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2022-04-02
C’è già tregua nella guerra dei rubli. Flussi regolari nei gasdotti europei
«Il decreto studiato nelle ultime ore, in realtà, richiede agli importatori europei di avere due conti in Russia: uno in euro e l’altro in rubli. Si pagherebbe in euro, poi una banca russa non soggetta a sanzioni li cambierebbe in rubli, mettendoli in un secondo conto e a quel punto l’importatore darebbe l’ok al pagamento. Se le cose fossero così tutto sommato non cambierebbe molto». L’ha detto ieri al Tg1 Roberto Cingolani. «Se nelle pieghe del contratto ci fossero elementi adesso ancora poco chiari, che vanno contro le sanzioni o contro gli impegni contrattuali, questo potrebbe complicare le cose, ma per ora non sembra essere così», ha proseguito, mettendo le mani avanti, il ministro della Transizione ecologica.
Quello che sembrava uno scenario possibile e da noi descritto ieri a proposito della guerra del rublo (o del gas, fate voi), vale a dire «sono tutti vincitori», diventa ogni minuto che passa sempre più probabile. Il decreto firmato da Vladimir Putin prevede infatti che i Paesi «ostili» aprano da adesso in poi «conti speciali di tipo K» in rubli e in euro presso Gazprombank, ma a Mosca e non in Lussemburgo, come fino a oggi. Secondo questo schema, i Paesi acquirenti continuano a pagare in euro, si rispettano i contratti e tutti salvano la faccia. Gazprombank converte gli euro prima depositati dall’importatore presso la Borsa di Mosca in rubli, e li accredita sul secondo conto, quello in rubli, da cui poi partirebbe il bonifico a Gazprom. Come spiegato da noi ieri, la querelle non verte tanto sulla valuta di pagamento, ma sul luogo in cui gli euro sarebbero depositati da ora in poi: a Mosca e non più in Lussemburgo. Stessa moneta ma piazze diverse, per intendersi.
Mosca non vuole correre più rischi. In uno scenario di conflitto prolungato - che quindi, non sembrerebbe escluso - l’Occidente potrebbe inasprire le sanzioni e bloccare i depositi in valuta estera di Gazprom in Lussemburgo e quindi versati in Bce. I nuovi depositi in valuta estera, invece, grazie a questo decreto, sarebbero stoccati presso la Banca centrale russa e quindi al riparo da ritorsioni. Gli importatori salvano la faccia e Putin gli euro incassati.
Mentre ieri Gazprom ha notificato a Eni i nuovi termini di pagamento, il quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt rilanciava un’indiscrezione secondo cui la Germania starebbe pensando alla possibilità di espropriare le filiali tedesche di Gazprom e Rosneft, i due colossi russi del gas e del petrolio. Ma in serata, ad anticipare le mosse del governo tedesco, è giunto un clamoroso comunicato di Gazprom, che annunciava la chiusura della filiale tedesca Gazprom Germania, Gmnh. Una mossa improvvisa e spiazzante, perché a questa controllata fanno capo società attive anche in Gran Bretagna, Svizzera e Repubblica Ceca. Inoltre, a Gazprom Germania Gmbh appartiene anche Astora, che possiede stoccaggi in Germania e Austria. Proprio l’ultima proposta di regolamento della Commissione europea, di qualche giorno fa, prevede espressamente la possibilità di nazionalizzare questo tipo di asset nel caso in cui i proprietari non diano sufficienti garanzie di sicurezza per il sistema. Gazprom Germania è anche indagata dalle autorità europee, perché sospettata di aver provocato artatamente l’innalzamento dei prezzi del gas.
Il tutto mentre, in Italia, veniva data con grande risalto e preoccupazione la notizia secondo cui, sul gasdotto Yamal, si sarebbe verificata una interruzione dei flussi di gas dalla Russia verso l’Europa. In realtà, quel gasdotto è di fatto inutilizzato già dallo scorso dicembre e nei mesi di gennaio e febbraio ha lavorato per alcuni giorni addirittura con un flusso inverso Ovest-Est, sia pure per quantitativi trascurabili. A marzo il gasdotto ha portato in alcuni giorni modesti quantitativi per qualche ora, tipicamente la notte, per poi tornare a zero. La notizia dell’azzeramento dei flussi di ieri è dovuta al fatto che il giorno prima si era verificato un piccolo transito verso la Germania, che dalle ore 6 del mattino si è azzerato. Negli ultimi tre mesi si è assistito a questi piccoli flussi e contro-flussi momentanei ripetute volte, dunque la notizia è che non c’è nessuna notizia. Anche perché i quantitativi importanti di gas che viaggiano verso l’Europa lo fanno attraverso il Nord Stream 1 e il gasdotto Ucraina-Slovenia-Austria-Italia: su queste direttrici i flussi sono regolari, anzi, nel mese di marzo sono stati leggermente superiori ai due mesi precedenti.
Sempre ieri è emerso che il governo italiano starebbe pensando di alzare il livello di allerta e passare dal preallarme (situazione in cui ci troviamo dal 26 febbraio scorso) a quello di allarme. Ciò, in considerazione della richiesta russa di ricevere i pagamenti in rubli, cosa che, come spieghiamo qui, in realtà non modifica nulla nei contratti e dunque di per sé non appare motivo di particolare allarme. Infatti la notizia è stata smentita nel tardo pomeriggio. Resta però la sensazione che il governo agisca, o meglio reagisca, al rallentatore e senza avere ben chiaro cosa fare. La situazione del sistema gas italiano è da allarme già da dicembre, quando i prezzi sono esplosi e hanno reso quelli estivi più alti di quelli invernali, così che, per gli operatori, è diventato proibitivo partecipare alle aste per gli stoccaggi (che infatti sono andate deserte). A stagione di riempimento iniziata, ancora il Mite non ha dato indicazioni su come intende rimediare. Se c’è un’emergenza, oggi, è questa.
L’Italia si butta sull’eolico marino
Una tecnologia innovativa per l’Italia, quella delle pale eoliche galleggianti in mare, è alla base dell’iniziativa congiunta di Falck Renewables e BlueFloat Energy, che insieme puntano a sviluppare cinque grandi impianti nelle acque di Puglia, Calabria e Sardegna.
I numeri forniti ieri dall’amministratore delegato di Falck Renewables, Toni Volpe, alla presentazione del progetto alla stampa, sono importanti: un investimento di 14 miliardi per una potenza installata complessiva di 4.600 Mw e una stima di energia prodotta superiore ai 14 miliardi di kilowattora all’anno. Ricadute occupazionali dirette e indirette per 20.000 posti di lavoro, e un importante impatto sull’economia locale in termini di infrastrutture e rilancio delle attività marittime. «L’eolico marino galleggiante rappresenta uno straordinario punto di svolta perché, oltre a minimizzare l’impatto sull’ambiente, consente di produrre grandi quantità di energia rinnovabile», ha affermato Volpe.
I tempi non sono brevi (si parla di un’entrata in esercizio nel 2029-2030), sia per via dei processi autorizzativi, per i quali si stimano almeno tre anni, sia per la parte di esecuzione lavori, per cui si ipotizzano tre-quattro anni. La realizzazione di un impianto eolico marino galleggiante è del resto decisamente più complessa di un impianto a terra. Soprattutto, impianti offshore di questa dimensione hanno delle ricadute locali notevoli che altri tipi di impianti a fonte rinnovabile non hanno, poiché la realizzazione di gran parte dei manufatti deve essere condotta in loco. Per i territori interessati ci sarebbero dei ritorni occupazionali importanti, oltre che investimenti infrastrutturali specifici. Riguardo alle obiezioni ambientaliste, legate all’impatto visivo e all’estensione dei parchi eolici, le due società garantiscono di avere già coinvolto le comunità locali. L’iniziativa, come ha specificato Ksenia Balanda, Direttore generale eolico marino Italia, sarà comunque rispettosa di tutte le normative in tema ambientale e di tutela della fauna ittica, nonché delle rotte migratorie e del fondale marino.
Dai dati presentati emerge che la stima di producibilità di questi impianti è intorno alle 3.000-3.200 ore di funzionamento all’anno, un numero significativamente più alto della media degli impianti eolici italiani onshore. Per questi ultimi, infatti, la media è tra le 2.000 e le 2.200 ore di funzionamento. La notevole differenza si giustifica, secondo Carlos Martin (ceo di BlueFloat), con la maggiore costanza di vento nelle zone offshore selezionate. Anche la dimensione dell’investimento, 14 miliardi, è davvero notevole se rapportato al numero di Mw installati. Da un rapido calcolo, risulta che occorrono 3 milioni di euro di investimento per ogni megawatt di potenza installata. «Contiamo comunque sul fatto che la tecnologia, con il passare del tempo e l’accresciuta diffusione, sarà via via meno costosa», ha chiarito Volpe.
L’energia prodotta sarà valorizzata con aste competitive, secondo il modello già utilizzato per le fonti rinnovabili, ma non si esclude anche una soluzione come il Power purchase agreement (Ppa) nel caso in cui ve ne fossero le condizioni. Il 2030 in effetti è ancora lontano. L’iniziativa, considerata la ancora scarsa diffusione di applicazioni galleggianti, appare coraggiosa ed attenuerebbe almeno in parte alcuni problemi tipici delle fonti rinnovabili in Italia, come le basse economie di scala e la producibilità eolica modesta. Non c’è che da sperare che i tempi autorizzativi possano essere snelliti.
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Gazprom chiude la filiale tedesca, però lo stop alla pipeline Yamal è un falso allarme: era inutilizzata da mesi. Roma smentisce l’innalzamento dell’allerta e Roberto Cingolani ammette: «Le richieste di Putin non cambiano nulla».L’Italia si butta sull’eolico marino. Piano per le rinnovabili nelle acque di Puglia, Calabria e Sicilia: le pale produrrebbero fino a 1.400 megawatt in più di quelle installate a terra, generando 20.000 posti di lavoro.Lo speciale comprende due articoli.«Il decreto studiato nelle ultime ore, in realtà, richiede agli importatori europei di avere due conti in Russia: uno in euro e l’altro in rubli. Si pagherebbe in euro, poi una banca russa non soggetta a sanzioni li cambierebbe in rubli, mettendoli in un secondo conto e a quel punto l’importatore darebbe l’ok al pagamento. Se le cose fossero così tutto sommato non cambierebbe molto». L’ha detto ieri al Tg1 Roberto Cingolani. «Se nelle pieghe del contratto ci fossero elementi adesso ancora poco chiari, che vanno contro le sanzioni o contro gli impegni contrattuali, questo potrebbe complicare le cose, ma per ora non sembra essere così», ha proseguito, mettendo le mani avanti, il ministro della Transizione ecologica. Quello che sembrava uno scenario possibile e da noi descritto ieri a proposito della guerra del rublo (o del gas, fate voi), vale a dire «sono tutti vincitori», diventa ogni minuto che passa sempre più probabile. Il decreto firmato da Vladimir Putin prevede infatti che i Paesi «ostili» aprano da adesso in poi «conti speciali di tipo K» in rubli e in euro presso Gazprombank, ma a Mosca e non in Lussemburgo, come fino a oggi. Secondo questo schema, i Paesi acquirenti continuano a pagare in euro, si rispettano i contratti e tutti salvano la faccia. Gazprombank converte gli euro prima depositati dall’importatore presso la Borsa di Mosca in rubli, e li accredita sul secondo conto, quello in rubli, da cui poi partirebbe il bonifico a Gazprom. Come spiegato da noi ieri, la querelle non verte tanto sulla valuta di pagamento, ma sul luogo in cui gli euro sarebbero depositati da ora in poi: a Mosca e non più in Lussemburgo. Stessa moneta ma piazze diverse, per intendersi. Mosca non vuole correre più rischi. In uno scenario di conflitto prolungato - che quindi, non sembrerebbe escluso - l’Occidente potrebbe inasprire le sanzioni e bloccare i depositi in valuta estera di Gazprom in Lussemburgo e quindi versati in Bce. I nuovi depositi in valuta estera, invece, grazie a questo decreto, sarebbero stoccati presso la Banca centrale russa e quindi al riparo da ritorsioni. Gli importatori salvano la faccia e Putin gli euro incassati. Mentre ieri Gazprom ha notificato a Eni i nuovi termini di pagamento, il quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt rilanciava un’indiscrezione secondo cui la Germania starebbe pensando alla possibilità di espropriare le filiali tedesche di Gazprom e Rosneft, i due colossi russi del gas e del petrolio. Ma in serata, ad anticipare le mosse del governo tedesco, è giunto un clamoroso comunicato di Gazprom, che annunciava la chiusura della filiale tedesca Gazprom Germania, Gmnh. Una mossa improvvisa e spiazzante, perché a questa controllata fanno capo società attive anche in Gran Bretagna, Svizzera e Repubblica Ceca. Inoltre, a Gazprom Germania Gmbh appartiene anche Astora, che possiede stoccaggi in Germania e Austria. Proprio l’ultima proposta di regolamento della Commissione europea, di qualche giorno fa, prevede espressamente la possibilità di nazionalizzare questo tipo di asset nel caso in cui i proprietari non diano sufficienti garanzie di sicurezza per il sistema. Gazprom Germania è anche indagata dalle autorità europee, perché sospettata di aver provocato artatamente l’innalzamento dei prezzi del gas. Il tutto mentre, in Italia, veniva data con grande risalto e preoccupazione la notizia secondo cui, sul gasdotto Yamal, si sarebbe verificata una interruzione dei flussi di gas dalla Russia verso l’Europa. In realtà, quel gasdotto è di fatto inutilizzato già dallo scorso dicembre e nei mesi di gennaio e febbraio ha lavorato per alcuni giorni addirittura con un flusso inverso Ovest-Est, sia pure per quantitativi trascurabili. A marzo il gasdotto ha portato in alcuni giorni modesti quantitativi per qualche ora, tipicamente la notte, per poi tornare a zero. La notizia dell’azzeramento dei flussi di ieri è dovuta al fatto che il giorno prima si era verificato un piccolo transito verso la Germania, che dalle ore 6 del mattino si è azzerato. Negli ultimi tre mesi si è assistito a questi piccoli flussi e contro-flussi momentanei ripetute volte, dunque la notizia è che non c’è nessuna notizia. Anche perché i quantitativi importanti di gas che viaggiano verso l’Europa lo fanno attraverso il Nord Stream 1 e il gasdotto Ucraina-Slovenia-Austria-Italia: su queste direttrici i flussi sono regolari, anzi, nel mese di marzo sono stati leggermente superiori ai due mesi precedenti. Sempre ieri è emerso che il governo italiano starebbe pensando di alzare il livello di allerta e passare dal preallarme (situazione in cui ci troviamo dal 26 febbraio scorso) a quello di allarme. Ciò, in considerazione della richiesta russa di ricevere i pagamenti in rubli, cosa che, come spieghiamo qui, in realtà non modifica nulla nei contratti e dunque di per sé non appare motivo di particolare allarme. Infatti la notizia è stata smentita nel tardo pomeriggio. Resta però la sensazione che il governo agisca, o meglio reagisca, al rallentatore e senza avere ben chiaro cosa fare. La situazione del sistema gas italiano è da allarme già da dicembre, quando i prezzi sono esplosi e hanno reso quelli estivi più alti di quelli invernali, così che, per gli operatori, è diventato proibitivo partecipare alle aste per gli stoccaggi (che infatti sono andate deserte). A stagione di riempimento iniziata, ancora il Mite non ha dato indicazioni su come intende rimediare. 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I numeri forniti ieri dall’amministratore delegato di Falck Renewables, Toni Volpe, alla presentazione del progetto alla stampa, sono importanti: un investimento di 14 miliardi per una potenza installata complessiva di 4.600 Mw e una stima di energia prodotta superiore ai 14 miliardi di kilowattora all’anno. Ricadute occupazionali dirette e indirette per 20.000 posti di lavoro, e un importante impatto sull’economia locale in termini di infrastrutture e rilancio delle attività marittime. «L’eolico marino galleggiante rappresenta uno straordinario punto di svolta perché, oltre a minimizzare l’impatto sull’ambiente, consente di produrre grandi quantità di energia rinnovabile», ha affermato Volpe. I tempi non sono brevi (si parla di un’entrata in esercizio nel 2029-2030), sia per via dei processi autorizzativi, per i quali si stimano almeno tre anni, sia per la parte di esecuzione lavori, per cui si ipotizzano tre-quattro anni. La realizzazione di un impianto eolico marino galleggiante è del resto decisamente più complessa di un impianto a terra. Soprattutto, impianti offshore di questa dimensione hanno delle ricadute locali notevoli che altri tipi di impianti a fonte rinnovabile non hanno, poiché la realizzazione di gran parte dei manufatti deve essere condotta in loco. Per i territori interessati ci sarebbero dei ritorni occupazionali importanti, oltre che investimenti infrastrutturali specifici. Riguardo alle obiezioni ambientaliste, legate all’impatto visivo e all’estensione dei parchi eolici, le due società garantiscono di avere già coinvolto le comunità locali. L’iniziativa, come ha specificato Ksenia Balanda, Direttore generale eolico marino Italia, sarà comunque rispettosa di tutte le normative in tema ambientale e di tutela della fauna ittica, nonché delle rotte migratorie e del fondale marino. Dai dati presentati emerge che la stima di producibilità di questi impianti è intorno alle 3.000-3.200 ore di funzionamento all’anno, un numero significativamente più alto della media degli impianti eolici italiani onshore. Per questi ultimi, infatti, la media è tra le 2.000 e le 2.200 ore di funzionamento. La notevole differenza si giustifica, secondo Carlos Martin (ceo di BlueFloat), con la maggiore costanza di vento nelle zone offshore selezionate. Anche la dimensione dell’investimento, 14 miliardi, è davvero notevole se rapportato al numero di Mw installati. Da un rapido calcolo, risulta che occorrono 3 milioni di euro di investimento per ogni megawatt di potenza installata. «Contiamo comunque sul fatto che la tecnologia, con il passare del tempo e l’accresciuta diffusione, sarà via via meno costosa», ha chiarito Volpe. L’energia prodotta sarà valorizzata con aste competitive, secondo il modello già utilizzato per le fonti rinnovabili, ma non si esclude anche una soluzione come il Power purchase agreement (Ppa) nel caso in cui ve ne fossero le condizioni. Il 2030 in effetti è ancora lontano. L’iniziativa, considerata la ancora scarsa diffusione di applicazioni galleggianti, appare coraggiosa ed attenuerebbe almeno in parte alcuni problemi tipici delle fonti rinnovabili in Italia, come le basse economie di scala e la producibilità eolica modesta. Non c’è che da sperare che i tempi autorizzativi possano essere snelliti.
Palazzo Grimani, sede della Corte d'Appello di Venezia. Nel riquadro, Walter Onichini (IStock)
Per Walter Onichini, macellaio di Legnaro (Padova) incensurato che il 22 luglio 2013 sparò al ladro che gli era entrato in casa e che stava scappando, la giustizia, in tutto il suo iter, ha mantenuto una costante: lo scorrere dei mesi. Ben 72 per arrivare alla sentenza di appello e 96 se si considera anche la Cassazione: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni di reclusione per tentato omicidio. Sentenza definitiva. E subito eseguita (48 ore dopo Onichini era in carcere a Venezia). L’uomo ferito, un pregiudicato albanese che è stato condannato a 3 anni e 8 mesi per l’intrusione, non ha mai scontato la sua condanna in quanto irreperibile. Dopo aver passato due anni e mezzo in carcere, nel gennaio 2023, Onichini ottiene l’affidamento in prova: può lavorare e deve svolgere servizi di pubblica utilità. Ma il ciclo del tempo, per lui, non è cambiato neppure quando ha chiesto la grazia.
Novembre 2021: Sara Scolaro, moglie di Onichini, presenta istanza al magistrato di sorveglianza attraverso il suo legale, l’avvocato Ernesto De Toni. Il fascicolo resta in quella sede per nove mesi. Solo ad agosto 2022 viene inoltrato al ministero della Giustizia. Passa circa un altro anno. Un ulteriore segmento temporale senza esiti intermedi pubblici. Tanto che l’avvocato De Toni dirà ai giornalisti: «La domanda di grazia è rimasta ferma a Padova per oltre nove mesi e poi finalmente trasmessa al ministro della Giustizia a Roma e di essa nessuno aveva più saputo dirci nulla». La decisione arriva a distanza di 22 mesi e con parere contrario della pubblica accusa: richiesta respinta dal Quirinale, firma Sergio Mattarella. Per Nicole Minetti, invece, la stessa procedura sembra aver viaggiato su un binario accelerato. Il procedimento, dopo 166 giorni dalla presentazione della domanda, registra il parere positivo del sostituto procuratore generale di Milano Gaetano Brusa: per la magistratura nulla osta alla concessione della grazia. Il parere arriva all’interno di un’istruttoria compatta. L’atto finale del Quirinale, ancora con firma di Sergio Mattarella, è dello scorso febbraio. Otto mesi. Richiesta 27 luglio 2025, il Quirinale sollecita il ministero della Giustizia il 6 agosto, lo scorso febbraio la pena viene cancellata. Prima ancora di essere eseguita. Minetti è liberata dal peso di dover scontare una condanna da 3 anni e 11 mesi ai servizi sociali.
Il percorso di Onichini a confronto sembra una gimcana. Le indagini furono avviate la notte stessa in cui dal fucile di Onichini partirono i due colpi che ferirono Elson Ndreca (irregolare sul territorio italiano con un provvedimento di espulsione sulle spalle), che era entrato nell’abitazione da una finestra. Venne colpito alle gambe. Secondo la ricostruzione processuale, Onichini lo caricò in auto con l’intenzione di portarlo in ospedale. Ma il tragitto si interruppe: Ndreca venne lasciato a circa un chilometro dall’abitazione, in una strada di campagna. Onichini rientrò a casa e chiamò i carabinieri. Il 18 dicembre 2017 arrivò la sentenza di primo grado: 4 anni e 11 mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese legali e a una provvisionale di 25.000 euro a favore della parte offesa. In appello, dopo un percorso durato complessivamente sei anni dal fatto, la Corte d’Appello di Venezia ha confermato l’impostazione accusatoria, escludendo la legittima difesa, nonostante il procuratore generale avesse chiesto di riqualificare il reato in «eccesso colposo di legittima difesa putativa». La richiesta non è stata accolta, perché, secondo i giudici, Onichini non aveva nulla da temere. Né lui né la sua famiglia. La Corte di Cassazione, il 10 settembre, ha confermato la condanna. Nel settembre 2021 la sentenza è diventata definitiva: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni per tentato omicidio. Durante la fase esecutiva, i ricorsi presentati dalla difesa di Onichini sono stati rigettati. Nessuna modifica dell’impianto sanzionatorio nei gradi successivi. Solo dopo due anni e mezzo di detenzione, il tribunale di sorveglianza ha concesso l’affidamento in prova. Onichini ha potuto lavorare presso l’azienda di macellazione della sorella, rientrando a casa la sera e svolgendo al contempo attività di volontariato obbligatoria. In udienza ha dichiarato di essere pentito e il procuratore generale, questa volta, ha espresso parere favorevole alla misura.
Nel periodo in cui la richiesta di grazia per Onichini segue il suo iter, il Quirinale ne concede una «parziale» a Crocifisso Martina, guardia giurata di Torchiarolo (Brindisi), che aveva riportato una condanna a 14 anni di reclusione per l’omicidio di Marco Tedesco, avvenuto la notte del 23 gennaio 2007 nel corso di un tentativo di rapina, e che, così, ha potuto scontare sei anni di pena in meno, con uscita anticipata dal 2036 al 2026.
La sequenza degli atti, per Onichini, si sviluppa così: fatto nel 2013, primo grado nel 2017, appello dopo sei anni, Cassazione nel 2021, richiesta di grazia presentata nel gennaio 2021 (mentre la sentenza è già eseguita e quindi lui è detenuto), inoltro al ministero nell’agosto 2022, decisione di rigetto dopo circa un anno. Nel frattempo, due anni e mezzo di carcere prima dell’accesso all’affidamento in prova. Per Minetti la stessa sequenza si è concentra in pochi mesi, con una progressione ravvicinata tra richiesta, pareri e decisione finale. Il doppio binario del Quirinale.
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Ansa
E proprio su quest’ultimo episodio, nella giornata di ieri si è schierata la Cgil di Milano, che in una nota ha espresso «piena e convinta solidarietà a Primo Minelli, Gianfranco Pagliarulo e all’Anpi tutta, bersaglio in questi giorni da accuse gravi, strumentali e del tutto infondate». Nella nota i rappresentanti milanesi del sindacato guidato da Maurizio Landini sottolineano poi come «i fatti del 25 aprile a Milano hanno scatenato una polemica che riteniamo profondamente ingiusta nei confronti di un’associazione che da decenni custodisce la memoria della Resistenza e dei valori antifascisti su cui è fondata la nostra Repubblica». Secondo la Cgil «accusare di antisemitismo chi ha dedicato la propria vita alla memoria della Shoah e alla lotta contro ogni forma di razzismo e discriminazione è un’operazione politicamente strumentale, che offende la storia». Nelle stesse ore il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, durante un dialogo con la senatrice a vita Liliana Segre al Memoriale della Shoah di Milano, ha lanciato l’allarme sul ritorno della violenza politica. Per il titolare del Viminale, quanto successo durante la manifestazione del 25 aprile a Roma, dove due militanti dell’Anpi sono rimasti lievemente feriti dai colpi sparati da uno sconosciuto con una pistola da softair (per il ministro «ci sono indagini in corso con buone prospettive che la persona possa essere individuata»), è «intimamente legato a quello che è accaduto a Milano». «Metto sullo stesso piano», ha specificato Piantedosi, «tutte le espressioni di violenza, di aggressione e di estremismo che si sono manifestate».
Sui fatti di Milano il ministro dell’Interno ha spiegato di trovare «grave che non si parta dalla denuncia secca» dell’accaduto «ma si facciano manovre diversive» parlando per esempio della presenza delle bandiere di Israele. «Non si capisce», ha spiegato, perché non potevano portare ciò che era simbolo di una gloriosa partecipazione della Brigata ebraica alla lotta di Liberazione».
Durante il dibattito la senatrice a vita ha raccontato di sentirsi avvolta da «un mondo dell’odio talmente vasto, sempre più vasto», da una '«valanga d’odio», che «nonostante io abbia la scorta da anni e abbia 96 anni, trascina persone a mandarmi messaggi con scritto “perché non muori?”».
Interpellato sulle dichiarazioni di Piantedosi, il sindaco di Milano Beppe Sala ha dichiarato: «Io ho solo detto più volte che sentivo sarebbe andata così, tant’è vero che abbiamo discusso con prefetto e questore nelle sedi ufficiali, che è il Comitato per l’ordine e la sicurezza». «Con ciò», ha precisato il sindaco, «lungi da me accusare qualcuno, non era una cosa semplice».
Per Sala «sono stati parecchi i motivi per cui la situazione è degenerata, ma andiamo avanti perché l’anno prossimo sarà un altro 25 aprile, tra l’altro anche più a rischio perché in pieno momento elettorale, quindi bisogna veramente fare tesoro di quello che è successo e cercare di evitare certe situazioni».
Ad attaccare duramente le prese di posizione del primo cittadino ci ha pensato il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato: «Sindaco e centrosinistra hanno detto che la Brigata ebraica non doveva portare le bandiere israeliane al corteo dello scorso 25 aprile. È evidente che si sbagliavano e che c’è stata una grave sottovalutazione del problema. Finalmente, però, il prefetto di Milano oggi ha rimesso le cose a posto». Il parlamentare di Fdi poi ha aggiunto: «Claudio Sgaraglia, intervenendo al Museo della Shoah di Milano, ha infatti dichiarato che stanno aumentando le denunce per discriminazione razziale e per antisemitismo. Il prefetto ha poi avvertito che esiste il pericolo concreto che si possa assistere a reati più gravi. Lo stesso, sempre oggi, ha fatto il ministro degli Interni Piantendosi, il quale ha condannato nella maniera più netta e assoluta quanto accaduto tre giorni fa alla Comunità ebraica a Milano». Per De Corato «di fronte a queste dichiarazioni il sindaco ha il dovere morale di riconoscere come vi sia stata da parte sua una colpevole e faziosa sottovalutazione del problema. Nonostante quanto accaduto il giorno della Liberazione, il primo cittadino ieri (lunedì, ndr) non si è, infatti, presentato a una seduta del Consiglio Comunale durante il quale la maggioranza, salvo pochissime eccezioni, non si è nemmeno degnata di firmare un ordine del giorno presentato dalle opposizioni di centrodestra che esprimeva solidarietà alla Brigata ebraica. Tutto questo è vergognoso e l’indifferenza con la quale è stata trattata l’aggressione a cittadini italiani di religione ebraica da parte di fanatici pro-Pal verrà giudicata dalla storia».
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
Infatti, da quanto si è appreso il colloquio era in programma da qualche giorno e aveva a oggetto l’esame di alcuni provvedimenti in materia di giustizia. Mantovano, in serata, ha commentato: «Ciò che è nel fascicolo della Procura di Milano, che parlava di “radicale presa di distanza dal passato deviante” e faceva riferimento al figlio, lasciava pochi margini alla valutazione del ministro».
Ieri, parlando a Rainews 24, il viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha ribadito che «la procedura relativa alla grazia a favore di Nicole Minetti si è svolta nel pieno rispetto delle norme. Oggi emergono elementi nuovi riportati dalla stampa, è corretto che tali notizie vengano verificate, e con attenzione. Se dovessero risultare significative difformità rispetto a quanto rappresentato dalla richiedente la grazia, sarà altrettanto corretto trarne le debite conseguenze».
Mentre la questione prosegue sul piano giudiziario, le opposizioni fanno sentire la loro voce. Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, nel corso di una conferenza stampa a Bologna, ha affrontato anche questa spinosa questione: «Considero la vicenda di Nordio tutta da verificare. Conosco, però, Sergio Mattarella, lo stimo, ne apprezzo la profondità e la leadership, e quindi mi fido delle decisioni che il Colle ha preso, e vorrà prendere, sulla base del supplemento di indagine che ha chiesto. Chi si deve dimettere è Giorgia Meloni». Sul caso interviene anche il presidente di Noi Moderati, Maurizio Lupi: «La vicenda ha evidentemente diversi punti oscuri che vanno chiariti, accertando eventuali responsabilità». Il leader di Azione, Carlo Calenda, a Ping Pong su Rai Radio 1, ha evidenziato come ci sia stata «una campagna d’odio montata dal Fatto Quotidiano, che fa questo nella vita. Il problema è che non viene detto che la grazia è proposta dal procuratore generale di Milano. Se c’è un errore, riguarda chi ha dato parere favorevole. Il Quirinale non entra nel merito, valuta solo i documenti che riceve. Nordio si deve dimettere, ma non lo farà». I rappresentanti del M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato (Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero De Raho, Valentina D’Orso, Carla Giuliano, Ada Lopreiato e Roberto Scarpinato) continuano a chiedere «chiarimenti» al Guardasigilli: «A questo punto il ministro Nordio deve fare una sola cosa: dia spiegazioni chiare sull’istruttoria del suo ministero sulla grazia a Nicole Minetti, senza cercare nuovi capri espiatori e risparmiandoci qualsiasi altra esibizione di arroganza e protervia, e poi tolga il disturbo, prima di fare altri danni. Su Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani sono emersi elementi pesantissimi e ombre allarmanti sull’istruttoria consegnata dal ministero al Quirinale. Siamo davanti, come minimo, all’ennesimo episodio di superficialità di un ministero allo sbando. L’Italia chiede a Nordio rispetto e chiarimenti, è suo dovere rendere conto e agire sempre nel rispetto delle istituzioni».
Ieri, Nicola Fratoianni di Avs ha chiesto le dimissioni del ministro: «Quello che è successo sul caso Minetti è più di un pasticcio: se è un pasticcio è gravissimo. Ma se è qualcosa di diverso è ancora più grave. L’unica cosa che non capiamo è cosa aspetti ancora il ministro Nordio a dimettersi». Sulla stessa lunghezza d’onda è la posizione della senatrice M5s Alessandra Maiorino: «L’inchiesta del Fatto Quotidiano ha svelato come i presupposti per la grazia a Nicole Minetti fossero infondati, pieni di bugie. Ci sono ospedali che non hanno mai visitato il bambino al centro del dossier, cambi di vita di Minetti mai avvenuti e molto altro. Il ministro Nordio non può per l’ennesima volta scappare dalle sue responsabilità politiche, come sul caso Almasri, sulla campagna referendarie e su altre pagine buie di questa legislatura, questa vicenda è sconcertante e a risponderne deve essere lui. L’istruttoria del ministero era drammaticamente superficiale o, peggio, era una sottaciuta volontà politica quella di non controllare troppo le carte presentate dagli avvocati di Nicole Minetti?». Richieste di dimissioni sono arrivate anche da Riccardo Magi (+Europa)
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