Qualcuno, per insultarla, l’ha chiamata «la regina delle terf», cioè delle «femministe radicali trans escludenti». ll fatto che abbia ricevuto e riceva tanti attacchi, in realtà, dimostra che Alessandra Asteriti - studiosa italiana di rilievo internazionale (ha insegnato in Germania e nel Regno Unito) esperta di diritto e questioni di genere - ha colto nel segno. Lo dimostra il fatto che le sue posizioni critiche, a lungo osteggiate da una parte del mondo progressista, ora stanno prendendo piede in varie nazioni europee.
Iniziamo dal Regno Unito. Lei è stata duramente attaccata per un articolo del 2023 sul Gender Recognition Act. Che cosa sosteneva in quel pezzo?
«Nell’articolo sostenevo che il Gender Recognition Act del 2004, una legge britannica che consente di cambiare il proprio sesso nel certificato di nascita senza alcuna transizione medica o farmacologica, debba essere abrogato, e l’identità di genere non aver alcun altro riconoscimento nel diritto che come un credo. Ai soliti attacchi da parte degli attivisti per i diritti trans si sono aggiunte le critiche dei cosiddetti “gender critical” che hanno rimarcato come il mio punto di vista fosse inattuabile politicamente o legalmente rischioso per via della giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani».
Sembra che alla fine le autorità politiche e sanitarie di alcune nazioni abbiano frenato sulla identità di genere. A che cosa si deve questa retromarcia, avvenuta ad esempio in Scozia e in Inghilterra?
«Considerato che la situazione in Scozia e in Inghilterra è diversa, dato il diverso assetto legislativo, Paesi come l’Inghilterra, la Danimarca, la Svezia, la Francia e diversi Stati negli Stati Uniti hanno posto un freno soprattutto nell’uso dei cosiddetti bloccanti della pubertà per l’assenza di dati sulla loro efficacia in studi condotti a livello nazionale, ad esempio il Rapporto Cass sull’operato dalla clinica Tavistock a Londra, che evidenziava la mancanza di statistiche affidabili e una certa negligenza nel monitoraggio dei pazienti (ricordiamoci che si tratta di minori), l’alta co-morbidità di questi pazienti (che presentano spesso anche disturbi dello spettro autistico, problemi psicologici, storie di abuso sessuale, anche in ambito familiare)».
Perché secondo lei una parte del femminismo, anche piuttosto consistente, ha invece sostenuto il self Id e altre istanze simili?
«Una domanda di difficile risposta. Alcune femministe erroneamente pensano che il self Id e i diritti trans in generale siano parte dello stesso “pacchetto” dei diritti Lgb (gli attivisti trans sono stati bravi e attaccarsi al carro dei diritti Lgb, sin dagli anni Novanta). Altre travisano il senso dell’essenzialismo biologico, confondendo il riconoscimento che le donne hanno diritti specifici in base al sesso con il concetto che le donne abbiano limitazioni specifiche in base al sesso, questa sì un’idea di una certa destra oscurantista e di certe correnti religiose, sia nel cristianesimo che nell’islam».
Quanto hanno pesato le discussioni sui temi del genere sulla vittoria di Trump negli Stati Uniti?
«Non ho vissuto la campagna elettorale negli Stati Uniti, ma certo, parlando con molte femministe americane che non si riconoscono nel falso progressismo dei diritti trans (sostenuto finanziariamente dall’industria farmaceutica americana che si stima raggiungerà i 5 miliardi di dollari entro il 2030), ho sentito che la campagna di Trump, per esempio sugli sport, abbia sortito l’effetto sperato. In America l’impegno sportivo delle bambine è pari a quello dei bambini, e l’ingresso di maschi che reclamano un’identità di genere femminile (mai il contrario, per ovvi motivi le femmine che dichiarano un’identità di genere maschile non sono competitive negli sport maschili) sta cominciando ad avere un notevole effetto: sono state contate più di 800 medaglie perse da atlete femmine, a tutti i livelli, a causa di ragazzi e uomini che dichiarano un’identità femminile. Non è un caso che uno degli ultimi spot elettorali di Trump fosse su Imane Khelif, l’atleta algerino che ha vinto la medaglia d’oro nella boxe alle Olimpiadi di Parigi».
La vicenda di Imane Khelif, tanto più con le recenti novità sul caso, ha fatto dibattere il mondo intero. Pensa che anche nel mondo dello sport assisteremo a qualche forma di reazione?
«Le ultime notizie ci raccontano di rapporti dettagliati di medici algerini e francesi che confermano come Khelif sia un uomo affetto da sindrome da deficit di 5α-reduttasi, una sindrome che colpisce i maschi che si presentano con organi sessuali ambigui alla nascita ma che hanno una pubertà maschile, non femminile. Purtroppo non esiste un approccio coerente al problema delle sindromi dello sviluppo sessuale nello sport, e dalle Olimpiadi di Atlanta nel 1996 i test di Dna (che sono assolutamente non invasivi, limitandosi a un tampone orale da eseguire solo una volta nell’intera carriera dell’atleta) non sono più effettuati, contro il parere espresso dalle atlete donne. In ogni caso tali sindromi non hanno nulla a che vedere con una supposta o dichiarata identità “trans”».
Secondo lei le istanze transgender hanno preso piede per ragioni, come dire, ideologiche oppure ci sono dietro interessi economici come qualcuno sostiene?
«Nel mio lavoro mi concentro sugli aspetti legali, soprattutto nel diritto internazionale, del concetto di identità di genere ed ho recentemente pubblicato un volume sull’identità di genere nel diritto internazionale. È importante notare che il vero problema non è una supposta identità transgender, ma la sostituzione del sesso, un dato oggettivo, con l’identità di genere, un’idea che rifugge una descrizione basata su dati oggettivi e che è aperta a falsificazioni ed abusi. Lascio alla politica, alla sociologia e alla filosofia il compito di rispondere alla domanda di chi benefici di questa sostituzione. Vorrei però aggiungere che portare avanti qualsiasi progetto di ricerca su questo argomento è molto difficile e vi sono molte ripercussioni negative per chi se ne occupa. Io stessa ho perso il mio lavoro in Germania e sicuramente le lamentele degli studenti sulle mie opinioni in merito al concetto di identità di genere hanno avuto un effetto. Ma più in generale si tratta di autocensura, cioè i docenti universitari evitano di toccare l’argomento e così le posizioni più estreme non vengono sottoposte ad alcuna critica e finiscono quindi per essere adottate non solo nell’ambito del dibattito intellettuale, ma come politiche e pratiche sia nelle università che in altri ambiti, sia nel privato che nel pubblico, senza che nessuno consideri gli effetti di queste politiche e di questa ideologia sulle donne. Uso il termine ideologia a proposito. Una cosa è dichiarare di avere un’identità di genere. Ognuno è libero di crederlo, a patto ovviamente che il suo credo non leda i diritti degli altri. Altro invece è dichiarare che “tutti” hanno un’identità di genere, anche se non ci credono, come fanno finanche le Nazioni Unite e l’Unione europea. Questo è un atto prettamente ideologico, non diverso dall’imposizione del credo in un’anima immortale su un ateo. Aldilà del mio interesse intellettuale per questo concetto nuovo e mai sottoposto ad un’analisi critica, i diritti delle donne, dei bambini e delle persone omosessuali sono affetti e modificati da questa ideologia. Pensiamo solo alle conseguenze per le donne lesbiche di un’ideologia che le costringe ad accettare uomini con un corpo maschile intatto come “lesbiche.” Nessuna legge deve essere cambiata senza un’analisi approfondita delle sue conseguenze. È evidente che modificare in modo così radicale il significato dei termini donna e uomo non può che avere conseguenze altrettanto radicali, soprattutto per le donne, che hanno diritti specifici in base al loro sesso, in base alla Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne. Credo fermamente che sia giunto il momento per gli esperti di diritto, i filosofi del diritto, i sociologi, i politici, di prendere in considerazione i diritti delle donne in quanto donne».