
Tre incontri, uno dei quali nello studio Alpa, promesse di soluzione dei problemi dei dazi per gli sdoganamenti di mascherine e una richiesta avanzata dall’avvocato Luca Di Donna, che «si presentò come collega del presidente Conte»: «Il 10% sulle forniture».
Alberto Bianchi, manager della Jc Electronics, azienda di Colleferro che durante l’emergenza aveva ottenuto un contratto per la fornitura di materiali con la Protezione civile, poi revocato (una vicenda finita in Tribunale, dove in primo grado la presidenza del Consiglio è stata condannata a risarcire oltre 200 milioni di euro), torna in audizione davanti alla commissione parlamentare sulla gestione della pandemia da Covid guidata dal senatore Marco Lisei. Conte, all’epoca presidente del Consiglio, ora è proprio tra i commissari che dovranno esprimersi sulla gestione pandemica.
Bianchi racconta il primo incontro con Di Donna allo studio Alpa, a Roma. Il manager prospetta i problemi dell’azienda. Il professionista, ricorda Bianchi, «mi fece intendere che il rapporto di lavoro avrebbe potuto giovare in qualche modo nella risoluzione». Avrebbe preso nota e avrebbe chiuso con una frase rimasta sospesa: «Mi disse che si sarebbe fatto risentire». Il secondo incontro viene presentato come un passaggio intermedio. «Mi disse “ho attivato una persona” e mi fece questo nome, generale Ventriglia, però non è che mi disse “abbiamo risolto”, era un follow-up». Al terzo incontro, del maggio 2020, nell’abitazione dell’avvocato, il tono sarebbe cambiato. Bianchi riferisce ciò che gli sarebbe stato prospettato: «Avremmo potuto risolvere i nostri problemi contrattualizzando le attività». Ma c’è un vuoto che Bianchi sottolinea più volte: «Non ho mai ricevuto alcun foglio di carta o documento». Alice Buonguerrieri di Fratelli d’Italia gli chiede se si trattava di un contratto di consulenza. Lui risponde: «Posso soltanto supporre che si trattasse di un contratto di consulenza. Era un contratto, ma l’oggetto del contratto io non lo conosco». Poi la cifra. «Il 10% sul fatturato delle attività già svolte e di quelle future». Ovvero delle forniture per la struttura commissariale. Buonguerrieri gli chiede di quantificare. Lui risponde: «Poteva essere 1 milione, 10 o 100». Anche perché, aggiunge l’ingegnere, «mi accennò che potevamo sviluppare altri contratti». Sulla natura della proposta Bianchi resta prudente: «Non posso dire che fosse una richiesta di tangente». Ma la definizione arriva subito dopo: «Era sicuramente una richiesta abnorme». La decisione del manager sarebbe stata immediata: «Mi sono alzato e me ne sono andato».
Dopo l’incontro, però, c’è una data che Bianchi tiene a mente: il 29 maggio 2020. Da quel momento tutto si complica. «Mi ricordo», afferma, «che i miei spedizionieri mi dissero che il nostro profilo di rischio era cambiato». Ricorda ciò che gli avrebbero detto: «Guarda che tutte le tue merci che arrivano in dogana da oggi in poi sono assoggettate a visita merce». Prima, dice Bianchi, «io inviavo i documenti e stop». Dopo, invece, ogni collo veniva verificato. E ai commissari dell’opposizione lancia una sfida: «Andate alle Dogane e chiedete i profili di rischio che insistevano sulla mia partita Iva e quelli sulle altre società che rifornivano la struttura commissariale, da quello si evince che il comportamento era diverso». Bianchi mette in fila i numeri: «Il 25% dei controlli sono avvenuti prima, il 75% dopo quella data». E descrive una pressione continua: «Ho avuto per 14 mesi sette funzionari dell’Agenzia delle Entrate per il controllo dell’intera vicenda 2020». Non solo. «Ho subito anche due sequestri di mascherine subito dopo. Poi due dissequestri. In un giorno mi sono state dissequestrate e risequestrate». Il peso economico è quello che resta. «Ho ricevuto sanzioni per dazi e Iva per circa 12 milioni. Pagavo circa 50.000 euro al mese di dilazione».
Ovviamente Bianchi ha cercato di difendersi. Presentò due esposti. Uno a Roma contro il commissario Domenico Arcuri e alcuni funzionari e un secondo a Civitavecchia contro l’Agenzia delle Dogane. La prima inchiesta fu archiviata. «Su Civitavecchia», però, afferma Bianchi, «non posso parlare perché ci sono indagini in corso». Siparietto dell’opposizione: «A me risulta chiuso anche quello di Civitavecchia», afferma la deputata dem Ylenia Zambito. Bianchi ribadisce: «Non ho accanto il mio legale, posso solo ricordare che ci sono attività giudiziarie in corso».
La deposizione sembra ricalcare alcuni passaggi di un’audizione precedente, quella di Giovanni Buini, imprenditore umbro, che ai commissari aveva già raccontato di una trattativa da 60 milioni per una fornitura da 160 milioni di mascherine. Anche nel racconto di Buini apparve Di Donna che, con Gianluca Esposito, pure lui avvocato, gli sarebbe stato presentato come intermediario con la struttura commissariale. A Buini sarebbe arrivata la richiesta di una commissione «altissima»: il 5%. E l’imprenditore si ferma. La Procura di Roma apre un fascicolo che, però, finisce presto in archivio.
In questo racconto si inserisce anche un’altra inchiesta (della quale la Procura di Roma chiese l’archiviazione). Di Donna e il collega Esposito finirono sul registro degli indagati per associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di influenze. Al centro c’era ancora una volta un’intermediazione. «Un supporto qualificato», si leggeva in un accordo del 30 marzo 2020, nell’ambito della «realizzazione di un contratto di sviluppo per il tramite di Invitalia Spa-ministero Sviluppo economico». Per raggiungere l’obiettivo, l’accordo predisposto da Di Donna ed Esposito prevedeva cinque «fasi», tra cui «scouting ed esame preliminare», «assistenza amministrativa nella predisposizione del business plan e del progetto» e «assistenza legale nella procedura amministrativa presso Invitalia». La parcella? «Per tutte le attività professionali descritte nel presente incarico al professionista è riconosciuto un compenso determinato in una percentuale pari al 5%, oltre oneri di legge (rimborso spese forfettario, Iva e Cassa avvocati), da calcolarsi sul totale del valore dell’operazione». Da pagare soltanto «alla data del relativo decreto di concessione del contributo pubblico». E per attività nei rapporti con Mise (di cui Esposito è stato per anni uno dei direttori generali) e Invitalia (struttura guidata in precedenza da Arcuri). La società era la Jarvit dell’imprenditore calabrese Francesco Alcaro.
«È inquietante quanto l’ingegnere Bianchi ha riferito su ciò che è avvenuto a seguito del suo rifiuto», afferma il senatore Lucio Malan. «Fatti gravi», li definisce Buonguerrieri, parlando di «percentuali abnormi sul fatturato» e chiedendo che «Conte deve essere chiamato a rispondere». Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, si chiede: «È normale che il collega del presidente del Consiglio incontri imprenditori proponendo loro di agevolare la risoluzione di problemi a fronte del pagamento di una percentuale?». E conclude: «Conte deve dimettersi per testimoniare su un giro di percentuali di dimensioni uniche nella storia della Repubblica».






