True
2019-04-04
C’è un’altra grana per il ministro: la portavoce è pagata dai Moratti
Che ci fa la portavoce del ministro Giovanni Tria nel Consiglio d'amministrazione del gruppo petrolifero Saras? Le austere sale di Via XX Settembre, dopo il caso di Niccolò Ciapetti, riservano un'altra sorpresa. Adriana Cerretelli, giornalista in pensione del Sole 24 Ore, fa parte infatti, come indipendente, del board della Saras, holding della famiglia Moratti. Rinnovata nel 27 aprile 2018, la giornalista ne faceva già parte (come si evince dal bilancio 2016 reperibile on line). La nomina a via XX Settembre è dell'8 ottobre 2018.
La Saras è una delle eccellenze imprenditoriali italiane. Possiede - c'è scritto nel sito istituzionale della Spa - «una delle più grandi raffinerie del Mediterraneo ad elevata complessità» per «300.000 barili/giorno di capacità di raffinazione», che rappresentano «circa il 15% della capacità totale in Italia». Garantisce «oltre l'80% della produzione composta da prodotti a basso impatto ambientale quali gasolio autotrazione e benzina» e gestisce la «vendita all'ingrosso di prodotti petroliferi ad alto valore aggiunto». È proprietaria di «due depositi […] per la distribuzione dei prodotti ad Arcola (Italia) e a Cartagena (Spagna)» e di «circa 100 stazioni di servizio, situate principalmente nel sud della Spagna». Da qualche tempo, la holding si occupa anche di «attività di trading» e di «servizi di ingegneria nel settore oil».
La Cerretelli, che nel cda ricopre il ruolo di componente del comitato Controllo e Rischi, nella scheda biografica aziendale è attenta a far notare di essere «laureata in scienze politiche» ed «editorialista per Il Sole 24 Ore a Bruxelles per l'Europa, la Nato e su tematiche globali». Nel 2000 - annota il cv - il «presidente della Repubblica l'ha nominata Ufficiale della Repubblica per il contributo dato con i suoi servizi giornalisti alla nascita dell'euro» mentre quattro anni più tardi, il «presidente della Repubblica francese l'ha insignita della Legion D'Onore per le sue analisi sull'Europa e gli scritti sulla Francia ed il suo ruolo Europeo». Tra le firme del giornalismo economico italiano, è sicuramente la più europeista e la meno compatibile con la visione battagliera e sovranista del governo gialloblù. Qualche tempo fa, la Cerretelli fu relatrice alla presentazione del libro di Sandro Gozi Generazione Erasmus al potere organizzata dalla rappresentanza del Partito democratico a Bruxelles. Gozi, ex sottosegretario agli Affari esteri dell'esecutivo di Matteo Renzi, si candiderà alle Europee del 26 maggio nella lista di Emmanuel Macron.
Ecco, allora: che cosa ci fa la portavoce del ministro dell'Economia nel cda di una società quotata in Borsa con un fatturato superiore ai 10 miliardi di euro? Se non esistono, come la giornalista ha espressamente dichiarato, in un'autocertificazione, «cause di inconferibilità e incompatibilità» tra i due ruoli, potrebbero sussistere però motivi di opportunità. Non fosse altro per l'ingente flusso di informazioni riservate che transitano, e originano, dagli uffici in cui si prendono le decisioni di politica economica e finanziaria che riguardano tutto il Paese. Informazioni che, in un modo o nell'altro, la giornalista è chiamata a maneggiare.
Un aspetto, particolarmente sensibile, che evidentemente non è sfuggito all'ex editorialista del Sole se, nel curriculum presentato al ministro, ha voluto espressamente specificare, al tempo della sua permanenza a Bruxelles per conto del quotidiano di Confindustria, che l'attività si svolgeva tra «incontri confidenziali, contatti di alto livello e la quotidianità degli appuntamenti istituzionali che variano tra Commissione, Consiglio e Parlamento europeo, riunioni formali e informali dei ministri e vertici dei capi di Stato e di governo europei».
L'incarico in Saras della portavoce scadrà nel 2021 ed è remunerato con 65.279 euro lordi all'anno a cui aggiungere altri 90.000 euro (lordi) di pensione. Mentre, per il ruolo tutt'altro che secondario al ministero, la Cerretelli percepisce... zero. Sì, perché nel decreto di nomina dell'ottobre 2018, firmato da Tria, c'è scritto che «per l'assolvimento del predetto incarico di portavoce del ministro dell'Economia non è attribuito alcun emolumento, trattandosi di incarico a titolo gratuito come disposto» dal decreto legge 95/2012 «salvo il riconoscimento del rimborso per eventuali spese rendicontate di missione all'interno e all'estero». Si tratta della normativa che vieta alle pubbliche amministrazioni di «attribuire incarichi di studio e di consulenza a soggetti già lavoratori privati o pubblici collocati in quiescenza». Non è inopportuno però che uno stretto assistente del ministro, che lavora gratis per lo Stato, prenda invece soldi da un privato?
E inoltre: quanto è faticoso, per la portavoce di Tria, liberarsi della rete di relazioni e del carico di informazioni ministeriali quando siede nel cda della Saras? E quanto è faticoso, per lo stesso ministro, scindere i due ruoli e i rispettivi punti di vista della sua stretta collaboratrice?
E il totosostituto è già caldissimo
Ministro per caso (e per intercessione quirinalizia) Giovanni Tria, nonostante le rassicurazioni pubbliche, anche di ieri, da parte di premier e vicepremier, rischia di dover preparare gli scatoloni e lasciare il timone del Mef subito dopo le elezioni europee.
Il M5s lo sostituirebbe anche subito, mentre la Lega per il momento gli offre una sponda, seppure a tempo e legata al raggiungimento degli obiettivi. Non solo: la sua permanenza a via XX Settembre, stando a quanto si apprende da fonti bene informate, è legata in buona sostanza al fatto che Lega e M5s non hanno ancora individuato un successore, soprattutto per carenza di profili spendibili subito.
I nomi circolati, Giulio Tremonti e Giulio Sapelli, non convincono per svariate ragioni. In realtà, la figura più accreditata per prendere il timone del ministero dell'Economia, resta quella di Giancarlo Giorgetti. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, numero due della Lega, fu già in lizza per via XX Settembre lo scorso anno, quando Giuseppe Conte incassò il «no» del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Paolo Savona. Alla fine la spuntò Tria, gradito al Quirinale e governatore della Bce, Mario Draghi, che pure si era opposto strenuamente alla nomina di Savona: il suo nome venne fuori quindi come ripiego, una soluzione di compromesso accettata senza entusiasmo da Matteo Salvini e Luigi Di Maio pur di dare vita al governo del cambiamento.
Giorgetti, dunque, anche in virtù di un ottimo rapporto con Mattarella, sarebbe in pole position per sostituire Tria, ma questa soluzione potrebbe rappresentare una trappola per il «gianniletta» lumbard, che non vuole nemmeno sentire parlare di questa ipotesi, che lo brucerebbe politicamente. Il percorso per la probabile sostituzione di Tria dopo le europee, comunque, è tracciato. Se la Lega otterrà un risultato superiore a quello del M5s, Salvini avrà buon gioco nel chiedere un riequilibrio nel governo tra il Carroccio e l'alleato. Per non andare alla guerra con Di Maio, Salvini punterebbe due ministeri molto importanti, attualmente guidati da tecnici: Economia e Esteri. Giovanni Tria e Enzo Moavero Milanesi, in quota Quirinale, sarebbero sostituiti da due esponenti della Lega. In questo modo, il M5s non dovrebbe rinunciare a nessun ministero, e Di Maio prenderebbe due piccioni con una fava: accontentare Salvini e blindare i suoi fedelissimi più a rischio, come ad esempio il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli.
Del resto, se Lega e M5s otterranno complessivamente un ottimo risultato elettorale dopo un anno di governo, anche il presidente Mattarella avrebbe difficoltà a opporsi a un riallineamento politico dell'esecutivo. C'è anche chi ha ipotizzato per il ministero dell'Economia un interim al premier Giuseppe Conte, ma la soluzione sembra oltremodo azzardata, considerato che l'avvocato del popolo ha già abbastanza gatte da pelare a Palazzo Chigi.
Continua a leggereRiduci
Adriana Cerretelli, ex editorialista del Sole, è nel cda di Saras. Incarico da 65.000 euro lordi. E se il doppio lavoro non è contro la legge, sorgono dubbi sull'opportunità politica di mantenere rapporti con i big del petrolio. E il totosostituto è già caldissimo. Nei corridoi dei gialloblù si disegnano gli scenari di addio forzato di Tria. L'unica certezza è la carenza di nomi spendibili. Archiviati Sapelli e Tremonti, spunta Giorgetti. Lo speciale comprende due articoli. Che ci fa la portavoce del ministro Giovanni Tria nel Consiglio d'amministrazione del gruppo petrolifero Saras? Le austere sale di Via XX Settembre, dopo il caso di Niccolò Ciapetti, riservano un'altra sorpresa. Adriana Cerretelli, giornalista in pensione del Sole 24 Ore, fa parte infatti, come indipendente, del board della Saras, holding della famiglia Moratti. Rinnovata nel 27 aprile 2018, la giornalista ne faceva già parte (come si evince dal bilancio 2016 reperibile on line). La nomina a via XX Settembre è dell'8 ottobre 2018. La Saras è una delle eccellenze imprenditoriali italiane. Possiede - c'è scritto nel sito istituzionale della Spa - «una delle più grandi raffinerie del Mediterraneo ad elevata complessità» per «300.000 barili/giorno di capacità di raffinazione», che rappresentano «circa il 15% della capacità totale in Italia». Garantisce «oltre l'80% della produzione composta da prodotti a basso impatto ambientale quali gasolio autotrazione e benzina» e gestisce la «vendita all'ingrosso di prodotti petroliferi ad alto valore aggiunto». È proprietaria di «due depositi […] per la distribuzione dei prodotti ad Arcola (Italia) e a Cartagena (Spagna)» e di «circa 100 stazioni di servizio, situate principalmente nel sud della Spagna». Da qualche tempo, la holding si occupa anche di «attività di trading» e di «servizi di ingegneria nel settore oil». La Cerretelli, che nel cda ricopre il ruolo di componente del comitato Controllo e Rischi, nella scheda biografica aziendale è attenta a far notare di essere «laureata in scienze politiche» ed «editorialista per Il Sole 24 Ore a Bruxelles per l'Europa, la Nato e su tematiche globali». Nel 2000 - annota il cv - il «presidente della Repubblica l'ha nominata Ufficiale della Repubblica per il contributo dato con i suoi servizi giornalisti alla nascita dell'euro» mentre quattro anni più tardi, il «presidente della Repubblica francese l'ha insignita della Legion D'Onore per le sue analisi sull'Europa e gli scritti sulla Francia ed il suo ruolo Europeo». Tra le firme del giornalismo economico italiano, è sicuramente la più europeista e la meno compatibile con la visione battagliera e sovranista del governo gialloblù. Qualche tempo fa, la Cerretelli fu relatrice alla presentazione del libro di Sandro Gozi Generazione Erasmus al potere organizzata dalla rappresentanza del Partito democratico a Bruxelles. Gozi, ex sottosegretario agli Affari esteri dell'esecutivo di Matteo Renzi, si candiderà alle Europee del 26 maggio nella lista di Emmanuel Macron. Ecco, allora: che cosa ci fa la portavoce del ministro dell'Economia nel cda di una società quotata in Borsa con un fatturato superiore ai 10 miliardi di euro? Se non esistono, come la giornalista ha espressamente dichiarato, in un'autocertificazione, «cause di inconferibilità e incompatibilità» tra i due ruoli, potrebbero sussistere però motivi di opportunità. Non fosse altro per l'ingente flusso di informazioni riservate che transitano, e originano, dagli uffici in cui si prendono le decisioni di politica economica e finanziaria che riguardano tutto il Paese. Informazioni che, in un modo o nell'altro, la giornalista è chiamata a maneggiare. Un aspetto, particolarmente sensibile, che evidentemente non è sfuggito all'ex editorialista del Sole se, nel curriculum presentato al ministro, ha voluto espressamente specificare, al tempo della sua permanenza a Bruxelles per conto del quotidiano di Confindustria, che l'attività si svolgeva tra «incontri confidenziali, contatti di alto livello e la quotidianità degli appuntamenti istituzionali che variano tra Commissione, Consiglio e Parlamento europeo, riunioni formali e informali dei ministri e vertici dei capi di Stato e di governo europei». L'incarico in Saras della portavoce scadrà nel 2021 ed è remunerato con 65.279 euro lordi all'anno a cui aggiungere altri 90.000 euro (lordi) di pensione. Mentre, per il ruolo tutt'altro che secondario al ministero, la Cerretelli percepisce... zero. Sì, perché nel decreto di nomina dell'ottobre 2018, firmato da Tria, c'è scritto che «per l'assolvimento del predetto incarico di portavoce del ministro dell'Economia non è attribuito alcun emolumento, trattandosi di incarico a titolo gratuito come disposto» dal decreto legge 95/2012 «salvo il riconoscimento del rimborso per eventuali spese rendicontate di missione all'interno e all'estero». Si tratta della normativa che vieta alle pubbliche amministrazioni di «attribuire incarichi di studio e di consulenza a soggetti già lavoratori privati o pubblici collocati in quiescenza». Non è inopportuno però che uno stretto assistente del ministro, che lavora gratis per lo Stato, prenda invece soldi da un privato? E inoltre: quanto è faticoso, per la portavoce di Tria, liberarsi della rete di relazioni e del carico di informazioni ministeriali quando siede nel cda della Saras? E quanto è faticoso, per lo stesso ministro, scindere i due ruoli e i rispettivi punti di vista della sua stretta collaboratrice? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ce-unaltra-grana-per-il-ministro-la-portavoce-e-pagata-dai-moratti-2633624588.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-il-totosostituto-e-gia-caldissimo" data-post-id="2633624588" data-published-at="1778190846" data-use-pagination="False"> E il totosostituto è già caldissimo Ministro per caso (e per intercessione quirinalizia) Giovanni Tria, nonostante le rassicurazioni pubbliche, anche di ieri, da parte di premier e vicepremier, rischia di dover preparare gli scatoloni e lasciare il timone del Mef subito dopo le elezioni europee. Il M5s lo sostituirebbe anche subito, mentre la Lega per il momento gli offre una sponda, seppure a tempo e legata al raggiungimento degli obiettivi. Non solo: la sua permanenza a via XX Settembre, stando a quanto si apprende da fonti bene informate, è legata in buona sostanza al fatto che Lega e M5s non hanno ancora individuato un successore, soprattutto per carenza di profili spendibili subito. I nomi circolati, Giulio Tremonti e Giulio Sapelli, non convincono per svariate ragioni. In realtà, la figura più accreditata per prendere il timone del ministero dell'Economia, resta quella di Giancarlo Giorgetti. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, numero due della Lega, fu già in lizza per via XX Settembre lo scorso anno, quando Giuseppe Conte incassò il «no» del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Paolo Savona. Alla fine la spuntò Tria, gradito al Quirinale e governatore della Bce, Mario Draghi, che pure si era opposto strenuamente alla nomina di Savona: il suo nome venne fuori quindi come ripiego, una soluzione di compromesso accettata senza entusiasmo da Matteo Salvini e Luigi Di Maio pur di dare vita al governo del cambiamento. Giorgetti, dunque, anche in virtù di un ottimo rapporto con Mattarella, sarebbe in pole position per sostituire Tria, ma questa soluzione potrebbe rappresentare una trappola per il «gianniletta» lumbard, che non vuole nemmeno sentire parlare di questa ipotesi, che lo brucerebbe politicamente. Il percorso per la probabile sostituzione di Tria dopo le europee, comunque, è tracciato. Se la Lega otterrà un risultato superiore a quello del M5s, Salvini avrà buon gioco nel chiedere un riequilibrio nel governo tra il Carroccio e l'alleato. Per non andare alla guerra con Di Maio, Salvini punterebbe due ministeri molto importanti, attualmente guidati da tecnici: Economia e Esteri. Giovanni Tria e Enzo Moavero Milanesi, in quota Quirinale, sarebbero sostituiti da due esponenti della Lega. In questo modo, il M5s non dovrebbe rinunciare a nessun ministero, e Di Maio prenderebbe due piccioni con una fava: accontentare Salvini e blindare i suoi fedelissimi più a rischio, come ad esempio il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli. Del resto, se Lega e M5s otterranno complessivamente un ottimo risultato elettorale dopo un anno di governo, anche il presidente Mattarella avrebbe difficoltà a opporsi a un riallineamento politico dell'esecutivo. C'è anche chi ha ipotizzato per il ministero dell'Economia un interim al premier Giuseppe Conte, ma la soluzione sembra oltremodo azzardata, considerato che l'avvocato del popolo ha già abbastanza gatte da pelare a Palazzo Chigi.
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
Continua a leggereRiduci
Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
Continua a leggereRiduci