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2023-12-26
Celestino Usuelli: storia del «milanese volante»
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Il pioniere del volo aerostatico e dei dirigibili Celestino Usuelli (Getty Images)
Celestino Usuelli ebbe da sempre lo sguardo rivolto al cielo, anche se era nato e cresciuto con i «piedi per terra». Il futuro pioniere italiano del volo vide la luce nel 1877 in una città, Milano, in grande crescita e fermento artistico, scientifico, industriale. Capitale economica d’Italia, allora vera metropoli ammirata in tutto il mondo, Milano era diventata la frontiera del progresso in molti campi. Abbellita dai nuovi quartieri trionfo dello stile liberty, dal 1863 vantava con il Politecnico il fiore all’occhiello dell’istruzione scientifico-tecnica, fucina dei futuri ingegneri che fecero l’industria italiana. Nello stesso anno in cui nacque Usuelli, ai giardini pubblici di Porta Venezia il grande Enrico Forlanini portava in volo il primo prototipo di elicottero del mondo, facendo diventare realtà il sogno di Leonardo da Vinci. Anche il commercio fioriva, e fu in questo settore che Celestino fece la propria fortuna. Viaggiò molto e vide la Cina, il Giappone, Il Brasile, l’Argentina. Divenne co-titolare di un’azienda di import-export con sede in via Boccaccio, la «Usuelli & Ferrari», che gli fornì i mezzi necessari per avvicinarsi sempre di più al cielo scalando le montagne. Le imprese alpinistiche del giovane milanese furono di tutto rispetto: dalle cime delle Alpi al Chimborazo, vetta ecuadoregna di 6.310 metri. In quegli anni, Usuelli ammirò le imprese degli aerostieri che per la prima volta sfidarono le cime dei monti sorvolandole, come lo svizzero Eduard Spelterini che nel 1898 a bordo del suo pallone «Wega» attraversò la catena delle Alpi svizzere. Desideroso di emulare le imprese di quei pionieri, Celestino decise di staccare i piedi da terra e viaggiare nel cielo a bordo di un pallone. Iscritto alla Società Aerostatica Italiana, puntò presto ad infrangere nuovi record su aerostato negli anni di massimo fermento delle «disfide» del «più leggero dell’aria». Celestino Usuelli non mancò l’appuntamento ma l’esordio costò un prezzo altissimo. Alle ore 22 del 2 giugno 1906 l’aeronauta mollò gli ormeggi del pallone «Regina Elena» assieme al capitano di marina Nazari e il ventenne milanese Luigi Minoletti. Nonostante le condizioni atmosferiche non proprio ottimali, il pallone viaggiò senza incidenti spinto dalle correnti dalla Liguria all’appennino Toscano fin sopra il monte Cimone per poi giungere sulla costa adriatica all’alba del giorno seguente. All’altezza della spiaggia di Sirolo, nel Conero, la fatalità. Il pallone, a corto di zavorra e in fase di discesa andò lungo e precipitò in mare. Solo Usuelli riuscì a sopravvivere ai flutti, aggrappato al cesto del «Regina Elena» per oltre 4 ore prima che i soccorsi potessero raggiungere il relitto galleggiante.
La tragedia del giugno 1906 non fermò la voglia di volare del pioniere milanese. Assieme all’industriale alessandrino Mario Borsalino, re dei cappelli alla moda, Usuelli compirà negli anni seguenti le sue più grandi imprese a bordo di aerostati. Il 12 novembre dello stesso anno a bordo del pallone «Milano» Usuelli e il compagno di viaggio Carlo Crespi attraversarono le Alpi marittime in un volo da Milano a Aix-Les-Bains raggiungendo quote superiori ai 6.000 metri e temperature di -24°C. Con Aldo Finzi, che sarà sottosegretario agli Interni durante i primi anni del ventennio e finirà vittima dei nazisti alle Fosse Ardeatine, stabilì il record con un volo di oltre 1.000 chilometri da Milano a Cannes.
L’evoluzione nella costruzione e nel pilotaggio dei dirigibili arrivò all’alba degli anni Dieci, quando insieme all’ingegnere torinese Franz Miller realizzò l’U-1, aeronave del tipo «floscio» spinta da un piccolo motore SPA da 80 Cv. Per ovviare al problema del prezzo dell’idrogeno, l’involucro fu gonfiato con una miscela di aria e gas illuminante. Il dirigibile fu testato su Torino nell’agosto 1910, ma poco dopo fu danneggiato dal maltempo e dovette attendere alcuni mesi prima di poter riprendere il volo. L’U-1 tolse gli ormeggi nuovamente dal capoluogo piemontese il 14 novembre 1911 per compiere il primo viaggio con una rotta ben definita. Da Torino al gasometro della Bovisa a Milano in compagnia di Erminio Donner Flori, svizzero naturalizzato bresciano e pioniere del volo aerostatico e di un altro passeggero. Il dirigibile si alzò a circa 500 metri di quota seguendo dapprima il corso del fiume Po; quindi volò sopra la pianura attraversando il cielo di Vercelli e Novara rallentando a causa di un forte vento contrario, che non permise al velivolo di raggiungere la velocità massima di circa 50 Km/h. Milano fu in vista a metà pomeriggio, verso le 16.30, dopo circa 4 ore e 30 di volo per coprire 140 km di distanza tra le due città. Usuelli avrebbe voluto coronare il successo di quella prima tratta con passeggeri volteggiando attorno alla Madonnina, ma la luce del giorno che andava spegnendosi suggerì prudenza e l’U-1 fu ormeggiato alla Bovisa da 12 uomini che aspettavano il suo arrivo. Il tempo di festeggiare, e un altro incidente durante l’ormeggio colpì il velivolo. Durante la notte un temporale fece sbattere violentemente l’involucro contro il pilone d’ormeggio danneggiandolo, rimandando così i voli successivi a causa dei lunghi tempi di riparazione necessari. Il sogno di anticipare l’era dell’aviazione civile grazie a un mezzo versatile come il dirigibile floscio che non necessitava di hangar e poteva essere movimentato come un aerostato, Celestino Usuelli continuò ad inseguirlo negli anni. Anche se la fortuna gli voltò le spalle più volte. Quando l’U-1 fu riparato nel gennaio 1912, il suo inventore volle volare a Bosco Mantico nel veronese (che sarà durante la Grande Guerra la più importante stazione di dirigibili in Italia). Il 31 gennaio decollò da Milano ma quasi subito un’avaria lo costrinse all’atterraggio a Brescia, come un funesto presagio. Dopo tre settimane di attesa per la riparazione l’U-1 si alzò nuovamente ma poco prima della destinazione il maltempo lo fece sbattere contro le cime degli alberi, facendo precipitare da circa 15 metri i suoi occupanti che per fortuna rimasero quasi illesi. La fine della sua prima macchina volante ancora una volta non scoraggiò quel temerario commerciante milanese che, lungi dal desistere, fondò nel quartiere di Villapizzone a Milano un’officina per la produzione di dirigibili che diede alla luce le versioni successive delle aeronavi di Usuelli. Il primo fu l’U-2, simile al precedente ma con l’involucro rinforzato e il motore da 100 cavalli. Con questo secondo dirigibile il pilota e costruttore tenne i milanesi a testa in su compiendo numerose evoluzioni attorno alla città. Troppo sensibile alle condizioni atmosferiche, anche questo velivolo andò perduto in una collisione accidentale contro un campanile a Monza. Le macchine di Usuelli uscirono dalla fabbrica di Villapizzone fino al 1918. Allo scoppio della Grande Guerra l’esercito italiano scelse di testarne una, il dirigibile U-4 affidato alla Regia Marina, che tuttavia non venne mai impiegato in azioni belliche. Nel 1918 fu inaugurato l’ultimo dirigibile Usuelli, l’U-5, entrato nelle ultime fasi del conflitto come ricognitore costiero e operò con base a Pontedera lungo il litorale toscano. Il 2 maggio 1918 a causa di un presunto cedimento strutturale il dirigibile precipitò improvvisamente all’altezza di Castellina Marittima portando con sé la vita dei cinque militari che si apprestavano al rientro dopo una missione di sorveglianza antisommergibile. Riguardo l’impiego militare dei dirigibili del coraggioso Usuelli la sciagura mise la parola fine, con la successiva cancellazione dell’ordine di 10 esemplari emesso poco prima dal Regio Esercito.
Ancora una volta, mentre già si capiva che l’ala fissa avrebbe soppiantato il dirigibile dopo le battaglie aeree della prima guerra mondiale, il commerciante e pioniere lombardo si rimboccò le maniche e partecipò nel dopoguerra al progetto del grande dirigibile T-34 poi ribattezzato «Roma», assieme a personalità del calibro di Umberto Nobile e Carlo Arturo Crocco. Diverso dai primi esemplari nati dall’inventiva di Usuelli, il «semirigido» dotato di motori Ansaldo fu acquistato dall’esercito americano. Celestino, il «commerciante volante», non fece in tempo a gustare il successo dell’opera di ingegneria aeronautica. Il 6 aprile 1926, mentre era alla guida della sua automobile nei pressi di San Germano Vercellese, sbandò improvvisamente provocando il ribaltamento del mezzo causandone la morte istantanea. Fu in quel caso la dura terra a reclamare la vita di un uomo che aveva viaggiato per anni nel cielo.
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Di professione commerciante, fu alpinista e pioniere del volo aerostatico. Tra i primi costruttori di dirigibili, volò da Torino a Milano con passeggeri a bordo. Le sue imprese fecero sognare l'Italia della «Belle époque» e del progresso scientifico alla conquista del cielo.Celestino Usuelli ebbe da sempre lo sguardo rivolto al cielo, anche se era nato e cresciuto con i «piedi per terra». Il futuro pioniere italiano del volo vide la luce nel 1877 in una città, Milano, in grande crescita e fermento artistico, scientifico, industriale. Capitale economica d’Italia, allora vera metropoli ammirata in tutto il mondo, Milano era diventata la frontiera del progresso in molti campi. Abbellita dai nuovi quartieri trionfo dello stile liberty, dal 1863 vantava con il Politecnico il fiore all’occhiello dell’istruzione scientifico-tecnica, fucina dei futuri ingegneri che fecero l’industria italiana. Nello stesso anno in cui nacque Usuelli, ai giardini pubblici di Porta Venezia il grande Enrico Forlanini portava in volo il primo prototipo di elicottero del mondo, facendo diventare realtà il sogno di Leonardo da Vinci. Anche il commercio fioriva, e fu in questo settore che Celestino fece la propria fortuna. Viaggiò molto e vide la Cina, il Giappone, Il Brasile, l’Argentina. Divenne co-titolare di un’azienda di import-export con sede in via Boccaccio, la «Usuelli & Ferrari», che gli fornì i mezzi necessari per avvicinarsi sempre di più al cielo scalando le montagne. Le imprese alpinistiche del giovane milanese furono di tutto rispetto: dalle cime delle Alpi al Chimborazo, vetta ecuadoregna di 6.310 metri. In quegli anni, Usuelli ammirò le imprese degli aerostieri che per la prima volta sfidarono le cime dei monti sorvolandole, come lo svizzero Eduard Spelterini che nel 1898 a bordo del suo pallone «Wega» attraversò la catena delle Alpi svizzere. Desideroso di emulare le imprese di quei pionieri, Celestino decise di staccare i piedi da terra e viaggiare nel cielo a bordo di un pallone. Iscritto alla Società Aerostatica Italiana, puntò presto ad infrangere nuovi record su aerostato negli anni di massimo fermento delle «disfide» del «più leggero dell’aria». Celestino Usuelli non mancò l’appuntamento ma l’esordio costò un prezzo altissimo. Alle ore 22 del 2 giugno 1906 l’aeronauta mollò gli ormeggi del pallone «Regina Elena» assieme al capitano di marina Nazari e il ventenne milanese Luigi Minoletti. Nonostante le condizioni atmosferiche non proprio ottimali, il pallone viaggiò senza incidenti spinto dalle correnti dalla Liguria all’appennino Toscano fin sopra il monte Cimone per poi giungere sulla costa adriatica all’alba del giorno seguente. All’altezza della spiaggia di Sirolo, nel Conero, la fatalità. Il pallone, a corto di zavorra e in fase di discesa andò lungo e precipitò in mare. Solo Usuelli riuscì a sopravvivere ai flutti, aggrappato al cesto del «Regina Elena» per oltre 4 ore prima che i soccorsi potessero raggiungere il relitto galleggiante. La tragedia del giugno 1906 non fermò la voglia di volare del pioniere milanese. Assieme all’industriale alessandrino Mario Borsalino, re dei cappelli alla moda, Usuelli compirà negli anni seguenti le sue più grandi imprese a bordo di aerostati. Il 12 novembre dello stesso anno a bordo del pallone «Milano» Usuelli e il compagno di viaggio Carlo Crespi attraversarono le Alpi marittime in un volo da Milano a Aix-Les-Bains raggiungendo quote superiori ai 6.000 metri e temperature di -24°C. Con Aldo Finzi, che sarà sottosegretario agli Interni durante i primi anni del ventennio e finirà vittima dei nazisti alle Fosse Ardeatine, stabilì il record con un volo di oltre 1.000 chilometri da Milano a Cannes. L’evoluzione nella costruzione e nel pilotaggio dei dirigibili arrivò all’alba degli anni Dieci, quando insieme all’ingegnere torinese Franz Miller realizzò l’U-1, aeronave del tipo «floscio» spinta da un piccolo motore SPA da 80 Cv. Per ovviare al problema del prezzo dell’idrogeno, l’involucro fu gonfiato con una miscela di aria e gas illuminante. Il dirigibile fu testato su Torino nell’agosto 1910, ma poco dopo fu danneggiato dal maltempo e dovette attendere alcuni mesi prima di poter riprendere il volo. L’U-1 tolse gli ormeggi nuovamente dal capoluogo piemontese il 14 novembre 1911 per compiere il primo viaggio con una rotta ben definita. Da Torino al gasometro della Bovisa a Milano in compagnia di Erminio Donner Flori, svizzero naturalizzato bresciano e pioniere del volo aerostatico e di un altro passeggero. Il dirigibile si alzò a circa 500 metri di quota seguendo dapprima il corso del fiume Po; quindi volò sopra la pianura attraversando il cielo di Vercelli e Novara rallentando a causa di un forte vento contrario, che non permise al velivolo di raggiungere la velocità massima di circa 50 Km/h. Milano fu in vista a metà pomeriggio, verso le 16.30, dopo circa 4 ore e 30 di volo per coprire 140 km di distanza tra le due città. Usuelli avrebbe voluto coronare il successo di quella prima tratta con passeggeri volteggiando attorno alla Madonnina, ma la luce del giorno che andava spegnendosi suggerì prudenza e l’U-1 fu ormeggiato alla Bovisa da 12 uomini che aspettavano il suo arrivo. Il tempo di festeggiare, e un altro incidente durante l’ormeggio colpì il velivolo. Durante la notte un temporale fece sbattere violentemente l’involucro contro il pilone d’ormeggio danneggiandolo, rimandando così i voli successivi a causa dei lunghi tempi di riparazione necessari. Il sogno di anticipare l’era dell’aviazione civile grazie a un mezzo versatile come il dirigibile floscio che non necessitava di hangar e poteva essere movimentato come un aerostato, Celestino Usuelli continuò ad inseguirlo negli anni. Anche se la fortuna gli voltò le spalle più volte. Quando l’U-1 fu riparato nel gennaio 1912, il suo inventore volle volare a Bosco Mantico nel veronese (che sarà durante la Grande Guerra la più importante stazione di dirigibili in Italia). Il 31 gennaio decollò da Milano ma quasi subito un’avaria lo costrinse all’atterraggio a Brescia, come un funesto presagio. Dopo tre settimane di attesa per la riparazione l’U-1 si alzò nuovamente ma poco prima della destinazione il maltempo lo fece sbattere contro le cime degli alberi, facendo precipitare da circa 15 metri i suoi occupanti che per fortuna rimasero quasi illesi. La fine della sua prima macchina volante ancora una volta non scoraggiò quel temerario commerciante milanese che, lungi dal desistere, fondò nel quartiere di Villapizzone a Milano un’officina per la produzione di dirigibili che diede alla luce le versioni successive delle aeronavi di Usuelli. Il primo fu l’U-2, simile al precedente ma con l’involucro rinforzato e il motore da 100 cavalli. Con questo secondo dirigibile il pilota e costruttore tenne i milanesi a testa in su compiendo numerose evoluzioni attorno alla città. Troppo sensibile alle condizioni atmosferiche, anche questo velivolo andò perduto in una collisione accidentale contro un campanile a Monza. Le macchine di Usuelli uscirono dalla fabbrica di Villapizzone fino al 1918. Allo scoppio della Grande Guerra l’esercito italiano scelse di testarne una, il dirigibile U-4 affidato alla Regia Marina, che tuttavia non venne mai impiegato in azioni belliche. Nel 1918 fu inaugurato l’ultimo dirigibile Usuelli, l’U-5, entrato nelle ultime fasi del conflitto come ricognitore costiero e operò con base a Pontedera lungo il litorale toscano. Il 2 maggio 1918 a causa di un presunto cedimento strutturale il dirigibile precipitò improvvisamente all’altezza di Castellina Marittima portando con sé la vita dei cinque militari che si apprestavano al rientro dopo una missione di sorveglianza antisommergibile. Riguardo l’impiego militare dei dirigibili del coraggioso Usuelli la sciagura mise la parola fine, con la successiva cancellazione dell’ordine di 10 esemplari emesso poco prima dal Regio Esercito. Ancora una volta, mentre già si capiva che l’ala fissa avrebbe soppiantato il dirigibile dopo le battaglie aeree della prima guerra mondiale, il commerciante e pioniere lombardo si rimboccò le maniche e partecipò nel dopoguerra al progetto del grande dirigibile T-34 poi ribattezzato «Roma», assieme a personalità del calibro di Umberto Nobile e Carlo Arturo Crocco. Diverso dai primi esemplari nati dall’inventiva di Usuelli, il «semirigido» dotato di motori Ansaldo fu acquistato dall’esercito americano. Celestino, il «commerciante volante», non fece in tempo a gustare il successo dell’opera di ingegneria aeronautica. Il 6 aprile 1926, mentre era alla guida della sua automobile nei pressi di San Germano Vercellese, sbandò improvvisamente provocando il ribaltamento del mezzo causandone la morte istantanea. Fu in quel caso la dura terra a reclamare la vita di un uomo che aveva viaggiato per anni nel cielo.
Enrica Bonaccorti (Ansa)
Il grande pubblico la conosce per i suoi trascorsi di conduttrice e opinionista tv, ruoli ricoperti a partire dai primi anni Ottanta e proseguiti in modo pressoché continuativo fino a pochi anni or sono, ma la Bonaccorti, nei suoi 75 anni di vita (era nata a Savona il 18 novembre 1949), ha fatto tantissimo altro. Innanzitutto l’attrice, muovendo i primi passi in ambito teatrale tra il finire degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, in quella Capitale dove si era da poco trasferita con la famiglia. Il suo debutto avviene presso il Teatro alla Ringhiera di Trastevere, uno dei tanti luoghi di sperimentazione e avanguardia della Roma di quel tempo (curiosità: lo spazio era situato in Via dei Riari e i Riario erano una nobile famiglia di origini savonesi, come Enrica), quindi giunge la partecipazione, nel 1970, allo spettacolo Mi è cascata una ragazza nel piatto (dalla pièce dell’inglese Terence Frisby), al fianco di Domenico Modugno e Paola Quattrini. Nello stesso periodo, in virtù della frequentazione di Modugno, si cimenta nella stesura di liriche, co-firmando i testi di due capisaldi del repertorio dell’artista pugliese: Amara terra mia (1971) e l’ancor più celebre La lontananza, uscita l’anno precedente. Al 1973 risale un evento fondamentale nell’esistenza della Bonaccorti: la nascita dell’amata (e unica) figlia Verdiana, frutto della relazione con l’allora marito Daniele Pettinari, regista e sceneggiatore. Nel 1969, intanto, Enrica aveva debuttato al cinema, entrando nel cast del film Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi. Seguirà la partecipazione a numerose pellicole, buona parte delle quali riconducibili ai generi (talvolta fusi tra loro) della commedia e dell’erotismo, quest’ultimo frequentato dalla Bonaccorti in ragione di un fisico procace e statuario, esibito in film come Il maschio ruspante di Antonio Racioppi (1973) e Rag. Arturo De Fanti, bancario precario di Luciano Salce (1980) e in seguito, nel 1982, in un servizio fotografico per la rivista Playboy.
La carriera televisiva, che le darà la piena celebrità, ha inizio come già detto nei primi anni Ottanta, dapprima con le trasmissioni Rai Italia sera (1983-1986) e Pronto, chi gioca? (1985-1987, continuazione del Pronto, Raffaella? condotto dalla Carrà), poi con vari programmi per la Fininvest come La giostra (1987-1988), Cari genitori (1988) e l’indimenticata prima edizione di Non è la Rai (1991-1992). La Bonaccorti è stata anche scrittrice: nel suo ultimo libro, Nove novelle senza lieto fine, pubblicato pochi mesi fa, vi è un componimento in cui, confermando la sua abilità nell’uso delle parole, affronta con ironia ammirevole quella morte che sapeva vicina a causa del carcinoma al pancreas da cui era affetta: «Ho spesso pensato / alla morte / ma non ci ho mai veramente creduto / Soprattutto alla mia / Ora fra anagrafe e acciacchi / qualche dubbio mi assale / E se anch’io fossi mortale? / Ma non voglio sapere / né approfondire / l’idea di morire / mi uccide».
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Non solo talento e allenamento: l’era dei dati entra nelle competizioni e vale miliardi. Dopo l’esperienza di Milano-Cortina 2026, l’intelligenza artificiale spinge performance, strategie e coinvolgimento dei tifosi, con un mercato globale previsto in crescita del 310% entro il 2034.
Alle Olimpiadi Invernali di Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 non si è visto solo talento, fatica e spettacolo. Accanto agli atleti, spesso lontano dalle telecamere, ha lavorato anche un altro protagonista: l’algoritmo. Silenzioso, invisibile, ma sempre più decisivo. È il segno di una trasformazione che non riguarda solo una singola edizione dei Giochi, ma l’intero sistema sportivo.
I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Secondo Fortune Business Insights, il mercato globale dell’intelligenza artificiale applicata allo sport valeva 1,22 miliardi di dollari nel 2025, salirà a 1,43 miliardi nel 2026 e toccherà i 5,01 miliardi entro il 2034. Una crescita del +310% in meno di dieci anni, con un tasso medio annuo del 16,9%. A trainare questa espansione sono soprattutto le decisioni basate sui dati per migliorare le prestazioni e i risultati competitivi, insieme alle soluzioni di coinvolgimento personalizzato dei tifosi. Sempre più diffusa è anche l’analisi predittiva, utilizzata per prevenire infortuni, gestire i carichi di allenamento e programmare lo sviluppo degli atleti, mentre le piattaforme cloud rendono questi strumenti accessibili a squadre e campionati di ogni dimensione.
A Milano-Cortina l’intelligenza artificiale si è vista in modo concreto. Il Comitato Olimpico Internazionale ha presentato Olympic Gpt, un assistente digitale capace di rispondere in tempo reale alle domande degli spettatori su regolamenti, risultati e curiosità. Una sorta di guida virtuale per orientarsi tra gare e classifiche. Dietro le quinte, Olympic Broadcasting Services ha sperimentato strumenti di Ia per catalogare enormi flussi video, creare highlight automatici e arricchire le immagini con dati e analisi in tempo reale. Il salto di uno sciatore «fermato» a mezz’aria, con grafica su velocità e angolo d’atterraggio, non è solo un effetto scenico: è un nuovo modo di raccontare lo sport.
L’intelligenza artificiale però non si limita a descrivere le imprese, contribuisce a costruirle. La snowboarder americana Maddie Mastro ha corretto un errore tecnico grazie alla ricostruzione tridimensionale del suo movimento attraverso modelli basati su IA. La nazionale statunitense di bob e skeleton ha trasformato micro-variazioni e dati in un vantaggio competitivo. Nel pattinaggio di velocità sono stati creati gemelli digitali degli atleti per simulare la resistenza dell’aria, replicando virtualmente ciò che un tempo si faceva in galleria del vento. Secondo Giacinto Fiore e Pasquale Viscanti, fondatori della community Intelligenza Artificiale Spiegata Semplice e organizzatori della Ai Week, l’Ai non sostituisce il talento ma lo amplifica, permettendo di vedere dettagli invisibili e di prendere decisioni migliori in meno tempo. In discipline dove le medaglie si decidono per centesimi, anche una micro-correzione può fare la differenza. Anche l’Italia ha investito in monitoraggi e protocolli scientifici. Le due medaglie d’oro nello sci di Federica Brignone, tornata in gara dopo un grave infortunio, raccontano anche di analisi continue e della collaborazione tra la Federazione Italiana Sport Invernali e partner privati per prevenire ricadute e ottimizzare il rientro. E perfino il curling, diventato popolare grazie ai successi di Stefania Constantini e Amos Mosaner, ha visto l’impiego di sistemi capaci di tracciare traiettorie reali e previsionali in tempo reale, offrendo un supporto tattico che fino a ieri era affidato soprattutto all’intuito.
La trasformazione in atto si muove lungo cinque direttrici principali: l’ottimizzazione delle performance in tempo reale attraverso sensori e dispositivi indossabili; la previsione preventiva degli infortuni grazie all’analisi di dati biometrici e carichi di lavoro; il coinvolgimento personalizzato dei tifosi con contenuti e offerte su misura; lo storytelling automatizzato con riassunti generati in tempo reale; e un modello decisionale sempre più fondato su analisi oggettive di video e dati statistici. La passione resta umana, ma l’infrastruttura che la sostiene è sempre più intelligente. E quanto visto a Milano-Cortina potrebbe essere solo l’inizio.
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Sul fronte macro, il conflitto che coinvolge Usa, Israele e Iran ha riacceso petrolio e gas, riportando al centro il rischio inflazione e la possibilità che la discesa dei tassi diventi più lenta e accidentata. «La situazione geopolitica fragile e il balzo energetico rischiano di mettere in difficoltà molte aziende, con possibili effetti a catena sul fronte dei prestiti e un aumento delle sofferenze», commenta Gaziano, «rendendo il percorso di riduzione dei tassi da parte delle banche centrali molto più accidentato del previsto. Uno scenario che lo stesso Donald Trump non può permettersi a lungo, visto il calo di gradimento tra i suoi sostenitori iniziali dovuto all’incertezza economica». Negli Usa la volatilità sostiene ancora trading e advisory; in Europa, invece, la maggiore dipendenza energetica rende il settore più esposto a uno choc prolungato.
«L’esposizione diretta delle banche europee al conflitto in Medio Oriente è molto limitata e si concentra essenzialmente negli Emirati Arabi Uniti, riguardando due istituti, Standard Chartered e Hsbc», aggiunge Jerome Legras, head of research Axiom Alternative Investments. «Dato ciò», continua, «il meccanismo di trasmissione del rischio dominante per gli istituti di credito del Vecchio continente è quello macroeconomico: uno choc dei prezzi del petrolio che si ripercuote sull’inflazione, sulle aspettative dei tassi di interesse e sulle condizioni di finanziamento in generale, piuttosto che tradursi in perdite dirette di bilancio. Sebbene i fattori geopolitici siano molto diversi, questo scenario macroeconomico non è dissimile da quello osservato durante le prime settimane della guerra in Ucraina. In quell’occasione, l’impatto sui tassi ha pesato di più rispetto a quello sulla qualità degli attivi, grazie alle ingenti riserve detenute dalle banche e ai loro criteri conservativi nella concessione dei prestiti. Resta da vedere se lo stesso vale per una guerra che probabilmente sarà molto più breve».
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Un secolo di storia, un racconto di famiglia, cultura e bollicine italiane: così Valdo ha celebrato a Milano i suoi primi cento anni. Il Teatro Gerolamo è diventato per un giorno il palcoscenico di un viaggio attraverso i riti sociali, le trasformazioni del gusto, una visione imprenditoriale e l’evoluzione di un prodotto che è diventato un’icona contemporanea.
È così che l’evento Cento anni di Valdo. Quando il Prosecco diventa cultura ha intrecciato narrazione corale, immagini e racconti, restituendo il Prosecco non solo come prodotto, ma come gesto conviviale, linguaggio sociale e simbolo di italianità.
A guidare il pubblico tra ricordi, aneddoti e visioni future è stato Pino Strabioli, conduttore televisivo e divulgatore di costume. Al suo fianco, Pierluigi Bolla, presidente di Valdo e seconda generazione alla guida dell’azienda, ha raccontato il percorso della famiglia e della società, affiancato dalla chef stellata Chiara Pavan e dal giornalista wine expert Giulio Somma. «Se dovessi rappresentare in una definizione la storia di Valdo direi: “una vita vivace”», ha spiegato Bolla, citando lo storico claim pubblicitario degli anni Novanta. «Valdo ha sempre guardato al cambiamento con ottimismo, portando, con la freschezza di un perlage unico, gioia e leggerezza anche nei momenti quotidiani». La storia della famiglia Bolla, partita da Albano che nel 1883 produceva vino per i propri ospiti a Soave, ha trovato continuità nella creazione di Valdo nel 1951, un nome e un brand capaci di coniugare tradizione e innovazione. L’azienda ha saputo anticipare i tempi e costruire uno stile vinicolo riconoscibile. «Dalle sperimentazioni sul metodo classico alle cuvée dedicate alla ristorazione, Valdo ha creato vini che raccontano una storia enologica significativa», ha sottolineato Somma. Per Chiara Pavan, il legame tra territorio e gusto è centrale: «Il prosecco è legato a una terra vocata, con sapori unici, ed è ideale per una cucina sostenibile e attenta alle materie prime».
Pierluigi Bolla
L’intervista esclusiva realizzata a margine con Pierluigi Bolla ha reso ancora più chiaro il filo rosso tra passato e futuro dell’azienda. «Innovazione e tradizione sono sempre stati un mantra per Valdo», spiega l'imprenditore. «Oggi abbiamo sfide importanti: lo sviluppo dell’azienda Magredi, nuovi vini e spumanti, e il progetto dello spumante no alcohol. Innovazione e tradizione sono i binari su cui l’azienda deve continuare a muoversi». Ma l’attualità impone anche di guardare con prudenza ai mercati internazionali. Bolla parla di una «tempesta perfetta»: dazi, svalutazione dell’euro e un cambiamento nei comportamenti dei consumatori globali. «Si produce più vino di quello che si consuma. Negli Stati Uniti e in Francia si stanno spiantando migliaia di ettari. La situazione è complessa e richiede esperienza, prudenza, visione e qualche scommessa». Nonostante le difficoltà, il presidente di Valdo mantiene un ottimismo realistico: «Bisogna navigare in tempesta con la consapevolezza del nostro DNA imprenditoriale: avere visione, essere ottimisti e fare scelte coraggiose. L’impegno è vincere, come abbiamo fatto per cento anni».
Il talk e l’intervista hanno anche esplorato la strada del Prosecco del futuro. Valdo Purø – Alcohol Free Blanc de Blancs rappresenta una sperimentazione significativa: il primo spumante analcolico dell’azienda, premiato con la medaglia d’oro al Berliner Wein Trophy. Un esempio di come Valdo sappia conciliare innovazione, identità storica e attenzione al mercato contemporaneo. La sostenibilità è un tema centrale, sia per la produzione del vino sia per la cucina. «Oggi la cucina è più sobria, concentrata sulla materia prima e attenta all’ambiente», spiega Pavan. «È proprio il rispetto del territorio e dell’ecosistema a permetterci di avere prodotti di qualità e sapori autentici». Il territorio rimane cuore pulsante dell’azienda: le colline di Conegliano e Valdobbiadene, patrimonio Unesco, continuano a offrire la miglior espressione della Glera, interpretata con competenza e spirito innovativo. L’acquisizione di nuovi vigneti nelle Grave del Friuli amplia le possibilità di sperimentazione, tra metodo Charmat, classico e vini fermi.
La celebrazione del centenario non è solo memoria, ma impegno verso il futuro. Bolla sottolinea l’importanza di gestire la crescita in un mercato maturo, senza inseguire mode ma guidando il proprio percorso con responsabilità. «Cent’anni non sono un traguardo, sono una responsabilità», conclude. «Significa aver attraversato la storia senza perdere identità, sapere cambiare senza smarrirsi e avere ancora voglia e coraggio di innovare». Tra brindisi, ricordi e visioni, Milano ha salutato un secolo di Valdo, un’azienda che ha trasformato le bollicine in cultura, leggerezza e futuro, pronta a continuare a raccontare la propria storia, e quella di un’Italia che cambia ma continua a brindare con le sue eccellenze vinicole.
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