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2023-12-26
Celestino Usuelli: storia del «milanese volante»
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Il pioniere del volo aerostatico e dei dirigibili Celestino Usuelli (Getty Images)
Celestino Usuelli ebbe da sempre lo sguardo rivolto al cielo, anche se era nato e cresciuto con i «piedi per terra». Il futuro pioniere italiano del volo vide la luce nel 1877 in una città, Milano, in grande crescita e fermento artistico, scientifico, industriale. Capitale economica d’Italia, allora vera metropoli ammirata in tutto il mondo, Milano era diventata la frontiera del progresso in molti campi. Abbellita dai nuovi quartieri trionfo dello stile liberty, dal 1863 vantava con il Politecnico il fiore all’occhiello dell’istruzione scientifico-tecnica, fucina dei futuri ingegneri che fecero l’industria italiana. Nello stesso anno in cui nacque Usuelli, ai giardini pubblici di Porta Venezia il grande Enrico Forlanini portava in volo il primo prototipo di elicottero del mondo, facendo diventare realtà il sogno di Leonardo da Vinci. Anche il commercio fioriva, e fu in questo settore che Celestino fece la propria fortuna. Viaggiò molto e vide la Cina, il Giappone, Il Brasile, l’Argentina. Divenne co-titolare di un’azienda di import-export con sede in via Boccaccio, la «Usuelli & Ferrari», che gli fornì i mezzi necessari per avvicinarsi sempre di più al cielo scalando le montagne. Le imprese alpinistiche del giovane milanese furono di tutto rispetto: dalle cime delle Alpi al Chimborazo, vetta ecuadoregna di 6.310 metri. In quegli anni, Usuelli ammirò le imprese degli aerostieri che per la prima volta sfidarono le cime dei monti sorvolandole, come lo svizzero Eduard Spelterini che nel 1898 a bordo del suo pallone «Wega» attraversò la catena delle Alpi svizzere. Desideroso di emulare le imprese di quei pionieri, Celestino decise di staccare i piedi da terra e viaggiare nel cielo a bordo di un pallone. Iscritto alla Società Aerostatica Italiana, puntò presto ad infrangere nuovi record su aerostato negli anni di massimo fermento delle «disfide» del «più leggero dell’aria». Celestino Usuelli non mancò l’appuntamento ma l’esordio costò un prezzo altissimo. Alle ore 22 del 2 giugno 1906 l’aeronauta mollò gli ormeggi del pallone «Regina Elena» assieme al capitano di marina Nazari e il ventenne milanese Luigi Minoletti. Nonostante le condizioni atmosferiche non proprio ottimali, il pallone viaggiò senza incidenti spinto dalle correnti dalla Liguria all’appennino Toscano fin sopra il monte Cimone per poi giungere sulla costa adriatica all’alba del giorno seguente. All’altezza della spiaggia di Sirolo, nel Conero, la fatalità. Il pallone, a corto di zavorra e in fase di discesa andò lungo e precipitò in mare. Solo Usuelli riuscì a sopravvivere ai flutti, aggrappato al cesto del «Regina Elena» per oltre 4 ore prima che i soccorsi potessero raggiungere il relitto galleggiante.
La tragedia del giugno 1906 non fermò la voglia di volare del pioniere milanese. Assieme all’industriale alessandrino Mario Borsalino, re dei cappelli alla moda, Usuelli compirà negli anni seguenti le sue più grandi imprese a bordo di aerostati. Il 12 novembre dello stesso anno a bordo del pallone «Milano» Usuelli e il compagno di viaggio Carlo Crespi attraversarono le Alpi marittime in un volo da Milano a Aix-Les-Bains raggiungendo quote superiori ai 6.000 metri e temperature di -24°C. Con Aldo Finzi, che sarà sottosegretario agli Interni durante i primi anni del ventennio e finirà vittima dei nazisti alle Fosse Ardeatine, stabilì il record con un volo di oltre 1.000 chilometri da Milano a Cannes.
L’evoluzione nella costruzione e nel pilotaggio dei dirigibili arrivò all’alba degli anni Dieci, quando insieme all’ingegnere torinese Franz Miller realizzò l’U-1, aeronave del tipo «floscio» spinta da un piccolo motore SPA da 80 Cv. Per ovviare al problema del prezzo dell’idrogeno, l’involucro fu gonfiato con una miscela di aria e gas illuminante. Il dirigibile fu testato su Torino nell’agosto 1910, ma poco dopo fu danneggiato dal maltempo e dovette attendere alcuni mesi prima di poter riprendere il volo. L’U-1 tolse gli ormeggi nuovamente dal capoluogo piemontese il 14 novembre 1911 per compiere il primo viaggio con una rotta ben definita. Da Torino al gasometro della Bovisa a Milano in compagnia di Erminio Donner Flori, svizzero naturalizzato bresciano e pioniere del volo aerostatico e di un altro passeggero. Il dirigibile si alzò a circa 500 metri di quota seguendo dapprima il corso del fiume Po; quindi volò sopra la pianura attraversando il cielo di Vercelli e Novara rallentando a causa di un forte vento contrario, che non permise al velivolo di raggiungere la velocità massima di circa 50 Km/h. Milano fu in vista a metà pomeriggio, verso le 16.30, dopo circa 4 ore e 30 di volo per coprire 140 km di distanza tra le due città. Usuelli avrebbe voluto coronare il successo di quella prima tratta con passeggeri volteggiando attorno alla Madonnina, ma la luce del giorno che andava spegnendosi suggerì prudenza e l’U-1 fu ormeggiato alla Bovisa da 12 uomini che aspettavano il suo arrivo. Il tempo di festeggiare, e un altro incidente durante l’ormeggio colpì il velivolo. Durante la notte un temporale fece sbattere violentemente l’involucro contro il pilone d’ormeggio danneggiandolo, rimandando così i voli successivi a causa dei lunghi tempi di riparazione necessari. Il sogno di anticipare l’era dell’aviazione civile grazie a un mezzo versatile come il dirigibile floscio che non necessitava di hangar e poteva essere movimentato come un aerostato, Celestino Usuelli continuò ad inseguirlo negli anni. Anche se la fortuna gli voltò le spalle più volte. Quando l’U-1 fu riparato nel gennaio 1912, il suo inventore volle volare a Bosco Mantico nel veronese (che sarà durante la Grande Guerra la più importante stazione di dirigibili in Italia). Il 31 gennaio decollò da Milano ma quasi subito un’avaria lo costrinse all’atterraggio a Brescia, come un funesto presagio. Dopo tre settimane di attesa per la riparazione l’U-1 si alzò nuovamente ma poco prima della destinazione il maltempo lo fece sbattere contro le cime degli alberi, facendo precipitare da circa 15 metri i suoi occupanti che per fortuna rimasero quasi illesi. La fine della sua prima macchina volante ancora una volta non scoraggiò quel temerario commerciante milanese che, lungi dal desistere, fondò nel quartiere di Villapizzone a Milano un’officina per la produzione di dirigibili che diede alla luce le versioni successive delle aeronavi di Usuelli. Il primo fu l’U-2, simile al precedente ma con l’involucro rinforzato e il motore da 100 cavalli. Con questo secondo dirigibile il pilota e costruttore tenne i milanesi a testa in su compiendo numerose evoluzioni attorno alla città. Troppo sensibile alle condizioni atmosferiche, anche questo velivolo andò perduto in una collisione accidentale contro un campanile a Monza. Le macchine di Usuelli uscirono dalla fabbrica di Villapizzone fino al 1918. Allo scoppio della Grande Guerra l’esercito italiano scelse di testarne una, il dirigibile U-4 affidato alla Regia Marina, che tuttavia non venne mai impiegato in azioni belliche. Nel 1918 fu inaugurato l’ultimo dirigibile Usuelli, l’U-5, entrato nelle ultime fasi del conflitto come ricognitore costiero e operò con base a Pontedera lungo il litorale toscano. Il 2 maggio 1918 a causa di un presunto cedimento strutturale il dirigibile precipitò improvvisamente all’altezza di Castellina Marittima portando con sé la vita dei cinque militari che si apprestavano al rientro dopo una missione di sorveglianza antisommergibile. Riguardo l’impiego militare dei dirigibili del coraggioso Usuelli la sciagura mise la parola fine, con la successiva cancellazione dell’ordine di 10 esemplari emesso poco prima dal Regio Esercito.
Ancora una volta, mentre già si capiva che l’ala fissa avrebbe soppiantato il dirigibile dopo le battaglie aeree della prima guerra mondiale, il commerciante e pioniere lombardo si rimboccò le maniche e partecipò nel dopoguerra al progetto del grande dirigibile T-34 poi ribattezzato «Roma», assieme a personalità del calibro di Umberto Nobile e Carlo Arturo Crocco. Diverso dai primi esemplari nati dall’inventiva di Usuelli, il «semirigido» dotato di motori Ansaldo fu acquistato dall’esercito americano. Celestino, il «commerciante volante», non fece in tempo a gustare il successo dell’opera di ingegneria aeronautica. Il 6 aprile 1926, mentre era alla guida della sua automobile nei pressi di San Germano Vercellese, sbandò improvvisamente provocando il ribaltamento del mezzo causandone la morte istantanea. Fu in quel caso la dura terra a reclamare la vita di un uomo che aveva viaggiato per anni nel cielo.
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Di professione commerciante, fu alpinista e pioniere del volo aerostatico. Tra i primi costruttori di dirigibili, volò da Torino a Milano con passeggeri a bordo. Le sue imprese fecero sognare l'Italia della «Belle époque» e del progresso scientifico alla conquista del cielo.Celestino Usuelli ebbe da sempre lo sguardo rivolto al cielo, anche se era nato e cresciuto con i «piedi per terra». Il futuro pioniere italiano del volo vide la luce nel 1877 in una città, Milano, in grande crescita e fermento artistico, scientifico, industriale. Capitale economica d’Italia, allora vera metropoli ammirata in tutto il mondo, Milano era diventata la frontiera del progresso in molti campi. Abbellita dai nuovi quartieri trionfo dello stile liberty, dal 1863 vantava con il Politecnico il fiore all’occhiello dell’istruzione scientifico-tecnica, fucina dei futuri ingegneri che fecero l’industria italiana. Nello stesso anno in cui nacque Usuelli, ai giardini pubblici di Porta Venezia il grande Enrico Forlanini portava in volo il primo prototipo di elicottero del mondo, facendo diventare realtà il sogno di Leonardo da Vinci. Anche il commercio fioriva, e fu in questo settore che Celestino fece la propria fortuna. Viaggiò molto e vide la Cina, il Giappone, Il Brasile, l’Argentina. Divenne co-titolare di un’azienda di import-export con sede in via Boccaccio, la «Usuelli & Ferrari», che gli fornì i mezzi necessari per avvicinarsi sempre di più al cielo scalando le montagne. Le imprese alpinistiche del giovane milanese furono di tutto rispetto: dalle cime delle Alpi al Chimborazo, vetta ecuadoregna di 6.310 metri. In quegli anni, Usuelli ammirò le imprese degli aerostieri che per la prima volta sfidarono le cime dei monti sorvolandole, come lo svizzero Eduard Spelterini che nel 1898 a bordo del suo pallone «Wega» attraversò la catena delle Alpi svizzere. Desideroso di emulare le imprese di quei pionieri, Celestino decise di staccare i piedi da terra e viaggiare nel cielo a bordo di un pallone. Iscritto alla Società Aerostatica Italiana, puntò presto ad infrangere nuovi record su aerostato negli anni di massimo fermento delle «disfide» del «più leggero dell’aria». Celestino Usuelli non mancò l’appuntamento ma l’esordio costò un prezzo altissimo. Alle ore 22 del 2 giugno 1906 l’aeronauta mollò gli ormeggi del pallone «Regina Elena» assieme al capitano di marina Nazari e il ventenne milanese Luigi Minoletti. Nonostante le condizioni atmosferiche non proprio ottimali, il pallone viaggiò senza incidenti spinto dalle correnti dalla Liguria all’appennino Toscano fin sopra il monte Cimone per poi giungere sulla costa adriatica all’alba del giorno seguente. All’altezza della spiaggia di Sirolo, nel Conero, la fatalità. Il pallone, a corto di zavorra e in fase di discesa andò lungo e precipitò in mare. Solo Usuelli riuscì a sopravvivere ai flutti, aggrappato al cesto del «Regina Elena» per oltre 4 ore prima che i soccorsi potessero raggiungere il relitto galleggiante. La tragedia del giugno 1906 non fermò la voglia di volare del pioniere milanese. Assieme all’industriale alessandrino Mario Borsalino, re dei cappelli alla moda, Usuelli compirà negli anni seguenti le sue più grandi imprese a bordo di aerostati. Il 12 novembre dello stesso anno a bordo del pallone «Milano» Usuelli e il compagno di viaggio Carlo Crespi attraversarono le Alpi marittime in un volo da Milano a Aix-Les-Bains raggiungendo quote superiori ai 6.000 metri e temperature di -24°C. Con Aldo Finzi, che sarà sottosegretario agli Interni durante i primi anni del ventennio e finirà vittima dei nazisti alle Fosse Ardeatine, stabilì il record con un volo di oltre 1.000 chilometri da Milano a Cannes. L’evoluzione nella costruzione e nel pilotaggio dei dirigibili arrivò all’alba degli anni Dieci, quando insieme all’ingegnere torinese Franz Miller realizzò l’U-1, aeronave del tipo «floscio» spinta da un piccolo motore SPA da 80 Cv. Per ovviare al problema del prezzo dell’idrogeno, l’involucro fu gonfiato con una miscela di aria e gas illuminante. Il dirigibile fu testato su Torino nell’agosto 1910, ma poco dopo fu danneggiato dal maltempo e dovette attendere alcuni mesi prima di poter riprendere il volo. L’U-1 tolse gli ormeggi nuovamente dal capoluogo piemontese il 14 novembre 1911 per compiere il primo viaggio con una rotta ben definita. Da Torino al gasometro della Bovisa a Milano in compagnia di Erminio Donner Flori, svizzero naturalizzato bresciano e pioniere del volo aerostatico e di un altro passeggero. Il dirigibile si alzò a circa 500 metri di quota seguendo dapprima il corso del fiume Po; quindi volò sopra la pianura attraversando il cielo di Vercelli e Novara rallentando a causa di un forte vento contrario, che non permise al velivolo di raggiungere la velocità massima di circa 50 Km/h. Milano fu in vista a metà pomeriggio, verso le 16.30, dopo circa 4 ore e 30 di volo per coprire 140 km di distanza tra le due città. Usuelli avrebbe voluto coronare il successo di quella prima tratta con passeggeri volteggiando attorno alla Madonnina, ma la luce del giorno che andava spegnendosi suggerì prudenza e l’U-1 fu ormeggiato alla Bovisa da 12 uomini che aspettavano il suo arrivo. Il tempo di festeggiare, e un altro incidente durante l’ormeggio colpì il velivolo. Durante la notte un temporale fece sbattere violentemente l’involucro contro il pilone d’ormeggio danneggiandolo, rimandando così i voli successivi a causa dei lunghi tempi di riparazione necessari. Il sogno di anticipare l’era dell’aviazione civile grazie a un mezzo versatile come il dirigibile floscio che non necessitava di hangar e poteva essere movimentato come un aerostato, Celestino Usuelli continuò ad inseguirlo negli anni. Anche se la fortuna gli voltò le spalle più volte. Quando l’U-1 fu riparato nel gennaio 1912, il suo inventore volle volare a Bosco Mantico nel veronese (che sarà durante la Grande Guerra la più importante stazione di dirigibili in Italia). Il 31 gennaio decollò da Milano ma quasi subito un’avaria lo costrinse all’atterraggio a Brescia, come un funesto presagio. Dopo tre settimane di attesa per la riparazione l’U-1 si alzò nuovamente ma poco prima della destinazione il maltempo lo fece sbattere contro le cime degli alberi, facendo precipitare da circa 15 metri i suoi occupanti che per fortuna rimasero quasi illesi. La fine della sua prima macchina volante ancora una volta non scoraggiò quel temerario commerciante milanese che, lungi dal desistere, fondò nel quartiere di Villapizzone a Milano un’officina per la produzione di dirigibili che diede alla luce le versioni successive delle aeronavi di Usuelli. Il primo fu l’U-2, simile al precedente ma con l’involucro rinforzato e il motore da 100 cavalli. Con questo secondo dirigibile il pilota e costruttore tenne i milanesi a testa in su compiendo numerose evoluzioni attorno alla città. Troppo sensibile alle condizioni atmosferiche, anche questo velivolo andò perduto in una collisione accidentale contro un campanile a Monza. Le macchine di Usuelli uscirono dalla fabbrica di Villapizzone fino al 1918. Allo scoppio della Grande Guerra l’esercito italiano scelse di testarne una, il dirigibile U-4 affidato alla Regia Marina, che tuttavia non venne mai impiegato in azioni belliche. Nel 1918 fu inaugurato l’ultimo dirigibile Usuelli, l’U-5, entrato nelle ultime fasi del conflitto come ricognitore costiero e operò con base a Pontedera lungo il litorale toscano. Il 2 maggio 1918 a causa di un presunto cedimento strutturale il dirigibile precipitò improvvisamente all’altezza di Castellina Marittima portando con sé la vita dei cinque militari che si apprestavano al rientro dopo una missione di sorveglianza antisommergibile. Riguardo l’impiego militare dei dirigibili del coraggioso Usuelli la sciagura mise la parola fine, con la successiva cancellazione dell’ordine di 10 esemplari emesso poco prima dal Regio Esercito. Ancora una volta, mentre già si capiva che l’ala fissa avrebbe soppiantato il dirigibile dopo le battaglie aeree della prima guerra mondiale, il commerciante e pioniere lombardo si rimboccò le maniche e partecipò nel dopoguerra al progetto del grande dirigibile T-34 poi ribattezzato «Roma», assieme a personalità del calibro di Umberto Nobile e Carlo Arturo Crocco. Diverso dai primi esemplari nati dall’inventiva di Usuelli, il «semirigido» dotato di motori Ansaldo fu acquistato dall’esercito americano. Celestino, il «commerciante volante», non fece in tempo a gustare il successo dell’opera di ingegneria aeronautica. Il 6 aprile 1926, mentre era alla guida della sua automobile nei pressi di San Germano Vercellese, sbandò improvvisamente provocando il ribaltamento del mezzo causandone la morte istantanea. Fu in quel caso la dura terra a reclamare la vita di un uomo che aveva viaggiato per anni nel cielo.
Andrea Sempio e Chiara Poggi (Ansa)
Ogni giorno infatti veniamo a conoscenza di fatti che inducono a chiederci se davvero quella sull’omicidio di una ragazza di appena 26 anni fu un’inchiesta condotta male, con scarsa professionalità degli inquirenti, o piuttosto si sia tratto di qualche cosa di più grave, ovvero di un vero e proprio depistaggio per salvare un colpevole. Come abbiamo appreso dal caso Tortora in poi, si può finire dietro le sbarre per la trascuratezza di chi ha il compito di indagare. Si può essere arrestati per uno scambio di persona, come avvenne con Daniele Barillà, un piccolo imprenditore che ebbe la sventura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, cosa che gli costò sette anni di prigione da innocente. Si può essere trascinati in manette dentro un’auto della polizia perché nessuno si è premurato di controllare un numero di telefono, oppure perché si è fatta una chiamata dal cellulare sbagliato. Tutto ciò attiene agli errori giudiziari o se preferite agli orrori della nostra giustizia. Ma il caso Garlasco è diverso. Nella vicenda che ha portato alla condanna di Alberto Stasi e all’archiviazione delle accuse contro Andrea Sempio c’è qualche cosa che va oltre la negligenza degli inquirenti e apre la strada all’idea che per interessi estranei all’inchiesta, forse per denaro, si volesse salvare il commesso di un negozio di computer.
L’inchiesta ancora aperta contro l’ex procuratore di Pavia, del resto, suppone la corruzione e accusa il padre di Sempio di aver pagato decine di migliaia di euro. Ovviamente le accuse devono essere provate e convalidate da una sentenza definitiva. Tuttavia, nelle carte ci sono infinite stranezze che inducono a sospettare che qualche cosa di anomalo sia avvenuto. Per esempio i contatti tra Sempio e gli uomini della polizia giudiziaria, così inusuali e prolungati. Oppure gli interrogatori degli amici di Marco Poggi, il fratello della vittima. Tutti effettuati alla stessa ora dagli stessi ufficiali di polizia giudiziaria, quasi che invece di singoli fossero collettivi. Oppure i verbali che riportano la testimonianza dello stesso Sempio, ma non le interruzioni e soprattutto l’intervento di un’ambulanza in soccorso del commesso, il quale, di fronte alle domande degli inquirenti, si sarebbe sentito male, ma gli investigatori avrebbero taciuto del malessere ai pm. Tutti errori, tutte dimenticanze casuali? Sarà, ma gli stessi magistrati hanno iscritto nel registro degli indagati chi aveva il compito di investigare. E quando mai si è visto che l’ex procuratore e una squadra di agenti di polizia giudiziaria finissero accusati di aver nascosto degli indizi o, peggio, di essersi fatti corrompere dalle persone su cui dovevano indagare?
L’ultima notizia riguarda un’ex pm che sostenne l’accusa contro Stasi, che una volta lasciata Pavia per Milano, dove ha ricoperto la carica di sostituta procuratrice generale, per i familiari di Chiara Poggi sarebbe stata la persona a cui rivolgersi per cercare di fermare l’inchiesta bis contro Andrea Sempio. In pratica, i genitori della vittima speravano di poter impedire che si tornasse a indagare sul delitto attraverso un intervento dall’alto, cioè della Procura generale di Milano. Un esposto contro i pm di Pavia per fermare l’inchiesta, che secondo i Poggi sarebbe stato suggerito dall’ex pubblico ministero, è il perfetto corollario di una vicenda dove appare chiaro che l’errore giudiziario è l’aspetto minore e meno inquietante.
A Garlasco emerge una commistione di interessi e di pressioni che nulla hanno a che fare con la giustizia. C’è un giallo nel giallo, che va oltre l’assassinio di Chiara, e coinvolge chi aveva il compito di fare le indagini e assicurare alla giustizia il colpevole ma non lo ha fatto. In questo caso, a prescindere da Stasi e Sempio, nulla torna. Io mi auguro che prima o poi si stabilisca in via definitiva chi è il killer della giovane. Ma mi domando anche come evitare che un domani non si ripeta un caso del genere, con magistrati accusati di essersi fatti corrompere e uomini della polizia giudiziaria imputati di aver lavorato per salvare i colpevoli invece di consegnarli alla giustizia.
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Luca Zaia (Imagoeconomica)
Tanto più se questo romanzo è forte come dice lei. «Spaccherà», ha anticipato infatti. Perciò noi non vediamo l’ora di leggerlo: siamo sicuri che il suo romanzo spaccherà davvero tutto. Ma proprio tutto. Forse persino il centrodestra.
Non conosciamo ancora la trama del suo capolavoro, infatti, ma conosciamo le trame, assai meno avvincenti, che si stanno tessendo a Roma. Per esempio, si è parlato della sua partecipazione a quella che i giornali hanno definito la «convention anti Tajani» con il governatore della Calabria, Roberto Occhiuto. Notizia smentita: si sa, certi retroscenisti politici sanno inventare storie più che i grandi romanzieri come lei. Però capirà che il dubbio resta: ce lo siamo chiesti tante volte negli ultimi tempi, mentre lei si esprimeva a favore dell’eutanasia («il fine vita è un diritto»), della legalizzazione della cannabis («non fa male alla salute») e delle politiche gender («scelta di civiltà»): a chi è, caro Zaia, che sta strizzando l’occhio (o anche solo l’Occhiuto)?
Trevigiano di Godega di Sant’Urbano, diplomato alla scuola enologica e poi laureato in agraria a Udine, per molti anni pr nelle discoteche del Veneto, autodefinitosi «pannelliano» e «gandhiano», leghista dai primi anni Novanta, consigliere comunale dal 1993, quindi presidente della provincia di Treviso (1998-2005), vicepresidente del Veneto (2005-2008), ministro dell’agricoltura (2008-2010) e presidente del Veneto (2010-2025), dopo che le è stato negato il terzo mandato ha optato per la carica di presidente del Consiglio regionale. E nel frattempo si tiene le mani libere per scrivere romanzi e non solo. Da qualche tempo lei si dedica a un’altra iniziativa editoriale di successo, un podcast intitolato Il fienile e girato proprio tra le balle. Di fieno, per il momento.
Ovvio: «O di paglia o di fieno, purché il corpo sia pieno», dicevano i nostri vecchi. Ma leggendo la notizia del romanzo «che spacca» ci è venuto un dubbio: non è che lei sta diventando come Veltroni? Ci pensi: scrive saggi ma anche romanzi, è vicino a chi sta con Tajani ma anche a chi fa l’anti Tajani, sostiene la politica del centrodestra ma anche i temi etici del centrosinistra. Se il suo romanzo s’intitolerà «I care» e il protagonista porterà le camicie botton down, allora capiremo che la trasformazione è compiuta. Del resto gli Happy Days ce li ha avuti pure lei. Meno felici altri giorni, quelli del Covid, quando era in prima fila per la campagna vaccinale (o «vaginale» come disse con una delle sue clamorose gaffe). Ricordo che allora citò i versi di un grande poeta del 233 a.C. Eracleonte da Gela.
Un poeta, ovviamente, mai esistito, come il grande centro. Spero che il romanzo non gliel’abbia ispirato lui.
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Lo sbarco di passeggeri ed equipaggio dalla nave da crociera MV Hondius al porto di Granadilla de Abona a Tenerife (Ansa)
L’Organizzazione mondiale della sanità, le autorità spagnole e la compagnia di crociere Oceanwide Expeditions hanno predisposto un protocollo rigidissimo per evitare qualsiasi rischio di contagio e hanno dichiarato che nessuno sulla nave da crociera presenta attualmente sintomi da Hantavirus, ovvero febbre, mal di testa, lieve diarrea. L’infezione da Hantavirus umano si contrae principalmente attraverso il contatto con urina, feci o saliva di roditori infetti o toccando superfici contaminate. L’esposizione si verifica in genere durante attività come la pulizia di edifici infestati da roditori, sebbene possa verificarsi anche durante le normali attività in aree fortemente infestate.
Gli spagnoli evacuati sono stati ricoverati in quarantena in un ospedale di Madrid. Anche i 5 cittadini francesi sono stati rimpatriati e saranno sottoposti a quarantena in ospedale per 72 ore, poi a domicilio, in isolamento di 45 giorni, con l’attivazione di un monitoraggio adeguato. Ieri, dopo i canadesi, l’ultimo volo in partenza da Tenerife è stato quello per gli Stati Uniti, dove i 17 croceristi saranno trasferiti sotto scorta sanitaria in una struttura federale di quarantena a Omaha, nel Nebraska. Oggi sono attesi altri due voli: uno dall’Australia, che trasporterà passeggeri australiani e neozelandesi, nonché un cittadino britannico residente in Australia e uno dai Paesi Bassi per prelevare alcuni passeggeri che non sono riusciti a trovare un volo oltre a trasportare alcuni membri dell’equipaggio e passeggeri provenienti da altri Paesi. Per l’isola delle Canarie si è trattato di un’emergenza senza precedenti e Madrid ha dovuto autorizzare l’operazione malvista dall’amministrazione locale per motivi di sicurezza sanitaria. «Il trauma del Covid è ancora presente, lo comprendiamo, ma la situazione è migliore ora» ha detto il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus aggiungendo: «Voglio che la gente di Tenerife abbia fiducia in quanto diciamo inoltre è importante anche la solidarietà per garantire una risposta efficace». Papa Leone ieri nell’Angelus ha espresso la sua gratitudine per «l’accoglienza della popolazione delle Canarie, che ha permesso alla nave da crociera Hondius di attraccare con a bordo i pazienti affetti da Hantavirus».
Benché sulla Hondius non ci fossero nostri connazionali, quattro persone sono in «sorveglianza attiva» come richiesto dal ministero della Salute. Sono passeggeri arrivati nel nostro Paese con un volo Klm in coincidenza per Roma su cui era salita per alcuni minuti (era collassata prima del decollo ed era stata subito evacuata), la donna poi ricoverata a Johannesburg e lì deceduta. Il capo del Dipartimento prevenzione del ministero della Salute, Mara Campitiello ha rassicurato: «Non c’è il rischio di una nuova pandemia da Hantavirus, non ci troviamo nella stessa situazione del Covid, attualmente non c’è nessun allarme, è un virus diverso dal Covid seppure più letale, a basso contagio; la principale trasmissione è attraverso saliva, urina, feci di roditori e solo in piccola parte per via aerea e inter-umana». Per quanto riguarda gli italiani, «il periodo di incubazione è lungo, quindi è giusto consigliare l’isolamento. La contagiosità sembra non essere in fase pre-clinica ma attualmente i quattro passeggeri non presentano alcun sintomo». Intanto sono stati segnalati dal ministero alle Regioni Veneto, Calabria, Campania e Toscana, che hanno attivato la sorveglianza attiva.
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Getty Images
Siamo in Valsesia, meta di trekking ad alta quota e di escursioni a piedi o in mountain-bike fra i boschi, in un territorio che per l’abbondante vegetazione molti considerano la «valle più verde» d’Italia. Ma qui c’è molto più della natura. Questa è stata, e per certi aspetti è ancora, la terra dei Walser: l’antica popolazione di lingua germanica dell’alto Vallese che, a partire dal 1200, attraversò le Alpi alla ricerca di nuovi pascoli, nuove terre da coltivare, nuove opportunità di vita comunitaria.
«Pensiamo al Medioevo come a qualcosa di estraneo alla montagna, invece in Europa è stato un periodo di grandi spostamenti e migrazioni. A quel tempo le valli svizzere cominciavano ad essere molto popolate e i Walser, che di animo erano un po’ nomadi, decisero di spostarsi verso sud, stabilendosi in questi luoghi che sopra i 1.100 metri di quota erano disabitati». A raccontare la storia di come i Walser cambiarono il destino della valle è Davide Zambrino, guida ambientale-escursionistica dell’hotel NH Collection Alagna Mirtillo Rosso in località Riva Valdobbia, ai piedi di Alagna. Arrivando, lo riconosci subito: è un mosaico di quattro grandi chalet (per un totale di 56 camere) ispirati all’architettura walser, di proprietà della famiglia Ponti - quella dell’aceto - oggi sotto il cappello del brand NH Collection Hotels & Resorts, parte del gruppo Minor Hotels (www.minorhotels.com). Un hotel innovativo fin dall’apertura, nel 2015, per via della filosofia eco-sostenibile che sposa i criteri della bioedilizia, con pareti in legno, rivestimenti coibentati, pannelli solari, il recupero dell’acqua piovana. «Nel rispetto dell’ambiente, chiediamo agli ospiti se vogliono rinunciare alla pulizia quotidiana della camera, in cambio di un drink omaggio. E al ristorante Biancospino lo chef Omar Bonecchi utilizza prevalentemente prodotti bio e sostenibili, con grande attenzione ai piccoli produttori del territorio», precisa il direttore Stefano Cerutti.
La vocazione dell’hotel è decisamente family, ma non mancano spazi riservati alle coppie, come la spa di 300 mq (accanto a quella di poco più grande destinata alle famiglie), con piscina interna ed esterna, la vasca di galleggiamento, la sauna, il bagno turco e le cabine per massaggi al profumo di montagna. Anche le escursioni in compagnia di Davide Zambrino sono a misura di ospite: «Organizziamo passeggiate facili per le famiglie e camminate più impegnative fino alle alte vette, al confine fra Piemonte e Valle d’Aosta».
Fra le camminate impegnative, la più famosa è quella al rifugio Margherita, il più alto d’Europa, accoccolato a 4.554 metri di quota sulla vetta della Punta Gnifetti, nel gruppo del Monte Rosa. Ci si arriva per gradi: il primo pezzo è facile, con gli impianti del Monterosa Ski fino a quota 3.300 metri. Poi si cammina fino alla Capanna Gnifetti, chiamata così in onore di Giovanni Gnifetti, il parroco-alpinista di Alagna che, nel XIX secolo, fu fra i primi a scalare quelle montagne. All’ultimo tratto, la salita al rifugio Margherita, una volta all’anno si aggiunge il direttore Cerutti, grande appassionato di montagna, per condividere con i suoi ospiti l’incanto di quell’orizzonte increspato di roccia e di neve. Una meraviglia che richiede passione e un po’ di allenamento. Al contrario, la scoperta delle antiche frazioni Walser di Alagna, è alla portata di tutti. «Consiglio di partire da Pedemonte, perché è lì che sono arrivati i primi Walser, come ci racconta il museo a loro dedicato nel cuore del paese», continua Davide Zambrino. Il museo, altro non è che un piccolo nucleo di case dell’antico popolo vallese, identiche a quando furono costruite, con le pareti in pietra e in legno, i grandi ballatoi esterni, il solaio dove si raccoglieva il fieno, i letti con il materasso di foglie di faggio secco rivestito di canapa.
Un’altra escursione da non perdere è al Sacro Monte di Varallo, struttura immensa che domina dall’alto l’imbocco della valle. «I villaggi Walser sono una poesia delicata, il Sacro Monte è un capolavoro imponente di arte e spiritualità, in un luogo di grande suggestione», conclude la guida. Non a caso, l’Unesco l’ha dichiarato Patrimonio mondiale dell’umanità.
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