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2022-04-25
C’era una volta l’Onu
La prima crepa nel Palazzo di Vetro dell’Onu potrebbe essere aperta da uno dei più piccoli Stati membri, il quinto nell’ideale classifica dei Paesi con minore estensione territoriale ad aver preso parte all’Organizzazione delle Nazioni unite: il Liechtenstein. Domani, l’Assemblea generale voterà una bozza di risoluzione, presentata dal Liechtenstein e sostenuta da 57 Stati (tra cui gli Usa), per limitare il potere di veto dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza: Usa, Cina, Francia, Regno Unito e Russia.
La proposta, di cui si discute da tempo, è tornata a farsi spazio con la guerra in Ucraina, dopo che Mosca ha usato il proprio diritto di veto per bloccare alcune risoluzioni, tra cui quella contro l’invasione, rendendo di fatto inutile il ruolo del Consiglio di sicurezza, la cui responsabilità principale - secondo la Carta delle Nazioni unite - è il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Nella bozza si chiede ai cinque membri permanenti del Consiglio di «giustificare l’uso del veto», trascorsi 10 giorni dalla decisione di farvi ricorso.
«La risoluzione è un passo significativo per potenziare l’Assemblea generale e rafforzare il multilateralismo», scrive la delegazione Onu del Liechtenstein sul suo profilo Twitter. A livello diplomatico c’è meno ottimismo, dal momento che nessuno degli altri quattro membri permanenti ha co-sponsorizzato la proposta del piccolo Principato. E anche gli analisti sono cauti sulla possibilità che la bozza di risoluzione possa imprimere una svolta, almeno parziale, a un organo che in quasi 80 anni di storia ha inciso pochissimo sui conflitti internazionali: dal 1945 a oggi, le risoluzioni per consentire l’uso della forza non hanno raggiunto neanche la doppia cifra. Dall’inizio del conflitto in Ucraina, si sono moltiplicati gli appelli per riformare una impalcatura vecchia, che riflette ancora i rapporti di forza successivi alla seconda guerra mondiale. La Turchia, per bocca del suo ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu, ha chiesto una riforma del sistema di sicurezza internazionale. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invocato una conferenza sulla riforma dell’Onu, in modo da assicurare «un’equa rappresentanza nel Consiglio di sicurezza di tutte le regioni del mondo». E anche papa Francesco - forse il parere che ha creato l’eco maggiore ma paradossalmente il meno ascoltato - ha parlato apertamente di «impotenza» dell’Onu.
Un’impotenza costosa, da oltre 3 miliardi di dollari l’anno. A tanto ammonta il budget delle Nazioni unite approvato per il 2022 dalla quinta Commissione (amministrativo e bilancio) lo scorso 23 dicembre. Circa 57 milioni sono impegnati per le 12 operazioni di peace keeping, tra Europa, Africa e Medioriente, che impiegano circa 87.000 uomini. Appena 18 milioni sono previsti per l’assistenza umanitaria. Sommate, queste due voci non superano le spese messe a bilancio per l’amministrazione dell’Ufficio europeo di Ginevra (76 milioni di dollari). Il funzionamento degli uffici e il pagamento dei dipendenti assorbe circa un terzo delle spese totali: secondo le ultime tabelle salariali disponibili, un sottosegretario generale incassa circa 200.000 dollari l’anno, mentre l’assistente del segretario generale si ferma a 180.000. Leggermente più staccati i salari dei direttori, che possono arrivare a una cifra lorda massima di 173.000 dollari l’anno.
Un dipendente inquadrato come categoria di servizio generale nella base logistica Onu di Brindisi può arrivare a guadagnare fino a 65.160 euro l’anno, più benefit vari che crescono in base al numero dei figli, alle competenze linguistiche e alla presenza di un coniuge. Meglio va ai colleghi degli uffici di Roma: il salario minimo è fissato a poco meno di 55.000 euro, che può salire fino a 100.000 euro lordi l’anno. Il contributo dell’Italia al budget delle Nazioni unite quest’anno supera di poco i 91 milioni di dollari, leggermente in calo rispetto alle cifre del biennio 2020-2021. La quota più alta è quella degli Stati Uniti (693 milioni di dollari), mentre la Russia di Vladimir Putin si limita a sborsare appena 53 milioni, neanche il 2% del totale. Per l’ufficio del segretario generale, il portoghese Antonio Guterres, è previsto un contributo superiore al milione di dollari.
Dopo due mesi passati sostanzialmente a fare da spettatore di fronte all’evoluzione del conflitto, Guterres è atteso domani a Mosca per discutere con Putin di una tregua e dell’evacuazione dei civili, mentre giovedì sarà a Kiev per incontrare Zelensky. Difficile che si vada oltre le parole di circostanza, almeno stando ai pareri raccolti dalla Verità. Tanta retorica e poca sostanza, ancora una volta: più o meno il copione scritto il 7 aprile scorso, con la cacciata della Russia dal Consiglio dei diritti umani. Nelle prossime settimane verrà scelto un sostituto, individuato tra i Paesi dell’Est Europa; peccato che alle Nazioni unite non si siano ancora premurati di sciogliere una contraddizione di fondo: il Consiglio dei diritti umani da cui è stata cacciata la Russia è lo stesso che tollera al suo interno alcuni Paesi noti per non essere esattamente dei campioni di democrazia.
Fino alla fine di quest’anno, per esempio, il Venezuela resterà comodamente seduto al suo posto, nonostante una missione internazionale abbia accertato «esecuzioni extragiudiziali, detenzioni arbitrarie, torture e altri trattamenti disumani», commessi nel Paese a partire dal 2014. Ironia della sorte, la relazione finale è stata presentata proprio al Consiglio dei diritti umani il 15 settembre del 2020. Nella Commissione sulla condizione delle donne delle Nazioni Unite è presente l’Arabia Saudita, che nella classifica sulla disparità di genere del Forum Economico mondiale occupa il posto numero 147, su un totale di 156 Paesi considerati. E che dire della Conferenza Onu sul disarmo? Nel 2018, la presidenza è stata affidata alla Siria, nonostante il governo di Damasco fosse sotto accusa per l’uso di armi chimiche contro i civili. Il calendario di quest’anno prevede un altro nome eccellente: dal 30 maggio, la presidenza della Conferenza passerà alla Corea del Nord, che non più tardi di un mese fa ha testato un nuovo missile intercontinentale balistico, per la gioia del suo leader, Kim Jong un: «La nuova arma renderà chiaro a tutto il mondo qual è il potere della nostra forza armata strategica», ha esultato il dittatore. Un benvenuto con i fiocchi.
«Ha atteso due mesi per muoversi. Ma com’è possibile?»
Le diplomazie sono al lavoro con una certa frenesia. La guerra in Ucraina muoverà nuovamente le pedine dello scacchiere internazionale: da una parte l’Occidente, destinato a ricompattarsi attorno alla Nato; dall’altra la Cina, che sta approfittando delle tensioni sul territorio europeo per accrescere la sua predominanza anche nell’area indopacifica. «In un futuro sistema a blocchi, che ricorda molto il periodo della Guerra fredda, non ci sarà molto spazio per l’Organizzazione delle Nazioni unite, resa impotente da un’architettura novecentesca ormai superata», ragiona Rocco Cangelosi, già ambasciatore in Tunisia, rappresentante permanente presso l’Unione Europea e consigliere diplomatico del Quirinale.
Ambasciatore, domanda a bruciapelo: l’Onu è fallita?
«Sarei cauto: parlare di fallimento è forse eccessivo, le organizzazioni che fanno capo alle Nazioni unite sono piuttosto variegate e svolgono compiti importanti in diverse zone del mondo. Più semplicemente, direi che l’Onu non rispecchia più gli scenari attuali».
Il silenzio di fronte alle bombe in Ucraina è emblematico.
«Le critiche del presidente ucraino Zelensky nel suo intervento al Consiglio di sicurezza non sono che il culmine di una situazione che si trascina da tempo: l’Onu non riesce più a essere il garante della sicurezza internazionale, della prosperità e dello sviluppo, che erano i suoi obiettivi originari. E dire che in passato, penso ad esempio alla crisi di Cuba, l’Onu ha giocato un ruolo di mediazione, almeno in parte. Lo stesso è accaduto in Iraq. Nel caso ucraino, invece, c’è una impotenza assoluta. Non è possibile che il segretario generale Guterres attenda due mesi prima di prendere un’iniziativa».
Domani è previsto l’incontro con Vladimir Putin, a Mosca. Che cosa si aspetta?
«È difficile pensare che possa ottenere risultati concreti. Putin potrebbe cogliere l’occasione per legittimare di nuovo la sua immagine come interlocutore internazionale, dopo le accuse di genocidio e crimini di guerra. Chissà, magari potrebbe essere nel suo interesse concedere qualcosa sul piano umanitario».
Che cosa dovrebbe chiedere Guterres, secondo lei?
«Il congelamento del conflitto per porre le basi di una trattativa».
Mosca ha rifiutato l’ipotesi di una tregua per la Pasqua ortodossa. L’invio delle armi non si è mai arrestato e gli Stati Uniti hanno messo a punto un nuovo pacchetto di artiglieria pesante da inviare all’Ucraina per sostenere la resistenza in Donbass. Le premesse di una trattativa sono ancora lontane.
«Le premesse non sono ancora mature, è vero. Ciascuno ritiene di poter avere ragione della controparte. Le armi aumenteranno la possibilità di resistenza dell’Ucraina e indeboliranno la forza offensiva della Russia. A un certo punto, però, la situazione delle truppe sul terreno dovrà pur essere fotografata: nella migliore delle ipotesi, si verificherà un congelamento del conflitto, con combattimenti a bassa intensità. Immagino una situazione simile a quella di Cipro: due Ucraine che non si riconoscono, ma che in qualche modo convivono».
E nella peggiore delle ipotesi?
«Entrambi cercheranno di ottenere obiettivi estremi: per Kiev significherebbe scacciare l’aggressore e far cadere il regime di Putin; per Mosca, buttare giù il governo ucraino e insediarne uno fantoccio. Il conflitto rischia di avere delle escalation pericolose, soprattutto in Europa».
Lei ha scritto che il conflitto in Ucraina «segna la fine di un’epoca e postula la ricerca di nuove soluzioni istituzionali per gestire un ordine internazionale sempre più in crisi». Di fronte a uno scenario mutato, perché non provare a dare un nuovo volto anche all’Onu?
«L’Onu è sottoposta a istanze di riforma da diverso tempo, l’ultima delle quali è stata avanzata dal piccolo Liechtenstein, con il sostegno degli Stati Uniti. Sul tavolo c’era anche l’idea di allargare il Consiglio di Sicurezza con i membri semi permanenti».
Una riforma del genere avrebbe dei vantaggi?
«A livello globale, una maggiore partecipazione nel Consiglio di sicurezza non può che portare dei vantaggi: aumentare la condivisione sui temi della pace e della sicurezza renderebbe più facile l’applicazione delle decisioni. Ma non basterebbe comunque».
Per quale motivo?
«La guerra in Ucraina accelera una tendenza cui assistiamo da tempo: i Paesi occidentali guardano alla Nato, come è naturale che sia. Prima Finlandia e Svezia, poi Svizzera: tutti vogliono avere la copertura dell’Alleanza atlantica. Di contro, riscontriamo i movimenti della Cina: ha suscitato un certo clamore, per esempio, l’accordo tra Pechino e le isole Salomone, che Australia e Stati Uniti considerano importanti, quasi strategiche, per quanto riguarda la predominanza nell’area indopacifica».
Uno scenario da Guerra fredda taglia fuori le Nazioni unite?
«Prima di recuperare i rapporti con la Russia passerà molto tempo, questa guerra peserà per generazioni: il globalismo subirà delle contrazioni e i rapporti commerciali finiranno per raffreddarsi. Alcune istituzioni nate nel dopoguerra non sono più adeguate per rispondere al mondo che ci aspetta, per fronteggiare lo scenario internazionale che si sta delineando».
«Un organismo che può fare solo la volontà dei Paesi più potenti»
«Le Nazioni unite sono nate sulla speranza esagerata che, in qualche modo, le grandi potenze mondiali avrebbero sorvegliato il mondo, tenendo sotto controllo il rischio di nuovi conflitti. In questi anni, è venuta fuori l’essenza dell’Onu e del Consiglio di sicurezza, in particolare: come organismo associativo, può fare solo ciò che i membri più importanti vogliono fare. E non andare oltre». James M. Lindsay è una delle voci più ascoltate negli Usa in politica estera e affari internazionali. Vicepresidente del Council on foreign relations di New York, ha spesso criticato l’immobilismo delle organizzazioni che dovrebbero lavorare per assicurare la sicurezza internazionale.
In un articolo di qualche anno fa lei ha scritto: «Se non c’è la pace, l’Onu non è in grado di crearla». La sintesi si adegua anche a quello che sta succedendo in Ucraina?
«Il conflitto in Ucraina mette a nudo le tante debolezze delle Nazioni unite, ma ne evidenzia anche alcuni punti di forza».
Partiamo da questi ultimi, allora. Quali sono?
«Le agenzie specializzate stanno facendo un lavoro importante, fornendo aiuto alla popolazione in Ucraina e ai profughi che hanno raggiunto i Paesi vicini. Il Programma alimentare mondiale o l’Unhcr - per la protezione dei rifugiati -svolgono spesso un ruolo eroico nei conflitti, che nulla ha a che vedere con le ipocrisie del Palazzo di vetro».
L’Onu in balìa dei veti è di fatto inutile?
«Il Consiglio di sicurezza non ha alcuna efficacia nei conflitti che coinvolgono uno o più membri permanenti, come nel caso della guerra tra Russia e Ucraina. E anche l’Assemblea generale ha scarsa capacità di incidere: al di là della condanna, espressa nella risoluzione dello scorso marzo, non vedo misure che possano convincere Putin a desistere o ritirarsi».
Che cosa pensa della bozza di risoluzione per chiedere ai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza di giustificare l’uso del veto?
«Dubito che tutti i membri del Consiglio di sicurezza siano disposti a indebolire i propri ruoli accettando la limitazione del diritto di veto. Detto questo, la risoluzione non trasformerà improvvisamente il Consiglio di sicurezza: l’Onu può fare solo quello che tutti i membri più potenti sono disposti a tollerare. Il caso ucraino è emblematico: la Russia è stata in grado di bloccare qualsiasi azione concreta del Consiglio di sicurezza; di contro, il no di Mosca non ha impedito a Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna di inviare aiuto militare all’Ucraina».
Si discute della possibilità che l’Unione europea possa prendere il posto della Francia come membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. La ritiene un’ipotesi plausibile?
«Prima che la Gran Bretagna uscisse dall’Unione europea, si discuteva sulla possibilità che entrambi i Paesi europei potessero lasciare il seggio in favore di Bruxelles, cosa mai avvenuta. L’ipotesi potrebbe essere presa in considerazione, ma non credo accadrà: le probabilità che Parigi si privi del diritto di veto sono prossime allo zero. La carta delle Nazioni unite non contiene disposizioni per porre fine allo status di membro permanente. Nel corso degli anni, ci sono stati molti appelli per modificare la composizione del Consiglio di sicurezza, in modo da riflettere meglio la distribuzione del potere nel mondo. Alcuni primi ministri italiani hanno sostenuto l’ingresso dell’Italia, Brasile e Giappone hanno fatto lo stesso. La riforma del Consiglio di sicurezza dell’Onu è senza dubbio uno degli argomenti più discussi, peccato che non abbia alcuna consistenza».
Insieme con l’ex ambasciatore americano presso la Nato Ivo Daalder, lei ha scritto che l’invasione russa ha «compattato il fronte occidentale più di quanto non sia accaduto in passato». Come spiega la resistenza della Germania nell’invio di armi pesanti a Kiev?
«Le critiche più pesanti nei confronti del cancelliere tedesco sono arrivate dai membri della coalizione di governo, come i Verdi. Ciò la dice lunga su come questa guerra abbia sovvertito i termini del confronto politico. Come spesso accade, le turbolenze nelle coalizioni sono fisiologiche: i Paesi hanno i loro interessi, i governi le politiche interne da rispettare, ma penso che l’unità occidentale persisterà, almeno nel prossimo futuro. La vera domanda è: che cosa succederà nel lungo periodo? In Europa ci sono troppe variabili, per questo è bene evitare postulati definitivi. Tre mesi fa, c’erano persone convinte che la Russia non avrebbe invaso, che Putin stava solo bluffando. La storia invece ha preso una piega differente».
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Domani il segretario generale Antonio Guterres sarà a Mosca. Una mossa in grande ritardo e con poche speranze. Del resto il carrozzone di vetro da anni serve solo a pagare maxistipendi. Infatti spende più per la sede di Ginevra che per le operazioni di pace.«Ha atteso due mesi per muoversi. Ma com’è possibile?» L’ambasciatore Rocco Cangelosi: «L’Organizzazione non riesce più a essere garante della prosperità e dello sviluppo come dopo la guerra».«Un organismo che può fare solo la volontà dei Paesi più potenti». James M. Lindsay, l’esperto di relazioni internazionali: mani legate nelle crisi che coinvolgono i Grandi.Lo speciale comprende tre articoli.La prima crepa nel Palazzo di Vetro dell’Onu potrebbe essere aperta da uno dei più piccoli Stati membri, il quinto nell’ideale classifica dei Paesi con minore estensione territoriale ad aver preso parte all’Organizzazione delle Nazioni unite: il Liechtenstein. Domani, l’Assemblea generale voterà una bozza di risoluzione, presentata dal Liechtenstein e sostenuta da 57 Stati (tra cui gli Usa), per limitare il potere di veto dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza: Usa, Cina, Francia, Regno Unito e Russia. La proposta, di cui si discute da tempo, è tornata a farsi spazio con la guerra in Ucraina, dopo che Mosca ha usato il proprio diritto di veto per bloccare alcune risoluzioni, tra cui quella contro l’invasione, rendendo di fatto inutile il ruolo del Consiglio di sicurezza, la cui responsabilità principale - secondo la Carta delle Nazioni unite - è il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Nella bozza si chiede ai cinque membri permanenti del Consiglio di «giustificare l’uso del veto», trascorsi 10 giorni dalla decisione di farvi ricorso. «La risoluzione è un passo significativo per potenziare l’Assemblea generale e rafforzare il multilateralismo», scrive la delegazione Onu del Liechtenstein sul suo profilo Twitter. A livello diplomatico c’è meno ottimismo, dal momento che nessuno degli altri quattro membri permanenti ha co-sponsorizzato la proposta del piccolo Principato. E anche gli analisti sono cauti sulla possibilità che la bozza di risoluzione possa imprimere una svolta, almeno parziale, a un organo che in quasi 80 anni di storia ha inciso pochissimo sui conflitti internazionali: dal 1945 a oggi, le risoluzioni per consentire l’uso della forza non hanno raggiunto neanche la doppia cifra. Dall’inizio del conflitto in Ucraina, si sono moltiplicati gli appelli per riformare una impalcatura vecchia, che riflette ancora i rapporti di forza successivi alla seconda guerra mondiale. La Turchia, per bocca del suo ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu, ha chiesto una riforma del sistema di sicurezza internazionale. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invocato una conferenza sulla riforma dell’Onu, in modo da assicurare «un’equa rappresentanza nel Consiglio di sicurezza di tutte le regioni del mondo». E anche papa Francesco - forse il parere che ha creato l’eco maggiore ma paradossalmente il meno ascoltato - ha parlato apertamente di «impotenza» dell’Onu.Un’impotenza costosa, da oltre 3 miliardi di dollari l’anno. A tanto ammonta il budget delle Nazioni unite approvato per il 2022 dalla quinta Commissione (amministrativo e bilancio) lo scorso 23 dicembre. Circa 57 milioni sono impegnati per le 12 operazioni di peace keeping, tra Europa, Africa e Medioriente, che impiegano circa 87.000 uomini. Appena 18 milioni sono previsti per l’assistenza umanitaria. Sommate, queste due voci non superano le spese messe a bilancio per l’amministrazione dell’Ufficio europeo di Ginevra (76 milioni di dollari). Il funzionamento degli uffici e il pagamento dei dipendenti assorbe circa un terzo delle spese totali: secondo le ultime tabelle salariali disponibili, un sottosegretario generale incassa circa 200.000 dollari l’anno, mentre l’assistente del segretario generale si ferma a 180.000. Leggermente più staccati i salari dei direttori, che possono arrivare a una cifra lorda massima di 173.000 dollari l’anno.Un dipendente inquadrato come categoria di servizio generale nella base logistica Onu di Brindisi può arrivare a guadagnare fino a 65.160 euro l’anno, più benefit vari che crescono in base al numero dei figli, alle competenze linguistiche e alla presenza di un coniuge. Meglio va ai colleghi degli uffici di Roma: il salario minimo è fissato a poco meno di 55.000 euro, che può salire fino a 100.000 euro lordi l’anno. Il contributo dell’Italia al budget delle Nazioni unite quest’anno supera di poco i 91 milioni di dollari, leggermente in calo rispetto alle cifre del biennio 2020-2021. La quota più alta è quella degli Stati Uniti (693 milioni di dollari), mentre la Russia di Vladimir Putin si limita a sborsare appena 53 milioni, neanche il 2% del totale. Per l’ufficio del segretario generale, il portoghese Antonio Guterres, è previsto un contributo superiore al milione di dollari. Dopo due mesi passati sostanzialmente a fare da spettatore di fronte all’evoluzione del conflitto, Guterres è atteso domani a Mosca per discutere con Putin di una tregua e dell’evacuazione dei civili, mentre giovedì sarà a Kiev per incontrare Zelensky. Difficile che si vada oltre le parole di circostanza, almeno stando ai pareri raccolti dalla Verità. Tanta retorica e poca sostanza, ancora una volta: più o meno il copione scritto il 7 aprile scorso, con la cacciata della Russia dal Consiglio dei diritti umani. Nelle prossime settimane verrà scelto un sostituto, individuato tra i Paesi dell’Est Europa; peccato che alle Nazioni unite non si siano ancora premurati di sciogliere una contraddizione di fondo: il Consiglio dei diritti umani da cui è stata cacciata la Russia è lo stesso che tollera al suo interno alcuni Paesi noti per non essere esattamente dei campioni di democrazia. Fino alla fine di quest’anno, per esempio, il Venezuela resterà comodamente seduto al suo posto, nonostante una missione internazionale abbia accertato «esecuzioni extragiudiziali, detenzioni arbitrarie, torture e altri trattamenti disumani», commessi nel Paese a partire dal 2014. Ironia della sorte, la relazione finale è stata presentata proprio al Consiglio dei diritti umani il 15 settembre del 2020. Nella Commissione sulla condizione delle donne delle Nazioni Unite è presente l’Arabia Saudita, che nella classifica sulla disparità di genere del Forum Economico mondiale occupa il posto numero 147, su un totale di 156 Paesi considerati. E che dire della Conferenza Onu sul disarmo? Nel 2018, la presidenza è stata affidata alla Siria, nonostante il governo di Damasco fosse sotto accusa per l’uso di armi chimiche contro i civili. Il calendario di quest’anno prevede un altro nome eccellente: dal 30 maggio, la presidenza della Conferenza passerà alla Corea del Nord, che non più tardi di un mese fa ha testato un nuovo missile intercontinentale balistico, per la gioia del suo leader, Kim Jong un: «La nuova arma renderà chiaro a tutto il mondo qual è il potere della nostra forza armata strategica», ha esultato il dittatore. 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La guerra in Ucraina muoverà nuovamente le pedine dello scacchiere internazionale: da una parte l’Occidente, destinato a ricompattarsi attorno alla Nato; dall’altra la Cina, che sta approfittando delle tensioni sul territorio europeo per accrescere la sua predominanza anche nell’area indopacifica. «In un futuro sistema a blocchi, che ricorda molto il periodo della Guerra fredda, non ci sarà molto spazio per l’Organizzazione delle Nazioni unite, resa impotente da un’architettura novecentesca ormai superata», ragiona Rocco Cangelosi, già ambasciatore in Tunisia, rappresentante permanente presso l’Unione Europea e consigliere diplomatico del Quirinale. Ambasciatore, domanda a bruciapelo: l’Onu è fallita? «Sarei cauto: parlare di fallimento è forse eccessivo, le organizzazioni che fanno capo alle Nazioni unite sono piuttosto variegate e svolgono compiti importanti in diverse zone del mondo. Più semplicemente, direi che l’Onu non rispecchia più gli scenari attuali». Il silenzio di fronte alle bombe in Ucraina è emblematico. «Le critiche del presidente ucraino Zelensky nel suo intervento al Consiglio di sicurezza non sono che il culmine di una situazione che si trascina da tempo: l’Onu non riesce più a essere il garante della sicurezza internazionale, della prosperità e dello sviluppo, che erano i suoi obiettivi originari. E dire che in passato, penso ad esempio alla crisi di Cuba, l’Onu ha giocato un ruolo di mediazione, almeno in parte. Lo stesso è accaduto in Iraq. Nel caso ucraino, invece, c’è una impotenza assoluta. Non è possibile che il segretario generale Guterres attenda due mesi prima di prendere un’iniziativa». Domani è previsto l’incontro con Vladimir Putin, a Mosca. Che cosa si aspetta? «È difficile pensare che possa ottenere risultati concreti. Putin potrebbe cogliere l’occasione per legittimare di nuovo la sua immagine come interlocutore internazionale, dopo le accuse di genocidio e crimini di guerra. Chissà, magari potrebbe essere nel suo interesse concedere qualcosa sul piano umanitario». Che cosa dovrebbe chiedere Guterres, secondo lei? «Il congelamento del conflitto per porre le basi di una trattativa». Mosca ha rifiutato l’ipotesi di una tregua per la Pasqua ortodossa. L’invio delle armi non si è mai arrestato e gli Stati Uniti hanno messo a punto un nuovo pacchetto di artiglieria pesante da inviare all’Ucraina per sostenere la resistenza in Donbass. Le premesse di una trattativa sono ancora lontane. «Le premesse non sono ancora mature, è vero. Ciascuno ritiene di poter avere ragione della controparte. Le armi aumenteranno la possibilità di resistenza dell’Ucraina e indeboliranno la forza offensiva della Russia. A un certo punto, però, la situazione delle truppe sul terreno dovrà pur essere fotografata: nella migliore delle ipotesi, si verificherà un congelamento del conflitto, con combattimenti a bassa intensità. Immagino una situazione simile a quella di Cipro: due Ucraine che non si riconoscono, ma che in qualche modo convivono». E nella peggiore delle ipotesi? «Entrambi cercheranno di ottenere obiettivi estremi: per Kiev significherebbe scacciare l’aggressore e far cadere il regime di Putin; per Mosca, buttare giù il governo ucraino e insediarne uno fantoccio. Il conflitto rischia di avere delle escalation pericolose, soprattutto in Europa». Lei ha scritto che il conflitto in Ucraina «segna la fine di un’epoca e postula la ricerca di nuove soluzioni istituzionali per gestire un ordine internazionale sempre più in crisi». Di fronte a uno scenario mutato, perché non provare a dare un nuovo volto anche all’Onu? «L’Onu è sottoposta a istanze di riforma da diverso tempo, l’ultima delle quali è stata avanzata dal piccolo Liechtenstein, con il sostegno degli Stati Uniti. Sul tavolo c’era anche l’idea di allargare il Consiglio di Sicurezza con i membri semi permanenti». Una riforma del genere avrebbe dei vantaggi? «A livello globale, una maggiore partecipazione nel Consiglio di sicurezza non può che portare dei vantaggi: aumentare la condivisione sui temi della pace e della sicurezza renderebbe più facile l’applicazione delle decisioni. Ma non basterebbe comunque». Per quale motivo? «La guerra in Ucraina accelera una tendenza cui assistiamo da tempo: i Paesi occidentali guardano alla Nato, come è naturale che sia. Prima Finlandia e Svezia, poi Svizzera: tutti vogliono avere la copertura dell’Alleanza atlantica. Di contro, riscontriamo i movimenti della Cina: ha suscitato un certo clamore, per esempio, l’accordo tra Pechino e le isole Salomone, che Australia e Stati Uniti considerano importanti, quasi strategiche, per quanto riguarda la predominanza nell’area indopacifica». Uno scenario da Guerra fredda taglia fuori le Nazioni unite? «Prima di recuperare i rapporti con la Russia passerà molto tempo, questa guerra peserà per generazioni: il globalismo subirà delle contrazioni e i rapporti commerciali finiranno per raffreddarsi. Alcune istituzioni nate nel dopoguerra non sono più adeguate per rispondere al mondo che ci aspetta, per fronteggiare lo scenario internazionale che si sta delineando». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cera-una-volta-lonu-2657205898.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-organismo-che-puo-fare-solo-la-volonta-dei-paesi-piu-potenti" data-post-id="2657205898" data-published-at="1650833106" data-use-pagination="False"> «Un organismo che può fare solo la volontà dei Paesi più potenti» «Le Nazioni unite sono nate sulla speranza esagerata che, in qualche modo, le grandi potenze mondiali avrebbero sorvegliato il mondo, tenendo sotto controllo il rischio di nuovi conflitti. In questi anni, è venuta fuori l’essenza dell’Onu e del Consiglio di sicurezza, in particolare: come organismo associativo, può fare solo ciò che i membri più importanti vogliono fare. E non andare oltre». James M. Lindsay è una delle voci più ascoltate negli Usa in politica estera e affari internazionali. Vicepresidente del Council on foreign relations di New York, ha spesso criticato l’immobilismo delle organizzazioni che dovrebbero lavorare per assicurare la sicurezza internazionale. In un articolo di qualche anno fa lei ha scritto: «Se non c’è la pace, l’Onu non è in grado di crearla». La sintesi si adegua anche a quello che sta succedendo in Ucraina? «Il conflitto in Ucraina mette a nudo le tante debolezze delle Nazioni unite, ma ne evidenzia anche alcuni punti di forza». Partiamo da questi ultimi, allora. Quali sono? «Le agenzie specializzate stanno facendo un lavoro importante, fornendo aiuto alla popolazione in Ucraina e ai profughi che hanno raggiunto i Paesi vicini. Il Programma alimentare mondiale o l’Unhcr - per la protezione dei rifugiati -svolgono spesso un ruolo eroico nei conflitti, che nulla ha a che vedere con le ipocrisie del Palazzo di vetro». L’Onu in balìa dei veti è di fatto inutile? «Il Consiglio di sicurezza non ha alcuna efficacia nei conflitti che coinvolgono uno o più membri permanenti, come nel caso della guerra tra Russia e Ucraina. E anche l’Assemblea generale ha scarsa capacità di incidere: al di là della condanna, espressa nella risoluzione dello scorso marzo, non vedo misure che possano convincere Putin a desistere o ritirarsi». Che cosa pensa della bozza di risoluzione per chiedere ai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza di giustificare l’uso del veto? «Dubito che tutti i membri del Consiglio di sicurezza siano disposti a indebolire i propri ruoli accettando la limitazione del diritto di veto. Detto questo, la risoluzione non trasformerà improvvisamente il Consiglio di sicurezza: l’Onu può fare solo quello che tutti i membri più potenti sono disposti a tollerare. Il caso ucraino è emblematico: la Russia è stata in grado di bloccare qualsiasi azione concreta del Consiglio di sicurezza; di contro, il no di Mosca non ha impedito a Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna di inviare aiuto militare all’Ucraina». Si discute della possibilità che l’Unione europea possa prendere il posto della Francia come membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. La ritiene un’ipotesi plausibile? «Prima che la Gran Bretagna uscisse dall’Unione europea, si discuteva sulla possibilità che entrambi i Paesi europei potessero lasciare il seggio in favore di Bruxelles, cosa mai avvenuta. L’ipotesi potrebbe essere presa in considerazione, ma non credo accadrà: le probabilità che Parigi si privi del diritto di veto sono prossime allo zero. La carta delle Nazioni unite non contiene disposizioni per porre fine allo status di membro permanente. Nel corso degli anni, ci sono stati molti appelli per modificare la composizione del Consiglio di sicurezza, in modo da riflettere meglio la distribuzione del potere nel mondo. Alcuni primi ministri italiani hanno sostenuto l’ingresso dell’Italia, Brasile e Giappone hanno fatto lo stesso. La riforma del Consiglio di sicurezza dell’Onu è senza dubbio uno degli argomenti più discussi, peccato che non abbia alcuna consistenza». Insieme con l’ex ambasciatore americano presso la Nato Ivo Daalder, lei ha scritto che l’invasione russa ha «compattato il fronte occidentale più di quanto non sia accaduto in passato». Come spiega la resistenza della Germania nell’invio di armi pesanti a Kiev? «Le critiche più pesanti nei confronti del cancelliere tedesco sono arrivate dai membri della coalizione di governo, come i Verdi. Ciò la dice lunga su come questa guerra abbia sovvertito i termini del confronto politico. Come spesso accade, le turbolenze nelle coalizioni sono fisiologiche: i Paesi hanno i loro interessi, i governi le politiche interne da rispettare, ma penso che l’unità occidentale persisterà, almeno nel prossimo futuro. La vera domanda è: che cosa succederà nel lungo periodo? In Europa ci sono troppe variabili, per questo è bene evitare postulati definitivi. Tre mesi fa, c’erano persone convinte che la Russia non avrebbe invaso, che Putin stava solo bluffando. La storia invece ha preso una piega differente».
Emmanuel Macron (Ansa)
La prima è contenuto nell’articolo 25 del regolamento del 2024, sostanzialmente invariata rispetto al passato, la seconda è prevista dall’articolo 26, che è stata frutto di un lungo compromesso sull’asse franco-tedesco ed è stata presentata a lungo come il simbolo della tanta invocata «flessibilità» di cui era priva la precedente versione del Psc. Ma è stato un compromesso che ha «avvelenato i pozzi», come spiegheremo di seguito.
L’effetto finale di entrambe le clausole è quello di consentire una deviazione temporanea dal percorso di spesa netta concordata e quindi fare più spesa e più deficit. Ma le modalità di attivazione ed esercizio delle due clausole sono diverse. La clausola nazionale (Nec, National escape clause) di distingue proprio per il suo approccio specifico e mirato alle esigenze del singolo Stato membro, mentre quella generale (Gec, general escape clause) riguarda la Ue nella sua interezza. Di conseguenza, sono ben diverse le condizioni attivazione della sospensione del Psc. Mentre la Gec richiede una «grave recessione» che deve riguardare la Ue nel suo complesso e quindi necessita un ampio coordinamento tra gli Stati, la Nec richiede il verificarsi di «circostanze eccezionali al di fuori del controllo dello Stato membro» che abbiano un «impatto rilevante sulle finanze pubbliche», stimato intorno al 1-1,5% del Pil. Intorno ai 30 miliardi per l’Italia. E cosa c’è di più «eccezionale» e «al di fuori del controllo» di uno shock dei prezzi energetici, che peraltro impatta in modo asimmetrico e disomogeneo sui singoli Stati membri, in dipendenza del loro specifico mix di approvvigionamento energetico? E qui sorgono i problemi.
La Commissione è convinta che la spese per la difesa rientrino nella definizione, al contrario delle spese per la crisi energetica e, nel fare questa valutazione, ha di fatto un potere insindacabile, scalfibile soltanto con una certosina opera di convincimento. Nulla di più. A meno di non voler far esplodere un conflitto istituzionale, che è quello che abbiamo potuto leggere in filigrana nelle ultime dichiarazioni a tale proposito di Giorgia Meloni e del ministro Giorgetti.
Un rischio reale perché chi decide sulla concessione della Nec è il Consiglio Ecofin con la particolare formula della maggioranza qualificata rafforzata (almeno 20 Paesi che rappresentino almeno il 65% della popolazione). Ma lo fa esprimendosi su una raccomandazione della Commissione la quale deve essere preceduta da un’esplicita richiesta dello Stato membro, che viene attentamente vagliata dalla Commissione. A quel punto il Consiglio stabilisce la durata della deviazione e può anche concedere più proroghe. Ovviamente tali fasi sono precedute e accompagnate da interlocuzioni informali, per far sì che la richiesta dello Stato membro diventi una raccomandazione della Commissione in senso favorevole ed entri in Consiglio con ragionevoli probabilità di successo. È questo probabilmente il motivo dell’attivismo verbale di Meloni e Giorgetti in questi giorni perché, non essendoci le condizioni per la clausola generale, bisogna convincere Commissione e Consiglio per ottenere quella nazionale. Possibilmente evitando di sfidarli presentando la richiesta e ricevendo un secco “no” in favore di telecamere e mercati.
E qui veniamo al grimaldello più pesante nelle mani della Commissione. Perché la «deviazione» non deve «mettere a rischio la sostenibilità fiscale nel medio termine». Una valutazione contraddistinta da una infinita discrezionalità, perché entrano in gioco diverse variabili come la traiettoria del debito, i costi di finanziamento, le proiezioni di crescita. Fattori su cui l’Italia è un osservato speciale a Bruxelles. Su tutto questo, come se non bastasse, si innesta la procedura per deficit eccessivo (Edp), dalla quale l’Italia non è riuscita ad uscire a causa del deficit/PIL al 3,1% nel 2025. Infatti la Nec è attivabile anche dal Paese che è già in Edp come l’Italia, ma subendo la conseguenza distorsiva e illogica di prolungare la procedura. Ecco così spiegata la recente pressione sul filo dei decimali per scendere sotto il 3%, perché se fosse avvenuto avremmo avuto potuto deviare dal Patto senza rientrare in procedura. In altre parole, per chi non è in Edp, come la Germania, attivare la clausola nazionale consente di spendere senza finire in Edp, invece per chi è in Edp spendere significa restare in Edp più a lungo. Fine pena mai. Soprattutto confrontandosi con la Francia che negli ultimi 17 anni è stata in Edp per 11 anni ed ha pure ottenuto tempo fino al 2029 per rientrare sotto il 3%, mentre noi abbiamo avuto tempo fino al 2026.
E proprio dalla sponda francese ieri sono arrivate le ambigue parole del Presidente Emmanuel Macron che ha proposto il rinvio del rimborso dei debiti del NextGenerationUE da parte degli Stati membri, previsto dal 2028 al 2058. Anziché consentire agli Stati lo sfruttamento della flessibilità nazionale, ricompare la «sirena» del debito comune, peraltro nemmeno nuove risorse, che serve solo a condizionarci.
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Claudio Borghi (Ansa)
La maggioranza di centrodestra dialoga al suo interno su come fronteggiare la grave crisi economica provocata dal prolungarsi della guerra tra Usa e Iran: diverse le proposte sul tappeto, in vista dell’esame parlamentare del Documento di finanza pubblica, in relazione al quale giovedì prossimo verrà votata la risoluzione di maggioranza, tra le quali tiene banco quella di uno scostamento di bilancio, che consiste nell’aumento del debito pubblico oltre la soglia già prevista. Una ipotesi caldeggiata in particolare dalla Lega: «Noi», spiega all’Ansa il capogruppo del Carroccio in Commissione Bilancio al Senato, Claudio Borghi, «sabato scorso a Milano abbiamo fatto una manifestazione per chiedere lo scostamento di bilancio. Noto che da quel momento la nostra posizione sta diventando sempre più patrimonio comune del centrodestra e ne sono più che felice. Si tratterà con gli alleati sui contenuti del documento unitario da portare in Parlamento ma la Lega insisterà per inserire anche l’abbandono del Patto di stabilità europeo, eventualmente anche unilaterale qualora l’Ue non dovesse dare risposte».
Posizione forte, ribadita da Matteo Salvini: «Uscire dal Patto di stabilità? Lo diciamo da settimane», sottolinea Salvini, «non è una proposta di ieri. Rischiamo il blocco dell’Italia per l’aumento del costo del gasolio, della luce e del gas. E quindi se Bruxelles non permetterà a tutti di investire per aiutare famiglie e imprese, noi chiederemo di poter aiutare gli italiani. Poi se non lo fanno i polacchi o i portoghesi o i finlandesi, saranno ragionamenti loro. Noi portiamo avanti la richiesta di poter usare i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». Perfettamente in linea, il viceministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi, anche lui della Lega: «Sugli extracosti il tema è molto semplice», sottolinea Rixi, «o ci fanno fare uno scostamento di bilancio particolarmente importante o dobbiamo riorientare le opere pubbliche da calendarizzare, non c’è nessuna azienda che può permettersi di lavorare senza essere pagata, lo dico in maniera molto chiara perché negli ultimi anni l’aumento dei costi delle materie prime è stato forte».
A favore dello scostamento di bilancio pure Confindustria: nel corso dell’audizione sul Dfp, il direttore del Centro studi Alessandro Fontana ha proposto uno scostamento di bilancio per aiuti di intensità proporzionata agli aumenti dei costi di gas ed elettricità fino a dicembre 2026 per tutte le imprese in media, alta e altissima tensione e aiuti mirati e di maggiore intensità per le imprese elettrivore e gasivore.
Su questi argomenti, abbiamo ascoltato l’opinione di uno dei massimi esperti economici della maggioranza, Ylenja Lucaselli, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Bilancio alla Camera e vice responsabile del dipartimento economia del partito: «Bisogna essere molto cauti», dice la Lucaselli alla Verità, «quando si parla di scostamento di bilancio, perché non significa altro che debito, e sotto questo punto di vista la situazione italiana non è delle migliori. Se oggi facciamo altro debito, tutto ciò che abbiamo fatto in questi quattro anni per guadagnare l’affidabilità dei mercati finanziari rischia di essere vanificato. Così come non credo proprio che sia il momento di andare allo scontro con l’Europa. Infine, lo scostamento di bilancio si discute eventualmente durante l’esame della legge di bilancio, quando si precisa anche dove vengono destinati questi soldi». Parole improntate al più sano realismo e alla responsabilità, quelle della Lucaselli. «Ci sono due cose da fare», prosegue la deputata di Fdi, «per fronteggiare l’emergenza: innanzitutto razionalizzare le spese, e poi occorre riaggregare voci di bilancio, ma sono misure che puoi fare sistematicamente solo in manovra, altrimenti non puoi fruire appieno degli effetti. Inoltre, dobbiamo insistere con l’Europa affinché prenda misure adeguate che riguardino tutti». Infine una spiegazione tecnica molto preziosa sul famoso sforamento del 3% «C’è poi un altro aspetto da tenere presente», ci spiega la Lucaselli, «che riguarda il famoso 3,1 di rapporto deficit/ Pil stimato dall’Istat. Dunque: l’Istat arrotonda i decimali. Fino al 3,04%, diventa il 3; noi eravamo al 3,07% ed è diventato 3,1. La differenza tra 3,04 e 3,07 sono 600 milioni di euro, la esatta cifra che l’Agenzia delle Entrate ha comunicato all’Istat come ammontare di soldi bloccati per il Superbonus ma che non saranno mai erogati perché si tratta di truffe. L’Istat non ne ha tenuto conto, ma dovrà correggere la stima, e quindi a settembre torneremo al 3%».
Quanto a Forza Italia, il segretario Antonio Tajani si è detto «assolutamente contrario all’ipotesi di uscire unilateralmente dal Patto di stabilità. Poi lo dico e lo ripeto: ci sono i 400 miliardi del Mes, non vedo perché devono rimanere là congelati. Invece di aumentare il debito pubblico si potrebbe utilizzare quei soldi». «Per quel che riguarda lo scostamento di bilancio», sottolinea a Voce Libera Maurizio Casasco, responsabile economico del partito, «non va dimenticato che, facendo solo debito per debito, a pagare il conto sono e saranno sempre gli italiani: inciderebbe sui tassi e di conseguenza su mutui e crediti».
Corsa per tagliare ancora la benzina
Il 1° maggio o va in scadenza il taglio delle accise sui carburanti di 24,4 centesimi disposto dal governo a marzo, poi prorogato ad aprile, ma per ora non ci sono indicazioni su un’eventuale prolungamento dello sconto. Al ministero dell’Economia sono giornate febbrili alla ricerca della copertura in una condizione di equilibri di bilancio precaria. La certificazione del deficit al 3,1% del Pil è stata una doccia fredda come pure il no di Bruxelles alla sospensione del Patto di stabilità. Inoltre la mancanza di segnali di una rapida risoluzione del conflitto, rende il quadro ancora più cupo.
La proroga precedente del taglio alle accise (quella che scade il 1° maggio) ha avuto un costo intorno ai 500 milioni di euro. Secondo il governo, circa 200 milioni sarebbero stati recuperati da un aumento del gettito Iva legato proprio ai rincari dei carburanti. Allora si disse che altri 300 milioni sarebbero venuti da risorse legate al sistema europeo Ets sulle emissioni di CO2 non ancora utilizzate. È da vedere quindi se ci sono ancora soldi su questa voce mentre il gettito Iva è automatico.
Il decreto del 18 marzo prevedeva, quale copertura, tagli pesanti a diversi ministeri. Il ministero dell’Economia ha già avuto una sforbiciata di 127,5 milioni, quello delle Infrastrutture e dei Trasporti di 96,5 milioni e alla Salute sono stati tolti 86,05 milioni. Quindi difficilmente potrà essere chiesto di stringere ancora la cinghia.
La Staffetta Quotidiana ieri segnalava che le quotazioni dei prodotti raffinati sono in rialzo da cinque giorni consecutivi, ma al rincaro, comunque lieve, della benzina fa da contraltare il gasolio, ancora in calo. La benzina self service sulla rete stradale è a 1,738 euro/litro (+2 millesimi rispetto a venerdì), gasolio a 2,058 euro/litro (-4 millesimi). Sempre stando alla rilevazione di Staffetta Quotidiana, Tamoil ha aumentato di tre centesimi al litro i prezzi consigliati della benzina e di due quelli del gasolio.
L’aumento contenuto è una buona notizia per l’autotrasporto se non fosse che venerdì scade il taglio delle accise e senza un nuovo intervento di contenimento, il gasolio in Italia diventerebbe il più caro di tutta Europa, arrivando a quota 2,307 euro al litro. La benzina invece toccherebbe 1,981 euro al litro, poco al di sopra della media europea. Il Codacons ha rimarcato che proprio grazie al taglio delle accise la crescita dei prezzi dei carburanti nel nostro Paese è stata finora più contenuta del resto della Ue. In assenza di tale sconto l’Italia si piazzerebbe in testa alla classifica europea del caro-gasolio.
Intanto il prezzo del petrolio continua a crescere dopo weekend caratterizzato dallo stallo nei negoziati Usa-Iran, con l’annullamento del viaggio degli inviati Usa per i colloqui di pace e l’attentato al presidente americano Donald Trump. Il contratto per giugno sul Wti americano ieri ha guadagnato l’1,80% a 96,10 dollari mentre quello sul Brent è salito di quasi il 2% a 107,41 dollari al barile.
«Abbiamo due riunioni del consiglio dei ministri», una oggi e una il 30 e «in quella sede valuteremo cosa fare sul fronte dell’energia», ha detto il ministro delle Imprese, Adolfo Urso.
«Ne stiamo parlando, però da solo non basta, perché il taglio delle accise sui bilanci delle aziende di autotrasporto non arriva», ha aggiunto il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini.
Il prossimo 25 maggio parte il lungo sciopero degli autotrasportatori, che sono tra i più esposti ai rincari del gasolio. Il loro fermo rischia di svuotare gli scaffali della grande distribuzione.
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