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2024-11-18
Con la «trans rivoluzione» le élite forgiano il nuovo mondo
(Getty Images)
Ma perché, da qualche anno, non si fa altro che parlare di transgender? Per quale motivo un fenomeno statisticamente marginale che fino a poco tempo fa era pressoché ignorato oggi domina la scena, si è imposto come tema di discussione fra gli adulti ed è entrato di prepotenza nella vita dei giovani? Per capirlo è fondamentale la lettura di una antologia curata dalla sociologa femminista Daniela Danna. Si intitola Il nuovo volto del patriarcato ed è scaricabile dal sito www.danieladanna.it.
Come spiega Danna nell’introduzione, la «questione trans ha colonizzato, o meglio dirottato il movimento omosessuale, e coloro che la propugnano vanno chiamati transattivisti. Non è detto né ha importanza che siano persone con identità trans: sono attivisti politici che richiedono una trasformazione profonda della società, da ottenere con nuove leggi, premietti e sanzioni, e le loro richieste nel pacchetto gender sono perfettamente in linea con la deriva orwelliana di un potere mondiale sempre più concentrato nelle multinazionali. Orwelliana è anche l’accusa di bigottismo a chi si oppone ai vari punti del pacchetto gender, curiosa accusa di passatismo religioso che andrebbe approfondita nella sua origine e modi di impiego, sempre a sproposito e per diffamare – un po’ come complottismo in altri ambiti politici».
Che cos’è, dunque, questo «pacchetto gender»? Daniela Danna lo spiega bene: «Si tratta di ottenere 1) l’autoidentificazione e dichiarazione del proprio sesso/genere, completa di sanzioni per il deadnaming e misgendering, cioè chiamare qualcuno col nome che aveva prima di transizionare, e usare il genere grammaticale non gradito a chi si dichiara transgender; 2) il trattamento affermativo dei presunti minori trans (che non possono univocamente essere identificati, come dimostra anche il fenomeno di chi detransiziona dopo la maggiore età); 3) il riconoscimento giuridico della compravendita di neonati commissionati (asetticamente detta Gpa, che sta per gestazione per altri, come se la gravidanza non dovesse mai finire); 4) la piena legalizzazione, chiamata anche decriminalizzazione, dello sfruttamento sessuale a pagamento».
Tutte queste istanze sono state presentate nel corso degli anni come la nuova frontiera del progressismo. Che cosa siano nei fatti lo chiarisce Brendan O’Neill in un intervento intitolato «Trans: la nuova ideologia della classe dominante. Come i transattivisti sono diventati i soldatini del regime dei padroni». Secondo O’Neill, gli «agitatori post–sessuali si credono militanti gender–bending che mettono a soqquadro la vecchia società. In realtà, sono i soldatini della classe padronale, sono i pesi morali del capitalismo che aiutano a tenere al loro posto le Karen la classe operaia bianca e simili bassezze».
Il capitalismo, dice O’Neill, ama il transgenderismo. «La politica identitaria, con il transattivismo in prima linea, è la nuova ideologia della classe dirigente», spiega. «Quando la macchina dello Stato abbraccia il pensiero post–sessuale, quando sia la polizia che l’esercito si coprono con i colori del Pride e quando i capitani di quello che oggi passa per capitalismo dichiarano con orgoglio i loro pronomi e castigano la gente piccola che non fa altrettanto, si sa che il problema non sono più quei ventenni dai capelli blu su TikTok. No, è il potere stesso che si sta riorganizzando intorno ai culti dell’identità e della fluidità, a vantaggio della classe dirigente e a scapito della classe lavoratrice. Lavoratori di tutto il mondo, unitevi: non avete nulla da perdere se non i vostri distintivi con i pronomi».
Questo è il nocciolo della questione: non si tratta di difendere i diritti delle persone trans, ma di condurre una rivoluzione antropologica che giova agli interessi dell’élite. Una rivoluzione che, negli ultimi tempi, ha subito molte battute d’arresto. Donald Trump negli Usa promette un cambio di rotta sulla questione trans. In Inghilterra, Scozia e in altre nazioni si è posto un freno al cambiamento di sesso per i minori. Ma il veleno woke è penetrato in profondità nelle società occidentali, e liberarsene è complicato: la battaglia è appena iniziata.
«L’ideologia gender calpesta soprattutto i diritti delle donne»
Qualcuno, per insultarla, l’ha chiamata «la regina delle terf», cioè delle «femministe radicali trans escludenti». ll fatto che abbia ricevuto e riceva tanti attacchi, in realtà, dimostra che Alessandra Asteriti - studiosa italiana di rilievo internazionale (ha insegnato in Germania e nel Regno Unito) esperta di diritto e questioni di genere - ha colto nel segno. Lo dimostra il fatto che le sue posizioni critiche, a lungo osteggiate da una parte del mondo progressista, ora stanno prendendo piede in varie nazioni europee.
Iniziamo dal Regno Unito. Lei è stata duramente attaccata per un articolo del 2023 sul Gender Recognition Act. Che cosa sosteneva in quel pezzo?
«Nell’articolo sostenevo che il Gender Recognition Act del 2004, una legge britannica che consente di cambiare il proprio sesso nel certificato di nascita senza alcuna transizione medica o farmacologica, debba essere abrogato, e l’identità di genere non aver alcun altro riconoscimento nel diritto che come un credo. Ai soliti attacchi da parte degli attivisti per i diritti trans si sono aggiunte le critiche dei cosiddetti “gender critical” che hanno rimarcato come il mio punto di vista fosse inattuabile politicamente o legalmente rischioso per via della giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani».
Sembra che alla fine le autorità politiche e sanitarie di alcune nazioni abbiano frenato sulla identità di genere. A che cosa si deve questa retromarcia, avvenuta ad esempio in Scozia e in Inghilterra?
«Considerato che la situazione in Scozia e in Inghilterra è diversa, dato il diverso assetto legislativo, Paesi come l’Inghilterra, la Danimarca, la Svezia, la Francia e diversi Stati negli Stati Uniti hanno posto un freno soprattutto nell’uso dei cosiddetti bloccanti della pubertà per l’assenza di dati sulla loro efficacia in studi condotti a livello nazionale, ad esempio il Rapporto Cass sull’operato dalla clinica Tavistock a Londra, che evidenziava la mancanza di statistiche affidabili e una certa negligenza nel monitoraggio dei pazienti (ricordiamoci che si tratta di minori), l’alta co-morbidità di questi pazienti (che presentano spesso anche disturbi dello spettro autistico, problemi psicologici, storie di abuso sessuale, anche in ambito familiare)».
Perché secondo lei una parte del femminismo, anche piuttosto consistente, ha invece sostenuto il self Id e altre istanze simili?
«Una domanda di difficile risposta. Alcune femministe erroneamente pensano che il self Id e i diritti trans in generale siano parte dello stesso “pacchetto” dei diritti Lgb (gli attivisti trans sono stati bravi e attaccarsi al carro dei diritti Lgb, sin dagli anni Novanta). Altre travisano il senso dell’essenzialismo biologico, confondendo il riconoscimento che le donne hanno diritti specifici in base al sesso con il concetto che le donne abbiano limitazioni specifiche in base al sesso, questa sì un’idea di una certa destra oscurantista e di certe correnti religiose, sia nel cristianesimo che nell’islam».
Quanto hanno pesato le discussioni sui temi del genere sulla vittoria di Trump negli Stati Uniti?
«Non ho vissuto la campagna elettorale negli Stati Uniti, ma certo, parlando con molte femministe americane che non si riconoscono nel falso progressismo dei diritti trans (sostenuto finanziariamente dall’industria farmaceutica americana che si stima raggiungerà i 5 miliardi di dollari entro il 2030), ho sentito che la campagna di Trump, per esempio sugli sport, abbia sortito l’effetto sperato. In America l’impegno sportivo delle bambine è pari a quello dei bambini, e l’ingresso di maschi che reclamano un’identità di genere femminile (mai il contrario, per ovvi motivi le femmine che dichiarano un’identità di genere maschile non sono competitive negli sport maschili) sta cominciando ad avere un notevole effetto: sono state contate più di 800 medaglie perse da atlete femmine, a tutti i livelli, a causa di ragazzi e uomini che dichiarano un’identità femminile. Non è un caso che uno degli ultimi spot elettorali di Trump fosse su Imane Khelif, l’atleta algerino che ha vinto la medaglia d’oro nella boxe alle Olimpiadi di Parigi».
La vicenda di Imane Khelif, tanto più con le recenti novità sul caso, ha fatto dibattere il mondo intero. Pensa che anche nel mondo dello sport assisteremo a qualche forma di reazione?
«Le ultime notizie ci raccontano di rapporti dettagliati di medici algerini e francesi che confermano come Khelif sia un uomo affetto da sindrome da deficit di 5α-reduttasi, una sindrome che colpisce i maschi che si presentano con organi sessuali ambigui alla nascita ma che hanno una pubertà maschile, non femminile. Purtroppo non esiste un approccio coerente al problema delle sindromi dello sviluppo sessuale nello sport, e dalle Olimpiadi di Atlanta nel 1996 i test di Dna (che sono assolutamente non invasivi, limitandosi a un tampone orale da eseguire solo una volta nell’intera carriera dell’atleta) non sono più effettuati, contro il parere espresso dalle atlete donne. In ogni caso tali sindromi non hanno nulla a che vedere con una supposta o dichiarata identità “trans”».
Secondo lei le istanze transgender hanno preso piede per ragioni, come dire, ideologiche oppure ci sono dietro interessi economici come qualcuno sostiene?
«Nel mio lavoro mi concentro sugli aspetti legali, soprattutto nel diritto internazionale, del concetto di identità di genere ed ho recentemente pubblicato un volume sull’identità di genere nel diritto internazionale. È importante notare che il vero problema non è una supposta identità transgender, ma la sostituzione del sesso, un dato oggettivo, con l’identità di genere, un’idea che rifugge una descrizione basata su dati oggettivi e che è aperta a falsificazioni ed abusi. Lascio alla politica, alla sociologia e alla filosofia il compito di rispondere alla domanda di chi benefici di questa sostituzione. Vorrei però aggiungere che portare avanti qualsiasi progetto di ricerca su questo argomento è molto difficile e vi sono molte ripercussioni negative per chi se ne occupa. Io stessa ho perso il mio lavoro in Germania e sicuramente le lamentele degli studenti sulle mie opinioni in merito al concetto di identità di genere hanno avuto un effetto. Ma più in generale si tratta di autocensura, cioè i docenti universitari evitano di toccare l’argomento e così le posizioni più estreme non vengono sottoposte ad alcuna critica e finiscono quindi per essere adottate non solo nell’ambito del dibattito intellettuale, ma come politiche e pratiche sia nelle università che in altri ambiti, sia nel privato che nel pubblico, senza che nessuno consideri gli effetti di queste politiche e di questa ideologia sulle donne. Uso il termine ideologia a proposito. Una cosa è dichiarare di avere un’identità di genere. Ognuno è libero di crederlo, a patto ovviamente che il suo credo non leda i diritti degli altri. Altro invece è dichiarare che “tutti” hanno un’identità di genere, anche se non ci credono, come fanno finanche le Nazioni Unite e l’Unione europea. Questo è un atto prettamente ideologico, non diverso dall’imposizione del credo in un’anima immortale su un ateo. Aldilà del mio interesse intellettuale per questo concetto nuovo e mai sottoposto ad un’analisi critica, i diritti delle donne, dei bambini e delle persone omosessuali sono affetti e modificati da questa ideologia. Pensiamo solo alle conseguenze per le donne lesbiche di un’ideologia che le costringe ad accettare uomini con un corpo maschile intatto come “lesbiche.” Nessuna legge deve essere cambiata senza un’analisi approfondita delle sue conseguenze. È evidente che modificare in modo così radicale il significato dei termini donna e uomo non può che avere conseguenze altrettanto radicali, soprattutto per le donne, che hanno diritti specifici in base al loro sesso, in base alla Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne. Credo fermamente che sia giunto il momento per gli esperti di diritto, i filosofi del diritto, i sociologi, i politici, di prendere in considerazione i diritti delle donne in quanto donne».
Quei falsi miti sulla disforia dei minori
È fin troppo facile, di questi tempi, sentir parlare di disforia di genere. Più difficile è comprendere di che si tratti esattamente, dato che non si può definirla una patologia (tale non la considerano i manuali diagnostici recenti) ma si tende spesso ad affrontarla avviando ragazzi e ragazze verso la transizione di genere. Per chiarirsi le idee è utilissimo un libro pubblicato da Mimesis e realizzato da Fulvia Signani, psicologa e specialista di gender medicine dell’Università di Ferrara. Si intitola Potenziare la gender medicine, e contiene capitoli dedicati alla disforia e ai minori trans.
«La disforia di genere viene identificata dal manuale della psichiatria internazionale, il Dsm, come una sorta di disallineamento che la persona vive con il proprio corpo, non sentendolo conforme alla sua identità di genere. E quindi è un malessere manifestato con verbalizzazioni molto semplici, almeno nelle prime fasi: “Sono maschio ma mi sento femmina; sono femmina ma mi sento maschio…”», ci spiega la professoressa Signani. «Oggi il tema è cogente, perché il fenomeno è molto diffuso e possiamo anche dire inedito: non si è mai manifestato con eguale portata nella storia dell’umanità. Ci sono sempre state situazioni in cui persone non si sentivano a proprio agio nel corpo, ma ad allarmare è il fatto che sia così tanto diffuso». Come noto, la questione è divenuta anche politica poiché, nota la studiosa, si discute molto di «autodichiarazioni» e «affermazioni di genere». E il cosiddetto «approccio affermativo» è quello che va per la maggiore: consiste nell’assecondare e talvolta incentivare il fatto che un ragazzino o una ragazzina si dichiarino appartenenti al sesso opposto. «Sono autodichiarazioni spesso inappropriate», dice Signani. «Io sono prima di tutto una psicologa e attingendo alla psicologia dello sviluppo e agli studi che sono stati fatti finora sappiamo che se parliamo di bambini stiamo trattando persone in età evolutiva, che non hanno ancora maturato tutte le capacità cognitive, emotive e psicologiche per poter avere una piena consapevolezza di sé. Si parla tanto di inclusione, ma quello che succede è che vengono esclusi i bambini: per i bambini non c’è più spazio, non gli si consentono più manifestazioni anche temporanee di disagio, che magari possono evolvere in altri modi».
La grande domanda è: come siamo giunti a questo punto? Perché la disforia di genere è così diffusa? Alcuni studiosi in questi anni hanno parlato di «contagio sociale», e sono immediatamente stati attaccati dagli attivisti Lgbt e dai vertici politicamente corretti del mondo accademico. Ma l’ipotesi che possa esserci una sorta di influenza ambientale è piuttosto concreta. «L’aspetto del contagio sociale finora è stato assolutamente trascurato», spiega Signani. «Nel libro invece spieghiamo che bisogna tenerlo in grande considerazione. In Francia l’Académie Nationale de Médecine è intervenuta con fermezza sulla questione con il documento “La medicina di fronte alla transidentità di genere nei bambini e negli adolescenti” nel quale si fa riferimento ai possibili meccanismi che agiscono influenzando le/gli adolescenti (uso esagerato dei social network, maggiore accettabilità sociale o esempi negli amici, a scuola e nella famiglia) affermando che al momento quello dei minori con disforia di genere è un fenomeno che si può definire di tipo epidemico, poiché non si tratta solo della comparsa di casi, ma addirittura, di focolai di casi».
Il fatto è che in questo contesto si rischia di avviare i più giovani lungo percorsi rischiosi, da cui non si torna indietro. «Io sono portavoce dell’associazione Generazione D che riunisce circa 150 genitori che cercano di difendere i propri figli dalla medicalizzazione e farmacologizzazione precoce, strada che al momento viene presentata come unica possibile», dice la professoressa. L’alternativa è un «percorso esplorativo», che dà a ragazze e ragazzi la possibilità di comprendere meglio sé stessi e approfondire il rapporto con il corpo senza forzature.
«Purtroppo al momento non trova un’adesione così diffusa nei miei colleghi e colleghe psicologi tanto da poter dire scelgo quella strada o l’altra», sospira Signani. «Il servizio sanitario pubblico offre solo l’approccio che si chiama affermativo, quello che viene da un’esperienza olandese degli anni Novanta e che tende a prendere per buona l’affermazione del bambino o della bambina». Per imporre questo approccio e farlo accettare ai genitori talvolta si fa ricorso a quello che sembra un ricatto morale. Si dice che i minori con disforia di genere siano a elevatissimo rischio suicidio, cosa che convince le famiglie ad avviarli rapidamente alla transizione. Il fatto è che i dati non confermano questa versione, anzi. A spiegarlo è Stefano Dal Maso, che ha collaborato con Fulvia Signani alla realizzazione del libro occupandosi di questo preciso aspetto.
«La dicotomia transizione o morte che viene proposta spesso dai sostenitori dell’approccio affermativo, anche professionisti sanitari a cui i genitori si affidano per avere informazioni corrette, è inaccurata nei fatti e eticamente discutibile. Partiamo dai numeri. In Italia non abbiamo dati, non sappiamo quanti ragazzi vengono assistiti e hanno accesso ai trattamenti. Non sappiamo con esattezza che trattamenti vengano dati loro, di che tipo, per quanto tempo e non abbiamo un follow up. Quindi dobbiamo rifarci ai dati provenienti dall’estero. Per lo più arrivano dalla Tavistock, la famosa clinica londinese dove per anni il trattamento affermativo è stato applicato di routine a tutti. La clinica è stata chiusa dal servizio sanitario britannico, che ha commissionato alla dottoressa Cass, la più importante pediatra inglese, una revisione durata quattro anni su tutti gli studi che trattano questa materia. La cosiddetta Cass Review dà indicazioni molto precise, e sostiene che la gran parte degli studi siano di bassa qualità».
Lo specifico degli studi sui suicidi è molto istruttivo. «Michael Biggs, uno studioso inglese, ha esaminato i dati della Tavistock. È stato verificato che su 15.000 accessi ci sono stati quattro suicidi. Anche uno è di troppo, anche un tentativo di suicidio o un pensiero suicida è di troppo. Però stiamo parlando di quattro suicidi su 15.000 accessi per una percentuale davvero molto bassa. Esiste poi uno studio che arriva dall’Olanda, dalla clinica di Amsterdam che negli anni Novanta ha promosso l’approccio affermativo. Questo documento dichiara che la percentuale di suicidio nelle persone affette da disforia di genere è da tre a quattro volte superiore alla popolazione normale. Teniamo presente che in altre condizioni o patologie, come l’anoressia, parliamo di percentuali 18 volte superiori o di 20 volte superiori per la depressione unipolare».
Le mistificazioni sui dati riguardanti i suicidi hanno fatto presa anche dalle nostre parti, entrando nel dibattito sull’utilizzo della triptorelina, un cosiddetto bloccante della pubertà che da qualche tempo viene passato gratuitamente dallo Stato. Come riporta il volume della dottoressa Signani, «in aperto sostegno all’utilizzo della terapia ormonale con i bloccanti della pubertà intervengono nel febbraio 2024 dodici associazioni culturali e società scientifiche italiane, che dichiarano, improvvidamente a nostro avviso, che l’utilizzo della terapia con triptorelina ridurrebbe del 70% i tentativi di suicidio. Si ha infatti la netta convinzione che la narrazione sul possibile aumento di suicidi nei minori e sull’effetto attenuativo della triptorelina derivi da un fraintendimento dei dati di ricerca contenuti in un unico studio (Turban et al. 2020) molto citato e molto contestato per le deduzioni approssimative. Fra i critici è annoverato anche Hacsi Horváth (2018), studioso con un curriculum di tutto rispetto, che parla della falsa narrazione, creata socialmente, la quale afferma che il rischio di suicidio negli adolescenti e giovani adulti con disforia di genere sia elevatissimo, che i suicidi tra questi giovani siano comuni e che la «transfobia» sia la causa principale di tali suicidi. Horváth dimostra il motivo per cui i tassi di tentativi di suicidio, citati come alti, non sono credibili e presenta le prove che le percentuali dei tentativi di suicidio tra adolescenti e giovani adulti con disforia sono statisticamente simili a quelli di altre popolazioni con fattori di rischio analoghi».
Basterebbero queste poche frasi per demolire gran parte della retorica imperante sul cambiamento di sesso e la fluidità di genere. Ma la pubblicità e il sostegno di cui gode l’approccio affermativo sono difficili da contrastare. E a farne le spese sono i più giovani e i più fragili.
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Il cambio di sesso riguarda un numero limitato di persone, ma domina il discorso pubblico perché veicola un’idea fluida di società pienamente in linea con le istanze del capitalismo. L’allarme delle femministe.La studiosa Alessandra Asteriti: «Nelle università ormai c’è l’autocensura. In Germania ho perso il lavoro a causa delle mie opinioni».Due esperti spiegano perché si può parlare di «contagio sociale». E perché il rischio suicidio viene esagerato.Lo speciale contiene tre articoli.Ma perché, da qualche anno, non si fa altro che parlare di transgender? Per quale motivo un fenomeno statisticamente marginale che fino a poco tempo fa era pressoché ignorato oggi domina la scena, si è imposto come tema di discussione fra gli adulti ed è entrato di prepotenza nella vita dei giovani? Per capirlo è fondamentale la lettura di una antologia curata dalla sociologa femminista Daniela Danna. Si intitola Il nuovo volto del patriarcato ed è scaricabile dal sito www.danieladanna.it. Come spiega Danna nell’introduzione, la «questione trans ha colonizzato, o meglio dirottato il movimento omosessuale, e coloro che la propugnano vanno chiamati transattivisti. Non è detto né ha importanza che siano persone con identità trans: sono attivisti politici che richiedono una trasformazione profonda della società, da ottenere con nuove leggi, premietti e sanzioni, e le loro richieste nel pacchetto gender sono perfettamente in linea con la deriva orwelliana di un potere mondiale sempre più concentrato nelle multinazionali. Orwelliana è anche l’accusa di bigottismo a chi si oppone ai vari punti del pacchetto gender, curiosa accusa di passatismo religioso che andrebbe approfondita nella sua origine e modi di impiego, sempre a sproposito e per diffamare – un po’ come complottismo in altri ambiti politici». Che cos’è, dunque, questo «pacchetto gender»? Daniela Danna lo spiega bene: «Si tratta di ottenere 1) l’autoidentificazione e dichiarazione del proprio sesso/genere, completa di sanzioni per il deadnaming e misgendering, cioè chiamare qualcuno col nome che aveva prima di transizionare, e usare il genere grammaticale non gradito a chi si dichiara transgender; 2) il trattamento affermativo dei presunti minori trans (che non possono univocamente essere identificati, come dimostra anche il fenomeno di chi detransiziona dopo la maggiore età); 3) il riconoscimento giuridico della compravendita di neonati commissionati (asetticamente detta Gpa, che sta per gestazione per altri, come se la gravidanza non dovesse mai finire); 4) la piena legalizzazione, chiamata anche decriminalizzazione, dello sfruttamento sessuale a pagamento».Tutte queste istanze sono state presentate nel corso degli anni come la nuova frontiera del progressismo. Che cosa siano nei fatti lo chiarisce Brendan O’Neill in un intervento intitolato «Trans: la nuova ideologia della classe dominante. Come i transattivisti sono diventati i soldatini del regime dei padroni». Secondo O’Neill, gli «agitatori post–sessuali si credono militanti gender–bending che mettono a soqquadro la vecchia società. In realtà, sono i soldatini della classe padronale, sono i pesi morali del capitalismo che aiutano a tenere al loro posto le Karen la classe operaia bianca e simili bassezze». Il capitalismo, dice O’Neill, ama il transgenderismo. «La politica identitaria, con il transattivismo in prima linea, è la nuova ideologia della classe dirigente», spiega. «Quando la macchina dello Stato abbraccia il pensiero post–sessuale, quando sia la polizia che l’esercito si coprono con i colori del Pride e quando i capitani di quello che oggi passa per capitalismo dichiarano con orgoglio i loro pronomi e castigano la gente piccola che non fa altrettanto, si sa che il problema non sono più quei ventenni dai capelli blu su TikTok. No, è il potere stesso che si sta riorganizzando intorno ai culti dell’identità e della fluidità, a vantaggio della classe dirigente e a scapito della classe lavoratrice. Lavoratori di tutto il mondo, unitevi: non avete nulla da perdere se non i vostri distintivi con i pronomi».Questo è il nocciolo della questione: non si tratta di difendere i diritti delle persone trans, ma di condurre una rivoluzione antropologica che giova agli interessi dell’élite. Una rivoluzione che, negli ultimi tempi, ha subito molte battute d’arresto. Donald Trump negli Usa promette un cambio di rotta sulla questione trans. In Inghilterra, Scozia e in altre nazioni si è posto un freno al cambiamento di sesso per i minori. 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Lo dimostra il fatto che le sue posizioni critiche, a lungo osteggiate da una parte del mondo progressista, ora stanno prendendo piede in varie nazioni europee. Iniziamo dal Regno Unito. Lei è stata duramente attaccata per un articolo del 2023 sul Gender Recognition Act. Che cosa sosteneva in quel pezzo? «Nell’articolo sostenevo che il Gender Recognition Act del 2004, una legge britannica che consente di cambiare il proprio sesso nel certificato di nascita senza alcuna transizione medica o farmacologica, debba essere abrogato, e l’identità di genere non aver alcun altro riconoscimento nel diritto che come un credo. Ai soliti attacchi da parte degli attivisti per i diritti trans si sono aggiunte le critiche dei cosiddetti “gender critical” che hanno rimarcato come il mio punto di vista fosse inattuabile politicamente o legalmente rischioso per via della giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani». Sembra che alla fine le autorità politiche e sanitarie di alcune nazioni abbiano frenato sulla identità di genere. A che cosa si deve questa retromarcia, avvenuta ad esempio in Scozia e in Inghilterra? «Considerato che la situazione in Scozia e in Inghilterra è diversa, dato il diverso assetto legislativo, Paesi come l’Inghilterra, la Danimarca, la Svezia, la Francia e diversi Stati negli Stati Uniti hanno posto un freno soprattutto nell’uso dei cosiddetti bloccanti della pubertà per l’assenza di dati sulla loro efficacia in studi condotti a livello nazionale, ad esempio il Rapporto Cass sull’operato dalla clinica Tavistock a Londra, che evidenziava la mancanza di statistiche affidabili e una certa negligenza nel monitoraggio dei pazienti (ricordiamoci che si tratta di minori), l’alta co-morbidità di questi pazienti (che presentano spesso anche disturbi dello spettro autistico, problemi psicologici, storie di abuso sessuale, anche in ambito familiare)». Perché secondo lei una parte del femminismo, anche piuttosto consistente, ha invece sostenuto il self Id e altre istanze simili? «Una domanda di difficile risposta. Alcune femministe erroneamente pensano che il self Id e i diritti trans in generale siano parte dello stesso “pacchetto” dei diritti Lgb (gli attivisti trans sono stati bravi e attaccarsi al carro dei diritti Lgb, sin dagli anni Novanta). Altre travisano il senso dell’essenzialismo biologico, confondendo il riconoscimento che le donne hanno diritti specifici in base al sesso con il concetto che le donne abbiano limitazioni specifiche in base al sesso, questa sì un’idea di una certa destra oscurantista e di certe correnti religiose, sia nel cristianesimo che nell’islam». Quanto hanno pesato le discussioni sui temi del genere sulla vittoria di Trump negli Stati Uniti? «Non ho vissuto la campagna elettorale negli Stati Uniti, ma certo, parlando con molte femministe americane che non si riconoscono nel falso progressismo dei diritti trans (sostenuto finanziariamente dall’industria farmaceutica americana che si stima raggiungerà i 5 miliardi di dollari entro il 2030), ho sentito che la campagna di Trump, per esempio sugli sport, abbia sortito l’effetto sperato. In America l’impegno sportivo delle bambine è pari a quello dei bambini, e l’ingresso di maschi che reclamano un’identità di genere femminile (mai il contrario, per ovvi motivi le femmine che dichiarano un’identità di genere maschile non sono competitive negli sport maschili) sta cominciando ad avere un notevole effetto: sono state contate più di 800 medaglie perse da atlete femmine, a tutti i livelli, a causa di ragazzi e uomini che dichiarano un’identità femminile. Non è un caso che uno degli ultimi spot elettorali di Trump fosse su Imane Khelif, l’atleta algerino che ha vinto la medaglia d’oro nella boxe alle Olimpiadi di Parigi». La vicenda di Imane Khelif, tanto più con le recenti novità sul caso, ha fatto dibattere il mondo intero. Pensa che anche nel mondo dello sport assisteremo a qualche forma di reazione? «Le ultime notizie ci raccontano di rapporti dettagliati di medici algerini e francesi che confermano come Khelif sia un uomo affetto da sindrome da deficit di 5α-reduttasi, una sindrome che colpisce i maschi che si presentano con organi sessuali ambigui alla nascita ma che hanno una pubertà maschile, non femminile. Purtroppo non esiste un approccio coerente al problema delle sindromi dello sviluppo sessuale nello sport, e dalle Olimpiadi di Atlanta nel 1996 i test di Dna (che sono assolutamente non invasivi, limitandosi a un tampone orale da eseguire solo una volta nell’intera carriera dell’atleta) non sono più effettuati, contro il parere espresso dalle atlete donne. In ogni caso tali sindromi non hanno nulla a che vedere con una supposta o dichiarata identità “trans”». Secondo lei le istanze transgender hanno preso piede per ragioni, come dire, ideologiche oppure ci sono dietro interessi economici come qualcuno sostiene? «Nel mio lavoro mi concentro sugli aspetti legali, soprattutto nel diritto internazionale, del concetto di identità di genere ed ho recentemente pubblicato un volume sull’identità di genere nel diritto internazionale. È importante notare che il vero problema non è una supposta identità transgender, ma la sostituzione del sesso, un dato oggettivo, con l’identità di genere, un’idea che rifugge una descrizione basata su dati oggettivi e che è aperta a falsificazioni ed abusi. Lascio alla politica, alla sociologia e alla filosofia il compito di rispondere alla domanda di chi benefici di questa sostituzione. Vorrei però aggiungere che portare avanti qualsiasi progetto di ricerca su questo argomento è molto difficile e vi sono molte ripercussioni negative per chi se ne occupa. Io stessa ho perso il mio lavoro in Germania e sicuramente le lamentele degli studenti sulle mie opinioni in merito al concetto di identità di genere hanno avuto un effetto. Ma più in generale si tratta di autocensura, cioè i docenti universitari evitano di toccare l’argomento e così le posizioni più estreme non vengono sottoposte ad alcuna critica e finiscono quindi per essere adottate non solo nell’ambito del dibattito intellettuale, ma come politiche e pratiche sia nelle università che in altri ambiti, sia nel privato che nel pubblico, senza che nessuno consideri gli effetti di queste politiche e di questa ideologia sulle donne. Uso il termine ideologia a proposito. Una cosa è dichiarare di avere un’identità di genere. Ognuno è libero di crederlo, a patto ovviamente che il suo credo non leda i diritti degli altri. Altro invece è dichiarare che “tutti” hanno un’identità di genere, anche se non ci credono, come fanno finanche le Nazioni Unite e l’Unione europea. Questo è un atto prettamente ideologico, non diverso dall’imposizione del credo in un’anima immortale su un ateo. Aldilà del mio interesse intellettuale per questo concetto nuovo e mai sottoposto ad un’analisi critica, i diritti delle donne, dei bambini e delle persone omosessuali sono affetti e modificati da questa ideologia. Pensiamo solo alle conseguenze per le donne lesbiche di un’ideologia che le costringe ad accettare uomini con un corpo maschile intatto come “lesbiche.” Nessuna legge deve essere cambiata senza un’analisi approfondita delle sue conseguenze. È evidente che modificare in modo così radicale il significato dei termini donna e uomo non può che avere conseguenze altrettanto radicali, soprattutto per le donne, che hanno diritti specifici in base al loro sesso, in base alla Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne. Credo fermamente che sia giunto il momento per gli esperti di diritto, i filosofi del diritto, i sociologi, i politici, di prendere in considerazione i diritti delle donne in quanto donne». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/egemonia-transgender-2669903664.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="quei-falsi-miti-sulla-disforia-dei-minori" data-post-id="2669903664" data-published-at="1731925810" data-use-pagination="False"> Quei falsi miti sulla disforia dei minori È fin troppo facile, di questi tempi, sentir parlare di disforia di genere. Più difficile è comprendere di che si tratti esattamente, dato che non si può definirla una patologia (tale non la considerano i manuali diagnostici recenti) ma si tende spesso ad affrontarla avviando ragazzi e ragazze verso la transizione di genere. Per chiarirsi le idee è utilissimo un libro pubblicato da Mimesis e realizzato da Fulvia Signani, psicologa e specialista di gender medicine dell’Università di Ferrara. Si intitola Potenziare la gender medicine, e contiene capitoli dedicati alla disforia e ai minori trans. «La disforia di genere viene identificata dal manuale della psichiatria internazionale, il Dsm, come una sorta di disallineamento che la persona vive con il proprio corpo, non sentendolo conforme alla sua identità di genere. E quindi è un malessere manifestato con verbalizzazioni molto semplici, almeno nelle prime fasi: “Sono maschio ma mi sento femmina; sono femmina ma mi sento maschio…”», ci spiega la professoressa Signani. «Oggi il tema è cogente, perché il fenomeno è molto diffuso e possiamo anche dire inedito: non si è mai manifestato con eguale portata nella storia dell’umanità. Ci sono sempre state situazioni in cui persone non si sentivano a proprio agio nel corpo, ma ad allarmare è il fatto che sia così tanto diffuso». Come noto, la questione è divenuta anche politica poiché, nota la studiosa, si discute molto di «autodichiarazioni» e «affermazioni di genere». E il cosiddetto «approccio affermativo» è quello che va per la maggiore: consiste nell’assecondare e talvolta incentivare il fatto che un ragazzino o una ragazzina si dichiarino appartenenti al sesso opposto. «Sono autodichiarazioni spesso inappropriate», dice Signani. «Io sono prima di tutto una psicologa e attingendo alla psicologia dello sviluppo e agli studi che sono stati fatti finora sappiamo che se parliamo di bambini stiamo trattando persone in età evolutiva, che non hanno ancora maturato tutte le capacità cognitive, emotive e psicologiche per poter avere una piena consapevolezza di sé. Si parla tanto di inclusione, ma quello che succede è che vengono esclusi i bambini: per i bambini non c’è più spazio, non gli si consentono più manifestazioni anche temporanee di disagio, che magari possono evolvere in altri modi». La grande domanda è: come siamo giunti a questo punto? Perché la disforia di genere è così diffusa? Alcuni studiosi in questi anni hanno parlato di «contagio sociale», e sono immediatamente stati attaccati dagli attivisti Lgbt e dai vertici politicamente corretti del mondo accademico. Ma l’ipotesi che possa esserci una sorta di influenza ambientale è piuttosto concreta. «L’aspetto del contagio sociale finora è stato assolutamente trascurato», spiega Signani. «Nel libro invece spieghiamo che bisogna tenerlo in grande considerazione. In Francia l’Académie Nationale de Médecine è intervenuta con fermezza sulla questione con il documento “La medicina di fronte alla transidentità di genere nei bambini e negli adolescenti” nel quale si fa riferimento ai possibili meccanismi che agiscono influenzando le/gli adolescenti (uso esagerato dei social network, maggiore accettabilità sociale o esempi negli amici, a scuola e nella famiglia) affermando che al momento quello dei minori con disforia di genere è un fenomeno che si può definire di tipo epidemico, poiché non si tratta solo della comparsa di casi, ma addirittura, di focolai di casi». Il fatto è che in questo contesto si rischia di avviare i più giovani lungo percorsi rischiosi, da cui non si torna indietro. «Io sono portavoce dell’associazione Generazione D che riunisce circa 150 genitori che cercano di difendere i propri figli dalla medicalizzazione e farmacologizzazione precoce, strada che al momento viene presentata come unica possibile», dice la professoressa. L’alternativa è un «percorso esplorativo», che dà a ragazze e ragazzi la possibilità di comprendere meglio sé stessi e approfondire il rapporto con il corpo senza forzature. «Purtroppo al momento non trova un’adesione così diffusa nei miei colleghi e colleghe psicologi tanto da poter dire scelgo quella strada o l’altra», sospira Signani. «Il servizio sanitario pubblico offre solo l’approccio che si chiama affermativo, quello che viene da un’esperienza olandese degli anni Novanta e che tende a prendere per buona l’affermazione del bambino o della bambina». Per imporre questo approccio e farlo accettare ai genitori talvolta si fa ricorso a quello che sembra un ricatto morale. Si dice che i minori con disforia di genere siano a elevatissimo rischio suicidio, cosa che convince le famiglie ad avviarli rapidamente alla transizione. Il fatto è che i dati non confermano questa versione, anzi. A spiegarlo è Stefano Dal Maso, che ha collaborato con Fulvia Signani alla realizzazione del libro occupandosi di questo preciso aspetto. «La dicotomia transizione o morte che viene proposta spesso dai sostenitori dell’approccio affermativo, anche professionisti sanitari a cui i genitori si affidano per avere informazioni corrette, è inaccurata nei fatti e eticamente discutibile. Partiamo dai numeri. In Italia non abbiamo dati, non sappiamo quanti ragazzi vengono assistiti e hanno accesso ai trattamenti. Non sappiamo con esattezza che trattamenti vengano dati loro, di che tipo, per quanto tempo e non abbiamo un follow up. Quindi dobbiamo rifarci ai dati provenienti dall’estero. Per lo più arrivano dalla Tavistock, la famosa clinica londinese dove per anni il trattamento affermativo è stato applicato di routine a tutti. La clinica è stata chiusa dal servizio sanitario britannico, che ha commissionato alla dottoressa Cass, la più importante pediatra inglese, una revisione durata quattro anni su tutti gli studi che trattano questa materia. La cosiddetta Cass Review dà indicazioni molto precise, e sostiene che la gran parte degli studi siano di bassa qualità». Lo specifico degli studi sui suicidi è molto istruttivo. «Michael Biggs, uno studioso inglese, ha esaminato i dati della Tavistock. È stato verificato che su 15.000 accessi ci sono stati quattro suicidi. Anche uno è di troppo, anche un tentativo di suicidio o un pensiero suicida è di troppo. Però stiamo parlando di quattro suicidi su 15.000 accessi per una percentuale davvero molto bassa. Esiste poi uno studio che arriva dall’Olanda, dalla clinica di Amsterdam che negli anni Novanta ha promosso l’approccio affermativo. Questo documento dichiara che la percentuale di suicidio nelle persone affette da disforia di genere è da tre a quattro volte superiore alla popolazione normale. Teniamo presente che in altre condizioni o patologie, come l’anoressia, parliamo di percentuali 18 volte superiori o di 20 volte superiori per la depressione unipolare». Le mistificazioni sui dati riguardanti i suicidi hanno fatto presa anche dalle nostre parti, entrando nel dibattito sull’utilizzo della triptorelina, un cosiddetto bloccante della pubertà che da qualche tempo viene passato gratuitamente dallo Stato. Come riporta il volume della dottoressa Signani, «in aperto sostegno all’utilizzo della terapia ormonale con i bloccanti della pubertà intervengono nel febbraio 2024 dodici associazioni culturali e società scientifiche italiane, che dichiarano, improvvidamente a nostro avviso, che l’utilizzo della terapia con triptorelina ridurrebbe del 70% i tentativi di suicidio. Si ha infatti la netta convinzione che la narrazione sul possibile aumento di suicidi nei minori e sull’effetto attenuativo della triptorelina derivi da un fraintendimento dei dati di ricerca contenuti in un unico studio (Turban et al. 2020) molto citato e molto contestato per le deduzioni approssimative. Fra i critici è annoverato anche Hacsi Horváth (2018), studioso con un curriculum di tutto rispetto, che parla della falsa narrazione, creata socialmente, la quale afferma che il rischio di suicidio negli adolescenti e giovani adulti con disforia di genere sia elevatissimo, che i suicidi tra questi giovani siano comuni e che la «transfobia» sia la causa principale di tali suicidi. Horváth dimostra il motivo per cui i tassi di tentativi di suicidio, citati come alti, non sono credibili e presenta le prove che le percentuali dei tentativi di suicidio tra adolescenti e giovani adulti con disforia sono statisticamente simili a quelli di altre popolazioni con fattori di rischio analoghi». Basterebbero queste poche frasi per demolire gran parte della retorica imperante sul cambiamento di sesso e la fluidità di genere. Ma la pubblicità e il sostegno di cui gode l’approccio affermativo sono difficili da contrastare. E a farne le spese sono i più giovani e i più fragili.
Una vista generale mentre gli anelli olimpici si uniscono per uno spettacolo pirotecnico durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 allo stadio San Siro (Getty Images)
Davanti a 67.000 spettatori, la cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026 celebra l’arte, la musica e la creatività italiana. Dall’omaggio a Raffaella Carrà e Modugno ai cinque cerchi olimpici che brillano in cielo, uno spettacolo che unisce città e montagne sotto il filo conduttore dell’armonia.
San Siro si trasforma in un teatro a cielo aperto e Milano accende ufficialmente la fiamma delle Olimpiadi invernali 2026. Davanti a 67.000 spettatori, record assoluto per un’edizione invernale, la cerimonia di apertura sceglie il linguaggio del racconto e delle immagini per presentare al mondo i Giochi «diffusi» tra città e montagne, con un filo conduttore dichiarato: l’armonia. Il cuore scenico è un grande cerchio, omaggio alla storia urbana di Milano, da cui partono traiettorie ideali verso le altre sedi dei Giochi. Un modo per raccontare, senza parole, l’idea di un’Olimpiade che unisce luoghi diversi sotto un’unica narrazione.
Lo stadio è pieno fin dal tardo pomeriggio, colorato dalle bandiere di decine di Paesi e da un pubblico arrivato da ogni parte del mondo. L’attesa è scandita dal pre show tra musica e intrattenimento, poi il messaggio del segretario generale dell’Onu António Guterres richiama il valore universale dei Giochi come spazio di incontro e unità. Fuori, a distanza di sicurezza, si muove anche una protesta annunciata: un corteo di qualche centinaio di manifestanti attraversa il quartiere San Siro senza incidenti, mentre dentro lo stadio la scena è tutta per lo spettacolo.
Come anticipato nel pomeriggio dalla Verità, il prologo istituzionale è affidato a un filmato che sorprende il pubblico: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella arriva idealmente a San Siro a bordo di un tram, seduto tra cittadini comuni, orchestrali e atleti con gli sci. Il mezzo percorre una Milano notturna e simbolica, fino al capolinea dello stadio. Solo alla fine si scopre il conducente speciale: Valentino Rossi, in divisa da tranviere. Un ingresso sobrio e ironico, prima che il Capo dello Stato prenda posto in tribuna accanto alla presidente del Cio Kirsty Coventry.
Alle 20 in punto si alza il sipario. La cerimonia si apre con la danza: Claudio Coviello e Antonella Albano, ballerini della Scala, portano in scena Amore e Psiche, passione e razionalità che si cercano e si rincorrono sul prato di San Siro. È il primo tassello di una narrazione che intreccia arte, musica e identità italiana. A guidare idealmente il racconto è Matilda De Angelis, che entra con la bacchetta da direttrice d’orchestra mentre attorno a lei sfilano i volti dei grandi compositori della tradizione. Poco dopo, il prato si riempie di colori per l’omaggio alla creatività italiana e a una delle sue icone popolari: Raffaella Carrà, evocata tra figuranti e costumi sgargianti. La parte musicale alterna registri e generazioni. Mariah Carey, in abito chiaro, sceglie di omaggiare l’Italia cantando in italiano Nel blu dipinto di blu, trasformando San Siro in un grande coro. Subito dopo, lo stadio si tinge di tricolore per il tributo a Giorgio Armani, con Vittoria Ceretti che porta in scena la bandiera italiana, consegnata poi ai corazzieri. È Laura Pausini a dare voce all’inno nazionale, mentre il tricolore viene issato e lo stadio si ferma per qualche istante in un silenzio carico di attesa. C’è spazio anche per la parola, con Pierfrancesco Favino che presta la voce ai versi dell’Infinito di Leopardi, prima che la scena si apra ai simboli olimpici: i cinque cerchi si avvicinano nel cielo di San Siro e si accendono tra i fuochi d’artificio, suggellando visivamente l’inizio dei Giochi.
A quel punto tocca agli atleti. La sfilata delle delegazioni si apre, come da tradizione, con la Grecia e scorre tra gli applausi, in ordine alfabetico, fino ad arrivare all’Italia, attesa per ultima. Gli azzurri sono 146 in totale, distribuiti tra Milano, Cortina, Predazzo e Livigno, con Arianna Fontana e Federico Pellegrino a guidare il gruppo presente a San Siro.
La giornata olimpica era iniziata già molte ore prima, tra diplomazia e passerelle istituzionali: la visita del vicepresidente americano J.D. Vance in città, il ricevimento a Palazzo Reale con capi di Stato e di governo, la parata di ospiti illustri. Ma è qui, dentro lo stadio, che Milano e Cortina consegnano al mondo il loro biglietto da visita. I Giochi sono cominciati e l’Italia prova a presentarli così, con uno spettacolo che mescola arte, simboli e identità, affidando all’«armonia» il compito di tenere insieme sport, città e montagne.
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Se il disegno di legge verrà approvato, sarà la prima volta che lo Statuto dei lavoratori includerà una disposizione specifica sul congedo per l’eutanasia. Della serie, mi prendo un giorno per assistere una persona che vuol farla finita, la mattina mi metto a disposizione per la pratica ferale e il pomeriggio faccio shopping o vado al mare.
Il ministero del Lavoro, guidato da Yolanda Díaz, intende elaborare questa legge come un decreto legge reale, che entrerebbe in vigore immediatamente dopo l’approvazione del Consiglio dei ministri. L’accordo prevede anche 15 giorni di congedo per l’assistenza a coniugi, partner o familiari stretti in cure palliative, unico provvedimento sensato. La misura, presa d’intesa con i sindacati, è stata approvata senza l’accordo con le associazioni imprenditoriali, furibonde perché in questo modo, trattandosi di congedi retribuiti, si scarica sulle imprese il costo dei lavoratori assenti che dovrebbe essere sostenuto dal governo. Il Pp ha già annunciato che voterà contro la proposta. Nel frattempo, l’Autorità indipendente per la responsabilità fiscale (AIReF) ha rilevato una mancanza di controllo in Spagna sulla spesa per congedi per malattia, che è aumentata del 60% dal 2017 raggiungendo i 16,5 miliardi di euro nel 2024. L’astensione dal lavoro per motivi di salute è diventata la seconda voce più grande del sistema di sicurezza sociale, seconda solo alle pensioni ed è dovuto in gran parte all’aumento delle patologie legate alla salute mentale, cresciute vertiginosamente a partire dalla pandemia e che stanno diventando più durature. I disturbi mentali hanno la durata media più lunga, passando da 67 giorni nel 2017 a 98,5 giorni nel 2024. Clamorosamente, in Spagna il monitoraggio dei congedi per malattia da parte della Previdenza sociale per i lavoratori parte solo dopo i 365 giorni.
E se il premier Pedro Sánchez sottolinea la «occupazione di qualità» promossa in Spagna, sostenendo che «per la prima volta sta emergendo un’economia produttiva e sana», la Ceoe, Confederazione spagnola delle organizzazioni dei datori di lavoro segnala: «La Spagna continua a essere il Paese con il tasso di disoccupazione più alto nell’Ocse e conta oltre mezzo milione di persone in situazioni di disponibilità limitata o con richieste di lavoro specifiche, il che riflette fenomeni strutturali che restano irrisolti […] Le piccole imprese continuano a essere le più colpite dall’aumento dei costi del lavoro, dell’energia, delle tasse e dei finanziamenti, nonché da un quadro normativo instabile».
Non va meglio per Sánchez nemmeno quando attacca Musk. Al vertice mondiale dei governi a Dubai ha annunciato che vieterà l’accesso ai social media ai minori di 16 anni e adotterà altre misure per aumentare il controllo sulle piattaforme digitali, come quelle dell’imprenditore sudafricano.
Sul suo profilo X, Musk non perdeva tempo: «Sánchez lo scorretto è un tiranno e un traditore del popolo di Spagna». Ma al di là degli scontri sui social, ancora una volta il premier parla e promette ma non fa. Il Regolamento europeo sui servizi digitali, che avrebbe dovuto essere in vigore in Spagna da febbraio 2024, rimane bloccato al Congresso. Un ritardo di due anni. La Cnmc, Commissione nazionale per i mercati e la concorrenza non è ancora in grado di «monitorare il rispetto degli obblighi imposti ai fornitori di servizi mediatici statali che offrono notizie e contenuti di attualità». Ha le mani legate anche sul monitoraggio delle piattaforme digitali.
Brutte notizie anche dal Lussemburgo, dove i giudici non mettono fine alle rivendicazioni del movimento di indipendenza catalana. La Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) ha annullato il procedimento con cui il Tribunale dell’Unione europea il 5 luglio 2023 aveva revocato l’immunità al leader di Junts, Carles Puigdemont, e agli ex ministri del governo della Comunità autonoma di Catalogna, Toni Comín e Clara Ponsatí, tutti residenti a Waterloo (Belgio).
La motivazione della decisione è che il relatore nominato per le richieste di sospensione dell’immunità «potrebbe essere percepito come non imparziale». Si trattava di Angel Dzhambazki, europarlamentare bulgaro dei conservatori europei (Ecr), lo stesso gruppo di cui fa parte il partito spagnolo Vox, promotore delle azioni legali contro Puigdemont, Comín e Ponsatí in seguito al referendum illegale del 1° ottobre 2017. I tre erano stati poi eletti al Parlamento europeo nel 2019, e la Corte suprema spagnola aveva chiesto all’Europarlamento di revocare la loro immunità. Revoca votata a marzo 2021, ma ora quella decisione e la sentenza del 2023 sono state annullate.
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Jeffrey Epstein (Ansa)
Dalle carte, consultabili online sul sito del Doj, emerge che due ragazze straniere sarebbero morte per strangolamento dopo sesso estremo nel ranch del predatore sessuale in New Messico, per poi essere sepolte su suo ordine nei dintorni della tenuta. In una email, inviata il 21 novembre 2019 da una persona che afferma di aver lavorato per Epstein a un uomo di nome Eddy Aragon, ci sono diversi link che mostrerebbero il defunto pedofilo filmato durante performances sessuali con ragazze minorenni e la confessione di un tentato omicidio di una delle ragazze. Nel testo il mittente scrive che due ragazze sono state sepolte su ordine di Epstein e «Madam G», verosimilmente la complice del faccendiere, Ghislaine Maxwell, tuttora reclusa in un carcere di massima sicurezza in Texas, nella vasta proprietà in New Mexico già nota come parco giochi privato del faccendiere per abusi sessuali e traffico di minori.
«Edward, questa vicenda è delicata, quindi sarà la prima e ultima mail, a seconda della tua discrezione. Puoi scegliere se tenerla o buttarla via, ma questo materiale viene da una persona che è stata lì e ha visto tutto, come ex membro dello staff dello Zorro Ranch. Il materiale che ti allego è stato preso dalla casa di Jeffrey Epstein come mia assicurazione in caso di eventuali contenziosi tra me e lui. Non mi fare domande», chiosa in stampatello l’uomo. «Le cose più terribili su Jeffrey Epstein devono ancora essere scritte. Sapevi che da qualche parte nelle colline fuori dallo Zorro, due ragazze straniere sono state sepolte per ordine di Jeffrey e Madam G? Entrambe sono morte per strangolamento durante sesso violento e fetish», scrive l’uomo. L’email è stata inoltrata all’Fbi tre mesi dopo il decesso di Epstein, ufficialmente morto suicida mentre era detenuto al Metropolitan Correctional Center di New York City.
Il finanziere pedofilo intendeva lasciare il suo Zorro Ranch, acquistato nel 1993 dall’ex governatore democratico del New Mexico Bruce King, alla sua ragazza bielorussa Karyna Shuliak. La tenuta di 13 miglia quadrate in mezzo al deserto vicino a Santa Fe includeva una residenza di circa 2.500 metri quadri. Secondo quanto riferisce il Daily Mail, Epstein usava lo Zorro Ranch per i suoi appuntamenti segreti, dato che gli ospiti potevano andare e venire più discretamente rispetto a quanto potessero fare a Little St James, l’isola caraibica privata di Epstein al largo di St Thomas. Uno degli ospiti più importanti nel ranch degli orrori è, come noto, il principe Andrew d’Inghilterra, duca di York, insieme con sua moglie Sarah Ferguson.
Continuano nel frattempo le reazioni a catena dopo la pubblicazione dei file. Ed è ancora un quotidiano inglese, il Times, a riferire che la poltrona del primo ministro inglese Keir Starmer sarebbe in bilico dopo le rivelazioni sul caso dell’ex ambasciatore Peter Mandelson. Secondo quanto appreso, il premier ha deciso di confermare la sua nomina a rappresentante diplomatico del Regno Unito negli Stati Uniti, avvenuta ad aprile del 2025, nonostante i rapporti tra Mandelson ed Epstein fossero ampiamente noti a Downing Street. Un rapporto del Cabinet Office aveva infatti evidenziato, già prima della nomina, quale fosse la natura delle relazioni tra i due, facendo riferimento a un dossier confidenziale di JP Morgan che diceva che i due uomini avevano rapporti «particolarmente stretti». L’Ufficio del Gabinetto aveva presentato il dossier a Starmer, ma il primo ministro decise di credere «sulla parola» alle rassicurazioni di Mandelson. I funzionari coinvolti nel processo di controllo hanno detto di aver trovato l’approccio di Starmer «sconcertante». «Le informazioni ora disponibili rendono chiaro che le risposte che ha dato Mandelson erano bugie», si è difeso il premier britannico. «Mi ha descritto Epstein come qualcuno che conosceva a malapena. Tale inganno non è compatibile con il servizio pubblico», ha dichiarato il primo ministro inglese. La vicenda però ha aperto un dibattito sulla sua affidabilità: la decisione di credere alle smentite dell’ambasciatore anziché ai documentati dossier su di lui è una scelta che l’opposizione conservatrice e parte del Partito laburista ritengono incompatibile con il ruolo di capo del governo, ma il premier ha chiarito che non intende dimettersi. Il filone rischia comunque di mantenere alta la pressione politica su Downing Street ancora per molto.
Non poteva mancare il tormentone sulle spie venute dal freddo mandate da Vladimir Putin. Questa, perlomeno, è la versione del premier polacco Donald Tusk, secondo il quale il defunto faccendiere pedofilo statunitense avrebbe collaborato con il Cremlino per raccogliere materiale compromettente sulle élite occidentali, usando la trappola della seduzione, la cosiddetta «esca dolce». »La stampa globale ruota intorno al sospetto che questo scandalo di pedofilia senza precedenti sia stato co-organizzato dai servizi segreti russi», ha concluso Donald Tusk e così le autorità polacche hanno aperto un’inchiesta, proprio mentre dall’altra parte dell’emisfero, in America, sono usciti alcuni file che mostrano con chiarezza che Epstein stava lavorando per rovesciare il presidente russo. «Dovremo andare presto in Russia», scriveva infatti Boris Nicolic, consulente e socio di Bill Gates alla Bill and Melinda Gates Foundation, a Epstein, «per incontrare Ilja Ponomarev (imprenditore e ex deputato della Duma, ndr) e la sua ragazza Alyona, che sono i principali organizzatori della rivolta contro Putin. Ho paura per quanto può succedergli», continuava Nicolic, «qualche idea per aiutarlo? Non con Davos», suggerisce l’uomo di Bill Gates a Epstein. «È impossibile studiare i materiali relativi al caso Epstein senza provare nausea», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, paragonando la lettura dei documenti alla visione di film thriller e polizieschi. «Ma tutto ha un limite morale».
I magistrati turchi stanno intanto passando al setaccio decine di migliaia di documenti emersi dai file del finanziere pedofilo, con l’obiettivo di ricostruire un traffico di minori dalla Turchia. A rendere drammatico il quadro ci sono i dati diffusi dall’Istituto Nazionale di statistica turco Tuik), secondo cui tra il 2008 e il 2016 si sono perse le tracce di 104,531 minori. «Bisogna capire se sono stati contattati politici, funzionari o rappresentanti delle istituzioni. Bisogna risalire agli orfanotrofi e centri di accoglienza», ha dichiarato Dogan Bekin, parlamentare del partito conservatore Refah.
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«Salvador» (Netflix)
Otto episodi su Netflix per raccontare un padre e una figlia: lui ex medico, lei coinvolta in un gruppo neonazista. La serie spagnola evita la retorica e indaga fragilità, responsabilità e bisogno di appartenenza con uno sguardo sobrio.
Otto episodi, disponibili, in un'unica soluzione, su Netflix, a partire da venerdì 6 febbraio. Salvador non è lunga, né promette (per ora) di proseguire oltre questa prima stagione. Eppure, è capace, in uno spazio breve e curato, di raffigurare un quadro complesso: quello di una genitorialità in crisi, di figli incapaci di trovare un'identità rappresentativa, del disperato bisogno di appartenere a qualcosa, a qualcuno.
Salvador, serie tv di origine spagnola, muove dal caso particolare di un padre, un ex medico demansionato, costretto - nonostante gli studi e il curriculum - a guidare le ambulanze. Salvador Aguirre ha un passato complicato, fatto di dipendenze che, piano piano, gli hanno eroso la vita. Ha una figlia, Milena, e con lei un rapporto travagliato. Un rapporto che, come il passato di Salvador, non è, però, al vaglio della serie.
Lo show, come già Adolescence, non sembra andare a ritroso, ma guardare avanti, muovendosi tra strade già battute, già note.
Salvador è la storia di un padre che, in una notte di lavoro, senza nessuna avvisaglia precedente, scopre la figlia essere parte di un gruppo di disadattati, violenti e pericolosi. Decisi, soprattutto, a rivendicare l'esatto opposto di quel che lui, per una vita intera, ha cercato di insegnarle. Milena si è unita ad una frangia di estrema destra, razzista e omofoba, una frangia all'interno della quale si nascondono anche svariati Incel. Odiano gli stranieri, i gay e le donne. Sono neonazisti. Fuor di retorica, però, perché quello che la serie vuole fare è provare ad indagare le ragioni che possano preludere ad una tale scelta.
Salvador cerca di scavare oltre la superficie, andando a fondo delle insicurezze, dei bisogni degli adolescenti. Chiedendosi quali e quante responsabilità abbiano i genitori, quante e quali la società nella quale cresciamo. Il risultato non è perfetto, ma convincente. Gli otto episodi della serie televisiva spagnola sono scorrevoli e ben costruiti, pensati per poter essere visti senza pruriti e ritrosie. Non c'è politica, non c'è grande giudizio. Solo la ricostruzione, piuttosto fedele e dettagliata, di uno spaccato che dimora vicino a tutti noi.
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