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2022-04-25
C’era una volta l’Onu
La prima crepa nel Palazzo di Vetro dell’Onu potrebbe essere aperta da uno dei più piccoli Stati membri, il quinto nell’ideale classifica dei Paesi con minore estensione territoriale ad aver preso parte all’Organizzazione delle Nazioni unite: il Liechtenstein. Domani, l’Assemblea generale voterà una bozza di risoluzione, presentata dal Liechtenstein e sostenuta da 57 Stati (tra cui gli Usa), per limitare il potere di veto dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza: Usa, Cina, Francia, Regno Unito e Russia.
La proposta, di cui si discute da tempo, è tornata a farsi spazio con la guerra in Ucraina, dopo che Mosca ha usato il proprio diritto di veto per bloccare alcune risoluzioni, tra cui quella contro l’invasione, rendendo di fatto inutile il ruolo del Consiglio di sicurezza, la cui responsabilità principale - secondo la Carta delle Nazioni unite - è il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Nella bozza si chiede ai cinque membri permanenti del Consiglio di «giustificare l’uso del veto», trascorsi 10 giorni dalla decisione di farvi ricorso.
«La risoluzione è un passo significativo per potenziare l’Assemblea generale e rafforzare il multilateralismo», scrive la delegazione Onu del Liechtenstein sul suo profilo Twitter. A livello diplomatico c’è meno ottimismo, dal momento che nessuno degli altri quattro membri permanenti ha co-sponsorizzato la proposta del piccolo Principato. E anche gli analisti sono cauti sulla possibilità che la bozza di risoluzione possa imprimere una svolta, almeno parziale, a un organo che in quasi 80 anni di storia ha inciso pochissimo sui conflitti internazionali: dal 1945 a oggi, le risoluzioni per consentire l’uso della forza non hanno raggiunto neanche la doppia cifra. Dall’inizio del conflitto in Ucraina, si sono moltiplicati gli appelli per riformare una impalcatura vecchia, che riflette ancora i rapporti di forza successivi alla seconda guerra mondiale. La Turchia, per bocca del suo ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu, ha chiesto una riforma del sistema di sicurezza internazionale. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invocato una conferenza sulla riforma dell’Onu, in modo da assicurare «un’equa rappresentanza nel Consiglio di sicurezza di tutte le regioni del mondo». E anche papa Francesco - forse il parere che ha creato l’eco maggiore ma paradossalmente il meno ascoltato - ha parlato apertamente di «impotenza» dell’Onu.
Un’impotenza costosa, da oltre 3 miliardi di dollari l’anno. A tanto ammonta il budget delle Nazioni unite approvato per il 2022 dalla quinta Commissione (amministrativo e bilancio) lo scorso 23 dicembre. Circa 57 milioni sono impegnati per le 12 operazioni di peace keeping, tra Europa, Africa e Medioriente, che impiegano circa 87.000 uomini. Appena 18 milioni sono previsti per l’assistenza umanitaria. Sommate, queste due voci non superano le spese messe a bilancio per l’amministrazione dell’Ufficio europeo di Ginevra (76 milioni di dollari). Il funzionamento degli uffici e il pagamento dei dipendenti assorbe circa un terzo delle spese totali: secondo le ultime tabelle salariali disponibili, un sottosegretario generale incassa circa 200.000 dollari l’anno, mentre l’assistente del segretario generale si ferma a 180.000. Leggermente più staccati i salari dei direttori, che possono arrivare a una cifra lorda massima di 173.000 dollari l’anno.
Un dipendente inquadrato come categoria di servizio generale nella base logistica Onu di Brindisi può arrivare a guadagnare fino a 65.160 euro l’anno, più benefit vari che crescono in base al numero dei figli, alle competenze linguistiche e alla presenza di un coniuge. Meglio va ai colleghi degli uffici di Roma: il salario minimo è fissato a poco meno di 55.000 euro, che può salire fino a 100.000 euro lordi l’anno. Il contributo dell’Italia al budget delle Nazioni unite quest’anno supera di poco i 91 milioni di dollari, leggermente in calo rispetto alle cifre del biennio 2020-2021. La quota più alta è quella degli Stati Uniti (693 milioni di dollari), mentre la Russia di Vladimir Putin si limita a sborsare appena 53 milioni, neanche il 2% del totale. Per l’ufficio del segretario generale, il portoghese Antonio Guterres, è previsto un contributo superiore al milione di dollari.
Dopo due mesi passati sostanzialmente a fare da spettatore di fronte all’evoluzione del conflitto, Guterres è atteso domani a Mosca per discutere con Putin di una tregua e dell’evacuazione dei civili, mentre giovedì sarà a Kiev per incontrare Zelensky. Difficile che si vada oltre le parole di circostanza, almeno stando ai pareri raccolti dalla Verità. Tanta retorica e poca sostanza, ancora una volta: più o meno il copione scritto il 7 aprile scorso, con la cacciata della Russia dal Consiglio dei diritti umani. Nelle prossime settimane verrà scelto un sostituto, individuato tra i Paesi dell’Est Europa; peccato che alle Nazioni unite non si siano ancora premurati di sciogliere una contraddizione di fondo: il Consiglio dei diritti umani da cui è stata cacciata la Russia è lo stesso che tollera al suo interno alcuni Paesi noti per non essere esattamente dei campioni di democrazia.
Fino alla fine di quest’anno, per esempio, il Venezuela resterà comodamente seduto al suo posto, nonostante una missione internazionale abbia accertato «esecuzioni extragiudiziali, detenzioni arbitrarie, torture e altri trattamenti disumani», commessi nel Paese a partire dal 2014. Ironia della sorte, la relazione finale è stata presentata proprio al Consiglio dei diritti umani il 15 settembre del 2020. Nella Commissione sulla condizione delle donne delle Nazioni Unite è presente l’Arabia Saudita, che nella classifica sulla disparità di genere del Forum Economico mondiale occupa il posto numero 147, su un totale di 156 Paesi considerati. E che dire della Conferenza Onu sul disarmo? Nel 2018, la presidenza è stata affidata alla Siria, nonostante il governo di Damasco fosse sotto accusa per l’uso di armi chimiche contro i civili. Il calendario di quest’anno prevede un altro nome eccellente: dal 30 maggio, la presidenza della Conferenza passerà alla Corea del Nord, che non più tardi di un mese fa ha testato un nuovo missile intercontinentale balistico, per la gioia del suo leader, Kim Jong un: «La nuova arma renderà chiaro a tutto il mondo qual è il potere della nostra forza armata strategica», ha esultato il dittatore. Un benvenuto con i fiocchi.
«Ha atteso due mesi per muoversi. Ma com’è possibile?»
Le diplomazie sono al lavoro con una certa frenesia. La guerra in Ucraina muoverà nuovamente le pedine dello scacchiere internazionale: da una parte l’Occidente, destinato a ricompattarsi attorno alla Nato; dall’altra la Cina, che sta approfittando delle tensioni sul territorio europeo per accrescere la sua predominanza anche nell’area indopacifica. «In un futuro sistema a blocchi, che ricorda molto il periodo della Guerra fredda, non ci sarà molto spazio per l’Organizzazione delle Nazioni unite, resa impotente da un’architettura novecentesca ormai superata», ragiona Rocco Cangelosi, già ambasciatore in Tunisia, rappresentante permanente presso l’Unione Europea e consigliere diplomatico del Quirinale.
Ambasciatore, domanda a bruciapelo: l’Onu è fallita?
«Sarei cauto: parlare di fallimento è forse eccessivo, le organizzazioni che fanno capo alle Nazioni unite sono piuttosto variegate e svolgono compiti importanti in diverse zone del mondo. Più semplicemente, direi che l’Onu non rispecchia più gli scenari attuali».
Il silenzio di fronte alle bombe in Ucraina è emblematico.
«Le critiche del presidente ucraino Zelensky nel suo intervento al Consiglio di sicurezza non sono che il culmine di una situazione che si trascina da tempo: l’Onu non riesce più a essere il garante della sicurezza internazionale, della prosperità e dello sviluppo, che erano i suoi obiettivi originari. E dire che in passato, penso ad esempio alla crisi di Cuba, l’Onu ha giocato un ruolo di mediazione, almeno in parte. Lo stesso è accaduto in Iraq. Nel caso ucraino, invece, c’è una impotenza assoluta. Non è possibile che il segretario generale Guterres attenda due mesi prima di prendere un’iniziativa».
Domani è previsto l’incontro con Vladimir Putin, a Mosca. Che cosa si aspetta?
«È difficile pensare che possa ottenere risultati concreti. Putin potrebbe cogliere l’occasione per legittimare di nuovo la sua immagine come interlocutore internazionale, dopo le accuse di genocidio e crimini di guerra. Chissà, magari potrebbe essere nel suo interesse concedere qualcosa sul piano umanitario».
Che cosa dovrebbe chiedere Guterres, secondo lei?
«Il congelamento del conflitto per porre le basi di una trattativa».
Mosca ha rifiutato l’ipotesi di una tregua per la Pasqua ortodossa. L’invio delle armi non si è mai arrestato e gli Stati Uniti hanno messo a punto un nuovo pacchetto di artiglieria pesante da inviare all’Ucraina per sostenere la resistenza in Donbass. Le premesse di una trattativa sono ancora lontane.
«Le premesse non sono ancora mature, è vero. Ciascuno ritiene di poter avere ragione della controparte. Le armi aumenteranno la possibilità di resistenza dell’Ucraina e indeboliranno la forza offensiva della Russia. A un certo punto, però, la situazione delle truppe sul terreno dovrà pur essere fotografata: nella migliore delle ipotesi, si verificherà un congelamento del conflitto, con combattimenti a bassa intensità. Immagino una situazione simile a quella di Cipro: due Ucraine che non si riconoscono, ma che in qualche modo convivono».
E nella peggiore delle ipotesi?
«Entrambi cercheranno di ottenere obiettivi estremi: per Kiev significherebbe scacciare l’aggressore e far cadere il regime di Putin; per Mosca, buttare giù il governo ucraino e insediarne uno fantoccio. Il conflitto rischia di avere delle escalation pericolose, soprattutto in Europa».
Lei ha scritto che il conflitto in Ucraina «segna la fine di un’epoca e postula la ricerca di nuove soluzioni istituzionali per gestire un ordine internazionale sempre più in crisi». Di fronte a uno scenario mutato, perché non provare a dare un nuovo volto anche all’Onu?
«L’Onu è sottoposta a istanze di riforma da diverso tempo, l’ultima delle quali è stata avanzata dal piccolo Liechtenstein, con il sostegno degli Stati Uniti. Sul tavolo c’era anche l’idea di allargare il Consiglio di Sicurezza con i membri semi permanenti».
Una riforma del genere avrebbe dei vantaggi?
«A livello globale, una maggiore partecipazione nel Consiglio di sicurezza non può che portare dei vantaggi: aumentare la condivisione sui temi della pace e della sicurezza renderebbe più facile l’applicazione delle decisioni. Ma non basterebbe comunque».
Per quale motivo?
«La guerra in Ucraina accelera una tendenza cui assistiamo da tempo: i Paesi occidentali guardano alla Nato, come è naturale che sia. Prima Finlandia e Svezia, poi Svizzera: tutti vogliono avere la copertura dell’Alleanza atlantica. Di contro, riscontriamo i movimenti della Cina: ha suscitato un certo clamore, per esempio, l’accordo tra Pechino e le isole Salomone, che Australia e Stati Uniti considerano importanti, quasi strategiche, per quanto riguarda la predominanza nell’area indopacifica».
Uno scenario da Guerra fredda taglia fuori le Nazioni unite?
«Prima di recuperare i rapporti con la Russia passerà molto tempo, questa guerra peserà per generazioni: il globalismo subirà delle contrazioni e i rapporti commerciali finiranno per raffreddarsi. Alcune istituzioni nate nel dopoguerra non sono più adeguate per rispondere al mondo che ci aspetta, per fronteggiare lo scenario internazionale che si sta delineando».
«Un organismo che può fare solo la volontà dei Paesi più potenti»
«Le Nazioni unite sono nate sulla speranza esagerata che, in qualche modo, le grandi potenze mondiali avrebbero sorvegliato il mondo, tenendo sotto controllo il rischio di nuovi conflitti. In questi anni, è venuta fuori l’essenza dell’Onu e del Consiglio di sicurezza, in particolare: come organismo associativo, può fare solo ciò che i membri più importanti vogliono fare. E non andare oltre». James M. Lindsay è una delle voci più ascoltate negli Usa in politica estera e affari internazionali. Vicepresidente del Council on foreign relations di New York, ha spesso criticato l’immobilismo delle organizzazioni che dovrebbero lavorare per assicurare la sicurezza internazionale.
In un articolo di qualche anno fa lei ha scritto: «Se non c’è la pace, l’Onu non è in grado di crearla». La sintesi si adegua anche a quello che sta succedendo in Ucraina?
«Il conflitto in Ucraina mette a nudo le tante debolezze delle Nazioni unite, ma ne evidenzia anche alcuni punti di forza».
Partiamo da questi ultimi, allora. Quali sono?
«Le agenzie specializzate stanno facendo un lavoro importante, fornendo aiuto alla popolazione in Ucraina e ai profughi che hanno raggiunto i Paesi vicini. Il Programma alimentare mondiale o l’Unhcr - per la protezione dei rifugiati -svolgono spesso un ruolo eroico nei conflitti, che nulla ha a che vedere con le ipocrisie del Palazzo di vetro».
L’Onu in balìa dei veti è di fatto inutile?
«Il Consiglio di sicurezza non ha alcuna efficacia nei conflitti che coinvolgono uno o più membri permanenti, come nel caso della guerra tra Russia e Ucraina. E anche l’Assemblea generale ha scarsa capacità di incidere: al di là della condanna, espressa nella risoluzione dello scorso marzo, non vedo misure che possano convincere Putin a desistere o ritirarsi».
Che cosa pensa della bozza di risoluzione per chiedere ai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza di giustificare l’uso del veto?
«Dubito che tutti i membri del Consiglio di sicurezza siano disposti a indebolire i propri ruoli accettando la limitazione del diritto di veto. Detto questo, la risoluzione non trasformerà improvvisamente il Consiglio di sicurezza: l’Onu può fare solo quello che tutti i membri più potenti sono disposti a tollerare. Il caso ucraino è emblematico: la Russia è stata in grado di bloccare qualsiasi azione concreta del Consiglio di sicurezza; di contro, il no di Mosca non ha impedito a Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna di inviare aiuto militare all’Ucraina».
Si discute della possibilità che l’Unione europea possa prendere il posto della Francia come membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. La ritiene un’ipotesi plausibile?
«Prima che la Gran Bretagna uscisse dall’Unione europea, si discuteva sulla possibilità che entrambi i Paesi europei potessero lasciare il seggio in favore di Bruxelles, cosa mai avvenuta. L’ipotesi potrebbe essere presa in considerazione, ma non credo accadrà: le probabilità che Parigi si privi del diritto di veto sono prossime allo zero. La carta delle Nazioni unite non contiene disposizioni per porre fine allo status di membro permanente. Nel corso degli anni, ci sono stati molti appelli per modificare la composizione del Consiglio di sicurezza, in modo da riflettere meglio la distribuzione del potere nel mondo. Alcuni primi ministri italiani hanno sostenuto l’ingresso dell’Italia, Brasile e Giappone hanno fatto lo stesso. La riforma del Consiglio di sicurezza dell’Onu è senza dubbio uno degli argomenti più discussi, peccato che non abbia alcuna consistenza».
Insieme con l’ex ambasciatore americano presso la Nato Ivo Daalder, lei ha scritto che l’invasione russa ha «compattato il fronte occidentale più di quanto non sia accaduto in passato». Come spiega la resistenza della Germania nell’invio di armi pesanti a Kiev?
«Le critiche più pesanti nei confronti del cancelliere tedesco sono arrivate dai membri della coalizione di governo, come i Verdi. Ciò la dice lunga su come questa guerra abbia sovvertito i termini del confronto politico. Come spesso accade, le turbolenze nelle coalizioni sono fisiologiche: i Paesi hanno i loro interessi, i governi le politiche interne da rispettare, ma penso che l’unità occidentale persisterà, almeno nel prossimo futuro. La vera domanda è: che cosa succederà nel lungo periodo? In Europa ci sono troppe variabili, per questo è bene evitare postulati definitivi. Tre mesi fa, c’erano persone convinte che la Russia non avrebbe invaso, che Putin stava solo bluffando. La storia invece ha preso una piega differente».
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Domani il segretario generale Antonio Guterres sarà a Mosca. Una mossa in grande ritardo e con poche speranze. Del resto il carrozzone di vetro da anni serve solo a pagare maxistipendi. Infatti spende più per la sede di Ginevra che per le operazioni di pace.«Ha atteso due mesi per muoversi. Ma com’è possibile?» L’ambasciatore Rocco Cangelosi: «L’Organizzazione non riesce più a essere garante della prosperità e dello sviluppo come dopo la guerra».«Un organismo che può fare solo la volontà dei Paesi più potenti». James M. Lindsay, l’esperto di relazioni internazionali: mani legate nelle crisi che coinvolgono i Grandi.Lo speciale comprende tre articoli.La prima crepa nel Palazzo di Vetro dell’Onu potrebbe essere aperta da uno dei più piccoli Stati membri, il quinto nell’ideale classifica dei Paesi con minore estensione territoriale ad aver preso parte all’Organizzazione delle Nazioni unite: il Liechtenstein. Domani, l’Assemblea generale voterà una bozza di risoluzione, presentata dal Liechtenstein e sostenuta da 57 Stati (tra cui gli Usa), per limitare il potere di veto dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza: Usa, Cina, Francia, Regno Unito e Russia. La proposta, di cui si discute da tempo, è tornata a farsi spazio con la guerra in Ucraina, dopo che Mosca ha usato il proprio diritto di veto per bloccare alcune risoluzioni, tra cui quella contro l’invasione, rendendo di fatto inutile il ruolo del Consiglio di sicurezza, la cui responsabilità principale - secondo la Carta delle Nazioni unite - è il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Nella bozza si chiede ai cinque membri permanenti del Consiglio di «giustificare l’uso del veto», trascorsi 10 giorni dalla decisione di farvi ricorso. «La risoluzione è un passo significativo per potenziare l’Assemblea generale e rafforzare il multilateralismo», scrive la delegazione Onu del Liechtenstein sul suo profilo Twitter. A livello diplomatico c’è meno ottimismo, dal momento che nessuno degli altri quattro membri permanenti ha co-sponsorizzato la proposta del piccolo Principato. E anche gli analisti sono cauti sulla possibilità che la bozza di risoluzione possa imprimere una svolta, almeno parziale, a un organo che in quasi 80 anni di storia ha inciso pochissimo sui conflitti internazionali: dal 1945 a oggi, le risoluzioni per consentire l’uso della forza non hanno raggiunto neanche la doppia cifra. Dall’inizio del conflitto in Ucraina, si sono moltiplicati gli appelli per riformare una impalcatura vecchia, che riflette ancora i rapporti di forza successivi alla seconda guerra mondiale. La Turchia, per bocca del suo ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu, ha chiesto una riforma del sistema di sicurezza internazionale. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invocato una conferenza sulla riforma dell’Onu, in modo da assicurare «un’equa rappresentanza nel Consiglio di sicurezza di tutte le regioni del mondo». E anche papa Francesco - forse il parere che ha creato l’eco maggiore ma paradossalmente il meno ascoltato - ha parlato apertamente di «impotenza» dell’Onu.Un’impotenza costosa, da oltre 3 miliardi di dollari l’anno. A tanto ammonta il budget delle Nazioni unite approvato per il 2022 dalla quinta Commissione (amministrativo e bilancio) lo scorso 23 dicembre. Circa 57 milioni sono impegnati per le 12 operazioni di peace keeping, tra Europa, Africa e Medioriente, che impiegano circa 87.000 uomini. Appena 18 milioni sono previsti per l’assistenza umanitaria. Sommate, queste due voci non superano le spese messe a bilancio per l’amministrazione dell’Ufficio europeo di Ginevra (76 milioni di dollari). Il funzionamento degli uffici e il pagamento dei dipendenti assorbe circa un terzo delle spese totali: secondo le ultime tabelle salariali disponibili, un sottosegretario generale incassa circa 200.000 dollari l’anno, mentre l’assistente del segretario generale si ferma a 180.000. Leggermente più staccati i salari dei direttori, che possono arrivare a una cifra lorda massima di 173.000 dollari l’anno.Un dipendente inquadrato come categoria di servizio generale nella base logistica Onu di Brindisi può arrivare a guadagnare fino a 65.160 euro l’anno, più benefit vari che crescono in base al numero dei figli, alle competenze linguistiche e alla presenza di un coniuge. Meglio va ai colleghi degli uffici di Roma: il salario minimo è fissato a poco meno di 55.000 euro, che può salire fino a 100.000 euro lordi l’anno. Il contributo dell’Italia al budget delle Nazioni unite quest’anno supera di poco i 91 milioni di dollari, leggermente in calo rispetto alle cifre del biennio 2020-2021. La quota più alta è quella degli Stati Uniti (693 milioni di dollari), mentre la Russia di Vladimir Putin si limita a sborsare appena 53 milioni, neanche il 2% del totale. Per l’ufficio del segretario generale, il portoghese Antonio Guterres, è previsto un contributo superiore al milione di dollari. Dopo due mesi passati sostanzialmente a fare da spettatore di fronte all’evoluzione del conflitto, Guterres è atteso domani a Mosca per discutere con Putin di una tregua e dell’evacuazione dei civili, mentre giovedì sarà a Kiev per incontrare Zelensky. Difficile che si vada oltre le parole di circostanza, almeno stando ai pareri raccolti dalla Verità. Tanta retorica e poca sostanza, ancora una volta: più o meno il copione scritto il 7 aprile scorso, con la cacciata della Russia dal Consiglio dei diritti umani. Nelle prossime settimane verrà scelto un sostituto, individuato tra i Paesi dell’Est Europa; peccato che alle Nazioni unite non si siano ancora premurati di sciogliere una contraddizione di fondo: il Consiglio dei diritti umani da cui è stata cacciata la Russia è lo stesso che tollera al suo interno alcuni Paesi noti per non essere esattamente dei campioni di democrazia. Fino alla fine di quest’anno, per esempio, il Venezuela resterà comodamente seduto al suo posto, nonostante una missione internazionale abbia accertato «esecuzioni extragiudiziali, detenzioni arbitrarie, torture e altri trattamenti disumani», commessi nel Paese a partire dal 2014. Ironia della sorte, la relazione finale è stata presentata proprio al Consiglio dei diritti umani il 15 settembre del 2020. Nella Commissione sulla condizione delle donne delle Nazioni Unite è presente l’Arabia Saudita, che nella classifica sulla disparità di genere del Forum Economico mondiale occupa il posto numero 147, su un totale di 156 Paesi considerati. E che dire della Conferenza Onu sul disarmo? Nel 2018, la presidenza è stata affidata alla Siria, nonostante il governo di Damasco fosse sotto accusa per l’uso di armi chimiche contro i civili. Il calendario di quest’anno prevede un altro nome eccellente: dal 30 maggio, la presidenza della Conferenza passerà alla Corea del Nord, che non più tardi di un mese fa ha testato un nuovo missile intercontinentale balistico, per la gioia del suo leader, Kim Jong un: «La nuova arma renderà chiaro a tutto il mondo qual è il potere della nostra forza armata strategica», ha esultato il dittatore. 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La guerra in Ucraina muoverà nuovamente le pedine dello scacchiere internazionale: da una parte l’Occidente, destinato a ricompattarsi attorno alla Nato; dall’altra la Cina, che sta approfittando delle tensioni sul territorio europeo per accrescere la sua predominanza anche nell’area indopacifica. «In un futuro sistema a blocchi, che ricorda molto il periodo della Guerra fredda, non ci sarà molto spazio per l’Organizzazione delle Nazioni unite, resa impotente da un’architettura novecentesca ormai superata», ragiona Rocco Cangelosi, già ambasciatore in Tunisia, rappresentante permanente presso l’Unione Europea e consigliere diplomatico del Quirinale. Ambasciatore, domanda a bruciapelo: l’Onu è fallita? «Sarei cauto: parlare di fallimento è forse eccessivo, le organizzazioni che fanno capo alle Nazioni unite sono piuttosto variegate e svolgono compiti importanti in diverse zone del mondo. Più semplicemente, direi che l’Onu non rispecchia più gli scenari attuali». Il silenzio di fronte alle bombe in Ucraina è emblematico. «Le critiche del presidente ucraino Zelensky nel suo intervento al Consiglio di sicurezza non sono che il culmine di una situazione che si trascina da tempo: l’Onu non riesce più a essere il garante della sicurezza internazionale, della prosperità e dello sviluppo, che erano i suoi obiettivi originari. E dire che in passato, penso ad esempio alla crisi di Cuba, l’Onu ha giocato un ruolo di mediazione, almeno in parte. Lo stesso è accaduto in Iraq. Nel caso ucraino, invece, c’è una impotenza assoluta. Non è possibile che il segretario generale Guterres attenda due mesi prima di prendere un’iniziativa». Domani è previsto l’incontro con Vladimir Putin, a Mosca. Che cosa si aspetta? «È difficile pensare che possa ottenere risultati concreti. Putin potrebbe cogliere l’occasione per legittimare di nuovo la sua immagine come interlocutore internazionale, dopo le accuse di genocidio e crimini di guerra. Chissà, magari potrebbe essere nel suo interesse concedere qualcosa sul piano umanitario». Che cosa dovrebbe chiedere Guterres, secondo lei? «Il congelamento del conflitto per porre le basi di una trattativa». Mosca ha rifiutato l’ipotesi di una tregua per la Pasqua ortodossa. L’invio delle armi non si è mai arrestato e gli Stati Uniti hanno messo a punto un nuovo pacchetto di artiglieria pesante da inviare all’Ucraina per sostenere la resistenza in Donbass. Le premesse di una trattativa sono ancora lontane. «Le premesse non sono ancora mature, è vero. Ciascuno ritiene di poter avere ragione della controparte. Le armi aumenteranno la possibilità di resistenza dell’Ucraina e indeboliranno la forza offensiva della Russia. A un certo punto, però, la situazione delle truppe sul terreno dovrà pur essere fotografata: nella migliore delle ipotesi, si verificherà un congelamento del conflitto, con combattimenti a bassa intensità. Immagino una situazione simile a quella di Cipro: due Ucraine che non si riconoscono, ma che in qualche modo convivono». E nella peggiore delle ipotesi? «Entrambi cercheranno di ottenere obiettivi estremi: per Kiev significherebbe scacciare l’aggressore e far cadere il regime di Putin; per Mosca, buttare giù il governo ucraino e insediarne uno fantoccio. Il conflitto rischia di avere delle escalation pericolose, soprattutto in Europa». Lei ha scritto che il conflitto in Ucraina «segna la fine di un’epoca e postula la ricerca di nuove soluzioni istituzionali per gestire un ordine internazionale sempre più in crisi». Di fronte a uno scenario mutato, perché non provare a dare un nuovo volto anche all’Onu? «L’Onu è sottoposta a istanze di riforma da diverso tempo, l’ultima delle quali è stata avanzata dal piccolo Liechtenstein, con il sostegno degli Stati Uniti. Sul tavolo c’era anche l’idea di allargare il Consiglio di Sicurezza con i membri semi permanenti». Una riforma del genere avrebbe dei vantaggi? «A livello globale, una maggiore partecipazione nel Consiglio di sicurezza non può che portare dei vantaggi: aumentare la condivisione sui temi della pace e della sicurezza renderebbe più facile l’applicazione delle decisioni. Ma non basterebbe comunque». Per quale motivo? «La guerra in Ucraina accelera una tendenza cui assistiamo da tempo: i Paesi occidentali guardano alla Nato, come è naturale che sia. Prima Finlandia e Svezia, poi Svizzera: tutti vogliono avere la copertura dell’Alleanza atlantica. Di contro, riscontriamo i movimenti della Cina: ha suscitato un certo clamore, per esempio, l’accordo tra Pechino e le isole Salomone, che Australia e Stati Uniti considerano importanti, quasi strategiche, per quanto riguarda la predominanza nell’area indopacifica». Uno scenario da Guerra fredda taglia fuori le Nazioni unite? «Prima di recuperare i rapporti con la Russia passerà molto tempo, questa guerra peserà per generazioni: il globalismo subirà delle contrazioni e i rapporti commerciali finiranno per raffreddarsi. Alcune istituzioni nate nel dopoguerra non sono più adeguate per rispondere al mondo che ci aspetta, per fronteggiare lo scenario internazionale che si sta delineando». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cera-una-volta-lonu-2657205898.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-organismo-che-puo-fare-solo-la-volonta-dei-paesi-piu-potenti" data-post-id="2657205898" data-published-at="1650833106" data-use-pagination="False"> «Un organismo che può fare solo la volontà dei Paesi più potenti» «Le Nazioni unite sono nate sulla speranza esagerata che, in qualche modo, le grandi potenze mondiali avrebbero sorvegliato il mondo, tenendo sotto controllo il rischio di nuovi conflitti. In questi anni, è venuta fuori l’essenza dell’Onu e del Consiglio di sicurezza, in particolare: come organismo associativo, può fare solo ciò che i membri più importanti vogliono fare. E non andare oltre». James M. Lindsay è una delle voci più ascoltate negli Usa in politica estera e affari internazionali. Vicepresidente del Council on foreign relations di New York, ha spesso criticato l’immobilismo delle organizzazioni che dovrebbero lavorare per assicurare la sicurezza internazionale. In un articolo di qualche anno fa lei ha scritto: «Se non c’è la pace, l’Onu non è in grado di crearla». La sintesi si adegua anche a quello che sta succedendo in Ucraina? «Il conflitto in Ucraina mette a nudo le tante debolezze delle Nazioni unite, ma ne evidenzia anche alcuni punti di forza». Partiamo da questi ultimi, allora. Quali sono? «Le agenzie specializzate stanno facendo un lavoro importante, fornendo aiuto alla popolazione in Ucraina e ai profughi che hanno raggiunto i Paesi vicini. Il Programma alimentare mondiale o l’Unhcr - per la protezione dei rifugiati -svolgono spesso un ruolo eroico nei conflitti, che nulla ha a che vedere con le ipocrisie del Palazzo di vetro». L’Onu in balìa dei veti è di fatto inutile? «Il Consiglio di sicurezza non ha alcuna efficacia nei conflitti che coinvolgono uno o più membri permanenti, come nel caso della guerra tra Russia e Ucraina. E anche l’Assemblea generale ha scarsa capacità di incidere: al di là della condanna, espressa nella risoluzione dello scorso marzo, non vedo misure che possano convincere Putin a desistere o ritirarsi». Che cosa pensa della bozza di risoluzione per chiedere ai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza di giustificare l’uso del veto? «Dubito che tutti i membri del Consiglio di sicurezza siano disposti a indebolire i propri ruoli accettando la limitazione del diritto di veto. Detto questo, la risoluzione non trasformerà improvvisamente il Consiglio di sicurezza: l’Onu può fare solo quello che tutti i membri più potenti sono disposti a tollerare. Il caso ucraino è emblematico: la Russia è stata in grado di bloccare qualsiasi azione concreta del Consiglio di sicurezza; di contro, il no di Mosca non ha impedito a Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna di inviare aiuto militare all’Ucraina». Si discute della possibilità che l’Unione europea possa prendere il posto della Francia come membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. La ritiene un’ipotesi plausibile? «Prima che la Gran Bretagna uscisse dall’Unione europea, si discuteva sulla possibilità che entrambi i Paesi europei potessero lasciare il seggio in favore di Bruxelles, cosa mai avvenuta. L’ipotesi potrebbe essere presa in considerazione, ma non credo accadrà: le probabilità che Parigi si privi del diritto di veto sono prossime allo zero. La carta delle Nazioni unite non contiene disposizioni per porre fine allo status di membro permanente. Nel corso degli anni, ci sono stati molti appelli per modificare la composizione del Consiglio di sicurezza, in modo da riflettere meglio la distribuzione del potere nel mondo. Alcuni primi ministri italiani hanno sostenuto l’ingresso dell’Italia, Brasile e Giappone hanno fatto lo stesso. La riforma del Consiglio di sicurezza dell’Onu è senza dubbio uno degli argomenti più discussi, peccato che non abbia alcuna consistenza». Insieme con l’ex ambasciatore americano presso la Nato Ivo Daalder, lei ha scritto che l’invasione russa ha «compattato il fronte occidentale più di quanto non sia accaduto in passato». Come spiega la resistenza della Germania nell’invio di armi pesanti a Kiev? «Le critiche più pesanti nei confronti del cancelliere tedesco sono arrivate dai membri della coalizione di governo, come i Verdi. Ciò la dice lunga su come questa guerra abbia sovvertito i termini del confronto politico. Come spesso accade, le turbolenze nelle coalizioni sono fisiologiche: i Paesi hanno i loro interessi, i governi le politiche interne da rispettare, ma penso che l’unità occidentale persisterà, almeno nel prossimo futuro. La vera domanda è: che cosa succederà nel lungo periodo? In Europa ci sono troppe variabili, per questo è bene evitare postulati definitivi. Tre mesi fa, c’erano persone convinte che la Russia non avrebbe invaso, che Putin stava solo bluffando. La storia invece ha preso una piega differente».
Antonio Costa, Narendra Modi e Ursula von der Leyen (Ansa)
Sommati insieme abitanti dell’India e dell’Ue fanno quasi due miliardi di persone e l’India di Nerendra Modi si avvia a essere la quarta economia del mondo. È certo - parole del Commissario europeo al commercio Maros Sefcovic - che questo trattato ha delle prospettive: «Si prevede che il commercio corrente di beni e servizi (attualmente pari a 180 miliardi di euro) raddoppierà entro cinque o sei anni e oltre 800.000 posti di lavoro nell’Ue dipendono dalle esportazioni verso l'India». Per quanto riguarda l’Italia le cifre sono assai più modeste: 14,3 miliardi di euro nel 2024, con un obiettivo di crescita a 20 miliardi entro il 2029.
L’entusiasmo della baronessa si riassume in una sola voce: automobili. I dazi vengono dimezzati (dal 150 al 75%). Ursula von der Leyen va alla ricerca di panacee per rimediare al danno epocale che ha fatto con il Green deal. E il prezzo ricade sull’agricoltura. La Coldiretti avverte che noi abbiamo venduto agroalimentare per 140 milioni di euro loro ce ne hanno rimandato per 600 milioni. C’è cautela perché su latte e carne sembra che ci si un accordo di salvaguardia, ma i contadini sono preoccupati. L’India ha 200 milioni di ettari coltivati e il 40% degli indiani vivono sui campi. Sono anche un aggregato sociale e politico molto influente. Hanno tenuto Modi in scacco per 4 anni con continue rivolte - altro che gli assedi a Bruxelles con i trattori - per impedire l’ingresso delle multinazionali americane. Difficile che cedano all’Ue.
Anche i consumatori non sono facilmente accessibili. Metà sono vegetariani (impossibile vendere salumi) hanno una produzione interna di latticini impenetrabile, non vogliono Ogm, mangiano prodotti da forno freschi. Solo il mercato delle metropoli è un possibile, assai limitato visto il reddito medio, sbocco per il nostro agroalimentare. Tanto per avere dei numeri: hanno la leadership nell’uva da tavola (ma non fanno vino), sono il primo Paese esportatore di riso: hanno in mano il 40% del mercato e vendono all’estero 20 milioni di tonnellate. Nel Bengala non coltivano solo Basmati (il riso a chicco lungo), ma hanno cominciato a produrre anche il japonica che assicura all’Italia il primato europeo di produzione ed esportazione. Sono una potenza nel grano: quest’anno hanno esportato mezzo milione di tonnellate di farina facendo crollare il prezzo. Nel paniere agricolo indiano che vale il 7,5% della produzione mondiale ci sono i primati di legumi, latte e spezie e il secondo posto assoluto per grano, cotone, canna da zucchero, frutta, verdura, pesci da allevamento e tè.
Su un paio di prodotti l’Italia può diventare competitiva. Il primo è il vino che passa da un dazio folle del 150% a 75 per poi scendere fino al 20%. Solo che è un mercato da costruire: per ora vendiamo per 2,6 milioni di euro (l’Europa sta a 7,7 milioni). L’altro prodotto è l’olio che arriverà a dazio zero in un paese che ne consuma molto. L’Ue assicura che i settori sensibili (riso, carne, latte) non saranno toccati – e Coldiretti apprezza, ma vigila - e arriveranno in India dazio zero i nostri prodotti trasformati (pasta, cioccolata, pet food, dolci), ma le garanzie sui Dop e Igp sono di là da venire. Un settore che subirà la concorrenza indiana è la pesca. Le maggiori preoccupazioni sono sul tessile. È vero che le maggiori griffe hanno a disposizione un potenziale mercato da 70 miliardi di dollari in India ma è anche vero che l’India a dazio zero ora esporterà in Ue una quantità di materia prima (produce 500.000 tonnellate di filato di cotone e 9.000 tonnellate di seta) a dazio zero con al seguito 35 miliardi di abbigliamento pronto.
Per quel che riguarda l’Italia a nel settore moda sin qui un saldo positivo di circa 2 miliardi, ma si teme la concorrenza indiana sul mercato interno dell’Ue. Positiva è la riduzione a zero dei dazi su macchinari, prodotti chimici e farmaceutici, ma il settore più favorito è l’auto. I dazi scenderanno dal 110% al 10% - nell'arco di 10 anni - con una quota di 250.000 veicoli all’anno. Per le auto smontate e rimontate in India ci sarà una quota aggiuntiva di 75.000 auto, con dazi ridotti all’8,25%.
Per l’Italia i vantaggi sono relativi perché le utilitarie sono escluse dall’accordo e c’è il pericolo dell’invasione dei pellami conciati e della pasta di cellulosa e del legno. Ma se un accordo va bene per la Germania è un grande accordo.
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Ho conosciuto di persona il lettore della Verità. Non è facile oggi conoscere il lettore di un giornale perché è finito il tempo dell’impegno civile e dei giornali-partito; perché i lettori di quotidiani e libri sono diminuiti e riguardano una fascia d’età adulta-anziana; e perché viviamo tutti un po’ nascosti, latenti, isolati, come molecole sparse nell’etere o nelle edicole votive dello smartphone. Ma il lettore della Verità sta partecipando a una settimana di incontri ad Abano Terme, all’hotel Mioni Pezzato, accogliendo l’invito di Stefano Passaquindici che da anni organizza viaggi e incontri per loro e in passato per i lettori del Giornale. Ci sono e ci saranno altri ospiti.
Qui ad Abano il lettore della Verità sembra un’anima del purgatorio o il confratello di una congregazione, perché lo incontri in accappatoio e cappuccio, come si usa nelle località termali, tra bagni, massaggi, fanghi e piscine. Poi la sera si veste, riprende le fattezze di contemporaneo e viene ad ascoltare, interviene, partecipa. È un campione significativo, saranno un po’ meno di duecento. Un giornale non è una caserma, e ancor meno può esserlo un giornale antagonista e davvero fuori dal coro; i suoi lettori non si accontentano dei racconti ufficiali su altri media e vogliono leggere la realtà con altre lenti, con spirito libero e non conformista. Nemmeno il conformismo degli anticonformisti, cioè la militanza contrapposta agli allineati che vivono le loro opinioni come una parrocchia laica, un gregge e una sezione di partito. Di parrocchie bastano quelle vere, per i credenti; non ne vogliono altre, surrogate e surrettizie.
A me è capitato di dover aprire la settimana d’incontri coi lettori, domenica scorsa, e di dover parlare - come vuole del resto un giornale - un po’ di tutto, tra cultura e attualità. Un quotidiano non è la preghiera laica del mattino, come diceva Hegel, ma un po’ somiglia ai «brevi cenni sull’universo» di cui parlava Gramsci. Una visione d’insieme ma applicata alla quotidianità e agli avvenimenti in corso, dedicata ai nostri giorni e alle sue maggiori preoccupazioni; e le opinioni sono quel che resta del nostro tempo e per certi versi ciò che si sporge a interpretare il tempo che verrà. Non farò elogi e lisciatine nei loro confronti, non si addice a loro e nemmeno a noi che ci scriviamo; e poi non c’è la presunzione di rappresentare il meglio degli italiani, non soffriamo di complessi di superiorità, a differenza di quel che accade nelle sette radical.
Questi lettori in presenza sono la punta avanzata di un’area di opinione molto larga; chi la condivide e un po’ la rappresenta, sa che la punta emersa è piuttosto piccola rispetto al vasto mondo che rappresenta. Il problema è chiaro da tempo: c’è un’area vasta di opinioni che legge poco e a volte si caratterizza per un idem sentire ma non per un idem pensare.
I lettori della Verità non sono per indole governativi, si sa, e appunto perché non si accontentano, non perdono lo spirito critico neanche davanti a giornali e governi che pure sono per loro preferibili ai precedenti. Condividono molte idee e molte valutazioni che leggono sulla Verità, molte ma non tutte; del resto anche per chi come me vi scrive vale la stessa cosa e naturalmente vale pure l’inverso nei miei confronti: quel che penso e che scrivo è condiviso in molti ma non in tutti i punti, e da molti ma non da tutti i lettori; la mia è una voce, non è la voce della Verità, che detta così ha un sapore biblico. Ma posso garantirvi che quel che scrivo corrisponde a quel che penso, senza furbizie, raggiri e finzioni. Sì, dicevo, la testata è molto impegnativa, ricorda la Pravda, che è La Verità al tempo del comunismo e dell’Unione Sovietica. In Italia ci fu chi ne fece la versione nostrana, e fu quella figura strana di rivoluzionario, comunista e poi fascista, di Nicolino Bombacci che fondò appunto un foglio che si chiamava La Verità. Fu vicino a Lenin, fu il primo leader del Partito comunista d’Italia e poi finì ammazzato dai suoi ex compagni con Mussolini. Se commise grossi errori nella sua vita li scontò sempre sulla sua pelle.
Chi ci legge sa che amiamo la verità ma non pretendiamo di averne il possesso o il monopolio; la ricerca della verità dovrebbe essere la massima aspirazione per un filosofo come per un giornalista, e più in generale per un essere umano. Ma la ricerca non indica che hai in pugno la verità; indica piuttosto un salire le scale che si avvicinano a lei: il senso della realtà e dell’evidenza, l’onesta rappresentazione dei fatti e delle persone, a onor del vero; e infine l’amore per la verità e il mettersi senza riserve al suo servizio. Nessuno dispone della verità, anche perché essa spesso ha molti versanti, e non uno solo. E quando i legami, le affinità e le appartenenze ci chiamano a essere indulgenti con chi sentiamo dalla nostra parte, ricordiamoci di Aristotele che diceva: «Sono amico di Platone ma più amico della verità». E anche Platone a sua volta ha dimostrato con il suo pensiero di essere amico e allievo di Socrate ma più amico e più allievo della verità, anche quando non combaciava con quello che diceva il suo maestro. La stessa cosa vale in politica: non si può sposare una parte a priori e a prescindere, si può arrivare a comprendere gli errori e le cadute perché ci sono altre cose, magari più importanti, che ti uniscono. Ma chi pensa, chi scrive, chi legge giornali e non fogli di catechismo sa che la verità, o meglio quel che a noi sembra la verità, va detta comunque, costi quel che costi. Anche a costo di subire insulti, ingiurie e bassezze, oltre che isolamento e boicottaggi. Per i meschini, se stai criticando quella che dovrebbe essere la tua parrocchia, è solo perché aspiri a entrare in un’altra parrocchia: non viene loro in mente, nel loro bigottismo piccino e arrivista, che c’è chi pensa a cielo aperto, e non vuole passare da una parrocchia all’altra. Ecco, questo mi sento di dire ai lettori della Verità, non solo quelli in presenza ma anche quelli da remoto. Potete fidarvi a ragion veduta, mai ciecamente.
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(IStock)
Vale a dire consentivano ciò che tutti i bambini fanno a ogni latitudine, tranne che in via Parlatore (e questo è un curioso ossimoro) nel quartiere palermitano di Noce/Zisa.
Dopo un decennio di carte bollate (la diatriba giudiziaria andava avanti dal 2015) sarebbe bastato un richiamo simbolico, invece è arrivata la mazzata. Per raccogliere il denaro necessario, don Gabriele Tornambè, don Gianpiero Cusenza e don Emilio Cannata sono stati costretti a lanciare una colletta e hanno spiegato: «Siamo consapevoli che, quando sorgono incomprensioni, esiste il rischio che si alimentino anche di questioni di principio. La porta della nostra chiesa è e rimane aperta a tutti, ai piccoli come agli adulti. Poiché ci riteniamo una famiglia, sentiamo il bisogno di aprirvi il nostro cuore circa la difficoltà nel far fronte alle somme richieste, già sollecitate dai legali degli attori. Come accade in ogni famiglia, questo tempo chiede sacrificio ma anche l’affidamento alla generosità di chi vorrà contribuire». Il primo ad aiutarli è stato il sindaco Roberto Lagalla, che ha donato 1.000 euro.
L’importo consistente sarebbe determinato dai danni patrimoniali arrecati al condominio, costretto a dotarsi di infissi nuovi per favorire l’insonorizzazione, che peraltro avrebbero dovuto far lievitare il valore degli appartamenti, migliorando l’isolamento termico e la classe energetica. Tutto molto legalitario, tutto molto impersonale. Verrebbe da aggiungere disumano, visto che i protagonisti della vicenda hanno avuto dieci anni di tempo per metabolizzarla e coglierne gli aspetti di mediazione. I tre sacerdoti assicurano di «avere fatto di tutto per limitare il fastidio, regolare gli orari, ridurre i decibel. Ma i bambini sono bambini».
Qui sta il senso della notizia. In un’Italia che soffre di denatalità e invita lo Stato a incrementare le politiche per invertire una tendenza preoccupante, ecco che un oratorio dà fastidio, i bambini dovrebbero trasformarsi in automi silenziosi. E un giudice picchia duro su chi mette a loro disposizione spazi educativi prima ancora che religiosi, momenti di vita per crescere con una prospettiva di comunità. Non solo. Mentre un’intera generazione di ragazzi ormai preferisce rinchiudersi nella propria camera e comunicare solo con il computer e con lo smartphone, intrappolata nella solitudine digitale, punire una casa aperta e vitale come un oratorio è un controsenso. Davvero a Palermo il problema è costituito dalla musica, dal rimbalzare di un pallone, dal vociare di un gruppo di giovani? O come sottolineava una battuta nel film Johnny Stecchino, dal traffico?
Allargando l’orizzonte, si scopre che questa è un’Europa per vecchi. E che il cartello «No kids» sta diventando una filosofia. In questi giorni in Francia è in atto una polemica feroce perché la società pubblica delle ferrovie (Sncf) ha varato un’offerta business sui Tgv Parigi-Lione che negli spot promette «un’esperienza di viaggio all’insegna della calma assoluta», con il divieto di salire ai minori sotto i 12 anni. È pur vero che si tratta dell’8% dei posti (il 92% è per tutti) e che lavorare in treno con marmocchi scatenati in corridoio non è il massimo della tranquillità, ma l’errore di Sncf che ha scatenato i social d’Oltralpe è stato consentire l’accesso «agli animali da compagnia» e non ai bambini.
Un pessimo segnale, inaccettabile per le associazioni a difesa dell’infanzia, che hanno allestito una crociata social e chiedono alle Ferrovie di tornare sui propri passi, di attrezzare aree gioco e spazi dedicati alle famiglie invece di escludere gli adulti del futuro. «È una decisione disastrosa per la natalità», «È sintomo di una crescente intolleranza culturale», «Si è superata la linea rossa» si legge nei post più scatenati.
Una simile rivolta era avvenuta nel giugno scorso in Italia, quando una mamma aveva denunciato con una lettera al Corriere della Sera una disavventura sul treno Roma-Milano: il vicino di posto aveva mostrato palese insofferenza nei confronti dei suoi due figli di 6 e 7 anni per essere stato disturbato. Difficile trarre una conclusione, anche perché abbiamo a disposizione una sola versione. E non tutti i passeggeri hanno il dovere di dotarsi in viaggio dei quintali di tolleranza richiesti dai genitori altrui. Ma il silenzio degli innocenti non è la risposta. Servirebbe equilibrio, servirebbe comprensione. Quelli che una volta si insegnavano all’oratorio.
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Giulia Bongiorno (Imagoeconomica)
Di Pietro Dubolino, Presidente di sezione emerito della Corte di Cassazione.
Proviamo ad esaminare con un po’ di pacatezza il disegno di legge sulla violenza sessuale nella nuova formulazione proposta dalla senatrice Giulia Bongiorno, della Lega, alla Commissione giustizia del Senato, di cui è presidente. Essa si differenzia, rispetto al testo approvato dalla Camera, soprattutto per la previsione che il reato sussiste quando l’atto sessuale sia compiuto «contro la volontà» della persona coinvolta e non più «in assenza del consenso» della medesima. Su questa modifica si è scatenata l’ira funesta di tutti i gruppi di opposizione, secondo i quali, per effetto di essa, la vittima dello stupro sarebbe indebitamente gravata dell’onere di dare la prova del proprio dissenso. Il che, però, è tecnicamente del tutto sbagliato, per la semplice ragione che nel processo penale l’onere della prova grava sempre e comunque soltanto sull’organo dell’accusa, che è il pubblico ministero, e non mai sulla presunta vittima del reato, la quale è tenuta soltanto a raccontare come sono andati i fatti dei quali lei stessa o altri hanno portato a conoscenza l’autorità giudiziaria. Tenendo presente questo elementare principio, non dovrebbe essere difficile, quindi, rendersi conto che tra la previsione, come elemento costitutivo del reato, dell’«assenza di consenso» e quella dell’essere stato compiuto l’atto sessuale «contro la volontà» di chi lo ha subito non vi è alcuna sostanziale differenza. Sarà sempre, infatti, il pubblico ministero, ai fini della decisione circa il promuovimento o meno dell’azione penale, a stabilire, sulla base della descrizione dei fatti che la persona offesa, per regola generale, è comunque tenuta a fornire, se sia mancato il consenso o, indifferentemente, vi sia stato dissenso essendo, nell’uno e nell’altro caso, comunque configurabile il reato.
Altre sono invece le critiche che, alla nuova più ancora che alla vecchia formulazione del ddl in questione, possono essere avanzate. La prima di esse attiene al fatto che, prevedendosi come aggravante l’impiego di violenza o minaccia e l’abuso d’autorità o dell’inferiorità fisica o psichica della persona offesa, si lascia chiaramente intendere che il reato, nell’ipotesi base, potrebbe configurarsi anche quando la persona offesa, in assenza di alcuna delle dette condizioni, abbia manifestato solo a parole la propria contrarietà, assumendo però, nel contempo, un atteggiamento di totale acquiescenza al compimento dell’atto sessuale; atteggiamento che, in quanto non determinato da costrizioni o indebiti condizionamenti, non potrebbe che essere considerato come espressione di un libero e tacito consenso. E c’è allora da chiedersi perché mai questo non dovrebbe prevalere - con conseguente esclusione del reato - su di un dissenso che, in quanto puramente verbale e contraddetto dai fatti, ben potrebbe essere (o, comunque apparire) non rispondente alla reale volontà del soggetto. Proprio per dare risposta a tale interrogativo potrebbe pensarsi che sia stata inserita nella nuova formulazione del ddl la previsione secondo cui «la volontà contraria all’atto sessuale deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso».
Si tratta, però, di una previsione che appare, al tempo stesso, generica e pleonastica. Generica perché non indica alcun criterio sulla base del quale la valutazione in questione debba essere condotta. Pleonastica perché si tratta di una valutazione sempre e comunque necessaria ogni qual volta l’atteggiamento psicologico della presunta vittima di un qualsiasi reato doloso assuma rilievo ai fini della configurabilità del medesimo. E, d’altra parte, a conferma del fatto che solo dal comportamento materiale liberamente posto in essere dalla presunta vittima possa desumersi se essa sia stata consenziente o dissenziente, vale anche l’esempio offerto dalla legislazione spagnola, spesso evocata a modello dai movimenti femministi, in quanto ispirata al principio del consenso, espresso nella formula che «solo il sì è sì». Nonostante tale principio, infatti, si afferma nell’art. 178 del codice penale spagnolo che il consenso dev’essere riconosciuto sulla sola base di «atti» - e non di parole - che «tenendo conto delle circostanze del caso, esprimono chiaramente la volontà della persona».
Altro motivo di critica appare poi quello concernente l’ulteriore previsione secondo cui «l’atto sessuale è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso». Se con tale previsione si intendesse solo riferirsi a una rapida e comunque inaccettabile molestia posta in essere da soggetti presi da «raptus» improvvisi a fronte di bellezze femminili, poco male. Condotte di tal genere, infatti, secondo una consolidata - anche se discutibile - interpretazione giurisprudenziale, sono già oggi, in base alla norma vigente, da qualificarsi come reato di violenza sessuale. Quel che preoccupa, però, è che, secondo quanto dichiarato proprio dalla Bongiorno in un’intervista comparsa sul Corriere della sera del 23 gennaio scorso, con la previsione in questione si sarebbe invece inteso introdurre la fattispecie del «freezing», che si avrebbe - si afferma in detta intervista - «quando la donna non manifesta la sua volontà perché congelata dalla paura». Ora, i casi sono due. O la paura è stata indotta dall’uomo mediante violenza, minaccia o abuso d’autorità, e allora basterebbe questo a rendere configurabile il reato, addirittura nella sua forma aggravata, senza alcuna necessità di apposita previsione. Oppure all’insorgere della paura nella psiche della donna è del tutto estranea la condotta posta in essere dall’uomo, e allora non si vede come e perché l’atto sessuale da lui compiuto con un soggetto comunque consenziente possa dar luogo a responsabilità penale, posto che la paura non può neppure essere considerata, di per sé, assimilabile, quando non derivi da cause patologiche, ad una condizione di «inferiorità fisica o psichica».
In conclusione vien fatto di chiedersi, a questo punto, se non possa condividersi l’opinione di chi, come l’onorevole Valeria Valente, del Partito democratico, ha sostenuto, sia pure per ragioni opposte a quelle qui illustrate, che, a fronte della nuova proposta, meglio sarebbe lasciare intatta la vigente formulazione del reato che, nell’interpretazione giurisprudenziale - si afferma - consente già ora di ritenerlo configurabile in assenza del consenso della vittima. Più d’uno, nell’ambito del centrodestra, potrebbe essere d’accordo.
Sì al nuovo testo: pene fino a 13 anni
Novità per il disegno di legge contro la violenza sulla donne: ieri la relatrice del ddl, la presidente della Commissione Giustizia del Senato Giulia Bongiorno della Lega, ha presentato un nuovo testo che prevede pene più alte: fino a 12 anni nel caso di atti sessuali contro volontà e fino a 13 anni in presenza di aggravanti (violenza o minaccia). Il testo base del ddl è stato approvato con 12 voti a favore e 10 contrari dalla Commissione. La polemica con le opposizioni ruota intorno al cambiamento della parola «consenso» che appariva invece nel testo approvato alla Camera. Perché questo cambiamento? «Perché loro (le opposizioni, ndr)», ha spiegato la Bongiorno, «dicevano che questo consenso quasi dovesse essere presunto, secondo me non si deve presumere, nei contesti si deve accertare. Ho voluto ancorare questo dissenso ai casi concreti, recependo la famosa convenzione di Istanbul. È molto più facile accertare la contrarietà di una volontà piuttosto che accertare un consenso che molti hanno detto: “Come lo deve esprimere? Con un modulo?”. Personalmente», ha aggiunto la Bongiorno, «io voglio mettere al centro la donna e non voglio che qualcuno pensi che noi a tutti i costi ce ne infischiamo delle loro perplessità. Il testo base è stato votato ed è stato approvato», ha aggiunto la Bongiorno, «ma è un punto di partenza. Al centro di tutto deve restare la volontà della donna». Annuncia barricate la senatrice del Pd Valeria Valente, componente della Commissione femminicidio, che ieri ha partecipato alla riunione della Commissione Giustizia: «Il suo testo straccia il patto Meloni-Schlein», ha argomentato la Valente, «perché Bongiorno ha scritto una legge che mette al centro non il consenso della donna, ma il dissenso, facendo quindi un passo indietro rispetto alla giurisprudenza attuale. L’avvocata Bongiorno lo sa benissimo. Dovendo provare il dissenso all’atto sessuale in un’aula di tribunale, una donna che ha subito stupro dovrà provare di essersi difesa, di avere reagito, di avere scalciato. Il carico sarà tutto sulle donne, che saranno rivittimizzate, più di quanto già avviene. Siamo di fronte ad un’inversione a U», ha aggiunto la Valente, «rispetto alla legge sul consenso approvata all’unanimità alla Camera, noi faremo tutto quello che potremo per evitare che il Parlamento approvi una legge sbagliata. Lo faremo accanto a tutte le associazioni femminili e femministe e le reti e i centri antiviolenza che in queste ore stanno urlando il loro no». »Il testo dell'emendamento è stato scritto da una donna ma dettato dal patriarcato», ha dichiarato invece la dem Michela Di Biase.
Al Senato i gruppi di opposizione hanno chiesto e ottenuto nuove audizioni sul disegno di legge perché il testo base adottato ieri nella riformulazione della relatrice Giulia Bongiorno «è cambiato completamente», come hanno riferito tra gli altri la senatrice dem Anna Rossomando, Ada Lopreiato del M5s e Ivan Scalfarotto di Italia viva.
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