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2021-02-24
Bonaccini apre alla Lega e fa a pezzi il Pd
Stefano Bonaccini (Ansa)
Anche quella di oggi rischia di non essere affatto una buona giornata per gli «aperturisti», che culminerà con l'intervento in Aula di Roberto Speranza, alle 17. È prevedibile che il ministro della Salute non cercherà provocazioni politiche, ma sembra altrettanto chiaro che si attesterà su una strenua difesa - e se possibile sulla richiesta di inasprimento - della sua tradizionale linea «chiusurista». Il mantra di Speranza sarà, secondo le indiscrezioni circolate ieri: «Non è il momento di abbassare la guardia». Certo, però, balza agli occhi un'evidenza piuttosto bizzarra per chiunque sia affezionato a una politica fact-based e data-driven, cioè basata sui fatti e sui dati. Più che di indici in peggioramento, siamo in presenza di timori e incertezze (magari giustificate, nessuno può escluderlo) sulle varianti e sul loro eventuale sviluppo. Ma, se si adottasse una logica del genere per tutto il tempo necessario alla campagna vaccinale, e quindi se si accentuassero le restrizioni davanti ad ogni eventuale o potenziale variante, allora l'Italia avrebbe davanti altri 8-9 mesi di lockdown strisciante. Un incubo, oltre che un'apocalisse economica.
E ieri il Cts ha sparso altra paura, consegnando a Draghi, a quanto pare, la richiesta di non riaprire palestre e piscine: segnale assai cupo, anche perché già mesi fa, quando quelle strutture erano aperte, si attenevano a protocolli molto rigorosi. Sta di fatto che, in vista della relazione di Speranza di oggi, Mario Draghi ha convocato ieri sera una riunione con alcuni ministri in rappresentanza dei partiti della coalizione (Giancarlo Giorgetti, Stefano Patuanelli, Roberto Speranza, Dario Franceschini, Maria Stella Gelmini, Elena Bonetti), a cui hanno partecipato anche i vertici del Cts Silvio Brusaferro, Agostino Miozzo e Franco Locatelli.
Ma allora cosa c'è di diverso nell'approccio al Covid tra Giuseppe Conte e Draghi? Giuridicamente, è apprezzabile che l'altro ieri Draghi sia partito con un decreto-legge (firmato ieri da Sergio Mattarella), quindi con un atto necessariamente sottoposto a scrutinio parlamentare. Dei dpcm verranno (il primo già molto presto, dopo il dibattito parlamentare di oggi), ma sembra probabile che si tenderà a non abusarne. Ancora, è abissale la differenza tra la nuova fase draghiana e tra la comunicazione martellante, ansiogena, ossessiva, orchestrata da Rocco Casalino, tra pagine Facebook, caccia al like, conferenze a orari improbabili (e poi regolarmente rinviate per sdraiarsi sui palinsesti tv), più il circo dell'improvvisa «apparizione» delle bozze prima di ogni provvedimento. In qualche misura, si è passati a un approccio eccessivo in senso inverso: mutismo, riserbo assoluto, gran silenzio. Peraltro, è abbastanza curioso che gli stessi media che esaltavano il primo approccio ora si dichiarino innamorati del secondo: potenza dell'italica propensione al servo encomio. Come si diceva, invece, il più preoccupante elemento di continuità sta nell'approccio «chiusurista». Su questo, finora, i ministri di centrodestra registrano una sconfitta secca, confermata anche dai retroscena sul Cdm di lunedì, con le posizioni «aperturiste» schiacciate in sandwich tra i no iniziali di Speranza e Andrea Orlando e il no finale, sia pure più sfumato e transitorio, di Draghi stesso, preoccupato di valutare nei prossimi giorni l'impatto delle varianti.
Se, dentro questa cornice di sconfortante continuità, vogliamo cercare un elemento di ottimismo che possa non precludere esiti diversi, c'è da sottolineare il fatto che ora quasi tutti sembrino orientati a escludere chiusure troppo estese. Sembra farsi strada (e questo sarebbe ragionevole) l'idea di chiusure mirate, riservate ai singoli focolai: lo chiede in particolare Matteo Salvini (che ieri ha esplicitamente detto: «Se c'è un problema a Brescia, non chiudi tutta Italia da Bolzano a Catania»). Un'inversione di rotta sembra annunciarsi, e questo è certamente l'aspetto più consolante, in materia di vaccini. Come questo giornale sollecitava da mesi, pare farsi strada il modello britannico. Negli ultimi giorni, sia la rivista The Lancet sia le autorità mediche Uk hanno confermato che posporre nel tempo il richiamo potrebbe perfino giovare. Allora, diventa possibile ipotizzare che l'Italia usi a tappeto (per la prima iniezione) tutte le dosi in arrivo: sono attesi 5 milioni di dosi Astrazeneca entro fine marzo (e, sempre entro fine marzo, le dosi complessivamente giunte da inizio anno arriveranno al numero di 15 milioni, soprattutto tra Pfizer e Astrazeneca), mentre da aprile a giugno (considerando Pfizer, Astrazeneca, Johnson & Johnson, Moderna, ecc) sono attese altre 52 milioni di dosi. La strategia del governo sembra essere quella di usarle a raffica per la prima vaccinazione, riservando al richiamo sia le consegne successive sia l'eventuale produzione nazionale da avviare (tema su cui è al lavoro il dicastero di Giorgetti). Adottando questo modello, il tema delle dosi non sarebbe più un problema insormontabile, mentre tornerebbe in gioco l'irrobustimento di un'adeguata macchina organizzativa. Ed è su questa sfida logistica che il governo Draghi sarà rapidamente giudicato.
Bonaccini spacca il Pd «Sui ristoranti ha ragione Salvini»
Stefano Bonaccini lancia l'opa su quel che resta del Pd, e lo fa nella maniera più clamorosa: una virata a dritta (ovvero a destra, per chi non è appassionato di vela) che fa suonare l'allarme rosso nella sinistra dem, capitanata dal ministro del Lavoro Andrea Orlando. Il presidente dell'Emilia Romagna, ieri mattina, sgancia la bomba: «La proposta di Matteo Salvini», dice Bonaccini a L'Aria che tira, su La7, «sui ristoranti aperti anche a cena è ragionevole, laddove nel territorio non si hanno troppi rischi di contagio. Dove le cose vanno in maniera migliore», aggiunge Bonaccini, «si può ragionare, con controlli più serrati, dove ci sono meno rischi, per dare ossigeno a qualche attività».
Apriti cielo: Bonaccini sulla linea del leader del centrodestra? Lo stesso Bonaccini che fino a tre giorni fa chiedeva la zona arancione per tutta Italia, facendo imbestialire, oltre a Salvini, milioni di imprenditori? Proprio lui: il presidente dell'Emilia Romagna, che è anche il leader della Conferenza delle Regioni, cambia linea e si converte sulla via del congresso dem, che sembra sempre più vicino. Passano un paio d'ore, e Salvini, diabolicamente, sui social newtork rilancia le parole di Bonaccini, con tanto di card con fotografia stilizzata del governatore dem, omaggio grafico che solitamente il leader della Lega riserva agli intellettuali di centrodestra: «Fa piacere», commenta Salvini, «trovare consenso trasversale su una proposta di assoluto buonsenso, che salvaguardi sia il diritto alla salute che il diritto al lavoro».
La sinistra del Pd schiuma rabbia: a esprimere apertamente il suo dissenso nei confronti della svolta di Bonaccini è Marco Miccoli, responsabile nazionale Lavoro del Pd, vicinissimo a Orlando: «Dico a Bonaccini», scrive Miccoli su Facebook, «che le proposte di Salvini non sono mai ragionevoli, sono sempre strumentali. Siamo in una fase difficile e la politica deve saper coniugare le esigenze del Paese a quelle della lotta alla pandemia. Più che a Salvini mi affiderei ai tecnici e alla scienza».
È evidente il tentativo di Bonaccini di smarcarsi dall'ala sinistra del partito, quella che guarda all'alleanza strategica con il M5s e Leu, ancora nostalgica dei bei (?) tempi di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, e di candidarsi alla guida del partito con una piattaforma politica opposta, che contempli il riavvicinamento con Matteo Renzi, con il quale il presidente dell'Emilia-Romagna conserva rapporti eccellenti, così come con Carlo Calenda. È bene ricordare che in occasione delle regionali del gennaio 2020, quando Bonaccini, senza allearsi con il M5s, ha battuto la candidata leghista Lucia Borgonzoni, né Italia viva né Azione hanno presentato i loro simboli, ma hanno preferito irrobustire con i loro candidati la lista «Bonaccini presidente».
«Bonaccini», dice alla Verità un dirigente dem di peso, «è in corsa per la segreteria del Pd dal giorno dopo la vittoria delle regionali. La sua idea è quella di un asse del Nord, con sindaci come Giorgio Gori e Dario Nardella, e con agganci importanti in Base riformista, la corrente di ex renziani guidata da Lorenzo Guerini e Luca Lotti. Bonaccini nasce bersaniano, ma parliamo del pleistocene: si è subito avvicinato a Renzi, che nel 2014, quando era premier, fece ritirare Matteo Richetti, a lui all'epoca legatissimo, dalle primarie per il candidato alla presidenza dell'Emilia Romagna per il Pd, con la famosa frase “avete fatto un bel casino", riferita alla doppia candidatura. Bonaccini», aggiunge la fonte, «si prepara a sfidare Andrea Orlando al congresso». Sfida che arriverà molto presto: il mandato di Nicola Zingaretti scade tra due anni, ma in realtà lo stesso segretario ammette che il redde rationem è assai vicino: «Il congresso? Io credo», dice Zinga a Radio Immagina, «che noi all'assemblea nazionale che avremo fra qualche giorno decideremo, non c'è dubbio che va riaperto un dibattito sull'identità del Pd, sulle scelte fondamentali, sull'Italia, oggi si può fare a testa alta».
La piattaforma con la quale Bonaccini si candiderà alla leadership è già pronta: vocazione maggioritaria, addio alleanza strategica con un M5s disintegrato, apertura al centro, attenzione ai ceti produttivi. Ovviamente, da segretario, Bonaccini sarebbe protagonista dell'elezione del prossimo presidente della Repubblica e, d'intesa con Salvini, bloccherebbe ogni tentativo di ritornare al proporzionale. «Adesso dobbiamo aiutare il Paese», sottolinea Bonaccini, «e cercare di mettere da parte le divisioni. Verrà il tempo in cui la Lega e il Pd torneranno a dividersi». Verrà il tempo: nella primavera del prossimo anno, quando Bonaccini e Salvini si sfideranno per la premiership, come spera (o sogna) il governatore dell'Emilia Romagna, Regione che confina con la Toscana, dove la segretaria regionale, Simona Bonafè, esponente di Base riformista, ha appena epurato gli esponenti zingarettiani dalla segretaria, a partire dal suo vice, Valerio Fabiani. Il congresso del Pd è già iniziato, anzi non è mai finito.
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Rispetto all'era Conte, il premier tenta il cambio di passo, ma sulle aperture il governo è ancora timido. Sui vaccini, l'ex banchiere guarda al modello inglese. Il Cts frena sulla ripartenza di palestre e piscineIl governatore plaude alla Lega e si mette contro mezzo partito L'obbiettivo è riconquistare il Nord per puntare alla segreteriaLo speciale contiene due articoliAnche quella di oggi rischia di non essere affatto una buona giornata per gli «aperturisti», che culminerà con l'intervento in Aula di Roberto Speranza, alle 17. È prevedibile che il ministro della Salute non cercherà provocazioni politiche, ma sembra altrettanto chiaro che si attesterà su una strenua difesa - e se possibile sulla richiesta di inasprimento - della sua tradizionale linea «chiusurista». Il mantra di Speranza sarà, secondo le indiscrezioni circolate ieri: «Non è il momento di abbassare la guardia». Certo, però, balza agli occhi un'evidenza piuttosto bizzarra per chiunque sia affezionato a una politica fact-based e data-driven, cioè basata sui fatti e sui dati. Più che di indici in peggioramento, siamo in presenza di timori e incertezze (magari giustificate, nessuno può escluderlo) sulle varianti e sul loro eventuale sviluppo. Ma, se si adottasse una logica del genere per tutto il tempo necessario alla campagna vaccinale, e quindi se si accentuassero le restrizioni davanti ad ogni eventuale o potenziale variante, allora l'Italia avrebbe davanti altri 8-9 mesi di lockdown strisciante. Un incubo, oltre che un'apocalisse economica. E ieri il Cts ha sparso altra paura, consegnando a Draghi, a quanto pare, la richiesta di non riaprire palestre e piscine: segnale assai cupo, anche perché già mesi fa, quando quelle strutture erano aperte, si attenevano a protocolli molto rigorosi. Sta di fatto che, in vista della relazione di Speranza di oggi, Mario Draghi ha convocato ieri sera una riunione con alcuni ministri in rappresentanza dei partiti della coalizione (Giancarlo Giorgetti, Stefano Patuanelli, Roberto Speranza, Dario Franceschini, Maria Stella Gelmini, Elena Bonetti), a cui hanno partecipato anche i vertici del Cts Silvio Brusaferro, Agostino Miozzo e Franco Locatelli. Ma allora cosa c'è di diverso nell'approccio al Covid tra Giuseppe Conte e Draghi? Giuridicamente, è apprezzabile che l'altro ieri Draghi sia partito con un decreto-legge (firmato ieri da Sergio Mattarella), quindi con un atto necessariamente sottoposto a scrutinio parlamentare. Dei dpcm verranno (il primo già molto presto, dopo il dibattito parlamentare di oggi), ma sembra probabile che si tenderà a non abusarne. Ancora, è abissale la differenza tra la nuova fase draghiana e tra la comunicazione martellante, ansiogena, ossessiva, orchestrata da Rocco Casalino, tra pagine Facebook, caccia al like, conferenze a orari improbabili (e poi regolarmente rinviate per sdraiarsi sui palinsesti tv), più il circo dell'improvvisa «apparizione» delle bozze prima di ogni provvedimento. In qualche misura, si è passati a un approccio eccessivo in senso inverso: mutismo, riserbo assoluto, gran silenzio. Peraltro, è abbastanza curioso che gli stessi media che esaltavano il primo approccio ora si dichiarino innamorati del secondo: potenza dell'italica propensione al servo encomio. Come si diceva, invece, il più preoccupante elemento di continuità sta nell'approccio «chiusurista». Su questo, finora, i ministri di centrodestra registrano una sconfitta secca, confermata anche dai retroscena sul Cdm di lunedì, con le posizioni «aperturiste» schiacciate in sandwich tra i no iniziali di Speranza e Andrea Orlando e il no finale, sia pure più sfumato e transitorio, di Draghi stesso, preoccupato di valutare nei prossimi giorni l'impatto delle varianti. Se, dentro questa cornice di sconfortante continuità, vogliamo cercare un elemento di ottimismo che possa non precludere esiti diversi, c'è da sottolineare il fatto che ora quasi tutti sembrino orientati a escludere chiusure troppo estese. Sembra farsi strada (e questo sarebbe ragionevole) l'idea di chiusure mirate, riservate ai singoli focolai: lo chiede in particolare Matteo Salvini (che ieri ha esplicitamente detto: «Se c'è un problema a Brescia, non chiudi tutta Italia da Bolzano a Catania»). Un'inversione di rotta sembra annunciarsi, e questo è certamente l'aspetto più consolante, in materia di vaccini. Come questo giornale sollecitava da mesi, pare farsi strada il modello britannico. Negli ultimi giorni, sia la rivista The Lancet sia le autorità mediche Uk hanno confermato che posporre nel tempo il richiamo potrebbe perfino giovare. Allora, diventa possibile ipotizzare che l'Italia usi a tappeto (per la prima iniezione) tutte le dosi in arrivo: sono attesi 5 milioni di dosi Astrazeneca entro fine marzo (e, sempre entro fine marzo, le dosi complessivamente giunte da inizio anno arriveranno al numero di 15 milioni, soprattutto tra Pfizer e Astrazeneca), mentre da aprile a giugno (considerando Pfizer, Astrazeneca, Johnson & Johnson, Moderna, ecc) sono attese altre 52 milioni di dosi. La strategia del governo sembra essere quella di usarle a raffica per la prima vaccinazione, riservando al richiamo sia le consegne successive sia l'eventuale produzione nazionale da avviare (tema su cui è al lavoro il dicastero di Giorgetti). Adottando questo modello, il tema delle dosi non sarebbe più un problema insormontabile, mentre tornerebbe in gioco l'irrobustimento di un'adeguata macchina organizzativa. 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Il presidente dell'Emilia Romagna, ieri mattina, sgancia la bomba: «La proposta di Matteo Salvini», dice Bonaccini a L'Aria che tira, su La7, «sui ristoranti aperti anche a cena è ragionevole, laddove nel territorio non si hanno troppi rischi di contagio. Dove le cose vanno in maniera migliore», aggiunge Bonaccini, «si può ragionare, con controlli più serrati, dove ci sono meno rischi, per dare ossigeno a qualche attività». Apriti cielo: Bonaccini sulla linea del leader del centrodestra? Lo stesso Bonaccini che fino a tre giorni fa chiedeva la zona arancione per tutta Italia, facendo imbestialire, oltre a Salvini, milioni di imprenditori? Proprio lui: il presidente dell'Emilia Romagna, che è anche il leader della Conferenza delle Regioni, cambia linea e si converte sulla via del congresso dem, che sembra sempre più vicino. Passano un paio d'ore, e Salvini, diabolicamente, sui social newtork rilancia le parole di Bonaccini, con tanto di card con fotografia stilizzata del governatore dem, omaggio grafico che solitamente il leader della Lega riserva agli intellettuali di centrodestra: «Fa piacere», commenta Salvini, «trovare consenso trasversale su una proposta di assoluto buonsenso, che salvaguardi sia il diritto alla salute che il diritto al lavoro». La sinistra del Pd schiuma rabbia: a esprimere apertamente il suo dissenso nei confronti della svolta di Bonaccini è Marco Miccoli, responsabile nazionale Lavoro del Pd, vicinissimo a Orlando: «Dico a Bonaccini», scrive Miccoli su Facebook, «che le proposte di Salvini non sono mai ragionevoli, sono sempre strumentali. Siamo in una fase difficile e la politica deve saper coniugare le esigenze del Paese a quelle della lotta alla pandemia. Più che a Salvini mi affiderei ai tecnici e alla scienza». È evidente il tentativo di Bonaccini di smarcarsi dall'ala sinistra del partito, quella che guarda all'alleanza strategica con il M5s e Leu, ancora nostalgica dei bei (?) tempi di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, e di candidarsi alla guida del partito con una piattaforma politica opposta, che contempli il riavvicinamento con Matteo Renzi, con il quale il presidente dell'Emilia-Romagna conserva rapporti eccellenti, così come con Carlo Calenda. È bene ricordare che in occasione delle regionali del gennaio 2020, quando Bonaccini, senza allearsi con il M5s, ha battuto la candidata leghista Lucia Borgonzoni, né Italia viva né Azione hanno presentato i loro simboli, ma hanno preferito irrobustire con i loro candidati la lista «Bonaccini presidente». «Bonaccini», dice alla Verità un dirigente dem di peso, «è in corsa per la segreteria del Pd dal giorno dopo la vittoria delle regionali. La sua idea è quella di un asse del Nord, con sindaci come Giorgio Gori e Dario Nardella, e con agganci importanti in Base riformista, la corrente di ex renziani guidata da Lorenzo Guerini e Luca Lotti. Bonaccini nasce bersaniano, ma parliamo del pleistocene: si è subito avvicinato a Renzi, che nel 2014, quando era premier, fece ritirare Matteo Richetti, a lui all'epoca legatissimo, dalle primarie per il candidato alla presidenza dell'Emilia Romagna per il Pd, con la famosa frase “avete fatto un bel casino", riferita alla doppia candidatura. Bonaccini», aggiunge la fonte, «si prepara a sfidare Andrea Orlando al congresso». Sfida che arriverà molto presto: il mandato di Nicola Zingaretti scade tra due anni, ma in realtà lo stesso segretario ammette che il redde rationem è assai vicino: «Il congresso? Io credo», dice Zinga a Radio Immagina, «che noi all'assemblea nazionale che avremo fra qualche giorno decideremo, non c'è dubbio che va riaperto un dibattito sull'identità del Pd, sulle scelte fondamentali, sull'Italia, oggi si può fare a testa alta». La piattaforma con la quale Bonaccini si candiderà alla leadership è già pronta: vocazione maggioritaria, addio alleanza strategica con un M5s disintegrato, apertura al centro, attenzione ai ceti produttivi. Ovviamente, da segretario, Bonaccini sarebbe protagonista dell'elezione del prossimo presidente della Repubblica e, d'intesa con Salvini, bloccherebbe ogni tentativo di ritornare al proporzionale. «Adesso dobbiamo aiutare il Paese», sottolinea Bonaccini, «e cercare di mettere da parte le divisioni. Verrà il tempo in cui la Lega e il Pd torneranno a dividersi». Verrà il tempo: nella primavera del prossimo anno, quando Bonaccini e Salvini si sfideranno per la premiership, come spera (o sogna) il governatore dell'Emilia Romagna, Regione che confina con la Toscana, dove la segretaria regionale, Simona Bonafè, esponente di Base riformista, ha appena epurato gli esponenti zingarettiani dalla segretaria, a partire dal suo vice, Valerio Fabiani. Il congresso del Pd è già iniziato, anzi non è mai finito.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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