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2021-07-17
Sul certificato verde l’Aula resta esclusa. E intanto sale l’isteria per i casi tra i tifosi
Ansa
Finito quello di calcio, con la collaborazione psicologica dei virologi rockstar e del ministro Roberto Speranza (un Mancini trasandato) è cominciato il campionato Europeo di Covid. Anche qui siamo in semifinale: dopo avere battuto il Belgio, nel quartiere romano di Monteverde sono stati segnalati 16 casi di virus cinese per via delle scene di giubilo davanti al maxischermo del Clifton Pub. Si parla di focolaio, con il contagio di 91 persone nei giorni successivi, numeri che danno all'assessore alla Salute della Regione Lazio, Alessio D'Amato, l'assist per annunciare: «Sono stati giorni di pazza gioia, ne pagheremo le conseguenze». E agli ambienti scientifici per aggiungere: «Meglio preparaci a tornare in zona gialla».
In Italia la variante Europei si sovrappone alla Delta e avanza su un piano inclinato, destinata a finire in porta. Se l'allarmismo è ai massimi livelli per i festeggiamenti del 2 luglio, è prevedibile che dopo la semifinale con la Spagna, la notte magica di Wembley con l'Inghilterra e soprattutto la passerella sul bus scoperto a Roma (nota come trattativa Stato-Bonucci), esploderà la psicosi Nazionale. Un identico metodo era stato utilizzato per demonizzare i festeggiamenti interisti dello scudetto, con risultati confortanti ma deludenti per le Cassandre: in giugno i contagi sono scesi ai minimi termini. Basta avere pazienza per qualche giorno, poi si avranno i dati. Nell'attesa, la spinta verso un Green pass di stampo macroniano è sempre più forte e contrasta con un'evidenza scientifica inconfutabile: grazie ai vaccini le terapie intensive degli ospedali sono vuote. Eppure il catastrofismo impera. Da Parigi Walter Ricciardi (nella dura strategia dell'Eliseo c'è lo zampino del consulente italiano) lancia anatemi: «Anche se si è vaccinati si può essere infetti, la variante Delta buca perfino il doppio ciclo vaccinale. Bisogna bloccare i voli senza se e senza ma».
Ieri si è scatenato Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto superiore di sanità, che ha sbandierato l'Rt come i fanatici del rigorismo europeista agitavano lo spread: «L'Rt è in crescita, è passato in una settimana da 0,66 a 0,92, fra una settimana potrebbe essere a 1,24. L'età media dei contagiati scende a 28 anni, sono in centinaia a rischio ricovero. L'evoluzione in agosto si prospetta con una crescita delle terapie intensive, è possibile che si superi il 10%. Crescono i Comuni con almeno un caso». Numeri che non presuppongono l'isteria, ma la vicenda di Monteverde - luogo noto ai più per le passeggiate in vespa di Nanni Moretti nel film Caro diario - moltiplica l'ansia collettiva diventando funzionale alla voglia matta di chiavistello della sinistra lockdown.
Entro il 26 luglio si prevede la stretta: zone gialle ripristinate con ipotetico divieto di ristorazione al coperto, passaporto vaccinale obbligatorio per i trasporti a lungo raggio (in aereo e in treno) e per la partecipazione a eventi sportivi e di spettacolo, per palestre, discoteche. Il governo di Mario Draghi attuerà il giro di vite seguendo un iter sperimentato in passato: martedì sarà il tema della famosa «cabina di regia» prevista dopo il Consiglio dei ministri, con successivo Dcpm destinato a bypassare il parlamento come da cattiva abitudine di Giuseppe Conte, ereditata dal successore. Le cinque regioni a rischio sono Sicilia, Sardegna, Campania, Lazio e Veneto. Anche Abruzzo e Marche sono in bilico.
Il Green pass con l'armatura rischia di sostituire nei fatti l'obbligo vaccinale, improponibile perché anticostituzionale. Matteo Renzi ha già cominciato a suonare la grancassa: «Crescono i contagi e cresceranno molto nelle prossime settimane. Ma il vaccino funziona. Dunque vacciniamoci e chiediamo al governo di avere una strategia simile a quella di Macron in Francia. Chi ha gli anticorpi entra ovunque, chi non li ha deve subire limitazioni. In zona rossa ci ritorni chi non vuole vaccinarsi». Mariastella Gelmini, ministro di Forza Italia, chiede «coesione e condivisione per definire la via italiana all'uso del green pass».
Su questo tema, nel centrodestra Forza Italia è isolata. Matteo Salvini invita alla calma: «Di green pass parleremo quando e se ci sarà necessità di farlo. Chiediamo attenzione e rispetto delle regole, ma non possiamo terrorizzare la gente prima del tempo. La situazione è positiva, il piano vaccinale corre. Archiviati i ritardi di Conte e Arcuri, chi vuole mettersi in sicurezza può farlo». Federico Mollicone (Fdi) è meno diplomatico: «Un governo che impone l'obbligo di un documento all'entrata dei locali? Sembra di leggere un romanzo di Aldous Huxley o George Orwell. Invece è l'Italia di Speranza, che adotta metodi liberticidi da comunismo cinese». Anche le due anime del Movimento 5 stelle sono perplesse. Sul green pass alla francese Draghi dovrà stare alla larga dal parlamento, in caso contrario l'Europeo del Covid sarebbe una disfatta.
L’iniezione non evita la quarantena. Caos sul lasciapassare ai guariti
Il vaccino salva dal Covid grave, ma non dalla quarantena. Un caso tra i tanti. I genitori immunizzati di due adolescenti che hanno ricevuto la prima dose, scoprono che un loro figlio è positivo. Si aprono una serie di domande: devono fare la quarantena o possono andare a lavorare? Se disdicono la seconda dose per il figlio positivo, cosa fare per l'altro, se è negativo? Forti del loro green pass, mentre contattano il medico, cercano sul web come comportarsi. Inutile porsi tante domande. Il sito del ministero e dell'Istituto superiore di sanità hanno una sola risposta, la stessa, da marzo 2021: non c'è differenza tra l'essere vaccinati o no. Se hai un contatto con il positivo, ti liberi dopo 10 giorni con un test negativo o dopo 14 senza tampone. La regola, però, non vale per il personale sanitario che, in assenza di sintomi, può continuare a lavorare, con le dovute protezioni, anche in corsia (ma qui c'è carenza di personale).
Il ministero della Salute sbandiera la necessità del green pass quasi anche per andare a prendere un gelato, è pronto a mettere l'obbligo vaccinale, si bea dei dati con quasi la metà della popolazione immunizzata, spinge per iniettare le dosi anche agli adolescenti, ma per chi ottiene il tanto agognato lasciapassare la vita non cambia, se è stato a contatto con un positivo. Tutto è fermo a marzo «quando si pensava di eradicare il virus non facendolo circolare», osserva Carlo Signorelli, ordinario di Igiene all'Università di Parma e Vita salute del San Raffaele. Oggi però «il contesto epidemiologico è cambiato - continua - si va verso una situazione endemica, in cui il virus circola perché si accetta il rischio di infezioni non gravi». Cambiando il contesto, la norma, «già disattesa, è da aggiornare». Invece viaggiamo su un'altra traiettoria e così anche i 5 passeggeri con green pass del volo Malta-Pescara atterrato con 9 positivi a bordo, sono finiti in quarantena per 14 giorni con gli altri 65. Idem per tutti i 30 arrivati da Londra con due positivi in aereo. Sono a rischio estate anche i giovani che avranno la seconda dose a fine agosto.
L'essere vaccinati, l'aver ricevuto anche una sola dose, fa una differenza pratica che il ministero non riconosce a livello amministrativo. Del resto, se si dovessero aggiornare le linee guida, come succede in altri Paesi, si dovrebbe far la fatica di copiare risposte già note al mondo scientifico. La più ricorrente riguarda chi è guarito dal Covid e fa la prima dose dopo 3 mesi ed entro i 6 dalla guarigione. Le linee guida e i siti di volenterose Asl regionali si affrettano a ricordare che in queste persone basta una sola dose di vaccino, ma dopo una sola inoculazione, a questi cittadini non arriva il green pass. Discorso analogo anche per chi si trova positivo dopo la prima dose di vaccino: la seconda non è più necessaria, ma il green pass non si può scaricare. Con quarantene di 10 giorni - 14 se non si fa il test - vacanze e aperture diventano impossibili, per non parlare delle scuole a settembre. Ieri il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, su SkyTg24, nel rassicurare i genitori delle centinaia di ragazzi praticamente asintomatici in quarantena in varie parti del mondo dove sono in vacanza, ha finalmente dichiarato che «se dopo un tampone una persone con ciclo vaccinale completato è negativa, deve essere libera, e a livello europeo dobbiamo sbrigarci». Basterebbe darsi una mossa anche solo in Italia e aggiornare le linee guida per chi è vaccinato o guarito. Non servono task force o sforzi sovrumani. Basta farsi un giro nei siti istituzionali di altri Paesi. In America, per i vaccinati, non solo non è prevista la quarantena, ma non si richiede nemmeno il test perché il rischio di trasmissione è basso, negli immunizzati. In Inghilterra, da agosto, prevedono di evitare la quarantena per i vaccinati e gli under 18 che hanno avuto contatto con un positivo.
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Il pass sarà introdotto per decreto entro fine luglio. Allarme focolai coi reparti vuoti. Silvio Brusaferro: «Il virus corre tra i ragazzi».In caso di contatto con un positivo resta l'obbligo di isolamento fino a due settimane.Lo speciale contiene due articoli.Finito quello di calcio, con la collaborazione psicologica dei virologi rockstar e del ministro Roberto Speranza (un Mancini trasandato) è cominciato il campionato Europeo di Covid. Anche qui siamo in semifinale: dopo avere battuto il Belgio, nel quartiere romano di Monteverde sono stati segnalati 16 casi di virus cinese per via delle scene di giubilo davanti al maxischermo del Clifton Pub. Si parla di focolaio, con il contagio di 91 persone nei giorni successivi, numeri che danno all'assessore alla Salute della Regione Lazio, Alessio D'Amato, l'assist per annunciare: «Sono stati giorni di pazza gioia, ne pagheremo le conseguenze». E agli ambienti scientifici per aggiungere: «Meglio preparaci a tornare in zona gialla». In Italia la variante Europei si sovrappone alla Delta e avanza su un piano inclinato, destinata a finire in porta. Se l'allarmismo è ai massimi livelli per i festeggiamenti del 2 luglio, è prevedibile che dopo la semifinale con la Spagna, la notte magica di Wembley con l'Inghilterra e soprattutto la passerella sul bus scoperto a Roma (nota come trattativa Stato-Bonucci), esploderà la psicosi Nazionale. Un identico metodo era stato utilizzato per demonizzare i festeggiamenti interisti dello scudetto, con risultati confortanti ma deludenti per le Cassandre: in giugno i contagi sono scesi ai minimi termini. Basta avere pazienza per qualche giorno, poi si avranno i dati. Nell'attesa, la spinta verso un Green pass di stampo macroniano è sempre più forte e contrasta con un'evidenza scientifica inconfutabile: grazie ai vaccini le terapie intensive degli ospedali sono vuote. Eppure il catastrofismo impera. Da Parigi Walter Ricciardi (nella dura strategia dell'Eliseo c'è lo zampino del consulente italiano) lancia anatemi: «Anche se si è vaccinati si può essere infetti, la variante Delta buca perfino il doppio ciclo vaccinale. Bisogna bloccare i voli senza se e senza ma». Ieri si è scatenato Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto superiore di sanità, che ha sbandierato l'Rt come i fanatici del rigorismo europeista agitavano lo spread: «L'Rt è in crescita, è passato in una settimana da 0,66 a 0,92, fra una settimana potrebbe essere a 1,24. L'età media dei contagiati scende a 28 anni, sono in centinaia a rischio ricovero. L'evoluzione in agosto si prospetta con una crescita delle terapie intensive, è possibile che si superi il 10%. Crescono i Comuni con almeno un caso». Numeri che non presuppongono l'isteria, ma la vicenda di Monteverde - luogo noto ai più per le passeggiate in vespa di Nanni Moretti nel film Caro diario - moltiplica l'ansia collettiva diventando funzionale alla voglia matta di chiavistello della sinistra lockdown. Entro il 26 luglio si prevede la stretta: zone gialle ripristinate con ipotetico divieto di ristorazione al coperto, passaporto vaccinale obbligatorio per i trasporti a lungo raggio (in aereo e in treno) e per la partecipazione a eventi sportivi e di spettacolo, per palestre, discoteche. Il governo di Mario Draghi attuerà il giro di vite seguendo un iter sperimentato in passato: martedì sarà il tema della famosa «cabina di regia» prevista dopo il Consiglio dei ministri, con successivo Dcpm destinato a bypassare il parlamento come da cattiva abitudine di Giuseppe Conte, ereditata dal successore. Le cinque regioni a rischio sono Sicilia, Sardegna, Campania, Lazio e Veneto. Anche Abruzzo e Marche sono in bilico. Il Green pass con l'armatura rischia di sostituire nei fatti l'obbligo vaccinale, improponibile perché anticostituzionale. Matteo Renzi ha già cominciato a suonare la grancassa: «Crescono i contagi e cresceranno molto nelle prossime settimane. Ma il vaccino funziona. Dunque vacciniamoci e chiediamo al governo di avere una strategia simile a quella di Macron in Francia. Chi ha gli anticorpi entra ovunque, chi non li ha deve subire limitazioni. In zona rossa ci ritorni chi non vuole vaccinarsi». Mariastella Gelmini, ministro di Forza Italia, chiede «coesione e condivisione per definire la via italiana all'uso del green pass».Su questo tema, nel centrodestra Forza Italia è isolata. Matteo Salvini invita alla calma: «Di green pass parleremo quando e se ci sarà necessità di farlo. Chiediamo attenzione e rispetto delle regole, ma non possiamo terrorizzare la gente prima del tempo. La situazione è positiva, il piano vaccinale corre. Archiviati i ritardi di Conte e Arcuri, chi vuole mettersi in sicurezza può farlo». Federico Mollicone (Fdi) è meno diplomatico: «Un governo che impone l'obbligo di un documento all'entrata dei locali? Sembra di leggere un romanzo di Aldous Huxley o George Orwell. Invece è l'Italia di Speranza, che adotta metodi liberticidi da comunismo cinese». Anche le due anime del Movimento 5 stelle sono perplesse. Sul green pass alla francese Draghi dovrà stare alla larga dal parlamento, in caso contrario l'Europeo del Covid sarebbe una disfatta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/certificato-verde-aula-resta-esclusa-2653804171.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="liniezione-non-evita-la-quarantena-caos-sul-lasciapassare-ai-guariti" data-post-id="2653804171" data-published-at="1626461967" data-use-pagination="False"> L’iniezione non evita la quarantena. Caos sul lasciapassare ai guariti Il vaccino salva dal Covid grave, ma non dalla quarantena. Un caso tra i tanti. I genitori immunizzati di due adolescenti che hanno ricevuto la prima dose, scoprono che un loro figlio è positivo. Si aprono una serie di domande: devono fare la quarantena o possono andare a lavorare? Se disdicono la seconda dose per il figlio positivo, cosa fare per l'altro, se è negativo? Forti del loro green pass, mentre contattano il medico, cercano sul web come comportarsi. Inutile porsi tante domande. Il sito del ministero e dell'Istituto superiore di sanità hanno una sola risposta, la stessa, da marzo 2021: non c'è differenza tra l'essere vaccinati o no. Se hai un contatto con il positivo, ti liberi dopo 10 giorni con un test negativo o dopo 14 senza tampone. La regola, però, non vale per il personale sanitario che, in assenza di sintomi, può continuare a lavorare, con le dovute protezioni, anche in corsia (ma qui c'è carenza di personale). Il ministero della Salute sbandiera la necessità del green pass quasi anche per andare a prendere un gelato, è pronto a mettere l'obbligo vaccinale, si bea dei dati con quasi la metà della popolazione immunizzata, spinge per iniettare le dosi anche agli adolescenti, ma per chi ottiene il tanto agognato lasciapassare la vita non cambia, se è stato a contatto con un positivo. Tutto è fermo a marzo «quando si pensava di eradicare il virus non facendolo circolare», osserva Carlo Signorelli, ordinario di Igiene all'Università di Parma e Vita salute del San Raffaele. Oggi però «il contesto epidemiologico è cambiato - continua - si va verso una situazione endemica, in cui il virus circola perché si accetta il rischio di infezioni non gravi». Cambiando il contesto, la norma, «già disattesa, è da aggiornare». Invece viaggiamo su un'altra traiettoria e così anche i 5 passeggeri con green pass del volo Malta-Pescara atterrato con 9 positivi a bordo, sono finiti in quarantena per 14 giorni con gli altri 65. Idem per tutti i 30 arrivati da Londra con due positivi in aereo. Sono a rischio estate anche i giovani che avranno la seconda dose a fine agosto. L'essere vaccinati, l'aver ricevuto anche una sola dose, fa una differenza pratica che il ministero non riconosce a livello amministrativo. Del resto, se si dovessero aggiornare le linee guida, come succede in altri Paesi, si dovrebbe far la fatica di copiare risposte già note al mondo scientifico. La più ricorrente riguarda chi è guarito dal Covid e fa la prima dose dopo 3 mesi ed entro i 6 dalla guarigione. Le linee guida e i siti di volenterose Asl regionali si affrettano a ricordare che in queste persone basta una sola dose di vaccino, ma dopo una sola inoculazione, a questi cittadini non arriva il green pass. Discorso analogo anche per chi si trova positivo dopo la prima dose di vaccino: la seconda non è più necessaria, ma il green pass non si può scaricare. Con quarantene di 10 giorni - 14 se non si fa il test - vacanze e aperture diventano impossibili, per non parlare delle scuole a settembre. Ieri il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, su SkyTg24, nel rassicurare i genitori delle centinaia di ragazzi praticamente asintomatici in quarantena in varie parti del mondo dove sono in vacanza, ha finalmente dichiarato che «se dopo un tampone una persone con ciclo vaccinale completato è negativa, deve essere libera, e a livello europeo dobbiamo sbrigarci». Basterebbe darsi una mossa anche solo in Italia e aggiornare le linee guida per chi è vaccinato o guarito. Non servono task force o sforzi sovrumani. Basta farsi un giro nei siti istituzionali di altri Paesi. In America, per i vaccinati, non solo non è prevista la quarantena, ma non si richiede nemmeno il test perché il rischio di trasmissione è basso, negli immunizzati. In Inghilterra, da agosto, prevedono di evitare la quarantena per i vaccinati e gli under 18 che hanno avuto contatto con un positivo.
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Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
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Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
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Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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