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2021-07-17
Sul certificato verde l’Aula resta esclusa. E intanto sale l’isteria per i casi tra i tifosi
Ansa
Finito quello di calcio, con la collaborazione psicologica dei virologi rockstar e del ministro Roberto Speranza (un Mancini trasandato) è cominciato il campionato Europeo di Covid. Anche qui siamo in semifinale: dopo avere battuto il Belgio, nel quartiere romano di Monteverde sono stati segnalati 16 casi di virus cinese per via delle scene di giubilo davanti al maxischermo del Clifton Pub. Si parla di focolaio, con il contagio di 91 persone nei giorni successivi, numeri che danno all'assessore alla Salute della Regione Lazio, Alessio D'Amato, l'assist per annunciare: «Sono stati giorni di pazza gioia, ne pagheremo le conseguenze». E agli ambienti scientifici per aggiungere: «Meglio preparaci a tornare in zona gialla».
In Italia la variante Europei si sovrappone alla Delta e avanza su un piano inclinato, destinata a finire in porta. Se l'allarmismo è ai massimi livelli per i festeggiamenti del 2 luglio, è prevedibile che dopo la semifinale con la Spagna, la notte magica di Wembley con l'Inghilterra e soprattutto la passerella sul bus scoperto a Roma (nota come trattativa Stato-Bonucci), esploderà la psicosi Nazionale. Un identico metodo era stato utilizzato per demonizzare i festeggiamenti interisti dello scudetto, con risultati confortanti ma deludenti per le Cassandre: in giugno i contagi sono scesi ai minimi termini. Basta avere pazienza per qualche giorno, poi si avranno i dati. Nell'attesa, la spinta verso un Green pass di stampo macroniano è sempre più forte e contrasta con un'evidenza scientifica inconfutabile: grazie ai vaccini le terapie intensive degli ospedali sono vuote. Eppure il catastrofismo impera. Da Parigi Walter Ricciardi (nella dura strategia dell'Eliseo c'è lo zampino del consulente italiano) lancia anatemi: «Anche se si è vaccinati si può essere infetti, la variante Delta buca perfino il doppio ciclo vaccinale. Bisogna bloccare i voli senza se e senza ma».
Ieri si è scatenato Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto superiore di sanità, che ha sbandierato l'Rt come i fanatici del rigorismo europeista agitavano lo spread: «L'Rt è in crescita, è passato in una settimana da 0,66 a 0,92, fra una settimana potrebbe essere a 1,24. L'età media dei contagiati scende a 28 anni, sono in centinaia a rischio ricovero. L'evoluzione in agosto si prospetta con una crescita delle terapie intensive, è possibile che si superi il 10%. Crescono i Comuni con almeno un caso». Numeri che non presuppongono l'isteria, ma la vicenda di Monteverde - luogo noto ai più per le passeggiate in vespa di Nanni Moretti nel film Caro diario - moltiplica l'ansia collettiva diventando funzionale alla voglia matta di chiavistello della sinistra lockdown.
Entro il 26 luglio si prevede la stretta: zone gialle ripristinate con ipotetico divieto di ristorazione al coperto, passaporto vaccinale obbligatorio per i trasporti a lungo raggio (in aereo e in treno) e per la partecipazione a eventi sportivi e di spettacolo, per palestre, discoteche. Il governo di Mario Draghi attuerà il giro di vite seguendo un iter sperimentato in passato: martedì sarà il tema della famosa «cabina di regia» prevista dopo il Consiglio dei ministri, con successivo Dcpm destinato a bypassare il parlamento come da cattiva abitudine di Giuseppe Conte, ereditata dal successore. Le cinque regioni a rischio sono Sicilia, Sardegna, Campania, Lazio e Veneto. Anche Abruzzo e Marche sono in bilico.
Il Green pass con l'armatura rischia di sostituire nei fatti l'obbligo vaccinale, improponibile perché anticostituzionale. Matteo Renzi ha già cominciato a suonare la grancassa: «Crescono i contagi e cresceranno molto nelle prossime settimane. Ma il vaccino funziona. Dunque vacciniamoci e chiediamo al governo di avere una strategia simile a quella di Macron in Francia. Chi ha gli anticorpi entra ovunque, chi non li ha deve subire limitazioni. In zona rossa ci ritorni chi non vuole vaccinarsi». Mariastella Gelmini, ministro di Forza Italia, chiede «coesione e condivisione per definire la via italiana all'uso del green pass».
Su questo tema, nel centrodestra Forza Italia è isolata. Matteo Salvini invita alla calma: «Di green pass parleremo quando e se ci sarà necessità di farlo. Chiediamo attenzione e rispetto delle regole, ma non possiamo terrorizzare la gente prima del tempo. La situazione è positiva, il piano vaccinale corre. Archiviati i ritardi di Conte e Arcuri, chi vuole mettersi in sicurezza può farlo». Federico Mollicone (Fdi) è meno diplomatico: «Un governo che impone l'obbligo di un documento all'entrata dei locali? Sembra di leggere un romanzo di Aldous Huxley o George Orwell. Invece è l'Italia di Speranza, che adotta metodi liberticidi da comunismo cinese». Anche le due anime del Movimento 5 stelle sono perplesse. Sul green pass alla francese Draghi dovrà stare alla larga dal parlamento, in caso contrario l'Europeo del Covid sarebbe una disfatta.
L’iniezione non evita la quarantena. Caos sul lasciapassare ai guariti
Il vaccino salva dal Covid grave, ma non dalla quarantena. Un caso tra i tanti. I genitori immunizzati di due adolescenti che hanno ricevuto la prima dose, scoprono che un loro figlio è positivo. Si aprono una serie di domande: devono fare la quarantena o possono andare a lavorare? Se disdicono la seconda dose per il figlio positivo, cosa fare per l'altro, se è negativo? Forti del loro green pass, mentre contattano il medico, cercano sul web come comportarsi. Inutile porsi tante domande. Il sito del ministero e dell'Istituto superiore di sanità hanno una sola risposta, la stessa, da marzo 2021: non c'è differenza tra l'essere vaccinati o no. Se hai un contatto con il positivo, ti liberi dopo 10 giorni con un test negativo o dopo 14 senza tampone. La regola, però, non vale per il personale sanitario che, in assenza di sintomi, può continuare a lavorare, con le dovute protezioni, anche in corsia (ma qui c'è carenza di personale).
Il ministero della Salute sbandiera la necessità del green pass quasi anche per andare a prendere un gelato, è pronto a mettere l'obbligo vaccinale, si bea dei dati con quasi la metà della popolazione immunizzata, spinge per iniettare le dosi anche agli adolescenti, ma per chi ottiene il tanto agognato lasciapassare la vita non cambia, se è stato a contatto con un positivo. Tutto è fermo a marzo «quando si pensava di eradicare il virus non facendolo circolare», osserva Carlo Signorelli, ordinario di Igiene all'Università di Parma e Vita salute del San Raffaele. Oggi però «il contesto epidemiologico è cambiato - continua - si va verso una situazione endemica, in cui il virus circola perché si accetta il rischio di infezioni non gravi». Cambiando il contesto, la norma, «già disattesa, è da aggiornare». Invece viaggiamo su un'altra traiettoria e così anche i 5 passeggeri con green pass del volo Malta-Pescara atterrato con 9 positivi a bordo, sono finiti in quarantena per 14 giorni con gli altri 65. Idem per tutti i 30 arrivati da Londra con due positivi in aereo. Sono a rischio estate anche i giovani che avranno la seconda dose a fine agosto.
L'essere vaccinati, l'aver ricevuto anche una sola dose, fa una differenza pratica che il ministero non riconosce a livello amministrativo. Del resto, se si dovessero aggiornare le linee guida, come succede in altri Paesi, si dovrebbe far la fatica di copiare risposte già note al mondo scientifico. La più ricorrente riguarda chi è guarito dal Covid e fa la prima dose dopo 3 mesi ed entro i 6 dalla guarigione. Le linee guida e i siti di volenterose Asl regionali si affrettano a ricordare che in queste persone basta una sola dose di vaccino, ma dopo una sola inoculazione, a questi cittadini non arriva il green pass. Discorso analogo anche per chi si trova positivo dopo la prima dose di vaccino: la seconda non è più necessaria, ma il green pass non si può scaricare. Con quarantene di 10 giorni - 14 se non si fa il test - vacanze e aperture diventano impossibili, per non parlare delle scuole a settembre. Ieri il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, su SkyTg24, nel rassicurare i genitori delle centinaia di ragazzi praticamente asintomatici in quarantena in varie parti del mondo dove sono in vacanza, ha finalmente dichiarato che «se dopo un tampone una persone con ciclo vaccinale completato è negativa, deve essere libera, e a livello europeo dobbiamo sbrigarci». Basterebbe darsi una mossa anche solo in Italia e aggiornare le linee guida per chi è vaccinato o guarito. Non servono task force o sforzi sovrumani. Basta farsi un giro nei siti istituzionali di altri Paesi. In America, per i vaccinati, non solo non è prevista la quarantena, ma non si richiede nemmeno il test perché il rischio di trasmissione è basso, negli immunizzati. In Inghilterra, da agosto, prevedono di evitare la quarantena per i vaccinati e gli under 18 che hanno avuto contatto con un positivo.
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Il pass sarà introdotto per decreto entro fine luglio. Allarme focolai coi reparti vuoti. Silvio Brusaferro: «Il virus corre tra i ragazzi».In caso di contatto con un positivo resta l'obbligo di isolamento fino a due settimane.Lo speciale contiene due articoli.Finito quello di calcio, con la collaborazione psicologica dei virologi rockstar e del ministro Roberto Speranza (un Mancini trasandato) è cominciato il campionato Europeo di Covid. Anche qui siamo in semifinale: dopo avere battuto il Belgio, nel quartiere romano di Monteverde sono stati segnalati 16 casi di virus cinese per via delle scene di giubilo davanti al maxischermo del Clifton Pub. Si parla di focolaio, con il contagio di 91 persone nei giorni successivi, numeri che danno all'assessore alla Salute della Regione Lazio, Alessio D'Amato, l'assist per annunciare: «Sono stati giorni di pazza gioia, ne pagheremo le conseguenze». E agli ambienti scientifici per aggiungere: «Meglio preparaci a tornare in zona gialla». In Italia la variante Europei si sovrappone alla Delta e avanza su un piano inclinato, destinata a finire in porta. Se l'allarmismo è ai massimi livelli per i festeggiamenti del 2 luglio, è prevedibile che dopo la semifinale con la Spagna, la notte magica di Wembley con l'Inghilterra e soprattutto la passerella sul bus scoperto a Roma (nota come trattativa Stato-Bonucci), esploderà la psicosi Nazionale. Un identico metodo era stato utilizzato per demonizzare i festeggiamenti interisti dello scudetto, con risultati confortanti ma deludenti per le Cassandre: in giugno i contagi sono scesi ai minimi termini. Basta avere pazienza per qualche giorno, poi si avranno i dati. Nell'attesa, la spinta verso un Green pass di stampo macroniano è sempre più forte e contrasta con un'evidenza scientifica inconfutabile: grazie ai vaccini le terapie intensive degli ospedali sono vuote. Eppure il catastrofismo impera. Da Parigi Walter Ricciardi (nella dura strategia dell'Eliseo c'è lo zampino del consulente italiano) lancia anatemi: «Anche se si è vaccinati si può essere infetti, la variante Delta buca perfino il doppio ciclo vaccinale. Bisogna bloccare i voli senza se e senza ma». Ieri si è scatenato Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto superiore di sanità, che ha sbandierato l'Rt come i fanatici del rigorismo europeista agitavano lo spread: «L'Rt è in crescita, è passato in una settimana da 0,66 a 0,92, fra una settimana potrebbe essere a 1,24. L'età media dei contagiati scende a 28 anni, sono in centinaia a rischio ricovero. L'evoluzione in agosto si prospetta con una crescita delle terapie intensive, è possibile che si superi il 10%. Crescono i Comuni con almeno un caso». Numeri che non presuppongono l'isteria, ma la vicenda di Monteverde - luogo noto ai più per le passeggiate in vespa di Nanni Moretti nel film Caro diario - moltiplica l'ansia collettiva diventando funzionale alla voglia matta di chiavistello della sinistra lockdown. Entro il 26 luglio si prevede la stretta: zone gialle ripristinate con ipotetico divieto di ristorazione al coperto, passaporto vaccinale obbligatorio per i trasporti a lungo raggio (in aereo e in treno) e per la partecipazione a eventi sportivi e di spettacolo, per palestre, discoteche. Il governo di Mario Draghi attuerà il giro di vite seguendo un iter sperimentato in passato: martedì sarà il tema della famosa «cabina di regia» prevista dopo il Consiglio dei ministri, con successivo Dcpm destinato a bypassare il parlamento come da cattiva abitudine di Giuseppe Conte, ereditata dal successore. Le cinque regioni a rischio sono Sicilia, Sardegna, Campania, Lazio e Veneto. Anche Abruzzo e Marche sono in bilico. Il Green pass con l'armatura rischia di sostituire nei fatti l'obbligo vaccinale, improponibile perché anticostituzionale. Matteo Renzi ha già cominciato a suonare la grancassa: «Crescono i contagi e cresceranno molto nelle prossime settimane. Ma il vaccino funziona. Dunque vacciniamoci e chiediamo al governo di avere una strategia simile a quella di Macron in Francia. Chi ha gli anticorpi entra ovunque, chi non li ha deve subire limitazioni. In zona rossa ci ritorni chi non vuole vaccinarsi». Mariastella Gelmini, ministro di Forza Italia, chiede «coesione e condivisione per definire la via italiana all'uso del green pass».Su questo tema, nel centrodestra Forza Italia è isolata. Matteo Salvini invita alla calma: «Di green pass parleremo quando e se ci sarà necessità di farlo. Chiediamo attenzione e rispetto delle regole, ma non possiamo terrorizzare la gente prima del tempo. La situazione è positiva, il piano vaccinale corre. Archiviati i ritardi di Conte e Arcuri, chi vuole mettersi in sicurezza può farlo». Federico Mollicone (Fdi) è meno diplomatico: «Un governo che impone l'obbligo di un documento all'entrata dei locali? Sembra di leggere un romanzo di Aldous Huxley o George Orwell. Invece è l'Italia di Speranza, che adotta metodi liberticidi da comunismo cinese». Anche le due anime del Movimento 5 stelle sono perplesse. Sul green pass alla francese Draghi dovrà stare alla larga dal parlamento, in caso contrario l'Europeo del Covid sarebbe una disfatta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/certificato-verde-aula-resta-esclusa-2653804171.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="liniezione-non-evita-la-quarantena-caos-sul-lasciapassare-ai-guariti" data-post-id="2653804171" data-published-at="1626461967" data-use-pagination="False"> L’iniezione non evita la quarantena. Caos sul lasciapassare ai guariti Il vaccino salva dal Covid grave, ma non dalla quarantena. Un caso tra i tanti. I genitori immunizzati di due adolescenti che hanno ricevuto la prima dose, scoprono che un loro figlio è positivo. Si aprono una serie di domande: devono fare la quarantena o possono andare a lavorare? Se disdicono la seconda dose per il figlio positivo, cosa fare per l'altro, se è negativo? Forti del loro green pass, mentre contattano il medico, cercano sul web come comportarsi. Inutile porsi tante domande. Il sito del ministero e dell'Istituto superiore di sanità hanno una sola risposta, la stessa, da marzo 2021: non c'è differenza tra l'essere vaccinati o no. Se hai un contatto con il positivo, ti liberi dopo 10 giorni con un test negativo o dopo 14 senza tampone. La regola, però, non vale per il personale sanitario che, in assenza di sintomi, può continuare a lavorare, con le dovute protezioni, anche in corsia (ma qui c'è carenza di personale). Il ministero della Salute sbandiera la necessità del green pass quasi anche per andare a prendere un gelato, è pronto a mettere l'obbligo vaccinale, si bea dei dati con quasi la metà della popolazione immunizzata, spinge per iniettare le dosi anche agli adolescenti, ma per chi ottiene il tanto agognato lasciapassare la vita non cambia, se è stato a contatto con un positivo. Tutto è fermo a marzo «quando si pensava di eradicare il virus non facendolo circolare», osserva Carlo Signorelli, ordinario di Igiene all'Università di Parma e Vita salute del San Raffaele. Oggi però «il contesto epidemiologico è cambiato - continua - si va verso una situazione endemica, in cui il virus circola perché si accetta il rischio di infezioni non gravi». Cambiando il contesto, la norma, «già disattesa, è da aggiornare». Invece viaggiamo su un'altra traiettoria e così anche i 5 passeggeri con green pass del volo Malta-Pescara atterrato con 9 positivi a bordo, sono finiti in quarantena per 14 giorni con gli altri 65. Idem per tutti i 30 arrivati da Londra con due positivi in aereo. Sono a rischio estate anche i giovani che avranno la seconda dose a fine agosto. L'essere vaccinati, l'aver ricevuto anche una sola dose, fa una differenza pratica che il ministero non riconosce a livello amministrativo. Del resto, se si dovessero aggiornare le linee guida, come succede in altri Paesi, si dovrebbe far la fatica di copiare risposte già note al mondo scientifico. La più ricorrente riguarda chi è guarito dal Covid e fa la prima dose dopo 3 mesi ed entro i 6 dalla guarigione. Le linee guida e i siti di volenterose Asl regionali si affrettano a ricordare che in queste persone basta una sola dose di vaccino, ma dopo una sola inoculazione, a questi cittadini non arriva il green pass. Discorso analogo anche per chi si trova positivo dopo la prima dose di vaccino: la seconda non è più necessaria, ma il green pass non si può scaricare. Con quarantene di 10 giorni - 14 se non si fa il test - vacanze e aperture diventano impossibili, per non parlare delle scuole a settembre. Ieri il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, su SkyTg24, nel rassicurare i genitori delle centinaia di ragazzi praticamente asintomatici in quarantena in varie parti del mondo dove sono in vacanza, ha finalmente dichiarato che «se dopo un tampone una persone con ciclo vaccinale completato è negativa, deve essere libera, e a livello europeo dobbiamo sbrigarci». Basterebbe darsi una mossa anche solo in Italia e aggiornare le linee guida per chi è vaccinato o guarito. Non servono task force o sforzi sovrumani. Basta farsi un giro nei siti istituzionali di altri Paesi. In America, per i vaccinati, non solo non è prevista la quarantena, ma non si richiede nemmeno il test perché il rischio di trasmissione è basso, negli immunizzati. In Inghilterra, da agosto, prevedono di evitare la quarantena per i vaccinati e gli under 18 che hanno avuto contatto con un positivo.
Gilberto Pichetto Fratin (Ansa)
Abbiamo elaborato una formula utile (mix di fonti) per accelerare l’esito in Italia di energia elettrica (e altra) abbondante a costi minimizzati. Lo scenario probabilistico vede questo risultato possibile e accelerabile, ma alla condizione di un coordinamento governativo interministeriale gestito dal massimo potere esecutivo, cioè Palazzo Chigi, con la responsabilità di un sottosegretario dedicato con poteri straordinari delegati dal Parlamento sotto il controllo diretto del presidente del Consiglio e indiretto (ma con relazione speciale) del Quirinale: programma Dinamo.
Semplificando, propongo un’organizzazione verticale controllata dalle regole democratiche per gestire un’emergenza nazionale. Qui spiego perché il programma Dinamo sarebbe una soluzione sistemica alla domanda di energia a bassi costi ora insoddisfatta e in prospettiva destinata a crescere: da qui la necessità di dichiarazione un’emergenza nazionale multivariata.
Prima emergenza. È ben noto che i costi energetici in Italia siano dal 20 al 30% superiori alle nazioni comparabili in Europa, e quelli europei superiori agli statunitensi e a quelli di altre nazioni concorrenti. Se non li abbassiamo in tempi utili il destino del sistema produttivo italiano (in gran parte ingaggiato nella competizione globale) è la deindustrializzazione con conseguenza di impoverimento nazionale. I tempi teorici per riparare questo gap competitivo, evitando la deindustrializzazione, sono brevi perché l’impatto è già evidente nonostante l’impegno del governo per attutirlo. Il calcolo dei tempi di riparazione/soluzione di questo gap, computando potenziali combinati con la loro concretizzazione, individuano sette anni di tempo per ottenere più energia a minori costi, cioè entro il 2033, ma iniziando subito ad attivare la soluzione stessa.
Seconda emergenza. Il calcolo di quanta più energia servirà nel prossimo futuro è complesso sul lato della stima di precisione, ma è semplice su quella della tendenza: ne servirà tanta di più. I centri di calcolo per le diverse generazioni successive di servizi di Intelligenza artificiale già richiedono e richiederanno enormi volumi di energia elettrica (oltre che di acqua) in comparazione con quelli odierni. L’irruzione di grandi quantità di robot per l’automazione industriale ha tempi imprecisati, ma è probabile che non siano lunghi, aggiungendo un altro pezzo di domanda energetica a costi minimizzabili per competitività commerciale (e finanziaria). Semplificando, una prima stima del programma Dinamo, anche stimando tempi e modi elettrificanti di nazioni competitrici, è di ottenere una soluzione almeno sufficiente entro sette anni. Ma, appunto, iniziando il prima possibile. Anche perché è sempre più evidente l’impatto sfidante della necessità di adattamento a picchi di calore non brevi che richiedono la creazione di vasti ambienti microclimatizzati, vestizioni speciali (esoscheletri a batteria che reggono sistemi capaci di ridurre il calore, o il freddo, estremi attorno alla pelle di un umano in fase attiva) ed efficiente termoregolazione nelle abitazioni. Già con i picchi di calore attuali si osservano blackout per eccesso di domanda di elettricità, segnale di un’emergenza già in atto.
Terza emergenza. Riguarda la necessità di ridurre i costi per le famiglie italiane perché sono sottocapitalizzate mediamente. L’energia è un costo diretto a cui si aggiunge quello indiretto assimilabile all’inflazione generata dal costo diffuso dell’energia.
In sintesi, semplificando, tre emergenze gravi già nel presente e con rischio di peggioramento nel futuro hanno una soluzione unica, cioè Dinamo, con la seguente missione: a) abolire con atti sospensivi tutti i vincoli burocratici non giustificati sostanzialmente per l’installazione di fonti energetiche; b) adeguare le reti di distribuzione elettrica a un aumento della domanda; c) concentrare capitale di investimento con formula Ppp, cioè cooperazione pubblico-privato, per dare scala adeguata all’aumento del potenziale di offerta energetica, in particolare elettrica. Tale raccomandazione è compatibile con una formula (mobile) di mix energetico: fossile, nucleare, rinnovabile, idroelettrico, geotermico e in prospettiva delle maree marine. Dove è prevedibile una riduzione lenta del fossile, un incremento graduale del nucleare di nuova generazione e un aumento rapidissimo (perché tecnologia alternativa già matura) delle rinnovabili, una manutenzione più precisa dell’idroelettrico, uno sfruttamento più esteso del geotermico e innovazioni sollecitate dalla disponibilità di capitale di investimento. Una simulazione preliminare mostra che in sette anni il risultato di più energia a costi minori è raggiungibile. Andrebbe precisato il calcolo del costo per le utenze calibrato con il rendimento degli investimenti, ma tale scenario computazionale dipende dall’azione di un’autorità coordinatrice che definisca un piano temporalizzato poi base per analisi quantitative più precise.
Ci tengo a sottolineare che non sto criticando l’azione di governo che si sta muovendo nella direzione detta, ma sto proponendo un’accelerazione, giustificata dall’emergenza, via architettura politica verticale qui chiamata programma Dinamo. Che oltre al livello nazionale dovrebbe avere anche uno regionale sia coordinato con quello nazionale stesso sia con uno spazio di autonomia per aumentare la concorrenza territoriale grazie a minori costi dell’energia. L’Italia ha bisogno di una scossa data dalla concorrenza e deburocratizzazione.
www.carlopelanda.com
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Luca Mercalli (Ansa)
Perché lo spauracchio alla fine è sempre quello, per colpa del cambio climatico dovremo contare più decessi. Poco importa che i quattro piccini morti in Francia fossero stati lasciati al sole, in auto chiuse e surriscaldate, condizione atroce anche se le temperature non avessero superato i 25 gradi. E vogliamo parlare dei 40, annegati in cerca di refrigerio? È come dire che se aumenta il consumo di gelati aumentano gli annegati, correlazione vicino allo zero. D’estate fa più caldo, più gente mangia il gelato, anche più persone fanno il bagno e alcuni appunto annegano ma non certo (e non solo) per avere mangiato il gelato.
Ci mancava poi il climatologo Luca Mercalli, che ieri l’ha sparata davvero grossa. A proposito di Hormuz ha detto: «Speriamo rimanga un po’ più chiuso perché così ci mettiamo di buona lena a installare i pannelli solari per sostituire il petrolio». Una demenzialità. Non contento, ha ricordato che il 40% dei consumi energetici europei avviene in casa. «Le bollette alte hanno fatto cose buone», è il Mercalli pensiero dispensato ieri. Nemmeno al più convinto ambientalista potrebbe passare per la testa di fare battute su uno snodo vitale, sulla cui riapertura tutti guardano con apprensione. L’uomo del farfallino si sta forse augurando che la guerra prosegua?
Lo stress climatico sta facendo dare i numeri. Basta vedere quello che viene dichiarato in Spagna. Il Sistema di monitoraggio giornaliero della mortalità (MoMo) ha stimato che durante la prima ondata di calore di quest’anno, tra il 21 e il 25 giugno, si siano verificati 212 decessi attribuibili alle alte temperature.
«I decessi denunciati in Spagna sono stime statistiche», spiega lo scienziato dei dati Marco Roccetti, professore ordinario di Human Data Science all’università di Bologna Alma Mater.
«Il loro sistema MoMo non conta i certificati di morte, in cui il medico ha scritto espressamente “deceduto a causa del caldo”, perché ovunque nel mondo identificare la causa esatta di un decesso richiede tempo. E le statistiche ufficiali definitive, anche quelle dell’Ine, l’equivalente spagnolo dell’Istat, arrivano spesso con mesi di ritardo. Per superare questo limite e avere dati immediati, MoMo usa il calcolo della mortalità in eccesso. Non è un conteggio nominale basato sulle cartelle cliniche, ma una stima statistica in tempo reale».
Ricorda, il professore, che l’anno scorso in Spagna, nei mesi estivi furono stimati circa 3.500 morti per calore, «poi però le cartelle cliniche certificate da Ine attestarono numeri molto minori, dell’ordine di alcune centinaia».
È dunque sbagliato azzardare dati sui decessi, in attesa di riscontri ufficiali? «È importante l’indice di correlazione», fa notare il professore. «Se la curva di morti per caldo denunciata da MoMo ha i suoi picchi in corrispondenza dei picchi dei decessi per caldo, che saranno certificati ex post da Ine, potremo dedurre che gli eccessi di mortalità stimati da MoMo coincidono con gli eccessi reali. Anche se con numeri molto diversi. In conclusione, è molto probabile che in questi giorni si siano avuti picchi di decessi correlati al caldo in Spagna, ma che siano esattamente 212 non è serio dirlo».
Non è serio insistere con l’emergenza caldo, per poi dimenticarsi delle problematiche invernali. Ci ha pensato il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, a ricordarlo all’Europa. «In inverno muoiono sempre più persone che in estate, perché il freddo è un killer molto più letale del caldo», ha affermato in un videomessaggio inviato alla conferenza dell’Alliance for Responsible Citizenship, un incontro di influenti personalità conservatrici, molte delle quali contestano i dati sul cambiamento climatico.
«Non si possono davvero paragonare i decessi dovuti al caldo e quelli dovuti al freddo», ha obiettato Friederike Otto, professoressa di scienze climatiche all’Imperial College di Londra. «I decessi dovuti al freddo sono un problema solo nei Paesi che effettivamente subiscono ondate di freddo». Wright ha parlato dei decessi in Europa nell’inverno del 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina fece impennare i prezzi dell’energia, affermando che «l’impatto sulla mortalità è devastante».
Il riscaldamento insufficiente è una delle principali cause di morte in inverno in Europa. Nello studio del settembre 2024 pubblicato su The Lancet e dal titolo «Impatto della mortalità correlata alla temperatura e variazioni previste in 1368 regioni europee: uno studio di modellizzazione», i decessi dovuti al freddo superano quelli causati dal caldo con un rapporto di 8,3 a 1.
Pur prevedendo un aumento del riscaldamento globale, gli scienziati immaginano che a fine secolo il rapporto sarà di 6,7 a 1. Sempre più decessi per il freddo.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Che c’entrano le ascelle sudate degli altri?
Mentre Bruxelles è inondata di caldo, come del resto anche altri Paesi europei, venerdì il personale che lavora a Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue, ha ricevuto verso mezzogiorno un sms con questo avviso: a causa delle condizioni meteorologiche estreme, è stato necessario spegnere l’impianto di climatizzazione dal primo piano al settimo piano per il resto della giornata. E fin qui sarebbe quello che è successo anche da tante altre parti.
Ma l’edificio ha 13 piani e, oltre a ospitare la presidente Ursula e i suoi 26 commissari, accoglie anche 3.000 dipendenti. Ursula lavora al tredicesimo piano e la maggior parte dei commissari si trova dall’ottavo piano in su. Quindi loro con le ascelle asciutte, tutti gli altri, dal settimo piano in giù, con le ascelle bagnate. È l’inaugurazione di una nuova forma di ecologismo: quello fatto con le ascelle degli altri. Ha detto bene un funzionario europeo che lavora dal settimo piano in giù: queste cose non accadevano dall’epoca medievale, dove il vassallo aveva più rispetto dei valvassori e dei valvassini. L’imperatrice Ursula se ne fotte di tutti e tre. Nel suo Medioevo lei ha diritto all’aria condizionata e gli altri no.
Mentre gli altri morivano di caldo, lei se ne stava tranquilla al riparo dal global warming di cui si parla un giorno sì e un giorno no. Tra le norme di comportamento indicate per il popolo bue europeo c’era anche quella di contenere l’uso dei condizionatori e delle lavatrici. Certo, lei la camicia, stando al fresco, magari se la cambia una volta a settimana, mentre il cofano che porta in testa lo deve riempire di lacca, favorendo il buco dell’ozono, tutti i giorni.
Un altro funzionario ha concordato con l’opinione del suo collega sul fatto che si tratti di una «vergogna». Ci sono andati piano, forse perché nonostante l’anonimato che è stato loro garantito, avevano comunque paura delle reazioni di quelli dall’ottavo piano in su. Non è solo una vergogna, è un’onta, detta con linguaggio aulico, cioè un’offesa e un oltraggio molto grave a chi lavora. Ed è anche un’ignominia, cioè un atto che esprime il disonore di chi lo ha compiuto.
La Commissione europea ha spesso richiamato nei suoi documenti la necessità di eliminare la realtà del caporalato e poi, quando ha dovuto proteggere le proprie ascelle, se n’è sbattuta delle ascelle degli altri, lasciandoli lavorare ed esprimendo una solidarietà pari a quella di soggetti spregevoli che comandano il caporalato.
Ma io mi chiedo: come si fa a fare una cosa del genere? Con quale senso del rispetto altrui? Con quale senso del rispetto della dignità del lavoro altrui? Ma da ora in poi, con quale credibilità potranno chiedere sacrifici ai cittadini europei, non essendo neanche stati capaci di bloccare le attività di tutto il palazzo né di non spegnere l’aria condizionata dal settimo piano in giù, tantomeno di andare tutti a casa senza discriminazioni di sorta. No, hanno fatto i pinguini con l’aria condizionata a palla, lasciando i dipendenti in quel palazzo di metallo e di vetro che senza aria condizionata è diventato una fornace. O meglio, una griglia, tanto sulla griglia c’erano gli altri. A un certo punto, forse, avranno pensato: andiamo a girarli perché da una parte sono già cotti. Da questi c’è da aspettarsi di tutto. Ormai non ci meraviglierebbe più niente. Per la verità, da tempo, però quest’ultimo fatto è veramente fuori da ogni logica.
In Europa, solo un quinto delle famiglie è dotato di aria condizionata, in più chi ce l’ha deve o non usarla, sempre secondo i commissari, o usarla al minimo. Altro che coerenza ecologica, qui c’è della coerenza fotti-logica: fai agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso. Siamo all’inversione radicale e totale della regola aurea dei comportamenti eticamente corretti o almeno decenti, da un punto di vista morale.
Insisto molto su questa vergogna vera e propria perché i comportamenti, talora, soprattutto quando coscientemente attuati svelano molto a proposito di chi li compie. Si può insistere continuamente contro ogni evidenza empirica, nei propri provvedimenti che generano effetti negativi, se non perché solo guidati da un’ideologia astratta e dannosa?
C’è forse qualcuno che dice che non c’è un problema ecologico nel nostro mondo? Tutti preferiremmo vivere in città senza le polveri sottili che danneggiano spesso irrimediabilmente i nostri polmoni. Tutti vorremmo respirare un’aria pulita. Tutti ci preoccupiamo per il futuro dei nostri figli da un punto di vista ambientale.
Ma chi ci governa, oltre che a preoccuparsene, deve, a partire da se stesso, agire di conseguenza. Non può lasciare agli altri gli oneri dell’ascella sudata e a se stesso gli onori dell’ascella pulita. Altrimenti dal global warming si passa direttamente al global fotting. All’inizio della settimana la Commissione ha diffuso delle linee guida per il proprio personale, tra cui evitare di uscire nelle ore più calde della giornata, bere acqua regolarmente e iniziare a lavorare prima. Tre colpi di genio. Poi, sempre per questi lavoratori, ha pensato bene di spegnere l’aria condizionata. Maria Teresa a chi chiedeva il pane disse di dare delle brioche. Questi a chi muore di caldo dicono di dare degli asciugamani.
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Guido Guidesi (Ansa)
«Non sempre aver ragione dà soddisfazione». All’indomani della notizia che in Volkswagen rischiano di saltare 100.000 posti e quattro stabilimenti potrebbero chiudere, Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico della Regione Lombardia, ricorda che già nel 2021 aveva lanciato l’allarme per la Lombardia, sulle conseguenze della decisione del Parlamento europeo di terminare nel 2035 le vendite di auto nuove a benzina e diesel. «Allora dissi che erano a rischio 20.000 posti di lavoro e mi riferivo solo al contesto lombardo», afferma Guidesi commentando le notizie che arrivano dalla Germania. Una preoccupazione giustificata dai numeri dell’automotive. Secondo i dati di Confindustria, in Lombardia ci sono circa 1.000 imprese attive nel settore, di cui il 90% sono Pmi, impiegano oltre 50.000 addetti e fatturano complessivamente oltre 20 miliardi di euro. È la seconda regione in Italia tra le filiere automotive e la quinta in Europa.
Le associazioni di categoria e sindacati, nel 2021 avevano stimato che una transazione troppo rapida verso l’elettrico, mette in pericolo, in tutta Italia, circa 70.000 posti di lavoro. Quindi la decisione di Volkswagen di ridurre di 100.000 unità l’organico era un disastro annunciato e non solo dalla stessa casa automobilistica che aveva già varato un piano di riduzione dei costi, rivelatosi insufficiente. «Molto probabilmente avremo una mobilità sostenibile in Europa che sarà marchiata Cina», commenta Guidesi. «Un suicidio industriale che entrerà nei libri di storia: profitto finanziario immediato, supponenza e regole stupide distruggono la più grande industria del Continente». L’assessore poi puntualizza che gli obiettivi ambientali vanno bene ma «ci sia libertà su come raggiungerli altrimenti l’automotive sarà un precedente di tanti altri settori industriali». La viceministra dell’Ambiente, Vannia Gava, in occasione del Consiglio Ue Ambiente, che si è svolto venerdì scorso a Lussemburgo, ha rilanciato quella che potrebbe essere una strada da seguire. «Siamo convinti che l’elettrico sarà un protagonista importante del percorso di transizione del settore automotive. Ma non possiamo costruire il futuro dell’automotive europeo su una sola tecnologia: significa cadere nel rischio di legare il futuro industriale del settore a chi al momento ha il controllo di determinate filiere critiche. Non chiediamo un passo indietro, ma una strada in più per ottenere lo stesso obiettivo climatico».
L’Italia insiste sulla necessità di introdurre nel regolamento «una nuova categoria di veicoli a carburanti sostenibili, da considerare anche ai fini regolatori nell'ambito dei veicoli a emissioni zero», ha ribadito la viceministra.
Gava ha sottolineato una realtà preoccupante: «In Italia nei primi cinque mesi dell’anno i marchi legati a gruppi automobilistici extraeuropei, e quindi non prodotti nella Ue, hanno già raggiunto circa l’11% del mercato italiano. Dobbiamo diversificare». Poi ha ricordato che «l’Europa ha già infrastrutture per la diffusione dei combustibili liquidi». La strategia è di «alimentarle anche con combustibili sostenibili per garantire la nostra sicurezza energetica ed economica. Dobbiamo introdurre questa categoria di veicoli non per indebolire gli obiettivi climatici, ma per raggiungerli con più strumenti e più coraggio politico».
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