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2022-04-25
C’era una volta l’Onu
La prima crepa nel Palazzo di Vetro dell’Onu potrebbe essere aperta da uno dei più piccoli Stati membri, il quinto nell’ideale classifica dei Paesi con minore estensione territoriale ad aver preso parte all’Organizzazione delle Nazioni unite: il Liechtenstein. Domani, l’Assemblea generale voterà una bozza di risoluzione, presentata dal Liechtenstein e sostenuta da 57 Stati (tra cui gli Usa), per limitare il potere di veto dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza: Usa, Cina, Francia, Regno Unito e Russia.
La proposta, di cui si discute da tempo, è tornata a farsi spazio con la guerra in Ucraina, dopo che Mosca ha usato il proprio diritto di veto per bloccare alcune risoluzioni, tra cui quella contro l’invasione, rendendo di fatto inutile il ruolo del Consiglio di sicurezza, la cui responsabilità principale - secondo la Carta delle Nazioni unite - è il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Nella bozza si chiede ai cinque membri permanenti del Consiglio di «giustificare l’uso del veto», trascorsi 10 giorni dalla decisione di farvi ricorso.
«La risoluzione è un passo significativo per potenziare l’Assemblea generale e rafforzare il multilateralismo», scrive la delegazione Onu del Liechtenstein sul suo profilo Twitter. A livello diplomatico c’è meno ottimismo, dal momento che nessuno degli altri quattro membri permanenti ha co-sponsorizzato la proposta del piccolo Principato. E anche gli analisti sono cauti sulla possibilità che la bozza di risoluzione possa imprimere una svolta, almeno parziale, a un organo che in quasi 80 anni di storia ha inciso pochissimo sui conflitti internazionali: dal 1945 a oggi, le risoluzioni per consentire l’uso della forza non hanno raggiunto neanche la doppia cifra. Dall’inizio del conflitto in Ucraina, si sono moltiplicati gli appelli per riformare una impalcatura vecchia, che riflette ancora i rapporti di forza successivi alla seconda guerra mondiale. La Turchia, per bocca del suo ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu, ha chiesto una riforma del sistema di sicurezza internazionale. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invocato una conferenza sulla riforma dell’Onu, in modo da assicurare «un’equa rappresentanza nel Consiglio di sicurezza di tutte le regioni del mondo». E anche papa Francesco - forse il parere che ha creato l’eco maggiore ma paradossalmente il meno ascoltato - ha parlato apertamente di «impotenza» dell’Onu.
Un’impotenza costosa, da oltre 3 miliardi di dollari l’anno. A tanto ammonta il budget delle Nazioni unite approvato per il 2022 dalla quinta Commissione (amministrativo e bilancio) lo scorso 23 dicembre. Circa 57 milioni sono impegnati per le 12 operazioni di peace keeping, tra Europa, Africa e Medioriente, che impiegano circa 87.000 uomini. Appena 18 milioni sono previsti per l’assistenza umanitaria. Sommate, queste due voci non superano le spese messe a bilancio per l’amministrazione dell’Ufficio europeo di Ginevra (76 milioni di dollari). Il funzionamento degli uffici e il pagamento dei dipendenti assorbe circa un terzo delle spese totali: secondo le ultime tabelle salariali disponibili, un sottosegretario generale incassa circa 200.000 dollari l’anno, mentre l’assistente del segretario generale si ferma a 180.000. Leggermente più staccati i salari dei direttori, che possono arrivare a una cifra lorda massima di 173.000 dollari l’anno.
Un dipendente inquadrato come categoria di servizio generale nella base logistica Onu di Brindisi può arrivare a guadagnare fino a 65.160 euro l’anno, più benefit vari che crescono in base al numero dei figli, alle competenze linguistiche e alla presenza di un coniuge. Meglio va ai colleghi degli uffici di Roma: il salario minimo è fissato a poco meno di 55.000 euro, che può salire fino a 100.000 euro lordi l’anno. Il contributo dell’Italia al budget delle Nazioni unite quest’anno supera di poco i 91 milioni di dollari, leggermente in calo rispetto alle cifre del biennio 2020-2021. La quota più alta è quella degli Stati Uniti (693 milioni di dollari), mentre la Russia di Vladimir Putin si limita a sborsare appena 53 milioni, neanche il 2% del totale. Per l’ufficio del segretario generale, il portoghese Antonio Guterres, è previsto un contributo superiore al milione di dollari.
Dopo due mesi passati sostanzialmente a fare da spettatore di fronte all’evoluzione del conflitto, Guterres è atteso domani a Mosca per discutere con Putin di una tregua e dell’evacuazione dei civili, mentre giovedì sarà a Kiev per incontrare Zelensky. Difficile che si vada oltre le parole di circostanza, almeno stando ai pareri raccolti dalla Verità. Tanta retorica e poca sostanza, ancora una volta: più o meno il copione scritto il 7 aprile scorso, con la cacciata della Russia dal Consiglio dei diritti umani. Nelle prossime settimane verrà scelto un sostituto, individuato tra i Paesi dell’Est Europa; peccato che alle Nazioni unite non si siano ancora premurati di sciogliere una contraddizione di fondo: il Consiglio dei diritti umani da cui è stata cacciata la Russia è lo stesso che tollera al suo interno alcuni Paesi noti per non essere esattamente dei campioni di democrazia.
Fino alla fine di quest’anno, per esempio, il Venezuela resterà comodamente seduto al suo posto, nonostante una missione internazionale abbia accertato «esecuzioni extragiudiziali, detenzioni arbitrarie, torture e altri trattamenti disumani», commessi nel Paese a partire dal 2014. Ironia della sorte, la relazione finale è stata presentata proprio al Consiglio dei diritti umani il 15 settembre del 2020. Nella Commissione sulla condizione delle donne delle Nazioni Unite è presente l’Arabia Saudita, che nella classifica sulla disparità di genere del Forum Economico mondiale occupa il posto numero 147, su un totale di 156 Paesi considerati. E che dire della Conferenza Onu sul disarmo? Nel 2018, la presidenza è stata affidata alla Siria, nonostante il governo di Damasco fosse sotto accusa per l’uso di armi chimiche contro i civili. Il calendario di quest’anno prevede un altro nome eccellente: dal 30 maggio, la presidenza della Conferenza passerà alla Corea del Nord, che non più tardi di un mese fa ha testato un nuovo missile intercontinentale balistico, per la gioia del suo leader, Kim Jong un: «La nuova arma renderà chiaro a tutto il mondo qual è il potere della nostra forza armata strategica», ha esultato il dittatore. Un benvenuto con i fiocchi.
«Ha atteso due mesi per muoversi. Ma com’è possibile?»
Le diplomazie sono al lavoro con una certa frenesia. La guerra in Ucraina muoverà nuovamente le pedine dello scacchiere internazionale: da una parte l’Occidente, destinato a ricompattarsi attorno alla Nato; dall’altra la Cina, che sta approfittando delle tensioni sul territorio europeo per accrescere la sua predominanza anche nell’area indopacifica. «In un futuro sistema a blocchi, che ricorda molto il periodo della Guerra fredda, non ci sarà molto spazio per l’Organizzazione delle Nazioni unite, resa impotente da un’architettura novecentesca ormai superata», ragiona Rocco Cangelosi, già ambasciatore in Tunisia, rappresentante permanente presso l’Unione Europea e consigliere diplomatico del Quirinale.
Ambasciatore, domanda a bruciapelo: l’Onu è fallita?
«Sarei cauto: parlare di fallimento è forse eccessivo, le organizzazioni che fanno capo alle Nazioni unite sono piuttosto variegate e svolgono compiti importanti in diverse zone del mondo. Più semplicemente, direi che l’Onu non rispecchia più gli scenari attuali».
Il silenzio di fronte alle bombe in Ucraina è emblematico.
«Le critiche del presidente ucraino Zelensky nel suo intervento al Consiglio di sicurezza non sono che il culmine di una situazione che si trascina da tempo: l’Onu non riesce più a essere il garante della sicurezza internazionale, della prosperità e dello sviluppo, che erano i suoi obiettivi originari. E dire che in passato, penso ad esempio alla crisi di Cuba, l’Onu ha giocato un ruolo di mediazione, almeno in parte. Lo stesso è accaduto in Iraq. Nel caso ucraino, invece, c’è una impotenza assoluta. Non è possibile che il segretario generale Guterres attenda due mesi prima di prendere un’iniziativa».
Domani è previsto l’incontro con Vladimir Putin, a Mosca. Che cosa si aspetta?
«È difficile pensare che possa ottenere risultati concreti. Putin potrebbe cogliere l’occasione per legittimare di nuovo la sua immagine come interlocutore internazionale, dopo le accuse di genocidio e crimini di guerra. Chissà, magari potrebbe essere nel suo interesse concedere qualcosa sul piano umanitario».
Che cosa dovrebbe chiedere Guterres, secondo lei?
«Il congelamento del conflitto per porre le basi di una trattativa».
Mosca ha rifiutato l’ipotesi di una tregua per la Pasqua ortodossa. L’invio delle armi non si è mai arrestato e gli Stati Uniti hanno messo a punto un nuovo pacchetto di artiglieria pesante da inviare all’Ucraina per sostenere la resistenza in Donbass. Le premesse di una trattativa sono ancora lontane.
«Le premesse non sono ancora mature, è vero. Ciascuno ritiene di poter avere ragione della controparte. Le armi aumenteranno la possibilità di resistenza dell’Ucraina e indeboliranno la forza offensiva della Russia. A un certo punto, però, la situazione delle truppe sul terreno dovrà pur essere fotografata: nella migliore delle ipotesi, si verificherà un congelamento del conflitto, con combattimenti a bassa intensità. Immagino una situazione simile a quella di Cipro: due Ucraine che non si riconoscono, ma che in qualche modo convivono».
E nella peggiore delle ipotesi?
«Entrambi cercheranno di ottenere obiettivi estremi: per Kiev significherebbe scacciare l’aggressore e far cadere il regime di Putin; per Mosca, buttare giù il governo ucraino e insediarne uno fantoccio. Il conflitto rischia di avere delle escalation pericolose, soprattutto in Europa».
Lei ha scritto che il conflitto in Ucraina «segna la fine di un’epoca e postula la ricerca di nuove soluzioni istituzionali per gestire un ordine internazionale sempre più in crisi». Di fronte a uno scenario mutato, perché non provare a dare un nuovo volto anche all’Onu?
«L’Onu è sottoposta a istanze di riforma da diverso tempo, l’ultima delle quali è stata avanzata dal piccolo Liechtenstein, con il sostegno degli Stati Uniti. Sul tavolo c’era anche l’idea di allargare il Consiglio di Sicurezza con i membri semi permanenti».
Una riforma del genere avrebbe dei vantaggi?
«A livello globale, una maggiore partecipazione nel Consiglio di sicurezza non può che portare dei vantaggi: aumentare la condivisione sui temi della pace e della sicurezza renderebbe più facile l’applicazione delle decisioni. Ma non basterebbe comunque».
Per quale motivo?
«La guerra in Ucraina accelera una tendenza cui assistiamo da tempo: i Paesi occidentali guardano alla Nato, come è naturale che sia. Prima Finlandia e Svezia, poi Svizzera: tutti vogliono avere la copertura dell’Alleanza atlantica. Di contro, riscontriamo i movimenti della Cina: ha suscitato un certo clamore, per esempio, l’accordo tra Pechino e le isole Salomone, che Australia e Stati Uniti considerano importanti, quasi strategiche, per quanto riguarda la predominanza nell’area indopacifica».
Uno scenario da Guerra fredda taglia fuori le Nazioni unite?
«Prima di recuperare i rapporti con la Russia passerà molto tempo, questa guerra peserà per generazioni: il globalismo subirà delle contrazioni e i rapporti commerciali finiranno per raffreddarsi. Alcune istituzioni nate nel dopoguerra non sono più adeguate per rispondere al mondo che ci aspetta, per fronteggiare lo scenario internazionale che si sta delineando».
«Un organismo che può fare solo la volontà dei Paesi più potenti»
«Le Nazioni unite sono nate sulla speranza esagerata che, in qualche modo, le grandi potenze mondiali avrebbero sorvegliato il mondo, tenendo sotto controllo il rischio di nuovi conflitti. In questi anni, è venuta fuori l’essenza dell’Onu e del Consiglio di sicurezza, in particolare: come organismo associativo, può fare solo ciò che i membri più importanti vogliono fare. E non andare oltre». James M. Lindsay è una delle voci più ascoltate negli Usa in politica estera e affari internazionali. Vicepresidente del Council on foreign relations di New York, ha spesso criticato l’immobilismo delle organizzazioni che dovrebbero lavorare per assicurare la sicurezza internazionale.
In un articolo di qualche anno fa lei ha scritto: «Se non c’è la pace, l’Onu non è in grado di crearla». La sintesi si adegua anche a quello che sta succedendo in Ucraina?
«Il conflitto in Ucraina mette a nudo le tante debolezze delle Nazioni unite, ma ne evidenzia anche alcuni punti di forza».
Partiamo da questi ultimi, allora. Quali sono?
«Le agenzie specializzate stanno facendo un lavoro importante, fornendo aiuto alla popolazione in Ucraina e ai profughi che hanno raggiunto i Paesi vicini. Il Programma alimentare mondiale o l’Unhcr - per la protezione dei rifugiati -svolgono spesso un ruolo eroico nei conflitti, che nulla ha a che vedere con le ipocrisie del Palazzo di vetro».
L’Onu in balìa dei veti è di fatto inutile?
«Il Consiglio di sicurezza non ha alcuna efficacia nei conflitti che coinvolgono uno o più membri permanenti, come nel caso della guerra tra Russia e Ucraina. E anche l’Assemblea generale ha scarsa capacità di incidere: al di là della condanna, espressa nella risoluzione dello scorso marzo, non vedo misure che possano convincere Putin a desistere o ritirarsi».
Che cosa pensa della bozza di risoluzione per chiedere ai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza di giustificare l’uso del veto?
«Dubito che tutti i membri del Consiglio di sicurezza siano disposti a indebolire i propri ruoli accettando la limitazione del diritto di veto. Detto questo, la risoluzione non trasformerà improvvisamente il Consiglio di sicurezza: l’Onu può fare solo quello che tutti i membri più potenti sono disposti a tollerare. Il caso ucraino è emblematico: la Russia è stata in grado di bloccare qualsiasi azione concreta del Consiglio di sicurezza; di contro, il no di Mosca non ha impedito a Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna di inviare aiuto militare all’Ucraina».
Si discute della possibilità che l’Unione europea possa prendere il posto della Francia come membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. La ritiene un’ipotesi plausibile?
«Prima che la Gran Bretagna uscisse dall’Unione europea, si discuteva sulla possibilità che entrambi i Paesi europei potessero lasciare il seggio in favore di Bruxelles, cosa mai avvenuta. L’ipotesi potrebbe essere presa in considerazione, ma non credo accadrà: le probabilità che Parigi si privi del diritto di veto sono prossime allo zero. La carta delle Nazioni unite non contiene disposizioni per porre fine allo status di membro permanente. Nel corso degli anni, ci sono stati molti appelli per modificare la composizione del Consiglio di sicurezza, in modo da riflettere meglio la distribuzione del potere nel mondo. Alcuni primi ministri italiani hanno sostenuto l’ingresso dell’Italia, Brasile e Giappone hanno fatto lo stesso. La riforma del Consiglio di sicurezza dell’Onu è senza dubbio uno degli argomenti più discussi, peccato che non abbia alcuna consistenza».
Insieme con l’ex ambasciatore americano presso la Nato Ivo Daalder, lei ha scritto che l’invasione russa ha «compattato il fronte occidentale più di quanto non sia accaduto in passato». Come spiega la resistenza della Germania nell’invio di armi pesanti a Kiev?
«Le critiche più pesanti nei confronti del cancelliere tedesco sono arrivate dai membri della coalizione di governo, come i Verdi. Ciò la dice lunga su come questa guerra abbia sovvertito i termini del confronto politico. Come spesso accade, le turbolenze nelle coalizioni sono fisiologiche: i Paesi hanno i loro interessi, i governi le politiche interne da rispettare, ma penso che l’unità occidentale persisterà, almeno nel prossimo futuro. La vera domanda è: che cosa succederà nel lungo periodo? In Europa ci sono troppe variabili, per questo è bene evitare postulati definitivi. Tre mesi fa, c’erano persone convinte che la Russia non avrebbe invaso, che Putin stava solo bluffando. La storia invece ha preso una piega differente».
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Domani il segretario generale Antonio Guterres sarà a Mosca. Una mossa in grande ritardo e con poche speranze. Del resto il carrozzone di vetro da anni serve solo a pagare maxistipendi. Infatti spende più per la sede di Ginevra che per le operazioni di pace.«Ha atteso due mesi per muoversi. Ma com’è possibile?» L’ambasciatore Rocco Cangelosi: «L’Organizzazione non riesce più a essere garante della prosperità e dello sviluppo come dopo la guerra».«Un organismo che può fare solo la volontà dei Paesi più potenti». James M. Lindsay, l’esperto di relazioni internazionali: mani legate nelle crisi che coinvolgono i Grandi.Lo speciale comprende tre articoli.La prima crepa nel Palazzo di Vetro dell’Onu potrebbe essere aperta da uno dei più piccoli Stati membri, il quinto nell’ideale classifica dei Paesi con minore estensione territoriale ad aver preso parte all’Organizzazione delle Nazioni unite: il Liechtenstein. Domani, l’Assemblea generale voterà una bozza di risoluzione, presentata dal Liechtenstein e sostenuta da 57 Stati (tra cui gli Usa), per limitare il potere di veto dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza: Usa, Cina, Francia, Regno Unito e Russia. La proposta, di cui si discute da tempo, è tornata a farsi spazio con la guerra in Ucraina, dopo che Mosca ha usato il proprio diritto di veto per bloccare alcune risoluzioni, tra cui quella contro l’invasione, rendendo di fatto inutile il ruolo del Consiglio di sicurezza, la cui responsabilità principale - secondo la Carta delle Nazioni unite - è il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Nella bozza si chiede ai cinque membri permanenti del Consiglio di «giustificare l’uso del veto», trascorsi 10 giorni dalla decisione di farvi ricorso. «La risoluzione è un passo significativo per potenziare l’Assemblea generale e rafforzare il multilateralismo», scrive la delegazione Onu del Liechtenstein sul suo profilo Twitter. A livello diplomatico c’è meno ottimismo, dal momento che nessuno degli altri quattro membri permanenti ha co-sponsorizzato la proposta del piccolo Principato. E anche gli analisti sono cauti sulla possibilità che la bozza di risoluzione possa imprimere una svolta, almeno parziale, a un organo che in quasi 80 anni di storia ha inciso pochissimo sui conflitti internazionali: dal 1945 a oggi, le risoluzioni per consentire l’uso della forza non hanno raggiunto neanche la doppia cifra. Dall’inizio del conflitto in Ucraina, si sono moltiplicati gli appelli per riformare una impalcatura vecchia, che riflette ancora i rapporti di forza successivi alla seconda guerra mondiale. La Turchia, per bocca del suo ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu, ha chiesto una riforma del sistema di sicurezza internazionale. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invocato una conferenza sulla riforma dell’Onu, in modo da assicurare «un’equa rappresentanza nel Consiglio di sicurezza di tutte le regioni del mondo». E anche papa Francesco - forse il parere che ha creato l’eco maggiore ma paradossalmente il meno ascoltato - ha parlato apertamente di «impotenza» dell’Onu.Un’impotenza costosa, da oltre 3 miliardi di dollari l’anno. A tanto ammonta il budget delle Nazioni unite approvato per il 2022 dalla quinta Commissione (amministrativo e bilancio) lo scorso 23 dicembre. Circa 57 milioni sono impegnati per le 12 operazioni di peace keeping, tra Europa, Africa e Medioriente, che impiegano circa 87.000 uomini. Appena 18 milioni sono previsti per l’assistenza umanitaria. Sommate, queste due voci non superano le spese messe a bilancio per l’amministrazione dell’Ufficio europeo di Ginevra (76 milioni di dollari). Il funzionamento degli uffici e il pagamento dei dipendenti assorbe circa un terzo delle spese totali: secondo le ultime tabelle salariali disponibili, un sottosegretario generale incassa circa 200.000 dollari l’anno, mentre l’assistente del segretario generale si ferma a 180.000. Leggermente più staccati i salari dei direttori, che possono arrivare a una cifra lorda massima di 173.000 dollari l’anno.Un dipendente inquadrato come categoria di servizio generale nella base logistica Onu di Brindisi può arrivare a guadagnare fino a 65.160 euro l’anno, più benefit vari che crescono in base al numero dei figli, alle competenze linguistiche e alla presenza di un coniuge. Meglio va ai colleghi degli uffici di Roma: il salario minimo è fissato a poco meno di 55.000 euro, che può salire fino a 100.000 euro lordi l’anno. Il contributo dell’Italia al budget delle Nazioni unite quest’anno supera di poco i 91 milioni di dollari, leggermente in calo rispetto alle cifre del biennio 2020-2021. La quota più alta è quella degli Stati Uniti (693 milioni di dollari), mentre la Russia di Vladimir Putin si limita a sborsare appena 53 milioni, neanche il 2% del totale. Per l’ufficio del segretario generale, il portoghese Antonio Guterres, è previsto un contributo superiore al milione di dollari. Dopo due mesi passati sostanzialmente a fare da spettatore di fronte all’evoluzione del conflitto, Guterres è atteso domani a Mosca per discutere con Putin di una tregua e dell’evacuazione dei civili, mentre giovedì sarà a Kiev per incontrare Zelensky. Difficile che si vada oltre le parole di circostanza, almeno stando ai pareri raccolti dalla Verità. Tanta retorica e poca sostanza, ancora una volta: più o meno il copione scritto il 7 aprile scorso, con la cacciata della Russia dal Consiglio dei diritti umani. Nelle prossime settimane verrà scelto un sostituto, individuato tra i Paesi dell’Est Europa; peccato che alle Nazioni unite non si siano ancora premurati di sciogliere una contraddizione di fondo: il Consiglio dei diritti umani da cui è stata cacciata la Russia è lo stesso che tollera al suo interno alcuni Paesi noti per non essere esattamente dei campioni di democrazia. Fino alla fine di quest’anno, per esempio, il Venezuela resterà comodamente seduto al suo posto, nonostante una missione internazionale abbia accertato «esecuzioni extragiudiziali, detenzioni arbitrarie, torture e altri trattamenti disumani», commessi nel Paese a partire dal 2014. Ironia della sorte, la relazione finale è stata presentata proprio al Consiglio dei diritti umani il 15 settembre del 2020. Nella Commissione sulla condizione delle donne delle Nazioni Unite è presente l’Arabia Saudita, che nella classifica sulla disparità di genere del Forum Economico mondiale occupa il posto numero 147, su un totale di 156 Paesi considerati. E che dire della Conferenza Onu sul disarmo? Nel 2018, la presidenza è stata affidata alla Siria, nonostante il governo di Damasco fosse sotto accusa per l’uso di armi chimiche contro i civili. Il calendario di quest’anno prevede un altro nome eccellente: dal 30 maggio, la presidenza della Conferenza passerà alla Corea del Nord, che non più tardi di un mese fa ha testato un nuovo missile intercontinentale balistico, per la gioia del suo leader, Kim Jong un: «La nuova arma renderà chiaro a tutto il mondo qual è il potere della nostra forza armata strategica», ha esultato il dittatore. 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La guerra in Ucraina muoverà nuovamente le pedine dello scacchiere internazionale: da una parte l’Occidente, destinato a ricompattarsi attorno alla Nato; dall’altra la Cina, che sta approfittando delle tensioni sul territorio europeo per accrescere la sua predominanza anche nell’area indopacifica. «In un futuro sistema a blocchi, che ricorda molto il periodo della Guerra fredda, non ci sarà molto spazio per l’Organizzazione delle Nazioni unite, resa impotente da un’architettura novecentesca ormai superata», ragiona Rocco Cangelosi, già ambasciatore in Tunisia, rappresentante permanente presso l’Unione Europea e consigliere diplomatico del Quirinale. Ambasciatore, domanda a bruciapelo: l’Onu è fallita? «Sarei cauto: parlare di fallimento è forse eccessivo, le organizzazioni che fanno capo alle Nazioni unite sono piuttosto variegate e svolgono compiti importanti in diverse zone del mondo. Più semplicemente, direi che l’Onu non rispecchia più gli scenari attuali». Il silenzio di fronte alle bombe in Ucraina è emblematico. «Le critiche del presidente ucraino Zelensky nel suo intervento al Consiglio di sicurezza non sono che il culmine di una situazione che si trascina da tempo: l’Onu non riesce più a essere il garante della sicurezza internazionale, della prosperità e dello sviluppo, che erano i suoi obiettivi originari. E dire che in passato, penso ad esempio alla crisi di Cuba, l’Onu ha giocato un ruolo di mediazione, almeno in parte. Lo stesso è accaduto in Iraq. Nel caso ucraino, invece, c’è una impotenza assoluta. Non è possibile che il segretario generale Guterres attenda due mesi prima di prendere un’iniziativa». Domani è previsto l’incontro con Vladimir Putin, a Mosca. Che cosa si aspetta? «È difficile pensare che possa ottenere risultati concreti. Putin potrebbe cogliere l’occasione per legittimare di nuovo la sua immagine come interlocutore internazionale, dopo le accuse di genocidio e crimini di guerra. Chissà, magari potrebbe essere nel suo interesse concedere qualcosa sul piano umanitario». Che cosa dovrebbe chiedere Guterres, secondo lei? «Il congelamento del conflitto per porre le basi di una trattativa». Mosca ha rifiutato l’ipotesi di una tregua per la Pasqua ortodossa. L’invio delle armi non si è mai arrestato e gli Stati Uniti hanno messo a punto un nuovo pacchetto di artiglieria pesante da inviare all’Ucraina per sostenere la resistenza in Donbass. Le premesse di una trattativa sono ancora lontane. «Le premesse non sono ancora mature, è vero. Ciascuno ritiene di poter avere ragione della controparte. Le armi aumenteranno la possibilità di resistenza dell’Ucraina e indeboliranno la forza offensiva della Russia. A un certo punto, però, la situazione delle truppe sul terreno dovrà pur essere fotografata: nella migliore delle ipotesi, si verificherà un congelamento del conflitto, con combattimenti a bassa intensità. Immagino una situazione simile a quella di Cipro: due Ucraine che non si riconoscono, ma che in qualche modo convivono». E nella peggiore delle ipotesi? «Entrambi cercheranno di ottenere obiettivi estremi: per Kiev significherebbe scacciare l’aggressore e far cadere il regime di Putin; per Mosca, buttare giù il governo ucraino e insediarne uno fantoccio. Il conflitto rischia di avere delle escalation pericolose, soprattutto in Europa». Lei ha scritto che il conflitto in Ucraina «segna la fine di un’epoca e postula la ricerca di nuove soluzioni istituzionali per gestire un ordine internazionale sempre più in crisi». Di fronte a uno scenario mutato, perché non provare a dare un nuovo volto anche all’Onu? «L’Onu è sottoposta a istanze di riforma da diverso tempo, l’ultima delle quali è stata avanzata dal piccolo Liechtenstein, con il sostegno degli Stati Uniti. Sul tavolo c’era anche l’idea di allargare il Consiglio di Sicurezza con i membri semi permanenti». Una riforma del genere avrebbe dei vantaggi? «A livello globale, una maggiore partecipazione nel Consiglio di sicurezza non può che portare dei vantaggi: aumentare la condivisione sui temi della pace e della sicurezza renderebbe più facile l’applicazione delle decisioni. Ma non basterebbe comunque». Per quale motivo? «La guerra in Ucraina accelera una tendenza cui assistiamo da tempo: i Paesi occidentali guardano alla Nato, come è naturale che sia. Prima Finlandia e Svezia, poi Svizzera: tutti vogliono avere la copertura dell’Alleanza atlantica. Di contro, riscontriamo i movimenti della Cina: ha suscitato un certo clamore, per esempio, l’accordo tra Pechino e le isole Salomone, che Australia e Stati Uniti considerano importanti, quasi strategiche, per quanto riguarda la predominanza nell’area indopacifica». Uno scenario da Guerra fredda taglia fuori le Nazioni unite? «Prima di recuperare i rapporti con la Russia passerà molto tempo, questa guerra peserà per generazioni: il globalismo subirà delle contrazioni e i rapporti commerciali finiranno per raffreddarsi. Alcune istituzioni nate nel dopoguerra non sono più adeguate per rispondere al mondo che ci aspetta, per fronteggiare lo scenario internazionale che si sta delineando». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cera-una-volta-lonu-2657205898.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-organismo-che-puo-fare-solo-la-volonta-dei-paesi-piu-potenti" data-post-id="2657205898" data-published-at="1650833106" data-use-pagination="False"> «Un organismo che può fare solo la volontà dei Paesi più potenti» «Le Nazioni unite sono nate sulla speranza esagerata che, in qualche modo, le grandi potenze mondiali avrebbero sorvegliato il mondo, tenendo sotto controllo il rischio di nuovi conflitti. In questi anni, è venuta fuori l’essenza dell’Onu e del Consiglio di sicurezza, in particolare: come organismo associativo, può fare solo ciò che i membri più importanti vogliono fare. E non andare oltre». James M. Lindsay è una delle voci più ascoltate negli Usa in politica estera e affari internazionali. Vicepresidente del Council on foreign relations di New York, ha spesso criticato l’immobilismo delle organizzazioni che dovrebbero lavorare per assicurare la sicurezza internazionale. In un articolo di qualche anno fa lei ha scritto: «Se non c’è la pace, l’Onu non è in grado di crearla». La sintesi si adegua anche a quello che sta succedendo in Ucraina? «Il conflitto in Ucraina mette a nudo le tante debolezze delle Nazioni unite, ma ne evidenzia anche alcuni punti di forza». Partiamo da questi ultimi, allora. Quali sono? «Le agenzie specializzate stanno facendo un lavoro importante, fornendo aiuto alla popolazione in Ucraina e ai profughi che hanno raggiunto i Paesi vicini. Il Programma alimentare mondiale o l’Unhcr - per la protezione dei rifugiati -svolgono spesso un ruolo eroico nei conflitti, che nulla ha a che vedere con le ipocrisie del Palazzo di vetro». L’Onu in balìa dei veti è di fatto inutile? «Il Consiglio di sicurezza non ha alcuna efficacia nei conflitti che coinvolgono uno o più membri permanenti, come nel caso della guerra tra Russia e Ucraina. E anche l’Assemblea generale ha scarsa capacità di incidere: al di là della condanna, espressa nella risoluzione dello scorso marzo, non vedo misure che possano convincere Putin a desistere o ritirarsi». Che cosa pensa della bozza di risoluzione per chiedere ai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza di giustificare l’uso del veto? «Dubito che tutti i membri del Consiglio di sicurezza siano disposti a indebolire i propri ruoli accettando la limitazione del diritto di veto. Detto questo, la risoluzione non trasformerà improvvisamente il Consiglio di sicurezza: l’Onu può fare solo quello che tutti i membri più potenti sono disposti a tollerare. Il caso ucraino è emblematico: la Russia è stata in grado di bloccare qualsiasi azione concreta del Consiglio di sicurezza; di contro, il no di Mosca non ha impedito a Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna di inviare aiuto militare all’Ucraina». Si discute della possibilità che l’Unione europea possa prendere il posto della Francia come membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. La ritiene un’ipotesi plausibile? «Prima che la Gran Bretagna uscisse dall’Unione europea, si discuteva sulla possibilità che entrambi i Paesi europei potessero lasciare il seggio in favore di Bruxelles, cosa mai avvenuta. L’ipotesi potrebbe essere presa in considerazione, ma non credo accadrà: le probabilità che Parigi si privi del diritto di veto sono prossime allo zero. La carta delle Nazioni unite non contiene disposizioni per porre fine allo status di membro permanente. Nel corso degli anni, ci sono stati molti appelli per modificare la composizione del Consiglio di sicurezza, in modo da riflettere meglio la distribuzione del potere nel mondo. Alcuni primi ministri italiani hanno sostenuto l’ingresso dell’Italia, Brasile e Giappone hanno fatto lo stesso. La riforma del Consiglio di sicurezza dell’Onu è senza dubbio uno degli argomenti più discussi, peccato che non abbia alcuna consistenza». Insieme con l’ex ambasciatore americano presso la Nato Ivo Daalder, lei ha scritto che l’invasione russa ha «compattato il fronte occidentale più di quanto non sia accaduto in passato». Come spiega la resistenza della Germania nell’invio di armi pesanti a Kiev? «Le critiche più pesanti nei confronti del cancelliere tedesco sono arrivate dai membri della coalizione di governo, come i Verdi. Ciò la dice lunga su come questa guerra abbia sovvertito i termini del confronto politico. Come spesso accade, le turbolenze nelle coalizioni sono fisiologiche: i Paesi hanno i loro interessi, i governi le politiche interne da rispettare, ma penso che l’unità occidentale persisterà, almeno nel prossimo futuro. La vera domanda è: che cosa succederà nel lungo periodo? In Europa ci sono troppe variabili, per questo è bene evitare postulati definitivi. Tre mesi fa, c’erano persone convinte che la Russia non avrebbe invaso, che Putin stava solo bluffando. La storia invece ha preso una piega differente».
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Oltre 13 milioni di euro assegnati alle federazioni del tiro nel riparto 2026 di Sport e Salute fotografano una disciplina spesso invisibile nel dibattito pubblico. Tra tesserati ufficiali, praticanti non censiti e risultati internazionali continui, il tiro sportivo italiano si conferma un movimento strutturato, attivo tutto l’anno e non legato solo all’appuntamento olimpico.
Il tiro sportivo in Italia è un movimento in crescita più di quanto raccontino i numeri. Non perché manchino risultati o strutture, ma perché si tratta di una disciplina che sfugge per sua natura alle rilevazioni immediate e alla visibilità ciclica dei grandi eventi. Stimare con precisione le dimensioni del tiro sportivo nel nostro Paese non è semplice: i dati sono frammentati tra più federazioni e specialità, e una parte consistente dei praticanti non rientra nei circuiti ufficiali.
Le stime più attendibili parlano comunque di oltre 100.000 tesserati, distribuiti tra tiro a volo, tiro a segno, tiro dinamico e altre discipline affini. A questa base va aggiunta una platea informale di appassionati che frequentano poligoni e campi di tiro senza un tesseramento stabile: una fascia difficilmente quantificabile, ma che secondo alcune valutazioni potrebbe arrivare a diverse centinaia di migliaia di persone. Numeri che non collocano il tiro tra gli sport di massa, ma che ne confermano la solidità all’interno del sistema sportivo nazionale. Questo quadro trova una prima conferma nel riparto dei contributi pubblici per il 2026 deliberato da Sport e Salute. Su un totale di 344,4 milioni di euro destinati agli organismi sportivi, il comparto del tiro – escludendo il tiro con l’arco – riceve complessivamente oltre 13 milioni di euro. Una cifra che riflette risultati internazionali continui e una capacità organizzativa valutata positivamente dal Modello algoritmico dei contributi (MaC), lo strumento adottato per misurare performance, crescita e utilizzo efficiente delle risorse pubbliche.
Nel dettaglio, la Federazione italiana Tiro a volo supera i 7,19 milioni di euro, collocandosi attorno alla quindicesima posizione nel ranking generale dei contributi. L’Unione italiana Tiro a segno riceve poco più di 4 milioni, mentre la Federazione italiana Discipline con Armi sportive da caccia si attesta sopra 1,55 milioni. Più contenuta in valore assoluto, ma significativa sul piano percentuale, la quota assegnata alla Federazione italiana Tiro dinamico sportivo, che registra l’incremento massimo consentito dal sistema, pari al 15%. I finanziamenti si inseriscono in un contesto più ampio di crescita del sistema sportivo italiano, sostenuto da un meccanismo di autofinanziamento attivo dal 2019 e da una politica pubblica orientata a premiare non solo il merito agonistico, ma anche l’impatto sociale e la sostenibilità gestionale. Le risorse complessive destinate allo sport, alimentate in larga parte dal prelievo fiscale generato dal calcio professionistico, hanno continuato ad aumentare nonostante la crisi pandemica, con effetti visibili sull’ampliamento della base dei praticanti.
Al di là dei numeri, il tiro sportivo resta una disciplina che vive soprattutto nella quotidianità dei poligoni e dei campi di tiro. È uno sport strutturato su percorsi formativi graduali, che possono iniziare in giovane età con le armi ad aria compressa e proseguire, nel tempo, verso specialità più complesse. La progressione è scandita da livelli tecnici precisi e da un sistema di controlli che pone la sicurezza come requisito imprescindibile. Allenatori, istruttori e ufficiali di gara garantiscono il rispetto delle regole e accompagnano i tiratori, soprattutto quelli alle prime armi, in un contesto rigidamente regolamentato.
Dal punto di vista della prestazione, il tiro sportivo richiede un equilibrio specifico tra precisione tecnica, forza mentale e condizione fisica. La stabilità del gesto, la capacità di concentrazione e la gestione della pressione sono fattori determinanti, tanto quanto l’allenamento muscolare. È una combinazione che spiega perché i percorsi agonistici siano spesso lunghi e perché i risultati arrivino dopo anni di lavoro lontano dall’attenzione mediatica. Il legame con le Olimpiadi contribuisce a dare visibilità alla disciplina, ma ne rappresenta solo una parte. Il tiro sportivo è presente quasi ininterrottamente nel programma dei Giochi moderni e oggi comprende sei specialità olimpiche, tra bersagli fissi e mobili. Tuttavia, la sua struttura non si esaurisce nel quadriennio olimpico: vive di attività federale costante, di competizioni nazionali e internazionali e di un movimento che, pur restando lontano dalle prime pagine, continua a produrre risultati e praticanti.
Lo stanziamento per il 2026 conferma questa continuità. Più che un’attenzione episodica, i fondi destinati al tiro sportivo certificano l’esistenza di un settore che funziona, cresce in modo misurato e contribuisce, nel suo perimetro, alla tenuta complessiva dello sport italiano. Un mondo che emerge raramente nel dibattito pubblico, ma che esiste ben oltre la vetrina olimpica.
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La coalizione dei volenterosi a Parigi il 6 gennaio 2026 (Ansa)
Con l’Eliseo che, ancora prima dell’inizio del summit, si era già preso il merito di aver fatto «convergere l’Ucraina, l’Europa e l’America», il leader francese ha accolto oltre 30 capi di Stato e di governo, tra cui il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, il presidente del consiglio, Giorgia Meloni. E visto che l’obiettivo era cercare di finalizzare un accordo sulle garanzie di sicurezza, a prendere parte al vertice sono stati anche l’inviato speciale americano, Steve Witkoff, e il genero del presidente americano, Jared Kushner.
La dichiarazione finale rilasciata dalla Coalizione dei volenterosi al termine dei lavori conferma l’impegno a «un sistema di garanzie politicamente e giuridicamente vincolanti che saranno attivate una volta entrato in vigore il cessate il fuoco, in aggiunta agli accordi bilaterali di sicurezza e in conformità con i rispettivi ordinamenti giuridici e costituzionali». E si parla di cinque componenti: il monitoraggio del cessate il fuoco, il sostegno alle forze armate ucraine, la forza multinazionale, gli impegni per sostenere l’Ucraina in caso di una nuova aggressione russa e l’impegno a «una cooperazione di difesa a lungo termine con l’Ucraina». Riguardo al primo aspetto, è annunciata «la partecipazione a un meccanismo di monitoraggio e verifica del cessate il fuoco guidato dagli Stati Uniti». A tal proposito si prevede «un sistema di monitoraggio del cessate il fuoco continuo e affidabile, che includerà i contributi dei membri della Coalizione dei volenterosi». Tra l’altro la Coalizione sarà anche «rappresentata nella Commissione speciale» che verrà creata «per affrontare eventuali violazioni, attribuire le responsabilità e determinare i rimedi».
In merito al sostegno alle truppe ucraine, la Coalizione «ha concordato di continuare a fornire assistenza militare a lungo termine e armamenti» ai soldati ucraini «per garantirne una capacità sostenibile» visto che «rimarranno la prima linea di difesa e deterrenza». Questo sostegno include «pacchetti di difesa a lungo termine; sostegno al finanziamento per acquistare armi; continua cooperazione con l’Ucraina sul suo bilancio nazionale per finanziare le forze armate; accesso a depositi di difesa che possono fornire un rapido supporto aggiuntivo in caso di un futuro attacco armato; fornitura di supporto pratico e tecnico all’Ucraina nella costruzione di fortificazioni difensive».
Riguardo al cavallo di battaglia di Macron e Starmer, ovvero «la forza di multinazionale per l’Ucraina», nella dichiarazione finale si conferma la base volontaria. Si specifica infatti che sarà creata dai contributi dei Paesi «disponibili nell’ambito della Coalizione» per «sostenere la ricostruzione delle forze armate ucraine e la deterrenza». La Coalizione poi afferma: «È stata condotta una pianificazione militare coordinata per preparare misure di rassicurazione in aria, in mare e a terra e per la rigenerazione delle forze armate ucraine. Abbiamo confermato che queste misure di rassicurazione dovranno essere rigorosamente implementate su richiesta dell’Ucraina una volta ottenuta una credibile cessazione delle ostilità». Si annuncia anche che «questi elementi saranno guidati dall’Europa, con il coinvolgimento anche di membri non europei della Coalizione e il proposto
sostegno degli Stati Uniti».
Nella quarta componente, inerente agli «impegni vincolanti a sostegno dell’Ucraina in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia al fine di ripristinare la pace», è stato concordato di «finalizzare gli impegni vincolanti che definiscano il nostro approccio per sostenere l’Ucraina e ripristinare la pace e la sicurezza in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia. Tali impegni possono includere l’impiego di capacità militari, supporto logistico e di intelligence, iniziative diplomatiche e l’adozione di sanzioni aggiuntive». Infine, riguardo «all’impegno a una cooperazione di difesa a lungo termine con l’Ucraina», la dichiarazione annuncia: «Abbiamo concordato di continuare a sviluppare e approfondire una cooperazione reciprocamente vantaggiosa in materia di difesa con l’Ucraina, tra cui: addestramento, produzione congiunta industriale della difesa, anche con l’uso di strumenti europei pertinenti, e cooperazione in materia di intelligence».
Il testo si chiude con la decisione di «istituire una cellula di coordinamento tra gli Stati Uniti, l’Ucraina e la Coalizione presso il Quartier generale operativo della Coalizione a Parigi». A dire qualcosa in più a tal proposito è stato Macron durante la conferenza stampa: la cellula di coordinamento «integrerà pienamente tutte le forze armate interessate». Starmer ha poi annunciato che, dopo il cessate il fuoco, «il Regno Unito e la Francia creeranno degli hub militari in Ucraina per sostenere le necessità di difesa degli ucraini».
Per quanto riguarda la posizione italiana, non ci sono stati cambi di programma con il governo che ha ribadito la contrarietà all’invio delle truppe. Nella nota diffusa da Palazzo Chigi si legge: «Nel confermare il sostegno dell’Italia alla sicurezza dell’Ucraina, in coerenza con quanto sempre fatto, il Presidente Meloni ha ribadito alcuni punti fermi della posizione del Governo italiano sul tema delle garanzie, in particolare l’esclusione dell’impiego di truppe italiane sul terreno».
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Delcy Rodríguez, neo presidente ad interim del Venezuela (Getty Images)
Il presidente ad interim deve infatti bilanciare pressioni contrapposte: da un lato contenere i settori più intransigenti del chavismo rimasti fedeli a Maduro, dall’altro mantenere un canale aperto con Washington. «Diamo priorità al progresso verso relazioni internazionali equilibrate e rispettose tra Stati Uniti e Venezuela, basate sull’uguaglianza sovrana e sulla non ingerenza», ha affermato Rodríguez, segnando un cambio di tono evidente rispetto al passato. In un’intervista a Nbc, Donald Trump ha dichiarato che il segretario di Stato Marco Rubio intrattiene «un buon rapporto» con il presidente ad interim, sottolineando che il fatto che Rubio «parli fluentemente spagnolo» abbia facilitato i contatti. Il presidente ha lasciato intendere che una mancata collaborazione potrebbe riaprire lo scenario militare, pur precisando di non ritenere necessario un nuovo intervento armato.
Con una mossa a sorpresa il leader dell’opposizione venezuelana, María Corina Machado, ha annunciato l’intenzione di condividere il suo premio Nobel per la pace con Donald Trump, ringraziandolo per l’intervento militare in Venezuela. In un’intervista a Fox News, Machado ha lodato Trump per la destituzione di Maduro definendo l’azione di Washington «un passo enorme per l’umanità, per la libertà e per la dignità umana». Donald Trump ha escluso qualsiasi ipotesi di elezioni a breve termine. «Nei prossimi 30 giorni non si vota. Prima dobbiamo risanare il Paese. Non c’è modo che la gente possa andare alle urne», ha spiegato, ribadendo che il ritorno alla normalità istituzionale richiederà tempo. Secondo il consigliere Stephen Miller, il presidente ha incaricato Rubio «di guidare il processo di riforme economiche e politiche», sostenendo che gli Stati Uniti ritengono di avere «piena, completa e totale cooperazione» da parte del governo di Caracas.
Sul piano economico, Donald Trump ha evocato la possibilità di un ritorno massiccio delle compagnie petrolifere statunitensi in Venezuela entro 18 mesi, parlando di «un enorme investimento» che potrebbe essere recuperato attraverso ricavi o rimborsi federali. In questo senso l’amministrazione Trump incontrerà nei prossimi giorni le grandi aziende petrolifere americane per parlare dell’aumento della produzione di petrolio. Mentre a Washington si disegna il futuro, sul terreno venezuelano la tensione resta altissima. Un decreto che dichiara lo stato di emergenza ha avviato una vasta caccia ai presunti collaboratori dell’operazione statunitense che ha portato all’arresto di Maduro. Il clima repressivo ha coinvolto anche il mondo dell’informazione. Il Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa ha denunciato il fermo di 14 giornalisti nelle ore successive all’operazione, poi rilasciati. Il giornalista italiano Stefano Pozzebon, collaboratore della Cnn, è stato invece bloccato all’aeroporto di Caracas ed espulso verso la Colombia, nonostante fosse residente nel Paese.
Sul piano militare, la cattura di Maduro ha rappresentato un duro colpo per i servizi segreti cubani, responsabili della sua sicurezza con circa 140 agenti cubani assegnati alla protezione del leader venezuelano. Durante l’assalto condotto dalle unità della Delta Force, almeno 32 cubani e 25 venezuelani sarebbero rimasti uccisi e sono decine i feriti. Le Nazioni Unite hanno espresso «profonda preoccupazione», avvertendo che l’intervento statunitense ha «minato un principio fondamentale del diritto internazionale». Da Ginevra, la portavoce dell’Alto Commissariato per i diritti umani ha ricordato che «gli Stati non devono minacciare né usare la forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di alcun Paese». In precedenza Marco Rubio aveva già affermato: «Non mi interessa cosa dice l’Onu», confermando una linea che rivendica la legittimità dell’azione e ridimensiona il ruolo dei consessi multilaterali.
Sul fronte giudiziario, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha riscritto l’atto d’accusa contro Maduro, correggendo uno degli elementi più controversi. Senza ritirare le imputazioni per narcotraffico, è stata abbandonata la definizione del Cartel de los Soles come cartello strutturato. Al suo posto emerge la descrizione di un sistema diffuso di patronato e corruzione, una rete di complicità interne allo Stato. Una revisione sostanziale che attenua l’impianto più aggressivo, ma non riduce affatto il rischio per Nicolás Maduro di una condanna fino a 70 anni di carcere. A questo proposito il procuratore generale del Venezuela, Tarek William Saab, si è rivolto oggi all’Assemblea nazionale chiedendo al giudice statunitense che segue il procedimento contro Maduro, arrestato dagli Stati Uniti e trasferito a New York, di rispettare il diritto internazionale e l’immunità diplomatica del leader venezuelano. Infine, gli Stati Uniti valutano il sequestro di presunte riserve segrete di criptovalute venezuelane: secondo la giornalista Olga Nesterova sarebbero circa 600.000 bitcoin, accumulati aggirando le sanzioni. Un eventuale congelamento potrebbe bloccare fino al 3% dell’offerta globale di Bitcoin, riducendo la liquidità e spingendo i prezzi al rialzo.
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(Ansa)
Tanti colleghi di Alessandro Ambrosio hanno partecipato in divisa da ferroviere, con centinaia di persone presenti, al presidio in stazione a Bologna per ricordare il capotreno ucciso il 5 gennaio nel parcheggio dello scalo. Corone di fiori e commozione in piazza Medaglie d'oro, con foto e biglietti. Il gruppo ha raggiunto in corteo il luogo dove e' stato trovato morto il 34enne. Ad una recinzione, nei pressi, sono stati apposti un berretto e una cravatta da ferroviere.