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2024-11-18
Con la «trans rivoluzione» le élite forgiano il nuovo mondo
(Getty Images)
Ma perché, da qualche anno, non si fa altro che parlare di transgender? Per quale motivo un fenomeno statisticamente marginale che fino a poco tempo fa era pressoché ignorato oggi domina la scena, si è imposto come tema di discussione fra gli adulti ed è entrato di prepotenza nella vita dei giovani? Per capirlo è fondamentale la lettura di una antologia curata dalla sociologa femminista Daniela Danna. Si intitola Il nuovo volto del patriarcato ed è scaricabile dal sito www.danieladanna.it.
Come spiega Danna nell’introduzione, la «questione trans ha colonizzato, o meglio dirottato il movimento omosessuale, e coloro che la propugnano vanno chiamati transattivisti. Non è detto né ha importanza che siano persone con identità trans: sono attivisti politici che richiedono una trasformazione profonda della società, da ottenere con nuove leggi, premietti e sanzioni, e le loro richieste nel pacchetto gender sono perfettamente in linea con la deriva orwelliana di un potere mondiale sempre più concentrato nelle multinazionali. Orwelliana è anche l’accusa di bigottismo a chi si oppone ai vari punti del pacchetto gender, curiosa accusa di passatismo religioso che andrebbe approfondita nella sua origine e modi di impiego, sempre a sproposito e per diffamare – un po’ come complottismo in altri ambiti politici».
Che cos’è, dunque, questo «pacchetto gender»? Daniela Danna lo spiega bene: «Si tratta di ottenere 1) l’autoidentificazione e dichiarazione del proprio sesso/genere, completa di sanzioni per il deadnaming e misgendering, cioè chiamare qualcuno col nome che aveva prima di transizionare, e usare il genere grammaticale non gradito a chi si dichiara transgender; 2) il trattamento affermativo dei presunti minori trans (che non possono univocamente essere identificati, come dimostra anche il fenomeno di chi detransiziona dopo la maggiore età); 3) il riconoscimento giuridico della compravendita di neonati commissionati (asetticamente detta Gpa, che sta per gestazione per altri, come se la gravidanza non dovesse mai finire); 4) la piena legalizzazione, chiamata anche decriminalizzazione, dello sfruttamento sessuale a pagamento».
Tutte queste istanze sono state presentate nel corso degli anni come la nuova frontiera del progressismo. Che cosa siano nei fatti lo chiarisce Brendan O’Neill in un intervento intitolato «Trans: la nuova ideologia della classe dominante. Come i transattivisti sono diventati i soldatini del regime dei padroni». Secondo O’Neill, gli «agitatori post–sessuali si credono militanti gender–bending che mettono a soqquadro la vecchia società. In realtà, sono i soldatini della classe padronale, sono i pesi morali del capitalismo che aiutano a tenere al loro posto le Karen la classe operaia bianca e simili bassezze».
Il capitalismo, dice O’Neill, ama il transgenderismo. «La politica identitaria, con il transattivismo in prima linea, è la nuova ideologia della classe dirigente», spiega. «Quando la macchina dello Stato abbraccia il pensiero post–sessuale, quando sia la polizia che l’esercito si coprono con i colori del Pride e quando i capitani di quello che oggi passa per capitalismo dichiarano con orgoglio i loro pronomi e castigano la gente piccola che non fa altrettanto, si sa che il problema non sono più quei ventenni dai capelli blu su TikTok. No, è il potere stesso che si sta riorganizzando intorno ai culti dell’identità e della fluidità, a vantaggio della classe dirigente e a scapito della classe lavoratrice. Lavoratori di tutto il mondo, unitevi: non avete nulla da perdere se non i vostri distintivi con i pronomi».
Questo è il nocciolo della questione: non si tratta di difendere i diritti delle persone trans, ma di condurre una rivoluzione antropologica che giova agli interessi dell’élite. Una rivoluzione che, negli ultimi tempi, ha subito molte battute d’arresto. Donald Trump negli Usa promette un cambio di rotta sulla questione trans. In Inghilterra, Scozia e in altre nazioni si è posto un freno al cambiamento di sesso per i minori. Ma il veleno woke è penetrato in profondità nelle società occidentali, e liberarsene è complicato: la battaglia è appena iniziata.
«L’ideologia gender calpesta soprattutto i diritti delle donne»
Qualcuno, per insultarla, l’ha chiamata «la regina delle terf», cioè delle «femministe radicali trans escludenti». ll fatto che abbia ricevuto e riceva tanti attacchi, in realtà, dimostra che Alessandra Asteriti - studiosa italiana di rilievo internazionale (ha insegnato in Germania e nel Regno Unito) esperta di diritto e questioni di genere - ha colto nel segno. Lo dimostra il fatto che le sue posizioni critiche, a lungo osteggiate da una parte del mondo progressista, ora stanno prendendo piede in varie nazioni europee.
Iniziamo dal Regno Unito. Lei è stata duramente attaccata per un articolo del 2023 sul Gender Recognition Act. Che cosa sosteneva in quel pezzo?
«Nell’articolo sostenevo che il Gender Recognition Act del 2004, una legge britannica che consente di cambiare il proprio sesso nel certificato di nascita senza alcuna transizione medica o farmacologica, debba essere abrogato, e l’identità di genere non aver alcun altro riconoscimento nel diritto che come un credo. Ai soliti attacchi da parte degli attivisti per i diritti trans si sono aggiunte le critiche dei cosiddetti “gender critical” che hanno rimarcato come il mio punto di vista fosse inattuabile politicamente o legalmente rischioso per via della giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani».
Sembra che alla fine le autorità politiche e sanitarie di alcune nazioni abbiano frenato sulla identità di genere. A che cosa si deve questa retromarcia, avvenuta ad esempio in Scozia e in Inghilterra?
«Considerato che la situazione in Scozia e in Inghilterra è diversa, dato il diverso assetto legislativo, Paesi come l’Inghilterra, la Danimarca, la Svezia, la Francia e diversi Stati negli Stati Uniti hanno posto un freno soprattutto nell’uso dei cosiddetti bloccanti della pubertà per l’assenza di dati sulla loro efficacia in studi condotti a livello nazionale, ad esempio il Rapporto Cass sull’operato dalla clinica Tavistock a Londra, che evidenziava la mancanza di statistiche affidabili e una certa negligenza nel monitoraggio dei pazienti (ricordiamoci che si tratta di minori), l’alta co-morbidità di questi pazienti (che presentano spesso anche disturbi dello spettro autistico, problemi psicologici, storie di abuso sessuale, anche in ambito familiare)».
Perché secondo lei una parte del femminismo, anche piuttosto consistente, ha invece sostenuto il self Id e altre istanze simili?
«Una domanda di difficile risposta. Alcune femministe erroneamente pensano che il self Id e i diritti trans in generale siano parte dello stesso “pacchetto” dei diritti Lgb (gli attivisti trans sono stati bravi e attaccarsi al carro dei diritti Lgb, sin dagli anni Novanta). Altre travisano il senso dell’essenzialismo biologico, confondendo il riconoscimento che le donne hanno diritti specifici in base al sesso con il concetto che le donne abbiano limitazioni specifiche in base al sesso, questa sì un’idea di una certa destra oscurantista e di certe correnti religiose, sia nel cristianesimo che nell’islam».
Quanto hanno pesato le discussioni sui temi del genere sulla vittoria di Trump negli Stati Uniti?
«Non ho vissuto la campagna elettorale negli Stati Uniti, ma certo, parlando con molte femministe americane che non si riconoscono nel falso progressismo dei diritti trans (sostenuto finanziariamente dall’industria farmaceutica americana che si stima raggiungerà i 5 miliardi di dollari entro il 2030), ho sentito che la campagna di Trump, per esempio sugli sport, abbia sortito l’effetto sperato. In America l’impegno sportivo delle bambine è pari a quello dei bambini, e l’ingresso di maschi che reclamano un’identità di genere femminile (mai il contrario, per ovvi motivi le femmine che dichiarano un’identità di genere maschile non sono competitive negli sport maschili) sta cominciando ad avere un notevole effetto: sono state contate più di 800 medaglie perse da atlete femmine, a tutti i livelli, a causa di ragazzi e uomini che dichiarano un’identità femminile. Non è un caso che uno degli ultimi spot elettorali di Trump fosse su Imane Khelif, l’atleta algerino che ha vinto la medaglia d’oro nella boxe alle Olimpiadi di Parigi».
La vicenda di Imane Khelif, tanto più con le recenti novità sul caso, ha fatto dibattere il mondo intero. Pensa che anche nel mondo dello sport assisteremo a qualche forma di reazione?
«Le ultime notizie ci raccontano di rapporti dettagliati di medici algerini e francesi che confermano come Khelif sia un uomo affetto da sindrome da deficit di 5α-reduttasi, una sindrome che colpisce i maschi che si presentano con organi sessuali ambigui alla nascita ma che hanno una pubertà maschile, non femminile. Purtroppo non esiste un approccio coerente al problema delle sindromi dello sviluppo sessuale nello sport, e dalle Olimpiadi di Atlanta nel 1996 i test di Dna (che sono assolutamente non invasivi, limitandosi a un tampone orale da eseguire solo una volta nell’intera carriera dell’atleta) non sono più effettuati, contro il parere espresso dalle atlete donne. In ogni caso tali sindromi non hanno nulla a che vedere con una supposta o dichiarata identità “trans”».
Secondo lei le istanze transgender hanno preso piede per ragioni, come dire, ideologiche oppure ci sono dietro interessi economici come qualcuno sostiene?
«Nel mio lavoro mi concentro sugli aspetti legali, soprattutto nel diritto internazionale, del concetto di identità di genere ed ho recentemente pubblicato un volume sull’identità di genere nel diritto internazionale. È importante notare che il vero problema non è una supposta identità transgender, ma la sostituzione del sesso, un dato oggettivo, con l’identità di genere, un’idea che rifugge una descrizione basata su dati oggettivi e che è aperta a falsificazioni ed abusi. Lascio alla politica, alla sociologia e alla filosofia il compito di rispondere alla domanda di chi benefici di questa sostituzione. Vorrei però aggiungere che portare avanti qualsiasi progetto di ricerca su questo argomento è molto difficile e vi sono molte ripercussioni negative per chi se ne occupa. Io stessa ho perso il mio lavoro in Germania e sicuramente le lamentele degli studenti sulle mie opinioni in merito al concetto di identità di genere hanno avuto un effetto. Ma più in generale si tratta di autocensura, cioè i docenti universitari evitano di toccare l’argomento e così le posizioni più estreme non vengono sottoposte ad alcuna critica e finiscono quindi per essere adottate non solo nell’ambito del dibattito intellettuale, ma come politiche e pratiche sia nelle università che in altri ambiti, sia nel privato che nel pubblico, senza che nessuno consideri gli effetti di queste politiche e di questa ideologia sulle donne. Uso il termine ideologia a proposito. Una cosa è dichiarare di avere un’identità di genere. Ognuno è libero di crederlo, a patto ovviamente che il suo credo non leda i diritti degli altri. Altro invece è dichiarare che “tutti” hanno un’identità di genere, anche se non ci credono, come fanno finanche le Nazioni Unite e l’Unione europea. Questo è un atto prettamente ideologico, non diverso dall’imposizione del credo in un’anima immortale su un ateo. Aldilà del mio interesse intellettuale per questo concetto nuovo e mai sottoposto ad un’analisi critica, i diritti delle donne, dei bambini e delle persone omosessuali sono affetti e modificati da questa ideologia. Pensiamo solo alle conseguenze per le donne lesbiche di un’ideologia che le costringe ad accettare uomini con un corpo maschile intatto come “lesbiche.” Nessuna legge deve essere cambiata senza un’analisi approfondita delle sue conseguenze. È evidente che modificare in modo così radicale il significato dei termini donna e uomo non può che avere conseguenze altrettanto radicali, soprattutto per le donne, che hanno diritti specifici in base al loro sesso, in base alla Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne. Credo fermamente che sia giunto il momento per gli esperti di diritto, i filosofi del diritto, i sociologi, i politici, di prendere in considerazione i diritti delle donne in quanto donne».
Quei falsi miti sulla disforia dei minori
È fin troppo facile, di questi tempi, sentir parlare di disforia di genere. Più difficile è comprendere di che si tratti esattamente, dato che non si può definirla una patologia (tale non la considerano i manuali diagnostici recenti) ma si tende spesso ad affrontarla avviando ragazzi e ragazze verso la transizione di genere. Per chiarirsi le idee è utilissimo un libro pubblicato da Mimesis e realizzato da Fulvia Signani, psicologa e specialista di gender medicine dell’Università di Ferrara. Si intitola Potenziare la gender medicine, e contiene capitoli dedicati alla disforia e ai minori trans.
«La disforia di genere viene identificata dal manuale della psichiatria internazionale, il Dsm, come una sorta di disallineamento che la persona vive con il proprio corpo, non sentendolo conforme alla sua identità di genere. E quindi è un malessere manifestato con verbalizzazioni molto semplici, almeno nelle prime fasi: “Sono maschio ma mi sento femmina; sono femmina ma mi sento maschio…”», ci spiega la professoressa Signani. «Oggi il tema è cogente, perché il fenomeno è molto diffuso e possiamo anche dire inedito: non si è mai manifestato con eguale portata nella storia dell’umanità. Ci sono sempre state situazioni in cui persone non si sentivano a proprio agio nel corpo, ma ad allarmare è il fatto che sia così tanto diffuso». Come noto, la questione è divenuta anche politica poiché, nota la studiosa, si discute molto di «autodichiarazioni» e «affermazioni di genere». E il cosiddetto «approccio affermativo» è quello che va per la maggiore: consiste nell’assecondare e talvolta incentivare il fatto che un ragazzino o una ragazzina si dichiarino appartenenti al sesso opposto. «Sono autodichiarazioni spesso inappropriate», dice Signani. «Io sono prima di tutto una psicologa e attingendo alla psicologia dello sviluppo e agli studi che sono stati fatti finora sappiamo che se parliamo di bambini stiamo trattando persone in età evolutiva, che non hanno ancora maturato tutte le capacità cognitive, emotive e psicologiche per poter avere una piena consapevolezza di sé. Si parla tanto di inclusione, ma quello che succede è che vengono esclusi i bambini: per i bambini non c’è più spazio, non gli si consentono più manifestazioni anche temporanee di disagio, che magari possono evolvere in altri modi».
La grande domanda è: come siamo giunti a questo punto? Perché la disforia di genere è così diffusa? Alcuni studiosi in questi anni hanno parlato di «contagio sociale», e sono immediatamente stati attaccati dagli attivisti Lgbt e dai vertici politicamente corretti del mondo accademico. Ma l’ipotesi che possa esserci una sorta di influenza ambientale è piuttosto concreta. «L’aspetto del contagio sociale finora è stato assolutamente trascurato», spiega Signani. «Nel libro invece spieghiamo che bisogna tenerlo in grande considerazione. In Francia l’Académie Nationale de Médecine è intervenuta con fermezza sulla questione con il documento “La medicina di fronte alla transidentità di genere nei bambini e negli adolescenti” nel quale si fa riferimento ai possibili meccanismi che agiscono influenzando le/gli adolescenti (uso esagerato dei social network, maggiore accettabilità sociale o esempi negli amici, a scuola e nella famiglia) affermando che al momento quello dei minori con disforia di genere è un fenomeno che si può definire di tipo epidemico, poiché non si tratta solo della comparsa di casi, ma addirittura, di focolai di casi».
Il fatto è che in questo contesto si rischia di avviare i più giovani lungo percorsi rischiosi, da cui non si torna indietro. «Io sono portavoce dell’associazione Generazione D che riunisce circa 150 genitori che cercano di difendere i propri figli dalla medicalizzazione e farmacologizzazione precoce, strada che al momento viene presentata come unica possibile», dice la professoressa. L’alternativa è un «percorso esplorativo», che dà a ragazze e ragazzi la possibilità di comprendere meglio sé stessi e approfondire il rapporto con il corpo senza forzature.
«Purtroppo al momento non trova un’adesione così diffusa nei miei colleghi e colleghe psicologi tanto da poter dire scelgo quella strada o l’altra», sospira Signani. «Il servizio sanitario pubblico offre solo l’approccio che si chiama affermativo, quello che viene da un’esperienza olandese degli anni Novanta e che tende a prendere per buona l’affermazione del bambino o della bambina». Per imporre questo approccio e farlo accettare ai genitori talvolta si fa ricorso a quello che sembra un ricatto morale. Si dice che i minori con disforia di genere siano a elevatissimo rischio suicidio, cosa che convince le famiglie ad avviarli rapidamente alla transizione. Il fatto è che i dati non confermano questa versione, anzi. A spiegarlo è Stefano Dal Maso, che ha collaborato con Fulvia Signani alla realizzazione del libro occupandosi di questo preciso aspetto.
«La dicotomia transizione o morte che viene proposta spesso dai sostenitori dell’approccio affermativo, anche professionisti sanitari a cui i genitori si affidano per avere informazioni corrette, è inaccurata nei fatti e eticamente discutibile. Partiamo dai numeri. In Italia non abbiamo dati, non sappiamo quanti ragazzi vengono assistiti e hanno accesso ai trattamenti. Non sappiamo con esattezza che trattamenti vengano dati loro, di che tipo, per quanto tempo e non abbiamo un follow up. Quindi dobbiamo rifarci ai dati provenienti dall’estero. Per lo più arrivano dalla Tavistock, la famosa clinica londinese dove per anni il trattamento affermativo è stato applicato di routine a tutti. La clinica è stata chiusa dal servizio sanitario britannico, che ha commissionato alla dottoressa Cass, la più importante pediatra inglese, una revisione durata quattro anni su tutti gli studi che trattano questa materia. La cosiddetta Cass Review dà indicazioni molto precise, e sostiene che la gran parte degli studi siano di bassa qualità».
Lo specifico degli studi sui suicidi è molto istruttivo. «Michael Biggs, uno studioso inglese, ha esaminato i dati della Tavistock. È stato verificato che su 15.000 accessi ci sono stati quattro suicidi. Anche uno è di troppo, anche un tentativo di suicidio o un pensiero suicida è di troppo. Però stiamo parlando di quattro suicidi su 15.000 accessi per una percentuale davvero molto bassa. Esiste poi uno studio che arriva dall’Olanda, dalla clinica di Amsterdam che negli anni Novanta ha promosso l’approccio affermativo. Questo documento dichiara che la percentuale di suicidio nelle persone affette da disforia di genere è da tre a quattro volte superiore alla popolazione normale. Teniamo presente che in altre condizioni o patologie, come l’anoressia, parliamo di percentuali 18 volte superiori o di 20 volte superiori per la depressione unipolare».
Le mistificazioni sui dati riguardanti i suicidi hanno fatto presa anche dalle nostre parti, entrando nel dibattito sull’utilizzo della triptorelina, un cosiddetto bloccante della pubertà che da qualche tempo viene passato gratuitamente dallo Stato. Come riporta il volume della dottoressa Signani, «in aperto sostegno all’utilizzo della terapia ormonale con i bloccanti della pubertà intervengono nel febbraio 2024 dodici associazioni culturali e società scientifiche italiane, che dichiarano, improvvidamente a nostro avviso, che l’utilizzo della terapia con triptorelina ridurrebbe del 70% i tentativi di suicidio. Si ha infatti la netta convinzione che la narrazione sul possibile aumento di suicidi nei minori e sull’effetto attenuativo della triptorelina derivi da un fraintendimento dei dati di ricerca contenuti in un unico studio (Turban et al. 2020) molto citato e molto contestato per le deduzioni approssimative. Fra i critici è annoverato anche Hacsi Horváth (2018), studioso con un curriculum di tutto rispetto, che parla della falsa narrazione, creata socialmente, la quale afferma che il rischio di suicidio negli adolescenti e giovani adulti con disforia di genere sia elevatissimo, che i suicidi tra questi giovani siano comuni e che la «transfobia» sia la causa principale di tali suicidi. Horváth dimostra il motivo per cui i tassi di tentativi di suicidio, citati come alti, non sono credibili e presenta le prove che le percentuali dei tentativi di suicidio tra adolescenti e giovani adulti con disforia sono statisticamente simili a quelli di altre popolazioni con fattori di rischio analoghi».
Basterebbero queste poche frasi per demolire gran parte della retorica imperante sul cambiamento di sesso e la fluidità di genere. Ma la pubblicità e il sostegno di cui gode l’approccio affermativo sono difficili da contrastare. E a farne le spese sono i più giovani e i più fragili.
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Il cambio di sesso riguarda un numero limitato di persone, ma domina il discorso pubblico perché veicola un’idea fluida di società pienamente in linea con le istanze del capitalismo. L’allarme delle femministe.La studiosa Alessandra Asteriti: «Nelle università ormai c’è l’autocensura. In Germania ho perso il lavoro a causa delle mie opinioni».Due esperti spiegano perché si può parlare di «contagio sociale». E perché il rischio suicidio viene esagerato.Lo speciale contiene tre articoli.Ma perché, da qualche anno, non si fa altro che parlare di transgender? Per quale motivo un fenomeno statisticamente marginale che fino a poco tempo fa era pressoché ignorato oggi domina la scena, si è imposto come tema di discussione fra gli adulti ed è entrato di prepotenza nella vita dei giovani? Per capirlo è fondamentale la lettura di una antologia curata dalla sociologa femminista Daniela Danna. Si intitola Il nuovo volto del patriarcato ed è scaricabile dal sito www.danieladanna.it. Come spiega Danna nell’introduzione, la «questione trans ha colonizzato, o meglio dirottato il movimento omosessuale, e coloro che la propugnano vanno chiamati transattivisti. Non è detto né ha importanza che siano persone con identità trans: sono attivisti politici che richiedono una trasformazione profonda della società, da ottenere con nuove leggi, premietti e sanzioni, e le loro richieste nel pacchetto gender sono perfettamente in linea con la deriva orwelliana di un potere mondiale sempre più concentrato nelle multinazionali. Orwelliana è anche l’accusa di bigottismo a chi si oppone ai vari punti del pacchetto gender, curiosa accusa di passatismo religioso che andrebbe approfondita nella sua origine e modi di impiego, sempre a sproposito e per diffamare – un po’ come complottismo in altri ambiti politici». Che cos’è, dunque, questo «pacchetto gender»? Daniela Danna lo spiega bene: «Si tratta di ottenere 1) l’autoidentificazione e dichiarazione del proprio sesso/genere, completa di sanzioni per il deadnaming e misgendering, cioè chiamare qualcuno col nome che aveva prima di transizionare, e usare il genere grammaticale non gradito a chi si dichiara transgender; 2) il trattamento affermativo dei presunti minori trans (che non possono univocamente essere identificati, come dimostra anche il fenomeno di chi detransiziona dopo la maggiore età); 3) il riconoscimento giuridico della compravendita di neonati commissionati (asetticamente detta Gpa, che sta per gestazione per altri, come se la gravidanza non dovesse mai finire); 4) la piena legalizzazione, chiamata anche decriminalizzazione, dello sfruttamento sessuale a pagamento».Tutte queste istanze sono state presentate nel corso degli anni come la nuova frontiera del progressismo. Che cosa siano nei fatti lo chiarisce Brendan O’Neill in un intervento intitolato «Trans: la nuova ideologia della classe dominante. Come i transattivisti sono diventati i soldatini del regime dei padroni». Secondo O’Neill, gli «agitatori post–sessuali si credono militanti gender–bending che mettono a soqquadro la vecchia società. In realtà, sono i soldatini della classe padronale, sono i pesi morali del capitalismo che aiutano a tenere al loro posto le Karen la classe operaia bianca e simili bassezze». Il capitalismo, dice O’Neill, ama il transgenderismo. «La politica identitaria, con il transattivismo in prima linea, è la nuova ideologia della classe dirigente», spiega. «Quando la macchina dello Stato abbraccia il pensiero post–sessuale, quando sia la polizia che l’esercito si coprono con i colori del Pride e quando i capitani di quello che oggi passa per capitalismo dichiarano con orgoglio i loro pronomi e castigano la gente piccola che non fa altrettanto, si sa che il problema non sono più quei ventenni dai capelli blu su TikTok. No, è il potere stesso che si sta riorganizzando intorno ai culti dell’identità e della fluidità, a vantaggio della classe dirigente e a scapito della classe lavoratrice. Lavoratori di tutto il mondo, unitevi: non avete nulla da perdere se non i vostri distintivi con i pronomi».Questo è il nocciolo della questione: non si tratta di difendere i diritti delle persone trans, ma di condurre una rivoluzione antropologica che giova agli interessi dell’élite. Una rivoluzione che, negli ultimi tempi, ha subito molte battute d’arresto. Donald Trump negli Usa promette un cambio di rotta sulla questione trans. In Inghilterra, Scozia e in altre nazioni si è posto un freno al cambiamento di sesso per i minori. 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Lo dimostra il fatto che le sue posizioni critiche, a lungo osteggiate da una parte del mondo progressista, ora stanno prendendo piede in varie nazioni europee. Iniziamo dal Regno Unito. Lei è stata duramente attaccata per un articolo del 2023 sul Gender Recognition Act. Che cosa sosteneva in quel pezzo? «Nell’articolo sostenevo che il Gender Recognition Act del 2004, una legge britannica che consente di cambiare il proprio sesso nel certificato di nascita senza alcuna transizione medica o farmacologica, debba essere abrogato, e l’identità di genere non aver alcun altro riconoscimento nel diritto che come un credo. Ai soliti attacchi da parte degli attivisti per i diritti trans si sono aggiunte le critiche dei cosiddetti “gender critical” che hanno rimarcato come il mio punto di vista fosse inattuabile politicamente o legalmente rischioso per via della giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani». Sembra che alla fine le autorità politiche e sanitarie di alcune nazioni abbiano frenato sulla identità di genere. A che cosa si deve questa retromarcia, avvenuta ad esempio in Scozia e in Inghilterra? «Considerato che la situazione in Scozia e in Inghilterra è diversa, dato il diverso assetto legislativo, Paesi come l’Inghilterra, la Danimarca, la Svezia, la Francia e diversi Stati negli Stati Uniti hanno posto un freno soprattutto nell’uso dei cosiddetti bloccanti della pubertà per l’assenza di dati sulla loro efficacia in studi condotti a livello nazionale, ad esempio il Rapporto Cass sull’operato dalla clinica Tavistock a Londra, che evidenziava la mancanza di statistiche affidabili e una certa negligenza nel monitoraggio dei pazienti (ricordiamoci che si tratta di minori), l’alta co-morbidità di questi pazienti (che presentano spesso anche disturbi dello spettro autistico, problemi psicologici, storie di abuso sessuale, anche in ambito familiare)». Perché secondo lei una parte del femminismo, anche piuttosto consistente, ha invece sostenuto il self Id e altre istanze simili? «Una domanda di difficile risposta. Alcune femministe erroneamente pensano che il self Id e i diritti trans in generale siano parte dello stesso “pacchetto” dei diritti Lgb (gli attivisti trans sono stati bravi e attaccarsi al carro dei diritti Lgb, sin dagli anni Novanta). Altre travisano il senso dell’essenzialismo biologico, confondendo il riconoscimento che le donne hanno diritti specifici in base al sesso con il concetto che le donne abbiano limitazioni specifiche in base al sesso, questa sì un’idea di una certa destra oscurantista e di certe correnti religiose, sia nel cristianesimo che nell’islam». Quanto hanno pesato le discussioni sui temi del genere sulla vittoria di Trump negli Stati Uniti? «Non ho vissuto la campagna elettorale negli Stati Uniti, ma certo, parlando con molte femministe americane che non si riconoscono nel falso progressismo dei diritti trans (sostenuto finanziariamente dall’industria farmaceutica americana che si stima raggiungerà i 5 miliardi di dollari entro il 2030), ho sentito che la campagna di Trump, per esempio sugli sport, abbia sortito l’effetto sperato. In America l’impegno sportivo delle bambine è pari a quello dei bambini, e l’ingresso di maschi che reclamano un’identità di genere femminile (mai il contrario, per ovvi motivi le femmine che dichiarano un’identità di genere maschile non sono competitive negli sport maschili) sta cominciando ad avere un notevole effetto: sono state contate più di 800 medaglie perse da atlete femmine, a tutti i livelli, a causa di ragazzi e uomini che dichiarano un’identità femminile. Non è un caso che uno degli ultimi spot elettorali di Trump fosse su Imane Khelif, l’atleta algerino che ha vinto la medaglia d’oro nella boxe alle Olimpiadi di Parigi». La vicenda di Imane Khelif, tanto più con le recenti novità sul caso, ha fatto dibattere il mondo intero. Pensa che anche nel mondo dello sport assisteremo a qualche forma di reazione? «Le ultime notizie ci raccontano di rapporti dettagliati di medici algerini e francesi che confermano come Khelif sia un uomo affetto da sindrome da deficit di 5α-reduttasi, una sindrome che colpisce i maschi che si presentano con organi sessuali ambigui alla nascita ma che hanno una pubertà maschile, non femminile. Purtroppo non esiste un approccio coerente al problema delle sindromi dello sviluppo sessuale nello sport, e dalle Olimpiadi di Atlanta nel 1996 i test di Dna (che sono assolutamente non invasivi, limitandosi a un tampone orale da eseguire solo una volta nell’intera carriera dell’atleta) non sono più effettuati, contro il parere espresso dalle atlete donne. In ogni caso tali sindromi non hanno nulla a che vedere con una supposta o dichiarata identità “trans”». Secondo lei le istanze transgender hanno preso piede per ragioni, come dire, ideologiche oppure ci sono dietro interessi economici come qualcuno sostiene? «Nel mio lavoro mi concentro sugli aspetti legali, soprattutto nel diritto internazionale, del concetto di identità di genere ed ho recentemente pubblicato un volume sull’identità di genere nel diritto internazionale. È importante notare che il vero problema non è una supposta identità transgender, ma la sostituzione del sesso, un dato oggettivo, con l’identità di genere, un’idea che rifugge una descrizione basata su dati oggettivi e che è aperta a falsificazioni ed abusi. Lascio alla politica, alla sociologia e alla filosofia il compito di rispondere alla domanda di chi benefici di questa sostituzione. Vorrei però aggiungere che portare avanti qualsiasi progetto di ricerca su questo argomento è molto difficile e vi sono molte ripercussioni negative per chi se ne occupa. Io stessa ho perso il mio lavoro in Germania e sicuramente le lamentele degli studenti sulle mie opinioni in merito al concetto di identità di genere hanno avuto un effetto. Ma più in generale si tratta di autocensura, cioè i docenti universitari evitano di toccare l’argomento e così le posizioni più estreme non vengono sottoposte ad alcuna critica e finiscono quindi per essere adottate non solo nell’ambito del dibattito intellettuale, ma come politiche e pratiche sia nelle università che in altri ambiti, sia nel privato che nel pubblico, senza che nessuno consideri gli effetti di queste politiche e di questa ideologia sulle donne. Uso il termine ideologia a proposito. Una cosa è dichiarare di avere un’identità di genere. Ognuno è libero di crederlo, a patto ovviamente che il suo credo non leda i diritti degli altri. Altro invece è dichiarare che “tutti” hanno un’identità di genere, anche se non ci credono, come fanno finanche le Nazioni Unite e l’Unione europea. Questo è un atto prettamente ideologico, non diverso dall’imposizione del credo in un’anima immortale su un ateo. Aldilà del mio interesse intellettuale per questo concetto nuovo e mai sottoposto ad un’analisi critica, i diritti delle donne, dei bambini e delle persone omosessuali sono affetti e modificati da questa ideologia. Pensiamo solo alle conseguenze per le donne lesbiche di un’ideologia che le costringe ad accettare uomini con un corpo maschile intatto come “lesbiche.” Nessuna legge deve essere cambiata senza un’analisi approfondita delle sue conseguenze. È evidente che modificare in modo così radicale il significato dei termini donna e uomo non può che avere conseguenze altrettanto radicali, soprattutto per le donne, che hanno diritti specifici in base al loro sesso, in base alla Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne. Credo fermamente che sia giunto il momento per gli esperti di diritto, i filosofi del diritto, i sociologi, i politici, di prendere in considerazione i diritti delle donne in quanto donne». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/egemonia-transgender-2669903664.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="quei-falsi-miti-sulla-disforia-dei-minori" data-post-id="2669903664" data-published-at="1731925810" data-use-pagination="False"> Quei falsi miti sulla disforia dei minori È fin troppo facile, di questi tempi, sentir parlare di disforia di genere. Più difficile è comprendere di che si tratti esattamente, dato che non si può definirla una patologia (tale non la considerano i manuali diagnostici recenti) ma si tende spesso ad affrontarla avviando ragazzi e ragazze verso la transizione di genere. Per chiarirsi le idee è utilissimo un libro pubblicato da Mimesis e realizzato da Fulvia Signani, psicologa e specialista di gender medicine dell’Università di Ferrara. Si intitola Potenziare la gender medicine, e contiene capitoli dedicati alla disforia e ai minori trans. «La disforia di genere viene identificata dal manuale della psichiatria internazionale, il Dsm, come una sorta di disallineamento che la persona vive con il proprio corpo, non sentendolo conforme alla sua identità di genere. E quindi è un malessere manifestato con verbalizzazioni molto semplici, almeno nelle prime fasi: “Sono maschio ma mi sento femmina; sono femmina ma mi sento maschio…”», ci spiega la professoressa Signani. «Oggi il tema è cogente, perché il fenomeno è molto diffuso e possiamo anche dire inedito: non si è mai manifestato con eguale portata nella storia dell’umanità. Ci sono sempre state situazioni in cui persone non si sentivano a proprio agio nel corpo, ma ad allarmare è il fatto che sia così tanto diffuso». Come noto, la questione è divenuta anche politica poiché, nota la studiosa, si discute molto di «autodichiarazioni» e «affermazioni di genere». E il cosiddetto «approccio affermativo» è quello che va per la maggiore: consiste nell’assecondare e talvolta incentivare il fatto che un ragazzino o una ragazzina si dichiarino appartenenti al sesso opposto. «Sono autodichiarazioni spesso inappropriate», dice Signani. «Io sono prima di tutto una psicologa e attingendo alla psicologia dello sviluppo e agli studi che sono stati fatti finora sappiamo che se parliamo di bambini stiamo trattando persone in età evolutiva, che non hanno ancora maturato tutte le capacità cognitive, emotive e psicologiche per poter avere una piena consapevolezza di sé. Si parla tanto di inclusione, ma quello che succede è che vengono esclusi i bambini: per i bambini non c’è più spazio, non gli si consentono più manifestazioni anche temporanee di disagio, che magari possono evolvere in altri modi». La grande domanda è: come siamo giunti a questo punto? Perché la disforia di genere è così diffusa? Alcuni studiosi in questi anni hanno parlato di «contagio sociale», e sono immediatamente stati attaccati dagli attivisti Lgbt e dai vertici politicamente corretti del mondo accademico. Ma l’ipotesi che possa esserci una sorta di influenza ambientale è piuttosto concreta. «L’aspetto del contagio sociale finora è stato assolutamente trascurato», spiega Signani. «Nel libro invece spieghiamo che bisogna tenerlo in grande considerazione. In Francia l’Académie Nationale de Médecine è intervenuta con fermezza sulla questione con il documento “La medicina di fronte alla transidentità di genere nei bambini e negli adolescenti” nel quale si fa riferimento ai possibili meccanismi che agiscono influenzando le/gli adolescenti (uso esagerato dei social network, maggiore accettabilità sociale o esempi negli amici, a scuola e nella famiglia) affermando che al momento quello dei minori con disforia di genere è un fenomeno che si può definire di tipo epidemico, poiché non si tratta solo della comparsa di casi, ma addirittura, di focolai di casi». Il fatto è che in questo contesto si rischia di avviare i più giovani lungo percorsi rischiosi, da cui non si torna indietro. «Io sono portavoce dell’associazione Generazione D che riunisce circa 150 genitori che cercano di difendere i propri figli dalla medicalizzazione e farmacologizzazione precoce, strada che al momento viene presentata come unica possibile», dice la professoressa. L’alternativa è un «percorso esplorativo», che dà a ragazze e ragazzi la possibilità di comprendere meglio sé stessi e approfondire il rapporto con il corpo senza forzature. «Purtroppo al momento non trova un’adesione così diffusa nei miei colleghi e colleghe psicologi tanto da poter dire scelgo quella strada o l’altra», sospira Signani. «Il servizio sanitario pubblico offre solo l’approccio che si chiama affermativo, quello che viene da un’esperienza olandese degli anni Novanta e che tende a prendere per buona l’affermazione del bambino o della bambina». Per imporre questo approccio e farlo accettare ai genitori talvolta si fa ricorso a quello che sembra un ricatto morale. Si dice che i minori con disforia di genere siano a elevatissimo rischio suicidio, cosa che convince le famiglie ad avviarli rapidamente alla transizione. Il fatto è che i dati non confermano questa versione, anzi. A spiegarlo è Stefano Dal Maso, che ha collaborato con Fulvia Signani alla realizzazione del libro occupandosi di questo preciso aspetto. «La dicotomia transizione o morte che viene proposta spesso dai sostenitori dell’approccio affermativo, anche professionisti sanitari a cui i genitori si affidano per avere informazioni corrette, è inaccurata nei fatti e eticamente discutibile. Partiamo dai numeri. In Italia non abbiamo dati, non sappiamo quanti ragazzi vengono assistiti e hanno accesso ai trattamenti. Non sappiamo con esattezza che trattamenti vengano dati loro, di che tipo, per quanto tempo e non abbiamo un follow up. Quindi dobbiamo rifarci ai dati provenienti dall’estero. Per lo più arrivano dalla Tavistock, la famosa clinica londinese dove per anni il trattamento affermativo è stato applicato di routine a tutti. La clinica è stata chiusa dal servizio sanitario britannico, che ha commissionato alla dottoressa Cass, la più importante pediatra inglese, una revisione durata quattro anni su tutti gli studi che trattano questa materia. La cosiddetta Cass Review dà indicazioni molto precise, e sostiene che la gran parte degli studi siano di bassa qualità». Lo specifico degli studi sui suicidi è molto istruttivo. «Michael Biggs, uno studioso inglese, ha esaminato i dati della Tavistock. È stato verificato che su 15.000 accessi ci sono stati quattro suicidi. Anche uno è di troppo, anche un tentativo di suicidio o un pensiero suicida è di troppo. Però stiamo parlando di quattro suicidi su 15.000 accessi per una percentuale davvero molto bassa. Esiste poi uno studio che arriva dall’Olanda, dalla clinica di Amsterdam che negli anni Novanta ha promosso l’approccio affermativo. Questo documento dichiara che la percentuale di suicidio nelle persone affette da disforia di genere è da tre a quattro volte superiore alla popolazione normale. Teniamo presente che in altre condizioni o patologie, come l’anoressia, parliamo di percentuali 18 volte superiori o di 20 volte superiori per la depressione unipolare». Le mistificazioni sui dati riguardanti i suicidi hanno fatto presa anche dalle nostre parti, entrando nel dibattito sull’utilizzo della triptorelina, un cosiddetto bloccante della pubertà che da qualche tempo viene passato gratuitamente dallo Stato. Come riporta il volume della dottoressa Signani, «in aperto sostegno all’utilizzo della terapia ormonale con i bloccanti della pubertà intervengono nel febbraio 2024 dodici associazioni culturali e società scientifiche italiane, che dichiarano, improvvidamente a nostro avviso, che l’utilizzo della terapia con triptorelina ridurrebbe del 70% i tentativi di suicidio. Si ha infatti la netta convinzione che la narrazione sul possibile aumento di suicidi nei minori e sull’effetto attenuativo della triptorelina derivi da un fraintendimento dei dati di ricerca contenuti in un unico studio (Turban et al. 2020) molto citato e molto contestato per le deduzioni approssimative. Fra i critici è annoverato anche Hacsi Horváth (2018), studioso con un curriculum di tutto rispetto, che parla della falsa narrazione, creata socialmente, la quale afferma che il rischio di suicidio negli adolescenti e giovani adulti con disforia di genere sia elevatissimo, che i suicidi tra questi giovani siano comuni e che la «transfobia» sia la causa principale di tali suicidi. Horváth dimostra il motivo per cui i tassi di tentativi di suicidio, citati come alti, non sono credibili e presenta le prove che le percentuali dei tentativi di suicidio tra adolescenti e giovani adulti con disforia sono statisticamente simili a quelli di altre popolazioni con fattori di rischio analoghi». Basterebbero queste poche frasi per demolire gran parte della retorica imperante sul cambiamento di sesso e la fluidità di genere. Ma la pubblicità e il sostegno di cui gode l’approccio affermativo sono difficili da contrastare. E a farne le spese sono i più giovani e i più fragili.
L’ultima «lagnanza» è partita da Roberto Gualtieri. Poverino, c’è da capirlo. I turisti nella Capitale crescono (+3% anche nel primo quadrimestre del 2026) e il sindaco, già ministro dell’Economia dem, non sa che pesci prendere per garantire servizi, strutture e ordine pubblico adeguato. Quindi? «Proporremo al ministro Mazzi (del Turismo)», ha spiegato qualche ore fa, «di avere una maggiore modulazione e autonomia per esempio sulla tassa di soggiorno». Viene da chiedersi: ma perché? Quanto paga oggi «un forestiero» che vuol dormire una notte a Roma? Le tariffe variano e passano dai 10 euro degli alberghi a 5 Stelle per arrivare ai 4 euro degli hotel a 1 e 2 stelle con una forchetta che oscilla leggermente più in basso per le strutture non alberghiere. Non poco se consideriamo che tra le città d’arte Roma svetta per incassi: ben 288 milioni nel 2025 con un trend, parola del primo cittadino, destinato a lievitare.
Così come cresce il tendenziale in un’altra città governata dal centrosinistra: Milano. Nella capitale finanziaria del Paese, anche per effetto dei continui rialzi, il bottino 2025 ha sfiorato il tetto dei 110 milioni (109,3 milioni, +43%) e si stima che nell’anno in corso si possa raggiungere quota 113,5 milioni. Ma pure sui Navigli, Beppe Sala, il sindaco uscente di centrosinistra, chiede di più. «È profondamente ingiusto», ha rimarcato, «che Roma, Firenze, Venezia abbiano una tassa più alta di Milano». Quindi? Oggi Milano ha una deroga per le Olimpiadi invernali - tassa di soggiorno più alta fino alla fine dell’anno visto l’extra-impegno per i Giochi invernali - e l’ex uomo Expo vuole che l’eccezione diventi strutturale. Come se ci fosse un’Olimpiade all’anno.
Il punto è che al terzo posto della classifica (i dati sono dell’Osservatorio nazionale di Jfc) c’è Firenze, che nonostante il + 8% a 82,7 milioni, è stata scavalcata dalla tumultuosa corsa del capoluogo lombardo. E che se guardiamo alle altre città che non molti mesi fa hanno deciso di metter mano (aumentandola ovviamente) all’imposta, troviamo tante amministrazioni rosse. Da Napoli a Torino fino ad arrivare a Perugia, Livorno e Salerno. Chiariamoci, il fenomeno è molto legato ai centri turistici ed è fondamentalmente bipartisan, basti pensare a Venezia, Imperia, Trieste e Lecce. Ma la pervicacia con la quale i sindaci di sinistra fanno a gara per incrementare l’imposta non ha uguali.
Del resto, in soli 5 anni il gettito è passato dai 628 milioni di euro del 2022 a più di 1,2 miliardi di stima per il 2026. Perché la tendenza è duplice: da una parte crescono i comuni tassatori e dall’altra quelli che già prevedevano l’imposta l’hanno incrementata. Lo stesso osservatorio nazionale Jfc di cui sopra ci dice che a fine anno il balzello sarà operativo in 1.411 comuni con ben 24 nuove entrate. E che la situazione stia sfuggendo di mano lo dimostra un altro dato che gli autori dello studio hanno evidenziato. Molti primi cittadini, e qui la tendenza appare davvero bipartisan, ammettono di voler usare gli incassi per la spesa corrente che spesso ha poco o nulla a che fare con il turismo.
Poi c’è un altro fenomeno che spesso va a braccetto con l’imposta di soggiorno. La corsa a mettere paletti agli affitti brevi. Agli Airbnb che deturperebbero l’humus delle città. E qui l’ideologia di sinistra prende il sopravvento. Perché che ci sia un problema di overtourism nei centri d’arte è fuor di dubbio, ma che questo porti a individuare negli affitti brevi il nemico numero uno da eliminare, con l’amministrazione dem di Firenze che ha bandito nuove locazioni anche in periferia, sembra paradossale.
Il problema è che l’esempio di Firenze sta facendo proseliti. Nei paesi vicini (la sindaca piddina di Scandicci vuole introdurre dei tetti e al Mugello ci stanno pensando) e nelle grandi città lontane. Bologna in primis, poi Napoli, ma soprattutto Roma. Con Gualtieri che è stato molto chiaro. «Serve una legge per regolamentare il settore extralberghiero», ha spiegato, «che consenta di migliorare questo settore e di evitare fenomeni negativi come quelli dello spopolamento. Dobbiamo introdurre dei limiti di concentrazione perché se si svuota il centro poi chiudono i negozi e peggiora la qualità della vita dei romani e anche degli stessi turisti che vogliono venire in Italia».
Principi di buon senso. Il problema è che quando la sinistra li mette in pratica spesso si materializzano in provvedimenti illiberali.
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Elon Musk (Ansa)
Ieri SpaceX ha debuttato contemporaneamente al Nasdaq e al nuovo listino del Texas, una prima assoluta per i mercati americani. Lo ha fatto con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. L’offerta ha attribuito alla società spaziale una valutazione iniziale di 1.780 miliardi di dollari, la più alta mai registrata per una quotazione. Vuol dire che la società di Musk vale quanto il Pil annuale dell’Italia. Gli investitori istituzionali e i piccoli risparmiatori si sono letteralmente gettati sull’operazione acquistando 555,6 milioni di azioni collocate a 135 dollari ciascuna. Ma il mercato ha immediatamente deciso che quel prezzo era troppo basso. Nelle prime contrattazioni il titolo è schizzato fino a 175 dollari. E non importa se al momento il gruppo aerospaziale è solo una costosissima promessa: ha un fatturato di 18,7 miliardi e ne perde 4,9. Ma Wall Street voleva SpaceX a qualunque costo.
Il principale beneficiario dell’entusiasmo è stato naturalmente Elon Musk. Già uomo più ricco del pianeta prima della quotazione, con un patrimonio stimato da Forbes in 981 miliardi di dollari, il fondatore della società è diventato il primo individuo della storia a superare la soglia psicologica dei 1.000 miliardi. Vuol dire che da solo vale metà del Pil dell’Italia. Un traguardo che fino a ieri apparteneva alla categoria delle fantasie futuristiche. La raccolta complessiva dell’offerta ha sfiorato i 75 miliardi di dollari, altro record assoluto. Ma sarebbe un errore leggere questa operazione soltanto come una gigantesca operazione di Borsa.
Per Musk il mercato azionario rappresenta soprattutto un gigantesco serbatoio di capitale per alimentare la sua vera ossessione: Marte. Perché, come emerge dai documenti societari, una parte della futura remunerazione del fondatore è legata a un obiettivo che nessun consiglio di amministrazione aveva mai osato scrivere. Non fatturato. Non utili. Non dividendi. Una colonia permanente di almeno un milione di persone su Marte. In pratica, mentre i manager tradizionali sono premiati se aumentano i margini operativi, Musk potrà incassare se riuscirà a trasformare Marte in un nuovo continente abitato. È la differenza che passa tra gestire una società e tentare di riscrivere il sistema solare. Durante una conversazione trasmessa sulla piattaforma X con Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, Musk ha raccontato che da circa dieci anni amici, consulenti e banchieri gli ripetevano sempre la stessa frase: «Quota SpaceX». Per anni ha resistito. Ora invece ha cambiato idea. Il motivo è semplice. O meglio: semplice secondo gli standard di Musk. SpaceX intende mettere in orbita 100.000 satelliti Starlink di nuova generazione. Non qualche centinaio. Non qualche migliaio. Centomila. A questo si aggiunge un progetto ancora più ambizioso: la costruzione di grandi data center di Intelligenza artificiale direttamente nello spazio.
Secondo Musk, questa potrebbe diventare una gigantesca fonte di ricavi. Secondo i suoi banchieri, potrebbe soprattutto richiedere una quantità di capitale mai vista prima.
Ecco perché la Borsa è diventata improvvisamente necessaria. Anche dopo la quotazione, grazie a una speciale categoria di azioni con diritti di voto rafforzati, il fondatore manterrà il controllo assoluto delle decisioni strategiche, finanziarie e manageriali. Ma il dettaglio più sorprendente è un altro.
Nei documenti si scopre infatti che l’unica persona che può licenziare Elon Musk dal ruolo di amministratore delegato è... Elon Musk. Per la sua dimensione colossale, SpaceX potrebbe entrare nel Nasdaq 100 (l’élite della Silicon Valley) dopo appena 15 giorni di contrattazione. Sarebbe un passaggio fondamentale perché costringerebbe una miriade di fondi indicizzati ad acquistare automaticamente il titolo.
L’ingresso nello S&P 500 (il listino di eccellenza di Wall Street) richiederà invece tempi più lunghi. Ma dopo aver conquistato lo spazio, superato il trilione personale e realizzato la più grande quotazione della storia, attendere un po’ potrebbe sembrare il problema meno complicato.
Soprattutto per un uomo che non misura il successo in trimestri o in esercizi fiscali. Lo misura in pianeti.
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Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».