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2024-11-18
Con la «trans rivoluzione» le élite forgiano il nuovo mondo
(Getty Images)
Ma perché, da qualche anno, non si fa altro che parlare di transgender? Per quale motivo un fenomeno statisticamente marginale che fino a poco tempo fa era pressoché ignorato oggi domina la scena, si è imposto come tema di discussione fra gli adulti ed è entrato di prepotenza nella vita dei giovani? Per capirlo è fondamentale la lettura di una antologia curata dalla sociologa femminista Daniela Danna. Si intitola Il nuovo volto del patriarcato ed è scaricabile dal sito www.danieladanna.it.
Come spiega Danna nell’introduzione, la «questione trans ha colonizzato, o meglio dirottato il movimento omosessuale, e coloro che la propugnano vanno chiamati transattivisti. Non è detto né ha importanza che siano persone con identità trans: sono attivisti politici che richiedono una trasformazione profonda della società, da ottenere con nuove leggi, premietti e sanzioni, e le loro richieste nel pacchetto gender sono perfettamente in linea con la deriva orwelliana di un potere mondiale sempre più concentrato nelle multinazionali. Orwelliana è anche l’accusa di bigottismo a chi si oppone ai vari punti del pacchetto gender, curiosa accusa di passatismo religioso che andrebbe approfondita nella sua origine e modi di impiego, sempre a sproposito e per diffamare – un po’ come complottismo in altri ambiti politici».
Che cos’è, dunque, questo «pacchetto gender»? Daniela Danna lo spiega bene: «Si tratta di ottenere 1) l’autoidentificazione e dichiarazione del proprio sesso/genere, completa di sanzioni per il deadnaming e misgendering, cioè chiamare qualcuno col nome che aveva prima di transizionare, e usare il genere grammaticale non gradito a chi si dichiara transgender; 2) il trattamento affermativo dei presunti minori trans (che non possono univocamente essere identificati, come dimostra anche il fenomeno di chi detransiziona dopo la maggiore età); 3) il riconoscimento giuridico della compravendita di neonati commissionati (asetticamente detta Gpa, che sta per gestazione per altri, come se la gravidanza non dovesse mai finire); 4) la piena legalizzazione, chiamata anche decriminalizzazione, dello sfruttamento sessuale a pagamento».
Tutte queste istanze sono state presentate nel corso degli anni come la nuova frontiera del progressismo. Che cosa siano nei fatti lo chiarisce Brendan O’Neill in un intervento intitolato «Trans: la nuova ideologia della classe dominante. Come i transattivisti sono diventati i soldatini del regime dei padroni». Secondo O’Neill, gli «agitatori post–sessuali si credono militanti gender–bending che mettono a soqquadro la vecchia società. In realtà, sono i soldatini della classe padronale, sono i pesi morali del capitalismo che aiutano a tenere al loro posto le Karen la classe operaia bianca e simili bassezze».
Il capitalismo, dice O’Neill, ama il transgenderismo. «La politica identitaria, con il transattivismo in prima linea, è la nuova ideologia della classe dirigente», spiega. «Quando la macchina dello Stato abbraccia il pensiero post–sessuale, quando sia la polizia che l’esercito si coprono con i colori del Pride e quando i capitani di quello che oggi passa per capitalismo dichiarano con orgoglio i loro pronomi e castigano la gente piccola che non fa altrettanto, si sa che il problema non sono più quei ventenni dai capelli blu su TikTok. No, è il potere stesso che si sta riorganizzando intorno ai culti dell’identità e della fluidità, a vantaggio della classe dirigente e a scapito della classe lavoratrice. Lavoratori di tutto il mondo, unitevi: non avete nulla da perdere se non i vostri distintivi con i pronomi».
Questo è il nocciolo della questione: non si tratta di difendere i diritti delle persone trans, ma di condurre una rivoluzione antropologica che giova agli interessi dell’élite. Una rivoluzione che, negli ultimi tempi, ha subito molte battute d’arresto. Donald Trump negli Usa promette un cambio di rotta sulla questione trans. In Inghilterra, Scozia e in altre nazioni si è posto un freno al cambiamento di sesso per i minori. Ma il veleno woke è penetrato in profondità nelle società occidentali, e liberarsene è complicato: la battaglia è appena iniziata.
«L’ideologia gender calpesta soprattutto i diritti delle donne»
Qualcuno, per insultarla, l’ha chiamata «la regina delle terf», cioè delle «femministe radicali trans escludenti». ll fatto che abbia ricevuto e riceva tanti attacchi, in realtà, dimostra che Alessandra Asteriti - studiosa italiana di rilievo internazionale (ha insegnato in Germania e nel Regno Unito) esperta di diritto e questioni di genere - ha colto nel segno. Lo dimostra il fatto che le sue posizioni critiche, a lungo osteggiate da una parte del mondo progressista, ora stanno prendendo piede in varie nazioni europee.
Iniziamo dal Regno Unito. Lei è stata duramente attaccata per un articolo del 2023 sul Gender Recognition Act. Che cosa sosteneva in quel pezzo?
«Nell’articolo sostenevo che il Gender Recognition Act del 2004, una legge britannica che consente di cambiare il proprio sesso nel certificato di nascita senza alcuna transizione medica o farmacologica, debba essere abrogato, e l’identità di genere non aver alcun altro riconoscimento nel diritto che come un credo. Ai soliti attacchi da parte degli attivisti per i diritti trans si sono aggiunte le critiche dei cosiddetti “gender critical” che hanno rimarcato come il mio punto di vista fosse inattuabile politicamente o legalmente rischioso per via della giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani».
Sembra che alla fine le autorità politiche e sanitarie di alcune nazioni abbiano frenato sulla identità di genere. A che cosa si deve questa retromarcia, avvenuta ad esempio in Scozia e in Inghilterra?
«Considerato che la situazione in Scozia e in Inghilterra è diversa, dato il diverso assetto legislativo, Paesi come l’Inghilterra, la Danimarca, la Svezia, la Francia e diversi Stati negli Stati Uniti hanno posto un freno soprattutto nell’uso dei cosiddetti bloccanti della pubertà per l’assenza di dati sulla loro efficacia in studi condotti a livello nazionale, ad esempio il Rapporto Cass sull’operato dalla clinica Tavistock a Londra, che evidenziava la mancanza di statistiche affidabili e una certa negligenza nel monitoraggio dei pazienti (ricordiamoci che si tratta di minori), l’alta co-morbidità di questi pazienti (che presentano spesso anche disturbi dello spettro autistico, problemi psicologici, storie di abuso sessuale, anche in ambito familiare)».
Perché secondo lei una parte del femminismo, anche piuttosto consistente, ha invece sostenuto il self Id e altre istanze simili?
«Una domanda di difficile risposta. Alcune femministe erroneamente pensano che il self Id e i diritti trans in generale siano parte dello stesso “pacchetto” dei diritti Lgb (gli attivisti trans sono stati bravi e attaccarsi al carro dei diritti Lgb, sin dagli anni Novanta). Altre travisano il senso dell’essenzialismo biologico, confondendo il riconoscimento che le donne hanno diritti specifici in base al sesso con il concetto che le donne abbiano limitazioni specifiche in base al sesso, questa sì un’idea di una certa destra oscurantista e di certe correnti religiose, sia nel cristianesimo che nell’islam».
Quanto hanno pesato le discussioni sui temi del genere sulla vittoria di Trump negli Stati Uniti?
«Non ho vissuto la campagna elettorale negli Stati Uniti, ma certo, parlando con molte femministe americane che non si riconoscono nel falso progressismo dei diritti trans (sostenuto finanziariamente dall’industria farmaceutica americana che si stima raggiungerà i 5 miliardi di dollari entro il 2030), ho sentito che la campagna di Trump, per esempio sugli sport, abbia sortito l’effetto sperato. In America l’impegno sportivo delle bambine è pari a quello dei bambini, e l’ingresso di maschi che reclamano un’identità di genere femminile (mai il contrario, per ovvi motivi le femmine che dichiarano un’identità di genere maschile non sono competitive negli sport maschili) sta cominciando ad avere un notevole effetto: sono state contate più di 800 medaglie perse da atlete femmine, a tutti i livelli, a causa di ragazzi e uomini che dichiarano un’identità femminile. Non è un caso che uno degli ultimi spot elettorali di Trump fosse su Imane Khelif, l’atleta algerino che ha vinto la medaglia d’oro nella boxe alle Olimpiadi di Parigi».
La vicenda di Imane Khelif, tanto più con le recenti novità sul caso, ha fatto dibattere il mondo intero. Pensa che anche nel mondo dello sport assisteremo a qualche forma di reazione?
«Le ultime notizie ci raccontano di rapporti dettagliati di medici algerini e francesi che confermano come Khelif sia un uomo affetto da sindrome da deficit di 5α-reduttasi, una sindrome che colpisce i maschi che si presentano con organi sessuali ambigui alla nascita ma che hanno una pubertà maschile, non femminile. Purtroppo non esiste un approccio coerente al problema delle sindromi dello sviluppo sessuale nello sport, e dalle Olimpiadi di Atlanta nel 1996 i test di Dna (che sono assolutamente non invasivi, limitandosi a un tampone orale da eseguire solo una volta nell’intera carriera dell’atleta) non sono più effettuati, contro il parere espresso dalle atlete donne. In ogni caso tali sindromi non hanno nulla a che vedere con una supposta o dichiarata identità “trans”».
Secondo lei le istanze transgender hanno preso piede per ragioni, come dire, ideologiche oppure ci sono dietro interessi economici come qualcuno sostiene?
«Nel mio lavoro mi concentro sugli aspetti legali, soprattutto nel diritto internazionale, del concetto di identità di genere ed ho recentemente pubblicato un volume sull’identità di genere nel diritto internazionale. È importante notare che il vero problema non è una supposta identità transgender, ma la sostituzione del sesso, un dato oggettivo, con l’identità di genere, un’idea che rifugge una descrizione basata su dati oggettivi e che è aperta a falsificazioni ed abusi. Lascio alla politica, alla sociologia e alla filosofia il compito di rispondere alla domanda di chi benefici di questa sostituzione. Vorrei però aggiungere che portare avanti qualsiasi progetto di ricerca su questo argomento è molto difficile e vi sono molte ripercussioni negative per chi se ne occupa. Io stessa ho perso il mio lavoro in Germania e sicuramente le lamentele degli studenti sulle mie opinioni in merito al concetto di identità di genere hanno avuto un effetto. Ma più in generale si tratta di autocensura, cioè i docenti universitari evitano di toccare l’argomento e così le posizioni più estreme non vengono sottoposte ad alcuna critica e finiscono quindi per essere adottate non solo nell’ambito del dibattito intellettuale, ma come politiche e pratiche sia nelle università che in altri ambiti, sia nel privato che nel pubblico, senza che nessuno consideri gli effetti di queste politiche e di questa ideologia sulle donne. Uso il termine ideologia a proposito. Una cosa è dichiarare di avere un’identità di genere. Ognuno è libero di crederlo, a patto ovviamente che il suo credo non leda i diritti degli altri. Altro invece è dichiarare che “tutti” hanno un’identità di genere, anche se non ci credono, come fanno finanche le Nazioni Unite e l’Unione europea. Questo è un atto prettamente ideologico, non diverso dall’imposizione del credo in un’anima immortale su un ateo. Aldilà del mio interesse intellettuale per questo concetto nuovo e mai sottoposto ad un’analisi critica, i diritti delle donne, dei bambini e delle persone omosessuali sono affetti e modificati da questa ideologia. Pensiamo solo alle conseguenze per le donne lesbiche di un’ideologia che le costringe ad accettare uomini con un corpo maschile intatto come “lesbiche.” Nessuna legge deve essere cambiata senza un’analisi approfondita delle sue conseguenze. È evidente che modificare in modo così radicale il significato dei termini donna e uomo non può che avere conseguenze altrettanto radicali, soprattutto per le donne, che hanno diritti specifici in base al loro sesso, in base alla Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne. Credo fermamente che sia giunto il momento per gli esperti di diritto, i filosofi del diritto, i sociologi, i politici, di prendere in considerazione i diritti delle donne in quanto donne».
Quei falsi miti sulla disforia dei minori
È fin troppo facile, di questi tempi, sentir parlare di disforia di genere. Più difficile è comprendere di che si tratti esattamente, dato che non si può definirla una patologia (tale non la considerano i manuali diagnostici recenti) ma si tende spesso ad affrontarla avviando ragazzi e ragazze verso la transizione di genere. Per chiarirsi le idee è utilissimo un libro pubblicato da Mimesis e realizzato da Fulvia Signani, psicologa e specialista di gender medicine dell’Università di Ferrara. Si intitola Potenziare la gender medicine, e contiene capitoli dedicati alla disforia e ai minori trans.
«La disforia di genere viene identificata dal manuale della psichiatria internazionale, il Dsm, come una sorta di disallineamento che la persona vive con il proprio corpo, non sentendolo conforme alla sua identità di genere. E quindi è un malessere manifestato con verbalizzazioni molto semplici, almeno nelle prime fasi: “Sono maschio ma mi sento femmina; sono femmina ma mi sento maschio…”», ci spiega la professoressa Signani. «Oggi il tema è cogente, perché il fenomeno è molto diffuso e possiamo anche dire inedito: non si è mai manifestato con eguale portata nella storia dell’umanità. Ci sono sempre state situazioni in cui persone non si sentivano a proprio agio nel corpo, ma ad allarmare è il fatto che sia così tanto diffuso». Come noto, la questione è divenuta anche politica poiché, nota la studiosa, si discute molto di «autodichiarazioni» e «affermazioni di genere». E il cosiddetto «approccio affermativo» è quello che va per la maggiore: consiste nell’assecondare e talvolta incentivare il fatto che un ragazzino o una ragazzina si dichiarino appartenenti al sesso opposto. «Sono autodichiarazioni spesso inappropriate», dice Signani. «Io sono prima di tutto una psicologa e attingendo alla psicologia dello sviluppo e agli studi che sono stati fatti finora sappiamo che se parliamo di bambini stiamo trattando persone in età evolutiva, che non hanno ancora maturato tutte le capacità cognitive, emotive e psicologiche per poter avere una piena consapevolezza di sé. Si parla tanto di inclusione, ma quello che succede è che vengono esclusi i bambini: per i bambini non c’è più spazio, non gli si consentono più manifestazioni anche temporanee di disagio, che magari possono evolvere in altri modi».
La grande domanda è: come siamo giunti a questo punto? Perché la disforia di genere è così diffusa? Alcuni studiosi in questi anni hanno parlato di «contagio sociale», e sono immediatamente stati attaccati dagli attivisti Lgbt e dai vertici politicamente corretti del mondo accademico. Ma l’ipotesi che possa esserci una sorta di influenza ambientale è piuttosto concreta. «L’aspetto del contagio sociale finora è stato assolutamente trascurato», spiega Signani. «Nel libro invece spieghiamo che bisogna tenerlo in grande considerazione. In Francia l’Académie Nationale de Médecine è intervenuta con fermezza sulla questione con il documento “La medicina di fronte alla transidentità di genere nei bambini e negli adolescenti” nel quale si fa riferimento ai possibili meccanismi che agiscono influenzando le/gli adolescenti (uso esagerato dei social network, maggiore accettabilità sociale o esempi negli amici, a scuola e nella famiglia) affermando che al momento quello dei minori con disforia di genere è un fenomeno che si può definire di tipo epidemico, poiché non si tratta solo della comparsa di casi, ma addirittura, di focolai di casi».
Il fatto è che in questo contesto si rischia di avviare i più giovani lungo percorsi rischiosi, da cui non si torna indietro. «Io sono portavoce dell’associazione Generazione D che riunisce circa 150 genitori che cercano di difendere i propri figli dalla medicalizzazione e farmacologizzazione precoce, strada che al momento viene presentata come unica possibile», dice la professoressa. L’alternativa è un «percorso esplorativo», che dà a ragazze e ragazzi la possibilità di comprendere meglio sé stessi e approfondire il rapporto con il corpo senza forzature.
«Purtroppo al momento non trova un’adesione così diffusa nei miei colleghi e colleghe psicologi tanto da poter dire scelgo quella strada o l’altra», sospira Signani. «Il servizio sanitario pubblico offre solo l’approccio che si chiama affermativo, quello che viene da un’esperienza olandese degli anni Novanta e che tende a prendere per buona l’affermazione del bambino o della bambina». Per imporre questo approccio e farlo accettare ai genitori talvolta si fa ricorso a quello che sembra un ricatto morale. Si dice che i minori con disforia di genere siano a elevatissimo rischio suicidio, cosa che convince le famiglie ad avviarli rapidamente alla transizione. Il fatto è che i dati non confermano questa versione, anzi. A spiegarlo è Stefano Dal Maso, che ha collaborato con Fulvia Signani alla realizzazione del libro occupandosi di questo preciso aspetto.
«La dicotomia transizione o morte che viene proposta spesso dai sostenitori dell’approccio affermativo, anche professionisti sanitari a cui i genitori si affidano per avere informazioni corrette, è inaccurata nei fatti e eticamente discutibile. Partiamo dai numeri. In Italia non abbiamo dati, non sappiamo quanti ragazzi vengono assistiti e hanno accesso ai trattamenti. Non sappiamo con esattezza che trattamenti vengano dati loro, di che tipo, per quanto tempo e non abbiamo un follow up. Quindi dobbiamo rifarci ai dati provenienti dall’estero. Per lo più arrivano dalla Tavistock, la famosa clinica londinese dove per anni il trattamento affermativo è stato applicato di routine a tutti. La clinica è stata chiusa dal servizio sanitario britannico, che ha commissionato alla dottoressa Cass, la più importante pediatra inglese, una revisione durata quattro anni su tutti gli studi che trattano questa materia. La cosiddetta Cass Review dà indicazioni molto precise, e sostiene che la gran parte degli studi siano di bassa qualità».
Lo specifico degli studi sui suicidi è molto istruttivo. «Michael Biggs, uno studioso inglese, ha esaminato i dati della Tavistock. È stato verificato che su 15.000 accessi ci sono stati quattro suicidi. Anche uno è di troppo, anche un tentativo di suicidio o un pensiero suicida è di troppo. Però stiamo parlando di quattro suicidi su 15.000 accessi per una percentuale davvero molto bassa. Esiste poi uno studio che arriva dall’Olanda, dalla clinica di Amsterdam che negli anni Novanta ha promosso l’approccio affermativo. Questo documento dichiara che la percentuale di suicidio nelle persone affette da disforia di genere è da tre a quattro volte superiore alla popolazione normale. Teniamo presente che in altre condizioni o patologie, come l’anoressia, parliamo di percentuali 18 volte superiori o di 20 volte superiori per la depressione unipolare».
Le mistificazioni sui dati riguardanti i suicidi hanno fatto presa anche dalle nostre parti, entrando nel dibattito sull’utilizzo della triptorelina, un cosiddetto bloccante della pubertà che da qualche tempo viene passato gratuitamente dallo Stato. Come riporta il volume della dottoressa Signani, «in aperto sostegno all’utilizzo della terapia ormonale con i bloccanti della pubertà intervengono nel febbraio 2024 dodici associazioni culturali e società scientifiche italiane, che dichiarano, improvvidamente a nostro avviso, che l’utilizzo della terapia con triptorelina ridurrebbe del 70% i tentativi di suicidio. Si ha infatti la netta convinzione che la narrazione sul possibile aumento di suicidi nei minori e sull’effetto attenuativo della triptorelina derivi da un fraintendimento dei dati di ricerca contenuti in un unico studio (Turban et al. 2020) molto citato e molto contestato per le deduzioni approssimative. Fra i critici è annoverato anche Hacsi Horváth (2018), studioso con un curriculum di tutto rispetto, che parla della falsa narrazione, creata socialmente, la quale afferma che il rischio di suicidio negli adolescenti e giovani adulti con disforia di genere sia elevatissimo, che i suicidi tra questi giovani siano comuni e che la «transfobia» sia la causa principale di tali suicidi. Horváth dimostra il motivo per cui i tassi di tentativi di suicidio, citati come alti, non sono credibili e presenta le prove che le percentuali dei tentativi di suicidio tra adolescenti e giovani adulti con disforia sono statisticamente simili a quelli di altre popolazioni con fattori di rischio analoghi».
Basterebbero queste poche frasi per demolire gran parte della retorica imperante sul cambiamento di sesso e la fluidità di genere. Ma la pubblicità e il sostegno di cui gode l’approccio affermativo sono difficili da contrastare. E a farne le spese sono i più giovani e i più fragili.
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Il cambio di sesso riguarda un numero limitato di persone, ma domina il discorso pubblico perché veicola un’idea fluida di società pienamente in linea con le istanze del capitalismo. L’allarme delle femministe.La studiosa Alessandra Asteriti: «Nelle università ormai c’è l’autocensura. In Germania ho perso il lavoro a causa delle mie opinioni».Due esperti spiegano perché si può parlare di «contagio sociale». E perché il rischio suicidio viene esagerato.Lo speciale contiene tre articoli.Ma perché, da qualche anno, non si fa altro che parlare di transgender? Per quale motivo un fenomeno statisticamente marginale che fino a poco tempo fa era pressoché ignorato oggi domina la scena, si è imposto come tema di discussione fra gli adulti ed è entrato di prepotenza nella vita dei giovani? Per capirlo è fondamentale la lettura di una antologia curata dalla sociologa femminista Daniela Danna. Si intitola Il nuovo volto del patriarcato ed è scaricabile dal sito www.danieladanna.it. Come spiega Danna nell’introduzione, la «questione trans ha colonizzato, o meglio dirottato il movimento omosessuale, e coloro che la propugnano vanno chiamati transattivisti. Non è detto né ha importanza che siano persone con identità trans: sono attivisti politici che richiedono una trasformazione profonda della società, da ottenere con nuove leggi, premietti e sanzioni, e le loro richieste nel pacchetto gender sono perfettamente in linea con la deriva orwelliana di un potere mondiale sempre più concentrato nelle multinazionali. Orwelliana è anche l’accusa di bigottismo a chi si oppone ai vari punti del pacchetto gender, curiosa accusa di passatismo religioso che andrebbe approfondita nella sua origine e modi di impiego, sempre a sproposito e per diffamare – un po’ come complottismo in altri ambiti politici». Che cos’è, dunque, questo «pacchetto gender»? Daniela Danna lo spiega bene: «Si tratta di ottenere 1) l’autoidentificazione e dichiarazione del proprio sesso/genere, completa di sanzioni per il deadnaming e misgendering, cioè chiamare qualcuno col nome che aveva prima di transizionare, e usare il genere grammaticale non gradito a chi si dichiara transgender; 2) il trattamento affermativo dei presunti minori trans (che non possono univocamente essere identificati, come dimostra anche il fenomeno di chi detransiziona dopo la maggiore età); 3) il riconoscimento giuridico della compravendita di neonati commissionati (asetticamente detta Gpa, che sta per gestazione per altri, come se la gravidanza non dovesse mai finire); 4) la piena legalizzazione, chiamata anche decriminalizzazione, dello sfruttamento sessuale a pagamento».Tutte queste istanze sono state presentate nel corso degli anni come la nuova frontiera del progressismo. Che cosa siano nei fatti lo chiarisce Brendan O’Neill in un intervento intitolato «Trans: la nuova ideologia della classe dominante. Come i transattivisti sono diventati i soldatini del regime dei padroni». Secondo O’Neill, gli «agitatori post–sessuali si credono militanti gender–bending che mettono a soqquadro la vecchia società. In realtà, sono i soldatini della classe padronale, sono i pesi morali del capitalismo che aiutano a tenere al loro posto le Karen la classe operaia bianca e simili bassezze». Il capitalismo, dice O’Neill, ama il transgenderismo. «La politica identitaria, con il transattivismo in prima linea, è la nuova ideologia della classe dirigente», spiega. «Quando la macchina dello Stato abbraccia il pensiero post–sessuale, quando sia la polizia che l’esercito si coprono con i colori del Pride e quando i capitani di quello che oggi passa per capitalismo dichiarano con orgoglio i loro pronomi e castigano la gente piccola che non fa altrettanto, si sa che il problema non sono più quei ventenni dai capelli blu su TikTok. No, è il potere stesso che si sta riorganizzando intorno ai culti dell’identità e della fluidità, a vantaggio della classe dirigente e a scapito della classe lavoratrice. Lavoratori di tutto il mondo, unitevi: non avete nulla da perdere se non i vostri distintivi con i pronomi».Questo è il nocciolo della questione: non si tratta di difendere i diritti delle persone trans, ma di condurre una rivoluzione antropologica che giova agli interessi dell’élite. Una rivoluzione che, negli ultimi tempi, ha subito molte battute d’arresto. Donald Trump negli Usa promette un cambio di rotta sulla questione trans. In Inghilterra, Scozia e in altre nazioni si è posto un freno al cambiamento di sesso per i minori. 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Lo dimostra il fatto che le sue posizioni critiche, a lungo osteggiate da una parte del mondo progressista, ora stanno prendendo piede in varie nazioni europee. Iniziamo dal Regno Unito. Lei è stata duramente attaccata per un articolo del 2023 sul Gender Recognition Act. Che cosa sosteneva in quel pezzo? «Nell’articolo sostenevo che il Gender Recognition Act del 2004, una legge britannica che consente di cambiare il proprio sesso nel certificato di nascita senza alcuna transizione medica o farmacologica, debba essere abrogato, e l’identità di genere non aver alcun altro riconoscimento nel diritto che come un credo. Ai soliti attacchi da parte degli attivisti per i diritti trans si sono aggiunte le critiche dei cosiddetti “gender critical” che hanno rimarcato come il mio punto di vista fosse inattuabile politicamente o legalmente rischioso per via della giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani». Sembra che alla fine le autorità politiche e sanitarie di alcune nazioni abbiano frenato sulla identità di genere. A che cosa si deve questa retromarcia, avvenuta ad esempio in Scozia e in Inghilterra? «Considerato che la situazione in Scozia e in Inghilterra è diversa, dato il diverso assetto legislativo, Paesi come l’Inghilterra, la Danimarca, la Svezia, la Francia e diversi Stati negli Stati Uniti hanno posto un freno soprattutto nell’uso dei cosiddetti bloccanti della pubertà per l’assenza di dati sulla loro efficacia in studi condotti a livello nazionale, ad esempio il Rapporto Cass sull’operato dalla clinica Tavistock a Londra, che evidenziava la mancanza di statistiche affidabili e una certa negligenza nel monitoraggio dei pazienti (ricordiamoci che si tratta di minori), l’alta co-morbidità di questi pazienti (che presentano spesso anche disturbi dello spettro autistico, problemi psicologici, storie di abuso sessuale, anche in ambito familiare)». Perché secondo lei una parte del femminismo, anche piuttosto consistente, ha invece sostenuto il self Id e altre istanze simili? «Una domanda di difficile risposta. Alcune femministe erroneamente pensano che il self Id e i diritti trans in generale siano parte dello stesso “pacchetto” dei diritti Lgb (gli attivisti trans sono stati bravi e attaccarsi al carro dei diritti Lgb, sin dagli anni Novanta). Altre travisano il senso dell’essenzialismo biologico, confondendo il riconoscimento che le donne hanno diritti specifici in base al sesso con il concetto che le donne abbiano limitazioni specifiche in base al sesso, questa sì un’idea di una certa destra oscurantista e di certe correnti religiose, sia nel cristianesimo che nell’islam». Quanto hanno pesato le discussioni sui temi del genere sulla vittoria di Trump negli Stati Uniti? «Non ho vissuto la campagna elettorale negli Stati Uniti, ma certo, parlando con molte femministe americane che non si riconoscono nel falso progressismo dei diritti trans (sostenuto finanziariamente dall’industria farmaceutica americana che si stima raggiungerà i 5 miliardi di dollari entro il 2030), ho sentito che la campagna di Trump, per esempio sugli sport, abbia sortito l’effetto sperato. In America l’impegno sportivo delle bambine è pari a quello dei bambini, e l’ingresso di maschi che reclamano un’identità di genere femminile (mai il contrario, per ovvi motivi le femmine che dichiarano un’identità di genere maschile non sono competitive negli sport maschili) sta cominciando ad avere un notevole effetto: sono state contate più di 800 medaglie perse da atlete femmine, a tutti i livelli, a causa di ragazzi e uomini che dichiarano un’identità femminile. Non è un caso che uno degli ultimi spot elettorali di Trump fosse su Imane Khelif, l’atleta algerino che ha vinto la medaglia d’oro nella boxe alle Olimpiadi di Parigi». La vicenda di Imane Khelif, tanto più con le recenti novità sul caso, ha fatto dibattere il mondo intero. Pensa che anche nel mondo dello sport assisteremo a qualche forma di reazione? «Le ultime notizie ci raccontano di rapporti dettagliati di medici algerini e francesi che confermano come Khelif sia un uomo affetto da sindrome da deficit di 5α-reduttasi, una sindrome che colpisce i maschi che si presentano con organi sessuali ambigui alla nascita ma che hanno una pubertà maschile, non femminile. Purtroppo non esiste un approccio coerente al problema delle sindromi dello sviluppo sessuale nello sport, e dalle Olimpiadi di Atlanta nel 1996 i test di Dna (che sono assolutamente non invasivi, limitandosi a un tampone orale da eseguire solo una volta nell’intera carriera dell’atleta) non sono più effettuati, contro il parere espresso dalle atlete donne. In ogni caso tali sindromi non hanno nulla a che vedere con una supposta o dichiarata identità “trans”». Secondo lei le istanze transgender hanno preso piede per ragioni, come dire, ideologiche oppure ci sono dietro interessi economici come qualcuno sostiene? «Nel mio lavoro mi concentro sugli aspetti legali, soprattutto nel diritto internazionale, del concetto di identità di genere ed ho recentemente pubblicato un volume sull’identità di genere nel diritto internazionale. È importante notare che il vero problema non è una supposta identità transgender, ma la sostituzione del sesso, un dato oggettivo, con l’identità di genere, un’idea che rifugge una descrizione basata su dati oggettivi e che è aperta a falsificazioni ed abusi. Lascio alla politica, alla sociologia e alla filosofia il compito di rispondere alla domanda di chi benefici di questa sostituzione. Vorrei però aggiungere che portare avanti qualsiasi progetto di ricerca su questo argomento è molto difficile e vi sono molte ripercussioni negative per chi se ne occupa. Io stessa ho perso il mio lavoro in Germania e sicuramente le lamentele degli studenti sulle mie opinioni in merito al concetto di identità di genere hanno avuto un effetto. Ma più in generale si tratta di autocensura, cioè i docenti universitari evitano di toccare l’argomento e così le posizioni più estreme non vengono sottoposte ad alcuna critica e finiscono quindi per essere adottate non solo nell’ambito del dibattito intellettuale, ma come politiche e pratiche sia nelle università che in altri ambiti, sia nel privato che nel pubblico, senza che nessuno consideri gli effetti di queste politiche e di questa ideologia sulle donne. Uso il termine ideologia a proposito. Una cosa è dichiarare di avere un’identità di genere. Ognuno è libero di crederlo, a patto ovviamente che il suo credo non leda i diritti degli altri. Altro invece è dichiarare che “tutti” hanno un’identità di genere, anche se non ci credono, come fanno finanche le Nazioni Unite e l’Unione europea. Questo è un atto prettamente ideologico, non diverso dall’imposizione del credo in un’anima immortale su un ateo. Aldilà del mio interesse intellettuale per questo concetto nuovo e mai sottoposto ad un’analisi critica, i diritti delle donne, dei bambini e delle persone omosessuali sono affetti e modificati da questa ideologia. Pensiamo solo alle conseguenze per le donne lesbiche di un’ideologia che le costringe ad accettare uomini con un corpo maschile intatto come “lesbiche.” Nessuna legge deve essere cambiata senza un’analisi approfondita delle sue conseguenze. È evidente che modificare in modo così radicale il significato dei termini donna e uomo non può che avere conseguenze altrettanto radicali, soprattutto per le donne, che hanno diritti specifici in base al loro sesso, in base alla Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne. Credo fermamente che sia giunto il momento per gli esperti di diritto, i filosofi del diritto, i sociologi, i politici, di prendere in considerazione i diritti delle donne in quanto donne». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/egemonia-transgender-2669903664.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="quei-falsi-miti-sulla-disforia-dei-minori" data-post-id="2669903664" data-published-at="1731925810" data-use-pagination="False"> Quei falsi miti sulla disforia dei minori È fin troppo facile, di questi tempi, sentir parlare di disforia di genere. Più difficile è comprendere di che si tratti esattamente, dato che non si può definirla una patologia (tale non la considerano i manuali diagnostici recenti) ma si tende spesso ad affrontarla avviando ragazzi e ragazze verso la transizione di genere. Per chiarirsi le idee è utilissimo un libro pubblicato da Mimesis e realizzato da Fulvia Signani, psicologa e specialista di gender medicine dell’Università di Ferrara. Si intitola Potenziare la gender medicine, e contiene capitoli dedicati alla disforia e ai minori trans. «La disforia di genere viene identificata dal manuale della psichiatria internazionale, il Dsm, come una sorta di disallineamento che la persona vive con il proprio corpo, non sentendolo conforme alla sua identità di genere. E quindi è un malessere manifestato con verbalizzazioni molto semplici, almeno nelle prime fasi: “Sono maschio ma mi sento femmina; sono femmina ma mi sento maschio…”», ci spiega la professoressa Signani. «Oggi il tema è cogente, perché il fenomeno è molto diffuso e possiamo anche dire inedito: non si è mai manifestato con eguale portata nella storia dell’umanità. Ci sono sempre state situazioni in cui persone non si sentivano a proprio agio nel corpo, ma ad allarmare è il fatto che sia così tanto diffuso». Come noto, la questione è divenuta anche politica poiché, nota la studiosa, si discute molto di «autodichiarazioni» e «affermazioni di genere». E il cosiddetto «approccio affermativo» è quello che va per la maggiore: consiste nell’assecondare e talvolta incentivare il fatto che un ragazzino o una ragazzina si dichiarino appartenenti al sesso opposto. «Sono autodichiarazioni spesso inappropriate», dice Signani. «Io sono prima di tutto una psicologa e attingendo alla psicologia dello sviluppo e agli studi che sono stati fatti finora sappiamo che se parliamo di bambini stiamo trattando persone in età evolutiva, che non hanno ancora maturato tutte le capacità cognitive, emotive e psicologiche per poter avere una piena consapevolezza di sé. Si parla tanto di inclusione, ma quello che succede è che vengono esclusi i bambini: per i bambini non c’è più spazio, non gli si consentono più manifestazioni anche temporanee di disagio, che magari possono evolvere in altri modi». La grande domanda è: come siamo giunti a questo punto? Perché la disforia di genere è così diffusa? Alcuni studiosi in questi anni hanno parlato di «contagio sociale», e sono immediatamente stati attaccati dagli attivisti Lgbt e dai vertici politicamente corretti del mondo accademico. Ma l’ipotesi che possa esserci una sorta di influenza ambientale è piuttosto concreta. «L’aspetto del contagio sociale finora è stato assolutamente trascurato», spiega Signani. «Nel libro invece spieghiamo che bisogna tenerlo in grande considerazione. In Francia l’Académie Nationale de Médecine è intervenuta con fermezza sulla questione con il documento “La medicina di fronte alla transidentità di genere nei bambini e negli adolescenti” nel quale si fa riferimento ai possibili meccanismi che agiscono influenzando le/gli adolescenti (uso esagerato dei social network, maggiore accettabilità sociale o esempi negli amici, a scuola e nella famiglia) affermando che al momento quello dei minori con disforia di genere è un fenomeno che si può definire di tipo epidemico, poiché non si tratta solo della comparsa di casi, ma addirittura, di focolai di casi». Il fatto è che in questo contesto si rischia di avviare i più giovani lungo percorsi rischiosi, da cui non si torna indietro. «Io sono portavoce dell’associazione Generazione D che riunisce circa 150 genitori che cercano di difendere i propri figli dalla medicalizzazione e farmacologizzazione precoce, strada che al momento viene presentata come unica possibile», dice la professoressa. L’alternativa è un «percorso esplorativo», che dà a ragazze e ragazzi la possibilità di comprendere meglio sé stessi e approfondire il rapporto con il corpo senza forzature. «Purtroppo al momento non trova un’adesione così diffusa nei miei colleghi e colleghe psicologi tanto da poter dire scelgo quella strada o l’altra», sospira Signani. «Il servizio sanitario pubblico offre solo l’approccio che si chiama affermativo, quello che viene da un’esperienza olandese degli anni Novanta e che tende a prendere per buona l’affermazione del bambino o della bambina». Per imporre questo approccio e farlo accettare ai genitori talvolta si fa ricorso a quello che sembra un ricatto morale. Si dice che i minori con disforia di genere siano a elevatissimo rischio suicidio, cosa che convince le famiglie ad avviarli rapidamente alla transizione. Il fatto è che i dati non confermano questa versione, anzi. A spiegarlo è Stefano Dal Maso, che ha collaborato con Fulvia Signani alla realizzazione del libro occupandosi di questo preciso aspetto. «La dicotomia transizione o morte che viene proposta spesso dai sostenitori dell’approccio affermativo, anche professionisti sanitari a cui i genitori si affidano per avere informazioni corrette, è inaccurata nei fatti e eticamente discutibile. Partiamo dai numeri. In Italia non abbiamo dati, non sappiamo quanti ragazzi vengono assistiti e hanno accesso ai trattamenti. Non sappiamo con esattezza che trattamenti vengano dati loro, di che tipo, per quanto tempo e non abbiamo un follow up. Quindi dobbiamo rifarci ai dati provenienti dall’estero. Per lo più arrivano dalla Tavistock, la famosa clinica londinese dove per anni il trattamento affermativo è stato applicato di routine a tutti. La clinica è stata chiusa dal servizio sanitario britannico, che ha commissionato alla dottoressa Cass, la più importante pediatra inglese, una revisione durata quattro anni su tutti gli studi che trattano questa materia. La cosiddetta Cass Review dà indicazioni molto precise, e sostiene che la gran parte degli studi siano di bassa qualità». Lo specifico degli studi sui suicidi è molto istruttivo. «Michael Biggs, uno studioso inglese, ha esaminato i dati della Tavistock. È stato verificato che su 15.000 accessi ci sono stati quattro suicidi. Anche uno è di troppo, anche un tentativo di suicidio o un pensiero suicida è di troppo. Però stiamo parlando di quattro suicidi su 15.000 accessi per una percentuale davvero molto bassa. Esiste poi uno studio che arriva dall’Olanda, dalla clinica di Amsterdam che negli anni Novanta ha promosso l’approccio affermativo. Questo documento dichiara che la percentuale di suicidio nelle persone affette da disforia di genere è da tre a quattro volte superiore alla popolazione normale. Teniamo presente che in altre condizioni o patologie, come l’anoressia, parliamo di percentuali 18 volte superiori o di 20 volte superiori per la depressione unipolare». Le mistificazioni sui dati riguardanti i suicidi hanno fatto presa anche dalle nostre parti, entrando nel dibattito sull’utilizzo della triptorelina, un cosiddetto bloccante della pubertà che da qualche tempo viene passato gratuitamente dallo Stato. Come riporta il volume della dottoressa Signani, «in aperto sostegno all’utilizzo della terapia ormonale con i bloccanti della pubertà intervengono nel febbraio 2024 dodici associazioni culturali e società scientifiche italiane, che dichiarano, improvvidamente a nostro avviso, che l’utilizzo della terapia con triptorelina ridurrebbe del 70% i tentativi di suicidio. Si ha infatti la netta convinzione che la narrazione sul possibile aumento di suicidi nei minori e sull’effetto attenuativo della triptorelina derivi da un fraintendimento dei dati di ricerca contenuti in un unico studio (Turban et al. 2020) molto citato e molto contestato per le deduzioni approssimative. Fra i critici è annoverato anche Hacsi Horváth (2018), studioso con un curriculum di tutto rispetto, che parla della falsa narrazione, creata socialmente, la quale afferma che il rischio di suicidio negli adolescenti e giovani adulti con disforia di genere sia elevatissimo, che i suicidi tra questi giovani siano comuni e che la «transfobia» sia la causa principale di tali suicidi. Horváth dimostra il motivo per cui i tassi di tentativi di suicidio, citati come alti, non sono credibili e presenta le prove che le percentuali dei tentativi di suicidio tra adolescenti e giovani adulti con disforia sono statisticamente simili a quelli di altre popolazioni con fattori di rischio analoghi». Basterebbero queste poche frasi per demolire gran parte della retorica imperante sul cambiamento di sesso e la fluidità di genere. Ma la pubblicità e il sostegno di cui gode l’approccio affermativo sono difficili da contrastare. E a farne le spese sono i più giovani e i più fragili.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.