni l'impatto delle varianti. Se, dentro questa cornice di sconfortante continuità, vogliamo cercare un elemento di ottimismo che possa non precludere esiti diversi, c'è da sottolineare il fatto che ora quasi tutti sembrino orientati a escludere chiusure troppo estese. Sembra farsi strada (e questo sarebbe ragionevole) l'idea di chiusure mirate, riservate ai singoli focolai: lo chiede in particolare Matteo Salvini (che ieri ha esplicitamente detto: «Se c'è un problema a Brescia, non chiudi tutta Italia da Bolzano a Catania»). Un'inversione di rotta sembra annunciarsi, e questo è certamente l'aspetto più consolante, in materia di vaccini. Come questo giornale sollecitava da mesi, pare farsi strada il modello britannico. Negli ultimi giorni, sia la rivista The Lancet sia le autorità mediche Uk hanno confermato che posporre nel tempo il richiamo potrebbe perfino giovare. Allora, diventa possibile ipotizzare che l'Italia usi a tappeto (per la prima iniezione) tutte le dosi in arrivo: sono attesi 5 milioni di dosi Astrazeneca entro fine marzo (e, sempre entro fine marzo, le dosi complessivamente giunte da inizio anno arriveranno al numero di 15 milioni, soprattutto tra Pfizer e Astrazeneca), mentre da aprile a giugno (considerando Pfizer, Astrazeneca, Johnson & Johnson, Moderna, ecc) sono attese altre 52 milioni di dosi. La strategia del governo sembra essere quella di usarle a raffica per la prima vaccinazione, riservando al richiamo sia le consegne successive sia l'eventuale produzione nazionale da avviare (tema su cui è al lavoro il dicastero di Giorgetti). Adottando questo modello, il tema delle dosi non sarebbe più un problema insormontabile, mentre tornerebbe in gioco l'irrobustimento di un'adeguata macchina organizzativa. Ed è su questa sfida logistica che il governo Draghi sarà rapidamente giudicato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chiusure-mirate-e-dpcm-solo-se-serve-ecco-il-metodo-anti-covid-di-draghi-2650729759.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bonaccini-spacca-il-pd-sui-ristoranti-ha-ragione-salvini" data-post-id="2650729759" data-published-at="1614120771" data-use-pagination="False"> Bonaccini spacca il Pd «Sui ristoranti ha ragione Salvini» Stefano Bonaccini lancia l'opa su quel che resta del Pd, e lo fa nella maniera più clamorosa: una virata a dritta (ovvero a destra, per chi non è appassionato di vela) che fa suonare l'allarme rosso nella sinistra dem, capitanata dal ministro del Lavoro Andrea Orlando. Il presidente dell'Emilia Romagna, ieri mattina, sgancia la bomba: «La proposta di Matteo Salvini», dice Bonaccini a L'Aria che tira, su La7, «sui ristoranti aperti anche a cena è ragionevole, laddove nel territorio non si hanno troppi rischi di contagio. Dove le cose vanno in maniera migliore», aggiunge Bonaccini, «si può ragionare, con controlli più serrati, dove ci sono meno rischi, per dare ossigeno a qualche attività». Apriti cielo: Bonaccini sulla linea del leader del centrodestra? Lo stesso Bonaccini che fino a tre giorni fa chiedeva la zona arancione per tutta Italia, facendo imbestialire, oltre a Salvini, milioni di imprenditori? Proprio lui: il presidente dell'Emilia Romagna, che è anche il leader della Conferenza delle Regioni, cambia linea e si converte sulla via del congresso dem, che sembra sempre più vicino. Passano un paio d'ore, e Salvini, diabolicamente, sui social newtork rilancia le parole di Bonaccini, con tanto di card con fotografia stilizzata del governatore dem, omaggio grafico che solitamente il leader della Lega riserva agli intellettuali di centrodestra: «Fa piacere», commenta Salvini, «trovare consenso trasversale su una proposta di assoluto buonsenso, che salvaguardi sia il diritto alla salute che il diritto al lavoro». La sinistra del Pd schiuma rabbia: a esprimere apertamente il suo dissenso nei confronti della svolta di Bonaccini è Marco Miccoli, responsabile nazionale Lavoro del Pd, vicinissimo a Orlando: «Dico a Bonaccini», scrive Miccoli su Facebook, «che le proposte di Salvini non sono mai ragionevoli, sono sempre strumentali. Siamo in una fase difficile e la politica deve saper coniugare le esigenze del Paese a quelle della lotta alla pandemia. Più che a Salvini mi affiderei ai tecnici e alla scienza». È evidente il tentativo di Bonaccini di smarcarsi dall'ala sinistra del partito, quella che guarda all'alleanza strategica con il M5s e Leu, ancora nostalgica dei bei (?) tempi di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, e di candidarsi alla guida del partito con una piattaforma politica opposta, che contempli il riavvicinamento con Matteo Renzi, con il quale il presidente dell'Emilia-Romagna conserva rapporti eccellenti, così come con Carlo Calenda. È bene ricordare che in occasione delle regionali del gennaio 2020, quando Bonaccini, senza allearsi con il M5s, ha battuto la candidata leghista Lucia Borgonzoni, né Italia viva né Azione hanno presentato i loro simboli, ma hanno preferito irrobustire con i loro candidati la lista «Bonaccini presidente». «Bonaccini», dice alla Verità un dirigente dem di peso, «è in corsa per la segreteria del Pd dal giorno dopo la vittoria delle regionali. La sua idea è quella di un asse del Nord, con sindaci come Giorgio Gori e Dario Nardella, e con agganci importanti in Base riformista, la corrente di ex renziani guidata da Lorenzo Guerini e Luca Lotti. Bonaccini nasce bersaniano, ma parliamo del pleistocene: si è subito avvicinato a Renzi, che nel 2014, quando era premier, fece ritirare Matteo Richetti, a lui all'epoca legatissimo, dalle primarie per il candidato alla presidenza dell'Emilia Romagna per il Pd, con la famosa frase “avete fatto un bel casino", riferita alla doppia candidatura. Bonaccini», aggiunge la fonte, «si prepara a sfidare Andrea Orlando al congresso». Sfida che arriverà molto presto: il mandato di Nicola Zingaretti scade tra due anni, ma in realtà lo stesso segretario ammette che il redde rationem è assai vicino: «Il congresso? Io credo», dice Zinga a Radio Immagina, «che noi all'assemblea nazionale che avremo fra qualche giorno decideremo, non c'è dubbio che va riaperto un dibattito sull'identità del Pd, sulle scelte fondamentali, sull'Italia, oggi si può fare a testa alta». La piattaforma con la quale Bonaccini si candiderà alla leadership è già pronta: vocazione maggioritaria, addio alleanza strategica con un M5s disintegrato, apertura al centro, attenzione ai ceti produttivi. Ovviamente, da segretario, Bonaccini sarebbe protagonista dell'elezione del prossimo presidente della Repubblica e, d'intesa con Salvini, bloccherebbe ogni tentativo di ritornare al proporzionale. «Adesso dobbiamo aiutare il Paese», sottolinea Bonaccini, «e cercare di mettere da parte le divisioni. Verrà il tempo in cui la Lega e il Pd torneranno a dividersi». Verrà il tempo: nella primavera del prossimo anno, quando Bonaccini e Salvini si sfideranno per la premiership, come spera (o sogna) il governatore dell'Emilia Romagna, Regione che confina con la Toscana, dove la segretaria regionale, Simona Bonafè, esponente di Base riformista, ha appena epurato gli esponenti zingarettiani dalla segretaria, a partire dal suo vice, Valerio Fabiani. Il congresso del Pd è già iniziato, anzi non è mai finito.
Celebrazioni a Teheran per Mojtaba Khamenei (Ansa)
La Repubblica islamica dell’Iran sostiene di aver già individuato la figura destinata a succedere alla guida del Paese dopo la morte dell’ayatollah Ali Khamenei, ma ufficialmente, al momento di andare in stampa, il nome del nuovo leader supremo non è stato ancora reso pubblico. Un silenzio che riflette le profonde tensioni politiche e istituzionali che attraversano il sistema di potere iraniano in uno dei momenti più delicati della sua storia recente. A confermare che una decisione sarebbe stata presa è stato un membro dell’Assemblea degli esperti, l’organo religioso incaricato dalla Costituzione di designare la Guida suprema; l’ayatollah Mohammad-Mahdi Mirbagheri ha dichiarato che all’interno dell’Assemblea sono stati compiuti «grandi sforzi per determinare la Guida» e che sarebbe stato raggiunto «un parere decisivo e unanime». Un altro membro dell’Assemblea, Hojjatoleslam Jafari, rappresentante della provincia di Zanjan, ha espresso l’auspicio che la decisione venga resa nota al più presto. «Il ritardo nell’elezione del terzo leader è amaro e indesiderato per tutti», ha spiegato, invitando tuttavia la popolazione a non perdere fiducia nei rappresentanti religiosi chiamati a prendere una decisione così delicata.
Nel frattempo, un altro religioso dell’Assemblea ha assicurato che il nome di Khamenei come leader dell’Iran «continuerà a esistere», sottolineando come la futura guida della Repubblica islamica dovrà muoversi nel solco politico e ideologico tracciato dal defunto ayatollah. Secondo la Costituzione, spetta all’Assemblea degli esperti - composta da 88 religiosi - scegliere la Guida suprema quando la carica rimane vacante. È quanto accaduto dopo i quasi 37 anni di leadership di Ali Khamenei, morto a seguito di un attacco Usa a Teheran lo scorso 28 febbraio. La successione rappresenta quindi uno dei passaggi più sensibili nella storia politica della Repubblica islamica.
Il dibattito interno è reso ancora più complesso dalla possibile candidatura di Mojtaba Khamenei, figlio della precedente Guida suprema e da tempo indicato come uno dei principali pretendenti alla successione. La sua nomina, osteggiata dal presidente statunitense Donald Trump secondo il quale «sarebbe inaccettabile», garantirebbe continuità con la linea politica del padre e lascerebbe campo libero ai pasdaran, principali sponsor della sua ascesa.
Il prezzo, secondo molti osservatori, lo pagherebbe la popolazione iraniana, che potrebbe trovarsi di fronte a una repressione ancora più dura mentre il conflitto in corso rischierebbe di intensificarsi ulteriormente. Secondo alcune informazioni circolate nelle ultime ore, Mojtaba Khamenei sarebbe inoltre rimasto gravemente ferito nei raid che hanno colpito la città di Qom alla fine di febbraio e si troverebbe attualmente ricoverato in ospedale. Un altro membro dell’Assemblea, l’ayatollah Mohsen Heidari Alekasir, ha dichiarato che il candidato prescelto sarebbe stato individuato anche tenendo conto delle indicazioni lasciate dallo stesso Khamenei prima della morte. Secondo il religioso, il nuovo leader dovrebbe essere una figura «odiata dal nemico», aggiungendo che «persino il Grande Satana» avrebbe già fatto il suo nome. Ovvio il riferimento a Mojtaba Khamenei. All’interno del clero non mancano le pressioni per accelerare la decisione. L’ayatollah ha chiesto di rendere pubblico al più presto il nome del «giurista a pieno titolo» selezionato dall’Assemblea. Rahim Tavakol, altro membro dell’organismo religioso, ha assicurato che l’assemblea ha già svolto il proprio compito e che «presto verrà annunciato il successore» di Khamenei. Tuttavia diversi osservatori ritengono che il ritardo possa essere legato anche a questioni procedurali e di sicurezza. Secondo alcuni giuristi iraniani, la Costituzione prevede che almeno due terzi dei membri dell’Assemblea partecipino fisicamente alla deliberazione. In mancanza di questa condizione, qualsiasi decisione rischierebbe di non avere piena validità legale.
Emergono anche divisioni all’interno dell’establishment. Alcune fonti sostengono che il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Ali Larijani, si sarebbe opposto alla nomina di Mojtaba Khamenei, preferendo invece la candidatura del fratello Sadeq Larijani, ex capo della magistratura e figura influente dell’apparato religioso e politico iraniano. Per l’esercito israeliano, invece, non è importante chi verrà nominato: «Continueremo a colpire chiunque tenti di assumere o designare la carica di Guida Suprema» ha affermato l’Idf in una nota.
La guerra «sotterranea» dell’acqua
L’escalation militare in Medio Oriente continua ad allargarsi mentre il confronto tra Iran, Israele e Stati Uniti apre nuovi fronti di tensione in tutta la regione. A Teheran la situazione appare sempre più critica dopo una serie di raid che hanno colpito infrastrutture energetiche della capitale provocando incendi di vaste proporzioni. Il corrispondente della Cnn Frederik Pleitgen ha raccontato dalla città uno scenario che ha definito «apocalittico». Gli attacchi israeliani hanno centrato diversi impianti petroliferi causando roghi che, a distanza di oltre 12 ore, continuavano ancora a bruciare. Colonne di fumo nero si sono alzate sopra la capitale mentre la pioggia, mescolata ai residui di petrolio dispersi nell’aria, è ricaduta sulle strade.
Nel frattempo il comando militare Usa per il Medio Oriente ha diffuso un messaggio diretto alla popolazione iraniana invitando i civili a restare nelle proprie abitazioni: «State a casa. Il regime sta consapevolmente mettendo in pericolo le vite dei civili», si legge nell’avviso diffuso dallo Us central command. Nel comunicato si accusa inoltre Teheran di utilizzare quartieri densamente abitati per operazioni militari, compreso il lancio di droni d’attacco e missili balistici. Washington ha tuttavia precisato di non essere coinvolta negli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane.
Il segretario statunitense all’Energia, Chris Wright, intervistato dalla Cnn, ha dichiarato che gli Stati Uniti non intendono colpire l’industria petrolifera o del gas della Repubblica islamica. Secondo Wright gli obiettivi dei raid riguarderebbero depositi di carburante utilizzati per rifornire le stazioni di benzina della capitale. Il segretario ha riconosciuto l’impatto degli attacchi sulla qualità dell’aria a Teheran, aggiungendo, tuttavia, che «alcuni giorni di qualità dell’aria peggiore non sono nulla rispetto a ciò che il popolo iraniano ha sofferto sotto il regime». La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, intervistata da Fox News, ha spiegato che la strategia dell’amministrazione guidata da Donald Trump resta concentrata su una campagna di bombardamenti aerei. «Il dispiegamento di truppe a terra non rientra nel piano attuale ma il presidente non ha rimosso l’opzione dal tavolo», ha dichiarato.
Le tensioni si estendono anche al Golfo. Le autorità del Bahrein hanno denunciato un attacco con drone attribuito all’Iran contro un impianto di desalinizzazione nei pressi della capitale Manama. In una nota ufficiale il governo ha riferito che l’azione ha colpito obiettivi civili causando danni materiali alla struttura. L’Autorità elettrica e idrica del Paese ha tuttavia assicurato che l’incidente non ha interrotto la distribuzione dell’acqua potabile. Il tema resta particolarmente delicato perché nei Paesi del Golfo la sopravvivenza delle città dipende in larga parte dagli impianti di desalinizzazione.
Proprio gli Emirati Arabi Uniti sono finiti al centro di nuove polemiche diplomatiche. Secondo indiscrezioni riportate dal quotidiano israeliano Ynet, Abu Dhabi avrebbe valutato la possibilità di colpire un impianto di desalinizzazione in Iran come segnale politico. Negli Emirati cresce però la rabbia per le notizie diffuse dai media israeliani. Secondo quanto riferito da Channel 12, fonti vicine alla leadership emiratina ritengono che rivelazioni pubbliche di questo tipo possano compromettere un delicato equilibrio regionale. Sul piano diplomatico Teheran continua intanto a ribadire la propria determinazione a resistere. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, intervistato dalla Nbc, ha affermato che la cooperazione con la Russia «non è una novità né un segreto» e che l’Iran continuerà a difendere il proprio territorio: «La nostra dignità non è in vendita», ha dichiarato. Resta instabile anche il fronte libanese. Secondo le Forze di difesa israeliane, negli ultimi giorni oltre 200 membri di Hezbollah e di altri gruppi armati sarebbero stati uccisi durante le operazioni militari in Libano. Il ministero della Salute libanese ha riferito che i bombardamenti della scorsa settimana hanno provocato almeno 394 morti, confermando come il conflitto stia assumendo dimensioni sempre più ampie.
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Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia cerca sempre di dare un aiuto». E Poi: «Giorgia è un’ottima leader ed è una mia amica». Le dichiarazioni che Donald Trump ha rilasciato al Corriere della Sera a sostegno del presidente del Consiglio Giorgia Meloni hanno provocato moltissime proteste da parte dell’opposizione.«L’Italia non è parte del conflitto, non intende essere parte del conflitto. Noi ci stiamo limitando a rafforzare la nostra presenza nei Paesi del Golfo che sono stati attaccati dall’Iran con missili, con droni, ma solo a scopo difensivo». La risposta di Meloni a chi accusa l’esecutivo di essere entrato in guerra arriva su Rete 4 in un’intervista rilasciata a Mario Giordano, nella puntata di ieri di Fuori dal coro. «Una decisione che nasce dal bisogno che noi abbiamo di proteggere le decine di migliaia di italiani che sono presenti nell’area, oltre che i nostri contingenti militari», ha puntualizzato il premier, spiegando che «noi abbiamo circa 2.000 soldati dislocati in quella regione. Dopodiché quelle sono anche nazioni con le quali noi abbiamo sicuramente ottimi rapporti, ma che sono anche vitali per i nostri interessi energetici». E poi ha ribadito: «Però non intendiamo entrare in guerra e non ci entreremo».
Sulle parole del presidente degli Stati Uniti era già intervenuto anche il ministro degli Interni Antonio Tajani. «Quella del presidente Donald Trump al Corriere della sera è una dichiarazione più politica e non credo che ci sia nulla da chiarire». E poi sulle contestazioni arrivate da Pd, Avs e Movimento 5 stelle ha detto: «Le opposizioni fanno la loro parte, mi pare che adesso in questo momento non ci sia nulla da commentare», ha spiegato. «Tutto quello che si sta facendo si è fatto, si farà, è stato detto in Parlamento, quindi, non c’è null’altro per quanto mi riguarda da aggiungere».
Sulla guerra, Meloni da Giordano ha insistito: «La guerra ovviamente non piace a nessuno e nessuno sottovaluta i rischi e le difficoltà che ne seguono, però neanche l’alternativa è rassicurante. Che è la ragione per cui noi ci siamo spesi moltissimo per arrivare a un accordo sul nucleare iraniano, cioè per avere certezza che l’Iran rinuncia all’atomica, che però sono falliti. E quindi adesso, secondo me, la priorità è capire se ci siano i margini per riprendere quei negoziati. E se ci fossero, ovviamente l’Italia intende lavorare su questo, cioè al ritorno della diplomazia».
Sull’Iran, poi, attacca le opposizioni che accusa di fare «propaganda spicciola» e si chiede «se davvero sia questo il momento». Anche perché «noi dobbiamo fare i conti con un quadro nel quale sono oggettivamente saltate le regole del diritto internazionale».
La guerra preoccupa anche per le possibili conseguenze a livello di terrorismo ma Meloni ha rassicurato: «Non ci sono particolari allarmi in questo momento, ma sicuramente noi, a scopo di prevenzione, siamo mobilitatissimi», anche perché, ha spiegato, «il Comitato antiterrorismo e il Comitato nazionale difesa e sicurezza, sono praticamente convocati a oltranza». Guerra, terrorismo e rincaro dei prezzi inevitabile. Questo preoccupa le persone e il premier ha consigliato «prudenza» a chi specula «perché non escludo di aumentare le tasse a quelle aziende che si dovessero rendere responsabili della speculazione e dell’aumento dei prezzi». Sui rincari della benzina ha detto che intende valutare «di attivare le cosiddette accise mobili, un meccanismo che esiste dal 2008 e che noi abbiamo reso più efficace con il nostro provvedimento sui carburanti nel 2023», perché «se i prezzi dovessero aumentare in modo stabile, questo meccanismo consentirebbe di utilizzare la parte di maggiore Iva che arriva dall’aumento per calmierare i prezzi riducendo le accise».
Inevitabile un passaggio sul referendum a poco meno di due settimane dal voto: «Se non partiamo dalla base, non possiamo risolvere i problemi. Sono convinta che la riforma della giustizia interviene anche su materie come immigrazione e sicurezza». Meloni, infatti, ha ricordato che questi due temi viaggiano su tre livelli: le leggi «messe a disposizione» anche dal governo, il lavoro delle forze dell’ordine e la «magistratura che fa rispettare le leggi». «Se uno dei tre livelli non funziona il meccanismo si inceppa e io conosco moltissimi casi nei quali il meccanismo si è inceppato», ha spiegato Meloni, citando le «devastazioni dei centri sociali a Roma e a Torino, dove non c’è stato alcun seguito giudiziario e addirittura i giudici hanno annullato il Daspo fatto agli antagonisti».
Sull’immigrazione ha ricordato «le continue interpretazioni forzate delle norme per impedirci di governare il fenomeno dell’immigrazione». Infine, un appello per il Sì al referendum del 22 e del 23 marzo: «Non avremo altre occasioni» di riformare la giustizia. «Se vogliamo far camminare questa nazione, dobbiamo avere il coraggio di modernizzarla. Di cambiare quello che non funziona».
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