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2023-12-04
Chi si nasconde dietro le criptovalute
iStock
Lo scorso 21 novembre, Binance, noto exchange globale di criptovalute, e il suo fondatore, Changpeng Zhao, hanno riconosciuto la propria responsabilità in atti di riciclaggio di denaro e violazione delle sanzioni statunitensi. Il ceo di Binance «ha ammesso il suo coinvolgimento nelle accuse, sottolineando la mancanza di un sistema efficace per contrastare tale fenomeno». Dopo le ammissioni Zhao si è dimesso dalla carica e ha raggiunto un accordo con il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti che prevede il pagamento di una sanzione pari a 4,3 miliardi di dollari per chiudere la vicenda. Al suo posto come nuovo ceo di Binance è stato nominato Richard Teng, già responsabile globale dei mercati regionali dell’exchange. Quindi tutto risolto? No: il Dipartimento di Giustizia, la Commodity Futures Trading Commission e il Dipartimento del Tesoro Usa hanno avviato un’azione legale congiunta contro Binance e il suo fondatore.
Nell’atto d’accusa si legge di come Zhao si sia adoperato per la crescita e l’aumento dei guadagni, tuttavia lo avrebbe fatto agendo in totale spregio delle regole approfittando anche dei buchi normativi. È stato inoltre provato come Zhao incoraggiava i suoi collaboratori ad agire in linea con quanto sostiene lo scrittore Arthur Bloch nella Legge di Murpy: «È più facile ottenere un perdono che un permesso».
Binance è accusata di aver consentito più di 100.000 transazioni in sostegno ad attività come il terrorismo e il traffico di droga. Ma c’è di più perché la piattaforma exchange avrebbe consentito più di 1,5 milioni di transazioni in valuta virtuale che violavano le sanzioni statunitensi e tra coloro che ne hanno beneficiato ci sono le Brigate al-Qassam di Hamas, la Jihad islamica palestinese (nell’ultimo anno hanno raccolto più di 200 milioni di dollari in criptovalute), al-Qaeda e lo Stato islamico. Il governo israeliano ha dichiarato di aver congelato i conti crittografici associati a gruppi come Hamas, la Jihad islamica palestinese e altri. La mossa ha cercato di interrompere - seppur tardivamente - un percorso che ha permesso loro di raccogliere milioni di dollari in criptovalute nel corso degli anni. I portafogli collegati ad Hamas e alla Jihad islamica palestinese hanno accumulato quasi 135 milioni di dollari tra agosto 2021 e giugno di quest’anno, secondo il Wall Street Journal che cita una ricerca delle società di analisi blockchain Elliptic e BitOK con sede a Tel Aviv. Altra pesantissima incriminazione riguarda un ulteriore meccanismo sviluppato sempre da Binance «per avvertire gli utenti di alto profilo nel caso fossero stati oggetto di indagini da parte delle forze dell’ordine». In base all’accordo di conciliazione Changpeng Zhao ha riconosciuto la propria responsabilità in merito alla violazione del Bank Secrecy Act, legge americana che disciplina il contrasto riciclaggio di denaro, oltre «ad aver indotto un’istituzione finanziaria a compiere analoghe violazioni». Per queste accuse il Dipartimento di Giustizia ha consigliato al tribunale di comminare una multa di 50 milioni di dollari all’ormai ex ceo di Binance che a seguito del pagamento di una cauzione pari a 175 milioni di dollari è stato rilasciato in attesa del processo fissato per il 23 febbraio 2024. Nella bufera Binance è finito persino Cristiano Ronaldo. Il calciatore è stato colpito da una class action presentata da alcuni querelanti che sostengono di aver subito perdite a causa della sua promozione di Binance. In un documento depositato il 27 novembre presso un tribunale in Florida si afferma che « Ronaldo ha promosso, assistito e/o partecipato attivamente all’offerta e alla vendita di titoli non registrati in coordinamento con Binance». A metà del 2022 Binance aveva avviato una partnership pluriennale con il calciatore portoghese per promuovere una serie di token non fungibili (Nft) di sua proprietà, con almeno tre collezioni dedicate alla stella del calcio e collegate a Binance.
Nella sua prima dichiarazione pubblica come ceo di Binance, Richard Teng ha affermato: «La mia competenza normativa influenzerà l'approccio di Binance in modo diverso rispetto al passato». Quello che è certo è che ora le autorità di vigilanza degli Stati Uniti vigileranno come mai prima. La vicenda di Changpeng Zhao ricorda molto da vicino quella del 31enne Sam Bankman-Fried, fondatore della piattaforma di interscambio di criptovalute Ftx (oggi fallita), che lo scorso 3 novembre è stato condannato da una giuria federale di New York per tutti i sette capi d’accusa per i quali era stato processato. Ora quello che era stato definito il «re delle crypto» rischia una condanna a 110 anni di carcere. Il processo è durato solo un mese e ha visto la pubblica accusa contare sul pentimento e la cooperazione di numerosi ex stretti collaboratori di Bankman-Fried. L’imputato in aula ha provato a difendersi affermando «di non aver mai voluto truffare nessuno e di aver voluto costruire una nuova industria regolamentata».
I giudici però non gli hanno creduto perché l’accusa ha portato in aula testimoni che hanno raccontato di come Bankman-Fried chiedeva ai suoi collaboratori «di truccare bilanci e di commettere reati, tra i quali facilitare segretamente i passaggi di fondi da Ftx al fondo hedge collegato Alameda Research». Ftx, nata nel 2019, in due anni aveva milioni di clienti e più di un miliardo di dollari di giro d’affari. Il fallimento avvenne nel 2022, quando si scoprirono buchi finanziari e una serie di truffe che portarono a bruschi ribassi delle criptovalute e alla fuga di clienti con i loro capitali. La procura ha definito «il re delle crypto» «uno spregiudicato miliardario impegnato in una colossale truffa che ha usato fondi di clienti, ingannandoli, per propri investimenti rischiosi, acquisti di immobili di lusso, donazioni politiche e spese personali per una vita da jet set tra i potenti». Gli avvocati di Bankman-Fried hanno dichiarato che il loro assistito «continuerà a sostenere la propria innocenza e a battersi contro le accuse», ma il procuratore federale di Manhattan, Damian Williams, la pensa diversamente: «Se l’industria delle cryptocurrency è nuova, e protagonisti quali Sam Bankman-Fried possono essere nuovi, questo genere di corruzione è antica. Questo caso è sempre stato incentrato sulle menzogne, l’inganno e il furto». Ora Bankman-Fried potrebbe dover affrontare altri processi in quanto è accusato di truffa bancaria e tangenti.
«Il pericolo frodi in Italia è alto. Ecco le più diffuse»

Marco Ramilli
Marco Ramilli è un esperto internazionale di sicurezza informatica, ceo e co-fondatore di Yoroi.
Che giudizio possiamo dare della vicenda Binance?
«Esprimere un giudizio su questo settore, sostanzialmente nuovo e caratterizzato da normative a “macchie di leopardo”, è complesso. Mentre in alcuni Stati le regole sono diventate chiare, in altri rimangono oscure e in evoluzione. L’implementazione di controlli mirati e l’istituzione di regolamenti rigorosi, simili a quelli applicati agli istituti di credito o alle società di gestione del risparmio, insieme alla necessità di fornire prove dettagliate sulle transazioni e autenticare gli utilizzatori, rappresentano nuovi strumenti introdotti dai regolatori che certamente hanno contribuito a individuare frodi o attività poco trasparenti. Tuttavia, al di là di questi controlli, è cruciale promuovere la formazione degli utenti, ossia dei clienti, di questi nuovi servizi finanziari. In Paesi come l’Italia, l’educazione finanziaria non è ancora sufficientemente diffusa, contribuendo così al proliferare delle frodi».
Si parla molto di truffe legate alle criptovalute: quali sono le più comuni e come evitarle?
«Iniziamo con le truffe verso le Ico (Initial coin offering): offerte iniziali di criptovalute che raccolgono fondi per progetti finti o inesistenti. Gli investitori che desiderano affrontare tali tipologie di investimento dovrebbero condurre approfondite ricerche sul team, sul progetto e sulla effettiva realizzazione prima di partecipare a qualsiasi Ico. Poi citerei la “Pump and dump fraud”, che coinvolge le manipolazioni del mercato. I truffatori acquistano massicciamente una criptovaluta per innalzarne il prezzo (pump) e poi vendono improvvisamente tutto in unica transazione (dump), causando una forte volatilità del mercato ed un effetto trascinamento. In assenza di regolamentazioni internazionali specifiche su una quota massima di negoziazione su criptovalute, gli investitori dovrebbero valutare la possibilità di evitare l’emotività e di agire considerando la reale possibilità di essere nel mezzo di un “pump and dump”. Il fenomeno potrebbe durare per alcuni giorni. Poi ci sono le truffe di phishing: queste truffe, ormai tradizionali, coinvolgono tentativi di ottenere informazioni personali o chiavi private di wallet o exchange, attraverso falsi siti web o e-mail che sembrano autentiche. Lo “Scam mining”, invece, simula servizi di mining in cloud (generazione di criptovaluta) promettendo rendimenti elevati giustificati da macchine di mining molto performanti. I servizi fasulli possono mostrare rendimenti (nell’area riservata) fittizi e nel momento in cui gli operatori iniziano a richiedere gli incassi (trasferimento fondi verso il proprio istituto di credito) essi spariscono. Ci sono poi i wallet fraudolenti: app e portafogli falsi che cercano di rubare le chiavi private degli utenti al fine di impossessarsi delle proprie valute elettroniche. E, infine, le truffe di investimento: programmi che promettono rendimenti elevati senza rischio, spesso promossi attraverso social media o e-mail».
Secondo gli esperti sulle sanzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu contro Pyongyang, hacker legati alla Corea del Nord sono stati responsabili di furti di criptovalute per un valore di quasi 1,7 miliardi di dollari nel 2022. Chi sono?
«Tipicamente quanto ci si riferisce ad attori della Corea del Nord ci si riferisce al gruppo Lazzarus. Il termine è, infatti, spesso utilizzato per descrivere gruppi di cyber criminali sospettati di avere legami con il regime di Pyongyang. Il gruppo Lazarus è stato associato a diversi attacchi informatici di ampia portata, tra cui il noto attacco al sistema bancario bangladese nel 2016, nonché al ransomware WannaCry nel 2017. Questi hacker sono spesso accusati di condurre attività cyber criminali per finanziare il governo nordcoreano o per scopi di spionaggio. È importante notare che l’attribuzione degli attacchi informatici a gruppi specifici può essere complessa, poiché gli hacker spesso cercano di mascherare la loro vera identità. Gli esperti di sicurezza informatica e le agenzie di intelligence internazionali fanno del loro meglio per analizzare le prove digitali e determinare l’origine degli attacchi ma la certezza è sempre difficile da garantire. La prevenzione dipende molto dal tipo di organizzazione (o privato) da difendere. Come pratica generale, per comprendere la difesa da adottare, consiglio di considerare la propria infrastruttura compromessa e di rispondere alla doma: cosa fare nel momento in cui sono certo che l’attaccante è all’interno della mia “rete” ?».
Spesso le cronache parlano degli hacker russi, cinesi e iraniani. Se dovessimo stilare una classifica chi sono i più pericolosi e perché ?
«Non ritengo sia appropriato stilare una classifica basata sulla “pericolosità” degli attori criminali, poiché ognuno di essi ha scopi e obiettivi diversi. In particolare, abbiamo osservato che gli attori all’interno dell’ecosistema iraniano si distinguono per la loro pericolosità ed efficienza nel settore “energetico”. Da parte russa, ci sono attori molto attivi nel settore dello spionaggio, mentre ex-militari russofoni si concentrano su attacchi contro istituti di credito. Altri attori sono attivi nel settore del ransomware, specializzandosi in attacchi contro organizzazioni private».
Con i Bitcoin si rischia la crisi idrica
Un recente studio pubblicato da Cell Reports Sustainability stima che una singola transazione di Bitcoin consuma in media 16.000 litri di acqua, una quantità equivalente a riempire una piscina da giardino. Questo consumo è particolarmente preoccupante in aree con scarsità d’acqua, come l’Asia centrale e gli Stati Uniti.
Nel 2021, Greenidge Generation, una società che produce Bitcoin ed energia, ha attirato l’attenzione per aver presumibilmente scaricato grandi volumi di acqua calda nel lago Seneca di New York. Nel 2019 la società aveva riconvertito una centrale elettrica abbandonata, aumentando e emissioni di carbonio e i l consumo di acqua. I residenti hanno espresso preoccupazione sul fatto che gli scarichi di acqua calda stiano riscaldando il lago Seneca oltre gli standard statali di qualità dell’acqua. Nel 2023, i gruppi ambientalisti hanno citato in giudizio la Greenidge Generation per aver violato il Clean Water Act e altre normative ambientali, ma la causa è stata archiviata. Nonostante questo caso di alto profilo e la minaccia incombente di una crisi idrica globale, l’utilizzo dell’acqua da parte della rete Bitcoin è rimasto relativamente sottostimato.
Tra i due e i tre miliardi di persone in tutto il mondo già soffrono di carenza idrica, una situazione destinata a peggiorare nei prossimi decenni. A causa delle crescenti preoccupazioni internazionali sulla disponibilità di acqua potabile è fondamentale comprendere l’impronta idrica dell’estrazione di Bitcoin e il suo impatto. Si stima che l’attività di mining di Bitcoin sia responsabile del consumo di 1.572,3 gigalitri (gl) di acqua nel 2021. (Il mining è ciò che permette alla rete Bitcoin di funzionare, creando nuovi blocchi sulla blockchain e verificando le transazioni Bitcoin. Le transazioni vengono verificate dai miner che utilizzano un hardware speciale per risolvere dei puzzle matematici).
Una migliore comprensione dell’impronta idrica di Bitcoin aiuterà a facilitare lo sviluppo di un approccio responsabile per gestire la limitata fornitura di acqua dolce. Alex de Vries, il ricercatore che sta esaminando l’impronta della criptovaluta, prevede un aumento di oltre il 40% del consumo di acqua se la tendenza continuerà in questo modo. L’aumento è dovuto al meccanismo di «Proof of Work» (PoW) ad alta intensità energetica che è alla base del mining di Bitcoin. È un processo che richiede una notevole potenza di calcolo, con conseguente necessità di sistemi di raffreddamento estesi per i centri dati e le centrali elettriche. L’affidamento a fonti di energia rinnovabili per de Vries non è sufficiente a compensare l’impatto ambientale a causa della loro limitata disponibilità. Il ricercatore indica invece il modello PoS («Proof of Stake»), a cui Ethereum è passato nel 2022, come un’alternativa più sostenibile. Il PoS riduce la necessità di hardware ad alta intensità energetica consentendo alle criptovalute di aumentare la probabilità di convalida delle transazioni.
Mentre la comunità delle criptovalute guarda al futuro, de Vries avverte «che vanno abbandonate le pratiche non sostenibili». Se non adattano la loro tecnologia, rischiano di trovarsi in una partita persa contro la sostenibilità ambientale, uno scenario che potrebbe avere gravi implicazioni per la redditività a lungo termine del settore. Gli sviluppatori di criptovalute devono quindi trovare nuovi modi per ridurre il consumo di acqua e l’impatto energetico del mining. Il passaggio a modelli di consenso più sostenibili, come il PoS, è una possibilità, ma è necessario un ulteriore lavoro e volontà per garantire che queste soluzioni siano efficaci.
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Non solo le truffe alla Bankman-Fried. L’arresto del fondatore della piattaforma Binance ha svelato anche i canali di finanziamento di Hamas, al Qaeda e Isis.L’esperto Marco Ramilli: «I controlli stanno aumentando, ma non bastano Serve anche educazione finanziaria e da noi è insufficiente».Dopo una sola transazione servono i litri di un’intera piscina per raffreddare i centri dati surriscaldati. Con questo trend il consumo di acqua crescerà del 40%.Lo speciale contiene tre articoli.Lo scorso 21 novembre, Binance, noto exchange globale di criptovalute, e il suo fondatore, Changpeng Zhao, hanno riconosciuto la propria responsabilità in atti di riciclaggio di denaro e violazione delle sanzioni statunitensi. Il ceo di Binance «ha ammesso il suo coinvolgimento nelle accuse, sottolineando la mancanza di un sistema efficace per contrastare tale fenomeno». Dopo le ammissioni Zhao si è dimesso dalla carica e ha raggiunto un accordo con il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti che prevede il pagamento di una sanzione pari a 4,3 miliardi di dollari per chiudere la vicenda. Al suo posto come nuovo ceo di Binance è stato nominato Richard Teng, già responsabile globale dei mercati regionali dell’exchange. Quindi tutto risolto? No: il Dipartimento di Giustizia, la Commodity Futures Trading Commission e il Dipartimento del Tesoro Usa hanno avviato un’azione legale congiunta contro Binance e il suo fondatore.Nell’atto d’accusa si legge di come Zhao si sia adoperato per la crescita e l’aumento dei guadagni, tuttavia lo avrebbe fatto agendo in totale spregio delle regole approfittando anche dei buchi normativi. È stato inoltre provato come Zhao incoraggiava i suoi collaboratori ad agire in linea con quanto sostiene lo scrittore Arthur Bloch nella Legge di Murpy: «È più facile ottenere un perdono che un permesso». Binance è accusata di aver consentito più di 100.000 transazioni in sostegno ad attività come il terrorismo e il traffico di droga. Ma c’è di più perché la piattaforma exchange avrebbe consentito più di 1,5 milioni di transazioni in valuta virtuale che violavano le sanzioni statunitensi e tra coloro che ne hanno beneficiato ci sono le Brigate al-Qassam di Hamas, la Jihad islamica palestinese (nell’ultimo anno hanno raccolto più di 200 milioni di dollari in criptovalute), al-Qaeda e lo Stato islamico. Il governo israeliano ha dichiarato di aver congelato i conti crittografici associati a gruppi come Hamas, la Jihad islamica palestinese e altri. La mossa ha cercato di interrompere - seppur tardivamente - un percorso che ha permesso loro di raccogliere milioni di dollari in criptovalute nel corso degli anni. I portafogli collegati ad Hamas e alla Jihad islamica palestinese hanno accumulato quasi 135 milioni di dollari tra agosto 2021 e giugno di quest’anno, secondo il Wall Street Journal che cita una ricerca delle società di analisi blockchain Elliptic e BitOK con sede a Tel Aviv. Altra pesantissima incriminazione riguarda un ulteriore meccanismo sviluppato sempre da Binance «per avvertire gli utenti di alto profilo nel caso fossero stati oggetto di indagini da parte delle forze dell’ordine». In base all’accordo di conciliazione Changpeng Zhao ha riconosciuto la propria responsabilità in merito alla violazione del Bank Secrecy Act, legge americana che disciplina il contrasto riciclaggio di denaro, oltre «ad aver indotto un’istituzione finanziaria a compiere analoghe violazioni». Per queste accuse il Dipartimento di Giustizia ha consigliato al tribunale di comminare una multa di 50 milioni di dollari all’ormai ex ceo di Binance che a seguito del pagamento di una cauzione pari a 175 milioni di dollari è stato rilasciato in attesa del processo fissato per il 23 febbraio 2024. Nella bufera Binance è finito persino Cristiano Ronaldo. Il calciatore è stato colpito da una class action presentata da alcuni querelanti che sostengono di aver subito perdite a causa della sua promozione di Binance. In un documento depositato il 27 novembre presso un tribunale in Florida si afferma che « Ronaldo ha promosso, assistito e/o partecipato attivamente all’offerta e alla vendita di titoli non registrati in coordinamento con Binance». A metà del 2022 Binance aveva avviato una partnership pluriennale con il calciatore portoghese per promuovere una serie di token non fungibili (Nft) di sua proprietà, con almeno tre collezioni dedicate alla stella del calcio e collegate a Binance. Nella sua prima dichiarazione pubblica come ceo di Binance, Richard Teng ha affermato: «La mia competenza normativa influenzerà l'approccio di Binance in modo diverso rispetto al passato». Quello che è certo è che ora le autorità di vigilanza degli Stati Uniti vigileranno come mai prima. La vicenda di Changpeng Zhao ricorda molto da vicino quella del 31enne Sam Bankman-Fried, fondatore della piattaforma di interscambio di criptovalute Ftx (oggi fallita), che lo scorso 3 novembre è stato condannato da una giuria federale di New York per tutti i sette capi d’accusa per i quali era stato processato. Ora quello che era stato definito il «re delle crypto» rischia una condanna a 110 anni di carcere. Il processo è durato solo un mese e ha visto la pubblica accusa contare sul pentimento e la cooperazione di numerosi ex stretti collaboratori di Bankman-Fried. L’imputato in aula ha provato a difendersi affermando «di non aver mai voluto truffare nessuno e di aver voluto costruire una nuova industria regolamentata». I giudici però non gli hanno creduto perché l’accusa ha portato in aula testimoni che hanno raccontato di come Bankman-Fried chiedeva ai suoi collaboratori «di truccare bilanci e di commettere reati, tra i quali facilitare segretamente i passaggi di fondi da Ftx al fondo hedge collegato Alameda Research». Ftx, nata nel 2019, in due anni aveva milioni di clienti e più di un miliardo di dollari di giro d’affari. Il fallimento avvenne nel 2022, quando si scoprirono buchi finanziari e una serie di truffe che portarono a bruschi ribassi delle criptovalute e alla fuga di clienti con i loro capitali. La procura ha definito «il re delle crypto» «uno spregiudicato miliardario impegnato in una colossale truffa che ha usato fondi di clienti, ingannandoli, per propri investimenti rischiosi, acquisti di immobili di lusso, donazioni politiche e spese personali per una vita da jet set tra i potenti». Gli avvocati di Bankman-Fried hanno dichiarato che il loro assistito «continuerà a sostenere la propria innocenza e a battersi contro le accuse», ma il procuratore federale di Manhattan, Damian Williams, la pensa diversamente: «Se l’industria delle cryptocurrency è nuova, e protagonisti quali Sam Bankman-Fried possono essere nuovi, questo genere di corruzione è antica. Questo caso è sempre stato incentrato sulle menzogne, l’inganno e il furto». Ora Bankman-Fried potrebbe dover affrontare altri processi in quanto è accusato di truffa bancaria e tangenti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/chi-si-nasconde-dietro-criptovalute-2666428631.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pericolo-frodi-in-italia-e-alto-ecco-le-piu-diffuse" data-post-id="2666428631" data-published-at="1701696197" data-use-pagination="False"> «Il pericolo frodi in Italia è alto. Ecco le più diffuse» Marco Ramilli Marco Ramilli è un esperto internazionale di sicurezza informatica, ceo e co-fondatore di Yoroi. Che giudizio possiamo dare della vicenda Binance? «Esprimere un giudizio su questo settore, sostanzialmente nuovo e caratterizzato da normative a “macchie di leopardo”, è complesso. Mentre in alcuni Stati le regole sono diventate chiare, in altri rimangono oscure e in evoluzione. L’implementazione di controlli mirati e l’istituzione di regolamenti rigorosi, simili a quelli applicati agli istituti di credito o alle società di gestione del risparmio, insieme alla necessità di fornire prove dettagliate sulle transazioni e autenticare gli utilizzatori, rappresentano nuovi strumenti introdotti dai regolatori che certamente hanno contribuito a individuare frodi o attività poco trasparenti. Tuttavia, al di là di questi controlli, è cruciale promuovere la formazione degli utenti, ossia dei clienti, di questi nuovi servizi finanziari. In Paesi come l’Italia, l’educazione finanziaria non è ancora sufficientemente diffusa, contribuendo così al proliferare delle frodi». Si parla molto di truffe legate alle criptovalute: quali sono le più comuni e come evitarle? «Iniziamo con le truffe verso le Ico (Initial coin offering): offerte iniziali di criptovalute che raccolgono fondi per progetti finti o inesistenti. Gli investitori che desiderano affrontare tali tipologie di investimento dovrebbero condurre approfondite ricerche sul team, sul progetto e sulla effettiva realizzazione prima di partecipare a qualsiasi Ico. Poi citerei la “Pump and dump fraud”, che coinvolge le manipolazioni del mercato. I truffatori acquistano massicciamente una criptovaluta per innalzarne il prezzo (pump) e poi vendono improvvisamente tutto in unica transazione (dump), causando una forte volatilità del mercato ed un effetto trascinamento. In assenza di regolamentazioni internazionali specifiche su una quota massima di negoziazione su criptovalute, gli investitori dovrebbero valutare la possibilità di evitare l’emotività e di agire considerando la reale possibilità di essere nel mezzo di un “pump and dump”. Il fenomeno potrebbe durare per alcuni giorni. Poi ci sono le truffe di phishing: queste truffe, ormai tradizionali, coinvolgono tentativi di ottenere informazioni personali o chiavi private di wallet o exchange, attraverso falsi siti web o e-mail che sembrano autentiche. Lo “Scam mining”, invece, simula servizi di mining in cloud (generazione di criptovaluta) promettendo rendimenti elevati giustificati da macchine di mining molto performanti. I servizi fasulli possono mostrare rendimenti (nell’area riservata) fittizi e nel momento in cui gli operatori iniziano a richiedere gli incassi (trasferimento fondi verso il proprio istituto di credito) essi spariscono. Ci sono poi i wallet fraudolenti: app e portafogli falsi che cercano di rubare le chiavi private degli utenti al fine di impossessarsi delle proprie valute elettroniche. E, infine, le truffe di investimento: programmi che promettono rendimenti elevati senza rischio, spesso promossi attraverso social media o e-mail». Secondo gli esperti sulle sanzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu contro Pyongyang, hacker legati alla Corea del Nord sono stati responsabili di furti di criptovalute per un valore di quasi 1,7 miliardi di dollari nel 2022. Chi sono? «Tipicamente quanto ci si riferisce ad attori della Corea del Nord ci si riferisce al gruppo Lazzarus. Il termine è, infatti, spesso utilizzato per descrivere gruppi di cyber criminali sospettati di avere legami con il regime di Pyongyang. Il gruppo Lazarus è stato associato a diversi attacchi informatici di ampia portata, tra cui il noto attacco al sistema bancario bangladese nel 2016, nonché al ransomware WannaCry nel 2017. Questi hacker sono spesso accusati di condurre attività cyber criminali per finanziare il governo nordcoreano o per scopi di spionaggio. È importante notare che l’attribuzione degli attacchi informatici a gruppi specifici può essere complessa, poiché gli hacker spesso cercano di mascherare la loro vera identità. Gli esperti di sicurezza informatica e le agenzie di intelligence internazionali fanno del loro meglio per analizzare le prove digitali e determinare l’origine degli attacchi ma la certezza è sempre difficile da garantire. La prevenzione dipende molto dal tipo di organizzazione (o privato) da difendere. Come pratica generale, per comprendere la difesa da adottare, consiglio di considerare la propria infrastruttura compromessa e di rispondere alla doma: cosa fare nel momento in cui sono certo che l’attaccante è all’interno della mia “rete” ?». Spesso le cronache parlano degli hacker russi, cinesi e iraniani. Se dovessimo stilare una classifica chi sono i più pericolosi e perché ? «Non ritengo sia appropriato stilare una classifica basata sulla “pericolosità” degli attori criminali, poiché ognuno di essi ha scopi e obiettivi diversi. In particolare, abbiamo osservato che gli attori all’interno dell’ecosistema iraniano si distinguono per la loro pericolosità ed efficienza nel settore “energetico”. Da parte russa, ci sono attori molto attivi nel settore dello spionaggio, mentre ex-militari russofoni si concentrano su attacchi contro istituti di credito. 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Nel 2021, Greenidge Generation, una società che produce Bitcoin ed energia, ha attirato l’attenzione per aver presumibilmente scaricato grandi volumi di acqua calda nel lago Seneca di New York. Nel 2019 la società aveva riconvertito una centrale elettrica abbandonata, aumentando e emissioni di carbonio e i l consumo di acqua. I residenti hanno espresso preoccupazione sul fatto che gli scarichi di acqua calda stiano riscaldando il lago Seneca oltre gli standard statali di qualità dell’acqua. Nel 2023, i gruppi ambientalisti hanno citato in giudizio la Greenidge Generation per aver violato il Clean Water Act e altre normative ambientali, ma la causa è stata archiviata. Nonostante questo caso di alto profilo e la minaccia incombente di una crisi idrica globale, l’utilizzo dell’acqua da parte della rete Bitcoin è rimasto relativamente sottostimato. Tra i due e i tre miliardi di persone in tutto il mondo già soffrono di carenza idrica, una situazione destinata a peggiorare nei prossimi decenni. A causa delle crescenti preoccupazioni internazionali sulla disponibilità di acqua potabile è fondamentale comprendere l’impronta idrica dell’estrazione di Bitcoin e il suo impatto. Si stima che l’attività di mining di Bitcoin sia responsabile del consumo di 1.572,3 gigalitri (gl) di acqua nel 2021. (Il mining è ciò che permette alla rete Bitcoin di funzionare, creando nuovi blocchi sulla blockchain e verificando le transazioni Bitcoin. Le transazioni vengono verificate dai miner che utilizzano un hardware speciale per risolvere dei puzzle matematici). Una migliore comprensione dell’impronta idrica di Bitcoin aiuterà a facilitare lo sviluppo di un approccio responsabile per gestire la limitata fornitura di acqua dolce. Alex de Vries, il ricercatore che sta esaminando l’impronta della criptovaluta, prevede un aumento di oltre il 40% del consumo di acqua se la tendenza continuerà in questo modo. L’aumento è dovuto al meccanismo di «Proof of Work» (PoW) ad alta intensità energetica che è alla base del mining di Bitcoin. È un processo che richiede una notevole potenza di calcolo, con conseguente necessità di sistemi di raffreddamento estesi per i centri dati e le centrali elettriche. L’affidamento a fonti di energia rinnovabili per de Vries non è sufficiente a compensare l’impatto ambientale a causa della loro limitata disponibilità. Il ricercatore indica invece il modello PoS («Proof of Stake»), a cui Ethereum è passato nel 2022, come un’alternativa più sostenibile. Il PoS riduce la necessità di hardware ad alta intensità energetica consentendo alle criptovalute di aumentare la probabilità di convalida delle transazioni. Mentre la comunità delle criptovalute guarda al futuro, de Vries avverte «che vanno abbandonate le pratiche non sostenibili». Se non adattano la loro tecnologia, rischiano di trovarsi in una partita persa contro la sostenibilità ambientale, uno scenario che potrebbe avere gravi implicazioni per la redditività a lungo termine del settore. Gli sviluppatori di criptovalute devono quindi trovare nuovi modi per ridurre il consumo di acqua e l’impatto energetico del mining. Il passaggio a modelli di consenso più sostenibili, come il PoS, è una possibilità, ma è necessario un ulteriore lavoro e volontà per garantire che queste soluzioni siano efficaci.
Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara
Ansa
Trattasi dell’evento in programma sabato a Bologna, piazza Galvani, organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista e regolarmente autorizzato dalle autorità. Cosa di cui, però, alla sinistra emiliana sembra non importare nulla. Maurizio Gaigher, consigliere comunale del Pd, dice in consiglio comunale che bisognerebbe «impedire» la manifestazione. A suo dire, essa «non costituisce un fatto isolato ma fa riferimento a una precisa operazione politica, che prova a spostare i confini del dibattito pubblico legittimando parole e concetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati inaccettabili. [...] Non stiamo discutendo solo di ordine pubblico o della gestione di un semplice e banale corteo: stiamo discutendo di quale idea di società vogliamo legittimare e qui la politica non può nascondersi».
Gaigher rivolge dunque «un appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni anche quelle come la Lega e Fdi, che oggi troppo spesso scelgono il silenzio e l’ambiguità: unitevi all’appello delle forze democratiche della città, chiediamo insieme che questo corteo non si svolga, perché i suoi contenuti non sono neutri e rischiano di produrre conseguenze molto concrete sul piano della convivenza civile. Non è una questione ideologica, è una questione di responsabilità istituzionale».
Come al solito è tutto straordinario: in nome della libertà e della democrazia pretendono di vietare un presidio. Meraviglioso, a tale riguardo, il ragionamento di un’altra esponente del Pd, Mery De Martino. Costei, evidentemente ignara di che cosa sia la remigrazione, la definisce una «teoria razzista e disumana. La buona notizia è che questa roba può fare un po’ di rumore ma a Bologna non passa davvero». Poi la sincera democratica aggiunge: il 9 maggio «non diventi il palcoscenico di una mera provocazione mentre la città sarà impegnata nelle iniziative istituzionali per la festa dell’Europa, organizzata dal Comune e dal Tavolo Europa voluto dalla cittadinanza». Capito? Bisogna oscurare la manifestazione contro l’immigrazione di massa per non togliere visibilità alla festa dell’Europa prevista per lo stesso giorno.
Decisamente più minaccioso è il tono utilizzato da Giacomo Tarsitano della Lista Lepore che fa capo al sindaco di Bologna. «Iniziative come quella annunciata da un piccolo numero di estremisti, certamente fascisti», dice, «non possono essere ben accette in questa città, perché sono offensive non solo verso le comunità di origine straniera ma anche verso i valori che la stessa città ha, conserva e tenta di promuovere nelle esperienze quotidiane». Quali sarebbero questi valori? La censura e la prevaricazione? Altri consiglieri parlano dei manifestanti per la remigrazione come di fascisti che devono tornare nelle fogne, minacce che in altri tempi si sarebbero tradotte in azioni violente. Ma a quanto pare a sinistra tutto è concesso: sono leciti insulti, intimidazioni e forzature immotivate.
Il problema è che le frasi dei progressisti intolleranti, purtroppo, sembrano ottenere effetti. La stampa di sinistra bolognese infatti scrive che la manifestazione potrebbe in effetti essere spostata, cioè tolta da una piazza centrale e confinata altrove. Se così fosse, sarebbe estremamente grave. Forse il centro di Bologna deve essere accessibile solo ai progressisti? Negli ultimi giorni abbiamo raccontato quali siano le strategie della provocazione messe in atto dai movimenti antagonisti della sinistra radicale nelle più svariate occasioni: a costoro tuttavia non viene impedito di marciare. Perché allora chi esprime una visione diversa dovrebbe essere ostacolato?
«Abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa di piazza per pubblicizzare la proposta di legge sulla remigrazione, con cui abbiamo fatto anche una raccolta di firme che sarà portata in Parlamento nei prossimi giorni», dice Stefano Colato del comitato remigrazione. «Abbiamo presentato regolare avviso in data 24 aprile per avere appunto una piazza centrale di Bologna, precisamente Piazza Galvani. Poi però abbiamo letto sulla cronaca locale di Repubblica che la nostra piazza sarebbe stata spostata, che ci sarebbe stata assegnata un’altra piazza perché quella è troppo centrale. Ovviamente siamo rimasti un po’ stupiti dalle modalità di comunicazione della questura di Bologna che non ha neanche fatto una telefonata o una Pec per comunicarci che la manifestazione sarebbe stata spostata. Leggere cose riguardanti la nostra iniziativa sulla Repubblica ci lascia basiti, come se decidesse quel giornale chi a Bologna ha diritto di parlare».
Secondo Colato, «anche le motivazioni di questo presunto spostamento ci sono sembrate risibili: la questura avrebbe avanzato un allarme riguardante la situazione internazionale, ma il nostro comitato si occupa esclusivamente di una raccolta di firme per una legge che riguarda la politica interna, non ci azzecca niente con la politica internazionale. E poi, tra parentesi, noi non dovremmo neanche avere paura di tensioni con i pro Pal o simili, dato che la nostra associazione di Bologna, che fa parte del comitato Remigrazione, ha sempre espresso solidarietà al popolo palestinese. Un’altra perplessità», continua Colato, «è sicuramente relativa al fatto che le altre iniziative che abbiamo organizzato a Bologna sono sempre state sottoposte a restrizioni dopo qualche annuncio di contestazioni. Ebbene, questa volta non c’è ombra di contestazione da parte di antagonisti o simili: ci vogliono vietare il centro cittadino in virtù di un allarme che non c’è?».
Di comunicazioni ufficiali, in ogni caso, non ne sono arrivate. Per questo motivo il comitato Remigrazione afferma che i suoi «simpatizzanti sono mobilitati sulla stessa piazza e allo stesso orario, le 16 di sabato, poi vedremo in questi giorni se saremo contattati».
Spostamento o meno, a emergere con chiarezza è la proverbiale intolleranza progressista. A conferma che in Italia il problema vero, ancora più dell’immigrazione, è la sinistra.
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