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2022-04-02
C’è già tregua nella guerra dei rubli. Flussi regolari nei gasdotti europei
«Il decreto studiato nelle ultime ore, in realtà, richiede agli importatori europei di avere due conti in Russia: uno in euro e l’altro in rubli. Si pagherebbe in euro, poi una banca russa non soggetta a sanzioni li cambierebbe in rubli, mettendoli in un secondo conto e a quel punto l’importatore darebbe l’ok al pagamento. Se le cose fossero così tutto sommato non cambierebbe molto». L’ha detto ieri al Tg1 Roberto Cingolani. «Se nelle pieghe del contratto ci fossero elementi adesso ancora poco chiari, che vanno contro le sanzioni o contro gli impegni contrattuali, questo potrebbe complicare le cose, ma per ora non sembra essere così», ha proseguito, mettendo le mani avanti, il ministro della Transizione ecologica.
Quello che sembrava uno scenario possibile e da noi descritto ieri a proposito della guerra del rublo (o del gas, fate voi), vale a dire «sono tutti vincitori», diventa ogni minuto che passa sempre più probabile. Il decreto firmato da Vladimir Putin prevede infatti che i Paesi «ostili» aprano da adesso in poi «conti speciali di tipo K» in rubli e in euro presso Gazprombank, ma a Mosca e non in Lussemburgo, come fino a oggi. Secondo questo schema, i Paesi acquirenti continuano a pagare in euro, si rispettano i contratti e tutti salvano la faccia. Gazprombank converte gli euro prima depositati dall’importatore presso la Borsa di Mosca in rubli, e li accredita sul secondo conto, quello in rubli, da cui poi partirebbe il bonifico a Gazprom. Come spiegato da noi ieri, la querelle non verte tanto sulla valuta di pagamento, ma sul luogo in cui gli euro sarebbero depositati da ora in poi: a Mosca e non più in Lussemburgo. Stessa moneta ma piazze diverse, per intendersi.
Mosca non vuole correre più rischi. In uno scenario di conflitto prolungato - che quindi, non sembrerebbe escluso - l’Occidente potrebbe inasprire le sanzioni e bloccare i depositi in valuta estera di Gazprom in Lussemburgo e quindi versati in Bce. I nuovi depositi in valuta estera, invece, grazie a questo decreto, sarebbero stoccati presso la Banca centrale russa e quindi al riparo da ritorsioni. Gli importatori salvano la faccia e Putin gli euro incassati.
Mentre ieri Gazprom ha notificato a Eni i nuovi termini di pagamento, il quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt rilanciava un’indiscrezione secondo cui la Germania starebbe pensando alla possibilità di espropriare le filiali tedesche di Gazprom e Rosneft, i due colossi russi del gas e del petrolio. Ma in serata, ad anticipare le mosse del governo tedesco, è giunto un clamoroso comunicato di Gazprom, che annunciava la chiusura della filiale tedesca Gazprom Germania, Gmnh. Una mossa improvvisa e spiazzante, perché a questa controllata fanno capo società attive anche in Gran Bretagna, Svizzera e Repubblica Ceca. Inoltre, a Gazprom Germania Gmbh appartiene anche Astora, che possiede stoccaggi in Germania e Austria. Proprio l’ultima proposta di regolamento della Commissione europea, di qualche giorno fa, prevede espressamente la possibilità di nazionalizzare questo tipo di asset nel caso in cui i proprietari non diano sufficienti garanzie di sicurezza per il sistema. Gazprom Germania è anche indagata dalle autorità europee, perché sospettata di aver provocato artatamente l’innalzamento dei prezzi del gas.
Il tutto mentre, in Italia, veniva data con grande risalto e preoccupazione la notizia secondo cui, sul gasdotto Yamal, si sarebbe verificata una interruzione dei flussi di gas dalla Russia verso l’Europa. In realtà, quel gasdotto è di fatto inutilizzato già dallo scorso dicembre e nei mesi di gennaio e febbraio ha lavorato per alcuni giorni addirittura con un flusso inverso Ovest-Est, sia pure per quantitativi trascurabili. A marzo il gasdotto ha portato in alcuni giorni modesti quantitativi per qualche ora, tipicamente la notte, per poi tornare a zero. La notizia dell’azzeramento dei flussi di ieri è dovuta al fatto che il giorno prima si era verificato un piccolo transito verso la Germania, che dalle ore 6 del mattino si è azzerato. Negli ultimi tre mesi si è assistito a questi piccoli flussi e contro-flussi momentanei ripetute volte, dunque la notizia è che non c’è nessuna notizia. Anche perché i quantitativi importanti di gas che viaggiano verso l’Europa lo fanno attraverso il Nord Stream 1 e il gasdotto Ucraina-Slovenia-Austria-Italia: su queste direttrici i flussi sono regolari, anzi, nel mese di marzo sono stati leggermente superiori ai due mesi precedenti.
Sempre ieri è emerso che il governo italiano starebbe pensando di alzare il livello di allerta e passare dal preallarme (situazione in cui ci troviamo dal 26 febbraio scorso) a quello di allarme. Ciò, in considerazione della richiesta russa di ricevere i pagamenti in rubli, cosa che, come spieghiamo qui, in realtà non modifica nulla nei contratti e dunque di per sé non appare motivo di particolare allarme. Infatti la notizia è stata smentita nel tardo pomeriggio. Resta però la sensazione che il governo agisca, o meglio reagisca, al rallentatore e senza avere ben chiaro cosa fare. La situazione del sistema gas italiano è da allarme già da dicembre, quando i prezzi sono esplosi e hanno reso quelli estivi più alti di quelli invernali, così che, per gli operatori, è diventato proibitivo partecipare alle aste per gli stoccaggi (che infatti sono andate deserte). A stagione di riempimento iniziata, ancora il Mite non ha dato indicazioni su come intende rimediare. Se c’è un’emergenza, oggi, è questa.
L’Italia si butta sull’eolico marino
Una tecnologia innovativa per l’Italia, quella delle pale eoliche galleggianti in mare, è alla base dell’iniziativa congiunta di Falck Renewables e BlueFloat Energy, che insieme puntano a sviluppare cinque grandi impianti nelle acque di Puglia, Calabria e Sardegna.
I numeri forniti ieri dall’amministratore delegato di Falck Renewables, Toni Volpe, alla presentazione del progetto alla stampa, sono importanti: un investimento di 14 miliardi per una potenza installata complessiva di 4.600 Mw e una stima di energia prodotta superiore ai 14 miliardi di kilowattora all’anno. Ricadute occupazionali dirette e indirette per 20.000 posti di lavoro, e un importante impatto sull’economia locale in termini di infrastrutture e rilancio delle attività marittime. «L’eolico marino galleggiante rappresenta uno straordinario punto di svolta perché, oltre a minimizzare l’impatto sull’ambiente, consente di produrre grandi quantità di energia rinnovabile», ha affermato Volpe.
I tempi non sono brevi (si parla di un’entrata in esercizio nel 2029-2030), sia per via dei processi autorizzativi, per i quali si stimano almeno tre anni, sia per la parte di esecuzione lavori, per cui si ipotizzano tre-quattro anni. La realizzazione di un impianto eolico marino galleggiante è del resto decisamente più complessa di un impianto a terra. Soprattutto, impianti offshore di questa dimensione hanno delle ricadute locali notevoli che altri tipi di impianti a fonte rinnovabile non hanno, poiché la realizzazione di gran parte dei manufatti deve essere condotta in loco. Per i territori interessati ci sarebbero dei ritorni occupazionali importanti, oltre che investimenti infrastrutturali specifici. Riguardo alle obiezioni ambientaliste, legate all’impatto visivo e all’estensione dei parchi eolici, le due società garantiscono di avere già coinvolto le comunità locali. L’iniziativa, come ha specificato Ksenia Balanda, Direttore generale eolico marino Italia, sarà comunque rispettosa di tutte le normative in tema ambientale e di tutela della fauna ittica, nonché delle rotte migratorie e del fondale marino.
Dai dati presentati emerge che la stima di producibilità di questi impianti è intorno alle 3.000-3.200 ore di funzionamento all’anno, un numero significativamente più alto della media degli impianti eolici italiani onshore. Per questi ultimi, infatti, la media è tra le 2.000 e le 2.200 ore di funzionamento. La notevole differenza si giustifica, secondo Carlos Martin (ceo di BlueFloat), con la maggiore costanza di vento nelle zone offshore selezionate. Anche la dimensione dell’investimento, 14 miliardi, è davvero notevole se rapportato al numero di Mw installati. Da un rapido calcolo, risulta che occorrono 3 milioni di euro di investimento per ogni megawatt di potenza installata. «Contiamo comunque sul fatto che la tecnologia, con il passare del tempo e l’accresciuta diffusione, sarà via via meno costosa», ha chiarito Volpe.
L’energia prodotta sarà valorizzata con aste competitive, secondo il modello già utilizzato per le fonti rinnovabili, ma non si esclude anche una soluzione come il Power purchase agreement (Ppa) nel caso in cui ve ne fossero le condizioni. Il 2030 in effetti è ancora lontano. L’iniziativa, considerata la ancora scarsa diffusione di applicazioni galleggianti, appare coraggiosa ed attenuerebbe almeno in parte alcuni problemi tipici delle fonti rinnovabili in Italia, come le basse economie di scala e la producibilità eolica modesta. Non c’è che da sperare che i tempi autorizzativi possano essere snelliti.
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Gazprom chiude la filiale tedesca, però lo stop alla pipeline Yamal è un falso allarme: era inutilizzata da mesi. Roma smentisce l’innalzamento dell’allerta e Roberto Cingolani ammette: «Le richieste di Putin non cambiano nulla».L’Italia si butta sull’eolico marino. Piano per le rinnovabili nelle acque di Puglia, Calabria e Sicilia: le pale produrrebbero fino a 1.400 megawatt in più di quelle installate a terra, generando 20.000 posti di lavoro.Lo speciale comprende due articoli.«Il decreto studiato nelle ultime ore, in realtà, richiede agli importatori europei di avere due conti in Russia: uno in euro e l’altro in rubli. Si pagherebbe in euro, poi una banca russa non soggetta a sanzioni li cambierebbe in rubli, mettendoli in un secondo conto e a quel punto l’importatore darebbe l’ok al pagamento. Se le cose fossero così tutto sommato non cambierebbe molto». L’ha detto ieri al Tg1 Roberto Cingolani. «Se nelle pieghe del contratto ci fossero elementi adesso ancora poco chiari, che vanno contro le sanzioni o contro gli impegni contrattuali, questo potrebbe complicare le cose, ma per ora non sembra essere così», ha proseguito, mettendo le mani avanti, il ministro della Transizione ecologica. Quello che sembrava uno scenario possibile e da noi descritto ieri a proposito della guerra del rublo (o del gas, fate voi), vale a dire «sono tutti vincitori», diventa ogni minuto che passa sempre più probabile. Il decreto firmato da Vladimir Putin prevede infatti che i Paesi «ostili» aprano da adesso in poi «conti speciali di tipo K» in rubli e in euro presso Gazprombank, ma a Mosca e non in Lussemburgo, come fino a oggi. Secondo questo schema, i Paesi acquirenti continuano a pagare in euro, si rispettano i contratti e tutti salvano la faccia. Gazprombank converte gli euro prima depositati dall’importatore presso la Borsa di Mosca in rubli, e li accredita sul secondo conto, quello in rubli, da cui poi partirebbe il bonifico a Gazprom. Come spiegato da noi ieri, la querelle non verte tanto sulla valuta di pagamento, ma sul luogo in cui gli euro sarebbero depositati da ora in poi: a Mosca e non più in Lussemburgo. Stessa moneta ma piazze diverse, per intendersi. Mosca non vuole correre più rischi. In uno scenario di conflitto prolungato - che quindi, non sembrerebbe escluso - l’Occidente potrebbe inasprire le sanzioni e bloccare i depositi in valuta estera di Gazprom in Lussemburgo e quindi versati in Bce. I nuovi depositi in valuta estera, invece, grazie a questo decreto, sarebbero stoccati presso la Banca centrale russa e quindi al riparo da ritorsioni. Gli importatori salvano la faccia e Putin gli euro incassati. Mentre ieri Gazprom ha notificato a Eni i nuovi termini di pagamento, il quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt rilanciava un’indiscrezione secondo cui la Germania starebbe pensando alla possibilità di espropriare le filiali tedesche di Gazprom e Rosneft, i due colossi russi del gas e del petrolio. Ma in serata, ad anticipare le mosse del governo tedesco, è giunto un clamoroso comunicato di Gazprom, che annunciava la chiusura della filiale tedesca Gazprom Germania, Gmnh. Una mossa improvvisa e spiazzante, perché a questa controllata fanno capo società attive anche in Gran Bretagna, Svizzera e Repubblica Ceca. Inoltre, a Gazprom Germania Gmbh appartiene anche Astora, che possiede stoccaggi in Germania e Austria. Proprio l’ultima proposta di regolamento della Commissione europea, di qualche giorno fa, prevede espressamente la possibilità di nazionalizzare questo tipo di asset nel caso in cui i proprietari non diano sufficienti garanzie di sicurezza per il sistema. Gazprom Germania è anche indagata dalle autorità europee, perché sospettata di aver provocato artatamente l’innalzamento dei prezzi del gas. Il tutto mentre, in Italia, veniva data con grande risalto e preoccupazione la notizia secondo cui, sul gasdotto Yamal, si sarebbe verificata una interruzione dei flussi di gas dalla Russia verso l’Europa. In realtà, quel gasdotto è di fatto inutilizzato già dallo scorso dicembre e nei mesi di gennaio e febbraio ha lavorato per alcuni giorni addirittura con un flusso inverso Ovest-Est, sia pure per quantitativi trascurabili. A marzo il gasdotto ha portato in alcuni giorni modesti quantitativi per qualche ora, tipicamente la notte, per poi tornare a zero. La notizia dell’azzeramento dei flussi di ieri è dovuta al fatto che il giorno prima si era verificato un piccolo transito verso la Germania, che dalle ore 6 del mattino si è azzerato. Negli ultimi tre mesi si è assistito a questi piccoli flussi e contro-flussi momentanei ripetute volte, dunque la notizia è che non c’è nessuna notizia. Anche perché i quantitativi importanti di gas che viaggiano verso l’Europa lo fanno attraverso il Nord Stream 1 e il gasdotto Ucraina-Slovenia-Austria-Italia: su queste direttrici i flussi sono regolari, anzi, nel mese di marzo sono stati leggermente superiori ai due mesi precedenti. Sempre ieri è emerso che il governo italiano starebbe pensando di alzare il livello di allerta e passare dal preallarme (situazione in cui ci troviamo dal 26 febbraio scorso) a quello di allarme. Ciò, in considerazione della richiesta russa di ricevere i pagamenti in rubli, cosa che, come spieghiamo qui, in realtà non modifica nulla nei contratti e dunque di per sé non appare motivo di particolare allarme. Infatti la notizia è stata smentita nel tardo pomeriggio. Resta però la sensazione che il governo agisca, o meglio reagisca, al rallentatore e senza avere ben chiaro cosa fare. La situazione del sistema gas italiano è da allarme già da dicembre, quando i prezzi sono esplosi e hanno reso quelli estivi più alti di quelli invernali, così che, per gli operatori, è diventato proibitivo partecipare alle aste per gli stoccaggi (che infatti sono andate deserte). A stagione di riempimento iniziata, ancora il Mite non ha dato indicazioni su come intende rimediare. 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I numeri forniti ieri dall’amministratore delegato di Falck Renewables, Toni Volpe, alla presentazione del progetto alla stampa, sono importanti: un investimento di 14 miliardi per una potenza installata complessiva di 4.600 Mw e una stima di energia prodotta superiore ai 14 miliardi di kilowattora all’anno. Ricadute occupazionali dirette e indirette per 20.000 posti di lavoro, e un importante impatto sull’economia locale in termini di infrastrutture e rilancio delle attività marittime. «L’eolico marino galleggiante rappresenta uno straordinario punto di svolta perché, oltre a minimizzare l’impatto sull’ambiente, consente di produrre grandi quantità di energia rinnovabile», ha affermato Volpe. I tempi non sono brevi (si parla di un’entrata in esercizio nel 2029-2030), sia per via dei processi autorizzativi, per i quali si stimano almeno tre anni, sia per la parte di esecuzione lavori, per cui si ipotizzano tre-quattro anni. La realizzazione di un impianto eolico marino galleggiante è del resto decisamente più complessa di un impianto a terra. Soprattutto, impianti offshore di questa dimensione hanno delle ricadute locali notevoli che altri tipi di impianti a fonte rinnovabile non hanno, poiché la realizzazione di gran parte dei manufatti deve essere condotta in loco. Per i territori interessati ci sarebbero dei ritorni occupazionali importanti, oltre che investimenti infrastrutturali specifici. Riguardo alle obiezioni ambientaliste, legate all’impatto visivo e all’estensione dei parchi eolici, le due società garantiscono di avere già coinvolto le comunità locali. L’iniziativa, come ha specificato Ksenia Balanda, Direttore generale eolico marino Italia, sarà comunque rispettosa di tutte le normative in tema ambientale e di tutela della fauna ittica, nonché delle rotte migratorie e del fondale marino. Dai dati presentati emerge che la stima di producibilità di questi impianti è intorno alle 3.000-3.200 ore di funzionamento all’anno, un numero significativamente più alto della media degli impianti eolici italiani onshore. Per questi ultimi, infatti, la media è tra le 2.000 e le 2.200 ore di funzionamento. La notevole differenza si giustifica, secondo Carlos Martin (ceo di BlueFloat), con la maggiore costanza di vento nelle zone offshore selezionate. Anche la dimensione dell’investimento, 14 miliardi, è davvero notevole se rapportato al numero di Mw installati. Da un rapido calcolo, risulta che occorrono 3 milioni di euro di investimento per ogni megawatt di potenza installata. «Contiamo comunque sul fatto che la tecnologia, con il passare del tempo e l’accresciuta diffusione, sarà via via meno costosa», ha chiarito Volpe. L’energia prodotta sarà valorizzata con aste competitive, secondo il modello già utilizzato per le fonti rinnovabili, ma non si esclude anche una soluzione come il Power purchase agreement (Ppa) nel caso in cui ve ne fossero le condizioni. Il 2030 in effetti è ancora lontano. L’iniziativa, considerata la ancora scarsa diffusione di applicazioni galleggianti, appare coraggiosa ed attenuerebbe almeno in parte alcuni problemi tipici delle fonti rinnovabili in Italia, come le basse economie di scala e la producibilità eolica modesta. Non c’è che da sperare che i tempi autorizzativi possano essere snelliti.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
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