2019-03-29
Giuseppe Cascini (Imagoeconomica)
Dai biglietti per lo stadio alla lettura mai denunciata dei verbali sulla Loggia Ungheria: il procuratore aggiunto di Roma difende il Sistema che in passato lo ha premiato.
Tutti considerano Nicola Gratteri il frontman dei magistrati del No al referendum. Ma a Roma c’è un pm molto più «politico» che muove le truppe antiriforma ed è il procuratore aggiunto di Roma Giuseppe Cascini, il vero procuratore ombra di Piazzale Clodio. Infatti pochi come lui conoscono «abitanti» e dinamiche del Palazzo di giustizia della Capitale.
Ma Cascini è anche uno che sa muoversi, e bene, nelle stanze dei bottoni. Giovanissimo, ha guidato l’Associazione nazionale magistrati in un ticket che ancora oggi fa sognare le toghe nostalgiche dei bei tempi che furono: era l’Anm di Cascini (segretario generale) e Luca Palamara (presidente) che si erse a baluardo democratico contro il quarto governo Berlusconi. Ma da allora Cascini ha percorso molta strada. Per esempio si è fatto eleggere al Csm con la corrente progressista di Area. Ma prima di fare il gran salto si era assicurato la promozione a procuratore aggiunto. Un posto che gli venne garantito dall’intervento dell’amico Palamara che convinse il collega Sergio Colaiocco a farsi da parte.
Ma prima di spiegare ai magistrati del Sì come si debba stare al mondo, la sua specialità in questa campagna referendaria, era finito pure in qualche altro pasticcio.
Per esempio era rimasto invischiato nella chat del solito Palamara mentre brigava per trovare un posto (gratuito) allo stadio per il figlio maggiorenne in vista della partita di Champions League Roma-Cska del 23 ottobre 2018. Una storia che vale la pena di essere ricordata.
«Ciao Luca hai qualcuno da indicarmi al Coni con cui posso parlare per i biglietti dello stadio per portare anche Lollo?», scrive Cascini il 18 ottobre. «Bisogna parlare direttamente con la segreteria. Ora mi informo e ti faccio sapere» replica Palamara. «Io ho fatto la tessera per me. Ma quello che ho in segreteria al Csm dice che non danno altri biglietti», spiega l’allora consigliere di Palazzo Bachelet. Palamara deve dargli la ferale notizia: «Le scorte biglietti in Tribuna autorità sono esaurite». Cascini non si abbatte: «Non ti preoccupare ora vedo io […] Però dammi contatto. Non posso romperti i coglioni per ogni partita». All’epoca Cascini, come gli altri membri del Csm, aveva ricevuto una tessera del Coni che lo autorizzava a entrare allo stadio. Una foto pubblicata dal nostro giornale dimostrò che alla fine il ragazzo era entrato con il padre in Tribuna autorità insieme ad altri consiglieri. Come ci sia riuscito non è mai stato del tutto chiarito. Per quella vicenda Cascini ha subito la sanzione della censura dal Comitato direttivo centrale dell’Anm, che ha deciso a larga maggioranza di punire la violazione del codice etico.
Cascini divenne bersaglio di molti colleghi, che lo presero di mira sulle chat dei magistrati.
L’ex consigliere di Cassazione Antonio Esposito, presidente del collegio che condannò definitivamente Silvio Berlusconi per frode fiscale, sul Fatto quotidiano, ricordò come al Csm, lo stesso Cascini avesse tuonato contro un collega che si era fatto regalare i biglietti dello stadio per sé e la scorta. Esposito riportò le esatte parole di Cascini: «Neppure un rapporto amicale può giustificare che un magistrato accetti biglietti per andare allo stadio (o di utilizzare un gommone) senza pagare un corrispettivo».
Ma visto che come diceva Pietro Nenni c’è sempre qualcuno «più puro che ti epura», dopo la scivolata del biglietto per la partita, Cascini ebbe uno scontro con i compagni di Magistratura democratica e lasciò il gruppo, accasandosi in Area.
Ma le sue disavventure non sono terminate. Era lui uno dei consiglieri a cui Piercamillo Davigo ha mostrato i verbali di interrogatorio di Piero Amara sulla Loggia Ungheria. Carte che in quel momento erano coperte dal segreto investigativo e che, in teoria, non potevano circolare neanche al Csm (per questo Davigo è stato condannato in via definitiva per rivelazione di segreto).
Cascini le visionò, ma non denunciò. Il gup di Roma, Nicolò Marino, dopo avere esaminato il caso, trasmise gli atti alla Procura di Roma per far valutare l’ipotesi di omessa denuncia di reato da parte di un pubblico ufficiale, che nel caso di specie era lo stesso Cascini in coppia con Giuseppe Marra (oggi presidente del Tribunale di Aosta).
L’attuale procuratore aggiunto era accusato di non essersi «scandalizzato», di non avere «denunciato alla competente autorità giudiziaria quegli accadimenti, come sarebbe stato logico pretendere da un pubblico ufficiale» e di non aver respinto «la richiesta di consulenza fatta dal dottor Davigo circa la credibilità di Amara, come se fosse possibile accettare uno sdoppiamento di ruolo del dottor Cascini, quale componente di un organo collegiale di alta amministrazione e di magistrato della Procura di Roma».
Cascini, sentito a Brescia come persona informata sui fatti, si è giustificato così: «Davigo mi chiese quale fosse la mia opinione su Amara, avendolo io indagato quando ero alla Procura di Roma. In pratica, voleva la mia opinione sull’attendibilità del dichiarante».
Quindi ha ammesso di aver subito compreso, vedendo le copie dei verbali, che «si trattava di materiale riservato». Sino alla conclusione autoassolutoria: «Era chiaro a tutti e due che non ricevevo quelle informazioni nell’esercizio delle mie funzioni. La ritenni, infatti, una confidenza tra colleghi». Anche se Cascini era stato invitato «a parlarne in cortile e senza telefoni».
Il solito Esposito non ha apprezzato tale giustificazione e ha scritto: «Dimentica Cascini che, quale componente del Csm, era pur sempre un pubblico ufficiale e le confidenze non possono trovare ingresso (non è che uno si sente o non si sente pubblico ufficiale a seconda dei casi!)».
Per l’ex consigliere di Cassazione, in quel momento, si poneva «qualche problema per il rientro» di Cascini alla Procura di Roma. In realtà l’ex segretario dell’Anm si è ripreso il posto senza dover questionare e non ci risulta che abbia subito procedimenti disciplinari. Il che solleva qualche dubbio sull’efficacia di quella giustizia domestica che la riforma intende abolire.
Cascini, in un recente dibattito sul referendum, ha evidenziato come nel Sistema Palamara fosse coinvolto un numero esiguo di toghe e che certi comportamenti non costituissero illeciti penali: «Abbiamo fatto un’analisi integrale di tutte le chat di Palamara, abbiamo proposto l’avvio di procedimenti di trasferimento d’ufficio, di non conferma, di valutazione negativa di professionalità dei magistrati coinvolti. Non siamo stati molto aiutati dalla componente laica, né dalla politica, perché il ministro della Giustizia dell’epoca non ha esercitato l’azione disciplinare nei confronti di nessuna delle persone coinvolte». Però, poi, Cascini ha iniziato a fare il pompiere: «Io che ho viste tutte le chat (posso dire che, ndr) stiamo parlando di un numero limitato di persone che faceva delle cose gravi…». A questo punto la collega Annalisa Imparato ha domandato: «E perché non le avete denunciate?». E qui Cascini è esploso: «Ma denunciare per cosa? Non è che tutto quello che è sbagliato è reato». Una convinzione che deve avere maturato mentre leggeva le chat di Palamara, comprese le proprie.
L’allora procuratore di Viterbo, Paolo Auriemma (oggi a Rieti), nei giorni in cui l’ex presidente dell’Anm stava provando a far ritirare il pm Sergio Colaiocco dalla corsa per procuratore aggiunto proprio a vantaggio di Cascini, aveva sintetizzato così la situazione: «’Sto Cascini vuole tutto. Il Csm, il fratello (Francesco, ndr), la moglie al Consiglio giudiziario, una fetta di culo. Può aspettare 48 ore? Provaci».
Lo stesso Auriemma fa un altro commento sarcastico: «La famiglia Griffin (cioè i Cascini, equiparati al cartone animato Usa, ndr) dovrebbe avere quel minimo di dignità di non fare venire Francesco alla Procura di Roma, perché insieme alla moglie di Giuseppe che fa il gip la situazione...».
Ma è proprio Palamara a sponsorizzare il ritorno di Cascini jr nella Capitale. «Ora in terza (commissione, ndr) a difendere tuo fratello… qui è dura», scrive l’autore dei libri sul Sistema a Giuseppe. E quando finalmente il nome passa, è il diretto interessato a inviare un messaggio a Luca: «Grazie davvero senza di te non avevo speranze».
Cascini senior, alle agenzie, ha dichiarato di non aver «mai chiesto nulla» a Palamara. Ma il povero Colaiocco fu costretto a farsi da parte per via di un Sistema che funzionava così. I capi delle correnti avevano la precedenza. Evidentemente, in questo caso, a propria insaputa.
Però Colaiocco, prima di ritirare la domanda, aveva avuto lunghe discussioni con Palamara, leader del suo gruppo, quello di Unicost: «Ho nuovamente rifiutato con decisione profferte Mi (Magistratura indipendente, ndr), ma loro insistono che mi vogliono indicare (per il ruolo di aggiunto, ndr)... io nella sostanza mi rimetto a te...», scrive Colaiocco in chat, «anche se sono perplesso se revocare proprio... datemi 48 ore per farlo con serenità... adesso non me la sento... mi spiace». Palamara invita il collega a evitare scontri: «Questo è lo scenario che già conoscevo e di cui abbiamo parlato ieri perché serve solo a creare contrapposizione». Colaiocco pare comprendere: «Io sono fermissimo nel chiedergli di non strumentalizzarmi, ma Galoppi (Claudio, in quel momento consigliere del Csm in quota Mi, ndr) non vuole per ragioni sue indicare Maiorano (Nicola, altro candidato, ndr)». Il giorno dopo Colaiocco sembra accettare, da buon soldato, l’ordine di scuderia: «Dopo la notte in bianco e dopo aver fatto una pennica ristoratrice sono di nuovo lucido (o quasi)... quando hai un attimo chiamami così mi dici se è meglio che comunque revochi anche se la commissione già c’è stata...». L’organo di valutazione in effetti si è espresso quella stessa mattina e la vittoria di Cascini è stata schiacciante, come lo stesso Palamara si affretta a comunicare in diretta al magistrato di Area («Procuratore aggiunto Tribunale-Roma Cascini 4 Colaiocco 1»).
Colaiocco capisce l’antifona e, inconsapevole delle manovre del suo capocorrente a favore del rivale, scrive: «Mi puoi chiamare un attimo che ti volevo sentire sulla possibilità di revocare anche ora?».
Così il Sistema muoveva le proprie pedine e chi ha beneficiato delle sue mosse, oggi si batte affinché tutto resti come prima.
Continua a leggereRiduci
Nicola Gratteri (Imagoeconomica)
Il procuratore di Napoli «arruola» Sal Da Vinci: «Voterà No alla riforma Nordio». Poi ritratta e al «Foglio» dice che stava scherzando. Ma aggiunge un avvertimento: «Speculate, dopo il referendum faremo i conti».
«Tanto, dopo il referendum, con voi del Foglio faremo i conti». La frase cade lì, secca. Non è una battuta. Non è neppure una provocazione da talk show. Nicola Gratteri, oggi capo della procura di Napoli, l’avrebbe pronunciata parlando con la cronista del Foglio, Ginevra Leganza, dopo la polemica nata da una sua uscita televisiva su La7, quando aveva detto che Sal Da Vinci canta Per sempre Sì ma alla fine «voterà No». Il cantante ha poi smentito.
A quel punto il clima cambia. «Ascolti», avrebbe detto serio Gratteri, «se dovete speculare e diffamare persino su Sal Da Vinci, fate pure. Non è un problema. Tanto, dopo il referendum, con voi del Foglio faremo i conti». La conversazione, stando a quanto riportato ieri dal quotidiano, deve essere stata a tratti delirante: «I conti?», ha chiesto la cronista. Gratteri: «Nel senso che tireremo una rete». «La famosa rete?», chiede ancora la giornalista. Risposta: «Sì, una rete». Ancora una domanda: «Si riferisce alla pesca a strascico?». Risposta secca: «Speculate pure». Il punto, però, non è la polemica televisiva. E neppure la battuta su Sal Da Vinci. Il punto sono proprio i «conti». E i conti si fanno con i numeri.
Il conteggio più citato negli ultimi mesi è quello dell’Unione delle Camere penali sulle principali operazioni coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro negli anni in cui Gratteri era procuratore capo. Il perimetro riguarda le inchieste arrivate almeno a una sentenza di primo grado tra il 2017 e il 2023. Il totale indicato è di «1.121 arresti». Le «assoluzioni» sono «423», cioè «il 37,4%». Non significa automaticamente arresti illegittimi. Anche perché, a proposito di separazioni delle funzioni, la misura cautelare la decide un gip. Ma i numeri raccontano qualcosa di molto concreto: una quota rilevante delle accuse iniziali non ha retto alla prova del processo. E non è l’unico numero che riguarda il distretto giudiziario di Catanzaro. Secondo la relazione del ministero della Giustizia sulle misure cautelari personali e sulla riparazione per ingiusta detenzione, tra il 2018 e il 2024 nel distretto di Catanzaro sono state presentate 847 domande di risarcimento per ingiusta detenzione.
Nel solo 2024 la Corte d’appello di Catanzaro ha definito 198 procedimenti, accogliendone 117: una percentuale di accoglimento pari al 59%, superiore alla media nazionale (circa 45%). Nello stesso periodo, sempre secondo il documento ministeriale, lo Stato ha pagato nel distretto quasi 29 milioni di euro di indennizzi. Solo nel 2024 i risarcimenti liquidati hanno superato i 10 milioni di euro, uno dei livelli più alti registrati tra le Corti d’appello italiane. Si tratta di dati aggregati che riguardano tutte le Procure del distretto ma che restituiscono comunque la dimensione del fenomeno nel territorio in cui operava anche la Procura guidata da all’epoca da Gratteri.
Il caso simbolo è l’inchiesta «Rinascita-Scott», un maxi blitz del dicembre 2019 contro le cosche vibonesi. L’operazione partì con 334 arresti. Con rito abbreviato arrivarono 70 condanne e 20 assoluzioni. Nel troncone principale di primo grado la sentenza registrò 207 condanne e 131 assoluzioni su 338 imputati. Tra le storie finite dentro quell’indagine c’è anche quella di Danilo Tripodi, giovane cancelliere del tribunale di Vibo Valentia indicato come particolarmente zelante. Arrestato con accuse che andavano dalla corruzione alla mafia, è rimasto mesi in carcere e ai domiciliari. La Cassazione ha poi annullato senza rinvio, stabilendo che non era né mafioso né corrotto e parlando di «ipotesi congetturale» costruita su circostanze irrilevanti. Uno schema simile si è visto nell’operazione Stige, il blitz del 2018 contro il clan Farao-Marincola tra Calabria e Germania. Allora gli arresti furono 169.
Negli anni successivi, tra rito abbreviato e ordinario, le assoluzioni sono state numerose: circa cento su 169 arrestati. Tra gli arrestati c’era l’imprenditore vinicolo di Cirò Marina Francesco Zito, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Ha trascorso sei mesi tra carcere e domiciliari. Dopo quasi sette anni è arrivata l’assoluzione definitiva e la Corte d’appello di Catanzaro gli ha riconosciuto 47.000 euro di indennizzo per ingiusta detenzione, sottolineando i danni subiti anche dall’impresa. Alla fine, in Cassazione l’inchiestona conquista condanne definitive per 19 appartenenti al clan e assoluzioni definitive per altri 19 imputati, tra cui gli ex sindaci di Cirò Marina e Strongoli e diversi imprenditori coinvolti nell’indagine.
Poi c’è «Basso Profilo», gennaio 2021: 48 arresti tra imprenditori, politici e presunti uomini della ‘ndrangheta crotonese. Nel processo d’Appello il bilancio è stato di 29 condanne e undici assoluzioni. Tra gli imputati eccellenti dell’area amministrativa figurava anche Pasquale Anastasi, ex dirigente del dipartimento Turismo della Regione Calabria. Arrestato con l’accusa di traffico di influenze aggravato dal metodo mafioso, è stato poi assolto insieme ad altri imputati per i quali erano state chieste pene fino a 8 anni.
Un andamento non molto diverso emerge da «Imponimento», operazione del luglio 2020 contro il clan Arena di Isola Capo Rizzuto: 75 arresti tra Italia e Svizzera. Nel primo grado arrivano 48 condanne e 25 tra assoluzioni e prescrizioni. In altre indagini della Dda di Catanzaro, come «Brooklyn», la Cassazione ha annullato diverse contestazioni nei confronti dell’imprenditore Eugenio Sgromo, escludendo l’esistenza di gravi indizi per alcuni dei reati più pesanti, tra cui il concorso esterno e l’autoriciclaggio. Infine «Farmabusiness», novembre 2020, l’indagine sui rapporti tra ‘ndrangheta e settore farmaceutico. Tra gli arrestati c’era l’ex presidente del Consiglio regionale della Calabria, Domenico Tallini. Nel rito abbreviato del 2022 il tribunale ha pronunciato 14 condanne e 6 assoluzioni, tra cui proprio quella di Tallini. Nel processo ordinario il bilancio si è ulteriormente ridotto: una condanna e due assoluzioni. In questo caso la partita se la sono aggiudicata gli assolti.
Ecco i conti. Ma prima del referendum.
Continua a leggereRiduci
Trump ha strutturato la sua strategia di guerra contro Teheran su tre livelli: calmare i mercati del petrolio, rassicurare l'elettorato interno in vista delle Midterms e gestire il dialogo geopolitico con Putin.
Il Cpr di Gjadër in Albania (Ansa)
Ira del premier per i delinquenti stranieri rispediti qui da Gjadër. La Corte d’Appello: «Dubbi sulla legittimità del Patto con Tirana». Le convalide sono bloccate per due ordinanze contraddittorie della Cassazione. Che, come i magistrati di Roma, si è rivolta all’Ue.
Non c’è più un giudice alla Corte d’Appello di Roma? Sono tutti in trincea per il referendum? Davvero, pur di sabotare il governo, sono disposti a rimettere in libertà i criminali della peggior specie, compresi gli spacciatori, i rapinatori, gli stupratori e i pedofili marocchini che hanno tirato fuori dal centro per i rimpatri di Gjadër?
Ieri, Giorgia Meloni è tornata a polemizzare con le toghe, durante il suo discorso in Senato. Ha rivendicato i passi in avanti di Bruxelles sulla «revisione del concetto di Paese terzo sicuro», «l’adozione di una lista europea di Paesi di origine sicuri», «la revisione del regolamento sui rimpatri» e «la previsione esplicita degli hub in territorio extra Ue». E ha ribadito: «L’Europa ci dice chiaramente - e nero su bianco - che il governo italiano ha tutto il diritto di far funzionare i centri in Albania, proprio perché il meccanismo che abbiamo messo a punto è pienamente in linea con il diritto internazionale ed europeo. Anche se», ha aggiunto il premier, «temo che per alcuni non basterà neanche questo e che non cesseranno le ordinanze di revoca dei trattenimenti in Albania».
Nel pomeriggio, quasi in risposta alle dichiarazioni del presidente del Consiglio, sono trapelati alcuni passaggi delle controverse ordinanze dei giorni scorsi. «La richiesta di convalida del trattenimento», osservavano i magistrati della Corte romana, competente sul Cpr balcanico, «non avrebbe potuto essere pronunciata dubitando questa Corte di Appello della legittimità della disciplina del Protocollo Italia-Albania e della conseguente legge di ratifica, di cui si invoca l’applicazione, per effetto del recentissimo rinvio pregiudiziale sollevato da questa Corte di Appello il 5 e il 17 novembre scorso alla Corte di giustizia dell’Unione europea». In particolare, insistevano i giudici, «ancora oggi permangono i dubbi […] rispetto alla compatibilità con l’articolo 9 della direttiva, a norma del quale il richiedente asilo ha diritto a rimanere nello Stato membro fino all’adozione della decisione sulla sua domanda».
Proviamo a mettere ordine. La «direttiva» europea cui fa riferimento la Corte d’Appello di Roma è la n. 32 del 2013. Essa è stata il fondamento della disciplina comunitaria in materia di migrazione e lo rimarrà fino al primo luglio, quando entrerà in vigore il nuovo regolamento, adottato nel 2024. In effetti, l’articolo 9 evocato dalle toghe stabilisce che i richiedenti asilo possono «rimanere nello Stato membro […] fintantoché l’autorità accertante non abbia preso una decisione» sulla loro domanda, salvo che non abbiano presentato «una domanda reiterata». E pare non sia il caso del gruppetto di galantuomini che erano stati trasportati a Gjadër. Dunque: finché un’autorità non si pronuncia sulla richiesta di protezione internazionale, non si può rispedire a casa nemmeno un delinquente conclamato.
Per ovviare al problema, la legge con cui l’Italia ha recepito il patto con Edi Rama ha stabilito che il trattenimento nel Cpr è lecito anche se il migrante ha presentato domanda di asilo, «quando vi sono fondati motivi per ritenere» che ciò sia avvenuto «al solo scopo di ritardare o impedire l’esecuzione del respingimento o dell’espulsione», oltre che nel caso in cui egli rappresenti «un pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica». Ecco: pur senza starsi a lambiccare sull’opportunismo delle richieste di protezione internazionale, di sicuro i marocchini condannati per vari reati sono un enorme pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica. Quindi, i giudici della Corte d’Appello avrebbero dovuto autorizzare la loro detenzione in Albania? Non è così semplice.
Il guaio è che la battaglia legale sui Cpr realizzati al di là dell’Adriatico prosegue. Per due motivi: primo, perché la Corte di Roma considera incompatibile la normativa introdotta nel 2025, che consentirebbe il trattenimento nel Cpr di Gjadër anche di chi ha chiesto asilo, con la direttiva Ue del 2013, che sancisce il «diritto a rimanere», tanto da essersi rivolta alla Corte di giustizia Ue, che ha chiamato pure a stabilire se il nostro Paese avesse competenza a stipulare il Trattato con Tirana, o se non dovesse occuparsene l’Unione europea; secondo, per effetto di due interventi contraddittori della Corte di Cassazione, investita dai ricorsi della Questura della Capitale e del ministero dell’Interno contro la mancata convalida dei trattenimenti in Albania.
L’8 maggio 2025, gli ermellini avevano equiparato la struttura balcanica a quelle, analoghe, presenti sul territorio italiano. Di conseguenza, avevano confermato che era «legittimo il trattenimento del cittadino straniero» nel Cpr di Gjadër «anche dopo la presentazione della domanda». Una ventina di giorni dopo, però, la Suprema Corte aveva rimescolato le carte. E, con una seconda ordinanza, aveva deciso di sottoporre alla Corte Ue, «in via pregiudiziale», la questione della compatibilità tra il Protocollo Italia-Albania e il diritto europeo. Tra i quesiti rivolti al tribunale di Lussemburgo figura anche quello sulla legittimità della detenzione nel Cpr del migrante, la cui domanda di protezione abbia «carattere strumentale».
È qui che casca l’asino. Ed è per questo che, dinanzi ai pessimi soggetti di recente tradotti sull’altra sponda dell’Adriatico, la Corte d’Appello di Roma ha alzato le mani. Scrivendo che nessuna convalida dei trattenimenti è possibile, fintantoché la questione rimarrà pendente dinanzi ai giudici dell’Ue.
È un cavillo per sabotare quella che a Bruxelles chiamavano la «soluzione innovativa» della Meloni alla piaga dell’immigrazione incontrollata? Può darsi. È una beffa, considerando che si discute di una direttiva europea destinata a essere abrogata fra tre mesi? E che il prossimo regolamento ridimensiona il «diritto a rimanere», prevedendo esplicitamente, ad esempio, delle eccezioni, qualora la presenza dello straniero pregiudichi «l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale»? Senza dubbio.
Fatto sta che sono i magistrati ad applicare le leggi e che la Cassazione, in virtù della sua funzione nomofilattica, ne fissa i criteri dell’interpretazione uniforme. A meno che non dica e disdica nel giro di un mese…
Per di più, il verdetto lussemburghese non è atteso a breve: il 24 marzo è fissata un’udienza, ma non dovrebbe arrivare la sentenza definitiva.
A questo punto, il governo ha due strade: continuare a portare migranti a Gjadër, sapendo che i trattenimenti non saranno convalidati; oppure scortare i clandestini, specie quando si sono macchiati di reati gravi, nei Cpr della Penisola. Qui, i giudici non hanno gli stessi appigli formali che possono invocare sull’Albania. E il giro di vite impresso dall’Europa dovrebbe finalmente facilitare i rimpatri. Per il centrodestra sarebbe una sconfitta tattica, certo. Ma di breve durata. All’orizzonte, si profila una vittoria strategica. Per una volta, si potrebbe scardinare persino il catenaccio delle toghe rosse.
Continua a leggereRiduci







