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2025-07-09
Sui dazi Berlino vuole la guerra Usa-Europa
Friedrich Merz e Donald Trump (Ansa)
Il bastone e la carota. È questa la strategia che Donald Trump sta continuando a usare sul commercio: una strategia che tuttavia sta irritando sia Berlino sia Pechino. Ma andiamo con ordine. L’altro ieri, il presidente americano ha inviato delle lettere a vari Paesi, fissando il livello tariffario che potrebbero dover affrontare per i beni da loro importati negli Stati Uniti. Giappone, Corea del Sud, Malesia, Kazakistan e Tunisia saranno soggetti a una pressione del 25%; Sudafrica e Bosnia del 30%; l’Indonesia del 32%; Bangladesh e Serbia del 35%; Cambogia e Thailandia del 36%; Laos e Myanmar, infine, del 40%. La Casa Bianca ha fatto inoltre sapere che, nei prossimi giorni, saranno inviate altre lettere. Il segretario al Commercio, Howard Lutnick, ha annunciato una quindicina di missive nei prossimi giorni.
Dall’altra parte, sempre lunedì, Trump ha firmato un ordine esecutivo stabilendo che le varie tariffe entreranno in vigore il 1° agosto: il che, come lasciato intendere dalla Cnn, ha scongiurato che le misure potessero scattare già oggi. Più ambiguo il presidente si è invece mostrato sulla deadline del 1° agosto stesso. Quando lunedì gli è stato chiesto se fosse «rigida», ha replicato: «Direi rigida, ma non rigida al 100%. Se ci chiamano e dicono che vorrebbero fare qualcosa di diverso, saremo aperti a questa possibilità». Tuttavia, tornando sull’argomento ieri, ha affermato: «Il pagamento delle tariffe inizierà il 1° agosto 2025. Questa data non ha subito modifiche e non subirà modifiche. In altre parole, tutti i pagamenti avverranno a partire dal 1° agosto 2025. Non saranno concesse proroghe». Il presidente non ha neanche escluso dei dazi «ancora più elevati».
Insomma, la Casa Bianca mostra, sì, un atteggiamento oscillante e fa la voce grossa, ma non sembra neanche propensa a una linea graniticamente dura. Pare piuttosto orientata a mettere sotto pressione i suoi interlocutori, in vista di ulteriori trattative. Non a caso, ieri, il presidente del Council of economic advisers della Casa Bianca, Stephen Miran, ha detto che potrebbero essere siglati dei nuovi accordi commerciali entro la fine di questa settimana. Sempre ieri, mentre La Verità andava in stampa, circolavano indiscrezioni secondo cui si fosse ormai a un passo da una «mini intesa» tra Washington e Nuova Delhi. Al contempo, il governo di Tokyo faceva sapere di voler proseguire «attivamente» le trattative con gli Usa, con particolare riferimento al settore automobilistico.
Continuano intanto i negoziati con l’Unione europea. Ieri, Trump ha detto che potrebbe presto fissare le aliquote tariffarie per l’Ue a cui potrebbe arrivare una lettera entro due giorni. Tutto questo, mentre, secondo Politico, Washington avrebbe proposto a Bruxelles un accordo in base a cui verrebbero imposti dazi del 10% a tutti i prodotti europei, pur a fronte di alcuni settori esentati (sono stati citati, in particolare, alcolici e aerei). Stando a Euractiv, i funzionari dell’Ue sarebbero comunque preoccupati, puntando alla salvaguardia di ulteriori comparti: siderurgia, automotive e farmaceutica. Nel frattempo, Bruxelles non esclude delle tariffe ritorsive in caso di naufragio dei negoziati con l’amministrazione statunitense: tariffe ritorsive che, in caso, potrebbero valere circa 72 miliardi di euro. Da questo punto di vista, è Berlino che spinge per l’approccio duro. «Vogliamo un accordo con gli americani, ma dico anche molto chiaramente che questo accordo deve essere equo. E, se non riusciremo a raggiungere un accordo equo con gli Stati Uniti, l’Unione europea dovrà adottare contromisure per proteggere la nostra economia», ha dichiarato ieri il ministro delle Finanze tedesco, Lars Klingbeil. Non è del resto un mistero che Berlino tema ricadute negative per la propria industria automobilistica. Al contempo, la Commissione europea sta incontrando delle difficoltà a tenere compatta l’Ue sulla questione dei dazi.
Ma Trump deve anche gestire il fronte cinese. Ieri, il Quotidiano del Popolo, vale a dire l’organo di stampa ufficiale del Pcc, ha annunciato che Pechino è pronta ad adottare delle «contromisure», qualora dovessero riprendere le tensioni commerciali tra Washington e la Repubblica popolare. Trump aveva d’altronde fatto sapere che avrebbe colpito con dazi più pesanti quei Paesi terzi che si fossero occupati di esportare merci cinesi verso gli Stati Uniti. Ricordiamo inoltre che Pechino ha tempo fino al 12 agosto per concludere un’intesa commerciale con Washington.
E attenzione: la Cina fa parte di quei Brics che Trump ha detto ieri di voler colpire «molto presto» con «dazi aggiuntivi al 10%». Il presidente americano si è irritato specialmente dopo che il blocco aveva de facto criticato la Casa Bianca sia per le politiche commerciali sia per i bombardamenti contro l’Iran (Paese che, ricordiamolo, è entrato nel gruppo). Vale la pena di sottolineare che, già a fine gennaio, Trump aveva lanciato minacce tariffarie contro i Brics a causa delle loro intenzioni volte a favorire un processo di de-dollarizzazione. La questione ha quindi anche una valenza di natura geopolitica, oltre che legata alla sicurezza nazionale. La Casa Bianca vede infatti nei dazi non solo uno strumento per tutelare i colletti blu della Rust belt ma anche per rendere più resilienti le catene di approvvigionamento: proprio ieri il presidente ha minacciato tariffe al 200% sui prodotti farmaceutici e ne ha annunciate altre al 50% sul rame.
Bilancio tedesco, 144 miliardi di buco. Ma è in arrivo una pioggia di sussidi
Il governo tedesco ha presentato al Bundestag il bilancio per il 2025 ed è subito polemica. Il ministro delle Finanze, il socialdemocratico Lars Klingbeil, ha presentato i conti per quest’anno, con grande ritardo a causa della congiuntura politica. Lo scorso anno proprio le discussioni sul bilancio 2025 portarono alla caduta del governo semaforo tra verdi, liberali e socialdemocratici. La Germania, dunque, si trova da gennaio in esercizio provvisorio e vi resterà fino all’approvazione di questo bilancio, prevista per settembre.
Il bilancio 2025 contiene una spesa di 503 miliardi di euro. Gli investimenti pubblici previsti ammontano a 115,7 miliardi di euro, di cui quasi 63 miliardi nel bilancio di base e il resto da fondi speciali. È previsto un nuovo debito di circa 143 miliardi di euro: 82 miliardi nel bilancio di base, 37 miliardi per le infrastrutture e 24 per la Difesa.
Il piano finanziario prevede un debito di 847 miliardi di euro al 2029, ma con un buco nel finanziamento di ben 144 miliardi dopo il 2027. Secondo le parole di Klingbeil, la maggiore crescita economica genererà le entrate necessarie a coprire il buco. Una bella scommessa, non c’è che dire, su cui ci sarà battaglia in Parlamento e su cui probabilmente anche la Corte dei conti avrà qualcosa da dire.
Il budget della Difesa passerà dai 62 miliardi di quest’anno a 153 miliardi nel 2029, pari al 3,5% del Pil, come da accordi in sede Nato.
Il ministro tedesco prevede un aumento degli interessi passivi sul debito, che raggiungeranno i 61,9 miliardi di euro nel 2029.
Al Bundestag il maggior partito di opposizione, Alternative für Deutschland (Afd), ha criticato l’aumento del debito: «I governi possono essere cacciati, ma il debito no», ha affermato l’esponente del partito Michael Espendiller. Per ragioni opposte, critiche anche le opposizioni di sinistra, Die Linke e i verdi.
Intanto ieri la Corte dei conti tedesca ha accusato il governo di inganno sulla spesa per la Difesa. La Corte critica Berlino per aver dichiarato nei suoi bilanci spese per la Difesa che in realtà sono destinate a tutt’altro. Questo dà al governo un margine di manovra per altre misure. La ragione di questi giochetti è semplice: la riforma costituzionale della scorsa primavera ha stabilito che tutte le spese per la Difesa superiori all’1% del Pil non saranno più soggette al freno al debito. Così, il governo ha deciso che la spesa di 1,2 miliardi di euro per il 2025 e di 1,5 miliardi di euro per gli anni successivi per il ripristino di strade e ferrovie sarà ora a carico del ministero della Difesa, insieme con altre spese per 3 miliardi di euro.
Il governo guidato da Friedrich Merz prevede altresì un piano di sussidi da 4 miliardi destinato a ridurre i costi energetici per circa 2.200 imprese per tre anni. Il sussidio coprirà il 50% del prezzo dell’energia per le aziende energivore con un minimo di 50 euro/megawattora. Su questa misura vi è stata grande polemica nel Paese, perché il governo ha annullato le agevolazioni fiscali sull’elettricità promesse nell’accordo di coalizione. Il ministro dell’Economia Katherina Reiche (Cdu) ha detto agli industriali che occorreva trovare un compromesso «tra le possibilità finanziarie e la realtà». Vi saranno inoltre sgravi fiscali per le imprese per circa 46 miliardi nel quadriennio 2025-29.
L’economia continua però a preoccupare. Dopo il dato sugli ordini manifatturieri, in calo dell’1,4% (il calo degli ordini interni è del 7,8% e quello dall’area euro è del 6,5%), è arrivato il dato sulle esportazioni tedesche, in calo a maggio (-1,4% a 129,4 miliardi) a causa della domanda statunitense più debole degli ultimi tre anni. Unico dato positivo, la produzione industriale di maggio, che è salita dell’1,2% rispetto al mese precedente e dell’1% rispetto ad un anno prima.
Intanto, la Porsche continua a perdere quote di mercato in Cina, mentre nel complesso nel primo semestre le vendite del gruppo sono in calo del 6%. E ieri Daimler truck ha annunciato il taglio di 5.000 posti di lavoro in Germania.
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Mentre continua la trattativa, la Germania alza il tiro: «Contromisure senza un accordo equo». Trump: «La scadenza del 1° agosto non verrà spostata. Lettera all’Ue entro due giorni. In arrivo altre sanzioni al 200% sui farmaci, al 50% sul rame e al 10% sui Brics».Germania, presentata la manovra: aiuti per le imprese energivore e maxi spese per la Difesa.Lo speciale contiene due articoli.Il bastone e la carota. È questa la strategia che Donald Trump sta continuando a usare sul commercio: una strategia che tuttavia sta irritando sia Berlino sia Pechino. Ma andiamo con ordine. L’altro ieri, il presidente americano ha inviato delle lettere a vari Paesi, fissando il livello tariffario che potrebbero dover affrontare per i beni da loro importati negli Stati Uniti. Giappone, Corea del Sud, Malesia, Kazakistan e Tunisia saranno soggetti a una pressione del 25%; Sudafrica e Bosnia del 30%; l’Indonesia del 32%; Bangladesh e Serbia del 35%; Cambogia e Thailandia del 36%; Laos e Myanmar, infine, del 40%. La Casa Bianca ha fatto inoltre sapere che, nei prossimi giorni, saranno inviate altre lettere. Il segretario al Commercio, Howard Lutnick, ha annunciato una quindicina di missive nei prossimi giorni.Dall’altra parte, sempre lunedì, Trump ha firmato un ordine esecutivo stabilendo che le varie tariffe entreranno in vigore il 1° agosto: il che, come lasciato intendere dalla Cnn, ha scongiurato che le misure potessero scattare già oggi. Più ambiguo il presidente si è invece mostrato sulla deadline del 1° agosto stesso. Quando lunedì gli è stato chiesto se fosse «rigida», ha replicato: «Direi rigida, ma non rigida al 100%. Se ci chiamano e dicono che vorrebbero fare qualcosa di diverso, saremo aperti a questa possibilità». Tuttavia, tornando sull’argomento ieri, ha affermato: «Il pagamento delle tariffe inizierà il 1° agosto 2025. Questa data non ha subito modifiche e non subirà modifiche. In altre parole, tutti i pagamenti avverranno a partire dal 1° agosto 2025. Non saranno concesse proroghe». Il presidente non ha neanche escluso dei dazi «ancora più elevati». Insomma, la Casa Bianca mostra, sì, un atteggiamento oscillante e fa la voce grossa, ma non sembra neanche propensa a una linea graniticamente dura. Pare piuttosto orientata a mettere sotto pressione i suoi interlocutori, in vista di ulteriori trattative. Non a caso, ieri, il presidente del Council of economic advisers della Casa Bianca, Stephen Miran, ha detto che potrebbero essere siglati dei nuovi accordi commerciali entro la fine di questa settimana. Sempre ieri, mentre La Verità andava in stampa, circolavano indiscrezioni secondo cui si fosse ormai a un passo da una «mini intesa» tra Washington e Nuova Delhi. Al contempo, il governo di Tokyo faceva sapere di voler proseguire «attivamente» le trattative con gli Usa, con particolare riferimento al settore automobilistico. Continuano intanto i negoziati con l’Unione europea. Ieri, Trump ha detto che potrebbe presto fissare le aliquote tariffarie per l’Ue a cui potrebbe arrivare una lettera entro due giorni. Tutto questo, mentre, secondo Politico, Washington avrebbe proposto a Bruxelles un accordo in base a cui verrebbero imposti dazi del 10% a tutti i prodotti europei, pur a fronte di alcuni settori esentati (sono stati citati, in particolare, alcolici e aerei). Stando a Euractiv, i funzionari dell’Ue sarebbero comunque preoccupati, puntando alla salvaguardia di ulteriori comparti: siderurgia, automotive e farmaceutica. Nel frattempo, Bruxelles non esclude delle tariffe ritorsive in caso di naufragio dei negoziati con l’amministrazione statunitense: tariffe ritorsive che, in caso, potrebbero valere circa 72 miliardi di euro. Da questo punto di vista, è Berlino che spinge per l’approccio duro. «Vogliamo un accordo con gli americani, ma dico anche molto chiaramente che questo accordo deve essere equo. E, se non riusciremo a raggiungere un accordo equo con gli Stati Uniti, l’Unione europea dovrà adottare contromisure per proteggere la nostra economia», ha dichiarato ieri il ministro delle Finanze tedesco, Lars Klingbeil. Non è del resto un mistero che Berlino tema ricadute negative per la propria industria automobilistica. Al contempo, la Commissione europea sta incontrando delle difficoltà a tenere compatta l’Ue sulla questione dei dazi. Ma Trump deve anche gestire il fronte cinese. Ieri, il Quotidiano del Popolo, vale a dire l’organo di stampa ufficiale del Pcc, ha annunciato che Pechino è pronta ad adottare delle «contromisure», qualora dovessero riprendere le tensioni commerciali tra Washington e la Repubblica popolare. Trump aveva d’altronde fatto sapere che avrebbe colpito con dazi più pesanti quei Paesi terzi che si fossero occupati di esportare merci cinesi verso gli Stati Uniti. Ricordiamo inoltre che Pechino ha tempo fino al 12 agosto per concludere un’intesa commerciale con Washington.E attenzione: la Cina fa parte di quei Brics che Trump ha detto ieri di voler colpire «molto presto» con «dazi aggiuntivi al 10%». Il presidente americano si è irritato specialmente dopo che il blocco aveva de facto criticato la Casa Bianca sia per le politiche commerciali sia per i bombardamenti contro l’Iran (Paese che, ricordiamolo, è entrato nel gruppo). Vale la pena di sottolineare che, già a fine gennaio, Trump aveva lanciato minacce tariffarie contro i Brics a causa delle loro intenzioni volte a favorire un processo di de-dollarizzazione. La questione ha quindi anche una valenza di natura geopolitica, oltre che legata alla sicurezza nazionale. La Casa Bianca vede infatti nei dazi non solo uno strumento per tutelare i colletti blu della Rust belt ma anche per rendere più resilienti le catene di approvvigionamento: proprio ieri il presidente ha minacciato tariffe al 200% sui prodotti farmaceutici e ne ha annunciate altre al 50% sul rame.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/germania-usa-dazi-2672964378.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bilancio-tedesco-144-miliardi-di-buco-ma-e-in-arrivo-una-pioggia-di-sussidi" data-post-id="2672964378" data-published-at="1752005069" data-use-pagination="False"> Bilancio tedesco, 144 miliardi di buco. Ma è in arrivo una pioggia di sussidi Il governo tedesco ha presentato al Bundestag il bilancio per il 2025 ed è subito polemica. Il ministro delle Finanze, il socialdemocratico Lars Klingbeil, ha presentato i conti per quest’anno, con grande ritardo a causa della congiuntura politica. Lo scorso anno proprio le discussioni sul bilancio 2025 portarono alla caduta del governo semaforo tra verdi, liberali e socialdemocratici. La Germania, dunque, si trova da gennaio in esercizio provvisorio e vi resterà fino all’approvazione di questo bilancio, prevista per settembre.Il bilancio 2025 contiene una spesa di 503 miliardi di euro. Gli investimenti pubblici previsti ammontano a 115,7 miliardi di euro, di cui quasi 63 miliardi nel bilancio di base e il resto da fondi speciali. È previsto un nuovo debito di circa 143 miliardi di euro: 82 miliardi nel bilancio di base, 37 miliardi per le infrastrutture e 24 per la Difesa.Il piano finanziario prevede un debito di 847 miliardi di euro al 2029, ma con un buco nel finanziamento di ben 144 miliardi dopo il 2027. Secondo le parole di Klingbeil, la maggiore crescita economica genererà le entrate necessarie a coprire il buco. Una bella scommessa, non c’è che dire, su cui ci sarà battaglia in Parlamento e su cui probabilmente anche la Corte dei conti avrà qualcosa da dire.Il budget della Difesa passerà dai 62 miliardi di quest’anno a 153 miliardi nel 2029, pari al 3,5% del Pil, come da accordi in sede Nato.Il ministro tedesco prevede un aumento degli interessi passivi sul debito, che raggiungeranno i 61,9 miliardi di euro nel 2029.Al Bundestag il maggior partito di opposizione, Alternative für Deutschland (Afd), ha criticato l’aumento del debito: «I governi possono essere cacciati, ma il debito no», ha affermato l’esponente del partito Michael Espendiller. Per ragioni opposte, critiche anche le opposizioni di sinistra, Die Linke e i verdi.Intanto ieri la Corte dei conti tedesca ha accusato il governo di inganno sulla spesa per la Difesa. La Corte critica Berlino per aver dichiarato nei suoi bilanci spese per la Difesa che in realtà sono destinate a tutt’altro. Questo dà al governo un margine di manovra per altre misure. La ragione di questi giochetti è semplice: la riforma costituzionale della scorsa primavera ha stabilito che tutte le spese per la Difesa superiori all’1% del Pil non saranno più soggette al freno al debito. Così, il governo ha deciso che la spesa di 1,2 miliardi di euro per il 2025 e di 1,5 miliardi di euro per gli anni successivi per il ripristino di strade e ferrovie sarà ora a carico del ministero della Difesa, insieme con altre spese per 3 miliardi di euro.Il governo guidato da Friedrich Merz prevede altresì un piano di sussidi da 4 miliardi destinato a ridurre i costi energetici per circa 2.200 imprese per tre anni. Il sussidio coprirà il 50% del prezzo dell’energia per le aziende energivore con un minimo di 50 euro/megawattora. Su questa misura vi è stata grande polemica nel Paese, perché il governo ha annullato le agevolazioni fiscali sull’elettricità promesse nell’accordo di coalizione. Il ministro dell’Economia Katherina Reiche (Cdu) ha detto agli industriali che occorreva trovare un compromesso «tra le possibilità finanziarie e la realtà». Vi saranno inoltre sgravi fiscali per le imprese per circa 46 miliardi nel quadriennio 2025-29.L’economia continua però a preoccupare. Dopo il dato sugli ordini manifatturieri, in calo dell’1,4% (il calo degli ordini interni è del 7,8% e quello dall’area euro è del 6,5%), è arrivato il dato sulle esportazioni tedesche, in calo a maggio (-1,4% a 129,4 miliardi) a causa della domanda statunitense più debole degli ultimi tre anni. Unico dato positivo, la produzione industriale di maggio, che è salita dell’1,2% rispetto al mese precedente e dell’1% rispetto ad un anno prima.Intanto, la Porsche continua a perdere quote di mercato in Cina, mentre nel complesso nel primo semestre le vendite del gruppo sono in calo del 6%. E ieri Daimler truck ha annunciato il taglio di 5.000 posti di lavoro in Germania.
Manifestanti bloccano la strada del Brennero (Getty Images)
In pratica, vorrebbe che gran parte del traffico fosse dirottato altrove o che le merci transitassero su rotaia invece che su gomma. L’aspirazione ovviamente è legittima, perché il transito di migliaia di Tir (se ne calcolano almeno 6.500-7.000 al giorno, pari a 2,4-2,5 milioni di mezzi pesanti all’anno), oltre a intasare l’autostrada, genera sicuramente inquinamento.
Ma poi bisogna fare i conti con la realtà, e se i camion sull’A22 non piacciono non è che i treni che bucano le montagne siano poi accolti con gli applausi dagli stessi Verdi. Basta infatti rivolgere lo sguardo a Ovest per vedere l’opposizione che da anni impedisce la conclusione della linea ferroviaria che dovrebbe collegare l’Italia alla Francia, creando un corridoio per le merci.
In Val di Susa si combatte da anni una battaglia fra alcuni cosiddetti ambientalisti e le forze dell’ordine. Tutto all’insegna della difesa della natura e dell’inviolabilità della montagna. Sta di fatto che l’opera ha accumulato decenni di ritardo e ovviamente ha visto man mano lievitare i costi. Immaginate se qualcuno domani provasse ad aumentare il traffico merci via ferrovia lungo la rotta Brennero-Monaco. Prevedo già le barricate: e se questa volta sono scesi in autostrada in 2.000, in difesa dell’ambiente alpino, in caso di aumento della circolazione dei container su rotaia arriverebbe un esercito di contestatori, come è già accaduto in Piemonte.
Del resto, quando c’è da protestare ogni scusa è buona e dietro al verde spesso si nasconde il rosso antico: e se non si nasconde, si infila. Prendete quanto accaduto ieri. Il gruppo che ha bloccato l’A22 ha invaso la strada pacificamente, senza neppure fare troppo rumore e senza abusare della pazienza degli abitanti della zona. Tuttavia, al blocco autostradale qualcuno ha pensato bene di aggiungere anche il blocco ferroviario, appiccando un incendio a una centralina fondamentale per il traffico dei treni.
Risultato: anche la circolazione dei convogli è stata resa impraticabile. Per tutto il giorno né in auto né con un Frecciarossa è stato possibile raggiungere l’Austria, se non dopo gravi ritardi.
L’attentato, perché di questo si tratta, non è stato rivendicato e dunque è difficile capire se si tratti di qualche gruppo anarco-insurrezionalista o di qualche ultrà ambientalista. Ma poco importa, perché capita a volte che questi mondi si sfiorino e quando non si sfiorano c’è chi prova a inquinarli, contaminandoli in modo che dalla difesa della natura si passi all’offesa dell’ordine costituito.
Certi mondi - quello degli ambientalisti e quello dei comunisti duri e puri - dovrebbero invece essere ben distanti, per non nuocere alla causa dell’ecologia. Un esempio: la proposta lanciata da un esponente di Avs a Firenze, il quale parlando di crisi abitativa nel capoluogo toscano ha suggerito di requisire le case private. Un’idea che certo non ha nulla da spartire con episodi come quello della centralina di Verona, ma che è comunque da Stato socialista, dove la proprietà privata (difesa dalla Costituzione più bella del mondo) non è tutelata. Ma si sa, a certuni la carta su cui si regge la nostra Repubblica piace solo in determinate parti, mentre altre si preferisce dimenticarle.
Come dicevo, a volte gratti e sotto il verde spunta il rosso antico. Infatti, a Firenze, il gruppo Avs, alla sigla principale che significa Alleanza verdi e sinistra ha aggiunto «Ecolò», che allude all’ecologia ma contiene pure «co», che sta per comunisti.
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L’equazione che il governatore di Bankitalia Fabio Panetta ha messo in campo parlando di progressi digitali sembra non fare una grinza: l’Intelligenza artificiale è uno strumento imprescindibile per garantire sviluppo in un mondo sempre più competitivo. «Lo Stato può agire da committente primario dell’innovazione. Orientando la domanda pubblica verso applicazioni avanzate in settori come sanità, energia, sicurezza e mobilità, può aprire nuovi mercati, ridurre il rischio per i pionieri e accelerare la diffusione di nuove soluzioni». Perfetto, ma chi lo fa?
Chi mette i soldi sul tavolo? Nel 2025 gli Stati Uniti hanno raccolto 188,8 miliardi di dollari, più del doppio rispetto al 2024 e pari all’83,6% del totale globale dei finanziamenti in IA. La natura degli investimenti Usa è nettamente trainata dal privato, ma spesso la mano pubblica è «camuffata», nel senso che il governo investe tra i 250 e i 300 miliardi all’anno in appalti alle aziende tecnologiche private nei settori di Difesa, intelligence e sanità. La Cina, invece, statalizza sia gli investimenti sia le aziende: per il 2026, Xi Jinping ha fissato un budget di circa 61,8 miliardi di dollari. E in Europa? Molto dopo i colossi Usa e Cina, la Gran Bretagna (extra Ue) è il terzo Paese per investimenti privati in IA. Poi abbiamo Germania, Svezia e Francia, che bilanciano investimenti pubblici e privati.
Torniamo a Panetta e domandiamoci quanto cubino gli investimenti italiani e quale «rubinetto» li apra. La spesa pubblica certa sull’IA è di circa 2 miliardi nel triennio 2024-2026; sul fronte privato, gli investitori hanno annunciato fino a 25 miliardi nel 2026-2028. Siamo nella fascia medio-bassa delle grandi economie europee. Con questo quadro come si può pensare di realizzare quel che Panetta auspica quando l’Europa si è preoccupata in primis di normare l’IA e quasi per nulla di finanziarla? Siamo sempre lì: alla assoluta incapacità di «vedere» dove andrà il mondo. Eravamo in ritardo sul comparto difesa (tanto ci pensavano gli americani) e adesso ci sveniamo per le spese militari. Vogliamo competere nel mercato dell’IA ma siamo impigliati nelle stesse logiche contabilistiche che avevamo con le spese militari e che ci bloccano rispetto ai rincari energetici. Abbiamo chiesto una deroga al Patto di stabilità e ci sentiamo rispondere picche da Von der Leyen e Dombrovskis, il falco di Riga: ma come si può pensare di essere tra i top player globali quando siamo prigionieri di uno che arriva dalla Lettonia!
La questione energetica intacca anche l’IA. Panetta chiede di spingere, ma qualcuno ha messo nero su bianco il surplus di consumo che i cloud assorbono? Il consumo elettrico globale dei data center raggiungerà circa 1.050 TWh entro fine 2026: è oltre tre volte il fabbisogno elettrico annuo dell’Italia. Guardando al 2030, il consumo elettrico complessivo dei data center potrebbe crescere fino al 127%. In Europa sono operativi quasi 3.000 data center, con consumi stimati in aumento fino a quasi 150 TWh entro il 2026. In Italia, tra il 2019 e il 2023 la domanda elettrica dei data center è già cresciuta del 50%, con un +144% dei consumi elettrici diretti. Si prevede che entro il 2030 il fabbisogno elettrico salirà a 20 TWh, circa il 6% dei consumi nazionali. In un Paese dove aprire il discorso sul gas e sul petrolio russo è come bestemmiare in chiesa, dove andiamo a prendere l’energia?
Ovviamente la stessa Ue si contorce nei paradossi normativi: come il lettone ci frega sui conti, un olandese (Frans Timmermans) ci aveva legati mani e piedi alla decarbonizzazione. Peccato che l’IA spinga nella direzione opposta sui consumi. Non abbiamo soldi, non abbiamo energia, ma vogliamo essere competitivi. E ancora non abbiamo toccato né il tema dei minerali per la componentistica dell’industria digitale, né la questione di chi esegua i lavori per alimentare le macchine. Per non dire della perdita dei posti di lavoro e quindi del welfare necessario per non avere una bomba sociale. Ce lo faremo spiegare da Dombrovskis, il falchetto di Riga. E dagli eurofanatici come lui.
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Mark Rutte (Ansa)
Come osservatori? Probabilmente qualcosa di più. Pertanto ritengo utile avviare una riflessione sulla futura alleanza globale delle democrazie sia contrapposta al blocco sinocentrico delle nazioni autoritarie sia in grado di avere una capacità ordinativa nei confronti delle molteplici e crescenti fonti di disordine mondiale.
Per l’Italia il tema è di massima priorità: è un piccolo potere geopolitico, ma una grande potenza economica dipendente dall’export, la quarta al mondo. Per aumentare l’export stesso (obiettivo fissato dal governo nel breve/medio termine a 700 miliardi anno a partire dai circa 630/35 correnti) ha bisogno che l’area dove poter fare operazioni commerciali in sicurezza (e quindi assicurabili) sia sempre più ampia e presidiata. L’opzione di strategia mercantilistica, cioè geopoliticamente neutrale, non è praticabile, se non in misura minima, da Roma. Semplificando, l’Italia non può essere la Svizzera. Pertanto ha bisogno di moltiplicatori di forza via alleanze «schierate». Finora tali moltiplicatori li ha trovati con un metodo di duplice alleanza con Ue e Stati Uniti, ma ora serve un moltiplicatore/ombrello più grande per sicurezza ed espansione economica.
Perché? L’America, pur superpotenza, è ormai piccola per sostenere da sola il ruolo di poliziotto e locomotiva del pianeta. In una conversazione come studente a Washington con Henry Kissinger nei primi anni ’70 dello scorso secolo tale valutazione era già chiara: condivise la necessità per gli Stati Uniti di passare da una gestione singola del pianeta a una collettiva. Ma nell’iniziativa Library Group non trovò alleati disposti a caricarsi di maggiori oneri (burden sharing) in particolare il Giappone per vincoli costituzionali demilitarizzanti e la Germania per priorità di finanziare un consenso interno ed una capacità economica utili per la riunificazione.
Quando nel 2007 presentai a Washington il libro detto sopra, i politici presenti, sia democratici sia repubblicani, concordarono a porte chiuse sull’insufficiente scala statunitense e, in particolare i repubblicani, sulla necessità di organizzare meglio le alleanze, ma precisarono che se l’avessero detto in campagna elettorale avrebbero perso il seggio: il punto era il dissenso dell’elettorato a cessioni di sovranità statunitense nei confronti di alleanze multilaterali. In particolare, più tecnicamente, i repubblicani confermarono la dottrina del National Interest (Condolezza Rice, 2000) contrapposta al globalismo: offrire agli alleati un ombrello, ma forzandoli a gestire con proprie forze i problemi di vicinato regionale. Concetto poi ripreso dall’amministrazione Obama (2008-16) con il motto: lead from behind (guidare da dietro). Donald Trump è il prodotto di un’America che si sente piccola e sfruttata e che vuole tornare grande con un metodo rivendicativo nei confronti degli alleati, oltre che tutti gli esportatori sul suo mercato interno, sul piano economico e meno erosivo sul piano militare.
Ma non sta funzionando: i dazi sono controproducenti per l’America e questa da sola non riesce a mantenere un monopolio della violenza utile per ottenere con sola deterrenza risultati geopolitici. Il tentativo di staccare la Russia dalla Cina per indebolire Pechino non sta funzionando e la Cina, pur disposta a collaborazioni intrabelliche selettive con l’America, ha una strategia di lungo termine di sostituzione dell’America stessa come primo potere globale. E sta mostrando di poterci riuscire. Per evitarlo, l’America sta rischierando le sue forze di deterrenza nel Pacifico togliendo una parte di risorse dal fronte europeo.
Ma tanti segnali indicano che a Washington c’è confusione sulla postura strategica utile per gli Stati Uniti: una specie di insalata tra strategia di dominio longitudinale delle Americhe, ritirismo, interventismo globale. Ma intravedo una possibile sintesi in questo pasticcio: il ritorno alla strategia del National Interest variata come ombrello per una convergenza più integrata tra alleati sui lati dell’Atlantico e del Pacifico. Il che sarebbe rilevante perché da decenni l’America vuole tenere separate le sue alleanze nei due oceani per poterle controllare con facilità. Forse Washington sta valutando che nel cambio di mondo in atto per contenere la Cina sia necessario integrare di più le alleanze di cui è parte. Non sarebbe una novità perché il senatore repubblicano John McCain, candidato contro Barack Obama nelle presidenziali del 2008, lanciò la proposta di Lega delle democrazie che implicava maggiore integrazione economica e militare tra loro.
È interesse degli europei far coincidere un’architettura della sicurezza con l’estensione dei trattati doganali a dazi minimizzati e commercio equo che l’Ue ha siglato e sta siglando nel Pacifico (per esempio Giappone ed India, negoziato con l’Australia, ecc) e nell’Atlantico (Canada, Messico, ecc.). È interesse dell’America poter contare sull’effetto scala e moltiplicatore di forza di un’alleanza globale dove resterebbe comunque prima potenza. Per questo mi auguro che l’invito ad Ankara delle nazioni del Pacifico includa loro figure politiche apicali per avviare un processo integrativo più profondo e rapido. Nel mio gruppo di ricerca tale movimento geopolitico viene definito come transizione dalla Pax Americana ad una Nova Pax, speranza strategica per le democrazie.
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Pete Hegseth (Ansa)
Secondo quanto riportato da Iran International, che cita fonti di Bloomberg, due notti fa un attacco missilistico balistico iraniano contro una base aerea kuwaitiana ha provocato feriti tra il personale americano e causato gravi danni a mezzi militari statunitensi. L’obiettivo era la base di Ali Al Salem. Le fonti riferiscono che la difesa aerea del Kuwait è riuscita a intercettare un missile Fateh-110, ma i detriti sono precipitati all’interno della struttura militare. Circa cinque persone, tra contractor e militari in servizio, hanno riportato ferite lievi. Un drone MQ-9 Reaper è stato distrutto, mentre un secondo velivolo dello stesso tipo avrebbe subito danni significativi.
Secondo Nbc, funzionari statunitensi stanno inoltre indagando sull’abbattimento di un caccia F-15E avvenuto ad aprile. Tra le ipotesi al vaglio vi è quella dell’utilizzo da parte iraniana di un sistema portatile di difesa aerea di fabbricazione cinese. L’ambasciata cinese negli Stati Uniti ha replicato affermando che Pechino gestisce le esportazioni di armamenti «in maniera responsabile e nel rispetto delle normative nazionali».
Sul piano diplomatico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito la disponibilità di Teheran a raggiungere un’intesa con Washington. Durante una conversazione telefonica con l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani, il presidente iraniano ha dichiarato che il suo Paese «è pronto a raggiungere un quadro dignitoso» per porre fine alla guerra e alle tensioni regionali. «L’Iran ha costantemente dimostrato il suo impegno per il dialogo», ha affermato Pezeshkian, invitando gli Stati Uniti a «ricambiare mostrando una reale volontà politica e rispettando gli obblighi internazionali». Washington però mantiene una posizione di forza. Intervenendo allo Shangri-La Dialogue di Singapore, il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha invitato gli alleati degli Usa a incrementare le spese militari e ad assumersi maggiori responsabilità. «Gli alleati che si rifiutano di farsi avanti e di fare la propria parte dovranno affrontare un netto cambiamento nel nostro modo di operare», ha dichiarato. Il capo del Pentagono ha poi lanciato un messaggio destinato soprattutto ai partner storici degli Stati Uniti compresa l’Ue: «L’era in cui gli Usa sovvenzionavano la difesa di nazioni ricche è finita. Abbiamo bisogno di partner, non di protettorati.
Cerchiamo alleanze fondate su responsabilità condivisa, non su dipendenza condivisa». Hegseth ha inoltre ribadito che l’amministrazione Trump considera prioritario impedire all’Iran di acquisire un’arma nucleare. «Abbiamo ancora obblighi globali per garantire che l’Iran non si doti di un’arma nucleare», ha affermato, aggiungendo che gli Stati Uniti sono «più che capaci di riprendere le operazioni militari» contro Teheran se i negoziati non dovessero produrre risultati. Hegseth infine ha riferito di aver parlato in mattinata con Donald Trump:«Il presidente mi ha chiesto di sottolineare ancora una volta la sua pazienza nel perseguire questo obiettivo», ha dichiarato il capo del Pentagono. «Con gli Stati Uniti impegnati in un’iniziativa di portata storica, ritiene che un accordo con Teheran sarebbe un buon accordo, anzi un ottimo accordo, e resta determinato a raggiungerlo». Hegseth ha poi lanciato un monito: «Se l’Iran non intende accettare un’intesa che garantisca in modo credibile la rinuncia alle armi nucleari, allora dovrà confrontarsi con la forza militare degli Stati Uniti».
Uno dei principali ostacoli ai negoziati è legato ai sei miliardi di dollari di fondi iraniani congelati in Qatar. Secondo il New York Post, Washington starebbe studiando una formula che consentirebbe lo sblocco graduale delle somme sotto forma di aiuti alimentari e forniture mediche. L’erogazione sarebbe però subordinata al raggiungimento di obiettivi concordati, tra cui la riapertura e la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz. I fondi derivano dall’accordo sullo scambio di prigionieri concluso nel 2023 tra Stati Uniti e Iran e furono congelati nuovamente dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre dello stesso anno. Nel frattempo il Centcom ha confermato che «le forze statunitensi restano presenti e vigili in tutta la regione mediorientale», mentre nello Stretto di Hormuz continuano le misure straordinarie di sicurezza.
Secondo il Wall Street Journal, diverse petroliere attraversano la rotta con i sistemi di identificazione elettronica disattivati e in coordinamento con le forze statunitensi, segno che la minaccia nella principale arteria energetica mondiale rimane elevata. A confermare che il traffico marittimo continua, seppur sotto stretto controllo, è anche l’agenzia iraniana Fars, secondo cui nelle ultime 24 ore venti navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz in coordinamento con la Marina delle Guardie rivoluzionarie iraniane. In questo contesto, secondo una fonte Usa citata da Associated press, Washington ha fermato una nuova nave mercantile diretta verso i porti iraniani. La portarinfuse Lian Star, battente bandiera del Gambia, sarebbe stata resa inoperativa nel Golfo di Oman dopo aver ignorato gli avvertimenti Usa. Sale così a sei il numero delle navi bloccate dagli Usa per aver tentato di violare il blocco navale contro l’Iran.
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