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2019-04-04
C’è un’altra grana per il ministro: la portavoce è pagata dai Moratti
Che ci fa la portavoce del ministro Giovanni Tria nel Consiglio d'amministrazione del gruppo petrolifero Saras? Le austere sale di Via XX Settembre, dopo il caso di Niccolò Ciapetti, riservano un'altra sorpresa. Adriana Cerretelli, giornalista in pensione del Sole 24 Ore, fa parte infatti, come indipendente, del board della Saras, holding della famiglia Moratti. Rinnovata nel 27 aprile 2018, la giornalista ne faceva già parte (come si evince dal bilancio 2016 reperibile on line). La nomina a via XX Settembre è dell'8 ottobre 2018.
La Saras è una delle eccellenze imprenditoriali italiane. Possiede - c'è scritto nel sito istituzionale della Spa - «una delle più grandi raffinerie del Mediterraneo ad elevata complessità» per «300.000 barili/giorno di capacità di raffinazione», che rappresentano «circa il 15% della capacità totale in Italia». Garantisce «oltre l'80% della produzione composta da prodotti a basso impatto ambientale quali gasolio autotrazione e benzina» e gestisce la «vendita all'ingrosso di prodotti petroliferi ad alto valore aggiunto». È proprietaria di «due depositi […] per la distribuzione dei prodotti ad Arcola (Italia) e a Cartagena (Spagna)» e di «circa 100 stazioni di servizio, situate principalmente nel sud della Spagna». Da qualche tempo, la holding si occupa anche di «attività di trading» e di «servizi di ingegneria nel settore oil».
La Cerretelli, che nel cda ricopre il ruolo di componente del comitato Controllo e Rischi, nella scheda biografica aziendale è attenta a far notare di essere «laureata in scienze politiche» ed «editorialista per Il Sole 24 Ore a Bruxelles per l'Europa, la Nato e su tematiche globali». Nel 2000 - annota il cv - il «presidente della Repubblica l'ha nominata Ufficiale della Repubblica per il contributo dato con i suoi servizi giornalisti alla nascita dell'euro» mentre quattro anni più tardi, il «presidente della Repubblica francese l'ha insignita della Legion D'Onore per le sue analisi sull'Europa e gli scritti sulla Francia ed il suo ruolo Europeo». Tra le firme del giornalismo economico italiano, è sicuramente la più europeista e la meno compatibile con la visione battagliera e sovranista del governo gialloblù. Qualche tempo fa, la Cerretelli fu relatrice alla presentazione del libro di Sandro Gozi Generazione Erasmus al potere organizzata dalla rappresentanza del Partito democratico a Bruxelles. Gozi, ex sottosegretario agli Affari esteri dell'esecutivo di Matteo Renzi, si candiderà alle Europee del 26 maggio nella lista di Emmanuel Macron.
Ecco, allora: che cosa ci fa la portavoce del ministro dell'Economia nel cda di una società quotata in Borsa con un fatturato superiore ai 10 miliardi di euro? Se non esistono, come la giornalista ha espressamente dichiarato, in un'autocertificazione, «cause di inconferibilità e incompatibilità» tra i due ruoli, potrebbero sussistere però motivi di opportunità. Non fosse altro per l'ingente flusso di informazioni riservate che transitano, e originano, dagli uffici in cui si prendono le decisioni di politica economica e finanziaria che riguardano tutto il Paese. Informazioni che, in un modo o nell'altro, la giornalista è chiamata a maneggiare.
Un aspetto, particolarmente sensibile, che evidentemente non è sfuggito all'ex editorialista del Sole se, nel curriculum presentato al ministro, ha voluto espressamente specificare, al tempo della sua permanenza a Bruxelles per conto del quotidiano di Confindustria, che l'attività si svolgeva tra «incontri confidenziali, contatti di alto livello e la quotidianità degli appuntamenti istituzionali che variano tra Commissione, Consiglio e Parlamento europeo, riunioni formali e informali dei ministri e vertici dei capi di Stato e di governo europei».
L'incarico in Saras della portavoce scadrà nel 2021 ed è remunerato con 65.279 euro lordi all'anno a cui aggiungere altri 90.000 euro (lordi) di pensione. Mentre, per il ruolo tutt'altro che secondario al ministero, la Cerretelli percepisce... zero. Sì, perché nel decreto di nomina dell'ottobre 2018, firmato da Tria, c'è scritto che «per l'assolvimento del predetto incarico di portavoce del ministro dell'Economia non è attribuito alcun emolumento, trattandosi di incarico a titolo gratuito come disposto» dal decreto legge 95/2012 «salvo il riconoscimento del rimborso per eventuali spese rendicontate di missione all'interno e all'estero». Si tratta della normativa che vieta alle pubbliche amministrazioni di «attribuire incarichi di studio e di consulenza a soggetti già lavoratori privati o pubblici collocati in quiescenza». Non è inopportuno però che uno stretto assistente del ministro, che lavora gratis per lo Stato, prenda invece soldi da un privato?
E inoltre: quanto è faticoso, per la portavoce di Tria, liberarsi della rete di relazioni e del carico di informazioni ministeriali quando siede nel cda della Saras? E quanto è faticoso, per lo stesso ministro, scindere i due ruoli e i rispettivi punti di vista della sua stretta collaboratrice?
E il totosostituto è già caldissimo
Ministro per caso (e per intercessione quirinalizia) Giovanni Tria, nonostante le rassicurazioni pubbliche, anche di ieri, da parte di premier e vicepremier, rischia di dover preparare gli scatoloni e lasciare il timone del Mef subito dopo le elezioni europee.
Il M5s lo sostituirebbe anche subito, mentre la Lega per il momento gli offre una sponda, seppure a tempo e legata al raggiungimento degli obiettivi. Non solo: la sua permanenza a via XX Settembre, stando a quanto si apprende da fonti bene informate, è legata in buona sostanza al fatto che Lega e M5s non hanno ancora individuato un successore, soprattutto per carenza di profili spendibili subito.
I nomi circolati, Giulio Tremonti e Giulio Sapelli, non convincono per svariate ragioni. In realtà, la figura più accreditata per prendere il timone del ministero dell'Economia, resta quella di Giancarlo Giorgetti. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, numero due della Lega, fu già in lizza per via XX Settembre lo scorso anno, quando Giuseppe Conte incassò il «no» del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Paolo Savona. Alla fine la spuntò Tria, gradito al Quirinale e governatore della Bce, Mario Draghi, che pure si era opposto strenuamente alla nomina di Savona: il suo nome venne fuori quindi come ripiego, una soluzione di compromesso accettata senza entusiasmo da Matteo Salvini e Luigi Di Maio pur di dare vita al governo del cambiamento.
Giorgetti, dunque, anche in virtù di un ottimo rapporto con Mattarella, sarebbe in pole position per sostituire Tria, ma questa soluzione potrebbe rappresentare una trappola per il «gianniletta» lumbard, che non vuole nemmeno sentire parlare di questa ipotesi, che lo brucerebbe politicamente. Il percorso per la probabile sostituzione di Tria dopo le europee, comunque, è tracciato. Se la Lega otterrà un risultato superiore a quello del M5s, Salvini avrà buon gioco nel chiedere un riequilibrio nel governo tra il Carroccio e l'alleato. Per non andare alla guerra con Di Maio, Salvini punterebbe due ministeri molto importanti, attualmente guidati da tecnici: Economia e Esteri. Giovanni Tria e Enzo Moavero Milanesi, in quota Quirinale, sarebbero sostituiti da due esponenti della Lega. In questo modo, il M5s non dovrebbe rinunciare a nessun ministero, e Di Maio prenderebbe due piccioni con una fava: accontentare Salvini e blindare i suoi fedelissimi più a rischio, come ad esempio il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli.
Del resto, se Lega e M5s otterranno complessivamente un ottimo risultato elettorale dopo un anno di governo, anche il presidente Mattarella avrebbe difficoltà a opporsi a un riallineamento politico dell'esecutivo. C'è anche chi ha ipotizzato per il ministero dell'Economia un interim al premier Giuseppe Conte, ma la soluzione sembra oltremodo azzardata, considerato che l'avvocato del popolo ha già abbastanza gatte da pelare a Palazzo Chigi.
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Adriana Cerretelli, ex editorialista del Sole, è nel cda di Saras. Incarico da 65.000 euro lordi. E se il doppio lavoro non è contro la legge, sorgono dubbi sull'opportunità politica di mantenere rapporti con i big del petrolio. E il totosostituto è già caldissimo. Nei corridoi dei gialloblù si disegnano gli scenari di addio forzato di Tria. L'unica certezza è la carenza di nomi spendibili. Archiviati Sapelli e Tremonti, spunta Giorgetti. Lo speciale comprende due articoli. Che ci fa la portavoce del ministro Giovanni Tria nel Consiglio d'amministrazione del gruppo petrolifero Saras? Le austere sale di Via XX Settembre, dopo il caso di Niccolò Ciapetti, riservano un'altra sorpresa. Adriana Cerretelli, giornalista in pensione del Sole 24 Ore, fa parte infatti, come indipendente, del board della Saras, holding della famiglia Moratti. Rinnovata nel 27 aprile 2018, la giornalista ne faceva già parte (come si evince dal bilancio 2016 reperibile on line). La nomina a via XX Settembre è dell'8 ottobre 2018. La Saras è una delle eccellenze imprenditoriali italiane. Possiede - c'è scritto nel sito istituzionale della Spa - «una delle più grandi raffinerie del Mediterraneo ad elevata complessità» per «300.000 barili/giorno di capacità di raffinazione», che rappresentano «circa il 15% della capacità totale in Italia». Garantisce «oltre l'80% della produzione composta da prodotti a basso impatto ambientale quali gasolio autotrazione e benzina» e gestisce la «vendita all'ingrosso di prodotti petroliferi ad alto valore aggiunto». È proprietaria di «due depositi […] per la distribuzione dei prodotti ad Arcola (Italia) e a Cartagena (Spagna)» e di «circa 100 stazioni di servizio, situate principalmente nel sud della Spagna». Da qualche tempo, la holding si occupa anche di «attività di trading» e di «servizi di ingegneria nel settore oil». La Cerretelli, che nel cda ricopre il ruolo di componente del comitato Controllo e Rischi, nella scheda biografica aziendale è attenta a far notare di essere «laureata in scienze politiche» ed «editorialista per Il Sole 24 Ore a Bruxelles per l'Europa, la Nato e su tematiche globali». Nel 2000 - annota il cv - il «presidente della Repubblica l'ha nominata Ufficiale della Repubblica per il contributo dato con i suoi servizi giornalisti alla nascita dell'euro» mentre quattro anni più tardi, il «presidente della Repubblica francese l'ha insignita della Legion D'Onore per le sue analisi sull'Europa e gli scritti sulla Francia ed il suo ruolo Europeo». Tra le firme del giornalismo economico italiano, è sicuramente la più europeista e la meno compatibile con la visione battagliera e sovranista del governo gialloblù. Qualche tempo fa, la Cerretelli fu relatrice alla presentazione del libro di Sandro Gozi Generazione Erasmus al potere organizzata dalla rappresentanza del Partito democratico a Bruxelles. Gozi, ex sottosegretario agli Affari esteri dell'esecutivo di Matteo Renzi, si candiderà alle Europee del 26 maggio nella lista di Emmanuel Macron. Ecco, allora: che cosa ci fa la portavoce del ministro dell'Economia nel cda di una società quotata in Borsa con un fatturato superiore ai 10 miliardi di euro? Se non esistono, come la giornalista ha espressamente dichiarato, in un'autocertificazione, «cause di inconferibilità e incompatibilità» tra i due ruoli, potrebbero sussistere però motivi di opportunità. Non fosse altro per l'ingente flusso di informazioni riservate che transitano, e originano, dagli uffici in cui si prendono le decisioni di politica economica e finanziaria che riguardano tutto il Paese. Informazioni che, in un modo o nell'altro, la giornalista è chiamata a maneggiare. Un aspetto, particolarmente sensibile, che evidentemente non è sfuggito all'ex editorialista del Sole se, nel curriculum presentato al ministro, ha voluto espressamente specificare, al tempo della sua permanenza a Bruxelles per conto del quotidiano di Confindustria, che l'attività si svolgeva tra «incontri confidenziali, contatti di alto livello e la quotidianità degli appuntamenti istituzionali che variano tra Commissione, Consiglio e Parlamento europeo, riunioni formali e informali dei ministri e vertici dei capi di Stato e di governo europei». L'incarico in Saras della portavoce scadrà nel 2021 ed è remunerato con 65.279 euro lordi all'anno a cui aggiungere altri 90.000 euro (lordi) di pensione. Mentre, per il ruolo tutt'altro che secondario al ministero, la Cerretelli percepisce... zero. Sì, perché nel decreto di nomina dell'ottobre 2018, firmato da Tria, c'è scritto che «per l'assolvimento del predetto incarico di portavoce del ministro dell'Economia non è attribuito alcun emolumento, trattandosi di incarico a titolo gratuito come disposto» dal decreto legge 95/2012 «salvo il riconoscimento del rimborso per eventuali spese rendicontate di missione all'interno e all'estero». Si tratta della normativa che vieta alle pubbliche amministrazioni di «attribuire incarichi di studio e di consulenza a soggetti già lavoratori privati o pubblici collocati in quiescenza». Non è inopportuno però che uno stretto assistente del ministro, che lavora gratis per lo Stato, prenda invece soldi da un privato? E inoltre: quanto è faticoso, per la portavoce di Tria, liberarsi della rete di relazioni e del carico di informazioni ministeriali quando siede nel cda della Saras? 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Non solo: la sua permanenza a via XX Settembre, stando a quanto si apprende da fonti bene informate, è legata in buona sostanza al fatto che Lega e M5s non hanno ancora individuato un successore, soprattutto per carenza di profili spendibili subito. I nomi circolati, Giulio Tremonti e Giulio Sapelli, non convincono per svariate ragioni. In realtà, la figura più accreditata per prendere il timone del ministero dell'Economia, resta quella di Giancarlo Giorgetti. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, numero due della Lega, fu già in lizza per via XX Settembre lo scorso anno, quando Giuseppe Conte incassò il «no» del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Paolo Savona. Alla fine la spuntò Tria, gradito al Quirinale e governatore della Bce, Mario Draghi, che pure si era opposto strenuamente alla nomina di Savona: il suo nome venne fuori quindi come ripiego, una soluzione di compromesso accettata senza entusiasmo da Matteo Salvini e Luigi Di Maio pur di dare vita al governo del cambiamento. Giorgetti, dunque, anche in virtù di un ottimo rapporto con Mattarella, sarebbe in pole position per sostituire Tria, ma questa soluzione potrebbe rappresentare una trappola per il «gianniletta» lumbard, che non vuole nemmeno sentire parlare di questa ipotesi, che lo brucerebbe politicamente. Il percorso per la probabile sostituzione di Tria dopo le europee, comunque, è tracciato. Se la Lega otterrà un risultato superiore a quello del M5s, Salvini avrà buon gioco nel chiedere un riequilibrio nel governo tra il Carroccio e l'alleato. Per non andare alla guerra con Di Maio, Salvini punterebbe due ministeri molto importanti, attualmente guidati da tecnici: Economia e Esteri. Giovanni Tria e Enzo Moavero Milanesi, in quota Quirinale, sarebbero sostituiti da due esponenti della Lega. In questo modo, il M5s non dovrebbe rinunciare a nessun ministero, e Di Maio prenderebbe due piccioni con una fava: accontentare Salvini e blindare i suoi fedelissimi più a rischio, come ad esempio il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli. Del resto, se Lega e M5s otterranno complessivamente un ottimo risultato elettorale dopo un anno di governo, anche il presidente Mattarella avrebbe difficoltà a opporsi a un riallineamento politico dell'esecutivo. C'è anche chi ha ipotizzato per il ministero dell'Economia un interim al premier Giuseppe Conte, ma la soluzione sembra oltremodo azzardata, considerato che l'avvocato del popolo ha già abbastanza gatte da pelare a Palazzo Chigi.
Idris Elba (Ansa)
Il naso lungo e dritto scendeva fino a un labbro superiore corto, sotto il quale c’era una bocca larga e finemente disegnata ma crudele. La linea della mascella era dritta e ferma». Così Ian Fleming descrive James Bond in Dalla Russia con amore. È la prima volta che appare, così nel dettaglio, il viso di 007. Un uomo qualunque, tanto che lo scrittore britannico aveva deciso di battezzarlo con il nome di un ornitologo. Non appariscente, quindi. Un uomo con un volto e un fisico normali. Che passa inosservato, o quasi, come si conviene a un agente segreto. Più simile al primo attore che lo ha impersonificato, Sean Connery, che all’ultimo, Daniel Craig.
Ma adesso che anche Craig è uscito di scena, chi lo sostituirà? Qualcuno ha proposto una donna, del resto già intravista in No time to die. «È solo un numero», risponde Lashana Lynch a un esterrefatto Craig dopo che quest’ultimo è venuto a sapere che non è più lui 007, ma lei. Qualcun altro, invece, ha fatto il nome di un attore afro, Idris Elba, il quale però ha messo le cose in chiaro in un’intervista concessa a Gq: «Bond è talmente irreale che un pizzico di realismo ci sta bene, ma non cerchiamo di renderlo politicamente corretto. Credo che si debba rimanere fedeli alla propria essenza. Non bisogna cercare di assecondare i gusti del pubblico. Bisogna essere semplicemente Bond».
Non ci sarà quindi, almeno secondo Elba, alcun 007 afro. E neppure politicamente corretto. Anche perché non avrebbe senso. Il personaggio inventato da Fleming, infatti, è un bianco squisitamente britannico. Un uomo disposto a rischiare la pelle per la regina e per quel che resta dell’impero britannico. E il cui profilo, già nei primi film, è stato parecchio ammorbidito. Su Bond, infatti, Fleming ha riversato tutto sé stesso. Le proprie paure, le proprie passioni. E pure le proprie perversioni. Nei libri è addirittura un sadico, proprio come il suo inventore. Indossa vestiti su misura, realizzati dai migliori sarti di Londra. Beve il Vesper Martini in onore della donna che ha amato, Vesper Lynd appunto, e che gli è stata strappata («la puttana è morta», dirà alla fine di Casinò royale, mentre invece stava morendo dentro lui). Nei romanzi si parla di cocktail e di buon vino, ma non si fa mai riferimento alla birra, che pure appare in uno degli ultimi film, il già citato No time to die, ma solo per una questione di pubblicità (povero James, costretto a sorseggiare con la bottiglia verde in bella vista pur di campare). C’è tanto caviale su pane tostato e ideali ormai vecchi e sepolti. C’è un uomo che è ben lontano dalla figura del super eroe che emerge dai film. Soffre di accidia, si abbatte ed è ferito più volte. Viene addirittura spedito in un centro per disintossicarsi di tutto il cibo e i drink che ha nel corpo ed è costretto a bere strani intrugli dietetici. E infine, dopo essersi innamorato, pensa addirittura di smettere di fare l’agente segreto. Bond è tutto questo. Un personaggio della letteratura inglese del Dopoguerra. E ne conserva i dolori e le speranze. È figlio dei bombardamenti su Londra e della noia di Fleming, l’uomo che voleva essere James Bond.
Sbagliava il personaggio della Lynch a dire, in No time to die, che 007 è solo un numero. È un pezzo di storia britannica. Un brandello di Union Jack che si ostina a resistere, anche se rovinato dal tempo.
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Franco Prodi (Imagoeconomica)
Oppure quando, per fronteggiare alcune crisi degli anni Settanta, nonché l’abbandono del nucleare, si costruirono alcune centrali a policombustibile che, con semplici modifiche ai bruciatori, avrebbero potuto generare elettricità da questo o quel combustibile (gas naturale, petrolio, carbone), a seconda della convenienza, e poi, arrivò la sinistra e dispose ogni impedimento per l’uso del carbone? Scelte scriteriate che ogni tanto si fanno a casa nostra, direte. D’accordo sullo «scriteriate», un po’ meno su «ogni tanto», ché l’elenco è ben lungo. Ecco un altro esempio fresco di questi giorni: per misteriosi motivi la Regione Puglia sta smantellando un modernissimo sistema di radar che avrebbe giovato al monitoraggio degli eventi meteorologici. Il che è tanto più misterioso, posto che quelli che stanno commettendo il delitto sono gli stessi che piangono perché non si fa abbastanza per contrastare quegli eventi. Quei radar li aveva predisposti il professor Franco Prodi.
Professor Prodi, alla Regione Puglia stanno rottamando alcuni radar di avanzato livello tecnologico che lei stesso aveva voluto. È così?
«Sì, è così. La fisica dell’Atmosfera è centrale nel sistema clima, ma studia anche il meteo e i sistemi di precipitazione. Lo strumento principale della ricerca sperimentale è il radar meteorologico. Era il 2010 quando preparavo un progetto in risposta ad un bando della Regione Puglia su fondi europei. Il progetto si chiamava “Rivona. Rischi per il volo e nowcasting aeroportuale”, e risultò vincitore del bando. Tra il 2012 e il 2014, realizzammo quanto il progetto prometteva: installazione di due radar meteorologici di avanzate caratteristiche, collocati a distanza ottimale dall’aeroporto di Brindisi (a Torchiarolo e a Mesagne), su direzioni a 90 gradi fra loro, multiparametrici, Doppler e sincronizzabili».
Cosa ci facevate con quei radar?
«Per esempio, col radar basato in Torchiarolo studiammo i temporali e i sistemi precipitanti, e presentammo interessanti risultati alle conferenze di radarmeteorologia a Breckenridge (Colorado) e a Norman (Oklahoma)».
Per quanto tempo sono stati utilizzati?
«Non per molto. Per ragioni misteriose, sebbene fino al 2010 io avessi diretto l’Isac (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima) del Cnr, decisero di assegnare quelle apparecchiature radar ai ricercatori della sezione di Roma dell’Isac, fino ad allora totalmente estranei al progetto stesso. Purtroppo, questi si rivelarono presto incapaci di gestire quelle strumentazioni - e non posso dargliene una colpa, visto che non l’avevano progettato loro - tanto che dalla data del loro coinvolgimento dal radar di Torchiarolo non uscì più alcuna immagine».
E l’altro radar, quello di Mesagne?
«Sebbene noi lo avessimo consegnato completato, esso non fu mai neanche attivato, per la stessa ragione per la quale l’altro fu messo da parte».
Le conseguenze?
«Anche se il mio gruppo aveva disegnato specificatamente il progetto per la sicurezza dei voli, quei radar e i metodi della radarmeteorologia avrebbero avuto ricadute benefiche importanti in tutti gli altri settori, nella gestione dei rischi meteorologici (alluvioni, temporali distruttivi e grandine), in agricoltura per l’irrigazione, nella gestione dei bacini idroelettrici, nel traffico terrestre, marittimo e ferroviario».
E oggi cosa sta succedendo?
«Un fatto gravissimo. Utilizzando fondi del Pnrr, la Regione Puglia, attraverso la cessione in comodato dell’area di Torchiarolo, sta consentendo l’installazione, da parte della Protezione civile regionale, di un radar di caratteristiche inferiori al radar esistente. Sembrerebbe per restare nei tempi di scadenza (fine giugno) previsti per l’utilizzo di quei fondi Pnrr. In pratica, pur di spendere denaro pubblico disponibile, si sta ignorando che attrezzatura migliore di quella che si vorrebbe installare nuova esiste già».
Ma non avrebbero potuto installare il nuovo radar in altra zona e continuare a beneficiare di quelli più avanzati che esistono già?
«Esatto. Il radar della Protezione civile potrebbe tuttora essere installato in altra località. Una adatta potrebbe essere Grottaglie: la Regione avrebbe tre radar e non commetterebbe il delitto di rottamarne due che sono di grande valore tecnico-scientifico».
Da quel che capisco, chi li ha avuti in carico non sembra sappia usarli. Ma i proprietari dei radar avanzati non hanno battuto ciglio?
«Il proprietario è il Cnr, ma a quanto pare la direzione Isac-Cnr ha preferito subire l’umiliazione. Ed è un’umiliazione alla scienza in generale, cosa cui ormai siamo abituati da quando i decisori politici, soprattutto quelli locali brillano di insipienza. Pensi che hanno venduto la cosa all’opinione pubblica come un miglioramento del progetto che stanno smantellando».
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 giugno 2026. La capogruppo di Fdi in Commissione Covid Alice Buonguerrieri rivela gli ultimi clamorosi sviluppi emersi dalle audizioni.