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2019-04-04
C’è un’altra grana per il ministro: la portavoce è pagata dai Moratti
Che ci fa la portavoce del ministro Giovanni Tria nel Consiglio d'amministrazione del gruppo petrolifero Saras? Le austere sale di Via XX Settembre, dopo il caso di Niccolò Ciapetti, riservano un'altra sorpresa. Adriana Cerretelli, giornalista in pensione del Sole 24 Ore, fa parte infatti, come indipendente, del board della Saras, holding della famiglia Moratti. Rinnovata nel 27 aprile 2018, la giornalista ne faceva già parte (come si evince dal bilancio 2016 reperibile on line). La nomina a via XX Settembre è dell'8 ottobre 2018.
La Saras è una delle eccellenze imprenditoriali italiane. Possiede - c'è scritto nel sito istituzionale della Spa - «una delle più grandi raffinerie del Mediterraneo ad elevata complessità» per «300.000 barili/giorno di capacità di raffinazione», che rappresentano «circa il 15% della capacità totale in Italia». Garantisce «oltre l'80% della produzione composta da prodotti a basso impatto ambientale quali gasolio autotrazione e benzina» e gestisce la «vendita all'ingrosso di prodotti petroliferi ad alto valore aggiunto». È proprietaria di «due depositi […] per la distribuzione dei prodotti ad Arcola (Italia) e a Cartagena (Spagna)» e di «circa 100 stazioni di servizio, situate principalmente nel sud della Spagna». Da qualche tempo, la holding si occupa anche di «attività di trading» e di «servizi di ingegneria nel settore oil».
La Cerretelli, che nel cda ricopre il ruolo di componente del comitato Controllo e Rischi, nella scheda biografica aziendale è attenta a far notare di essere «laureata in scienze politiche» ed «editorialista per Il Sole 24 Ore a Bruxelles per l'Europa, la Nato e su tematiche globali». Nel 2000 - annota il cv - il «presidente della Repubblica l'ha nominata Ufficiale della Repubblica per il contributo dato con i suoi servizi giornalisti alla nascita dell'euro» mentre quattro anni più tardi, il «presidente della Repubblica francese l'ha insignita della Legion D'Onore per le sue analisi sull'Europa e gli scritti sulla Francia ed il suo ruolo Europeo». Tra le firme del giornalismo economico italiano, è sicuramente la più europeista e la meno compatibile con la visione battagliera e sovranista del governo gialloblù. Qualche tempo fa, la Cerretelli fu relatrice alla presentazione del libro di Sandro Gozi Generazione Erasmus al potere organizzata dalla rappresentanza del Partito democratico a Bruxelles. Gozi, ex sottosegretario agli Affari esteri dell'esecutivo di Matteo Renzi, si candiderà alle Europee del 26 maggio nella lista di Emmanuel Macron.
Ecco, allora: che cosa ci fa la portavoce del ministro dell'Economia nel cda di una società quotata in Borsa con un fatturato superiore ai 10 miliardi di euro? Se non esistono, come la giornalista ha espressamente dichiarato, in un'autocertificazione, «cause di inconferibilità e incompatibilità» tra i due ruoli, potrebbero sussistere però motivi di opportunità. Non fosse altro per l'ingente flusso di informazioni riservate che transitano, e originano, dagli uffici in cui si prendono le decisioni di politica economica e finanziaria che riguardano tutto il Paese. Informazioni che, in un modo o nell'altro, la giornalista è chiamata a maneggiare.
Un aspetto, particolarmente sensibile, che evidentemente non è sfuggito all'ex editorialista del Sole se, nel curriculum presentato al ministro, ha voluto espressamente specificare, al tempo della sua permanenza a Bruxelles per conto del quotidiano di Confindustria, che l'attività si svolgeva tra «incontri confidenziali, contatti di alto livello e la quotidianità degli appuntamenti istituzionali che variano tra Commissione, Consiglio e Parlamento europeo, riunioni formali e informali dei ministri e vertici dei capi di Stato e di governo europei».
L'incarico in Saras della portavoce scadrà nel 2021 ed è remunerato con 65.279 euro lordi all'anno a cui aggiungere altri 90.000 euro (lordi) di pensione. Mentre, per il ruolo tutt'altro che secondario al ministero, la Cerretelli percepisce... zero. Sì, perché nel decreto di nomina dell'ottobre 2018, firmato da Tria, c'è scritto che «per l'assolvimento del predetto incarico di portavoce del ministro dell'Economia non è attribuito alcun emolumento, trattandosi di incarico a titolo gratuito come disposto» dal decreto legge 95/2012 «salvo il riconoscimento del rimborso per eventuali spese rendicontate di missione all'interno e all'estero». Si tratta della normativa che vieta alle pubbliche amministrazioni di «attribuire incarichi di studio e di consulenza a soggetti già lavoratori privati o pubblici collocati in quiescenza». Non è inopportuno però che uno stretto assistente del ministro, che lavora gratis per lo Stato, prenda invece soldi da un privato?
E inoltre: quanto è faticoso, per la portavoce di Tria, liberarsi della rete di relazioni e del carico di informazioni ministeriali quando siede nel cda della Saras? E quanto è faticoso, per lo stesso ministro, scindere i due ruoli e i rispettivi punti di vista della sua stretta collaboratrice?
E il totosostituto è già caldissimo
Ministro per caso (e per intercessione quirinalizia) Giovanni Tria, nonostante le rassicurazioni pubbliche, anche di ieri, da parte di premier e vicepremier, rischia di dover preparare gli scatoloni e lasciare il timone del Mef subito dopo le elezioni europee.
Il M5s lo sostituirebbe anche subito, mentre la Lega per il momento gli offre una sponda, seppure a tempo e legata al raggiungimento degli obiettivi. Non solo: la sua permanenza a via XX Settembre, stando a quanto si apprende da fonti bene informate, è legata in buona sostanza al fatto che Lega e M5s non hanno ancora individuato un successore, soprattutto per carenza di profili spendibili subito.
I nomi circolati, Giulio Tremonti e Giulio Sapelli, non convincono per svariate ragioni. In realtà, la figura più accreditata per prendere il timone del ministero dell'Economia, resta quella di Giancarlo Giorgetti. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, numero due della Lega, fu già in lizza per via XX Settembre lo scorso anno, quando Giuseppe Conte incassò il «no» del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Paolo Savona. Alla fine la spuntò Tria, gradito al Quirinale e governatore della Bce, Mario Draghi, che pure si era opposto strenuamente alla nomina di Savona: il suo nome venne fuori quindi come ripiego, una soluzione di compromesso accettata senza entusiasmo da Matteo Salvini e Luigi Di Maio pur di dare vita al governo del cambiamento.
Giorgetti, dunque, anche in virtù di un ottimo rapporto con Mattarella, sarebbe in pole position per sostituire Tria, ma questa soluzione potrebbe rappresentare una trappola per il «gianniletta» lumbard, che non vuole nemmeno sentire parlare di questa ipotesi, che lo brucerebbe politicamente. Il percorso per la probabile sostituzione di Tria dopo le europee, comunque, è tracciato. Se la Lega otterrà un risultato superiore a quello del M5s, Salvini avrà buon gioco nel chiedere un riequilibrio nel governo tra il Carroccio e l'alleato. Per non andare alla guerra con Di Maio, Salvini punterebbe due ministeri molto importanti, attualmente guidati da tecnici: Economia e Esteri. Giovanni Tria e Enzo Moavero Milanesi, in quota Quirinale, sarebbero sostituiti da due esponenti della Lega. In questo modo, il M5s non dovrebbe rinunciare a nessun ministero, e Di Maio prenderebbe due piccioni con una fava: accontentare Salvini e blindare i suoi fedelissimi più a rischio, come ad esempio il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli.
Del resto, se Lega e M5s otterranno complessivamente un ottimo risultato elettorale dopo un anno di governo, anche il presidente Mattarella avrebbe difficoltà a opporsi a un riallineamento politico dell'esecutivo. C'è anche chi ha ipotizzato per il ministero dell'Economia un interim al premier Giuseppe Conte, ma la soluzione sembra oltremodo azzardata, considerato che l'avvocato del popolo ha già abbastanza gatte da pelare a Palazzo Chigi.
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Adriana Cerretelli, ex editorialista del Sole, è nel cda di Saras. Incarico da 65.000 euro lordi. E se il doppio lavoro non è contro la legge, sorgono dubbi sull'opportunità politica di mantenere rapporti con i big del petrolio. E il totosostituto è già caldissimo. Nei corridoi dei gialloblù si disegnano gli scenari di addio forzato di Tria. L'unica certezza è la carenza di nomi spendibili. Archiviati Sapelli e Tremonti, spunta Giorgetti. Lo speciale comprende due articoli. Che ci fa la portavoce del ministro Giovanni Tria nel Consiglio d'amministrazione del gruppo petrolifero Saras? Le austere sale di Via XX Settembre, dopo il caso di Niccolò Ciapetti, riservano un'altra sorpresa. Adriana Cerretelli, giornalista in pensione del Sole 24 Ore, fa parte infatti, come indipendente, del board della Saras, holding della famiglia Moratti. Rinnovata nel 27 aprile 2018, la giornalista ne faceva già parte (come si evince dal bilancio 2016 reperibile on line). La nomina a via XX Settembre è dell'8 ottobre 2018. La Saras è una delle eccellenze imprenditoriali italiane. Possiede - c'è scritto nel sito istituzionale della Spa - «una delle più grandi raffinerie del Mediterraneo ad elevata complessità» per «300.000 barili/giorno di capacità di raffinazione», che rappresentano «circa il 15% della capacità totale in Italia». Garantisce «oltre l'80% della produzione composta da prodotti a basso impatto ambientale quali gasolio autotrazione e benzina» e gestisce la «vendita all'ingrosso di prodotti petroliferi ad alto valore aggiunto». È proprietaria di «due depositi […] per la distribuzione dei prodotti ad Arcola (Italia) e a Cartagena (Spagna)» e di «circa 100 stazioni di servizio, situate principalmente nel sud della Spagna». Da qualche tempo, la holding si occupa anche di «attività di trading» e di «servizi di ingegneria nel settore oil». La Cerretelli, che nel cda ricopre il ruolo di componente del comitato Controllo e Rischi, nella scheda biografica aziendale è attenta a far notare di essere «laureata in scienze politiche» ed «editorialista per Il Sole 24 Ore a Bruxelles per l'Europa, la Nato e su tematiche globali». Nel 2000 - annota il cv - il «presidente della Repubblica l'ha nominata Ufficiale della Repubblica per il contributo dato con i suoi servizi giornalisti alla nascita dell'euro» mentre quattro anni più tardi, il «presidente della Repubblica francese l'ha insignita della Legion D'Onore per le sue analisi sull'Europa e gli scritti sulla Francia ed il suo ruolo Europeo». Tra le firme del giornalismo economico italiano, è sicuramente la più europeista e la meno compatibile con la visione battagliera e sovranista del governo gialloblù. Qualche tempo fa, la Cerretelli fu relatrice alla presentazione del libro di Sandro Gozi Generazione Erasmus al potere organizzata dalla rappresentanza del Partito democratico a Bruxelles. Gozi, ex sottosegretario agli Affari esteri dell'esecutivo di Matteo Renzi, si candiderà alle Europee del 26 maggio nella lista di Emmanuel Macron. Ecco, allora: che cosa ci fa la portavoce del ministro dell'Economia nel cda di una società quotata in Borsa con un fatturato superiore ai 10 miliardi di euro? Se non esistono, come la giornalista ha espressamente dichiarato, in un'autocertificazione, «cause di inconferibilità e incompatibilità» tra i due ruoli, potrebbero sussistere però motivi di opportunità. Non fosse altro per l'ingente flusso di informazioni riservate che transitano, e originano, dagli uffici in cui si prendono le decisioni di politica economica e finanziaria che riguardano tutto il Paese. Informazioni che, in un modo o nell'altro, la giornalista è chiamata a maneggiare. Un aspetto, particolarmente sensibile, che evidentemente non è sfuggito all'ex editorialista del Sole se, nel curriculum presentato al ministro, ha voluto espressamente specificare, al tempo della sua permanenza a Bruxelles per conto del quotidiano di Confindustria, che l'attività si svolgeva tra «incontri confidenziali, contatti di alto livello e la quotidianità degli appuntamenti istituzionali che variano tra Commissione, Consiglio e Parlamento europeo, riunioni formali e informali dei ministri e vertici dei capi di Stato e di governo europei». L'incarico in Saras della portavoce scadrà nel 2021 ed è remunerato con 65.279 euro lordi all'anno a cui aggiungere altri 90.000 euro (lordi) di pensione. Mentre, per il ruolo tutt'altro che secondario al ministero, la Cerretelli percepisce... zero. Sì, perché nel decreto di nomina dell'ottobre 2018, firmato da Tria, c'è scritto che «per l'assolvimento del predetto incarico di portavoce del ministro dell'Economia non è attribuito alcun emolumento, trattandosi di incarico a titolo gratuito come disposto» dal decreto legge 95/2012 «salvo il riconoscimento del rimborso per eventuali spese rendicontate di missione all'interno e all'estero». Si tratta della normativa che vieta alle pubbliche amministrazioni di «attribuire incarichi di studio e di consulenza a soggetti già lavoratori privati o pubblici collocati in quiescenza». Non è inopportuno però che uno stretto assistente del ministro, che lavora gratis per lo Stato, prenda invece soldi da un privato? E inoltre: quanto è faticoso, per la portavoce di Tria, liberarsi della rete di relazioni e del carico di informazioni ministeriali quando siede nel cda della Saras? 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Non solo: la sua permanenza a via XX Settembre, stando a quanto si apprende da fonti bene informate, è legata in buona sostanza al fatto che Lega e M5s non hanno ancora individuato un successore, soprattutto per carenza di profili spendibili subito. I nomi circolati, Giulio Tremonti e Giulio Sapelli, non convincono per svariate ragioni. In realtà, la figura più accreditata per prendere il timone del ministero dell'Economia, resta quella di Giancarlo Giorgetti. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, numero due della Lega, fu già in lizza per via XX Settembre lo scorso anno, quando Giuseppe Conte incassò il «no» del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Paolo Savona. Alla fine la spuntò Tria, gradito al Quirinale e governatore della Bce, Mario Draghi, che pure si era opposto strenuamente alla nomina di Savona: il suo nome venne fuori quindi come ripiego, una soluzione di compromesso accettata senza entusiasmo da Matteo Salvini e Luigi Di Maio pur di dare vita al governo del cambiamento. Giorgetti, dunque, anche in virtù di un ottimo rapporto con Mattarella, sarebbe in pole position per sostituire Tria, ma questa soluzione potrebbe rappresentare una trappola per il «gianniletta» lumbard, che non vuole nemmeno sentire parlare di questa ipotesi, che lo brucerebbe politicamente. Il percorso per la probabile sostituzione di Tria dopo le europee, comunque, è tracciato. Se la Lega otterrà un risultato superiore a quello del M5s, Salvini avrà buon gioco nel chiedere un riequilibrio nel governo tra il Carroccio e l'alleato. Per non andare alla guerra con Di Maio, Salvini punterebbe due ministeri molto importanti, attualmente guidati da tecnici: Economia e Esteri. Giovanni Tria e Enzo Moavero Milanesi, in quota Quirinale, sarebbero sostituiti da due esponenti della Lega. In questo modo, il M5s non dovrebbe rinunciare a nessun ministero, e Di Maio prenderebbe due piccioni con una fava: accontentare Salvini e blindare i suoi fedelissimi più a rischio, come ad esempio il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli. Del resto, se Lega e M5s otterranno complessivamente un ottimo risultato elettorale dopo un anno di governo, anche il presidente Mattarella avrebbe difficoltà a opporsi a un riallineamento politico dell'esecutivo. C'è anche chi ha ipotizzato per il ministero dell'Economia un interim al premier Giuseppe Conte, ma la soluzione sembra oltremodo azzardata, considerato che l'avvocato del popolo ha già abbastanza gatte da pelare a Palazzo Chigi.
Ansa
L’agente, riferiscono ambienti della difesa, è profondamente provato da quanto sta emergendo. Non solo per il peso dell’accusa, ma per la rappresentazione che, giorno dopo giorno, viene restituita del suo operato. Al legale ha ribadito di non aver mai avuto rapporti con gli spacciatori della zona, né contatti opachi con il mondo del boschetto. Una ricostruzione che respinge con decisione e che - sostiene - non ha nulla a che vedere con la sua storia professionale.
Dal punto di vista tecnico, la linea difensiva resta immutata. Per Porciani è difficile sostenere l’ipotesi dell’omicidio volontario a fronte di uno sparo esploso a oltre venti metri di distanza, in un contesto di scarsa visibilità, con una traiettoria che - come emerso dagli accertamenti autoptici - non presenta le caratteristiche di un colpo d’esecuzione. Un solo proiettile, esploso in pochi istanti, dopo essersi visto puntare contro quella che appariva come un’arma vera. «Non avevo alcuna intenzione di uccidere», è il concetto che l’assistente capo continua a ribadire.
In parallelo, dagli interrogatori degli altri poliziotti - difesi dagli avvocati Massimo Pellicciotta, Antonio Buondonno e Matteo Cherubini - emerge una linea difensiva distinta ma convergente su un punto: nessuno di loro avrebbe avuto un ruolo nello sparo. Tutti hanno risposto alle domande del pm Giovanni Tarzia chiarendo di essere arrivati in momenti diversi sulla scena: uno era vicino a C.C. al momento del colpo, gli altri sono giunti subito dopo. Nei verbali, però, ciascuno ha riferito che le fasi successive sarebbero state gestite dal collega più anziano, indicato come il più esperto del gruppo, anche attraverso comunicazioni non veritiere, come quella - contestata - sulla chiamata dell’ambulanza. Per la Procura di Milano uno dei passaggi chiave dell’inchiesta riguarda ciò che sarebbe accaduto nei minuti successivi allo sparo. Dalle verifiche emergerebbe che il collega più vicino all’agente, prima della chiamata al 118 si sarebbe recato al commissariato Mecenate, per poi tornare sul posto con una borsa, di cui gli altri poliziotti avrebbero detto di ignorare il contenuto. Un elemento che rafforza l’ipotesi investigativa secondo cui la pistola a salve trovata accanto al corpo possa essere stata collocata dopo, tesi sostenuta anche dagli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, legali della famiglia Mansouri. Sullo sfondo c’è poi il ritardo di circa 23 minuti nell’allertare i soccorsi, punto centrale dell’accusa di omissione contestata agli agenti.
Sulla vicenda è intervenuto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi: «Sono compiaciuto che la Polizia di Stato sia in grado di fare chiarezza e di non fare sconti a nessuno. Accetteremo con assoluta serenità ciò che emergerà».
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Jeffrey Epstein (Getty Images)
La morte di Virginia Giuffre, la grande accusatrice di Jeffrey Epstein e dell’ormai ex principe Andrea; il libro postumo in cui testimonia ciò che non è riuscita a testimoniare da viva in un’Aula di tribunale e la pressione del mondo Maga vicino a Donald Trump hanno alzato il velo su uno scandalo mondiale. Presidenti, imprenditori, intellettuali e faccendieri, tutti insieme appassionatamente, tutti uniti da lussuria e cupidigia, da interessi e vizi. Non sono un moralista e mi interessa poco in quale letto finiscano la serata gli uomini politici e i grandi imprenditori della rivoluzione digitale. Tuttavia, qui non sono in discussione le vite private delle persone e nemmeno le pratiche sessuali di ciascuno. Nel caso Epstein emerge un sistema fondato sull’abuso, sulla violazione delle regole, sullo sfruttamento delle persone e delle informazioni riservate, sulla capacità di tessere relazioni che andavano oltre gli Stati, gli schieramenti, le aziende.
Dicono che Epstein sia stato un grande manipolatore. Di certo, è stato un uomo che pur non avendo alcun titolo da vantare - non era neppure professore - è riuscito a fingersi prima insegnante, poi banchiere, quindi consigliere speciale di fior di imprenditori e infine intimo amico di magnati e principi. Di lui si può dire che sapeva come sfruttare per il proprio tornaconto l’animo e le debolezze umane. Per anni ha costruito una ragnatela in cui è riuscito a intrappolare aspiranti altezze reali (non c’è solo il figlio prediletto della regina Elisabetta, ma anche qualche altra testa coronata della vecchia Europa), fior di banchieri, capi di Stato, ministri, ambasciatori, artisti. A questi personaggi ricchi e potenti offriva donne, spesso ragazzine minorenni abbacinate dal lusso e dunque facili prede. E negli incontri riservati o nelle feste non mancava neppure la droga, che a quanto pare Epstein faceva coltivare direttamente in una delle sue proprietà, in modo da non rimanere mai senza.
Raccontata così, la storia potrebbe apparire una vicenda assai simile, anche se sviluppata alla grande, a quella di Alberto Genovese, il mago della fintech che a Milano aveva trasformato il suo appartamento in una specie di isola per orge a base di droga. Ma a Terrazza sentimento, dove si impasticcavano e stupravano le ragazze, manca rispetto a Pedophileisland l’elemento del ricatto e del malaffare. Se il fondatore di Facile.it violentava le giovani dopo averle stordite con la droga dello stupro, con Epstein le ragazze erano schiave di una cupola in cui si manipolavano segreti e potere. Le minorenni servivano per ottenere dal principe Andrea le informazioni riservate del governo inglese. I soldi e forse altro erano necessari per avere la compiacenza del primo ministro norvegese Thorbjørn Jagland. E poi c’era Jack Lang, il superministro della cultura di Mitterand e di tanti governi francesi, uno degli uomini più potenti degli Emirati arabi, Bin Sulayem, l’ex funzionaria della Casa Bianca ai tempi di Obama, Kathryn Ruemmler, ora a capo dell’ufficio legale della Goldman Sachs e, sempre vicino a Obama, l’ex segretario al Tesoro Larry Summers, fino a ieri presidente della Harvard University, e poi il genio dell’informatica Bill Gates, con il super genio della cinematografia Woody Allen. L’elenco è lungo, ma l’eterogeneità delle persone coinvolte dimostra che Epstein non si poneva limiti. Da ciascuno, americano o non, ricco o solo potente, poteva riuscire in qualche modo a guadagnare, lavorando sull’eugenetica, la geopolitica o i vaccini. Così ha accumulato un patrimonio enorme, stimato da alcuni come assai vicino al miliardo. Sesso, sangue (a Zorro ranch nel New Mexico sarebbero sepolti i cadaverici di due giovani, strangolate durante un rapporto fetish) e soldi. Un intrigo internazionale al cui confronto ogni altro giallo impallidisce, perché nessun’altra storia ha avvolto nella sua tela così tante vittime e si è diffusa in tutto il mondo, occupandosi di governi, monarchie e persino di pontefici da eliminare. Ma quello che abbiamo finora scoperto forse è solo l’inizio.
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Donald Trump (Getty Images)
Se il Congresso avesse inteso conferire il potere distinto e straordinario di imporre tariffe, lo avrebbe fatto espressamente, come ha costantemente fatto in altre leggi tariffarie», si legge nell’opinione di maggioranza, che, secondo il sito specializzato Scotusblog, non ha tuttavia chiarito se il governo federale debba effettuare o meno dei rimborsi.
«La sentenza è profondamente deludente, mi vergogno di alcuni membri della Corte Suprema», ha tuonato il presidente americano, accusando il massimo organo giudiziario statunitense di essere «influenzato da interessi stranieri». L’inquilino della Casa Bianca ha anche annunciato che imporrà «una tariffa globale del 10% ai sensi della Sezione 122».
In sostanza, secondo la Corte Suprema, Trump, usando lo Ieepa per imporre delle tariffe, avrebbe ecceduto nel suo potere, bypassando l’autorità del Congresso. Ricordiamo che i dazi interessati dalla sentenza non sono quelli settoriali, imposti ad acciaio e alluminio, che erano stati decretati ai sensi della Sezione 232 del Trade expansion act del 1962. A essere cassate sono invece in gran parte state le tariffe che Trump aveva definito «reciproche», annunciandole per la prima volta lo scorso aprile in occasione del cosiddetto «Giorno della liberazione». Secondo Fortune, il valore complessivo dei dazi annullati si aggirerebbe attorno ai 175 miliardi di dollari. La sentenza di ieri era in parte attesa, visto che, durante il dibattimento avvenuto l’anno scorso, vari supremi togati avevano espresso scetticismo sulle posizioni espresse dai legali della Casa Bianca.
Il cuore dello scontro ha riguardato il senso stesso della linea tariffaria del presidente americano. Secondo Trump, i dazi rientrano nel perimetro della politica estera, più che di quella economica. Per l’inquilino della Casa Bianca, le tariffe sono da intendersi principalmente come uno strumento di tutela della sicurezza nazionale, per ridurre la dipendenza americana dalla Cina nelle catene di approvvigionamento strategiche. Non a caso, ieri, Trump ha rivendicato di aver usato le tariffe per fermare delle guerre e per bloccare il flusso di fentanyl. La maggioranza dei giudici ha invece interpretato le tariffe in senso classico e non hanno ammesso la visione trumpiana del potere esecutivo.
Come che sia, l’amministrazione americana si era da tempo preparata a ricorrere a delle vie alternative allo Ieepa: e Trump ha detto ieri di essere pronto ad agire in tal senso. Secondo Nbc News, tra gli strumenti a sua disposizione rientrano la Sezione 338 del Tariff act del 1930, la Sezione 232 del Trade expansion act del 1962, la Sezione 201 del Trade act del 1974, la Sezione 301 del Trade act del 1974 e la Sezione 122 del Trade act del 1974. La stessa Goldman Sachs ha riferito che la Casa Bianca sarebbe pronta a usare degli strumenti legislativi alternativi per mantenere i dazi. Il punto è che lo Ieepa garantiva al presidente maggiore rapidità. E questo, per lui, rappresentava un fattore positivo in termini di efficacia. «Nessuno può negare che l’uso dei dazi da parte del presidente abbia fruttato miliardi di dollari e creato un’enorme leva per la strategia commerciale americana e per garantire solidi e reciproci accordi commerciali “America first” con Paesi che avevano sfruttato i lavoratori americani per decenni», ha affermato lo Speaker della Camera, Mike Johnson. «Il Congresso e l’amministrazione», ha proseguito, «determineranno la strada migliore da seguire nelle prossime settimane». Trump ieri ha comunque detto di non aver bisogno di passare per il Congresso.
Un ultimo aspetto da considerare riguarda la Corte Suprema. Per anni una certa vulgata non ha fatto che ripetere che quest’organo fosse prono a Donald Trump, visto che sei dei suoi nove componenti attuali è di nomina repubblicana. Ebbene, la sentenza di ieri ha dimostrato che le cose non stanno così. Tra l’altro, a schierarsi a favore dell’annullamento dei dazi sono stati anche due dei togati nominati dallo stesso Trump durante il primo mandato: Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett. D’altronde, i giudici sono inamovibili e godono dell’intangibilità del loro trattamento economico: il che ne garantisce l’autonomia. Insomma, che la Corte Suprema sia in mano all’attuale presidente americano si conferma un’eclatante sciocchezza. Così come la narrazione che vorrebbe gli Stati Uniti sprofondati in una dittatura.
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La staffetta italiana festeggia dopo aver vinto il bronzo nella finale maschile della staffetta 5000 metri delle gare di pattinaggio di velocità su pista corta ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Fontana chiude sulle ginocchia, una caduta in batteria ne limita le potenzialità. Finisce addosso alla polacca Kamila Sellier, è costretta a farsi massaggiare la schiena dolorante dal marito allenatore Anthony Lobello. Ma non ci sono unguenti, lei scricchiola e non può nulla per arginare la vitalità delle coreane Kim e Choi. Terza la statunitense Corinne Stoddard. Comunque la regina della Valtellina colleziona un oro, due argenti e il record storico delle 14 medaglie. Può bastare, anche lei è umana.
Dal resto della truppa arriva la medaglia d’oro del sorriso, chi si contenta gode. Niente di più per l’Italia ingrassata a suon di podi che si affaccia all’ovale ghiacciato di Rho Fiera per l’ennesimo trionfo di Francesca Lollobrigida. Ma anche lei è sazia e sembra dire con quello sguardo sornione: due ori in una settimana, cosa volete di più? Nei 1.500 del Pattinaggio velocità la testa della mammina laziale è sul pezzo ma le gambe paiono legnose; è solo 13ª nella sfida vinta dall’olandese Antoinette Rijpma-De Jong. La nuova Lollo ci aveva avvertiti: «Non aspettatevi medaglie, gareggio per preparare la mass start di sabato, a quella tengo molto». Così saremo di nuovo qui domani nello Speed skating stadium per una chiusura da apoteosi. Nel mirino c’è il terzo oro nella stessa Olimpiade, mai nessun italiano ci è riuscito. A due ci sono lei, Alberto Tomba, Manuela Di Centa, Federica Brignone. E con un problemino da niente: la prova con partenza in linea può riservare ogni sorpresa, visto che somiglia all’uscita da una scuola elementare al suono della campanella, cartellate comprese.
Prima dei fuochi d’artificio notturni nello Short Track, facciamo i conti con un venerdì di occasioni perdute soprattutto nel Biathlon, dove si consuma il dramma sportivo di Tommaso Giacomel, già argento nella staffetta mista, che per qualche minuto si ritrova in testa nella mass start 15 km. Il guerriero di Vipiteno sogna l’oro, sembra imbattibile ma è costretto a fermarsi per un improvviso dolore al costato e conclude i suoi Giochi in infermeria. Un minuto dopo lo stop sta già meglio, ma non era il caso di rischiare.
«La salute viene prima delle gare, quello che ha fatto è corretto», spiega l’allenatore di tiro Fabio Cianciana. Al poligono Tommaso era stato impeccabile (zero errori). Adesso ha le gomme a terra e su Instagram scrive: «Il corpo ha smesso di funzionare, facevo fatica respirare. È stato devastante. Molte cose mi passano per la testa, frustrazione, rabbia delusione». Sul podio finiscono i due norvegesi Johannes Dale-Skjevdal (oro) e Sturla Laegreid. Bronzo al francese Quentin Maillet.
In casa americana si contano gli interventi chirurgici per ripristinare il fisico da Robocop di Lindsey Vonn: oggi è andata sotto i ferri per la sesta volta e sorride da Instagram. Da simbolo di positività, lei si sente fortunata. Non come il cinese Haipeng Sheng, che si è dimenticato il cellulare in una tasca dei calzoni e l’ha perso durante un salto Freestyle. È arrivato 20º ma lo smartphone funziona, gli amici possono spernacchiarlo.
Il resto è hockey. Il primo finalista è il Canada, che arriva alla sfida per l’oro dopo un 3-2 in rimonta sulla Finlandia. Senza Sidney Crosby, uno dei migliori giocatori della storia, e al termine di una sfida rocambolesca: in vantaggio 2-0 gli scandinavi si fanno riprendere e superare a 35’’ dalla sirena finale con un gol contestatissimo per un fuorigioco millimetrico. Gli arbitri convalidano, i canadesi esultano e aspettano gli Stati Uniti (nella notte la semifinale con la Slovacchia) per il Miracle Nhl di domani, prima della cerimonia di chiusura all’Arena di Verona, alla quale parteciperà in tribuna d’onore anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Dovesse arrivare a sorpresa Trump, lei si è portata avanti.
Domani gli azzurri sparano le penultime cartucce a calendario pieno. Nella maratona del Fondo - 50 km con le barbe gelate e il cuore in gola - va in onda il canto del cigno del formidabile Federico Pellegrino. Nel Biathlon sono possibili dolci sorprese dalla coppia Dorothea Wierer (fin qui perdente) e Lara Vittozzi (fin qui vincente). Poi la già citata chiusura del Pattinaggio velocità con le tonnare mass start uomini e donne, dove Andrea Giovannini può farsi onore e lady Lollobrigida può compiere l’impresa dei tre ori. E da sconosciuta agli sportivi da divano, entrare nella leggenda. Non l’abbiamo vista arrivare.
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