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2021-07-17
Sul certificato verde l’Aula resta esclusa. E intanto sale l’isteria per i casi tra i tifosi
Ansa
Finito quello di calcio, con la collaborazione psicologica dei virologi rockstar e del ministro Roberto Speranza (un Mancini trasandato) è cominciato il campionato Europeo di Covid. Anche qui siamo in semifinale: dopo avere battuto il Belgio, nel quartiere romano di Monteverde sono stati segnalati 16 casi di virus cinese per via delle scene di giubilo davanti al maxischermo del Clifton Pub. Si parla di focolaio, con il contagio di 91 persone nei giorni successivi, numeri che danno all'assessore alla Salute della Regione Lazio, Alessio D'Amato, l'assist per annunciare: «Sono stati giorni di pazza gioia, ne pagheremo le conseguenze». E agli ambienti scientifici per aggiungere: «Meglio preparaci a tornare in zona gialla».
In Italia la variante Europei si sovrappone alla Delta e avanza su un piano inclinato, destinata a finire in porta. Se l'allarmismo è ai massimi livelli per i festeggiamenti del 2 luglio, è prevedibile che dopo la semifinale con la Spagna, la notte magica di Wembley con l'Inghilterra e soprattutto la passerella sul bus scoperto a Roma (nota come trattativa Stato-Bonucci), esploderà la psicosi Nazionale. Un identico metodo era stato utilizzato per demonizzare i festeggiamenti interisti dello scudetto, con risultati confortanti ma deludenti per le Cassandre: in giugno i contagi sono scesi ai minimi termini. Basta avere pazienza per qualche giorno, poi si avranno i dati. Nell'attesa, la spinta verso un Green pass di stampo macroniano è sempre più forte e contrasta con un'evidenza scientifica inconfutabile: grazie ai vaccini le terapie intensive degli ospedali sono vuote. Eppure il catastrofismo impera. Da Parigi Walter Ricciardi (nella dura strategia dell'Eliseo c'è lo zampino del consulente italiano) lancia anatemi: «Anche se si è vaccinati si può essere infetti, la variante Delta buca perfino il doppio ciclo vaccinale. Bisogna bloccare i voli senza se e senza ma».
Ieri si è scatenato Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto superiore di sanità, che ha sbandierato l'Rt come i fanatici del rigorismo europeista agitavano lo spread: «L'Rt è in crescita, è passato in una settimana da 0,66 a 0,92, fra una settimana potrebbe essere a 1,24. L'età media dei contagiati scende a 28 anni, sono in centinaia a rischio ricovero. L'evoluzione in agosto si prospetta con una crescita delle terapie intensive, è possibile che si superi il 10%. Crescono i Comuni con almeno un caso». Numeri che non presuppongono l'isteria, ma la vicenda di Monteverde - luogo noto ai più per le passeggiate in vespa di Nanni Moretti nel film Caro diario - moltiplica l'ansia collettiva diventando funzionale alla voglia matta di chiavistello della sinistra lockdown.
Entro il 26 luglio si prevede la stretta: zone gialle ripristinate con ipotetico divieto di ristorazione al coperto, passaporto vaccinale obbligatorio per i trasporti a lungo raggio (in aereo e in treno) e per la partecipazione a eventi sportivi e di spettacolo, per palestre, discoteche. Il governo di Mario Draghi attuerà il giro di vite seguendo un iter sperimentato in passato: martedì sarà il tema della famosa «cabina di regia» prevista dopo il Consiglio dei ministri, con successivo Dcpm destinato a bypassare il parlamento come da cattiva abitudine di Giuseppe Conte, ereditata dal successore. Le cinque regioni a rischio sono Sicilia, Sardegna, Campania, Lazio e Veneto. Anche Abruzzo e Marche sono in bilico.
Il Green pass con l'armatura rischia di sostituire nei fatti l'obbligo vaccinale, improponibile perché anticostituzionale. Matteo Renzi ha già cominciato a suonare la grancassa: «Crescono i contagi e cresceranno molto nelle prossime settimane. Ma il vaccino funziona. Dunque vacciniamoci e chiediamo al governo di avere una strategia simile a quella di Macron in Francia. Chi ha gli anticorpi entra ovunque, chi non li ha deve subire limitazioni. In zona rossa ci ritorni chi non vuole vaccinarsi». Mariastella Gelmini, ministro di Forza Italia, chiede «coesione e condivisione per definire la via italiana all'uso del green pass».
Su questo tema, nel centrodestra Forza Italia è isolata. Matteo Salvini invita alla calma: «Di green pass parleremo quando e se ci sarà necessità di farlo. Chiediamo attenzione e rispetto delle regole, ma non possiamo terrorizzare la gente prima del tempo. La situazione è positiva, il piano vaccinale corre. Archiviati i ritardi di Conte e Arcuri, chi vuole mettersi in sicurezza può farlo». Federico Mollicone (Fdi) è meno diplomatico: «Un governo che impone l'obbligo di un documento all'entrata dei locali? Sembra di leggere un romanzo di Aldous Huxley o George Orwell. Invece è l'Italia di Speranza, che adotta metodi liberticidi da comunismo cinese». Anche le due anime del Movimento 5 stelle sono perplesse. Sul green pass alla francese Draghi dovrà stare alla larga dal parlamento, in caso contrario l'Europeo del Covid sarebbe una disfatta.
L’iniezione non evita la quarantena. Caos sul lasciapassare ai guariti
Il vaccino salva dal Covid grave, ma non dalla quarantena. Un caso tra i tanti. I genitori immunizzati di due adolescenti che hanno ricevuto la prima dose, scoprono che un loro figlio è positivo. Si aprono una serie di domande: devono fare la quarantena o possono andare a lavorare? Se disdicono la seconda dose per il figlio positivo, cosa fare per l'altro, se è negativo? Forti del loro green pass, mentre contattano il medico, cercano sul web come comportarsi. Inutile porsi tante domande. Il sito del ministero e dell'Istituto superiore di sanità hanno una sola risposta, la stessa, da marzo 2021: non c'è differenza tra l'essere vaccinati o no. Se hai un contatto con il positivo, ti liberi dopo 10 giorni con un test negativo o dopo 14 senza tampone. La regola, però, non vale per il personale sanitario che, in assenza di sintomi, può continuare a lavorare, con le dovute protezioni, anche in corsia (ma qui c'è carenza di personale).
Il ministero della Salute sbandiera la necessità del green pass quasi anche per andare a prendere un gelato, è pronto a mettere l'obbligo vaccinale, si bea dei dati con quasi la metà della popolazione immunizzata, spinge per iniettare le dosi anche agli adolescenti, ma per chi ottiene il tanto agognato lasciapassare la vita non cambia, se è stato a contatto con un positivo. Tutto è fermo a marzo «quando si pensava di eradicare il virus non facendolo circolare», osserva Carlo Signorelli, ordinario di Igiene all'Università di Parma e Vita salute del San Raffaele. Oggi però «il contesto epidemiologico è cambiato - continua - si va verso una situazione endemica, in cui il virus circola perché si accetta il rischio di infezioni non gravi». Cambiando il contesto, la norma, «già disattesa, è da aggiornare». Invece viaggiamo su un'altra traiettoria e così anche i 5 passeggeri con green pass del volo Malta-Pescara atterrato con 9 positivi a bordo, sono finiti in quarantena per 14 giorni con gli altri 65. Idem per tutti i 30 arrivati da Londra con due positivi in aereo. Sono a rischio estate anche i giovani che avranno la seconda dose a fine agosto.
L'essere vaccinati, l'aver ricevuto anche una sola dose, fa una differenza pratica che il ministero non riconosce a livello amministrativo. Del resto, se si dovessero aggiornare le linee guida, come succede in altri Paesi, si dovrebbe far la fatica di copiare risposte già note al mondo scientifico. La più ricorrente riguarda chi è guarito dal Covid e fa la prima dose dopo 3 mesi ed entro i 6 dalla guarigione. Le linee guida e i siti di volenterose Asl regionali si affrettano a ricordare che in queste persone basta una sola dose di vaccino, ma dopo una sola inoculazione, a questi cittadini non arriva il green pass. Discorso analogo anche per chi si trova positivo dopo la prima dose di vaccino: la seconda non è più necessaria, ma il green pass non si può scaricare. Con quarantene di 10 giorni - 14 se non si fa il test - vacanze e aperture diventano impossibili, per non parlare delle scuole a settembre. Ieri il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, su SkyTg24, nel rassicurare i genitori delle centinaia di ragazzi praticamente asintomatici in quarantena in varie parti del mondo dove sono in vacanza, ha finalmente dichiarato che «se dopo un tampone una persone con ciclo vaccinale completato è negativa, deve essere libera, e a livello europeo dobbiamo sbrigarci». Basterebbe darsi una mossa anche solo in Italia e aggiornare le linee guida per chi è vaccinato o guarito. Non servono task force o sforzi sovrumani. Basta farsi un giro nei siti istituzionali di altri Paesi. In America, per i vaccinati, non solo non è prevista la quarantena, ma non si richiede nemmeno il test perché il rischio di trasmissione è basso, negli immunizzati. In Inghilterra, da agosto, prevedono di evitare la quarantena per i vaccinati e gli under 18 che hanno avuto contatto con un positivo.
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Il pass sarà introdotto per decreto entro fine luglio. Allarme focolai coi reparti vuoti. Silvio Brusaferro: «Il virus corre tra i ragazzi».In caso di contatto con un positivo resta l'obbligo di isolamento fino a due settimane.Lo speciale contiene due articoli.Finito quello di calcio, con la collaborazione psicologica dei virologi rockstar e del ministro Roberto Speranza (un Mancini trasandato) è cominciato il campionato Europeo di Covid. Anche qui siamo in semifinale: dopo avere battuto il Belgio, nel quartiere romano di Monteverde sono stati segnalati 16 casi di virus cinese per via delle scene di giubilo davanti al maxischermo del Clifton Pub. Si parla di focolaio, con il contagio di 91 persone nei giorni successivi, numeri che danno all'assessore alla Salute della Regione Lazio, Alessio D'Amato, l'assist per annunciare: «Sono stati giorni di pazza gioia, ne pagheremo le conseguenze». E agli ambienti scientifici per aggiungere: «Meglio preparaci a tornare in zona gialla». In Italia la variante Europei si sovrappone alla Delta e avanza su un piano inclinato, destinata a finire in porta. Se l'allarmismo è ai massimi livelli per i festeggiamenti del 2 luglio, è prevedibile che dopo la semifinale con la Spagna, la notte magica di Wembley con l'Inghilterra e soprattutto la passerella sul bus scoperto a Roma (nota come trattativa Stato-Bonucci), esploderà la psicosi Nazionale. Un identico metodo era stato utilizzato per demonizzare i festeggiamenti interisti dello scudetto, con risultati confortanti ma deludenti per le Cassandre: in giugno i contagi sono scesi ai minimi termini. Basta avere pazienza per qualche giorno, poi si avranno i dati. Nell'attesa, la spinta verso un Green pass di stampo macroniano è sempre più forte e contrasta con un'evidenza scientifica inconfutabile: grazie ai vaccini le terapie intensive degli ospedali sono vuote. Eppure il catastrofismo impera. Da Parigi Walter Ricciardi (nella dura strategia dell'Eliseo c'è lo zampino del consulente italiano) lancia anatemi: «Anche se si è vaccinati si può essere infetti, la variante Delta buca perfino il doppio ciclo vaccinale. Bisogna bloccare i voli senza se e senza ma». Ieri si è scatenato Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto superiore di sanità, che ha sbandierato l'Rt come i fanatici del rigorismo europeista agitavano lo spread: «L'Rt è in crescita, è passato in una settimana da 0,66 a 0,92, fra una settimana potrebbe essere a 1,24. L'età media dei contagiati scende a 28 anni, sono in centinaia a rischio ricovero. L'evoluzione in agosto si prospetta con una crescita delle terapie intensive, è possibile che si superi il 10%. Crescono i Comuni con almeno un caso». Numeri che non presuppongono l'isteria, ma la vicenda di Monteverde - luogo noto ai più per le passeggiate in vespa di Nanni Moretti nel film Caro diario - moltiplica l'ansia collettiva diventando funzionale alla voglia matta di chiavistello della sinistra lockdown. Entro il 26 luglio si prevede la stretta: zone gialle ripristinate con ipotetico divieto di ristorazione al coperto, passaporto vaccinale obbligatorio per i trasporti a lungo raggio (in aereo e in treno) e per la partecipazione a eventi sportivi e di spettacolo, per palestre, discoteche. Il governo di Mario Draghi attuerà il giro di vite seguendo un iter sperimentato in passato: martedì sarà il tema della famosa «cabina di regia» prevista dopo il Consiglio dei ministri, con successivo Dcpm destinato a bypassare il parlamento come da cattiva abitudine di Giuseppe Conte, ereditata dal successore. Le cinque regioni a rischio sono Sicilia, Sardegna, Campania, Lazio e Veneto. Anche Abruzzo e Marche sono in bilico. Il Green pass con l'armatura rischia di sostituire nei fatti l'obbligo vaccinale, improponibile perché anticostituzionale. Matteo Renzi ha già cominciato a suonare la grancassa: «Crescono i contagi e cresceranno molto nelle prossime settimane. Ma il vaccino funziona. Dunque vacciniamoci e chiediamo al governo di avere una strategia simile a quella di Macron in Francia. Chi ha gli anticorpi entra ovunque, chi non li ha deve subire limitazioni. In zona rossa ci ritorni chi non vuole vaccinarsi». Mariastella Gelmini, ministro di Forza Italia, chiede «coesione e condivisione per definire la via italiana all'uso del green pass».Su questo tema, nel centrodestra Forza Italia è isolata. Matteo Salvini invita alla calma: «Di green pass parleremo quando e se ci sarà necessità di farlo. Chiediamo attenzione e rispetto delle regole, ma non possiamo terrorizzare la gente prima del tempo. La situazione è positiva, il piano vaccinale corre. Archiviati i ritardi di Conte e Arcuri, chi vuole mettersi in sicurezza può farlo». Federico Mollicone (Fdi) è meno diplomatico: «Un governo che impone l'obbligo di un documento all'entrata dei locali? Sembra di leggere un romanzo di Aldous Huxley o George Orwell. Invece è l'Italia di Speranza, che adotta metodi liberticidi da comunismo cinese». Anche le due anime del Movimento 5 stelle sono perplesse. Sul green pass alla francese Draghi dovrà stare alla larga dal parlamento, in caso contrario l'Europeo del Covid sarebbe una disfatta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/certificato-verde-aula-resta-esclusa-2653804171.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="liniezione-non-evita-la-quarantena-caos-sul-lasciapassare-ai-guariti" data-post-id="2653804171" data-published-at="1626461967" data-use-pagination="False"> L’iniezione non evita la quarantena. Caos sul lasciapassare ai guariti Il vaccino salva dal Covid grave, ma non dalla quarantena. Un caso tra i tanti. I genitori immunizzati di due adolescenti che hanno ricevuto la prima dose, scoprono che un loro figlio è positivo. Si aprono una serie di domande: devono fare la quarantena o possono andare a lavorare? Se disdicono la seconda dose per il figlio positivo, cosa fare per l'altro, se è negativo? Forti del loro green pass, mentre contattano il medico, cercano sul web come comportarsi. Inutile porsi tante domande. Il sito del ministero e dell'Istituto superiore di sanità hanno una sola risposta, la stessa, da marzo 2021: non c'è differenza tra l'essere vaccinati o no. Se hai un contatto con il positivo, ti liberi dopo 10 giorni con un test negativo o dopo 14 senza tampone. La regola, però, non vale per il personale sanitario che, in assenza di sintomi, può continuare a lavorare, con le dovute protezioni, anche in corsia (ma qui c'è carenza di personale). Il ministero della Salute sbandiera la necessità del green pass quasi anche per andare a prendere un gelato, è pronto a mettere l'obbligo vaccinale, si bea dei dati con quasi la metà della popolazione immunizzata, spinge per iniettare le dosi anche agli adolescenti, ma per chi ottiene il tanto agognato lasciapassare la vita non cambia, se è stato a contatto con un positivo. Tutto è fermo a marzo «quando si pensava di eradicare il virus non facendolo circolare», osserva Carlo Signorelli, ordinario di Igiene all'Università di Parma e Vita salute del San Raffaele. Oggi però «il contesto epidemiologico è cambiato - continua - si va verso una situazione endemica, in cui il virus circola perché si accetta il rischio di infezioni non gravi». Cambiando il contesto, la norma, «già disattesa, è da aggiornare». Invece viaggiamo su un'altra traiettoria e così anche i 5 passeggeri con green pass del volo Malta-Pescara atterrato con 9 positivi a bordo, sono finiti in quarantena per 14 giorni con gli altri 65. Idem per tutti i 30 arrivati da Londra con due positivi in aereo. Sono a rischio estate anche i giovani che avranno la seconda dose a fine agosto. L'essere vaccinati, l'aver ricevuto anche una sola dose, fa una differenza pratica che il ministero non riconosce a livello amministrativo. Del resto, se si dovessero aggiornare le linee guida, come succede in altri Paesi, si dovrebbe far la fatica di copiare risposte già note al mondo scientifico. La più ricorrente riguarda chi è guarito dal Covid e fa la prima dose dopo 3 mesi ed entro i 6 dalla guarigione. Le linee guida e i siti di volenterose Asl regionali si affrettano a ricordare che in queste persone basta una sola dose di vaccino, ma dopo una sola inoculazione, a questi cittadini non arriva il green pass. Discorso analogo anche per chi si trova positivo dopo la prima dose di vaccino: la seconda non è più necessaria, ma il green pass non si può scaricare. Con quarantene di 10 giorni - 14 se non si fa il test - vacanze e aperture diventano impossibili, per non parlare delle scuole a settembre. Ieri il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, su SkyTg24, nel rassicurare i genitori delle centinaia di ragazzi praticamente asintomatici in quarantena in varie parti del mondo dove sono in vacanza, ha finalmente dichiarato che «se dopo un tampone una persone con ciclo vaccinale completato è negativa, deve essere libera, e a livello europeo dobbiamo sbrigarci». Basterebbe darsi una mossa anche solo in Italia e aggiornare le linee guida per chi è vaccinato o guarito. Non servono task force o sforzi sovrumani. Basta farsi un giro nei siti istituzionali di altri Paesi. In America, per i vaccinati, non solo non è prevista la quarantena, ma non si richiede nemmeno il test perché il rischio di trasmissione è basso, negli immunizzati. In Inghilterra, da agosto, prevedono di evitare la quarantena per i vaccinati e gli under 18 che hanno avuto contatto con un positivo.
Pensata per i bambini, fa felici i grandi. Ecco una preparazione sfiziosa per rallegrare un pranzo, una cena veloce tra amici (basta un’ottima insalata d’accompagno e il gioco è fatto), per dare al pollo il giusto posto a tavola. Sappiate che potete fare questi bocconcini filanti in forno (180 gradi statico pre-riscaldato e dopo una quindicina di minuti saranno pronti) fritti, oppure, come abbiamo fatto noi, in friggitrice ad aria (ci vogliono una ventina di minuti). Per il resto tutto molto semplice, ma alla fine un trionfo di gusto croccante.
Ingredienti – 8 fette sottili di petto di pollo, 8 fette di prosciutto cotto, 8 fette di scamorza o altro formaggio a pasta filata, 3 uova, 60 gr di farina, 100 gr di pangrattato, olio per frittura se del caso oppure olio per friggitrice ad aria spray, olio extravergine, sale e pepe qb.
Procedimento – Battete col batticarne le fette di pollo e una volta ben spianate salatele appena, mettete un pizzico di pepe e farcitele con una fetta di prosciutto cotto e una di scamorza. Arrotolatele a involtino e fissatele con uno stecchino. Ora battete le uova in una ciotola con un po’ di sale e pepe. In due piatti distinti sistemate la farina e il pangrattato. Passate nella farina gli involtini, poi nell’uovo, poi nel pangrattato, di nuovo nell’uovo e in ultimo ancora nel pangrattato. Dovete fare agli involtini il cappotto come si dice in gergo! Ora cuocete secondo il metodo che avete scelto. Se in forno sistemateli su una placca foderata da carta forno e irrorateli con po’ di olio extravergine di oliva, se nella friggitrice ad aria sistemateli nel cestello e spruzzateli con l’olio apposito, se fritti fate scaldare il grasso in una padella e procedete come con qualsiasi frittura.
Come fa divertire i bambini – Fatevi aiutare nei diversi passaggi d’impanatura.
Abbinamento – In omaggio ai 400 anni di Francesco Redi abbiamo scelto un Chianti Superiore del Valdarno. Vanno benissimo un rosso di Montepulciano, un Rosso Piceno, ma anche un ottimo Pere e’ Palummo campano o una Schiava altoatesina. Altrimenti optate per una bollicina.
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Donald Trump (Ansa)
«Sulla base di un’analisi approfondita, dettagliata e completa...», scrive Donald Trump e l’economia internazionale trattiene il fiato. Annuncia la nuova tariffa globale che sale dal 10 al 15%, «con effetto immediato». Un aumento deciso - spiega il presidente - per rimediare a decenni in cui molti Paesi hanno «derubato» gli Stati Uniti. Promette ulteriori tariffe «legalmente ammissibili» nei prossimi mesi, lasciando intendere che le nuove aliquote potrebbero non essere il capolinea, ma solo una stazione intermedia. La sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, nelle intenzioni avrebbe dovuto riportare ordine. Nella pratica, ha avuto l’effetto di scuotere il tavolo mentre sopra c’erano ancora le carte.
Il risultato è una situazione che gli operatori descrivono con una parola molto efficace: caos. Accordi firmati che rischiano di essere reinterpretati prima ancora di entrare a regime. Le aziende, che per loro natura preferiscono i calendari alle sorprese, si trovano a pianificare esportazioni come si organizza un viaggio in una zona sismica: pronti a cambiare strada da un momento all’altro. In teoria il nuovo prelievo non si applicherà ai prodotti già soggetti a tariffe settoriali, né a quelli provenienti dai partner nordamericani, e prevede eccezioni sensibili, come per il farmaceutico. In pratica, ogni esclusione genera una nuova domanda, ogni chiarimento ne richiede un altro. È l’effetto domino della regolazione commerciale contemporanea: una norma non chiude, ma apre scenari. Così il commercio internazionale entra in una dimensione curiosa, una specie di presente continuo dove tutto è provvisorio. Non c’è più la certezza - costosa ma rassicurante - delle regole stabili. C’è una sequenza di decisioni adattive, ciascuna delle quali obbliga imprese e governi a ricalcolare le proprie mosse. Per l’Unione europea il problema non è tanto il livello del dazio - quel 15% era già stato messo in conto nell’accordo siglato con Washington - quanto la sua natura mutevole. Se il quadro giuridico cambia mentre gli accordi sono ancora caldi di firma, diventa difficile capire quali condizioni resteranno in piedi e per quanto. Bruxelles attende chiarimenti, convoca riunioni straordinarie, aggiorna dossier. Per domani è previsto il voto dell’Europarlamento sull’accordo siglato la scorsa estate da Ursula von der Leyen. A questo punto c’è da chiedersi: che cosa si vota?
Le imprese, molto meno filosoficamente, cercano di capire se spedire o aspettare. Dai produttori di vino italiani ai gruppi chimici tedeschi, il timore è «l’effetto boomerang»: mesi di adattamento a nuove regole che rischiano di essere riscritte mentre sono ancora in fase di applicazione.
Un dazio, infatti, si può incorporare nei prezzi. Un dazio che cambia forma, durata e motivazione nel giro di settimane è un’altra cosa: diventa un fattore di instabilità strutturale.
Le catene globali del valore - costruite in trent’anni di integrazione - funzionano come orologi: precise, interdipendenti, allergiche agli scossoni. Ogni variazione improvvisa obbliga a ripensare forniture, logistica, investimenti. E quando le decisioni politiche viaggiano più veloci delle merci, l’economia rallenta per prudenza. In questo contesto, l’intervento di Fabio Panetta, al congresso Assiom Forex, suona come una nota di metodo in mezzo al frastuono. Il governatore della Banca d’Italia invita a non arrendersi alla frammentazione e a non archiviare con troppa leggerezza quel multilateralismo che ha sostenuto la crescita globale del dopoguerra.
Non entra nello scontro istituzionale americano - troppo presto per valutarne gli effetti - ma richiama il punto essenziale: l’economia mondiale sta cambiando rapidamente, sospinta dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale, e proprio per questo avrebbe bisogno di più cooperazione, non di meno. Da una parte c’è la politica commerciale che accelera, fatta di decisioni rapide, aggiustamenti continui, annunci immediati. Dall’altra c’è l’economia reale, che per funzionare ha bisogno di tempo, fiducia e prevedibilità. È lo scarto tra queste due velocità a generare l’incertezza che oggi preoccupa imprese e governi più dei dazi stessi. Perché l’economia mondiale può sopravvivere a molti aumenti di dazi, ma fatica molto di più a sopravvivere alla perdita delle regole comuni che l’hanno fatta crescere.
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Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi (Ansa)
All’evento «Non c’è sì-curezza senza giustizia» gli ospiti d’onore sono il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il ministro degli Interni Matteo Piantedosi. Per Fratelli d’Italia presenti i capigruppo alla Camera e al Senato, Galeazzo Bignami e Lucio Malan e poi Giovanni Donzelli, Augusta Montaruli e Elisabetta Gardini. La mattinata si è aperta con un video del premier Giorgia Meloni. Poi le interviste/dibattito con i due ministri Nordio e Piantedosi.
«Il referendum è un voto di merito sulla riforma. I governi si valutano nelle sedi e nei tempi propri», ha ribadito il ministro dell’Interno escludendo «scossoni istituzionali» a prescindere dall’esito del voto. Sul tema del rapporto tra polizia giudiziaria ha chiarito: «Sfido chiunque a indicare dove, nel testo costituzionale, sia previsto anche indirettamente un simile assetto. Non si incide sul rapporto tra polizia giudiziaria e autorità giudiziaria, che resta saldo e rappresenta una ricchezza del nostro ordinamento». Per quanto riguarda i toni della campagna ammonisce velatamente il suo collega Nordio quando dice: «Dobbiamo puntare sulla forza della ragione e non commettere falli di reazione rispetto alle provocazioni che arrivano da alcune parti. È legittimo che nel Paese ci sia chi sostiene il Sì e chi il No, ma il confronto deve restare nel merito».
Piantedosi ha parlato anche di immigrazione lamentando che «alcuni magistrati non fanno mistero di avere una posizione in qualche modo sfavorevole, concettualmente sfavorevole, non alle leggi ma alla filosofia del contrasto all’immigrazione irregolare». Il numero uno del Viminale ha parlato di «filosofia immigrazionista, legittima a livello di politica, di opinione pubblica, ma non si può immaginare che possa essere quella di un giudice». «Alcuni sono ben noti», ha proseguito, «altri hanno nomi ben precisi e hanno avuto anche l’accortezza di dire che in qualche modo ha chiesto la collocazione personale proprio nelle Sezioni specializzate, che curano questa materia proprio per intervenire in maniera che poi abbiamo visto in casi specifici. È così, noi l’abbiamo verificato», la sua grave accusa.
All’evento interviene anche Nordio. «La riforma tende anche a liberare le energie di tutti magistrati bravi, preparati e operosi che non essendo iscritti alla corrente fino adesso non hanno nessuna possibilità di assumere incarichi apicali». Sui toni usati nei giorni precedenti, Nordio spiega di non pentirsi «perché io non li ho mai inaspriti (i toni), a suo tempo mi sono limitato a citare quello che avevano detto altri. Nel complesso delle polemiche che sono state accese da varie parti, abbiamo condiviso e ringraziato il presidente Mattarella perché con il suo intervento speriamo, e siamo certi anzi, che i toni saranno ricondotti nell’ambito fisiologico della dialettica dei contenuti». E poi: «Parleremo del contenuto di questa riforma sperando che non ci diano degli eversori, anticostituzionalisti, piduisti, mafiosi o altro, ma semplicemente che si possano analizzare gli elementi di un codice di una riforma costituzionale che si inserisce nel percorso iniziato 40 anni fa da un eroe della Resistenza che era Giuliano Vassalli». Su Gratteri «non sono mai stato in lite, anzi» assicura. «Ogni volta che lo vedo, ci scambiamo la mano e qualche volta anche baci e abbracci. Lui ha un carattere un po’ fumino e un modo di esprimersi pittoresco che non è il mio. Però, quando si esagera con gli aggettivi bisogna anche cercare di abbassare i toni». Il padrone di casa è Galeazzo Bignami, Bologna la sua città. «Non c’è sicurezza senza giustizia e non c’è giustizia senza il coraggio di mantenere gli impegni presi con i cittadini», ha esordito aprendo l’incontro. «Il nostro interesse non è alimentare scontri o contrapposizioni, né costringere le nostre bravissime forze dell’ordine a dover difendere il diritto di tutti a parlare e manifestare. Abbiamo quindi ritenuto, pur sapendo che sarebbe stato più penalizzante in termini di partecipazione, di svolgere l’incontro in questa struttura, garantendo maggiore controllo e tranquillità. A noi interessa confrontarci nel merito». Quanto al referendum «se Bologna risponde così, e se l’Emilia-Romagna risponde così, credo che potremo avere soddisfazioni». Inevitabile affrontare l’argomento del Cpr a Bologna e a margine risponde: «È chiaro che dobbiamo farlo nel dialogo con le istituzioni e abbiamo apprezzato l’apertura del presidente Michele de Pascale. Per il governo la cosa migliore è trovare un accordo con i territori però è altrettanto importante introdurre questi strumenti dove c’è bisogno» e «noi riteniamo che Bologna sia un luogo utile».
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Eni inizia l’export di Gnl dal Congo. La Francia riduce gli obiettivi green. Alla conferenza Iea gli Usa minacciano l’abbandono. Scende il prezzo del rame. La Libia taglia le forniture di benzina dalla Russia.