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2019-04-04
C’è un’altra grana per il ministro: la portavoce è pagata dai Moratti
Che ci fa la portavoce del ministro Giovanni Tria nel Consiglio d'amministrazione del gruppo petrolifero Saras? Le austere sale di Via XX Settembre, dopo il caso di Niccolò Ciapetti, riservano un'altra sorpresa. Adriana Cerretelli, giornalista in pensione del Sole 24 Ore, fa parte infatti, come indipendente, del board della Saras, holding della famiglia Moratti. Rinnovata nel 27 aprile 2018, la giornalista ne faceva già parte (come si evince dal bilancio 2016 reperibile on line). La nomina a via XX Settembre è dell'8 ottobre 2018.
La Saras è una delle eccellenze imprenditoriali italiane. Possiede - c'è scritto nel sito istituzionale della Spa - «una delle più grandi raffinerie del Mediterraneo ad elevata complessità» per «300.000 barili/giorno di capacità di raffinazione», che rappresentano «circa il 15% della capacità totale in Italia». Garantisce «oltre l'80% della produzione composta da prodotti a basso impatto ambientale quali gasolio autotrazione e benzina» e gestisce la «vendita all'ingrosso di prodotti petroliferi ad alto valore aggiunto». È proprietaria di «due depositi […] per la distribuzione dei prodotti ad Arcola (Italia) e a Cartagena (Spagna)» e di «circa 100 stazioni di servizio, situate principalmente nel sud della Spagna». Da qualche tempo, la holding si occupa anche di «attività di trading» e di «servizi di ingegneria nel settore oil».
La Cerretelli, che nel cda ricopre il ruolo di componente del comitato Controllo e Rischi, nella scheda biografica aziendale è attenta a far notare di essere «laureata in scienze politiche» ed «editorialista per Il Sole 24 Ore a Bruxelles per l'Europa, la Nato e su tematiche globali». Nel 2000 - annota il cv - il «presidente della Repubblica l'ha nominata Ufficiale della Repubblica per il contributo dato con i suoi servizi giornalisti alla nascita dell'euro» mentre quattro anni più tardi, il «presidente della Repubblica francese l'ha insignita della Legion D'Onore per le sue analisi sull'Europa e gli scritti sulla Francia ed il suo ruolo Europeo». Tra le firme del giornalismo economico italiano, è sicuramente la più europeista e la meno compatibile con la visione battagliera e sovranista del governo gialloblù. Qualche tempo fa, la Cerretelli fu relatrice alla presentazione del libro di Sandro Gozi Generazione Erasmus al potere organizzata dalla rappresentanza del Partito democratico a Bruxelles. Gozi, ex sottosegretario agli Affari esteri dell'esecutivo di Matteo Renzi, si candiderà alle Europee del 26 maggio nella lista di Emmanuel Macron.
Ecco, allora: che cosa ci fa la portavoce del ministro dell'Economia nel cda di una società quotata in Borsa con un fatturato superiore ai 10 miliardi di euro? Se non esistono, come la giornalista ha espressamente dichiarato, in un'autocertificazione, «cause di inconferibilità e incompatibilità» tra i due ruoli, potrebbero sussistere però motivi di opportunità. Non fosse altro per l'ingente flusso di informazioni riservate che transitano, e originano, dagli uffici in cui si prendono le decisioni di politica economica e finanziaria che riguardano tutto il Paese. Informazioni che, in un modo o nell'altro, la giornalista è chiamata a maneggiare.
Un aspetto, particolarmente sensibile, che evidentemente non è sfuggito all'ex editorialista del Sole se, nel curriculum presentato al ministro, ha voluto espressamente specificare, al tempo della sua permanenza a Bruxelles per conto del quotidiano di Confindustria, che l'attività si svolgeva tra «incontri confidenziali, contatti di alto livello e la quotidianità degli appuntamenti istituzionali che variano tra Commissione, Consiglio e Parlamento europeo, riunioni formali e informali dei ministri e vertici dei capi di Stato e di governo europei».
L'incarico in Saras della portavoce scadrà nel 2021 ed è remunerato con 65.279 euro lordi all'anno a cui aggiungere altri 90.000 euro (lordi) di pensione. Mentre, per il ruolo tutt'altro che secondario al ministero, la Cerretelli percepisce... zero. Sì, perché nel decreto di nomina dell'ottobre 2018, firmato da Tria, c'è scritto che «per l'assolvimento del predetto incarico di portavoce del ministro dell'Economia non è attribuito alcun emolumento, trattandosi di incarico a titolo gratuito come disposto» dal decreto legge 95/2012 «salvo il riconoscimento del rimborso per eventuali spese rendicontate di missione all'interno e all'estero». Si tratta della normativa che vieta alle pubbliche amministrazioni di «attribuire incarichi di studio e di consulenza a soggetti già lavoratori privati o pubblici collocati in quiescenza». Non è inopportuno però che uno stretto assistente del ministro, che lavora gratis per lo Stato, prenda invece soldi da un privato?
E inoltre: quanto è faticoso, per la portavoce di Tria, liberarsi della rete di relazioni e del carico di informazioni ministeriali quando siede nel cda della Saras? E quanto è faticoso, per lo stesso ministro, scindere i due ruoli e i rispettivi punti di vista della sua stretta collaboratrice?
E il totosostituto è già caldissimo
Ministro per caso (e per intercessione quirinalizia) Giovanni Tria, nonostante le rassicurazioni pubbliche, anche di ieri, da parte di premier e vicepremier, rischia di dover preparare gli scatoloni e lasciare il timone del Mef subito dopo le elezioni europee.
Il M5s lo sostituirebbe anche subito, mentre la Lega per il momento gli offre una sponda, seppure a tempo e legata al raggiungimento degli obiettivi. Non solo: la sua permanenza a via XX Settembre, stando a quanto si apprende da fonti bene informate, è legata in buona sostanza al fatto che Lega e M5s non hanno ancora individuato un successore, soprattutto per carenza di profili spendibili subito.
I nomi circolati, Giulio Tremonti e Giulio Sapelli, non convincono per svariate ragioni. In realtà, la figura più accreditata per prendere il timone del ministero dell'Economia, resta quella di Giancarlo Giorgetti. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, numero due della Lega, fu già in lizza per via XX Settembre lo scorso anno, quando Giuseppe Conte incassò il «no» del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Paolo Savona. Alla fine la spuntò Tria, gradito al Quirinale e governatore della Bce, Mario Draghi, che pure si era opposto strenuamente alla nomina di Savona: il suo nome venne fuori quindi come ripiego, una soluzione di compromesso accettata senza entusiasmo da Matteo Salvini e Luigi Di Maio pur di dare vita al governo del cambiamento.
Giorgetti, dunque, anche in virtù di un ottimo rapporto con Mattarella, sarebbe in pole position per sostituire Tria, ma questa soluzione potrebbe rappresentare una trappola per il «gianniletta» lumbard, che non vuole nemmeno sentire parlare di questa ipotesi, che lo brucerebbe politicamente. Il percorso per la probabile sostituzione di Tria dopo le europee, comunque, è tracciato. Se la Lega otterrà un risultato superiore a quello del M5s, Salvini avrà buon gioco nel chiedere un riequilibrio nel governo tra il Carroccio e l'alleato. Per non andare alla guerra con Di Maio, Salvini punterebbe due ministeri molto importanti, attualmente guidati da tecnici: Economia e Esteri. Giovanni Tria e Enzo Moavero Milanesi, in quota Quirinale, sarebbero sostituiti da due esponenti della Lega. In questo modo, il M5s non dovrebbe rinunciare a nessun ministero, e Di Maio prenderebbe due piccioni con una fava: accontentare Salvini e blindare i suoi fedelissimi più a rischio, come ad esempio il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli.
Del resto, se Lega e M5s otterranno complessivamente un ottimo risultato elettorale dopo un anno di governo, anche il presidente Mattarella avrebbe difficoltà a opporsi a un riallineamento politico dell'esecutivo. C'è anche chi ha ipotizzato per il ministero dell'Economia un interim al premier Giuseppe Conte, ma la soluzione sembra oltremodo azzardata, considerato che l'avvocato del popolo ha già abbastanza gatte da pelare a Palazzo Chigi.
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Adriana Cerretelli, ex editorialista del Sole, è nel cda di Saras. Incarico da 65.000 euro lordi. E se il doppio lavoro non è contro la legge, sorgono dubbi sull'opportunità politica di mantenere rapporti con i big del petrolio. E il totosostituto è già caldissimo. Nei corridoi dei gialloblù si disegnano gli scenari di addio forzato di Tria. L'unica certezza è la carenza di nomi spendibili. Archiviati Sapelli e Tremonti, spunta Giorgetti. Lo speciale comprende due articoli. Che ci fa la portavoce del ministro Giovanni Tria nel Consiglio d'amministrazione del gruppo petrolifero Saras? Le austere sale di Via XX Settembre, dopo il caso di Niccolò Ciapetti, riservano un'altra sorpresa. Adriana Cerretelli, giornalista in pensione del Sole 24 Ore, fa parte infatti, come indipendente, del board della Saras, holding della famiglia Moratti. Rinnovata nel 27 aprile 2018, la giornalista ne faceva già parte (come si evince dal bilancio 2016 reperibile on line). La nomina a via XX Settembre è dell'8 ottobre 2018. La Saras è una delle eccellenze imprenditoriali italiane. Possiede - c'è scritto nel sito istituzionale della Spa - «una delle più grandi raffinerie del Mediterraneo ad elevata complessità» per «300.000 barili/giorno di capacità di raffinazione», che rappresentano «circa il 15% della capacità totale in Italia». Garantisce «oltre l'80% della produzione composta da prodotti a basso impatto ambientale quali gasolio autotrazione e benzina» e gestisce la «vendita all'ingrosso di prodotti petroliferi ad alto valore aggiunto». È proprietaria di «due depositi […] per la distribuzione dei prodotti ad Arcola (Italia) e a Cartagena (Spagna)» e di «circa 100 stazioni di servizio, situate principalmente nel sud della Spagna». Da qualche tempo, la holding si occupa anche di «attività di trading» e di «servizi di ingegneria nel settore oil». La Cerretelli, che nel cda ricopre il ruolo di componente del comitato Controllo e Rischi, nella scheda biografica aziendale è attenta a far notare di essere «laureata in scienze politiche» ed «editorialista per Il Sole 24 Ore a Bruxelles per l'Europa, la Nato e su tematiche globali». Nel 2000 - annota il cv - il «presidente della Repubblica l'ha nominata Ufficiale della Repubblica per il contributo dato con i suoi servizi giornalisti alla nascita dell'euro» mentre quattro anni più tardi, il «presidente della Repubblica francese l'ha insignita della Legion D'Onore per le sue analisi sull'Europa e gli scritti sulla Francia ed il suo ruolo Europeo». Tra le firme del giornalismo economico italiano, è sicuramente la più europeista e la meno compatibile con la visione battagliera e sovranista del governo gialloblù. Qualche tempo fa, la Cerretelli fu relatrice alla presentazione del libro di Sandro Gozi Generazione Erasmus al potere organizzata dalla rappresentanza del Partito democratico a Bruxelles. Gozi, ex sottosegretario agli Affari esteri dell'esecutivo di Matteo Renzi, si candiderà alle Europee del 26 maggio nella lista di Emmanuel Macron. Ecco, allora: che cosa ci fa la portavoce del ministro dell'Economia nel cda di una società quotata in Borsa con un fatturato superiore ai 10 miliardi di euro? Se non esistono, come la giornalista ha espressamente dichiarato, in un'autocertificazione, «cause di inconferibilità e incompatibilità» tra i due ruoli, potrebbero sussistere però motivi di opportunità. Non fosse altro per l'ingente flusso di informazioni riservate che transitano, e originano, dagli uffici in cui si prendono le decisioni di politica economica e finanziaria che riguardano tutto il Paese. Informazioni che, in un modo o nell'altro, la giornalista è chiamata a maneggiare. Un aspetto, particolarmente sensibile, che evidentemente non è sfuggito all'ex editorialista del Sole se, nel curriculum presentato al ministro, ha voluto espressamente specificare, al tempo della sua permanenza a Bruxelles per conto del quotidiano di Confindustria, che l'attività si svolgeva tra «incontri confidenziali, contatti di alto livello e la quotidianità degli appuntamenti istituzionali che variano tra Commissione, Consiglio e Parlamento europeo, riunioni formali e informali dei ministri e vertici dei capi di Stato e di governo europei». L'incarico in Saras della portavoce scadrà nel 2021 ed è remunerato con 65.279 euro lordi all'anno a cui aggiungere altri 90.000 euro (lordi) di pensione. Mentre, per il ruolo tutt'altro che secondario al ministero, la Cerretelli percepisce... zero. Sì, perché nel decreto di nomina dell'ottobre 2018, firmato da Tria, c'è scritto che «per l'assolvimento del predetto incarico di portavoce del ministro dell'Economia non è attribuito alcun emolumento, trattandosi di incarico a titolo gratuito come disposto» dal decreto legge 95/2012 «salvo il riconoscimento del rimborso per eventuali spese rendicontate di missione all'interno e all'estero». Si tratta della normativa che vieta alle pubbliche amministrazioni di «attribuire incarichi di studio e di consulenza a soggetti già lavoratori privati o pubblici collocati in quiescenza». Non è inopportuno però che uno stretto assistente del ministro, che lavora gratis per lo Stato, prenda invece soldi da un privato? E inoltre: quanto è faticoso, per la portavoce di Tria, liberarsi della rete di relazioni e del carico di informazioni ministeriali quando siede nel cda della Saras? 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Non solo: la sua permanenza a via XX Settembre, stando a quanto si apprende da fonti bene informate, è legata in buona sostanza al fatto che Lega e M5s non hanno ancora individuato un successore, soprattutto per carenza di profili spendibili subito. I nomi circolati, Giulio Tremonti e Giulio Sapelli, non convincono per svariate ragioni. In realtà, la figura più accreditata per prendere il timone del ministero dell'Economia, resta quella di Giancarlo Giorgetti. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, numero due della Lega, fu già in lizza per via XX Settembre lo scorso anno, quando Giuseppe Conte incassò il «no» del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Paolo Savona. Alla fine la spuntò Tria, gradito al Quirinale e governatore della Bce, Mario Draghi, che pure si era opposto strenuamente alla nomina di Savona: il suo nome venne fuori quindi come ripiego, una soluzione di compromesso accettata senza entusiasmo da Matteo Salvini e Luigi Di Maio pur di dare vita al governo del cambiamento. Giorgetti, dunque, anche in virtù di un ottimo rapporto con Mattarella, sarebbe in pole position per sostituire Tria, ma questa soluzione potrebbe rappresentare una trappola per il «gianniletta» lumbard, che non vuole nemmeno sentire parlare di questa ipotesi, che lo brucerebbe politicamente. Il percorso per la probabile sostituzione di Tria dopo le europee, comunque, è tracciato. Se la Lega otterrà un risultato superiore a quello del M5s, Salvini avrà buon gioco nel chiedere un riequilibrio nel governo tra il Carroccio e l'alleato. Per non andare alla guerra con Di Maio, Salvini punterebbe due ministeri molto importanti, attualmente guidati da tecnici: Economia e Esteri. Giovanni Tria e Enzo Moavero Milanesi, in quota Quirinale, sarebbero sostituiti da due esponenti della Lega. In questo modo, il M5s non dovrebbe rinunciare a nessun ministero, e Di Maio prenderebbe due piccioni con una fava: accontentare Salvini e blindare i suoi fedelissimi più a rischio, come ad esempio il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli. Del resto, se Lega e M5s otterranno complessivamente un ottimo risultato elettorale dopo un anno di governo, anche il presidente Mattarella avrebbe difficoltà a opporsi a un riallineamento politico dell'esecutivo. C'è anche chi ha ipotizzato per il ministero dell'Economia un interim al premier Giuseppe Conte, ma la soluzione sembra oltremodo azzardata, considerato che l'avvocato del popolo ha già abbastanza gatte da pelare a Palazzo Chigi.
Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica)
Breve riassunto delle puntate precedenti. Ospite di È sempre cartabianca su Rete 4, il giornalista ha raccontato che, secondo una fonte non verificata, il ministro della Giustizia era stato visto al Gin tonic, il ranch di Punta del Este in Uruguay di proprietà di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti. Nordio aveva telefonato in diretta, smentendo l’illazione, provocando il balbettio del giornalista nei confronti del quale si riservava di valutare l’azione giudiziaria. Firmata dal direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini, la Rai inviava la lettera di richiamo al conduttore di Report per violazione delle regole aziendali (l’uscita doveva riguardare la presentazione di un libro), decidendo nel contempo di ritirare le tutele legali al giornalista. Il ministro scioglieva la riserva e confermava la causa anche a Mediaset che ha ospitato l’esternazione del conduttore.
Il quale aveva approfittato dell’ospitalità di Bianca Berlinguer per dare appuntamento al pubblico sintonizzato in quel momento su Rete 4, nonostante la contemporanea presenza di Mario Giordano, a sua volta conduttore di Fuori dal Coro, con un «promo» un po’ spericolato, non particolarmente rispettoso del contesto. Dalla puntata di Report ci si attendevano, perciò, succosi sviluppi. Sebbene Ranucci sottolinei spesso di non guardare in faccia nessuno, la scaletta era monotona: il licenziamento di Beatrice Venezi dalla direzione musicale della Fenice, il mancato finanziamento da parte della commissione del ministero della Cultura del documentario su Giulio Regeni, i cavalieri bianchi impegnati a salvare la società Visibilia di Daniela Santanchè. Un menù vario e imprevedibile come una distesa del Sahara. Che, tuttavia, ha consentito al programma di Rai 3 di attrarre 1,8 milioni di telespettatori e il 10,3% di share (senza per altro intaccare quello di Fuori dal Coro che con il 6,14% ha superato la sua media abituale).
Quanto alla trama della serie più gettonata, invece, zero passi avanti. Chiacchiere sulle agenzie di modelle di Paolo Zampolli, voyeurismi sulle «globetrotter del sesso a pagamento», citazioni di Harvey Weinstein e degli Epstein files che fanno sempre colpo. La pista da verificare riguardo la presenza di Nordio al Gin tonic non porta, invece, da nessuna parte. Vicolo cieco. Nessuna fonte si è palesata. Tanto che «sono caduto in un eccesso», ha finalmente ammesso Ranucci che un paio di giorni prima, alla Verità che gli aveva chiesto se fosse stato avventato a parlare del ministro nel ranch, aveva risposto di no: «Semmai, sono stato troppo generoso». Insomma, una retromarcia in piena regola: «Mi copro il capo di cenere», ha concesso. Prima di avventurarsi in una precisazione che sa di sofisma di sesto grado. «Non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto che stiamo verificando una notizia», ha cavillato. Toccherà ai giudici del tribunale che esamineranno la causa intentata dal ministro cogliere la differenza. Provando a dare dignità al suo azzardo, Ranucci ha rivendicato con orgoglio che dal suo «eccesso» sono derivate due notizie inedite. Ovvero, che Nordio è stato in Uruguay e che è amico di Arrigo Cipriani, padre di Giuseppe. Spiace deludere il principe degli inchiestisti, ma in entrambi i casi si tratta di due non notizie. Quella di Nordio a Montevideo del 1° marzo 2025 era una visita ufficiale per l’insediamento del nuovo presidente uruguaiano, Yamandoù Orsi. Mentre per uno che è stato 40 anni magistrato in quel di Venezia la frequentazione del celebre Harry’s Bar di Arrigo Cipriani è quanto di più normale e consueto.
Non rinunciando a sventolare il vessillo della libertà di stampa «diritto inalienabile dell’umanità», Ranucci ha fatto sapere che affronterà il giudizio a sue spese. Buona fortuna.
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Nicole Minetti (Ansa)
Ma dagli atti già noti e dalle dichiarazioni arrivate dal Paese sudamericano emerge un punto chiaro: l’adozione non fu di certo una procedura occulta. Anzi, fu un procedimento giudiziario, seguito dall’Inau - l’Istituto per l’infanzia e l’adolescenza dell’Uruguay - e concluso dal Tribunale di Maldonado, città vicina a Punta del Este. Anche le autorità uruguaiane che hanno avuto un ruolo nella vicenda e l’hanno seguita sin dall’inizio, hanno confermato più volte la regolarità del percorso. Pablo Abdala, ex presidente dell’Inau, ha spiegato che l’adozione fu condotta nel rispetto della legge. Yuria Troche, avvocata del minore nella fase iniziale, ha spiegato che furono rispettati i requisiti previsti dall’ordinamento uruguaiano.
Del resto, una parte di quegli atti non era sconosciuta. In Uruguay esisteva già una traccia pubblica del procedimento sin dal 2021, con l’editto del Juzgado Letrado de Primera Instancia di Maldonado, relativo al fascicolo «Minetti, Nicole Teresa Christina y Cipriani, Giuseppe» contro i genitori biologici del minore. L’oggetto era indicato chiaramente: separazione definitiva, adozione piena e perdita della potestà genitoriale. Non si trattava di un affidamento informale. Non si trattava di una pratica privata. C’era un procedimento giudiziario, con un numero di fascicolo, davanti a un tribunale uruguaiano. I genitori biologici e gli eventuali familiari interessati furono citati con editto. Avevano 90 giorni per comparire. E non lo fecero. C’era poi un altro elemento già noto: il Tribunale dei minori di Venezia, il 19 luglio 2024, ha dichiarato efficace in Italia l’adozione certificata nel febbraio 2023 dal tribunale uruguaiano di Maldonado. Nel decreto italiano si dà atto dello stato di abbandono del minore e della decadenza dei genitori biologici dalla responsabilità genitoriale.
La Procura di Milano sta ora acquisendo direttamente dall’Uruguay la documentazione ufficiale completa. Il materiale atteso riguarda dunque la sentenza originale, il fascicolo dell’adozione, gli atti dell’Inau, le relazioni tecniche, le verifiche sui genitori biologici, eventuali pendenze all’estero e gli altri profili emersi dopo le inchieste giornalistiche del Fatto Quotidiano e di Report.
La prima voce uruguaiana di rilievo è proprio quella di Abdala, ex presidente Inau dal 2020 al 2023. È stato proprio lui a spiegare che il bambino era entrato nel sistema di protezione nel 2018 e che il rapporto con Minetti e Cipriani si era sviluppato dal 2019. Secondo la sua ricostruzione, il percorso fu valutato dall’Inau, dai tecnici, da psicologi e dai giudici. Abdala ha parlato più volte di un legame affettivo già consolidato. Ha spiegato che il bambino aveva sviluppato un rapporto stabile con la coppia e che l’interesse del minore fu il criterio seguito dalle autorità. Ha anche riconosciuto l’esistenza di un’altra famiglia uruguaiana interessata all’adozione, ma ha chiarito che la decisione finale spettava all’istituto e ai giudici, che ritennero la famiglia italiana la soluzione migliore.
La seconda voce è quella di Yuria Troche. Troche ha seguito il minore nella fase iniziale del procedimento e ha difeso la regolarità dell’adozione. Ha ricordato che in Uruguay le adozioni sono sottoposte a controlli rigorosi, ancora di più quando riguardano minori con patologie.
La vicenda è stata spesso raccontata come una contesa sull’affidamento. Ma dagli atti e dalle ricostruzioni uruguaiane emerge un procedimento diverso: adottabilità del minore, separazione definitiva dalla famiglia biologica, perdita della potestà genitoriale e adozione piena. Resta il tema dell’altra famiglia uruguaiana. Esiste. Ma la sua esistenza non dimostra, da sola, l’irregolarità della procedura. In un procedimento di adozione decide il giudice, sulla base delle valutazioni tecniche, della storia del minore, del legame affettivo già esistente e delle sue condizioni di salute.
C’è poi il capitolo dell’avvocata Ana Mercedes Nieto. Qui le date contano. L’adozione si perfezionò nel 2023. Nieto e il marito Mario Cabrera morirono nel 2024 in un incendio in Uruguay. Giuseppe Cipriani, seguito insieme alla compagna dagli avvocati, Emanuele Fisicaro e Antonella Calcatera, lo ha sottolineato nell’intervista al Corriere della Sera di ieri: l’adozione era già conclusa l’anno prima della morte dell’avvocata. Il pm Sebastián Robles ha chiesto il fascicolo dell’adozione per ricostruire il ruolo di Nieto e le perizie tecniche già acquisite sembrano orientare verso l’ipotesi dell’incidente. Secondo la difesa di Minetti e Cipriani, inoltre, Nieto non era l’avvocata della famiglia biologica, ma il difensore d’ufficio del minore dopo Troche. Anche questo cambia il quadro. Se il suo ruolo era quello di tutelare il bambino nel procedimento, e se la sua morte è successiva alla conclusione dell’adozione, il collegamento evocato in alcune ricostruzioni diventa molto più fragile. Cipriani ha detto che l’adozione è durata quasi quattro anni, «per rispettare la procedura: giudici, assistenti sociali, psicologi». Ha aggiunto che l’Uruguay «non è un Paese delle banane» e ha respinto l’accusa di adozione illegale.
Cipriani ha spiegato anche il punto della grazia. Il bambino malato, ha detto, doveva essere monitorato personalmente da Minetti; se lei avesse avuto l’affidamento in prova, non avrebbe potuto andare all’estero né stare con il figlio. Per questo ha definito la decisione del presidente Mattarella un «atto d’amore».
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Ansa
In Laguna, infatti, sbarcherebbero i megafoni del regime invece degli oppositori. Tuttavia, se la Ue non si fosse messa di mezzo, criticando la decisione del presidente Pietrangelo Buttafuoco e alla scelta dei vertici della fondazione non fossero seguite un’infinità di polemiche, nessuno o quasi si sarebbe accorto della presenza di artisti russi. Come peraltro nessuno si è accorto che il padiglione della Repubblica di Cuba alla 61° Biennale si intitola «Hombres libres/Free Man».
Che un regime responsabile della carcerazione di migliaia di oppositori politici, di giornalisti e attivisti dei diritti umani, proponga una riflessione sulla libertà, pare uno sberleffo nei confronti di chi da anni reclama per l’Avana il passaggio alla democrazia. E però la mostra che verrà aperta al Giardino bianco non ha suscitato scandalo. Così come l’Europa non ha avuto nulla da ridire se la Cina, non proprio un campione di liberalismo, all’Arsenale inaugurerà un’esposizione dal titolo «dream stream», ossia flusso dei sogni. Eppure, sia l’isola caraibica che la Repubblica popolare alle loro rassegne portano artisti autorizzati dal regime, non certo i dissidenti. Luis Manuel Otero Alcántara, prigioniero cubano da quasi cinque anni, proprio nei giorni in cui a Venezia si inaugura la Biennale ha trasformato il proprio dolore in un atto artistico e politico elencando, da dentro un carcere di massima sicurezza, tutte le persone scomparse a cui, essendo detenuto, non ha potuto dare l’estremo saluto. E Maykel «Osorbo» Castillo Pérez, rapper in prigione dal maggio del 2021 per aver cantato in strada una critica alla dittatura, per protesta si è cucito la bocca. Non va meglio a Pechino, dove ad Ai Weiwei, celebre artista contemporaneo, è stato a lungo sequestrato il passaporto per impedirgli di viaggiare, mentre Liu Xiaobo, critico letterario e scrittore cinese premio Nobel per la pace, è morto in carcere.
Nonostante questi esempi, nessuno si è indignato per la presenza di Cuba e Cina alla rassegna internazionale d’arte. Così come non c’è stato esponente politico o funzionario di Bruxelles che abbia trovato strana o quantomeno inopportuna la partecipazione alla mostra in Laguna di alcuni Paesi africani, dove la democrazia da anni appare un optional. E allora perché tutta questa indignazione a senso unico per il padiglione russo? L’arte non può essere impermeabile di fronte alla violazione dei diritti umani? Quindi perché non si vieta la presenza di Paesi come l’Iran? Se Teheran non si fosse tirata indietro all’ultimo per i noti problemi con gli Stati Uniti, rinunciando a portare in laguna i suoi artisti (come ha comunicato ieri), i vertici europei non avrebbero trovato affatto sconsigliabile la presenza. La Repubblica islamica ha massacrato migliaia di giovani nel solo mese di gennaio. Tuttavia, esporre delle opere benedette dagli ayatollah non è stato considerato una legittimazione del regime. Infatti, Bruxelles non ha minacciato di tagliare i fondi, cosa che poi ha fatto per la presenza di artisti russi. L’Iran non ha invaso altri Paesi, come invece ha fatto Putin. Vero, ma ha armato fino ai denti una serie di gruppi terroristici e se venisse consentito probabilmente non esiterebbe a usare una bomba atomica per cancellare Israele dalla faccia del Medio Oriente.
Però l’ipocrisia non si ferma ai due pesi e due misure applicati nei confronti di altre dittature, ma riguarda anche la stessa guerra senza quartiere scatenata contro Buttafuoco. Un’Europa che finge di non vedere le violazioni delle sanzioni verso Paesi che commerciano con Mosca e chiude gli occhi di fronte alle importazioni di gas liquido del valore di oltre un miliardo ha titolo per censurare un’installazione artistica, togliendo anche finanziamenti già stanziati? Il problema, dicono, è che a Venezia la voce della Russia sarà quella di Putin. Non è vero, perché il can can suscitato dalla querelle ha acceso i fari sulla questione. E dunque, ammesso che ci siano dissidenti che hanno voglia di parlare, la Biennale di Venezia può diventare una cassa di risonanza per tutti quelli che hanno qualche cosa da dire contro Putin. Certo, invece di invocare la censura sarebbe utile reclamare una maggiore attenzione. Ma per poterlo fare forse, prima di chiedere il bavaglio, bisognerebbe avere qualche cosa di utile da dire.
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Nel riquadro il manifesto della Lega rimosso dopo la protesta degli islamici dell’Ucoii (iStock)
E a 455 anni dalla battaglia di Lepanto. Accade alla Lega, che in questa tornata amministrativa ha nel programma la contrarietà alla costruzione di un grande tempio islamico a Mestre; il terreno è stato acquistato dalla comunità bengalese e il rendering mostra il manufatto di 2.000 metri quadrati (più 6.000 di opere accessorie, costo totale dell’operazione 12 milioni), senza cupola e minareti per non dare troppo nell’occhio.
L’allarme è scattato egualmente per le implicazioni sociopolitiche, di identità religiosa e di sicurezza. La Lega si è schierata contro e ha messo il tema nella campagna elettorale (si vota il 24 e 25 maggio), ricordando agli elettori la sua scelta con apposita cartellonistica. Il «No moschea, vota Lega» è finito sui muri, negli spot delle tv locali e pure sulle fiancate degli autobus, luogo particolarmente ambìto per veicolare messaggi viaggianti. Ma qui è sorto l’inghippo: dopo qualche giorno la società Vela, responsabile del trasporto pubblico, ha rimosso gli slogan su indicazione della concessionaria pubblicitaria SD Gestione Servizi (sede a Roma) che ha colto un difetto sostanziale nello slogan: «Non rispetta il contratto e il codice etico dell’azienda. Le norme contrattuali non consentono la diffusione di messaggi religiosi».
La frenata è arrivata dopo le proteste di alcuni candidati di centrosinistra - il Pd ha messo in lista rappresentanti bengalesi per dragare voti - e soprattutto dopo l’intervento dell’Ucoii (Unione comunità islamiche in Italia) che ha presentato un esposto in Procura sottolineando appunto «la discriminazione religiosa» e ha chiesto la rimozione del messaggio. Operazione concretizzata immediatamente neanche fossimo a Teheran: i 70 banner sono stati tolti. I titolari degli spazi hanno fatto sapere: «Ci limitiamo a dare corso alla richiesta presentata dall’ente Vela e proponiamo la sostituzione con un soggetto diverso». Aggiungendo per rabbonire il Carroccio: «Gli eventuali costi aggiuntivi di stampa e nuova affissione saranno a carico del concessionario».
La faccenda sta creando roventi polemiche sia nel merito che nel metodo. Da una parte è singolare la pretesa dei rappresentanti islamici di decidere gli slogan pubblicitari altrui in campagna elettorale, identificando «No moschea» con «No Maometto» utilizzando una proprietà transitiva spicciola. Dall’altra fa specie lo zelo della società del trasporto pubblico veneziano che, alla prima brezza, è intervenuta a dare ragione all’Ucoii e a stracciare gli accordi con la Lega, probabilmente più sensibile alle ragioni sindacali di parte (rischi di sciopero Cgil e affini) che alla tutela di un contratto in essere.
Il bavaglio sulle fiancate dei bus è piaciuto zero al Carroccio. «Ovviamente non lo accettiamo, siamo pronti a presentare un ricorso d’urgenza al tribunale chiedendo che il servizio continui così com’era stato avviato». Il vicesindaco di Venezia, Sergio Vallotto (Lega), non ha intenzione di scendere a patti. «La rimozione della nostra pubblicità elettorale è grave e costituisce un precedente pericoloso. In questo modo si limita la libera espressione di un partito politico a meno di 30 giorni dalla tornata elettorale, evocando inesistenti questioni religiose rispetto a una chiara posizione politica contraria a una proposta urbanistica. Siamo di fronte al tentativo di impedire il libero confronto democratico su un tema che riguarda il futuro di Venezia. Chi sceglie di cedere a queste pressioni indebite non danneggia la Lega, danneggia la libertà di espressione e il diritto dei cittadini di essere informati».
Il braccio di ferro è in atto e la sostanza è in quel terreno, è in quel progetto. Ed è in quel cartello sul quale c’è già scritto «moschea» anche se manca un’autorizzazione decisiva: il cambio di destinazione d’uso dell’area da artigianale e turistica a «zona di attività e interesse collettivo» che dovrebbe comprendere anche un centinaio di parcheggi, un auditorium, una biblioteca, il doposcuola. Per ora esiste un preliminare d’acquisto. Nella polemica si inserisce un dettaglio singolare: a sostenere la moschea è Prince Howlader, esponente della comunità bengalese e tesserato di Fratelli d’Italia, escluso dalla corsa elettorale per non creare attrito proprio con gli alleati.
L’europarlamentare salviniana Anna Maria Cisint, ex sindaco di Monfalcone (che finora di moschee ne ha fatte chiudere tre), apre un nuovo fronte: «Ad ora non c’è un’intesa dello Stato italiano con le comunità musulmane. Chi vuole diventare ente religioso lo deve sottoscrivere. Senza poligamia, senza spose bambine. E poi da dove vengono quei fondi? L’Ucoii non presenta un bilancio dal 2020». In attesa di sviluppi, la Lega ha deciso di trasferire lo slogan su vele private che gireranno per Mestre con i manifesti «fuorilegge». Acqua alta in Laguna, e il Mose non può fermarla.
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