True
2024-11-18
Con la «trans rivoluzione» le élite forgiano il nuovo mondo
(Getty Images)
Ma perché, da qualche anno, non si fa altro che parlare di transgender? Per quale motivo un fenomeno statisticamente marginale che fino a poco tempo fa era pressoché ignorato oggi domina la scena, si è imposto come tema di discussione fra gli adulti ed è entrato di prepotenza nella vita dei giovani? Per capirlo è fondamentale la lettura di una antologia curata dalla sociologa femminista Daniela Danna. Si intitola Il nuovo volto del patriarcato ed è scaricabile dal sito www.danieladanna.it.
Come spiega Danna nell’introduzione, la «questione trans ha colonizzato, o meglio dirottato il movimento omosessuale, e coloro che la propugnano vanno chiamati transattivisti. Non è detto né ha importanza che siano persone con identità trans: sono attivisti politici che richiedono una trasformazione profonda della società, da ottenere con nuove leggi, premietti e sanzioni, e le loro richieste nel pacchetto gender sono perfettamente in linea con la deriva orwelliana di un potere mondiale sempre più concentrato nelle multinazionali. Orwelliana è anche l’accusa di bigottismo a chi si oppone ai vari punti del pacchetto gender, curiosa accusa di passatismo religioso che andrebbe approfondita nella sua origine e modi di impiego, sempre a sproposito e per diffamare – un po’ come complottismo in altri ambiti politici».
Che cos’è, dunque, questo «pacchetto gender»? Daniela Danna lo spiega bene: «Si tratta di ottenere 1) l’autoidentificazione e dichiarazione del proprio sesso/genere, completa di sanzioni per il deadnaming e misgendering, cioè chiamare qualcuno col nome che aveva prima di transizionare, e usare il genere grammaticale non gradito a chi si dichiara transgender; 2) il trattamento affermativo dei presunti minori trans (che non possono univocamente essere identificati, come dimostra anche il fenomeno di chi detransiziona dopo la maggiore età); 3) il riconoscimento giuridico della compravendita di neonati commissionati (asetticamente detta Gpa, che sta per gestazione per altri, come se la gravidanza non dovesse mai finire); 4) la piena legalizzazione, chiamata anche decriminalizzazione, dello sfruttamento sessuale a pagamento».
Tutte queste istanze sono state presentate nel corso degli anni come la nuova frontiera del progressismo. Che cosa siano nei fatti lo chiarisce Brendan O’Neill in un intervento intitolato «Trans: la nuova ideologia della classe dominante. Come i transattivisti sono diventati i soldatini del regime dei padroni». Secondo O’Neill, gli «agitatori post–sessuali si credono militanti gender–bending che mettono a soqquadro la vecchia società. In realtà, sono i soldatini della classe padronale, sono i pesi morali del capitalismo che aiutano a tenere al loro posto le Karen la classe operaia bianca e simili bassezze».
Il capitalismo, dice O’Neill, ama il transgenderismo. «La politica identitaria, con il transattivismo in prima linea, è la nuova ideologia della classe dirigente», spiega. «Quando la macchina dello Stato abbraccia il pensiero post–sessuale, quando sia la polizia che l’esercito si coprono con i colori del Pride e quando i capitani di quello che oggi passa per capitalismo dichiarano con orgoglio i loro pronomi e castigano la gente piccola che non fa altrettanto, si sa che il problema non sono più quei ventenni dai capelli blu su TikTok. No, è il potere stesso che si sta riorganizzando intorno ai culti dell’identità e della fluidità, a vantaggio della classe dirigente e a scapito della classe lavoratrice. Lavoratori di tutto il mondo, unitevi: non avete nulla da perdere se non i vostri distintivi con i pronomi».
Questo è il nocciolo della questione: non si tratta di difendere i diritti delle persone trans, ma di condurre una rivoluzione antropologica che giova agli interessi dell’élite. Una rivoluzione che, negli ultimi tempi, ha subito molte battute d’arresto. Donald Trump negli Usa promette un cambio di rotta sulla questione trans. In Inghilterra, Scozia e in altre nazioni si è posto un freno al cambiamento di sesso per i minori. Ma il veleno woke è penetrato in profondità nelle società occidentali, e liberarsene è complicato: la battaglia è appena iniziata.
«L’ideologia gender calpesta soprattutto i diritti delle donne»
Qualcuno, per insultarla, l’ha chiamata «la regina delle terf», cioè delle «femministe radicali trans escludenti». ll fatto che abbia ricevuto e riceva tanti attacchi, in realtà, dimostra che Alessandra Asteriti - studiosa italiana di rilievo internazionale (ha insegnato in Germania e nel Regno Unito) esperta di diritto e questioni di genere - ha colto nel segno. Lo dimostra il fatto che le sue posizioni critiche, a lungo osteggiate da una parte del mondo progressista, ora stanno prendendo piede in varie nazioni europee.
Iniziamo dal Regno Unito. Lei è stata duramente attaccata per un articolo del 2023 sul Gender Recognition Act. Che cosa sosteneva in quel pezzo?
«Nell’articolo sostenevo che il Gender Recognition Act del 2004, una legge britannica che consente di cambiare il proprio sesso nel certificato di nascita senza alcuna transizione medica o farmacologica, debba essere abrogato, e l’identità di genere non aver alcun altro riconoscimento nel diritto che come un credo. Ai soliti attacchi da parte degli attivisti per i diritti trans si sono aggiunte le critiche dei cosiddetti “gender critical” che hanno rimarcato come il mio punto di vista fosse inattuabile politicamente o legalmente rischioso per via della giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani».
Sembra che alla fine le autorità politiche e sanitarie di alcune nazioni abbiano frenato sulla identità di genere. A che cosa si deve questa retromarcia, avvenuta ad esempio in Scozia e in Inghilterra?
«Considerato che la situazione in Scozia e in Inghilterra è diversa, dato il diverso assetto legislativo, Paesi come l’Inghilterra, la Danimarca, la Svezia, la Francia e diversi Stati negli Stati Uniti hanno posto un freno soprattutto nell’uso dei cosiddetti bloccanti della pubertà per l’assenza di dati sulla loro efficacia in studi condotti a livello nazionale, ad esempio il Rapporto Cass sull’operato dalla clinica Tavistock a Londra, che evidenziava la mancanza di statistiche affidabili e una certa negligenza nel monitoraggio dei pazienti (ricordiamoci che si tratta di minori), l’alta co-morbidità di questi pazienti (che presentano spesso anche disturbi dello spettro autistico, problemi psicologici, storie di abuso sessuale, anche in ambito familiare)».
Perché secondo lei una parte del femminismo, anche piuttosto consistente, ha invece sostenuto il self Id e altre istanze simili?
«Una domanda di difficile risposta. Alcune femministe erroneamente pensano che il self Id e i diritti trans in generale siano parte dello stesso “pacchetto” dei diritti Lgb (gli attivisti trans sono stati bravi e attaccarsi al carro dei diritti Lgb, sin dagli anni Novanta). Altre travisano il senso dell’essenzialismo biologico, confondendo il riconoscimento che le donne hanno diritti specifici in base al sesso con il concetto che le donne abbiano limitazioni specifiche in base al sesso, questa sì un’idea di una certa destra oscurantista e di certe correnti religiose, sia nel cristianesimo che nell’islam».
Quanto hanno pesato le discussioni sui temi del genere sulla vittoria di Trump negli Stati Uniti?
«Non ho vissuto la campagna elettorale negli Stati Uniti, ma certo, parlando con molte femministe americane che non si riconoscono nel falso progressismo dei diritti trans (sostenuto finanziariamente dall’industria farmaceutica americana che si stima raggiungerà i 5 miliardi di dollari entro il 2030), ho sentito che la campagna di Trump, per esempio sugli sport, abbia sortito l’effetto sperato. In America l’impegno sportivo delle bambine è pari a quello dei bambini, e l’ingresso di maschi che reclamano un’identità di genere femminile (mai il contrario, per ovvi motivi le femmine che dichiarano un’identità di genere maschile non sono competitive negli sport maschili) sta cominciando ad avere un notevole effetto: sono state contate più di 800 medaglie perse da atlete femmine, a tutti i livelli, a causa di ragazzi e uomini che dichiarano un’identità femminile. Non è un caso che uno degli ultimi spot elettorali di Trump fosse su Imane Khelif, l’atleta algerino che ha vinto la medaglia d’oro nella boxe alle Olimpiadi di Parigi».
La vicenda di Imane Khelif, tanto più con le recenti novità sul caso, ha fatto dibattere il mondo intero. Pensa che anche nel mondo dello sport assisteremo a qualche forma di reazione?
«Le ultime notizie ci raccontano di rapporti dettagliati di medici algerini e francesi che confermano come Khelif sia un uomo affetto da sindrome da deficit di 5α-reduttasi, una sindrome che colpisce i maschi che si presentano con organi sessuali ambigui alla nascita ma che hanno una pubertà maschile, non femminile. Purtroppo non esiste un approccio coerente al problema delle sindromi dello sviluppo sessuale nello sport, e dalle Olimpiadi di Atlanta nel 1996 i test di Dna (che sono assolutamente non invasivi, limitandosi a un tampone orale da eseguire solo una volta nell’intera carriera dell’atleta) non sono più effettuati, contro il parere espresso dalle atlete donne. In ogni caso tali sindromi non hanno nulla a che vedere con una supposta o dichiarata identità “trans”».
Secondo lei le istanze transgender hanno preso piede per ragioni, come dire, ideologiche oppure ci sono dietro interessi economici come qualcuno sostiene?
«Nel mio lavoro mi concentro sugli aspetti legali, soprattutto nel diritto internazionale, del concetto di identità di genere ed ho recentemente pubblicato un volume sull’identità di genere nel diritto internazionale. È importante notare che il vero problema non è una supposta identità transgender, ma la sostituzione del sesso, un dato oggettivo, con l’identità di genere, un’idea che rifugge una descrizione basata su dati oggettivi e che è aperta a falsificazioni ed abusi. Lascio alla politica, alla sociologia e alla filosofia il compito di rispondere alla domanda di chi benefici di questa sostituzione. Vorrei però aggiungere che portare avanti qualsiasi progetto di ricerca su questo argomento è molto difficile e vi sono molte ripercussioni negative per chi se ne occupa. Io stessa ho perso il mio lavoro in Germania e sicuramente le lamentele degli studenti sulle mie opinioni in merito al concetto di identità di genere hanno avuto un effetto. Ma più in generale si tratta di autocensura, cioè i docenti universitari evitano di toccare l’argomento e così le posizioni più estreme non vengono sottoposte ad alcuna critica e finiscono quindi per essere adottate non solo nell’ambito del dibattito intellettuale, ma come politiche e pratiche sia nelle università che in altri ambiti, sia nel privato che nel pubblico, senza che nessuno consideri gli effetti di queste politiche e di questa ideologia sulle donne. Uso il termine ideologia a proposito. Una cosa è dichiarare di avere un’identità di genere. Ognuno è libero di crederlo, a patto ovviamente che il suo credo non leda i diritti degli altri. Altro invece è dichiarare che “tutti” hanno un’identità di genere, anche se non ci credono, come fanno finanche le Nazioni Unite e l’Unione europea. Questo è un atto prettamente ideologico, non diverso dall’imposizione del credo in un’anima immortale su un ateo. Aldilà del mio interesse intellettuale per questo concetto nuovo e mai sottoposto ad un’analisi critica, i diritti delle donne, dei bambini e delle persone omosessuali sono affetti e modificati da questa ideologia. Pensiamo solo alle conseguenze per le donne lesbiche di un’ideologia che le costringe ad accettare uomini con un corpo maschile intatto come “lesbiche.” Nessuna legge deve essere cambiata senza un’analisi approfondita delle sue conseguenze. È evidente che modificare in modo così radicale il significato dei termini donna e uomo non può che avere conseguenze altrettanto radicali, soprattutto per le donne, che hanno diritti specifici in base al loro sesso, in base alla Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne. Credo fermamente che sia giunto il momento per gli esperti di diritto, i filosofi del diritto, i sociologi, i politici, di prendere in considerazione i diritti delle donne in quanto donne».
Quei falsi miti sulla disforia dei minori
È fin troppo facile, di questi tempi, sentir parlare di disforia di genere. Più difficile è comprendere di che si tratti esattamente, dato che non si può definirla una patologia (tale non la considerano i manuali diagnostici recenti) ma si tende spesso ad affrontarla avviando ragazzi e ragazze verso la transizione di genere. Per chiarirsi le idee è utilissimo un libro pubblicato da Mimesis e realizzato da Fulvia Signani, psicologa e specialista di gender medicine dell’Università di Ferrara. Si intitola Potenziare la gender medicine, e contiene capitoli dedicati alla disforia e ai minori trans.
«La disforia di genere viene identificata dal manuale della psichiatria internazionale, il Dsm, come una sorta di disallineamento che la persona vive con il proprio corpo, non sentendolo conforme alla sua identità di genere. E quindi è un malessere manifestato con verbalizzazioni molto semplici, almeno nelle prime fasi: “Sono maschio ma mi sento femmina; sono femmina ma mi sento maschio…”», ci spiega la professoressa Signani. «Oggi il tema è cogente, perché il fenomeno è molto diffuso e possiamo anche dire inedito: non si è mai manifestato con eguale portata nella storia dell’umanità. Ci sono sempre state situazioni in cui persone non si sentivano a proprio agio nel corpo, ma ad allarmare è il fatto che sia così tanto diffuso». Come noto, la questione è divenuta anche politica poiché, nota la studiosa, si discute molto di «autodichiarazioni» e «affermazioni di genere». E il cosiddetto «approccio affermativo» è quello che va per la maggiore: consiste nell’assecondare e talvolta incentivare il fatto che un ragazzino o una ragazzina si dichiarino appartenenti al sesso opposto. «Sono autodichiarazioni spesso inappropriate», dice Signani. «Io sono prima di tutto una psicologa e attingendo alla psicologia dello sviluppo e agli studi che sono stati fatti finora sappiamo che se parliamo di bambini stiamo trattando persone in età evolutiva, che non hanno ancora maturato tutte le capacità cognitive, emotive e psicologiche per poter avere una piena consapevolezza di sé. Si parla tanto di inclusione, ma quello che succede è che vengono esclusi i bambini: per i bambini non c’è più spazio, non gli si consentono più manifestazioni anche temporanee di disagio, che magari possono evolvere in altri modi».
La grande domanda è: come siamo giunti a questo punto? Perché la disforia di genere è così diffusa? Alcuni studiosi in questi anni hanno parlato di «contagio sociale», e sono immediatamente stati attaccati dagli attivisti Lgbt e dai vertici politicamente corretti del mondo accademico. Ma l’ipotesi che possa esserci una sorta di influenza ambientale è piuttosto concreta. «L’aspetto del contagio sociale finora è stato assolutamente trascurato», spiega Signani. «Nel libro invece spieghiamo che bisogna tenerlo in grande considerazione. In Francia l’Académie Nationale de Médecine è intervenuta con fermezza sulla questione con il documento “La medicina di fronte alla transidentità di genere nei bambini e negli adolescenti” nel quale si fa riferimento ai possibili meccanismi che agiscono influenzando le/gli adolescenti (uso esagerato dei social network, maggiore accettabilità sociale o esempi negli amici, a scuola e nella famiglia) affermando che al momento quello dei minori con disforia di genere è un fenomeno che si può definire di tipo epidemico, poiché non si tratta solo della comparsa di casi, ma addirittura, di focolai di casi».
Il fatto è che in questo contesto si rischia di avviare i più giovani lungo percorsi rischiosi, da cui non si torna indietro. «Io sono portavoce dell’associazione Generazione D che riunisce circa 150 genitori che cercano di difendere i propri figli dalla medicalizzazione e farmacologizzazione precoce, strada che al momento viene presentata come unica possibile», dice la professoressa. L’alternativa è un «percorso esplorativo», che dà a ragazze e ragazzi la possibilità di comprendere meglio sé stessi e approfondire il rapporto con il corpo senza forzature.
«Purtroppo al momento non trova un’adesione così diffusa nei miei colleghi e colleghe psicologi tanto da poter dire scelgo quella strada o l’altra», sospira Signani. «Il servizio sanitario pubblico offre solo l’approccio che si chiama affermativo, quello che viene da un’esperienza olandese degli anni Novanta e che tende a prendere per buona l’affermazione del bambino o della bambina». Per imporre questo approccio e farlo accettare ai genitori talvolta si fa ricorso a quello che sembra un ricatto morale. Si dice che i minori con disforia di genere siano a elevatissimo rischio suicidio, cosa che convince le famiglie ad avviarli rapidamente alla transizione. Il fatto è che i dati non confermano questa versione, anzi. A spiegarlo è Stefano Dal Maso, che ha collaborato con Fulvia Signani alla realizzazione del libro occupandosi di questo preciso aspetto.
«La dicotomia transizione o morte che viene proposta spesso dai sostenitori dell’approccio affermativo, anche professionisti sanitari a cui i genitori si affidano per avere informazioni corrette, è inaccurata nei fatti e eticamente discutibile. Partiamo dai numeri. In Italia non abbiamo dati, non sappiamo quanti ragazzi vengono assistiti e hanno accesso ai trattamenti. Non sappiamo con esattezza che trattamenti vengano dati loro, di che tipo, per quanto tempo e non abbiamo un follow up. Quindi dobbiamo rifarci ai dati provenienti dall’estero. Per lo più arrivano dalla Tavistock, la famosa clinica londinese dove per anni il trattamento affermativo è stato applicato di routine a tutti. La clinica è stata chiusa dal servizio sanitario britannico, che ha commissionato alla dottoressa Cass, la più importante pediatra inglese, una revisione durata quattro anni su tutti gli studi che trattano questa materia. La cosiddetta Cass Review dà indicazioni molto precise, e sostiene che la gran parte degli studi siano di bassa qualità».
Lo specifico degli studi sui suicidi è molto istruttivo. «Michael Biggs, uno studioso inglese, ha esaminato i dati della Tavistock. È stato verificato che su 15.000 accessi ci sono stati quattro suicidi. Anche uno è di troppo, anche un tentativo di suicidio o un pensiero suicida è di troppo. Però stiamo parlando di quattro suicidi su 15.000 accessi per una percentuale davvero molto bassa. Esiste poi uno studio che arriva dall’Olanda, dalla clinica di Amsterdam che negli anni Novanta ha promosso l’approccio affermativo. Questo documento dichiara che la percentuale di suicidio nelle persone affette da disforia di genere è da tre a quattro volte superiore alla popolazione normale. Teniamo presente che in altre condizioni o patologie, come l’anoressia, parliamo di percentuali 18 volte superiori o di 20 volte superiori per la depressione unipolare».
Le mistificazioni sui dati riguardanti i suicidi hanno fatto presa anche dalle nostre parti, entrando nel dibattito sull’utilizzo della triptorelina, un cosiddetto bloccante della pubertà che da qualche tempo viene passato gratuitamente dallo Stato. Come riporta il volume della dottoressa Signani, «in aperto sostegno all’utilizzo della terapia ormonale con i bloccanti della pubertà intervengono nel febbraio 2024 dodici associazioni culturali e società scientifiche italiane, che dichiarano, improvvidamente a nostro avviso, che l’utilizzo della terapia con triptorelina ridurrebbe del 70% i tentativi di suicidio. Si ha infatti la netta convinzione che la narrazione sul possibile aumento di suicidi nei minori e sull’effetto attenuativo della triptorelina derivi da un fraintendimento dei dati di ricerca contenuti in un unico studio (Turban et al. 2020) molto citato e molto contestato per le deduzioni approssimative. Fra i critici è annoverato anche Hacsi Horváth (2018), studioso con un curriculum di tutto rispetto, che parla della falsa narrazione, creata socialmente, la quale afferma che il rischio di suicidio negli adolescenti e giovani adulti con disforia di genere sia elevatissimo, che i suicidi tra questi giovani siano comuni e che la «transfobia» sia la causa principale di tali suicidi. Horváth dimostra il motivo per cui i tassi di tentativi di suicidio, citati come alti, non sono credibili e presenta le prove che le percentuali dei tentativi di suicidio tra adolescenti e giovani adulti con disforia sono statisticamente simili a quelli di altre popolazioni con fattori di rischio analoghi».
Basterebbero queste poche frasi per demolire gran parte della retorica imperante sul cambiamento di sesso e la fluidità di genere. Ma la pubblicità e il sostegno di cui gode l’approccio affermativo sono difficili da contrastare. E a farne le spese sono i più giovani e i più fragili.
Continua a leggereRiduci
Il cambio di sesso riguarda un numero limitato di persone, ma domina il discorso pubblico perché veicola un’idea fluida di società pienamente in linea con le istanze del capitalismo. L’allarme delle femministe.La studiosa Alessandra Asteriti: «Nelle università ormai c’è l’autocensura. In Germania ho perso il lavoro a causa delle mie opinioni».Due esperti spiegano perché si può parlare di «contagio sociale». E perché il rischio suicidio viene esagerato.Lo speciale contiene tre articoli.Ma perché, da qualche anno, non si fa altro che parlare di transgender? Per quale motivo un fenomeno statisticamente marginale che fino a poco tempo fa era pressoché ignorato oggi domina la scena, si è imposto come tema di discussione fra gli adulti ed è entrato di prepotenza nella vita dei giovani? Per capirlo è fondamentale la lettura di una antologia curata dalla sociologa femminista Daniela Danna. Si intitola Il nuovo volto del patriarcato ed è scaricabile dal sito www.danieladanna.it. Come spiega Danna nell’introduzione, la «questione trans ha colonizzato, o meglio dirottato il movimento omosessuale, e coloro che la propugnano vanno chiamati transattivisti. Non è detto né ha importanza che siano persone con identità trans: sono attivisti politici che richiedono una trasformazione profonda della società, da ottenere con nuove leggi, premietti e sanzioni, e le loro richieste nel pacchetto gender sono perfettamente in linea con la deriva orwelliana di un potere mondiale sempre più concentrato nelle multinazionali. Orwelliana è anche l’accusa di bigottismo a chi si oppone ai vari punti del pacchetto gender, curiosa accusa di passatismo religioso che andrebbe approfondita nella sua origine e modi di impiego, sempre a sproposito e per diffamare – un po’ come complottismo in altri ambiti politici». Che cos’è, dunque, questo «pacchetto gender»? Daniela Danna lo spiega bene: «Si tratta di ottenere 1) l’autoidentificazione e dichiarazione del proprio sesso/genere, completa di sanzioni per il deadnaming e misgendering, cioè chiamare qualcuno col nome che aveva prima di transizionare, e usare il genere grammaticale non gradito a chi si dichiara transgender; 2) il trattamento affermativo dei presunti minori trans (che non possono univocamente essere identificati, come dimostra anche il fenomeno di chi detransiziona dopo la maggiore età); 3) il riconoscimento giuridico della compravendita di neonati commissionati (asetticamente detta Gpa, che sta per gestazione per altri, come se la gravidanza non dovesse mai finire); 4) la piena legalizzazione, chiamata anche decriminalizzazione, dello sfruttamento sessuale a pagamento».Tutte queste istanze sono state presentate nel corso degli anni come la nuova frontiera del progressismo. Che cosa siano nei fatti lo chiarisce Brendan O’Neill in un intervento intitolato «Trans: la nuova ideologia della classe dominante. Come i transattivisti sono diventati i soldatini del regime dei padroni». Secondo O’Neill, gli «agitatori post–sessuali si credono militanti gender–bending che mettono a soqquadro la vecchia società. In realtà, sono i soldatini della classe padronale, sono i pesi morali del capitalismo che aiutano a tenere al loro posto le Karen la classe operaia bianca e simili bassezze». Il capitalismo, dice O’Neill, ama il transgenderismo. «La politica identitaria, con il transattivismo in prima linea, è la nuova ideologia della classe dirigente», spiega. «Quando la macchina dello Stato abbraccia il pensiero post–sessuale, quando sia la polizia che l’esercito si coprono con i colori del Pride e quando i capitani di quello che oggi passa per capitalismo dichiarano con orgoglio i loro pronomi e castigano la gente piccola che non fa altrettanto, si sa che il problema non sono più quei ventenni dai capelli blu su TikTok. No, è il potere stesso che si sta riorganizzando intorno ai culti dell’identità e della fluidità, a vantaggio della classe dirigente e a scapito della classe lavoratrice. Lavoratori di tutto il mondo, unitevi: non avete nulla da perdere se non i vostri distintivi con i pronomi».Questo è il nocciolo della questione: non si tratta di difendere i diritti delle persone trans, ma di condurre una rivoluzione antropologica che giova agli interessi dell’élite. Una rivoluzione che, negli ultimi tempi, ha subito molte battute d’arresto. Donald Trump negli Usa promette un cambio di rotta sulla questione trans. In Inghilterra, Scozia e in altre nazioni si è posto un freno al cambiamento di sesso per i minori. Ma il veleno woke è penetrato in profondità nelle società occidentali, e liberarsene è complicato: la battaglia è appena iniziata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/egemonia-transgender-2669903664.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lideologia-gender-calpesta-soprattutto-i-diritti-delle-donne" data-post-id="2669903664" data-published-at="1731925810" data-use-pagination="False"> «L’ideologia gender calpesta soprattutto i diritti delle donne» Qualcuno, per insultarla, l’ha chiamata «la regina delle terf», cioè delle «femministe radicali trans escludenti». ll fatto che abbia ricevuto e riceva tanti attacchi, in realtà, dimostra che Alessandra Asteriti - studiosa italiana di rilievo internazionale (ha insegnato in Germania e nel Regno Unito) esperta di diritto e questioni di genere - ha colto nel segno. Lo dimostra il fatto che le sue posizioni critiche, a lungo osteggiate da una parte del mondo progressista, ora stanno prendendo piede in varie nazioni europee. Iniziamo dal Regno Unito. Lei è stata duramente attaccata per un articolo del 2023 sul Gender Recognition Act. Che cosa sosteneva in quel pezzo? «Nell’articolo sostenevo che il Gender Recognition Act del 2004, una legge britannica che consente di cambiare il proprio sesso nel certificato di nascita senza alcuna transizione medica o farmacologica, debba essere abrogato, e l’identità di genere non aver alcun altro riconoscimento nel diritto che come un credo. Ai soliti attacchi da parte degli attivisti per i diritti trans si sono aggiunte le critiche dei cosiddetti “gender critical” che hanno rimarcato come il mio punto di vista fosse inattuabile politicamente o legalmente rischioso per via della giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani». Sembra che alla fine le autorità politiche e sanitarie di alcune nazioni abbiano frenato sulla identità di genere. A che cosa si deve questa retromarcia, avvenuta ad esempio in Scozia e in Inghilterra? «Considerato che la situazione in Scozia e in Inghilterra è diversa, dato il diverso assetto legislativo, Paesi come l’Inghilterra, la Danimarca, la Svezia, la Francia e diversi Stati negli Stati Uniti hanno posto un freno soprattutto nell’uso dei cosiddetti bloccanti della pubertà per l’assenza di dati sulla loro efficacia in studi condotti a livello nazionale, ad esempio il Rapporto Cass sull’operato dalla clinica Tavistock a Londra, che evidenziava la mancanza di statistiche affidabili e una certa negligenza nel monitoraggio dei pazienti (ricordiamoci che si tratta di minori), l’alta co-morbidità di questi pazienti (che presentano spesso anche disturbi dello spettro autistico, problemi psicologici, storie di abuso sessuale, anche in ambito familiare)». Perché secondo lei una parte del femminismo, anche piuttosto consistente, ha invece sostenuto il self Id e altre istanze simili? «Una domanda di difficile risposta. Alcune femministe erroneamente pensano che il self Id e i diritti trans in generale siano parte dello stesso “pacchetto” dei diritti Lgb (gli attivisti trans sono stati bravi e attaccarsi al carro dei diritti Lgb, sin dagli anni Novanta). Altre travisano il senso dell’essenzialismo biologico, confondendo il riconoscimento che le donne hanno diritti specifici in base al sesso con il concetto che le donne abbiano limitazioni specifiche in base al sesso, questa sì un’idea di una certa destra oscurantista e di certe correnti religiose, sia nel cristianesimo che nell’islam». Quanto hanno pesato le discussioni sui temi del genere sulla vittoria di Trump negli Stati Uniti? «Non ho vissuto la campagna elettorale negli Stati Uniti, ma certo, parlando con molte femministe americane che non si riconoscono nel falso progressismo dei diritti trans (sostenuto finanziariamente dall’industria farmaceutica americana che si stima raggiungerà i 5 miliardi di dollari entro il 2030), ho sentito che la campagna di Trump, per esempio sugli sport, abbia sortito l’effetto sperato. In America l’impegno sportivo delle bambine è pari a quello dei bambini, e l’ingresso di maschi che reclamano un’identità di genere femminile (mai il contrario, per ovvi motivi le femmine che dichiarano un’identità di genere maschile non sono competitive negli sport maschili) sta cominciando ad avere un notevole effetto: sono state contate più di 800 medaglie perse da atlete femmine, a tutti i livelli, a causa di ragazzi e uomini che dichiarano un’identità femminile. Non è un caso che uno degli ultimi spot elettorali di Trump fosse su Imane Khelif, l’atleta algerino che ha vinto la medaglia d’oro nella boxe alle Olimpiadi di Parigi». La vicenda di Imane Khelif, tanto più con le recenti novità sul caso, ha fatto dibattere il mondo intero. Pensa che anche nel mondo dello sport assisteremo a qualche forma di reazione? «Le ultime notizie ci raccontano di rapporti dettagliati di medici algerini e francesi che confermano come Khelif sia un uomo affetto da sindrome da deficit di 5α-reduttasi, una sindrome che colpisce i maschi che si presentano con organi sessuali ambigui alla nascita ma che hanno una pubertà maschile, non femminile. Purtroppo non esiste un approccio coerente al problema delle sindromi dello sviluppo sessuale nello sport, e dalle Olimpiadi di Atlanta nel 1996 i test di Dna (che sono assolutamente non invasivi, limitandosi a un tampone orale da eseguire solo una volta nell’intera carriera dell’atleta) non sono più effettuati, contro il parere espresso dalle atlete donne. In ogni caso tali sindromi non hanno nulla a che vedere con una supposta o dichiarata identità “trans”». Secondo lei le istanze transgender hanno preso piede per ragioni, come dire, ideologiche oppure ci sono dietro interessi economici come qualcuno sostiene? «Nel mio lavoro mi concentro sugli aspetti legali, soprattutto nel diritto internazionale, del concetto di identità di genere ed ho recentemente pubblicato un volume sull’identità di genere nel diritto internazionale. È importante notare che il vero problema non è una supposta identità transgender, ma la sostituzione del sesso, un dato oggettivo, con l’identità di genere, un’idea che rifugge una descrizione basata su dati oggettivi e che è aperta a falsificazioni ed abusi. Lascio alla politica, alla sociologia e alla filosofia il compito di rispondere alla domanda di chi benefici di questa sostituzione. Vorrei però aggiungere che portare avanti qualsiasi progetto di ricerca su questo argomento è molto difficile e vi sono molte ripercussioni negative per chi se ne occupa. Io stessa ho perso il mio lavoro in Germania e sicuramente le lamentele degli studenti sulle mie opinioni in merito al concetto di identità di genere hanno avuto un effetto. Ma più in generale si tratta di autocensura, cioè i docenti universitari evitano di toccare l’argomento e così le posizioni più estreme non vengono sottoposte ad alcuna critica e finiscono quindi per essere adottate non solo nell’ambito del dibattito intellettuale, ma come politiche e pratiche sia nelle università che in altri ambiti, sia nel privato che nel pubblico, senza che nessuno consideri gli effetti di queste politiche e di questa ideologia sulle donne. Uso il termine ideologia a proposito. Una cosa è dichiarare di avere un’identità di genere. Ognuno è libero di crederlo, a patto ovviamente che il suo credo non leda i diritti degli altri. Altro invece è dichiarare che “tutti” hanno un’identità di genere, anche se non ci credono, come fanno finanche le Nazioni Unite e l’Unione europea. Questo è un atto prettamente ideologico, non diverso dall’imposizione del credo in un’anima immortale su un ateo. Aldilà del mio interesse intellettuale per questo concetto nuovo e mai sottoposto ad un’analisi critica, i diritti delle donne, dei bambini e delle persone omosessuali sono affetti e modificati da questa ideologia. Pensiamo solo alle conseguenze per le donne lesbiche di un’ideologia che le costringe ad accettare uomini con un corpo maschile intatto come “lesbiche.” Nessuna legge deve essere cambiata senza un’analisi approfondita delle sue conseguenze. È evidente che modificare in modo così radicale il significato dei termini donna e uomo non può che avere conseguenze altrettanto radicali, soprattutto per le donne, che hanno diritti specifici in base al loro sesso, in base alla Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne. Credo fermamente che sia giunto il momento per gli esperti di diritto, i filosofi del diritto, i sociologi, i politici, di prendere in considerazione i diritti delle donne in quanto donne». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/egemonia-transgender-2669903664.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="quei-falsi-miti-sulla-disforia-dei-minori" data-post-id="2669903664" data-published-at="1731925810" data-use-pagination="False"> Quei falsi miti sulla disforia dei minori È fin troppo facile, di questi tempi, sentir parlare di disforia di genere. Più difficile è comprendere di che si tratti esattamente, dato che non si può definirla una patologia (tale non la considerano i manuali diagnostici recenti) ma si tende spesso ad affrontarla avviando ragazzi e ragazze verso la transizione di genere. Per chiarirsi le idee è utilissimo un libro pubblicato da Mimesis e realizzato da Fulvia Signani, psicologa e specialista di gender medicine dell’Università di Ferrara. Si intitola Potenziare la gender medicine, e contiene capitoli dedicati alla disforia e ai minori trans. «La disforia di genere viene identificata dal manuale della psichiatria internazionale, il Dsm, come una sorta di disallineamento che la persona vive con il proprio corpo, non sentendolo conforme alla sua identità di genere. E quindi è un malessere manifestato con verbalizzazioni molto semplici, almeno nelle prime fasi: “Sono maschio ma mi sento femmina; sono femmina ma mi sento maschio…”», ci spiega la professoressa Signani. «Oggi il tema è cogente, perché il fenomeno è molto diffuso e possiamo anche dire inedito: non si è mai manifestato con eguale portata nella storia dell’umanità. Ci sono sempre state situazioni in cui persone non si sentivano a proprio agio nel corpo, ma ad allarmare è il fatto che sia così tanto diffuso». Come noto, la questione è divenuta anche politica poiché, nota la studiosa, si discute molto di «autodichiarazioni» e «affermazioni di genere». E il cosiddetto «approccio affermativo» è quello che va per la maggiore: consiste nell’assecondare e talvolta incentivare il fatto che un ragazzino o una ragazzina si dichiarino appartenenti al sesso opposto. «Sono autodichiarazioni spesso inappropriate», dice Signani. «Io sono prima di tutto una psicologa e attingendo alla psicologia dello sviluppo e agli studi che sono stati fatti finora sappiamo che se parliamo di bambini stiamo trattando persone in età evolutiva, che non hanno ancora maturato tutte le capacità cognitive, emotive e psicologiche per poter avere una piena consapevolezza di sé. Si parla tanto di inclusione, ma quello che succede è che vengono esclusi i bambini: per i bambini non c’è più spazio, non gli si consentono più manifestazioni anche temporanee di disagio, che magari possono evolvere in altri modi». La grande domanda è: come siamo giunti a questo punto? Perché la disforia di genere è così diffusa? Alcuni studiosi in questi anni hanno parlato di «contagio sociale», e sono immediatamente stati attaccati dagli attivisti Lgbt e dai vertici politicamente corretti del mondo accademico. Ma l’ipotesi che possa esserci una sorta di influenza ambientale è piuttosto concreta. «L’aspetto del contagio sociale finora è stato assolutamente trascurato», spiega Signani. «Nel libro invece spieghiamo che bisogna tenerlo in grande considerazione. In Francia l’Académie Nationale de Médecine è intervenuta con fermezza sulla questione con il documento “La medicina di fronte alla transidentità di genere nei bambini e negli adolescenti” nel quale si fa riferimento ai possibili meccanismi che agiscono influenzando le/gli adolescenti (uso esagerato dei social network, maggiore accettabilità sociale o esempi negli amici, a scuola e nella famiglia) affermando che al momento quello dei minori con disforia di genere è un fenomeno che si può definire di tipo epidemico, poiché non si tratta solo della comparsa di casi, ma addirittura, di focolai di casi». Il fatto è che in questo contesto si rischia di avviare i più giovani lungo percorsi rischiosi, da cui non si torna indietro. «Io sono portavoce dell’associazione Generazione D che riunisce circa 150 genitori che cercano di difendere i propri figli dalla medicalizzazione e farmacologizzazione precoce, strada che al momento viene presentata come unica possibile», dice la professoressa. L’alternativa è un «percorso esplorativo», che dà a ragazze e ragazzi la possibilità di comprendere meglio sé stessi e approfondire il rapporto con il corpo senza forzature. «Purtroppo al momento non trova un’adesione così diffusa nei miei colleghi e colleghe psicologi tanto da poter dire scelgo quella strada o l’altra», sospira Signani. «Il servizio sanitario pubblico offre solo l’approccio che si chiama affermativo, quello che viene da un’esperienza olandese degli anni Novanta e che tende a prendere per buona l’affermazione del bambino o della bambina». Per imporre questo approccio e farlo accettare ai genitori talvolta si fa ricorso a quello che sembra un ricatto morale. Si dice che i minori con disforia di genere siano a elevatissimo rischio suicidio, cosa che convince le famiglie ad avviarli rapidamente alla transizione. Il fatto è che i dati non confermano questa versione, anzi. A spiegarlo è Stefano Dal Maso, che ha collaborato con Fulvia Signani alla realizzazione del libro occupandosi di questo preciso aspetto. «La dicotomia transizione o morte che viene proposta spesso dai sostenitori dell’approccio affermativo, anche professionisti sanitari a cui i genitori si affidano per avere informazioni corrette, è inaccurata nei fatti e eticamente discutibile. Partiamo dai numeri. In Italia non abbiamo dati, non sappiamo quanti ragazzi vengono assistiti e hanno accesso ai trattamenti. Non sappiamo con esattezza che trattamenti vengano dati loro, di che tipo, per quanto tempo e non abbiamo un follow up. Quindi dobbiamo rifarci ai dati provenienti dall’estero. Per lo più arrivano dalla Tavistock, la famosa clinica londinese dove per anni il trattamento affermativo è stato applicato di routine a tutti. La clinica è stata chiusa dal servizio sanitario britannico, che ha commissionato alla dottoressa Cass, la più importante pediatra inglese, una revisione durata quattro anni su tutti gli studi che trattano questa materia. La cosiddetta Cass Review dà indicazioni molto precise, e sostiene che la gran parte degli studi siano di bassa qualità». Lo specifico degli studi sui suicidi è molto istruttivo. «Michael Biggs, uno studioso inglese, ha esaminato i dati della Tavistock. È stato verificato che su 15.000 accessi ci sono stati quattro suicidi. Anche uno è di troppo, anche un tentativo di suicidio o un pensiero suicida è di troppo. Però stiamo parlando di quattro suicidi su 15.000 accessi per una percentuale davvero molto bassa. Esiste poi uno studio che arriva dall’Olanda, dalla clinica di Amsterdam che negli anni Novanta ha promosso l’approccio affermativo. Questo documento dichiara che la percentuale di suicidio nelle persone affette da disforia di genere è da tre a quattro volte superiore alla popolazione normale. Teniamo presente che in altre condizioni o patologie, come l’anoressia, parliamo di percentuali 18 volte superiori o di 20 volte superiori per la depressione unipolare». Le mistificazioni sui dati riguardanti i suicidi hanno fatto presa anche dalle nostre parti, entrando nel dibattito sull’utilizzo della triptorelina, un cosiddetto bloccante della pubertà che da qualche tempo viene passato gratuitamente dallo Stato. Come riporta il volume della dottoressa Signani, «in aperto sostegno all’utilizzo della terapia ormonale con i bloccanti della pubertà intervengono nel febbraio 2024 dodici associazioni culturali e società scientifiche italiane, che dichiarano, improvvidamente a nostro avviso, che l’utilizzo della terapia con triptorelina ridurrebbe del 70% i tentativi di suicidio. Si ha infatti la netta convinzione che la narrazione sul possibile aumento di suicidi nei minori e sull’effetto attenuativo della triptorelina derivi da un fraintendimento dei dati di ricerca contenuti in un unico studio (Turban et al. 2020) molto citato e molto contestato per le deduzioni approssimative. Fra i critici è annoverato anche Hacsi Horváth (2018), studioso con un curriculum di tutto rispetto, che parla della falsa narrazione, creata socialmente, la quale afferma che il rischio di suicidio negli adolescenti e giovani adulti con disforia di genere sia elevatissimo, che i suicidi tra questi giovani siano comuni e che la «transfobia» sia la causa principale di tali suicidi. Horváth dimostra il motivo per cui i tassi di tentativi di suicidio, citati come alti, non sono credibili e presenta le prove che le percentuali dei tentativi di suicidio tra adolescenti e giovani adulti con disforia sono statisticamente simili a quelli di altre popolazioni con fattori di rischio analoghi». Basterebbero queste poche frasi per demolire gran parte della retorica imperante sul cambiamento di sesso e la fluidità di genere. Ma la pubblicità e il sostegno di cui gode l’approccio affermativo sono difficili da contrastare. E a farne le spese sono i più giovani e i più fragili.
Nel riquadro Salim El Koudri, il trentunenne che sabato 16 maggio ha investito i passanti a Modena (Ansa)
Forse a tentare la strada delle criptovalute, considerato che, tra i vari scritti in arabo che sono stati sequestrati nella sua abitazione dagli inquirenti insieme ai tanti dispositivi elettronici e digitali, c’è anche quella che sembra essere una password criptata di un wallet elettronico.
Comunque sia, negli ultimi anni della vita di Salim El Koudri, classe 1995 di origine marocchina, nato a Bergamo e cresciuto a Ravarino, che sabato scorso si è messo a bordo della sua auto e ha tentato di compiere una strage lanciandosi a 100 chilometri orari sulle persone che passeggiavano nell’area pedonale del centro di Modena e colpendone otto di cui quattro ferite in modo gravissimo, ci sono parecchi buchi.
E data l’età (l’uomo ha 31 anni) è difficile immaginarli come semplici periodi di crisi di un giovane neolaureato alla ricerca del primo impiego.
Se è vero che nel paesino di 6.000 anime della profonda provincia modenese in cui abitava da anni nessuno lo conosceva se non per la sua scontrosità e per i comportamenti spesso molesti con le ragazze, chi lo frequentava dai tempi del liceo e aveva continuato a incontrarlo anche fuori dalle aule, ha raccontato di un ragazzo «normale» e persino «socievole ai tempi della scuola», che «era cambiato, soprattutto nell’ultimo anno e mezzo».
Dopo aver studiato presso il liceo Tassoni di Modena si era laureato in economia aziendale alla triennale Unimore e, nei mesi successivi, aveva lavorato presso diverse aziende del territorio, tra cui anche la Philip Morris di Crespellano. Magazziniere, spedizioniere, impiegato: tutti incarichi di breve durata che non gli avevano restituito quella immagine di sé e quei riconoscimenti che El Koudri riteneva gli spettassero di diritto. Da qui l’ormai nota mail del 2021, con la frase «Bastardi cristiani di merda voi e il vostro Gesù Cristo in croce lo brucio», indirizzata all’ateneo modenese, colpevole di non garantirgli un posto fisso e ben pagato. Tentata la strada della laurea magistrale (nello stesso anno si era iscritto al corso di International management per lasciare poi dopo il primo semestre), tra una ricerca e l’altra si era informato anche presso alcune basi Nato per sapere come fare per arruolarsi, chiedendo, tra le prime informazioni, quale fosse il menù riservato alle reclute. Nel 2022 si era spontaneamente rivolto al Centro di salute mentale di Castelfranco, dove gli era stato diagnosticato un disturbo schizoide di personalità (che molti emeriti psichiatri hanno pubblicamente chiarito, in questi giorni, non motiva in nessun modo il gesto compiuto da El Koudri), poi, dal 2024 a oggi, di lui nessuna traccia.
Salvo, probabilmente, nel Web: dai vari post cancellati da Meta perché ritenuti inappropriati (tra cui uno riguardante Chiara Ferragni, annoverata tra le «persone disoneste che fanno i soldi mentre chi fa sacrifici niente») alle attività che l’inchiesta dovrà appurare e che prevedevano evidentemente l’utilizzo di più pc e telefoni.
Quello che, comunque, sembra emergere come un filo conduttore tra le poche informazioni chiare raccolte fino a oggi sull’attentatore è che El Koudri era rimasto intimamente fedele alla sua cultura d’origine. Se è vero che non pareva frequentare assiduamente il centro islamico di Ravarino, la sua presenza era stata registrata presso la moschea di Crevalcore (importante realtà in provincia di Bologna che ha come motto all’ingresso: «Il migliore tra voi è chi impara il Corano e lo insegna»). Tra i pochi post recuperati dal suo profilo spicca la frase: «Vorrei capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba» (e non di quella italiana), mentre tra gli effetti personali sequestrati in casa del trentunenne, dagli inquirenti risultano quaderni e notes, con testi manoscritti in lingua araba, ancora da tradurre.
Per gli inquirenti, a prescindere dal movente, l’azione di El Koudri sarebbe inoltre stata «deliberata e preparata», prova ne sia anche il fatto che l’uomo si è messo in auto armato di coltello e convinto, per sua stessa ammissione, che quel giorno «sarebbe morto».
I genitori, dopo la strage di sabato scorso, hanno lasciato la casa di Ravarino in cui vivevano insieme al figlio. Nella giornata di ieri, a parlare è stata la sorella maggiore, residente a Sala Bolognese: «Di fronte a quello che è successo sabato è difficile trovare le parole per esprimere il dolore e l’enorme sofferenza che io e la mia famiglia proviamo», ha dichiarato tramite il suo legale. «È per noi qualcosa di inimmaginabile, pensando al ragazzo che è cresciuto con me, al fratellino studioso che non sgarrava mai», ha spiegato. «Io non so dove abbiamo sbagliato. Non avevamo capito la sua malattia e quanto fosse grave invece il male che covava dentro», ha aggiunto la madre. «Però, chissà perché queste persone italiane di seconda generazione, che a un certo punto impazziscono o hanno problemi psichiatrici e decidono di fare del male, guarda caso colpiscono solo ed esclusivamente occidentali...», si domanda con sagacia un utente Facebook, commentando proprio le parole dei genitori dell’assalitore. «Mi chiedo, perché non è andato vicino alla moschea per investire, per esempio, le tante persone che uscivano da lì?».
Continua a leggereRiduci
L'incontro tra Giorgia Meloni e Nerendra Modi durante il G7 a Borgo Egnazia del 14 giugno 2024 (Ansa)
Si ricongiunge dunque il «Melodi team», per la gioia dei fan indiani della Meloni, che sui social sono tra i più entusiasti sostenitori della Meloni. La visita in Italia del primo ministro indiano, spiegano fonti italiane, riveste particolare importanza nel quadro del consolidamento delle relazioni tra Italia e India e del rafforzamento del dialogo politico tra li due Paesi. Si tratta della prima missione ufficiale a Roma di un primo ministro indiano negli ultimi 26 anni. Modi e Meloni vantano un rapporto, come dicevamo, non solo istituzionale, ma di solida amicizia. I due si sono incontrati ben sette volte in tre anni, consolidando sempre di più il partenariato strategico tra Roma e Nuova Delhi. Grazie all’avvio del Partenariato Strategico Italia-India nel 2023 e al successivo lancio del Piano d’azione strategico congiunto 2025-2029, il dialogo politico tra Italia e India ha raggiunto un livello di intensità senza precedenti, favorendo un significativo ampliamento della cooperazione bilaterale in numerosi ambiti strategici.
La collaborazione si estende oggi dalla difesa alla ricerca scientifica, dal commercio agli investimenti, fino allo sviluppo di un’Intelligenza artificiale umanocentrica, nonché al contrasto del terrorismo e del traffico di esseri umani.
Nel corso del loro incontro, Modi e la Meloni adotteranno una Dichiarazione congiunta che eleverà le relazioni tra Italia e India al rango di Partenariato Strategico Speciale. Il documento individua nuove e ambiziose direttrici di cooperazione bilaterale, rafforzando ulteriormente il quadro del partenariato tra i due Stati.
Tra i principali obiettivi figurano l’istituzionalizzazione di incontri annuali a livello di capi di governo; l’impegno congiunto a raggiungere entro il 2029 un volume di interscambio commerciale pari a 20 miliardi di euro, anche attraverso la valorizzazione del potenziale dell’accordo di libero scambio tra Unione europea e India; il lancio dell’anno della Cultura e del Turismo Italia-India 2027; nonché il rafforzamento dell’iniziativa Innovit India, finalizzata a promuovere il dialogo tra i rispettivi ecosistemi dell’innovazione. I due leader parteciperanno, inoltre, a un pranzo di lavoro con i vertici di importanti gruppi industriali italiani e indiani, nel corso del quale sarà promosso uno scambio di vedute sulle migliori modalità per rafforzare ulteriormente la cooperazione economica, commerciale e nel settore degli investimenti.
Infine, assisteranno alla firma di una serie di intese nei settori del trasporto marittimo, dell’agricoltura, dell’istruzione superiore, dei minerali critici, della cooperazione museale e del contrasto ai reati economico-finanziari. La «relazione speciale» tra Italia e India è, come è evidente, di estrema importanza per il nostro Paese, considerato che la stessa India è ormai una protagonista assoluta dello scacchiere mondiale, una superpotenza economica di primissimo piano con un ruolo centrale in tutte le dinamiche planetarie.
Incessante l’attività del governo sul fronte della diplomazia internazionale: ieri a Palazzo Chigi si sono riuniti i rappresentanti di Italia, Libia, Qatar e Turchia per fare il punto sui seguiti del vertice di Istanbul del 1° agosto 2025. Nel corso della riunione, spiegano fonti di Palazzo Chigi, sono stati esaminati i risultati del lavoro condotto fino ad ora e concordati i prossimi passi per l'avvio di un progetto pilota per una sala operativa congiunta a Tripoli a sostegno delle Autorità libiche nella gestione dei flussi migratori irregolari. Per l’Italia era presente il consigliere diplomatico del presidente del Consiglio, ambasciatore Fabrizio Saggio.
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 20 maggio con Carlo Cambi
Romano Prodi e Massimo D'Alema (Ansa)
Scherzando - ma non troppo - potremmo dire che se esistesse il Partito cinese d’Italia, sigla Pcd’I con tanto di suggestiva rievocazione storica, la sua sede potrebbe tranquillamente trovarsi di fronte all’ambasciata francese, in piazza Farnese a Roma: tra lettere in mandarino, schermi di produzione orientale e pile della rivista della Fondazione Italianieuropei. E se davvero esistesse questo fantomatico partito, il Partito cinese d’Italia, Massimo D’Alema ne sarebbe, senza dubbio, il segretario onorario. Mentre Romano Prodi avrebbe tutti i titoli per sedersi sulla poltrona di presidente.
La lunga marcia della sinistra italiana verso Pechino, in fondo è iniziata diverso tempo fa, quando molti ex compagni dovettero prendere atto del crollo dell’Unione Sovietica e cercare altrove un altro punto cardinale a cui appendere la giacca ideologica. Non è un caso che, con l’Ulivo, proprio D’Alema e Prodi, siano diventati nel tempo fra i più zelanti sponsor italiani della Cina. Ognuno con il suo stile: sfacciato, elegante, e vagamente altezzoso il primo, curiale, felpato e con pensosa tigna il secondo. Va dato atto alla diplomazia del Dragone di aver trovato la formula per farli andare d’accordo. Romano Prodi coltiva rapporti con Pechino da anni. Lo dimostrò già quando la Fondazione Agnelli decise di investire in Cina: l’ex presidente della Commissione europea fece da sherpa istituzionale, portando a casa una cattedra nella prestigiosa università Agnelli Chair of Italian Culture, gestita dal China-Europe Philanthropy Innovation Research Center dell’Università di Pechino. Già allora molti si chiesero perché, considerando che, se era del tutto naturale che un’azienda di automotive investisse in Cina alla ricerca di ingegneri e nuovi mercati, era invece assai meno naturale affidarsi proprio a Prodi per aprire certe porte.
La popolarità del Professore nella nazione che ormai ha svestito da tempo i panni dell’economia emergente, non si misura soltanto nei suoi frequenti rendez vous orientali. Diversi anni fa, in un articolo pubblicato in prima pagina dal quotidiano di punta China Daily, Prodi veniva indicato come figura di riferimento di Dagong, l’agenzia di rating cinese che da anni tenta di insidiare il predominio di colossi statunitensi come Standard & Poor’s e Moody’s. Un’investitura quasi imperiale.
I rapporti di D’Alema con Pechino, invece, hanno contorni ancora più politici - e forse anche più spregiudicati. Ce lo ricordiamo lo scorso anno partecipante alla parata di Pechino con tanti leader di regimi tutt’altro che democratici. Per giustificare la sua presenza in quel contesto parlò del popolo cinese come soggetto «fondamentale per la sconfitta del nazismo e del fascismo». Frase apparsa a molti non solo infelice, ma anche storicamente assai discutibile. Il contributo militare cinese alla guerra contro il nazifascismo in Europa fu marginale, mentre quella tribuna popolata da autocrati globali, trasmetteva ben altri messaggi che non quelli della pace e della libertà.
Ma quella di D’Alema non è certo una simpatia improvvisa. Da anni l’ex leader post-comunista strizza l’occhio a Pechino, sia per motivi ideologici sia, come sottolineano alcuni osservatori, per ragioni economiche.
Attraverso la società di consulenza DL&M Advisor, attiva nei processi di internazionalizzazione verso i mercati esteri, compreso quello cinese, e tramite la fondazione della società Silk Road Wines, dedita all’esportazione di vino italiano in Cina, D’Alema ha costruito rapporti significativi con ambienti vicini al Partito comunista cinese. Già in passato aveva partecipato al Forum internazionale sulla democrazia organizzato proprio dal comitato centrale del Pcc. Non stupisce, quindi, la sua presenza in prima fila nella tribuna d’onore. Forse stupisce il cambiamento politico, quando all’indomani del dramma delle Torri gemelle, lo stesso D’Alema spiegava ad una sinistra riluttante che il nuovo orizzonte strategico dell’Occidente era Washington. Oggi quell’uomo appare lontanissimo, quasi irriconoscibile.
Sia chiaro, nello scenario geopolitico mondiale è doveroso guardare con attenzione a una potenza come la Cina, destinata ad un ruolo sempre più centrale sulla scena politica internazionale. Nessuno mette in discussione il peso economico, politico e strategico di Pechino. Ma proprio per questo sorprende il silenzio quasi reverenziale di certi politici e intellettuali italiani davanti a un sistema che continua a fare a pugni con la democrazia e i diritti umani, sia all’interno dei propri confini sia in un continente, come quello africano, dove ha una presenza sempre più invasiva.
Ecco, sarebbe utile che ogni tanto, oltre a omaggiare e magnificare il ruolo globale della Repubblica popolare cinese, qualcuno ricordasse anche questi aspetti che spesso e volentieri vengono usati dalla sinistra nel nostro Paese per polemizzare con il governo italiano, ma che altrove invece sono colpevolmente silenziati.
Continua a leggereRiduci