True
2022-04-02
C’è già tregua nella guerra dei rubli. Flussi regolari nei gasdotti europei
«Il decreto studiato nelle ultime ore, in realtà, richiede agli importatori europei di avere due conti in Russia: uno in euro e l’altro in rubli. Si pagherebbe in euro, poi una banca russa non soggetta a sanzioni li cambierebbe in rubli, mettendoli in un secondo conto e a quel punto l’importatore darebbe l’ok al pagamento. Se le cose fossero così tutto sommato non cambierebbe molto». L’ha detto ieri al Tg1 Roberto Cingolani. «Se nelle pieghe del contratto ci fossero elementi adesso ancora poco chiari, che vanno contro le sanzioni o contro gli impegni contrattuali, questo potrebbe complicare le cose, ma per ora non sembra essere così», ha proseguito, mettendo le mani avanti, il ministro della Transizione ecologica.
Quello che sembrava uno scenario possibile e da noi descritto ieri a proposito della guerra del rublo (o del gas, fate voi), vale a dire «sono tutti vincitori», diventa ogni minuto che passa sempre più probabile. Il decreto firmato da Vladimir Putin prevede infatti che i Paesi «ostili» aprano da adesso in poi «conti speciali di tipo K» in rubli e in euro presso Gazprombank, ma a Mosca e non in Lussemburgo, come fino a oggi. Secondo questo schema, i Paesi acquirenti continuano a pagare in euro, si rispettano i contratti e tutti salvano la faccia. Gazprombank converte gli euro prima depositati dall’importatore presso la Borsa di Mosca in rubli, e li accredita sul secondo conto, quello in rubli, da cui poi partirebbe il bonifico a Gazprom. Come spiegato da noi ieri, la querelle non verte tanto sulla valuta di pagamento, ma sul luogo in cui gli euro sarebbero depositati da ora in poi: a Mosca e non più in Lussemburgo. Stessa moneta ma piazze diverse, per intendersi.
Mosca non vuole correre più rischi. In uno scenario di conflitto prolungato - che quindi, non sembrerebbe escluso - l’Occidente potrebbe inasprire le sanzioni e bloccare i depositi in valuta estera di Gazprom in Lussemburgo e quindi versati in Bce. I nuovi depositi in valuta estera, invece, grazie a questo decreto, sarebbero stoccati presso la Banca centrale russa e quindi al riparo da ritorsioni. Gli importatori salvano la faccia e Putin gli euro incassati.
Mentre ieri Gazprom ha notificato a Eni i nuovi termini di pagamento, il quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt rilanciava un’indiscrezione secondo cui la Germania starebbe pensando alla possibilità di espropriare le filiali tedesche di Gazprom e Rosneft, i due colossi russi del gas e del petrolio. Ma in serata, ad anticipare le mosse del governo tedesco, è giunto un clamoroso comunicato di Gazprom, che annunciava la chiusura della filiale tedesca Gazprom Germania, Gmnh. Una mossa improvvisa e spiazzante, perché a questa controllata fanno capo società attive anche in Gran Bretagna, Svizzera e Repubblica Ceca. Inoltre, a Gazprom Germania Gmbh appartiene anche Astora, che possiede stoccaggi in Germania e Austria. Proprio l’ultima proposta di regolamento della Commissione europea, di qualche giorno fa, prevede espressamente la possibilità di nazionalizzare questo tipo di asset nel caso in cui i proprietari non diano sufficienti garanzie di sicurezza per il sistema. Gazprom Germania è anche indagata dalle autorità europee, perché sospettata di aver provocato artatamente l’innalzamento dei prezzi del gas.
Il tutto mentre, in Italia, veniva data con grande risalto e preoccupazione la notizia secondo cui, sul gasdotto Yamal, si sarebbe verificata una interruzione dei flussi di gas dalla Russia verso l’Europa. In realtà, quel gasdotto è di fatto inutilizzato già dallo scorso dicembre e nei mesi di gennaio e febbraio ha lavorato per alcuni giorni addirittura con un flusso inverso Ovest-Est, sia pure per quantitativi trascurabili. A marzo il gasdotto ha portato in alcuni giorni modesti quantitativi per qualche ora, tipicamente la notte, per poi tornare a zero. La notizia dell’azzeramento dei flussi di ieri è dovuta al fatto che il giorno prima si era verificato un piccolo transito verso la Germania, che dalle ore 6 del mattino si è azzerato. Negli ultimi tre mesi si è assistito a questi piccoli flussi e contro-flussi momentanei ripetute volte, dunque la notizia è che non c’è nessuna notizia. Anche perché i quantitativi importanti di gas che viaggiano verso l’Europa lo fanno attraverso il Nord Stream 1 e il gasdotto Ucraina-Slovenia-Austria-Italia: su queste direttrici i flussi sono regolari, anzi, nel mese di marzo sono stati leggermente superiori ai due mesi precedenti.
Sempre ieri è emerso che il governo italiano starebbe pensando di alzare il livello di allerta e passare dal preallarme (situazione in cui ci troviamo dal 26 febbraio scorso) a quello di allarme. Ciò, in considerazione della richiesta russa di ricevere i pagamenti in rubli, cosa che, come spieghiamo qui, in realtà non modifica nulla nei contratti e dunque di per sé non appare motivo di particolare allarme. Infatti la notizia è stata smentita nel tardo pomeriggio. Resta però la sensazione che il governo agisca, o meglio reagisca, al rallentatore e senza avere ben chiaro cosa fare. La situazione del sistema gas italiano è da allarme già da dicembre, quando i prezzi sono esplosi e hanno reso quelli estivi più alti di quelli invernali, così che, per gli operatori, è diventato proibitivo partecipare alle aste per gli stoccaggi (che infatti sono andate deserte). A stagione di riempimento iniziata, ancora il Mite non ha dato indicazioni su come intende rimediare. Se c’è un’emergenza, oggi, è questa.
L’Italia si butta sull’eolico marino
Una tecnologia innovativa per l’Italia, quella delle pale eoliche galleggianti in mare, è alla base dell’iniziativa congiunta di Falck Renewables e BlueFloat Energy, che insieme puntano a sviluppare cinque grandi impianti nelle acque di Puglia, Calabria e Sardegna.
I numeri forniti ieri dall’amministratore delegato di Falck Renewables, Toni Volpe, alla presentazione del progetto alla stampa, sono importanti: un investimento di 14 miliardi per una potenza installata complessiva di 4.600 Mw e una stima di energia prodotta superiore ai 14 miliardi di kilowattora all’anno. Ricadute occupazionali dirette e indirette per 20.000 posti di lavoro, e un importante impatto sull’economia locale in termini di infrastrutture e rilancio delle attività marittime. «L’eolico marino galleggiante rappresenta uno straordinario punto di svolta perché, oltre a minimizzare l’impatto sull’ambiente, consente di produrre grandi quantità di energia rinnovabile», ha affermato Volpe.
I tempi non sono brevi (si parla di un’entrata in esercizio nel 2029-2030), sia per via dei processi autorizzativi, per i quali si stimano almeno tre anni, sia per la parte di esecuzione lavori, per cui si ipotizzano tre-quattro anni. La realizzazione di un impianto eolico marino galleggiante è del resto decisamente più complessa di un impianto a terra. Soprattutto, impianti offshore di questa dimensione hanno delle ricadute locali notevoli che altri tipi di impianti a fonte rinnovabile non hanno, poiché la realizzazione di gran parte dei manufatti deve essere condotta in loco. Per i territori interessati ci sarebbero dei ritorni occupazionali importanti, oltre che investimenti infrastrutturali specifici. Riguardo alle obiezioni ambientaliste, legate all’impatto visivo e all’estensione dei parchi eolici, le due società garantiscono di avere già coinvolto le comunità locali. L’iniziativa, come ha specificato Ksenia Balanda, Direttore generale eolico marino Italia, sarà comunque rispettosa di tutte le normative in tema ambientale e di tutela della fauna ittica, nonché delle rotte migratorie e del fondale marino.
Dai dati presentati emerge che la stima di producibilità di questi impianti è intorno alle 3.000-3.200 ore di funzionamento all’anno, un numero significativamente più alto della media degli impianti eolici italiani onshore. Per questi ultimi, infatti, la media è tra le 2.000 e le 2.200 ore di funzionamento. La notevole differenza si giustifica, secondo Carlos Martin (ceo di BlueFloat), con la maggiore costanza di vento nelle zone offshore selezionate. Anche la dimensione dell’investimento, 14 miliardi, è davvero notevole se rapportato al numero di Mw installati. Da un rapido calcolo, risulta che occorrono 3 milioni di euro di investimento per ogni megawatt di potenza installata. «Contiamo comunque sul fatto che la tecnologia, con il passare del tempo e l’accresciuta diffusione, sarà via via meno costosa», ha chiarito Volpe.
L’energia prodotta sarà valorizzata con aste competitive, secondo il modello già utilizzato per le fonti rinnovabili, ma non si esclude anche una soluzione come il Power purchase agreement (Ppa) nel caso in cui ve ne fossero le condizioni. Il 2030 in effetti è ancora lontano. L’iniziativa, considerata la ancora scarsa diffusione di applicazioni galleggianti, appare coraggiosa ed attenuerebbe almeno in parte alcuni problemi tipici delle fonti rinnovabili in Italia, come le basse economie di scala e la producibilità eolica modesta. Non c’è che da sperare che i tempi autorizzativi possano essere snelliti.
Continua a leggereRiduci
Gazprom chiude la filiale tedesca, però lo stop alla pipeline Yamal è un falso allarme: era inutilizzata da mesi. Roma smentisce l’innalzamento dell’allerta e Roberto Cingolani ammette: «Le richieste di Putin non cambiano nulla».L’Italia si butta sull’eolico marino. Piano per le rinnovabili nelle acque di Puglia, Calabria e Sicilia: le pale produrrebbero fino a 1.400 megawatt in più di quelle installate a terra, generando 20.000 posti di lavoro.Lo speciale comprende due articoli.«Il decreto studiato nelle ultime ore, in realtà, richiede agli importatori europei di avere due conti in Russia: uno in euro e l’altro in rubli. Si pagherebbe in euro, poi una banca russa non soggetta a sanzioni li cambierebbe in rubli, mettendoli in un secondo conto e a quel punto l’importatore darebbe l’ok al pagamento. Se le cose fossero così tutto sommato non cambierebbe molto». L’ha detto ieri al Tg1 Roberto Cingolani. «Se nelle pieghe del contratto ci fossero elementi adesso ancora poco chiari, che vanno contro le sanzioni o contro gli impegni contrattuali, questo potrebbe complicare le cose, ma per ora non sembra essere così», ha proseguito, mettendo le mani avanti, il ministro della Transizione ecologica. Quello che sembrava uno scenario possibile e da noi descritto ieri a proposito della guerra del rublo (o del gas, fate voi), vale a dire «sono tutti vincitori», diventa ogni minuto che passa sempre più probabile. Il decreto firmato da Vladimir Putin prevede infatti che i Paesi «ostili» aprano da adesso in poi «conti speciali di tipo K» in rubli e in euro presso Gazprombank, ma a Mosca e non in Lussemburgo, come fino a oggi. Secondo questo schema, i Paesi acquirenti continuano a pagare in euro, si rispettano i contratti e tutti salvano la faccia. Gazprombank converte gli euro prima depositati dall’importatore presso la Borsa di Mosca in rubli, e li accredita sul secondo conto, quello in rubli, da cui poi partirebbe il bonifico a Gazprom. Come spiegato da noi ieri, la querelle non verte tanto sulla valuta di pagamento, ma sul luogo in cui gli euro sarebbero depositati da ora in poi: a Mosca e non più in Lussemburgo. Stessa moneta ma piazze diverse, per intendersi. Mosca non vuole correre più rischi. In uno scenario di conflitto prolungato - che quindi, non sembrerebbe escluso - l’Occidente potrebbe inasprire le sanzioni e bloccare i depositi in valuta estera di Gazprom in Lussemburgo e quindi versati in Bce. I nuovi depositi in valuta estera, invece, grazie a questo decreto, sarebbero stoccati presso la Banca centrale russa e quindi al riparo da ritorsioni. Gli importatori salvano la faccia e Putin gli euro incassati. Mentre ieri Gazprom ha notificato a Eni i nuovi termini di pagamento, il quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt rilanciava un’indiscrezione secondo cui la Germania starebbe pensando alla possibilità di espropriare le filiali tedesche di Gazprom e Rosneft, i due colossi russi del gas e del petrolio. Ma in serata, ad anticipare le mosse del governo tedesco, è giunto un clamoroso comunicato di Gazprom, che annunciava la chiusura della filiale tedesca Gazprom Germania, Gmnh. Una mossa improvvisa e spiazzante, perché a questa controllata fanno capo società attive anche in Gran Bretagna, Svizzera e Repubblica Ceca. Inoltre, a Gazprom Germania Gmbh appartiene anche Astora, che possiede stoccaggi in Germania e Austria. Proprio l’ultima proposta di regolamento della Commissione europea, di qualche giorno fa, prevede espressamente la possibilità di nazionalizzare questo tipo di asset nel caso in cui i proprietari non diano sufficienti garanzie di sicurezza per il sistema. Gazprom Germania è anche indagata dalle autorità europee, perché sospettata di aver provocato artatamente l’innalzamento dei prezzi del gas. Il tutto mentre, in Italia, veniva data con grande risalto e preoccupazione la notizia secondo cui, sul gasdotto Yamal, si sarebbe verificata una interruzione dei flussi di gas dalla Russia verso l’Europa. In realtà, quel gasdotto è di fatto inutilizzato già dallo scorso dicembre e nei mesi di gennaio e febbraio ha lavorato per alcuni giorni addirittura con un flusso inverso Ovest-Est, sia pure per quantitativi trascurabili. A marzo il gasdotto ha portato in alcuni giorni modesti quantitativi per qualche ora, tipicamente la notte, per poi tornare a zero. La notizia dell’azzeramento dei flussi di ieri è dovuta al fatto che il giorno prima si era verificato un piccolo transito verso la Germania, che dalle ore 6 del mattino si è azzerato. Negli ultimi tre mesi si è assistito a questi piccoli flussi e contro-flussi momentanei ripetute volte, dunque la notizia è che non c’è nessuna notizia. Anche perché i quantitativi importanti di gas che viaggiano verso l’Europa lo fanno attraverso il Nord Stream 1 e il gasdotto Ucraina-Slovenia-Austria-Italia: su queste direttrici i flussi sono regolari, anzi, nel mese di marzo sono stati leggermente superiori ai due mesi precedenti. Sempre ieri è emerso che il governo italiano starebbe pensando di alzare il livello di allerta e passare dal preallarme (situazione in cui ci troviamo dal 26 febbraio scorso) a quello di allarme. Ciò, in considerazione della richiesta russa di ricevere i pagamenti in rubli, cosa che, come spieghiamo qui, in realtà non modifica nulla nei contratti e dunque di per sé non appare motivo di particolare allarme. Infatti la notizia è stata smentita nel tardo pomeriggio. Resta però la sensazione che il governo agisca, o meglio reagisca, al rallentatore e senza avere ben chiaro cosa fare. La situazione del sistema gas italiano è da allarme già da dicembre, quando i prezzi sono esplosi e hanno reso quelli estivi più alti di quelli invernali, così che, per gli operatori, è diventato proibitivo partecipare alle aste per gli stoccaggi (che infatti sono andate deserte). A stagione di riempimento iniziata, ancora il Mite non ha dato indicazioni su come intende rimediare. Se c’è un’emergenza, oggi, è questa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ce-gia-tregua-nella-guerra-dei-rubli-flussi-regolari-nei-gasdotti-europei-2657080534.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="litalia-si-butta-sulleolico-marino" data-post-id="2657080534" data-published-at="1648844958" data-use-pagination="False"> L’Italia si butta sull’eolico marino Una tecnologia innovativa per l’Italia, quella delle pale eoliche galleggianti in mare, è alla base dell’iniziativa congiunta di Falck Renewables e BlueFloat Energy, che insieme puntano a sviluppare cinque grandi impianti nelle acque di Puglia, Calabria e Sardegna. I numeri forniti ieri dall’amministratore delegato di Falck Renewables, Toni Volpe, alla presentazione del progetto alla stampa, sono importanti: un investimento di 14 miliardi per una potenza installata complessiva di 4.600 Mw e una stima di energia prodotta superiore ai 14 miliardi di kilowattora all’anno. Ricadute occupazionali dirette e indirette per 20.000 posti di lavoro, e un importante impatto sull’economia locale in termini di infrastrutture e rilancio delle attività marittime. «L’eolico marino galleggiante rappresenta uno straordinario punto di svolta perché, oltre a minimizzare l’impatto sull’ambiente, consente di produrre grandi quantità di energia rinnovabile», ha affermato Volpe. I tempi non sono brevi (si parla di un’entrata in esercizio nel 2029-2030), sia per via dei processi autorizzativi, per i quali si stimano almeno tre anni, sia per la parte di esecuzione lavori, per cui si ipotizzano tre-quattro anni. La realizzazione di un impianto eolico marino galleggiante è del resto decisamente più complessa di un impianto a terra. Soprattutto, impianti offshore di questa dimensione hanno delle ricadute locali notevoli che altri tipi di impianti a fonte rinnovabile non hanno, poiché la realizzazione di gran parte dei manufatti deve essere condotta in loco. Per i territori interessati ci sarebbero dei ritorni occupazionali importanti, oltre che investimenti infrastrutturali specifici. Riguardo alle obiezioni ambientaliste, legate all’impatto visivo e all’estensione dei parchi eolici, le due società garantiscono di avere già coinvolto le comunità locali. L’iniziativa, come ha specificato Ksenia Balanda, Direttore generale eolico marino Italia, sarà comunque rispettosa di tutte le normative in tema ambientale e di tutela della fauna ittica, nonché delle rotte migratorie e del fondale marino. Dai dati presentati emerge che la stima di producibilità di questi impianti è intorno alle 3.000-3.200 ore di funzionamento all’anno, un numero significativamente più alto della media degli impianti eolici italiani onshore. Per questi ultimi, infatti, la media è tra le 2.000 e le 2.200 ore di funzionamento. La notevole differenza si giustifica, secondo Carlos Martin (ceo di BlueFloat), con la maggiore costanza di vento nelle zone offshore selezionate. Anche la dimensione dell’investimento, 14 miliardi, è davvero notevole se rapportato al numero di Mw installati. Da un rapido calcolo, risulta che occorrono 3 milioni di euro di investimento per ogni megawatt di potenza installata. «Contiamo comunque sul fatto che la tecnologia, con il passare del tempo e l’accresciuta diffusione, sarà via via meno costosa», ha chiarito Volpe. L’energia prodotta sarà valorizzata con aste competitive, secondo il modello già utilizzato per le fonti rinnovabili, ma non si esclude anche una soluzione come il Power purchase agreement (Ppa) nel caso in cui ve ne fossero le condizioni. Il 2030 in effetti è ancora lontano. L’iniziativa, considerata la ancora scarsa diffusione di applicazioni galleggianti, appare coraggiosa ed attenuerebbe almeno in parte alcuni problemi tipici delle fonti rinnovabili in Italia, come le basse economie di scala e la producibilità eolica modesta. Non c’è che da sperare che i tempi autorizzativi possano essere snelliti.
Ansa
L’intera vicenda aveva avuto inizio nel 2023 quando, presso il Tribunale del distretto meridionale della California, due insegnanti avevano fatto causa chiedendo un’esenzione dalle politiche pro gender, come appunto quelle dei cognomi, riguardanti i loro allievi. Da parte sua, il distretto scolastico si era difeso asserendo che la legge - così come interpretata dal Procuratore generale della California e dal dipartimento dell’Istruzione - imponesse l’attuazione delle politiche contestate. A quel punto, gli insegnanti hanno fatto causa anche ai funzionari statali e, accanto a loro nel processo, si sono aggiunte delle famiglie; tra queste, meritano di essere ricordati i coniugi John e Jane Poe, che in breve hanno appreso che la loro figlia era intenzionata a «cambiare sesso» solo dopo che la stessa, all’inizio dell’ottavo anno di scuola, era stata ricoverata per tentato suicidio.
Solo allora, infatti, i signori Poe avevano scoperto da un medico che la figlia soffriva di disforia di genere e che a scuola si presentasse come un maschio: nessuno - tanto meno gli insegnanti ai colloqui di classe - aveva detto loro nulla. Di qui una class action che le famiglie, assistite dalla Thomas More Society, hanno intentato contro lo Stato della California. Nel dicembre 2025 il giudice distrettuale degli Stati Uniti Roger Benitez, alla luce del primo e del quattordicesimo emendamento, ha così dichiarato incostituzionale il regime di transizione segreta della California. La Corte d’Appello per il Nono Circuito ha però subito fermato questo pronunciamento, motivo per cui i ricorrenti - assistiti da un team legale della Thomas More composto dagli avvocati Paul Jonna, Peter Breen, Jeff Trissell, Michael McHale e Christopher Galiardo - sono ricorsi alla Corte suprema. Che, come si diceva in apertura, ha dato ragione alle famiglie, che d’ora in poi non dovranno più essere tenute all’oscuro delle condizioni dei loro figli in materia di disforia di genere.
L’avvocato Paul Jonna, poc’anzi citato, ha definito questo come un «momento di svolta» per i diritti dei genitori in America. Il legale ha altresì sottolineato come la Corte suprema abbia chiarito in termini inequivocabili che non sia possibile effettuare una transizione di un bambino all’insaputa di un genitore, stabilendo un precedente storico che smantellerà tali politiche in tutto il Paese. Di tenore analogo il commento di un altro avvocato, Peter Breen - che è anche vicepresidente della Thomas More Society -, secondo cui, dopo questo verdetto, si è messo in luce come lo Stato della California avesse di fatto costruito «un muro di segretezza» tra genitori e figli. Ora però la Corte suprema ha abbattuto quel muro, ha aggiunto Breen, secondo cui questa è una vittoria del diritto dei genitori di crescere i propri figli come meglio credono. Una lezione di diritto e di civiltà che, anche alle nostre latitudini, non sarebbe male ripassare.
Continua a leggereRiduci
C’è una domanda che i media mainstream evitano di farsi: perché Donald Trump ha deciso di dare fuoco alla miccia in Medio Oriente, smentendo anni di promesse sull’"America First"? La risposta potrebbe essere nascosta in un archivio di segreti inconfessabili.
I metodi naturali e le attive sensibilità Montessori, (lo si sapeva già da allora e il ministro - il filosofo Giovanni Gentile - era d’accordo) erano esattamente il contrario delle gelide e supponenti regole dove adesso, più di un secolo dopo, si volevano consegnare i tre poetici bimbi Trevallion con la loro sanissima e profondamente colta adorazione verso il bosco, la natura e gli animali e i preziosi, indispensabili saperi fisici e spirituali che essi contengono.
Sembrava, dunque, che tutto andasse bene, ma ecco arrivare una figura notissima e molto temuta nelle attuali vicende umane, soprattutto tra i piccoli: l’assistente sociale. Un personaggio, spesso femminile, che ha preso forma in tempi recenti e confusi e, purtroppo, ha una storia professionale finora ancora breve e affrettata, con saperi fragili e sbrigativi, destinati alle richieste senz’anima delle burocrazie tradizionali.
Ecco, allora, che anche in questa storia, commovente e tremenda come le fiabe delle streghe e, come tante altre terribili e ciniche storie di cronaca, (come Bibbiano e Forteto), risuona il maleficio: fuori i figli dalla casa scandalosamente umile e non sufficientemente disinfettata e si affidino all’assistenza sociale. Non solo asettica, ma spesso apparentemente indifferente ai sentimenti, quando non ostile. Tuttavia, ciò è inaccettabile perché il sentimento è proprio ciò che promuove ogni cambiamento nella relazione psicologica: se non c’è, non succede niente, solo tristezza e disperazione. Ed ecco, quindi, il pianto disperato dei bambini e la tristezza degli adulti. Perché una famiglia non è un ente amministrativo: è un organismo vivente, quello dove - come ci ha ricordato papa Ratzinger pochi anni fa - si conosce l’altro, il primo, vero tu e, quindi, sé stessi. È così che si impara a vivere e nutrire i primi appetiti della persona, decisivi per il futuro: con la naturalità e la forza dei preziosi prodotti dell’orto di casa, in cui abbiamo impegnato il nostro stesso corpo. Recuperando, dunque, saperi sostanzialmente non molto diversi da quelli dei genitori, che affondavano le loro radici nei millenni dei libri fondativi delle varie culture.
Niente di astratto, si intende: le pratiche e considerazioni indispensabili sono note, molto utili e già silenziosamente seguite dalle usanze e conoscenze dei cani o dei gatti di casa, creature abili e pratiche, reduci da formazioni, giochi, strategie e movimenti maturati nei millenni della vita del creato. È anche per questo che queste creature naturalissime sono oggi più ascoltate dei burocratici assistenti sociali, ansiosamente in attesa delle molteplici e cangianti Intelligenze artificiali, ma nel frattempo sprezzanti delle esigenze più che mai vitali dell’istituzione umana più antica e sostanzialmente immodificabile dell’umanità: la famiglia, come ammesso anche da studiosi/e tuttora riconosciuti e ascoltati, come Hannah Arendt. In queste, però, osservando i fenomeni della realtà di oggi, e non delle burocrazie di ieri si trovano aspetti previsti anche dalle osservazioni fatte oggi e domani dalla fisica contemporanea, post einsteniana, nata insieme alla psicologia analitica junghiana nelle quale io stesso mi sono formato.
È, però, nell’indispensabile, concretissima e profonda famiglia cuore, sangue, corpo, pelle, gambe possono sostituire volentieri le astratte e formali dispense, di quelle che abbandonano la geniale sintesi della pratica fisica con la ferrea ignoranza del computer, richiuso nella ripetizione della formula e impedito allo sviluppo. Questi bambini e i loro avventurosi genitori hanno il diritto alla terrestre semplicità che si sa da tempo essere più istruttiva, profonda, vitale e divertente della spocchia e del manierismo burocratico; brutto e privo di senso.
Lasciateli essere sé stessi. Magari, anzi, copiateli un po’. Vedrete che è meglio.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 4 marzo 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti spiega perché la guerra in Iran potrebbe durare a lungo.