Una sentenza ripristina il buonsenso: no ai trans negli spogliatoi femminili

«La dignità delle ricorrenti è stata violata, creando un ambiente ostile, umiliante e degradante». Più che parole sono pietre, quelle di un tribunale britannico che ha definito «illegale» la presenza di uomini trans negli spogliatoi delle infermiere di un ospedale. Per capire meglio come si è giunti a tale sentenza - da alcuni già definita «storica» -, occorre riavvolgere il nastro degli eventi, riepilogandoli dal principio. La vicenda risale al 2023, quando alcune infermiere del Darlington Memorial Hospital hanno iniziato a manifestare disagio poché il loro spogliatoio era utilizzato anche da Rose Henderson, un uomo transgender. Decine di dipendenti hanno sollevato lamentele, segnalando come Henderson - per sua stessa ammissione - avesse una fidanzata e come, con lei, progettasse di concepire un figlio, a riprova del fatto che si tratta di «un maschio biologico sessualmente attivo».
Tutto inutile. Le pur energiche segnalazioni «di fatto non hanno portato a nulla», se non a continui rimpalli di responsabilità. Non solo: in base alla politica Transitioning in the workplace, l’azienda sanitaria aveva comunicato a quante si lamentavano che, se proprio avevano problemi a cambiarsi davanti a un uomo che «si sente» donna, avrebbero dovuto trovarsi loro degli spogliatoi alternativi. Non avendo più alternative, sette infermiere - affiancate dal Christian Legal Centre e assistite dall’avvocato Niazi Fetto - si sono così decise a sporgere denuncia contro il County Durham and Darlington Nhs foundation trust.
Al tribunale sono state sottoposte le testimonianze delle ricorrenti, tra cui quella di Tracey Hooper, la quale la prima volta che si è trovata nello spogliatoio con Henderson era senza parole: «Non potevo crederci. Era anche vestito in modo maschile: indossava una maglietta nera larga con una grande immagine rock o gotica sul davanti, jeans larghi e scarpe da ginnastica scure usate, non aveva trucco né gioielli». Un uomo come gli altri, insomma. La Hooper ha pure ammesso che, all’inizio, era scettica sul da farsi: «Ero titubante nell’esprimere le mie preoccupazioni perché temevo di essere etichettata come bigotta o transfobica». Superare le titubanze e i timori è stata un’ottima idea, dato che quattro giorni fa il tribunale, con una sentenza di 134 pagine, ha pienamente accolto le istanze delle infermiere.
C’è di più. Il giudice del lavoro Seamus Sweeney, che presiedeva la corte, ha stabilito che: «Obbligando i ricorrenti a condividere uno spogliatoio con una donna transgender biologicamente maschile il convenuto ha adottato una condotta indesiderata relativa al sesso e alla riassegnazione di genere, che ha avuto l’effetto di violare la dignità delle ricorrenti creando per loro un ambiente ostile, umiliante e degradante». Il giudice Sweeney ha rincarato la dose parlando di un ambiente lavorativo «ostile e intimidatorio», coi responsabili della sanità che, ignorando i loro obblighi ai sensi dell’Equality Act, hanno così «ignorato le preoccupazioni e delle infermiere» in favore di una politica «non legittima».
Quella delle infermiere - che avevano ricevuto il pubblico sostegno anche della scrittrice J.K. Rowling, da anni in prima linea in queste battaglie - è stata dunque una vittoria piena. Bethany Hutchison, infermiera di Darlington e presidente della Darlington Nursing Union, ha dichiarato: «Questa è una vittoria del buon senso e di ogni donna che vuole sentirsi al sicuro sul lavoro. Le donne meritano di accedere a spazi riservati a un solo sesso senza paura o intimidazione. Costringerci a spogliarci davanti a un uomo non è stato solo degradante, ma anche pericoloso». In effetti, il rispetto delle donne è un tema evocato spesso solo quando fa comodo; in tutti gli altri casi, come in questo, alle donne tocca ancora rivolgersi alla magistratura, pur di vedersi riconosciuti i loro diritti.






